Daniele Capezzone con il vicedirettore Francesco Borgonovo: situazione Covid e corsa al Colle.
Daniele Capezzone con il vicedirettore Francesco Borgonovo: situazione Covid e corsa al Colle.
Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
A Tunisi il secondo vertice «4+4» tra rappresentanti della Tripolitania e della Cirenaica sotto la regia dell’Onu. Sul tavolo elezioni e riunificazione, ma milizie, rivalità interne e il peso di Haftar frenano ogni svolta.
Il secondo incontro del cosiddetto vertice «4+4» dedicato alla Libia ha avuto come sede Tunisi, la città che in passato era stata scelta dal governo di Tripoli come sede provvisoria nei momenti più bui della storia libica. Quattro rappresentanti di Tobruch e quattro di Tripoli hanno affrontato alcuni dei temi più complessi della nazione affacciata sul mar Mediterraneo, che dal 2014 rimane divisa a metà con due governi che si accusano di illegittimità.
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Ora Dombrovskis tratta: «Esaminiamo la richiesta dell’Italia». Polemiche sulla mozione del centrodestra per le spese Nato.
Ora tutto è nelle mani della diplomazia. La possibilità che venga accolta la richiesta del governo a Bruxelles, di estendere alle spese energetiche la deroga al Patto di stabilità consentita pere la difesa, è affidata alla capacità di mediazione del ministero dell’Economia.
Il ministro Giancarlo Giorgetti sa bene che forzare la situazione con uno strappo, rischia di essere male accolto dai mercati ai quali puntualmente il Tesoro si rivolge per piazzare i titoli del debito pubblico. In sostanza il governo non può permettersi un aumento dello spread. «Stiamo lavorando, è una cosa complessa, credo che non ci siano pregiudizi. C’è la consapevolezza della situazione eccezionale, dopo di che ci sono varie modalità, varie possibilità per arrivare al risultato, le stiamo esplorando tutte», ha detto con chiarezza il ministro Giorgetti a Parigi per il G7 Finanza. Cioè sul tavolo della trattativa con la Commissione Ue non c’è solo la deroga al Patto di stabilità. Giorgetti sta cercando anche di coinvolgere Francia e Germania e durante il vertice a Parigi ha avuto colloqui con i ministri dei due Paesi, il francese Roland Lescure e il tedesco Lars Klingbeil. «Tutti sono preoccupati, ma lo sono a modo loro, perché ognuno ha situazioni differenti», è quanto riportato da Giorgetti dopo i colloqui. Ed è normale giacché la Francia veleggia oltre il 5% del deficit, la Germania pur avendo superato il 3% del deficit ha un debito molto basso. Quindi su questi due Paesi la crisi energetica, causata della guerra in Iran, ha un impatto circostanziato. Diversa la situazione per l’Italia che, ha ricordato il ministro, «ha il problema del debito ereditato molto elevato e c’è il rischio concreto di rialzare i tassi di interesse». Il che impone «molta prudenza nel muoverci e nel decidere». Poi ha sottolineato che «il doppio choc a cui siamo stati sottoposti come economia italiana, prima alla crisi energetica ucraina e ora alla crisi energetica del Medio Oriente, è un unicum probabilmente in tutta Europa insieme alla Germania».
Da parte della Commissione pare che ci sia una certa disponibilità a trovare una soluzione. «Continuiamo a seguire attentamente la situazione e a valutare quale tipo di risposta richieda e richiederà. Ed è in questo spirito che stiamo anche esaminando la richiesta dell’Italia», ha detto il vicepresidente della Commissione, il falco Valdis Dombrovskis, al termine del G7. Il consiglio è di «adottare misure temporanee e mirate per sostenere l’economia che non aumentino la domanda di combustibili fossili», ha aggiunto. «Il problema è che stiamo affrontando uno choc dal lato dell’offerta. Pertanto se molti Paesi sostengono la domanda finiamo per mantenere alti i prezzi dell’energia e spendere molti soldi con benefici limitati. Ecco perché dobbiamo davvero riflettere attentamente su come organizzare la risposta politica».
Intanto l’agenzia Standard & Poor’s lancia l’ennesimo allarme sul rischio recessione per l’Europa con un rallentamento dell’economia e un aumento dell’inflazione.
Mentre si discute sul Patto di stabilità, il governo deve affrontare il problema del rinnovo del taglio delle accise sui carburanti. Il tema sarà sul tavolo del Consiglio dei ministri di venerdì prossimo. La misura attualmente in vigore, prevede uno sconto di 24,4 centesimi al litro sul diesel e di 6,1 centesimi sulla benzina. La proroga però va rifinanziata e al momento, non è possibile utilizzare l’extragettito Iva legato all’aumento dei prezzi dei carburanti. Le risorse maturate a maggio saranno infatti disponibili solo dalla seconda metà di giugno. Secondo alcune stime, senza un nuovo intervento il prezzo della benzina potrebbe tornare vicino ai 2 euro al litro, mentre il diesel volerebbe oltre 2,20 euro. Sul tema è intervenuto anche il vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini confermando gli aiuti per il costo del carburante. Nello stesso giorno è previsto a Palazzo Chigi un confronto con le associazioni dell’autotrasporto, dopo la proclamazione dello sciopero del settore dal 25 al 29 maggio.
Intanto l’aula del Senato ha approvato la mozione di maggioranza sul tema dei riflessi economici connessi alla sicurezza energetica. La giornata è stata segnata dal «giallo» del testo, che dedicava ampio spazio alla critica rispetto agli «obiettivi irrealistici» dell’aumento fino al 5% del Pil delle spese Nato e impegnava il Governo a promuovere «una revisione degli obiettivi più ambiziosi (come il 5%) alla luce della situazione economica e delle priorità nazionali, includendo nel computo anche gli investimenti per la sicurezza energetica e le infrastrutture critiche, al fine di garantire una difesa collettiva efficace senza compromettere la sostenibilità dei conti pubblici».
Passaggi scomparsi dal testo definitivo. «Quella parte non doveva neanche entrare nelle mozione, non è lo strumento giusto per discutere delle spese Nato», ha spiegato uno dei capigruppo. Ma dall’opposizione Giuseppe Conte arringa: «Governo a pezzi, ha perso la bussola».
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2026-05-20
Alessandro Cannevale: «Nel carcere di Perugia intercettati i dialoghi tra avvocati e detenuti»
Ansa
Il legale, che assiste una collega indagata con un cliente in cella, denuncia la violazione dei diritti di difesa: «Registrazioni in tutte le sale colloqui anche senza autorizzazione del giudice. Così si avvantaggia l’accusa».
Il carcere di Perugia è diventato una specie di Grande fratello per avvocati e detenuti. Purtroppo a loro insaputa. Forse sarebbe meglio parlare di un Panopticon, il carcere «ideale» pensato nel 1791 dal filosofo inglese Jeremy Bentham. Prevedeva una torre centrale di sorveglianza e celle disposte in modo circolare: nel progetto un solo guardiano poteva osservare tutti i prigionieri senza essere visto, creando un controllo costante e invisibile che induceva l’autodisciplina.
In Sorvegliare e punire Michel Foucault aveva criticato fortemente una forma di potere basata su tale modello, liquidandolo come la metafora perfetta della società moderna.
Cinquant’anni dopo eccoci qua a discutere di un carceriere occhiuto come mai rilevato nell’Italia repubblicana.
Ne parliamo con l’avvocato Alessandro Cannevale, ex procuratore di Spoleto. Il quale ha scoperto una presunta invasione di campo dei suoi ex colleghi di Perugia, in un fascicolo avviato dall’attuale procuratore reggente Gennaro Iannarone.
Cannevale, insieme con le colleghe Silvia Egidi e Silvia Lorusso, difende l’avvocato Daniela Paccoi, accusata di far parte di un’associazione dedita al traffico di stupefacenti. Durante le indagini sono stati intercettati i colloqui in carcere della Paccoi e di un suo collega di studio (non indagato, ndr) con un loro cliente, G. C., accusato di far parte di quella stessa organizzazione».
Avvocato ritiene che i diritti della difesa siano stati violati?
«Nonostante il codice di procedura penale lo vieti senza eccezioni, i giudici della Cassazione hanno stabilito che è ammissibile l’intercettazione dei colloqui fra legale e cliente, purché costituiscano essi stessi reato e non riguardino la strategia difensiva. Se nel nostro caso sussistessero o meno le condizioni per intercettare i due avvocati ne discuterò all’interno del procedimento, se sarà necessario. Confido che l’innocenza dell’avvocato Paccoi sarà riconosciuta».
Qual è allora il problema?
«In questo caso, purtroppo, ho rilevato un’altra violazione del diritto di difesa. Credo che sia giusto renderla pubblica perché non riguarda le accuse rivolte all’avvocato Paccoi e interessa tutti gli indagati e tutti i legali che fanno o potrebbero fare colloqui in carcere, o almeno nella casa circondariale di Perugia».
Partiamo dall’inizio…
«Dagli atti del procedimento risulta che il pm abbia chiesto e ottenuto solo l’autorizzazione a intercettare le conversazioni tra la Paccoi e il suo cliente nella sala colloqui del carcere. Come difesa stiamo ascoltando tutte le registrazioni, comprese quelle derubricate dalla stessa polizia giudiziaria come “non trascritte e non utili alle indagini”. E lo stiamo facendo perché non possiamo accontentarci della valutazione degli investigatori: ciò che non è utile alle indagini può esserlo per la difesa».
E che cosa avete scoperto?
«Abbiamo verificato con stupore che tra le conversazioni registrate e, successivamente, “scartate” non ci sono solo i colloqui di G.C. con i suoi avvocati, ma anche decine di conversazioni di altri reclusi con i loro legali».
Può dare qualche numero?
«La collega che sta sentendo le registrazioni ha già verificato che sono stati intercettati 28 incontri di detenuti diversi da G.C. La maggioranza di loro non era a colloquio con la collega Paccoi, né con avvocati da lei delegati, ma con almeno altri sei difensori. I clienti, contando sul segreto professionale, si sono confidati con i propri legali, a cui hanno rivelato anche fatti intimi estranei ai reati dei quali erano accusati».
A che cosa si riferisce?
«Per esempio in quelle chiacchierate possono essere state affrontate questioni di cui si fa fatica a parlare anche con i parenti, come le condizioni di salute o i problemi famigliari. Ma non posso entrare nei particolari, anche perché quando la collega si è resa conto di che cosa stesse sentendo, ha interrotto l’ascolto…».
Lei ha fatto il pm per moltissimi anni. Non le era mai capitata una vicenda analoga?
«Sinceramente no. E non ho ancora finito di raccontare…».
Prego…
«Come è ovvio l’oggetto principale di tali colloqui era l’elaborazione delle strategie difensive che indagati e imputati avevano tutto il diritto di non anticipare all’accusa».
Non può essersi trattato di un errore?
«Se così fosse, ci troveremmo di fronte a una lunga e clamorosa sequenza di sbagli, ma non è questo il punto. Errore o meno, sia l’ascolto che la registrazione di tali conversazioni si potevano e si dovevano evitare. Il codice stabilisce che il pubblico ministero indichi alla polizia giudiziaria “le modalità delle operazioni”. In questo caso poteva benissimo ordinare di attivare la registrazione solo quando la Paccoi e il suo cliente si fossero accomodati nella sala colloqui. Nel momento stesso in cui uno dei due fosse uscito, la captazione andava fermata».
Le risulta che il carcere perugino sia oggetto di un controllo continuo?
«L’unica cosa di cui sono certo è che sono state sottoposte a intercettazione tutte e quattro le sale colloqui del carcere di Capanne. Non so, invece, perché non è desumibile dai verbali delle operazioni, se le microspie siano stabilmente installate in quelle stanzine o se siano state montate per l’occasione».
Era difficile evitare intercettazioni non autorizzate?
«Assolutamente no. Gli operatori avrebbero potuto controllare gli ingressi mediante una o più telecamere. Se non erano in grado di farlo, non avrebbero dovuto nemmeno iniziare. Non basta. In mancanza di occhi elettronici, ritengo che la direzione del carcere non avrebbe dovuto autorizzare l’installazione delle microspie nelle sale colloqui».
Ci sono norme ad hoc che regolano questo tipo di attività?
«Dal 2024 la legge impone l’immediata interruzione delle operazioni non appena risulti che l’intercettazione è vietata. Ciò, secondo me, significa che, almeno quando si fanno captazioni nella sala colloqui di un carcere, non si può registrare un dialogo e ascoltarlo in un secondo momento: bisogna sentirlo in diretta e interrompere ascolto e registrazione non appena si comprende che si stanno intercettando le persone sbagliate. Bisogna che gli inquirenti si prendano questo disturbo, se proprio vogliono sentire ciò che un detenuto dice al suo difensore».
Ma lei è sicuro che siano stati sentiti anche gli audio di altri avvocati e clienti?
«Credo proprio di sì, altrimenti la polizia giudiziaria come avrebbe potuto attestare la loro inutilizzabilità nei brogliacci? Poi quegli stessi file sono stati messi a disposizione anche di noi difensori, che a nostra volta non avremmo avuto titolo per sentirli».
In conclusione, a Perugia ritiene che sia stato commesso un reato?
«Se dobbiamo affidarci al “diritto vivente” direi proprio di no».
Che cosa è il «diritto vivente»?
«Sostanzialmente è l’insieme dei principi consolidati affermati da più sentenze della Cassazione, specie quando intervengono le Sezioni unite».
Quindi sono le regole che i magistrati si danno da soli?
«È proprio così. Secondo le sentenze della Cassazione la sala colloqui di un carcere non è un luogo di privata dimora, neanche quando il detenuto parla con il suo avvocato. Ma io credo che l’intercettazione illegittima di comunicazioni fra l’accusato e il difensore sia un’ingerenza diretta nella vita privata vietata dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, oltre che una violazione dei diritti della difesa. E queste, secondo me, erano decisamente intercettazioni illegittime, visto che il giudice non le aveva autorizzate. Mi pare sia così anche per il “diritto vivente”».
Ha riscontrato ulteriori anomalie?
«Un altro cliente illegittimamente intercettato dell’avvocato Paccoi, che chiamerò signor X, era imputato in un processo trattato dallo stesso magistrato che aveva in carico le indagini contro la mia assistita. Non so se gli operatori abbiano ascoltato interamente i colloqui fra la Paccoi e il signor X, né se abbiano riferito il contenuto delle conversazioni al pm. Però so che in quel colloquio i due hanno discusso la strategia difensiva da adottare nel processo. Il fatto stesso che l'ufficio del pubblico ministero fosse nelle condizioni di conoscere in anticipo le mosse della difesa, a mio avviso, ha garantito all’accusa, una posizione di indebito vantaggio».
Ma se non è un reato, i pm non pagheranno il fio…
«In verità la Corte europea prende molto sul serio il tema delle garanzie, tanto che l’articolo 8 della Convenzione dei diritti dell’uomo vieta espressamente agli inquirenti di prendere conoscenza del contenuto di comunicazioni fra avvocato e cliente. Nella controversia tra Cyrille Laurent e lo Stato francese è stato riconosciuto dalla Corte di Strasburgo il diritto alla riservatezza di una comunicazione scritta tra un imputato e il suo legale».
Mi sta anticipando che intende presentare ricorso alla Cedu?
«Non ho ricevuto questo mandato dall’avvocato Paccoi. Quanto agli altri difensori intercettati e ai loro assistiti, non sanno neppure di essere stati ascoltati e registrati dalla polizia giudiziaria. E suppongo che non lo sapranno mai, il “diritto vivente” non prevede che ne siano informati».
Si rivolgerà al Csm?
«Non mi interessa che i magistrati vengano puniti, quanto che vengano riconosciuti dei principi di civiltà giuridica. Che in questo caso sono stati calpestati».
Forse il Sì al referendum avrebbe permesso di provare a porre rimedio a simili storture?
«Ormai il popolo ha deciso. Ma è stata un’occasione persa».
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Beppe Sala (Ansa)
Dem contro la Regione per il no al patrocinio al Pride. Ma Sala ha una giunta lacerata: l’ultimo strappo sul gemellaggio con Tel Aviv.
Per capire su che cosa sia ancora d’accordo il centrosinistra milanese non bisogna guardare a San Siro, né al gemellaggio con Tel Aviv. Bisogna aspettare il Pride del 27 giugno. Solo lì la coalizione guidata da Beppe Sala sembra ritrovare un linguaggio comune e una linea condivisa. Regione Lombardia nega il patrocinio. Palazzo Marino annuncia che lo concederà. E Sala attacca il Pirellone: «Io non ho più parole. Lo trovo semplicemente assurdo». L’assessore Lamberto Bertolé rivendica una Milano «dalla parte dei diritti, contro ogni discriminazione, senza ambiguità».
È l’immagine più comoda per il centrosinistra. Ma anche la più impietosa. Perché arriva mentre il resto della maggioranza è ormai allo sbando. O meglio, non esiste più. Anche perché sullo sfondo, poi, non c’è solo la linea politica dell’ultimo anno di mandato. C’è anche una partita molto più concreta, quella di salvare la cadrega. Nel Pd milanese la corsa al 2027 è già partita, tra successione a Sala e lotta per le 48 poltrone del Consiglio comunale. Il nodo è la regola dei due mandati, che può bloccare molti uscenti ma lascia spazio a deroghe, trattative e inevitabili tensioni.
Sono più tranquilli i primi mandati come Michele Albiani, Federico Bottelli, Luca Costamagna, Elisabetta Nigris, Valerio Pedroni e Monica Romano. Più delicata la posizione di nomi pesanti come Beatrice Uguccioni, Diana De Marchi, Bruno Ceccarelli, Roberta Osculati, Alice Arienta e Angelo Turco. Per alcuni la partita è politica, per altri è anche personale: capire se ci sarà ancora posto nelle liste, se servirà una deroga, chi avrà la forza di ottenerla e chi resterà fuori.
Del resto, il voto sul gemellaggio tra Milano e Tel Aviv ha reso pubblico ciò che a Palazzo Marino era già evidente, cioè che l’ultimo anno di Sala sarà una verifica politica permanente. Lunedì l’ordine del giorno per interrompere il gemellaggio è stato bocciato con 21 voti contrari e 17 favorevoli. La linea del sindaco, favorevole a mantenere il rapporto istituzionale con Tel Aviv, ha retto. La coalizione no.
Il Pd si è spaccato. I Verdi hanno tirato dritto. Una parte del centrosinistra ha votato per la rottura simbolica con Israele, un’altra ha difeso la diplomazia municipale. Sala ha vinto il voto, ma ha perso la scena politica. Il giorno dopo, infatti, non ha parlato da vincitore: «Non mi sento vincitore. Mi sento amareggiato». Poi ha scelto una parola pesante: «frattura». A irritarlo sono state soprattutto le parole della capogruppo dem Beatrice Uguccioni, che in aula aveva accusato i «piani alti» di avere neutralizzato la precedente volontà del Consiglio sullo stop al gemellaggio. Sala le ha definite «improprie» e ha posto il problema in termini netti: «Se dobbiamo essere gli uni e gli altri, separati, va bene, ragioniamo e capiamo se possiamo essere una cosa sola o no».
Alessandro Capelli (Pd) nega che il voto sia stato «un atto di distacco nei confronti del sindaco o di sfiducia del suo operato», mentre Uguccioni rivendica il «senso di responsabilità» dei democratici e assicura che «c’è ancora da lavorare per Milano». Ma la ricomposizione assomiglia più a un contenimento del danno che a una soluzione. Più che una coalizione, sembra ormai una trattativa permanente tra pezzi che si preparano al dopo Sala.
C’è poi un dettaglio politico. Il primo cittadino ha difeso il mantenimento del gemellaggio, ma non era in aula al momento del voto. Il consigliere di Fratelli d’Italia Enrico Marcora si pone la domanda più semplice: «Dov’era il sindaco durante un voto che sostiene così importante?». Non è solo una questione di presenza. È il segno di una distanza tra il sindaco e la sua stessa maggioranza.
Il caso Tel Aviv arriva dopo San Siro. Anche lì la giunta aveva portato a casa il risultato, ma con numeri stretti, voti contrari interni e una coalizione lacerata. Lo stadio ha diviso il centrosinistra sull’idea di città: urbanistica, grandi operazioni, rapporto con i privati. Tel Aviv lo divide sulla politica internazionale: Gaza, Israele, Palestina, identità internazionale di Milano. In mezzo resta Sala, sempre più solo nel ruolo di sindaco uscente. I civici difendono la linea del dialogo. I Verdi rivendicano la rottura. Il Pd prova a tenere insieme coalizione e posizionamento futuro. Le opposizioni chiedono le dimissioni.
Samuele Piscina, consigliere comunale della Lega, parla di maggioranza «ufficialmente saltata». Quando Sala dice che «qualcosa si è rotto» e accusa il Pd di avergli votato una sfiducia in aula, «il re è nudo». Per Piscina: «più che una Giunta comunale, ormai Palazzo Marino sembra un condominio in autogestione durante un’assemblea straordinaria finita a piatti in faccia».
Il punto, ora, è il dopo. Le primarie del centrosinistra sono già entrate in Consiglio comunale. L’ultimo sondaggio Youtrend dice che la coalizione resta favorita a Milano, con il Pd al 27,3% e Avs al 12,4%, ma segnala anche che la vera partita è interna: Pierfrancesco Majorino è avanti tra gli elettori di centrosinistra con il 35%, seguito da Mario Calabresi al 31%. Se le primarie si faranno, non serviranno solo a scegliere un candidato. Diranno che centrosinistra sarà. Alla fine del secondo mandato, Sala non sembra più controllare il campo politico che aveva costruito. Nel 2021 aveva promesso una Milano «sempre più contemporanea, verde e giusta», capace di tenere insieme crescita, diritti e coesione. Cinque anni dopo, il Pride rischia di essere l’ultima fotografia di famiglia, un po’ poco per una coalizione che prometteva di ridisegnare Milano.
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