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2019-09-04
L’assemblea di condominio dei 5 stelle vara il nuovo governo assieme al Pd
Il via libera al governo del Conte rosso ottiene un vero e proprio plebiscito sulla piattaforma Rousseau. I «sì» sono stati 63.146 voti (79,3%), i «no» 16.488 voti (20,7%). Un risultato che va al di là di ogni più rosea aspettativa dei sostenitori del «sì». L'asticella del successo era fissata al 70%, considerando che nel maggio 2018 il via libera al contratto con la Lega era arrivato con il 94% di pareri favorevoli.
I militanti del M5s, sovvertendo molti pronostici della vigilia, hanno espresso in larghissima maggioranza il loro sostegno all'accordo con il Pd. C'era molta attesa per il risultato, ovviamente, ma soprattutto per la forbice tra favorevoli e contrari. In caso di un successo del «sì», con numeri risicati, inferiori al 70%, sarebbe stato più facile per i senatori che non vedono di buon occhio il governo con i Dem uscire allo scoperto e dichiarare il loro voto contrario alla fiducia, giustificandolo con un elettorato spaccato. Il 79% di «sì», invece, considerando quanto sia sofferta l'alleanza con quello che era stato definito il «partito di Bibbiano», consente a Giuseppe Conte di sciogliere la riserva. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, tira un sospiro di sollievo, così come le cancellerie europee e la stessa Commissione, sponsor principali di questo governo Conte 2.0. A comunicare il risultato, alle 19 e 27 di ieri sera, è il Blog delle stelle.
Ritardi tecnici dovuti alla certificazione del voto da parte del notaio prolungano ben oltre le previsioni l'attesa dell'esito della consultazione on line, gettando nel panico osservatori nazionali e internazionali. Tocca a Luigi Di Maio, capo politico del M5s, comunicare il risultato. «Io credo», dice Di Maio in conferenza stampa alla Camera, dopo aver annunciato l'esito del voto su Rousseau, «che dobbiamo essere molto orgogliosi del fatto che tutto il mondo abbia aspettato la pronuncia di questi 80.000 cittadini italiani su una piattaforma digitale che è un unicum nel mondo. Adesso si passa all'ultimo miglio, la squadra di governo che deve lavorare per migliorare la qualità della vita della gente. Non sarà un governo di destra o di sinistra, ma un governo che deve fare le cose giuste. Siamo di fronte», aggiunge Di Maio, «a un voto plebiscitario. Con l'80% nasce un governo di coalizione di cui il M5s sarà la forza politica di maggioranza. Tutto il mondo ha aspettato questa pronuncia votata su una piattaforma digitale unica al mondo, offrendo così un metodo diverso per creare un governo, come già fatto con la Lega. In meno di un mese», sottolinea il capo politico del M5s, «è stata risolta una crisi di governo inedita attraverso un metodo diverso, non nelle segrete stanze, ma con un percorso, un programma e poi un confronto sul programma con il Pd».
Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, commenta subito dopo l'esito del voto degli iscritti del M5s: «Con la chiusura del lavoro programmatico si è fatto un altro passo avanti per un governo di svolta. Ridurre le tasse sul lavoro, sviluppo economico, green economy, rilancio di scuola, università e ricerca, modifica radicale dei decreti sicurezza. Ora», conclude Zingaretti, «andiamo a cambiare l'Italia».
La giornata era iniziata alle 9, con l'avvio delle votazioni on line. Dopo poco più di mezz'ora, i primi intoppi: numerosi iscritti, tra cui anche diversi parlamentari del M5s, segnalano difficoltà nell'accesso all'area voto del sistema operativo, forse a causa delle troppe visite sul sito. «Nelle prime due ore di votazione», spiegano a mezzogiorno dall'associazione Rousseau, «dalle ore 9 alle ore 11 hanno votato 29.781 iscritti certificati. Abbiamo gestito 24.000 connessioni in contemporanea con picchi di 1.200 richieste al secondo. Si tratta di un record storico per Rousseau: un traffico addirittura 10-12 volte superiore rispetto a quello del primo turno di votazioni per la scelta dei candidati alle Europee». «Ho votato ma il voto è segreto», dice ai giornalisti Luigi Di Maio, alle 13 e 30, contribuendo ad alimentare voci di spaccature e dissapori con gli altri big del M5s, voci che verranno poi smentite dall'esito finale della votazione: l'80% di sì è il segnale che i big del partito, ma anche parlamentari ed esponenti delle istituzioni locali, si sono mossi in massa a sostegno del governo giallorosso.
Poco dopo le 14 tocca a Davide Casaleggio incontrare i giornalisti per un commento sull'andamento della votazione: «Sono qui», dice Casaleggio, «per fare un annuncio: alle 13 e 19 di oggi abbiamo superato le 56.127 votazioni da parte degli iscritti, che era l'attuale record mondiale di partecipazione on line a una votazione politica. A chi ci critica», aggiunge Casaleggio, «rispondo che quando si coinvolgono le persone queste possono scegliere. Tutti gli iscritti, e oggi abbiamo più di 100.000 iscritti, possono scegliere il futuro di una comunità e di questo dobbiamo essere molto contenti e dobbiamo iniziare anche a prendere esempio da esperienze estere».
Si arriva così alle 18, quando termina la votazione e inizia la lunga attesa dei risultati. Un'attesa che si prolunga a dismisura, con tanto di blocco della piattaforma, probabilmente a causa dei troppi accessi. Di Maio convoca per le 18 e 30 una conferenza stampa, ma fino alle 19 e 27 non arriva più nessuna comunicazione. Poi, l'annuncio di Di Maio. È iniziato il governo del Conte rosso, ora l'incognita è: quanto durerà?
Carlo Tarallo
Zingaretti festeggia, ma il successo è di Renzi
Il Nazareno ha tirato un sospiro di sollievo. La consultazione avvenuta ieri sulla piattaforma Rousseau si è espressa a larghissima maggioranza in favore di un esecutivo targato Pd e Movimento 5 stelle, dando così la propria benedizione a un governo Conte bis.
«Con la chiusura del lavoro programmatico si è fatto un altro passo avanti per un governo di svolta. Ridurre le tasse sul lavoro, sviluppo economico, green economy, rilancio di scuola, università e ricerca, modifica radicale dei decreti sicurezza. Ora andiamo a cambiare l'Italia», ha scritto su Facebook Nicola Zingaretti, poco dopo la diffusione dei risultati. Il segretario dem ha, insomma, provato a ribadire la sua leadership nel partito, mostrando di voler contribuire a dare energicamente la linea al nascituro governo. Peccato per lui che queste parole corrispondano ben poco alla realtà. Questo esecutivo è palesemente frutto di una manovra di Matteo Renzi che, con indiscussa abilità tattica, è riuscito a mettere Zingaretti all'angolo, assumendo di fatto le redini del partito. Prova ne è che il segretario dem fosse all'inizio totalmente contrario all'ipotesi di una convergenza con il Movimento 5 stelle. Salvo poi fare un passo indietro, dopo la ribellione interna delle truppe renziane. Zingaretti (che aveva tutto l'interesse ad andare a elezioni anticipate) ha scelto di scendere a patti con il suo rivale interno, per ritrovarsi alla fine esautorato nei fatti.
Renzi si prepara adesso a dirigere l'azione del nuovo esecutivo: un esecutivo che resterà appeso ai suoi desiderata e che sarà pronto a essere liquidato non appena il senatore di Rignano lo riterrà più opportuno (non appena, cioè, sarà pronta la sua creatura centrista). Con buona pace degli stessi grillini che - paradosso dei paradossi - contro Renzi avevano costruito grandissima parte del loro successo politico. Tutto questo, mentre le alte sfere del Nazareno hanno progressivamente assaporato l'eventualità (sempre più concreta) di tornare tra i banchi del governo senza passare dalle urne.
Nel pomeriggio di ieri, prima che i dati del voto online fossero resi noti, si registrava già un certo ottimismo da parte di svariati esponenti dem, tra cui Paola De Micheli, Andrea Marcucci e Graziano Delrio. Soprattutto quest'ultimo, interpellato da La7, ha voluto sottolineare il proprio rispetto nei confronti della consultazione grillina, come necessario momento di democrazia interna. Una linea in generale condivisa dai suoi compagni di partito, nonostante per anni avessero attaccato il Movimento 5 stelle, accusandolo di opacità nel suo sistema di consultazione interna, oltre che di essere sostanzialmente al soldo di un'azienda privata, come la Casaleggio Associati. Senza poi considerare un paradosso ulteriore. Entrambi i contraenti del nuovo esecutivo hanno rimarcato assai spesso, negli ultimi giorni, il fatto di aver parlamentarizzato la crisi e di nutrire per questo un sacro rispetto per le istituzioni. Lo stesso Giuseppe Conte, che in Senato si era sentito in dovere di dare grandi lezioni di senso istituzionale a Matteo Salvini, si era personalmente appellato agli iscritti di Rousseau, chiedendo il loro sostegno. «Non lasciamo le idee dentro al cassetto, è una opportunità per il Paese che vogliamo. Possiamo riformare incisivamente il Paese», aveva dichiarato l'altro ieri. Un po' inusuale per un premier incaricato. Tanto più se si tratta della stessa persona che aveva definito (un po' paradossalmente) «inappropriato» essere accostato al Movimento 5 stelle.
Ma ancor prima di lui, era stato il solito Renzi ad attaccare Salvini, il barbaro che credeva di poter pilotare la crisi dell'esecutivo gialloblù dai palchi dei comizi e, ancor peggio, dalla consolle del Papeete. Ancora ieri pomeriggio, il senatore semplice rimarcava: «Decide la Costituzione, non il Papeete». Eppure, questi fini giuristi, cultori della democrazia parlamentare, sono rimasti appesi al sito di Davide Casaleggio per quasi un'ora e mezza, costretti a nascondere il disappunto per la democrazia del Web, che avevano sempre deriso. Altro che parlamentarsimo.
Stefano Graziosi
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Gli iscritti alla piattaforma Rousseau, creazione di Casaleggio jr, optano per il «sì» all'accordo Il segretario dem: «Ora cambiamo l'Italia». Però il pateracchio sarà ostaggio degli interessi del Bullocon il 79,3% delle preferenze. Equivale a circa 63.000 persone ma Luigi Di Maio monta la panna: «Tutto il mondo aspettava».Lo speciale contiene due articoli Il via libera al governo del Conte rosso ottiene un vero e proprio plebiscito sulla piattaforma Rousseau. I «sì» sono stati 63.146 voti (79,3%), i «no» 16.488 voti (20,7%). Un risultato che va al di là di ogni più rosea aspettativa dei sostenitori del «sì». L'asticella del successo era fissata al 70%, considerando che nel maggio 2018 il via libera al contratto con la Lega era arrivato con il 94% di pareri favorevoli. I militanti del M5s, sovvertendo molti pronostici della vigilia, hanno espresso in larghissima maggioranza il loro sostegno all'accordo con il Pd. C'era molta attesa per il risultato, ovviamente, ma soprattutto per la forbice tra favorevoli e contrari. In caso di un successo del «sì», con numeri risicati, inferiori al 70%, sarebbe stato più facile per i senatori che non vedono di buon occhio il governo con i Dem uscire allo scoperto e dichiarare il loro voto contrario alla fiducia, giustificandolo con un elettorato spaccato. Il 79% di «sì», invece, considerando quanto sia sofferta l'alleanza con quello che era stato definito il «partito di Bibbiano», consente a Giuseppe Conte di sciogliere la riserva. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, tira un sospiro di sollievo, così come le cancellerie europee e la stessa Commissione, sponsor principali di questo governo Conte 2.0. A comunicare il risultato, alle 19 e 27 di ieri sera, è il Blog delle stelle. Ritardi tecnici dovuti alla certificazione del voto da parte del notaio prolungano ben oltre le previsioni l'attesa dell'esito della consultazione on line, gettando nel panico osservatori nazionali e internazionali. Tocca a Luigi Di Maio, capo politico del M5s, comunicare il risultato. «Io credo», dice Di Maio in conferenza stampa alla Camera, dopo aver annunciato l'esito del voto su Rousseau, «che dobbiamo essere molto orgogliosi del fatto che tutto il mondo abbia aspettato la pronuncia di questi 80.000 cittadini italiani su una piattaforma digitale che è un unicum nel mondo. Adesso si passa all'ultimo miglio, la squadra di governo che deve lavorare per migliorare la qualità della vita della gente. Non sarà un governo di destra o di sinistra, ma un governo che deve fare le cose giuste. Siamo di fronte», aggiunge Di Maio, «a un voto plebiscitario. Con l'80% nasce un governo di coalizione di cui il M5s sarà la forza politica di maggioranza. Tutto il mondo ha aspettato questa pronuncia votata su una piattaforma digitale unica al mondo, offrendo così un metodo diverso per creare un governo, come già fatto con la Lega. In meno di un mese», sottolinea il capo politico del M5s, «è stata risolta una crisi di governo inedita attraverso un metodo diverso, non nelle segrete stanze, ma con un percorso, un programma e poi un confronto sul programma con il Pd».Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, commenta subito dopo l'esito del voto degli iscritti del M5s: «Con la chiusura del lavoro programmatico si è fatto un altro passo avanti per un governo di svolta. Ridurre le tasse sul lavoro, sviluppo economico, green economy, rilancio di scuola, università e ricerca, modifica radicale dei decreti sicurezza. Ora», conclude Zingaretti, «andiamo a cambiare l'Italia».La giornata era iniziata alle 9, con l'avvio delle votazioni on line. Dopo poco più di mezz'ora, i primi intoppi: numerosi iscritti, tra cui anche diversi parlamentari del M5s, segnalano difficoltà nell'accesso all'area voto del sistema operativo, forse a causa delle troppe visite sul sito. «Nelle prime due ore di votazione», spiegano a mezzogiorno dall'associazione Rousseau, «dalle ore 9 alle ore 11 hanno votato 29.781 iscritti certificati. Abbiamo gestito 24.000 connessioni in contemporanea con picchi di 1.200 richieste al secondo. Si tratta di un record storico per Rousseau: un traffico addirittura 10-12 volte superiore rispetto a quello del primo turno di votazioni per la scelta dei candidati alle Europee». «Ho votato ma il voto è segreto», dice ai giornalisti Luigi Di Maio, alle 13 e 30, contribuendo ad alimentare voci di spaccature e dissapori con gli altri big del M5s, voci che verranno poi smentite dall'esito finale della votazione: l'80% di sì è il segnale che i big del partito, ma anche parlamentari ed esponenti delle istituzioni locali, si sono mossi in massa a sostegno del governo giallorosso. Poco dopo le 14 tocca a Davide Casaleggio incontrare i giornalisti per un commento sull'andamento della votazione: «Sono qui», dice Casaleggio, «per fare un annuncio: alle 13 e 19 di oggi abbiamo superato le 56.127 votazioni da parte degli iscritti, che era l'attuale record mondiale di partecipazione on line a una votazione politica. A chi ci critica», aggiunge Casaleggio, «rispondo che quando si coinvolgono le persone queste possono scegliere. Tutti gli iscritti, e oggi abbiamo più di 100.000 iscritti, possono scegliere il futuro di una comunità e di questo dobbiamo essere molto contenti e dobbiamo iniziare anche a prendere esempio da esperienze estere». Si arriva così alle 18, quando termina la votazione e inizia la lunga attesa dei risultati. Un'attesa che si prolunga a dismisura, con tanto di blocco della piattaforma, probabilmente a causa dei troppi accessi. Di Maio convoca per le 18 e 30 una conferenza stampa, ma fino alle 19 e 27 non arriva più nessuna comunicazione. Poi, l'annuncio di Di Maio. È iniziato il governo del Conte rosso, ora l'incognita è: quanto durerà?Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lassemblea-di-condominio-dei-grillini-vara-il-nuovo-governo-assieme-al-pd-2640182462.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zingaretti-festeggia-ma-il-successo-e-di-renzi" data-post-id="2640182462" data-published-at="1780136737" data-use-pagination="False"> Zingaretti festeggia, ma il successo è di Renzi Il Nazareno ha tirato un sospiro di sollievo. La consultazione avvenuta ieri sulla piattaforma Rousseau si è espressa a larghissima maggioranza in favore di un esecutivo targato Pd e Movimento 5 stelle, dando così la propria benedizione a un governo Conte bis. «Con la chiusura del lavoro programmatico si è fatto un altro passo avanti per un governo di svolta. Ridurre le tasse sul lavoro, sviluppo economico, green economy, rilancio di scuola, università e ricerca, modifica radicale dei decreti sicurezza. Ora andiamo a cambiare l'Italia», ha scritto su Facebook Nicola Zingaretti, poco dopo la diffusione dei risultati. Il segretario dem ha, insomma, provato a ribadire la sua leadership nel partito, mostrando di voler contribuire a dare energicamente la linea al nascituro governo. Peccato per lui che queste parole corrispondano ben poco alla realtà. Questo esecutivo è palesemente frutto di una manovra di Matteo Renzi che, con indiscussa abilità tattica, è riuscito a mettere Zingaretti all'angolo, assumendo di fatto le redini del partito. Prova ne è che il segretario dem fosse all'inizio totalmente contrario all'ipotesi di una convergenza con il Movimento 5 stelle. Salvo poi fare un passo indietro, dopo la ribellione interna delle truppe renziane. Zingaretti (che aveva tutto l'interesse ad andare a elezioni anticipate) ha scelto di scendere a patti con il suo rivale interno, per ritrovarsi alla fine esautorato nei fatti. Renzi si prepara adesso a dirigere l'azione del nuovo esecutivo: un esecutivo che resterà appeso ai suoi desiderata e che sarà pronto a essere liquidato non appena il senatore di Rignano lo riterrà più opportuno (non appena, cioè, sarà pronta la sua creatura centrista). Con buona pace degli stessi grillini che - paradosso dei paradossi - contro Renzi avevano costruito grandissima parte del loro successo politico. Tutto questo, mentre le alte sfere del Nazareno hanno progressivamente assaporato l'eventualità (sempre più concreta) di tornare tra i banchi del governo senza passare dalle urne. Nel pomeriggio di ieri, prima che i dati del voto online fossero resi noti, si registrava già un certo ottimismo da parte di svariati esponenti dem, tra cui Paola De Micheli, Andrea Marcucci e Graziano Delrio. Soprattutto quest'ultimo, interpellato da La7, ha voluto sottolineare il proprio rispetto nei confronti della consultazione grillina, come necessario momento di democrazia interna. Una linea in generale condivisa dai suoi compagni di partito, nonostante per anni avessero attaccato il Movimento 5 stelle, accusandolo di opacità nel suo sistema di consultazione interna, oltre che di essere sostanzialmente al soldo di un'azienda privata, come la Casaleggio Associati. Senza poi considerare un paradosso ulteriore. Entrambi i contraenti del nuovo esecutivo hanno rimarcato assai spesso, negli ultimi giorni, il fatto di aver parlamentarizzato la crisi e di nutrire per questo un sacro rispetto per le istituzioni. Lo stesso Giuseppe Conte, che in Senato si era sentito in dovere di dare grandi lezioni di senso istituzionale a Matteo Salvini, si era personalmente appellato agli iscritti di Rousseau, chiedendo il loro sostegno. «Non lasciamo le idee dentro al cassetto, è una opportunità per il Paese che vogliamo. Possiamo riformare incisivamente il Paese», aveva dichiarato l'altro ieri. Un po' inusuale per un premier incaricato. Tanto più se si tratta della stessa persona che aveva definito (un po' paradossalmente) «inappropriato» essere accostato al Movimento 5 stelle. Ma ancor prima di lui, era stato il solito Renzi ad attaccare Salvini, il barbaro che credeva di poter pilotare la crisi dell'esecutivo gialloblù dai palchi dei comizi e, ancor peggio, dalla consolle del Papeete. Ancora ieri pomeriggio, il senatore semplice rimarcava: «Decide la Costituzione, non il Papeete». Eppure, questi fini giuristi, cultori della democrazia parlamentare, sono rimasti appesi al sito di Davide Casaleggio per quasi un'ora e mezza, costretti a nascondere il disappunto per la democrazia del Web, che avevano sempre deriso. Altro che parlamentarsimo. Stefano Graziosi
Il pianista Andrea Vizzini presenta il progetto Pianolink, dedicato ai musicisti amatori. Dal Festival Miamor (dal 4 al 13 giugno a Milano) al concorso con una giuria di livello mondiale: un palco che mette insieme pianisti che suonano per amore e affermati professori d'orchestra.
Il viceministro dell’Energia Vannia Gava (Imagoeconomica)
Il viceministro Vannia Gava è solitamente schivo e poco propenso alle interviste. Vista la delicatezza dei dossier sul tavolo ha scelto La Verità per chiarire la sua posizione e quella del governo.
Viceministro, iniziamo dall’attualità: crisi energetica e trattativa con l’Europa affinché liberi un’aggiunta di spesa per tamponare gli effetti della chiusura di Hormuz sulle bollette e sui prezzi dei carburanti. Nonostante il pressing della Meloni, Bruxelles non cede.
«Guardi, la chiusura di Hormuz ha provocato una crisi geopolitica con effetti dirompenti e non può essere trattata come una crisi qualsiasi. Il tema centrale è mettere in sicurezza il comparto industriale, le piccole e medie aziende e le nostre famiglie dai rincari diretti e indiretti che questo choc sta portando. Se l’Europa non reagisce nell’immediato e prende coscienza che deve allentare vincoli troppo stringenti, qui rischiamo di perdere tutto il sistema economico. La sicurezza energetica è sicurezza economica. La richiesta di flessibilità deve essere letta come un investimento sulla nostra forza attuale, non un regalo al deficit».
L’obiettivo resta avere il via libera a uno scostamento di bilancio che liberi almeno 5-6 miliardi di risorse aggiuntive per l’energia?
«Mi sembra una cosa di buon senso».
Se continua il no allo scostamento tirerete dritto?
«Sarà una decisione che il ministero dell’Economia assumerà insieme a governo e Parlamento. In ogni caso, non si tratta di andare dritti o contro qualcuno ma di andare incontro a 26 milioni di famiglie e a 5 milioni di imprese che non possono più aspettare. Abbiamo introdotto diversi provvedimenti di emergenza e, parallelamente, stiamo lavorando a soluzioni di più lungo respiro ma il momento attuale richiede interventi straordinari».
È d’accordo con la Meloni: le bollette vengono prima dei droni?
«È una posizione di buon senso che la Lega porta avanti dall’inizio della crisi. Che non significa venir meno agli impegni che abbiamo assunto in ambito internazionale, bensì prendere atto che oggi famiglie e imprese stanno affrontando una crisi energetica che richiede risposte immediate e concrete. Investire in difesa ha senso solo se regge il sistema produttivo e sociale che quella difesa deve proteggere. Un’Europa energeticamente vulnerabile è anche economicamente vulnerabile».
Sarebbe corretto usare i fondi di coesione per risolvere l’allarme energetico?
«I fondi di coesione sono fondamentali per il medio-lungo periodo indubbiamente, ma una maggiore flessibilità ci permetterebbe spesa corrente per rispondere alle esigenze immediate. L’Europa deve fare un passo ulteriore, servono risorse ulteriori rispetto a quelle già stanziate. Famiglie e imprese non possono aspettare. Ogni euro che arriva nelle loro tasche non è mai una spesa, è sempre un investimento».
Passiamo al nucleare. La linea del governo è chiara: per colmare il gap energetico le centrali sono indispensabili. Può scandirci i tempi? Il 3 giugno inizia la discussione alla Camera sul ddl, quando terminerà l’iter. Quando ripartirà la produzione?
«Il nostro obiettivo è chiaro: l’approvazione della legge delega entro l’estate, subito dopo inizieranno i lavori per i decreti attuativi. Il governo è in prima linea per fare la propria parte in modo serio e puntuale, dando agli investitori un quadro regolatorio chiaro e stabile. Poi è naturale che serviranno alcuni anni affinché siano completati tutti gli investimenti necessari. Un ruolo fondamentale spetta al mondo dell’industria e agli investimenti in ricerca e sviluppo. Alcuni Paesi hanno già autorizzato i primi Small modular reactor, che sono in fase di realizzazione».
Qualcuno ha parlato di referendum. Anche secondo lei sarà inevitabile andare in quella direzione?
«Penso che, referendum o no, il Paese abbia già compreso che si tratta di una scelta di buonsenso assolutamente necessaria. Stiamo parlando di una tecnologia avanzata e sicura, che consentirà all’Italia di accedere ad una fonte di energia pulita e programmabile, rafforzando al tempo stesso l’indipendenza nazionale e riducendo l’esposizione a choc geopolitici come quello che stiamo vivendo».
Oggi la maggioranza degli italiani è favorevole al nucleare?
«La consapevolezza degli italiani è cambiata anche grazie a una comunicazione più seria e concreta sulla fragilità del nostro Paese sul fronte energetico, emersa con forza dopo il conflitto russo-ucraino e con primi timori legati agli approvvigionamenti. Abbiamo spiegato in modo chiaro che si tratta di una tecnologia completamente diversa da quella di quarant’anni fa: parliamo di impianti sicuri e a emissioni zero. Il nostro Paese, seconda manifattura d’Europa, ha bisogno di energia: gli italiani lo sanno meglio di chiunque altro».
Infine il green. Pechino sta conquistando il mercato dell’automotive europeo. Persino Landini vede l’arrivo dei cinesi come unica soluzione per non chiudere gli stabilimenti Stellantis. È d’accordo?
«Certo che no. Aprire ai cinesi sarebbe la resa incondizionata. Abbiamo già fatto abbastanza con il passaggio forzato all’elettrico, mentre le tecnologie e le materie prime erano già sotto il controllo di Pechino. Quello dell’automobile è stato per decenni uno dei terreni di competizione più serrata tra i paesi europei, una corsa che ha portato a storie imprenditoriali memorabili e a modelli iconici che hanno fatto la storia del made in Italy. Non possiamo accettare l’idea che le grandi case automobilistiche italiane ed europee diventino centri di assemblaggio di componenti cinesi».
Cosa si può fare adesso per aiutare il comparto? La misura dei dazi ha ancora un senso?
«I dazi non possono sostituirsi a una politica di rilancio industriale ma possono rappresentare uno strumento temporaneo di difesa contro il dumping. A livello europeo è stato introdotto uno strumento fiscale ambientale con finalità analoghe, il Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Cbam), pensato per contrastare la delocalizzazione e restituire competitività alle imprese europee. Il paradosso è che ad oggi, anche a causa della complessità di applicazione, il meccanismo è finito col gravare ulteriormente su molte nostre imprese, che ci stanno chiedendo di eliminarlo».
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Giorgia Meloni (Ansa)
La sveglia all’Unione europea l’ha data ieri Giorgia Meloni. Il premier ha inviato una lettera alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al presidente di turno del Consiglio Ue, Nikos Christodoulides, e al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, riguardo la situazione epidemiologica in Africa collegata al recente focolaio di Ebola in Congo e in Uganda per sollecitare, «nel rispetto delle prerogative nazionali in materia di tutela della salute», un «coordinamento rafforzato della vigilanza alle frontiere attraverso regole comuni per la gestione degli arrivi diretti e indiretti dalle zone colpite». La situazione, ha scritto Meloni, richiede la «massima attenzione».
L’intervento del premier italiano mette a nudo i cortocircuiti dell’Ue nella gestione di flussi migratori e sicurezza sanitaria. Il quadro epidemiologico globale appare infatti frammentato: dopo la determinazione dell’epidemia come emergenza sanitaria pubblica, lo scorso 17 maggio, l’Organizzazione mondiale della sanità ha innalzato il livello di allerta in Congo a «molto alto», pur considerandolo «alto» su scala regionale e «basso» nel mondo. In Europa, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie ha valutato come «molto bassa» la probabilità di trasmissione secondaria del virus nell’Ue. Ma Bruxelles ha mandato messaggi contraddittori: da una parte, nell’invitare gli operatori sanitari a una «maggiore consapevolezza», ha chiesto, di fatto, di controllare i potenziali sintomi per le persone che «tornano» dalle aree colpite; dall’altra ha sollecitato screening ma soltanto in uscita, stabilendo che quello dei passeggeri in ingresso negli aeroporti europei non è attualmente necessario. «Non ci sono prove», ha scritto la Commissione, «che dimostrino che lo screening delle persone che tornano dalle regioni colpite in Ue sia efficace nel prevenire l’ingresso della malattia in Europa. Pertanto, il Comitato per la sicurezza sanitaria Ue conclude che non sono necessarie misure aggiuntive al momento dell’ingresso in Europa». Secondo la Commissione Ue, insomma, non esistendo dati scientifici che dimostrino l’utilità dello screening all’arrivo per bloccare il virus, è inutile introdurre barriere sanitarie ai confini continentali. Guai, dunque, a cercare di controllare l’immigrazione selvaggia.
Meloni ha proposto l’inserimento del tema della gestione delle frontiere all’ordine del giorno del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno 2026. In vista di questo appuntamento, il governo ha chiesto di convocare una videoconferenza dei ministri della Salute europei già la prossima settimana, per definire le priorità operative nel Consiglio Epsco del 16 giugno, che riunirà i ministri del Lavoro, delle Politiche sociali, della Salute e della Tutela dei consumatori di tutti gli Stati membri. Inoltre, già questo fine settimana l’Italia invierà a Kinshasa, in Congo, una squadra di esperti dell’Istituto Spallanzani di Roma per fornire assistenza tecnica, consegnare materiale sanitario e medicinali, e rafforzare la sorveglianza epidemiologica. A livello nazionale, a ogni modo, i controlli alle frontiere sono attivi: «Il ministero della Salute, in raccordo con la Protezione civile, ha emanato circolari per attivare», recita la nota di Palazzo Chigi, «una sorveglianza sanitaria mirata e protocolli di vigilanza per i viaggiatori in rientro dalle regioni colpite», negli scali di Roma Fiumicino e Milano Malpensa.
Da Bruxelles, invece, la risposta dell’esecutivo europeo si muove nel segno dell’ambiguità e del paradosso. La Commissione «risponderà a tempo debito», ha dichiarato una delle portavoci, raccomandando, al tempo stesso, «misure di screening delle persone che provengono dalle zone colpite» (dunque dei passeggeri in entrata nell’Ue) ma sottolineando anche che «la misura più importante da adottare è lo screening in uscita dalle regioni colpite». Un doppio binario che fotografa la consueta incertezza comunicativa europea.
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