Daniele Capezzone con il vicedirettore Francesco Borgonovo: situazione Covid e corsa al Colle.
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2026-05-16
Terrorismo globale, raid di Usa e Israele: uccisi due leader jihadisti tra Nigeria e Gaza
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I funerali di Izz al-Din al-Haddad, comandante militare di alto rango del braccio armato di Hamas, le Brigate Izz ad-Din al-Qassam, ucciso insieme ai suoi familiari in un attacco israeliano a Gaza City (Gertty Images)
Washington annuncia l’eliminazione del numero due dell’Isis in Africa durante un’operazione in Nigeria. A Gaza Israele colpisce il comandante militare di Hamas Izz al-Din al-Haddad. Nuova offensiva contro i vertici del jihadismo internazionale.
La guerra globale al terrorismo è tornata al centro della scena internazionale con due operazioni che, nel giro di poche ore, hanno colpito alcuni dei principali vertici del jihadismo internazionale tra Africa e Medio Oriente. Da un lato l’eliminazione in Nigeria di Abu Bilal al-Minuki, indicato da Donald Trump come il numero due mondiale dello Stato Islamico. Dall’altro l'assassinio mirato di Izz al-Din al-Haddad, comandante militare di Hamas nella Striscia di Gaza e considerato da Israele uno degli ultimi grandi architetti del massacro del 7 ottobre 2023.
Due operazioni diverse, ma accomunate da un messaggio preciso: Stati Uniti e Israele stanno intensificando la strategia delle eliminazioni mirate contro i vertici delle organizzazioni jihadiste. L’operazione più clamorosa è avvenuta nel nord della Nigeria, dove forze speciali americane e unità dell’esercito nigeriano hanno ucciso Abu Bilal al-Minuki durante un raid definito dalla Casa Bianca «meticolosamente pianificato». A confermare l’azione è stato lo stesso Donald Trump con un messaggio pubblicato su Truth Social. Il presidente americano ha parlato di una missione estremamente complessa, sostenendo che il leader jihadista fosse «il terrorista più attivo del mondo» e il secondo comandante globale dell’Isis. Secondo Trump, al-Minuki credeva di potersi nascondere in Africa, ma l’intelligence americana monitorava da tempo i suoi movimenti.
Un capo sfuggente ma centrale nella strategia dell’Isis in Africa
Dietro il nome di Abu Bilal al-Minuki si nascondeva una delle figure più importanti del terrorismo jihadista africano. Nato nel 1982 nello Stato di Borno, nel nord-est della Nigeria, era conosciuto anche con il nome di Abu Bakr ibn Muhammad ibn Ali al-Mainuki ed era considerato uno dei principali coordinatori delle attività dello Stato Islamico nell’Africa occidentale e nel Sahel. Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, svolgeva un ruolo centrale nella gestione delle «province» dell’Isis sparse nel mondo, fungendo da collegamento tra il comando centrale e le cellule operative regionali. Washington lo aveva inserito nel 2023 nella lista dei terroristi globali più pericolosi. La sua eliminazione rappresenta un colpo simbolico e operativo per lo Stato Islamico, soprattutto in Africa, continente dove il jihadismo continua a espandersi approfittando di instabilità politica, povertà e confini fragili. Il nord della Nigeria è ormai da anni uno dei principali teatri della guerra al terrorismo. Non solo Boko Haram, ma anche le cellule affiliate all’Isis hanno trasformato vaste aree del Paese in territori segnati da rapimenti, massacri e attacchi contro civili e forze di sicurezza. Secondo fonti americane, negli ultimi mesi la cooperazione militare tra Washington e Abuja è stata rafforzata in modo significativo. Già durante il periodo natalizio gli Stati Uniti avevano effettuato bombardamenti nello Stato di Sokoto contro obiettivi riconducibili allo Stato Islamico.
L’operazione contro al-Minuki conferma inoltre come l’Africa sia diventata il nuovo epicentro del jihadismo globale. Negli ultimi anni lo Stato Islamico ha perso gran parte del territorio conquistato tra Siria e Iraq, ma ha contemporaneamente rafforzato le proprie reti nel Sahel, in Somalia, in Mozambico e nell’Africa occidentale. Per gli apparati di sicurezza occidentali il rischio è che il continente africano diventi la nuova piattaforma operativa per attentati internazionali, traffici illegali e reclutamento jihadista.
A Gaza ucciso il capo milizare di Hamas
Quaasi in simultanea, un’altra operazione militare ha riacceso il conflitto in Medio Oriente. A Gaza, Israele ha annunciato di aver colpito Izz al-Din al-Haddad, leader dell’ala militare di Hamas e successore dei fratelli Sinwar alla guida del gruppo armato palestinese. Con lui sono morte la moglie e la figlia. L’attacco israeliano è avvenuto nel quartiere di Rimal, a Gaza City, dove l’aviazione avrebbe colpito un edificio ritenuto un nascondiglio del comandante jihadista. Secondo fonti militari israeliane, tre caccia avrebbero sganciato tredici bombe sull’obiettivo, mentre un secondo raid avrebbe colpito un veicolo in fuga per impedire eventuali tentativi di evacuazione. Israele sostiene che Haddad fosse responsabile diretto della pianificazione dell’attacco del 7 ottobre 2023, che provocò circa 1.200 morti e il rapimento di 251 persone.
Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno rivendicato personalmente l’operazione, definendo Haddad «uno dei principali artefici del massacro del 7 ottobre». Secondo Israele, il comandante di Hamas ha coordinato omicidi, sequestri e attacchi contro civili israeliani e militari delle Forze di Difesa Israeliane, mantenendo inoltre numerosi ostaggi come scudi umani durante la guerra. Haddad era considerato una figura quasi leggendaria all’interno delle Brigate al-Qassam. Parlava ebraico, utilizzava continui spostamenti tra rifugi sotterranei e nascondigli e aveva assunto il comando di Hamas a Gaza dopo la morte di Muhammad Sinwar nel maggio 2025. Prima di lui, la leadership era passata da Yahya Sinwar, eliminato da Israele nell’ottobre 2024. Per questo motivo Haddad rappresentava l’ultimo grande comandante della vecchia struttura militare di Hamas sopravvissuto alla campagna israeliana.
L’eliminazione simultanea di leader jihadisti in Africa e Medio Oriente mostra come la guerra globale al terrorismo stia entrando in una nuova fase. Dopo anni concentrati soprattutto sulla competizione con Cina e Russia, gli Stati Uniti stanno tornando a investire pesantemente nelle operazioni contro il jihadismo internazionale, mentre Israele continua la sua strategia di decapitazione sistematica dei vertici di Hamas. Il messaggio politico è chiaro: colpire i leader per destabilizzare le organizzazioni terroristiche, ridurne la capacità operativa e impedire la ricostruzione delle reti internazionali. Le operazioni condotte tra Nigeria e Gaza dimostrano come la guerra globale al terrorismo sia entrata in una nuova fase caratterizzata da raid chirurgici, intelligence sempre più avanzata e cooperazione internazionale tra eserciti e servizi segreti. Stati Uniti e Israele stanno puntando a smantellare le catene di comando delle organizzazioni jihadiste colpendo direttamente i leader più esperti e difficili da sostituire. Dall’Africa occidentale al Medio Oriente, il confronto contro Isis e Hamas continua quindi a evolversi in un conflitto permanente e ad alta intensità, dove la superiorità tecnologica e informativa è diventata decisiva quanto la forza militare sul terreno.
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2026-05-16
India, dall’euforia alla disciplina: l’economia di Nuova Delhi entra in una nuova fase
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Una veduta del mercato di Karol Bagh a Nuova Delhi (Getty Images)
Tra volatilità dei mercati, pressioni sulla rupia e investimenti più selettivi, l’India affronta una fase di maggiore cautela. Il nodo ora è trasformare ambizioni economiche e peso geopolitico in crescita più solida e credibile.
L’India non è mai stata un mercato semplice. È troppo grande, troppo federale, troppo stratificata politicamente e troppo diseguale nel suo sviluppo per essere letta con categorie sbrigative. Chi ha immaginato di trovarvi la scala della Cina, la rapidità esecutiva del Golfo e le uscite finanziarie della Silicon Valley ha finito per scontrarsi con una realtà diversa. L’India non premia il capitale impaziente. Premia chi sa distinguere tra potenziale demografico e costruzione reale di valore.
La fase attuale va letta in questa chiave. Il rallentamento di alcuni flussi di investimento, la maggiore prudenza dei fondi, la volatilità dei mercati e le pressioni sulla rupia non indicano necessariamente un indebolimento strutturale del Paese. Segnalano piuttosto il passaggio da una stagione di entusiasmo a una stagione di selezione. Dopo anni in cui l’India ha beneficiato della liquidità globale, del riposizionamento delle catene produttive, della ricerca di alternative alla Cina e dell’attrazione politica di una grande democrazia asiatica, era inevitabile che alcuni prezzi venissero messi alla prova.
Questo non è un fallimento della storia indiana. È una sua maturazione.
Per diversi anni, una parte degli investimenti è stata sostenuta non solo dai fondamentali, ma anche dal racconto. Il mercato indiano è stato presentato come l’alternativa naturale alla Cina, il grande spazio del consumo futuro, il laboratorio digitale del Sud globale, il ponte tra demografia e tecnologia. Molto di questo è vero. Ma nessuna economia, per quanto promettente, può vivere a lungo di aspettative senza essere richiamata alla disciplina degli utili, della produttività e dell’esecuzione.
Una maggiore cautela degli investitori può persino essere salutare. L’India non ha bisogno di capitali che arrivano solo per inseguire il momentum e si ritirano al primo segnale di volatilità. Ha bisogno di capitali capaci di accompagnare cicli lunghi: infrastrutture, manifattura, transizione energetica, logistica, sanità, agricoltura, inclusione finanziaria, digitalizzazione dei consumi. Sono settori che non offrono sempre ritorni immediati, ma costruiscono capacità nazionale.
La critica sulle valutazioni merita attenzione. Molti asset indiani sono costosi. Molti imprenditori valutano le proprie società come se la crescita futura fosse già acquisita. I mercati pubblici hanno talvolta alimentato questa fiducia. È comprensibile, dunque, che gli investitori chiedano maggiore disciplina. Ma anche questa non è una cattiva notizia. Può obbligare imprese familiari, fondatori e fondi a un confronto più serio sul valore reale, sulla governance, sui margini e sulla qualità della crescita.
L’India sta pagando, come molte economie emergenti, un contesto internazionale meno favorevole. Le tensioni in Medio Oriente pesano sul prezzo dell’energia. La vulnerabilità delle rotte marittime incide sulle catene di approvvigionamento. L’incertezza monetaria globale rende più selettivo il capitale. Per un Paese che importa gran parte del proprio fabbisogno energetico, ogni scossa nel Golfo o nello Stretto di Hormuz può tradursi rapidamente in pressione su inflazione, conti esterni e bilanci familiari.
Ma vulnerabilità non significa fragilità.
Negli ultimi anni l’India ha costruito riserve, rafforzato il sistema bancario, contenuto il deficit delle partite correnti, ampliato la base fiscale e investito in infrastrutture con una continuità rara nella sua storia recente. Il sistema dei pagamenti digitali, la formalizzazione di parti dell’economia, l’espansione delle reti logistiche e la maggiore solidità del credito hanno modificato la capacità dello Stato e delle imprese di assorbire shock esterni. I rischi restano, ma non colpiscono più la stessa economia di dieci anni fa.
Il punto centrale è che l’India non può più essere giudicata solo come un mercato emergente promettente. Viene giudicata rispetto alle proprie ambizioni. Ed è un test più severo.
Per attrarre la prossima fase di capitale, non basteranno la demografia, la dimensione del mercato interno o la posizione geopolitica. Serviranno uscite più chiare per gli investitori, mercati obbligazionari più profondi, tempi giudiziari più rapidi, regole fiscali più prevedibili, migliore governance urbana, contratti più facilmente esigibili e costi logistici più bassi. Queste non sono richieste ostili all’India. Sono le condizioni perché l’ambizione indiana diventi pienamente credibile.
La trasformazione di fondo, tuttavia, resta intatta. Il mercato interno è ancora ampio e sotto-penetrato. Il ciclo infrastrutturale non è esaurito. Il sistema bancario è più sano. La spinta manifatturiera è imperfetta, ma reale. L’infrastruttura pubblica digitale ha creato una piattaforma che pochi Paesi emergenti possono eguagliare. La rilevanza geopolitica dell’India è aumentata, non diminuita, mentre governi e aziende cercano alternative a una dipendenza eccessiva dalla Cina.
Qui sta la differenza tra una correzione e un’inversione di rotta. Una correzione impone disciplina. Un’inversione segnala perdita di direzione. L’India oggi affronta la prima, non la seconda.
Esiste anche un equivoco frequente. L’India non sta cercando di crescere seguendo un modello puramente export-led. La sua strategia combina domanda interna, investimenti pubblici, politica industriale selettiva, welfare, digitalizzazione e posizionamento geopolitico. Questo rende il percorso più complesso, ma anche meno dipendente da una sola fonte di crescita. I capitali esteri sono importanti, portano disciplina e reti globali. Ma non definiscono da soli la traiettoria del Paese.
La vera questione non è se alcuni investitori stiano diventando più prudenti. La vera questione è se l’India saprà usare questa prudenza per migliorare la qualità della propria crescita. Un momento di maggiore selettività può diventare utile se accelera le riforme necessarie: energia più sicura, infrastrutture più efficienti, giustizia commerciale più rapida, mercati del lavoro e della terra più prevedibili, maggiore trasparenza regolatoria.
L’India non deve rispondere allo scetticismo con la retorica. Deve rispondere con l’esecuzione. Le grandi formule sul 2047 e sullo status di economia sviluppata hanno senso solo se accompagnate da risultati visibili nei porti, nella logistica, nella formazione, nell’industria, nella fiscalità, nelle città e nella fiducia istituzionale.
Un’India più matura sarà inevitabilmente meno spettacolare dell’India dei roadshow finanziari. Avrà correzioni, delusioni, valutazioni riviste, cicli meno euforici. Ma avrà anche scala, resilienza, risparmio interno, capacità tecnologica e una posizione strategica che pochi altri Paesi possono rivendicare.
La domanda, dunque, non è se la storia economica indiana si stia esaurendo. È se il mondo è pronto a guardarla con meno superficialità. L’India non è un miracolo da celebrare né una bolla da liquidare. È una grande economia in costruzione, con tutte le frizioni che questo comporta.
E proprio per questo, forse, la fase attuale non indebolisce il caso indiano. Lo rende più serio.
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Stefano Bonaccini, Michele De Pascale e Elly Schlein (Ansa)
I numeri della Regione rossa lo certificano: gli immigrati non diventano autosufficienti.
Cosa non si fa pur di avere una società multiculturale e inclusiva? Basta confezionare l’importazione di sacche di povertà e disagio in un fenomeno da affrontare con «approcci intersezionali», «interculturali».
Affinché «nessuno si possa sentire o percepire estraneo». Belle parole. Peccato che per il sistema Regione c’è un elemento imprescindibile. Mettere mano al portafogli e al welfare. Servizi sociali, case popolari e Naspi per la disoccupazione.
Un flop del modello accoglienza targato Emilia-Romagna raccontato dai dati contenuti nella relazione sull’attuazione della Legge regionale 5/2004 dedicata all’integrazione dei cittadini stranieri immigrati. Al di là dei toni rosei del programma «Emilia-Romagna plurale, equa ed inclusiva», dal quadro che emerge, c’è ben poco del romanticismo con cui la Regione rossa tenta di descrivere la proprie battaglie a favore delle «risorse» straniere.
Il 28,8% dei cittadini che ogni giorno si mettono in fila agli sportelli dei servizi sociali regionali sono stranieri. Con richieste che per circa il 30% servono a soddisfare bisogni primari: affitti, bollette, contributi e buoni spesa. E poi case e alloggi, in una misura almeno doppia rispetto agli italiani. Naturale conseguenza delle condizioni di generale povertà della popolazione straniera, dove il tasso di disoccupazione regionale è di almeno il 10%, contro solo il 3,3% dei cittadini italiani. Aspetto anche questo del tutto in linea con le basse scolarizzazione e qualificazione della popolazione immigrata, 579.000 cittadini in Emilia-Romagna, pari al 12,9% della popolazione. Considerando quanti lavorano, oltre il 75% si trova impegnato in mansioni operaie e senza specializzazione.
Nulla, però, che i dati di Inps e Istat non raccontassero da tempo, ammesso che si voglia leggerli senza paraocchi ideologici. Ossia che almeno un terzo degli stranieri si trova in condizioni di povertà assoluta e che la popolazione immigrata, mediamente, appartiene a quelle fasce di reddito che versano solo il 23% dell’Irpef complessiva. In poche parole, rappresenta per buona parte una fascia di cittadini non autosufficiente per le funzioni base del welfare. Realtà che l’amministrazione regionale sembra, però, non voler vedere visto che l’inseguimento «della pluralità come valore» e «dell’equità come indirizzo strategico per ridurre le disuguaglianze» non è accompagnato da una seria analisi di quanto questo modello di pluralità assistenziale impatti sui contribuenti emiliano romagnoli. Un tema che riflette l’andamento nazionale, dove l’80% del peso fiscale italiano, di fatto, si regge su un risicato 27% di cittadini, con redditi dai 29.000 euro in su tra i quali non rientra di certo la maggioranza degli stranieri.
Come se non bastasse, i dati del report raccontano anche di un altro carico per il sistema Regione, a partire dalla scuola dove gli stranieri sono il 18,9% del totale, la quota più alta d’Italia. Il 47% degli studenti stranieri delle superiori, però, è in ritardo scolastico, contro il 16% degli italiani. Per non parlare dei licei, appannaggio di solo due studenti stranieri su dieci. Altro tasto dolente è quello dei sistemi di accoglienza, che di fatto offrirebbero una sponda allo sfruttamento lavorativo. Centri Cas (Centri di accoglienza straordinaria) e Sai (Sistema di accoglienza e integrazione) spesso diventano luoghi privilegiati di primo contatto e avvio allo sfruttamento. Caporalato, lavoro nero in edilizia, logistica e ristorazione.
Fenomeno che non risparmia nemmeno i giovanissimi arrivati in qualità di minori stranieri non accompagnati e che dopo l’uscita dai percorsi di tutela vengono coinvolti in contesti lavorativi «grigi» o «neri», anche per la necessità di reperire una occupazione ai fini della conversione del permesso di soggiorno e della permanenza in Italia. Martedì prossimo la IV Commissione dedicata alle Politiche per la salute e sociali dovrà decidere se confermare la legge o cambiare rotta.
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Tifosi del Como (Ansa)
Niente esodo a Cremona per i tifosi del Como: ancora una volta invece di gestire l’ordine pubblico, si preferisce far pagare dazio a tutti. Ma è un modello illiberale.
La marcia del calcio italiano verso l’autodistruzione non conosce sosta. Dopo la surreale commedia dello spostamento (di mezz’ora) delle partite di domenica, causa improvvisa scoperta della finale degli Internazionali di tennis, il Como non potrà avere i suoi tifosi al seguito a Cremona per via di vecchie ruggini tra le due tifoserie. Dopo la penalizzazione di tre mesi inflitta quest’inverno a tutti i tifosi del Verona e del Pisa, si fa strada sempre più un modello di calcio plastificato, televisivo, asettico.
Come se non bastasse la settimana di ridicolo con il ping pong tra Lega, prefettura di Roma e Tar sugli orari del penultimo turno di Serie A, ieri è diventato praticamente ufficiale il divieto per i tifosi del Como di seguire la squadra in una trasferta a Cremona che può valere la Champions. Nella segnalazione dell’Osservatorio al Casms, il Comitato che analizza la sicurezza delle competizioni sportive, si consiglia di chiedere al prefetto di Cremona di bloccare l’accesso allo stadio a tutti i residenti nella provincia di Como e di prendere in considerazione tutti i provvedimenti restrittivi del caso. Scontato che il Cams farà propria questa linea e che la Prefettura si adeguerà, semplificando la vita a tutti quanti. L’Osservatorio fa notare che identico provvedimento fu preso per la partita di andata nei confronti dei tifosi grigiorossi. È vero, e infatti non successe nulla. Ma va ricordato che i tifosi della Cremonese, quella domenica, pagarono con quel divieto i disordini che erano avvenuti la settima prima, a poche ore dall’inizio della partita casalinga con il Parma.
Sarebbe anche giusto ricordare altri precedenti. In Cremonese-Como, giocata in serie B il 9 marzo 2024 (terminata 2-1 per il Como), il lariano Gabriel Strefezza fu espulso con un rosso diretto dopo 14 minuti del primo tempo, in una partita gagliarda ma dove non ci fu nessuno scontro tra tifosi. L’Osservatorio, per giustificare il presunto allarme per domani, torna allora indietro alla primavera del 2022 e parla di «gravi disordini». Come racconta La Provincia del 6 maggio 2022, la Cremonese ottenne la promozione in A proprio a Como e i tifosi grigiorossi erano ovunque. Alcuni furono persino spostati in tribuna, con una decisione che si è poi rivelata discutibile perché non riuscivano più a separare gli uni dagli altri. Ci fu qualche contatto tra le due tifoserie, ma il giornale annota che «nessuno è stato portato in ospedale» e «sono stati lanciati alcuni fumogeni e nulla più». Insomma, non sembra un gran precedente. Una delle asimmetrie che continuano a crearsi con questa filosofia di gestione delle partite in trasferta è che i club piccoli vanno a giocare fuori senza nessuno, mentre squadre come Juventus, Inter o Napoli riempiono mezzo stadio dappertutto. Non è una caso che la mano dura sia stata usata quest’anno anche con altri due club con tifosi tutti concentrati nelle province di appartenenza. Alla fine di ottobre, dopo una serie di scontri a Pisa causati anche da una gestione dell’ordine pubblico assai discussa (fu lasciata «scoperta» una stazione ferroviaria), i tifosi del Verona e dei nerazzurri toscani vennero bloccati dal Viminale per ben tre mesi. Questo giornale fu uno dei pochi a osservare che non aveva senso punire migliaia di sostenitori per bene e pacifici. E il ministro Andrea Abodi prese posizione: «Che questo tempo di riflessione (…) serva a comprendere quale dovrà essere il modello futuro nel quale ognuno deve rispondere del proprio comportamento e chi vuole andare a un evento sportivo in pace non veda limitata la propria libertà semplicemente perché la società, e non lo sport, ha qualche delinquente che passa da teppista ad assassino». Sono passati sette mesi e sembra che nessuno abbia riflettuto su niente.
L’unica buona notizia per l’ultima di campionato riguarda il traffico sulla A1 tra Milano e Bologna. Ci saranno solo i tifosi dell’Inter che vanno a Bologna. Niente unni comaschi in giro e Autogrill tutti per i campioni d’Italia.
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