Ecco il contratto: Conte ha torto - La Verità
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Ecco il contratto: Conte ha torto

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L'avvocato del popolo che in queste ore accusa il gruppo franco-indiano di aver rotto il contratto di acquisto dell'Ilva senza alcuna seria motivazione, se non quella di non onorare i propri impegni, dovrebbe leggere il contratto di affitto dell'acciaieria con cui Arcelor Mittal si è assunto l'obbligo di gestire l'impianto. Il paragrafo che dovrebbe interessare Giuseppe Conte, che essendo uomo di legge dovrebbe saper cogliere al volo la questione, è il 27.5, ovvero la clausola che fissa le regole in base alle quali l'affittuario dell'azienda può recedere dal contratto e mandare a quel paese tutti, avvocato compreso.Lo so che la faccenda ad alcuni di voi potrebbe sembrare affare (...)

All'interno il contratto completo.

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La Trenta fa 31: il cane scorrazzato in auto blu

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La storia di privilegi dell'ex ministro della Difesa si arricchisce di figuracce. La grillina ha mentito sull'affitto agevolato, che non era di 450 euro ma di soli 141. Inoltre si scopre che Pippo, il quadrupede di casa, veniva accompagnato al ministero da un'auto di servizio.
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Industria rovinata da giallorotti e pm contraddittori

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Non ci fosse di mezzo il futuro di migliaia di famiglie che rischiano di essere messe sul lastrico, confesso che ci sarebbe da ridere. Il caso Ilva infatti ormai sembra una commedia all'italiana, dove ognuno recita a soggetto senza curarsi di ciò che interpretano gli altri, con risultati surreali e, soprattutto, con una totale confusione dei ruoli. Mi spiego: da anni assistiamo a un'azione della magistratura che, con il dichiarato scopo di difendere la salute dei cittadini, fa di tutto, compreso mettere a repentaglio il futuro della più grande fabbrica del Mezzogiorno, oltre che della più grande acciaieria (...)

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Pochi consensi e troppi amici nei guai. Ecco perché il Bullo ha paura del voto

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L'ex premier infesta giornali e tv con la scusa che le urne anticipate «consegnerebbero il Colle a Salvini». La triste (per lui) verità è un'altra: Italia viva arranca attorno al 5% e le inchieste sui suoi si moltiplicano.
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Venezia affogata dalle chiacchiere all’italiana

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Una cosa ci pare chiara di fronte al disastro di Venezia e cioè che l'alluvione è il risultato della solita inconcludenza italiana e dell'ancor più conosciuta mancanza di coraggio. Mentre l'acqua saliva, mentre la città rischiava di essere inondata, le anime belle, quelle che sono abituate a dire che «il punto è un altro» e a sostenere che «è meglio un'altra soluzione», discutevano. Chiacchiere. Venezia è andata sotto per chiacchiere, non per l'alta marea. Venti, trenta, quaranta, cinquant'anni di parole che continuavano a salire. Nel frattempo, dopo che nel 1966 la laguna era stata (...)
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Il mago Renzi trova 120 miliardi inesistenti

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Per cercare di schiodarsi dal 4%, il Bullo organizza una convention in cui annuncia di avere un piano di investimenti «più ambizioso di quello tedesco». Peccato che si sia dimenticato di dirlo a Giuseppe Conte, che tassa pure zucchero e plastica pur di recuperare gli spiccioli.
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Il Mose poteva già salvare la città. Mancano un decreto e il coraggio...

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Adesso che Venezia è allagata, l'Italia piange sull'acqua versata. Peccato che gli stessi che ora lacrimano e si indignano per i capolavori e i palazzi sommersi, siano in gran parte gli stessi che hanno ostacolato l'unica soluzione ritenuta possibile, dopo anni di studi e discussioni, per fermare l'alta marea: il Mose. Già, la grande diga che doveva evitare l'inondazione è combattuta da quasi 35 anni, cioè da quando il progetto viene presentato ad Amburgo. Dopo un dibattito senza sosta, che dura dal 1966, quando l'aqua granda invade la città, fino al 1985, Bettino Craxi dà il via libero definitivo e Gianni De Michelis, che a Venezia è nato e ha casa, assicura che entro dieci anni le paratie mobili avrebbero protetto la città.In realtà, tra polemiche e contestazioni, nel 1995 si riesce appena a costituire un comitato per valutare l'impatto ambientale dell'opera. (...)
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Perché nessuna Procura muove un dito?

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La magistratura, vi prego, ficchi il naso nella storia che riguarda Joseph Mifsud. Da giorni, in solitaria, stiamo percorrendo chilometri alla ricerca di questo strano professore maltese che fino a poco tempo fa insegnava alla Link, l'università romana fondata dall'ex ministro dell'Interno Vincenzo Scotti. All'improvviso il docente, che gli americani sospettano di saperla lunga sul Russiagate, l'affaire che doveva incastrare Donald Trump e costringerlo alle dimissioni, è scomparso. Guarda caso la sparizione coincide con il suo coinvolgimento nel gran complotto contro il presidente americano.

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I giudici Ue ci impongono i profughi violenti

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La Corte di giustizia dell'Unione ha accolto il ricorso di un afgano cacciato da un centro di accoglienza in Belgio per il suo comportamento. La protezione non si può perdere, anche se si mette a rischio l'incolumità altrui. Nuovo schiaffo alla sicurezza.
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La Roma fascista che brucia le librerie? Era un’altra balla

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Dovete sapere che ho un amore spassionato per Christian Raimo, scrittore all'insaputa dei lettori che passa il proprio tempo a escogitare espedienti per farsi notare. La prima volta che ho saputo della sua esistenza fu un paio d'anni fa, durante un programma televisivo che all'epoca conducevo su Rete 4. Raimo si era portato da casa un cartello che espose all'improvviso in favore di telecamere, mentre Alessandro Sallusti stava parlando di immigrati: «Non c'avete un altro servizio sui negri cattivi?».

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Serve il «fine pena mai», non i premi agli assassini

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La storia di Antonio Cianci andrebbe letta e riletta. Anzi, imparata a memoria. Non nelle aule scolastiche, ma in quelle di tribunale. In particolare, andrebbe declamata nell'aula della Corte costituzionale come la storia esemplare del perché un ergastolo debba essere un ergastolo e non una vacanza premio.