Daniele Capezzone con il vicedirettore Francesco Borgonovo: situazione Covid e corsa al Colle.
Daniele Capezzone con il vicedirettore Francesco Borgonovo: situazione Covid e corsa al Colle.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani (Ansa)
Il vicepremier auspica un ritorno alle origini dopo la fine del conflitto. I raid ucraini colpiscono in Russia la base di Volgograd e l’oleodotto di Vtorovo, mentre Zelensky chiede al Cremlino «un passo verso la pace».
Roma guarda al futuro ripristino di relazioni positive fra Italia e Russia. L’ha ribadito il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, al forum di Dubrovnik (l’antica Ragusa veneziana) in Croazia, precisando che la crisi con Mosca è dovuta solo alla temporanea situazione del conflitto russo-ucraino: «Non stiamo combattendo contro la Russia.
La Russia sta combattendo contro l’Ucraina. Noi sosteniamo il diritto internazionale. In futuro vogliamo avere buoni rapporti con la Russia, come in passato. Ma ora dobbiamo rispettare il diritto internazionale e metter fine a questa guerra. Dobbiamo combattere usando la diplomazia. Per questo occorre che gli europei siano più uniti». Tajani ha aggiunto che «l’Italia lavora duramente per l’adesione all’Unione europea dei Paesi balcanici, oltre che di Ucraina e Moldova».
L’amicizia italo-russa era stata rafforzata nell’ultimo ventennio dal premier Silvio Berlusconi, amico personale del presidente russo Vladimir Putin. Rinnovo di un’eredità antica, se si pensa alla visita del 1909 dello zar Nicola II alla reggia piemontese di Racconigi, ospite di re Vittorio Emanuele III, o, in epoca sovietica, agli accordi industriali del 1966 tra la Fiat e la Lada-Vaz per produrre su licenza l’utilitaria Fiat 124, chiamata Zigulì dai russi.
La pace, tuttavia, resta lontana. Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha chiesto un incontro con Putin, ma a condizione di un ritiro delle truppe di Mosca. Irrealistico poiché nessuno abbandona terre pagate sangue se non costretto con la forza. Ha detto: «La Russia deve uscire dall’Ucraina con la sua guerra, non vogliamo alcuna guerra. L’Ucraina ha avanzato proposte ai nostri partner chiave, e gli amici di Putin hanno anche sentito da noi che un incontro è possibile e che porre fine a questa guerra è possibile. La Russia deve ora compiere quel passo verso la pace». Le truppe russe seguitano a pressare in più punti del fronte e ieri avrebbero conquistato il villaggio di Novoskelevatoye, nella zona di Dnipropetrovsk.
Kiev reagisce con lo stillicidio di droni e missili su obbiettivi in Russia. Ciò ha fatto dire al segretario generale della Nato, Mark Rutte, all’Atlantic council di Washington: «L’Ucraina sta andando bene. Sono ancora all’avanguardia rispetto ai russi in innovazione, per esempio nei droni e nei sistemi antidrone. Hanno sempre più successo nel colpire infrastrutture energetiche e di supporto alla difesa in Russia. La produzione delle raffinerie russe è diminuita di un terzo». Ha aggiunto che «spendono oltre il 40% per la Difesa, quasi il 50%, significa che più del 70% delle entrate fiscali in Russia è speso per la Difesa». Il ministero della Difesa di Mosca ha affermato di aver abbattuto in 24 ore «511 droni ucraini e tre missili da crociera Flamingo». Zelensky ha esaltato l’assalto di cinque missili FP-5 Flamingo a una fabbrica militare di Volgograd, l’ex-Stalingrado, che ha causato un morto e dieci feriti. È stato bersagliato il Centro federale di ricerca e produzione Titan-Barrikady, che produce sistemi per missili balistici Yars, Topol-M e Iskander-M, nonché cannoni semoventi. Simbolo della storia della città, che in epoca zarista si chiamava Tsarytsin, la fabbrica nacque nel 1914 come «fabbrica munizioni Tsarytsin». In epoca sovietica, mentre la città veniva intitolata a Stalin, la fabbrica divenne «Barricate rosse» e fu al centro di combattimenti urbani fra russi e tedeschi nella battaglia di Stalingrado del 1942. Il missile Flamingo, più grosso di un Tomahawk americano, è lungo 12 metri, più 2 metri di booster per il lancio dal suolo, e avrebbe una testata da 1150 chili e un raggio d’azione fino a 3000 chilometri. È tra gli esempi di joint venture fra aziende ucraine e straniere, infatti è prodotto dalla Fire point di Kiev, ma il progetto viene dalla ditta anglo-emiratina Milanion, che lo presentò alla fiera Idex del 2025.
Fra altre incursioni di ieri, il servizio segreto ucraino Sbu ha annunciato che le «unità speciali Alpha hanno colpito con droni» la stazione di pompaggio di Vtorovo, nella regione di Vladimir, asservita all’oleodotto che rifornisce Mosca di gasolio. L’oleodotto, della società Transneft-verkhnyaya olga, alimenta le cisterne della capitale, sia per i consumi locali, sia per l’esportazione, con diramazioni verso i porti del Mar Baltico. La stazione di pompaggio era già stata colpita il 24 maggio e il10 giugno. È sempre arduo quantificare i danni causati dagli ordigni ucraini, che talvolta possono colpire gli obbiettivi di striscio o come rottami di ricaduta, il che limita la portata delle distruzioni.
Di nessun valore militare, se non culturale, è invece il museo «Sambekskie vysoty» di Rostov, dedicato «agli eroi della Grande guerra patriottica (1941-1945)». Qui un velivolo ucraino senza pilota ha ferito 12 persone. Anche i russi martellano. Notevole è stata la distruzione di due caccia ucraini Mig-29 pronti al decollo, già carichi di bombe, sulla pista della base aerea di Voznesensk, nella regione di Nikolaev. Sono stati centrati al suolo con due droni Geran 4, versione potenziata dai russi dello Shahed iraniano, col motore a elica rimpiazzato da un turbogetto. Un terzo Mig-29 ucraino potrebbe essere stato abbattuto in volo dai russi presso Poltava. Kiev ammette solo «la perdita del velivolo», ma il pilota s’è salvato col sedile eiettabile. L’aviazione russa ha lanciato 30, fra droni e bombe aeree, sulle regioni di Sumy e Dnipropetrovsk e ha colpito la raffineria di petrolio Yukoil di Zaporizhzhia. Ognuna delle due parti spera nell’esaurimento del nemico.
Continua a leggereRiduci
Le foto dell'appartamento di via Montiglio, in zona Pineta Sacchetti a Roma, dove sono stati trovati uccisi a coltellate Kamal Uddin, la moglie Hosnejahan Momotaj e la loro bimba Arowa (Ansa)
A Roma un bengalese uccide tre connazionali a colpi di mannaia. Era in attesa da oltre un anno di ottenere il permesso di rifugiato.
Il killer che ha ucciso tre persone e ne ha ferita un’altra è un bengalese che aveva fatto richiesta di protezione internazionale più di un anno fa. Secondo le prime ricostruzioni, avrebbe ammazzato in due fasi distinte: prima la mamma e la figlia, poi il marito che stava rientrando a casa.
Un anno fa ha chiesto all’Italia la protezione internazionale e, in attesa della decisione, l’altra sera, secondo gli investigatori, avrebbe raggiunto una famiglia di connazionali con una mannaia tra le mani. Shahadat Hossain, ProPal quarantatreenne originario del Bangladesh e sedicente (sui suoi social) vicesegretario generale della sezione Monte Mario del Bnp, il Partito nazionalista del Bangladesh, è il sospettato ricercato per il triplice omicidio di Casalotti, periferia ovest di Roma, via Montiglio: qui sono stati uccisi Kamal Uddin, 39 anni, sua moglie Hosnejahan Momotaj, 38, e la loro bambina Arowa di otto anni (le due avevano raggiunto Kamal in Italia meno di un anno fa). L’altro figlio della coppia, Amir, 20 anni, è ricoverato al Policlinico Gemelli con ferite da taglio e politraumi (non sarebbe in pericolo di vita).
A indicare il nome del sospettato agli investigatori sarebbe stato proprio l’unico sopravvissuto: il ragazzo è stato soccorso da un vicino di casa all’ingresso dello stabile dopo essere riuscito a uscire, insanguinato, dall’appartamento. «Era disteso in mezzo alla carreggiata, continuava a chiedere aiuto e perdeva molto sangue», ha poi riferito l’uomo agli investigatori. Il percorso della sua fuga è tracciato dalle impronte insanguinate sulle scale e sul pianerottolo lasciate mentre, scalzo, ha tentato di salvarsi, dopo la colluttazione.
Chi indaga sta ora cercando di isolare quelle impronte per stabilire quali siano quelle dell’assassino. La fotografia di Hossain è stata diffusa dalla polizia di Stato sui canali social e agli organi di stampa. La richiesta è precisa: chiunque abbia indicazioni o informazioni utili a rintracciarlo può contattare la Squadra mobile. Si lavora sull’ipotesi passionale. Perché Hossain, considerato dagli Uddin un amico di famiglia, avrebbe in passato rivolto attenzioni a Hosnejahan, per la quale, si sospetta, potrebbe aver maturato un’ossessione. E venerdì sera, mentre i due uomini della famiglia erano ancora fuori a lavorare (Kamal, che viveva a Roma ormai da una quindicina d’anni, era conosciuto come «quello del supermercato», perché aiutava i clienti a imbustare la spesa e a riordinare i carrelli), si sarebbe presentato alla porta dell’abitazione di via Montiglio.
Non è ancora chiaro se la mattanza sia stata premeditata. Di certo, però, il delitto si è consumato in due fasi. Prima sarebbe stata aggredita la donna. Poi la bambina. I cadaveri sarebbero stati quindi trascinati e nascosti sotto un letto. Subito dopo l’assassino avrebbe cercato velocemente di cancellare alcune tracce di sangue dall’appartamento. Verso le 22, però, sarebbero rientrati il marito e il figlio maggiore. A quel punto anche loro sarebbero stati aggrediti. L’allarme è stato dato dai vicini, attirati dalle urla provenienti dall’abitazione al primo piano.
Alcuni condomini hanno riferito agli agenti di aver visto una persona fuggire dal palazzo: «Indossava una maglia blu», ha raccontato un testimone. E proprio una maglia blu è stata poi repertata negli ultimi metri di via Montiglio, nel parcheggio di un’abitazione. Con molta probabilità sarebbe quella indossata dall’assassino. La mannaia, invece, era ancora nell’appartamento. Probabilmente con le impronte del macellaio stampate sopra (bisognerà anche stabilire se l’assassino ce l’aveva con sé o se era già nell’appartamento delle vittime). Di Hossain, però, si sono perse le tracce. Ieri l’area di Marconi è stata mappata dall’alto con l’impiego di droni. Da Bologna, invece, è arrivata una segnalazione che sembrava corrispondere all’alert diramato, ma l’uomo poi rintracciato tra i passeggeri di un Frecciarossa non era il sospettato. L’irruzione nell’abitazione del ricercato, stesso quartiere, a poche centinaia di metri dal luogo della strage, ha dato esito negativo. L’uomo avrebbe lasciato però una traccia social (il profilo è seguito da quasi 10.000 follower), postando, proprio venerdì, tra una foto in moschea e l’altra in compagnia dei leader del principale partito d’opposizione del suo Paese, un’immagine con la copertina dell’album «Suhane Pal» del cantautore indiano Kishore Kumar. La grafica è dominata dal colore rosso e riporta un ritratto dell’artista. Poi un’ambigua frase dal tenore sibillino che il traduttore automatico di Facebook riporta così: «Un uomo non muore da solo […]. Ecco perché dovresti morire con i tuoi cari. Così nessuno deve soffrire per nessuno».
Accanto alla sua foto, invece, si è descritto con queste parole: «Sono emotivo, ma non per questo senza principi. Sono una persona semplice e genuina, ma non per questo debole». Di certo, come certifica una delle foto pubblicate, maglia rossa e megafono in pugno, arringava i suoi connazionali durante una manifestazione politica o, forse, sindacale. Anche per questo le verifiche si stanno allargando. Le ricerche si sono quindi estese a Frosinone, dove aveva lavorato (pare in un’azienda agricola) e chiesto asilo un anno fa in Questura. E dove, pare, abbia mantenuto delle relazioni. Ma anche all’estero (dei collegamenti sarebbero spuntati in Inghilterra). Mentre continua la caccia all’uomo, il procuratore aggiunto Giuseppe Cascini ha disposto le autopsie, che verranno eseguite la prossima settimana nell’Istituto di medicina legale del Policlinico Gemelli. In quello stesso ospedale è ricoverato, in prognosi riservata, con ferite da taglio, il sopravvissuto. È lui, per ora, il testimone chiave. L’unico che potrà raccontare con precisione cosa sia accaduto venerdì sera in quell’appartamento.
Continua a leggereRiduci
Ci siamo ispirati a un classico: il pesto che prevede oltre al basilico, fagiolini e patate. Ebbene, ecco una variazione che mette in rilievo sapori ancora più freschi e vegetali in una preparazione gustosa, semplice e rapida, adatta a contrastare la calura estiva. E che rende omaggio a un «figlio» dell’orto sempre un po’ negletto e che invece ha non solo ottime proprietà nutrizionali, ma anche inflessioni di gusto di accentuata piacevolezza: i fagiolini.
Ingredienti – 360 gr di trenette di grano italiano integrali, 160 gr di fagiolini, 180 gr di formaggi caprini, una decina di foglie di menta, 4 o 5 cucchiai di Parmigiano Reggiano o Grana Padano grattugiati, sale, pepe, olio extravergine di oliva qb.
Procedimento – Iniziate mondando i fagiolini, lavateli e poi fateli a pezzetti non troppi piccoli. In una capace pentola metteteli a lessare in acqua leggermente salata. In una padella versate un paio di cucchiai di olio extravergine di oliva e fate stemperare i caprini che avrete sminuzzato. Trascorsi 4 minuti buttate la pasta nella stessa pentola dei fagiolini e aiutandovi con un po’ di acqua di cottura della pasta stemperate ben bene i caprini sino a ridurli a crema. Sminuzzate le foglie di menta. Scolate pasta e fagiolini assieme e passateli in padella nella crema di caprino. Aggiustate di sale e di pepe, se serve anche con un altro giro di olio extravergine di oliva, aggiungete la menta sminuzzata e abbondate formaggio grattugiato e servite.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di mondare i fagiolini.
Abbinamento – Data la freschezza del piatto abbiamo pensato a un bianco valdostano sapido e soave: la Petite Arvine. In alternativa Pigato del Ponente ligure o Bianchetta genovese.
Continua a leggereRiduci







