Daniele Capezzone con il vicedirettore Francesco Borgonovo: situazione Covid e corsa al Colle.
Daniele Capezzone con il vicedirettore Francesco Borgonovo: situazione Covid e corsa al Colle.
Giorgia Meloni (Ansa)
«I risultati per me non sono sufficienti, questo è l’anno in cui si cambia marcia. Però la magistratura vanifica molti provvedimenti». Verissimo, infatti la riforma Nordio è solo un primo passo. Ecco qualche suggerimento.
Massimo Basile, lo zio di Aurora Livoli, la giovane di Latina abusata e uccisa in un vialetto alla periferia di Milano, non ha dubbi. Da avvocato con esperienza quarantennale ha commentato l’arresto dell’assassino della nipote, un peruviano già condannato per violenza che non avrebbe dovuto trovarsi in Italia, con parole chiare. «Se ci fossero stati certezza della pena e certezza sui provvedimenti di espulsione, sicuramente ci saremmo risparmiati questo strazio e questo dolore».
Ma non c’è solo Emilio Gabriel Valdes Velazco, stupratore e omicida della diciannovenne. La lista di clandestini lasciati liberi di aggredire, derubare, violentare e uccidere è lunga e quasi sempre alle origini del crimine c’è l’inefficienza della macchina della giustizia. Lo dice sempre l’avvocato Basile: «In questi momenti si palesa tutta l’inadeguatezza del sistema giudiziario». Del resto, basta scorrere le pagine di cronaca, partendo dal caso Iris Setti, una pensionata di 61 anni che nell’agosto di due anni fa ebbe la sventura di attraversare il parco Nikolajewka a Rovereto per recarsi dall’anziana madre. Lì incontrò il suo assassino: un nigeriano senza fissa dimora, già noto per le scorribande e le molestie, che prima la picchiò, poi la violentò e infine la uccise. Doveva essere espulso oppure in carcere, ma la Procura aveva ritenuto che non ci fosse motivo di arrestarlo, nonostante le risse e le minacce. Dal Trentino alla Puglia, dove un marocchino irregolare, senza permesso di soggiorno e con precedenti, ha rapinato e assassinato una tabaccaia di 75 anni a Foggia. Aveva già una condanna ed era rinchiuso in un centro per il rimpatrio, ma nonostante il curriculum da delinquente un giudice aveva deciso di non convalidare il trattenimento e dunque è stato lasciato libero di uccidere.
Dal Sud di nuovo al Nord, a Milano, dove un irregolare del Camerun con una spranga ha colpito tre volte alla testa un trentunenne incontrato per caso alla fermata dell’autobus. Ovviamente la risorsa africana aveva precedenti, ma nessuno si era preoccupato di metterlo dietro le sbarre. Sempre in Lombardia, a San Zenone al Lambro, un altro clandestino ha aggredito e stuprato una ragazza di 18 anni nei pressi della stazione del piccolo centro fra la provincia di Milano e quella di Lodi. L’elenco potrebbe continuare, ma quasi sempre le storie hanno per protagonisti stranieri che non dovrebbero trovarsi in Italia, e per i quali la magistratura ha reso impossibile l’espulsione, vuoi perché se n’è dimenticata, vuoi per l’applicazione di tutte le attenuanti possibili, come nel caso dell’assassino di Iris Setti.
Del resto, per capire quanto sia difficile rispedire a casa chi non ha titolo per restare in Italia lo dimostra anche il caso dei centri di rimpatrio in Albania. Costruiti per scoraggiare gli arrivi e incentivare le espulsioni, il Cpr di Gjader e l’hotspot di Shengjin sono stati da subito osteggiati dai giudici. Il trasferimento sulla costa adriatica di Tirana dovrebbe servire per impedire ai clandestini di aggirarsi nelle nostre strade e allo stesso tempo accelerare il rimpatrio. Ma nonostante molti dei migranti trasferiti in Albania avessero precedenti penali anche gravi, i magistrati hanno negato il trattenimento e hanno ordinato di riportarli in Italia. E, ovviamente, di lasciarli in libertà.
Ha ragione il premier a dire che nel 2026 intende mettere la sicurezza al primo posto, non contenta di come le cose vanno in Italia. E ha ragione Meloni a spiegare che molte decisioni sono vanificate dalla magistratura. Proprio per questo ritengo che la riforma Nordio non possa che essere l’inizio: una toga che lascia libero un assassino, uno stupratore o un rapinatore che tornano a uccidere, a stuprare o a rapinare non può continuare a fare il giudice: come un medico che sbaglia un intervento deve essere sospeso.
Ma già che ci sono, suggerisco un’altra misura. Dopo la condanna del vicebrigadiere Emanuele Marroccella a tre anni di carcere, e a pagare 125.000 euro per aver sparato e ucciso un bandito che aveva ferito un carabiniere suo collega, propongo di varare una norma che almeno impedisca di rivalersi economicamente sugli uomini delle forze dell’ordine. In fondo lo Stato non paga gli errori giudiziari dei magistrati, impedendo alle vittime di agire nei confronti di giudici e pm? E allora perché carabinieri e poliziotti devono pagare di tasca propria i parenti di un criminale? Gli uomini delle forze dell’ordine sono servitori dello Stato. Dunque, paghi lo Stato. Ma forse sarebbe anche giusto chiedersi se sia corretto risarcire le famiglie di chi ha volontariamente scelto di delinquere e rischiare la propria vita e quella degli altri.
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Partita a razzo la sottoscrizione lanciata dalla Verità per aiutare il vicebrigadiere, condannato a tre anni per aver difeso un collega ferito da un siriano irregolare. Nel primo giorno dell’iniziativa le donazioni in favore del carabiniere sfiorano quota 20.000 euro. La somma che sarà raccolta servirà al militare per pagare la provvisionale: 125.000 euro complessivi che, secondo il giudice, dovrà versare ai familiari del clandestino morto nel 2020, bloccato durante un furto a Roma.
Qui di seguito le coordinate per la donazione:
Conto corrente intestato a Sei SpA
Iban: IT 60 R 02008 01628 000107393460
Causale: AIUTIAMO IL CARABINIERE
Il ministro della Difesa Guido Crosetto (Imagoeconomica). Nel riquadro l'avvocato Paolo Gallinelli, legale che assiste il vicebrigadiere Emanuele Marroccella
Parla Paolo Gallinelli, l’avvocato del vicebrigadiere Emanuele Marroccella, condannato per aver difeso un collega aggredito da un ladro: «La sentenza è stata durissima, ritiene di aver fatto solo il suo dovere. Ma è commosso dal sostegno del vostro giornale».
La sottoscrizione lanciata dalla VeritàVerità per aiutare il vicebrigadiere Emanuele Marroccella a pagare nel giro di pochi giorni una provvisionale di 125.000 euro ai parenti del pregiudicato siriano Jamal Badawi, ucciso dopo che aveva aggredito un collega del carabiniere il 20 settembre 2020 durante il tentativo di sventare un furto in uno stabile di Roma, «ha commosso» il mio assistito, riferisce l’avvocato Paolo Gallinelli che assieme al collega Lorenzo Rutolo assiste Marroccella.
Oltre a una condanna durissima, tre anni per «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi», rispetto alla richiesta del pm che aveva indicato due anni e sei mesi, il quarantaquattrenne carabiniere originario di Napoli deve versare alle parti civili una somma ingente, pari a sei anni di lavoro nell’Arma. Più il risarcimento (800.000 euro) che sarà chiesto nel processo civile
Avvocato Gallinelli, come sta reagendo il vice brigadiere?
«La sentenza è stata un colpo durissimo. Il sostegno dei colleghi e adesso questa iniziativa davvero “storica” da parte della Verità lo stanno aiutando. Non si aspettava certo una sottoscrizione, gli fa solo bene sapere che c’è ancora attenzione, rispetto per le forze dell’ordine».
Sperava in una condanna più lieve?
«Il vice brigadiere era convinto che sarebbe stato assolto perché il fatto non costituisce reato in quanto commesso nell’uso legittimo delle armi. È stata la nostra linea difensiva, non era configurabile l’articolo 55 del codice penale, il cosiddetto eccesso colposo».
Invece nemmeno le attenuanti generiche gli sono state riconosciute.
«Marroccella è distrutto. Già era stata dura per lui prendere atto che il colpo sparato aveva ucciso Badawi. Ha fatto mesi di terapia, fornita dall’Arma perché potesse tornare al suo lavoro con più serenità. Mai è stato sospeso, nemmeno dopo l’accaduto del 2020. Sempre operativo sul campo, vent’anni di servizio nel radiomobile di Roma. Un carabiniere modello».
È stata «una condanna che ha fatto piangere me e la mia famiglia» ha detto il vice brigadiere al ministro della Difesa Guido Crosetto, che l’ha chiamato invitandolo a «continuare a credere nello Stato e nella giustizia nei prossimi gradi di giudizio e non sentirti mai solo». Intanto, da servitore dello Stato il carabiniere si è ritrovato a essere pregiudicato.
«Si era preoccupato della tutela degli altri. Marroccella aveva intimato “alt carabinieri”, non aveva il colpo in canna. Dopo aver visto la reazione, l’aggressione violenta al collega Grasso, ha avuto paura che scavalcando il cancello per fuggire il siriano avrebbe colpito anche i carabinieri che erano fuori. Ha percepito l’estrema pericolosità del soggetto, pensava che fosse armato di coltello, solo dopo si è saputo che era un grosso cacciavite che comunque ha rischiato di perforare il polmone del Grasso».
I rilievi, le relazioni dei Ris hanno dimostrato che il carabiniere aveva sparato dall’alto verso il basso puntando alle gambe per bloccare il malvivente, non al busto.
«Infatti, ma in quel momento il Badawi si è abbassato per prendere lo slancio e saltare il cancello e il proiettile l’ha colpito ad altezza busto, piegato verso il basso».
Nella situazione contingente, il carabiniere poteva muoversi diversamente?
«Gli appartenenti alle forze dell’ordine hanno l’obbligo di intervenire, la scriminante dell’uso legittimo delle armi a favore del pubblico ufficiale non è un privilegio: devono tutelare i cittadini».
Il giudice gli ha attribuito l’eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi, oltre ogni ragionevole dubbio.
«Per noi avvocati della difesa, il dubbio doveva esserci per le relazioni dei Ris e perché le telecamere di sorveglianza non sono riuscite a riprendere il Badawi nel momento in cui veniva colpito, mentre se fosse stato in posizione eretta lo si sarebbe visto. Certezza non c’era dell’eccesso colposo, eppure è stato condannato un appartenente alle forze dell’ordine che ha l’obbligo di intervenire nell’adempimento del dovere».
Il carabiniere è sempre stato presente in tribunale?
«Sì, per tutte le dodici udienze, con colleghi e superiori. C’era anche la moglie, ultimamente. È stata una via crucis questo processo, per l’intera famiglia. Le parti civili volevano che fosse imputato addirittura di omicidio volontario, oltre a chiedere una provvisionale astronomica - 200.000 euro -per ciascun familiare. Ridotta poi dal giudice a 15.000 euro per ogni figlio la moglie del Badawi, a 5.000 euro per ciascuno dei suoi fratelli».
Come riferisce Carmine Caforio segretario generale Usmia, l’Unione sindacale militare interforze associati, il vice brigadiere ha detto: «Le parole del ministro Crosetto mi danno la forza per affrontare con più serenità i futuri gradi di giudizio e continuare a credere in ciò che ho giurato il giorno in cui, con orgoglio e onore, ho indossato per la prima volta l’uniforme dei carabinieri». Intanto voi preparate l’appello?
«Certo. Non si trattò né di legittima difesa né di eccesso colposo, ma di uso legittimo delle armi da parte di un pubblico ufficiale che non ha scelta: deve intervenire».
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Getty Images
Continuano le manifestazioni di protesta nel Paese, la polizia spara sui civili: oltre 40 i morti. Il leader degli ayatollah scrive su X per attaccare gli Stati Uniti. Reza Pahlavi, erede in esilio dello scià: «Prego Washington di intervenire per aiutare il mio popolo».
Ora l’Iran è isolato. In concomitanza con le manifestazioni di protesta di due giorni fa, il governo di Teheran ha letteralmente spento la rete Internet in gran parte del Paese rendendo difficili anche le comunicazioni telefoniche fisse e mobili. Anche ieri migliaia di persone sono scese in piazza e hanno manifestato in molte città, non solo a Teheran. Notizie di nuovi scontri con le forze di sicurezza arrivano da diverse aree, con i manifestanti che hanno dato fuoco a palazzi governativi e ad automobili per le strade.
A Zahedan, nel Sud-Est dell’Iran, le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sui dimostranti e sparato gas lacrimogeni per disperdere la folla riunita dopo la preghiera del venerdì. Immagini di agenti della polizia che sparano sui civili circolano su Internet. Anche a Yazd vi sono stati scontri tra la folla e la polizia nella notte. Secondo l’organizzazione norvegese Iran Human Rights i morti sarebbero ora 45, tra cui otto minorenni. I media statali parlano di 21 morti, tra cui diversi membri delle forze di sicurezza.
Il leader supremo del Paese, l’imam Sayyid Ali Khamenei, ieri ha utilizzato ampiamente il social di Elon Musk, X, per diffondere una serie di messaggi minacciosi nei confronti degli Stati Uniti e dei manifestanti. «I nostri nemici non conoscono l’Iran. In passato, gli Stati Uniti hanno fallito a causa della loro pianificazione errata. Anche oggi, i loro piani sbagliati li porteranno al fallimento», si legge in un post. E poi, in un altro: «Oggi la nazione iraniana è ancora più equipaggiata e armata di quel giorno (prima della rivoluzione, ndr). Sia la nostra forza spirituale sia le nostre armi convenzionali non possono essere paragonate a quelle che avevamo prima». E ancora: «Tutti dovrebbero sapere che la Repubblica islamica dell’Iran, fondata con il sacrificio di diverse centinaia di migliaia di persone onorevoli, non si tirerà indietro di fronte a coloro che causano distruzione».
Il leader in esilio del People’s Mojahedin organization of Iran, Maryam Rajavi, molto coccolata in Europa, ha espresso il suo sostegno alle manifestazioni. L’Europa ha alzato timidamente il capino e ha detto qualcosa per bocca della presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, che in un videomessaggio ha elogiato «una generazione che vuole liberarsi dal giogo dell’oppressione» e ha dichiarato che «l’Europa li ascolta».
A Metsola ha risposto a muso duro l’ambasciata iraniana su X, ancora una volta: «Respingiamo inequivocabilmente le dichiarazioni interventiste dei deputati al Parlamento europeo, inclusa il presidente, sugli affari interni dell’Iran. La loro ipocrisia e il loro approccio basato su doppi standard nei confronti di diritti e principi sono disgustosi». Dopo aver frenato nei giorni scorsi su un intervento militare americano a sostegno dei manifestanti, ieri l’erede dello scià Reza Pahlavi, ancora su X, ha lanciato un drammatico appello a Donald Trump: «Signor presidente, questo è un appello urgente e immediato alla sua attenzione, al suo sostegno e alla sua azione», dice Pahlavi nel suo post, «Ho chiamato la gente in piazza per lottare per la propria libertà e per sopraffare le forze di sicurezza con la forza dei numeri. Ieri sera ci sono riusciti. La sua minaccia a questo regime criminale ha anche tenuto a bada i suoi delinquenti. Ma il tempo è prezioso. La gente tornerà in piazza tra un’ora. Le chiedo aiuto. Lei ha dimostrato di essere un uomo di pace e di parola. Ti prego, sia pronto a intervenire per aiutare il popolo iraniano». Il sessantaquattrenne figlio del deposto scià Mohammad Reza Pahlavi vive negli Stati Uniti, è sostenuto dall’opposizione iraniana in esilio e ha molti estimatori anche all’interno del paese.
Durante le manifestazioni di questi giorni si sono viste molte bandiere dell’Iran risalenti a prima della rivoluzione del 1979 e cori sono stati indirizzati verso l’erede dello scià. Tuttavia, né i giovani né le scarse strutture politiche di opposizione esistenti in Iran lo vedono come possibile soluzione alla crisi del regime. Pahlavi si presenta, però, come possibile leader di un governo di transizione nel caso di una caduta della Repubblica islamica. Nei mesi scorsi ha reso pubblico un piano per la ricostruzione economica dell’Iran dopo la caduta del regime, delineando uno stato liberale e democratico aperto all’Occidente.
Il suo entourage ha fatto sapere che martedì prossimo Pahlavi sarà a Mar-a-Lago per un evento privato ma, al momento, non è fissato un appuntamento con Donald Trump.
Il quale, dal canto suo, ha confermato un’altra volta di essere pronto a intervenire in Iran. Si sprecano in queste ore le operazioni di guerra psicologica sui social, tra voci di attacchi congiunti di Usa e Israele, infiltrazioni del servizio segreto israeliano, il Mossad, tra i manifestanti e paventati, improbabili, attacchi preventivi degli iraniani su Israele. Da giorni ormai si susseguono voci incontrollate (e incontrollabili) di preparativi per un clamoroso abbandono del Paese da parte dei vertici del regime di Teheran. La situazione può, in effetti, precipitare da un momento all’altro. Potremmo essere molti vicini all’epilogo di un regime oscurantista e repressivo, ossessionato, come ha scritto Azar Nafisi, dal «potenziale sovversivo di una ciocca di capelli».
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