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2019-09-04
L’assemblea di condominio dei 5 stelle vara il nuovo governo assieme al Pd
Il via libera al governo del Conte rosso ottiene un vero e proprio plebiscito sulla piattaforma Rousseau. I «sì» sono stati 63.146 voti (79,3%), i «no» 16.488 voti (20,7%). Un risultato che va al di là di ogni più rosea aspettativa dei sostenitori del «sì». L'asticella del successo era fissata al 70%, considerando che nel maggio 2018 il via libera al contratto con la Lega era arrivato con il 94% di pareri favorevoli.
I militanti del M5s, sovvertendo molti pronostici della vigilia, hanno espresso in larghissima maggioranza il loro sostegno all'accordo con il Pd. C'era molta attesa per il risultato, ovviamente, ma soprattutto per la forbice tra favorevoli e contrari. In caso di un successo del «sì», con numeri risicati, inferiori al 70%, sarebbe stato più facile per i senatori che non vedono di buon occhio il governo con i Dem uscire allo scoperto e dichiarare il loro voto contrario alla fiducia, giustificandolo con un elettorato spaccato. Il 79% di «sì», invece, considerando quanto sia sofferta l'alleanza con quello che era stato definito il «partito di Bibbiano», consente a Giuseppe Conte di sciogliere la riserva. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, tira un sospiro di sollievo, così come le cancellerie europee e la stessa Commissione, sponsor principali di questo governo Conte 2.0. A comunicare il risultato, alle 19 e 27 di ieri sera, è il Blog delle stelle.
Ritardi tecnici dovuti alla certificazione del voto da parte del notaio prolungano ben oltre le previsioni l'attesa dell'esito della consultazione on line, gettando nel panico osservatori nazionali e internazionali. Tocca a Luigi Di Maio, capo politico del M5s, comunicare il risultato. «Io credo», dice Di Maio in conferenza stampa alla Camera, dopo aver annunciato l'esito del voto su Rousseau, «che dobbiamo essere molto orgogliosi del fatto che tutto il mondo abbia aspettato la pronuncia di questi 80.000 cittadini italiani su una piattaforma digitale che è un unicum nel mondo. Adesso si passa all'ultimo miglio, la squadra di governo che deve lavorare per migliorare la qualità della vita della gente. Non sarà un governo di destra o di sinistra, ma un governo che deve fare le cose giuste. Siamo di fronte», aggiunge Di Maio, «a un voto plebiscitario. Con l'80% nasce un governo di coalizione di cui il M5s sarà la forza politica di maggioranza. Tutto il mondo ha aspettato questa pronuncia votata su una piattaforma digitale unica al mondo, offrendo così un metodo diverso per creare un governo, come già fatto con la Lega. In meno di un mese», sottolinea il capo politico del M5s, «è stata risolta una crisi di governo inedita attraverso un metodo diverso, non nelle segrete stanze, ma con un percorso, un programma e poi un confronto sul programma con il Pd».
Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, commenta subito dopo l'esito del voto degli iscritti del M5s: «Con la chiusura del lavoro programmatico si è fatto un altro passo avanti per un governo di svolta. Ridurre le tasse sul lavoro, sviluppo economico, green economy, rilancio di scuola, università e ricerca, modifica radicale dei decreti sicurezza. Ora», conclude Zingaretti, «andiamo a cambiare l'Italia».
La giornata era iniziata alle 9, con l'avvio delle votazioni on line. Dopo poco più di mezz'ora, i primi intoppi: numerosi iscritti, tra cui anche diversi parlamentari del M5s, segnalano difficoltà nell'accesso all'area voto del sistema operativo, forse a causa delle troppe visite sul sito. «Nelle prime due ore di votazione», spiegano a mezzogiorno dall'associazione Rousseau, «dalle ore 9 alle ore 11 hanno votato 29.781 iscritti certificati. Abbiamo gestito 24.000 connessioni in contemporanea con picchi di 1.200 richieste al secondo. Si tratta di un record storico per Rousseau: un traffico addirittura 10-12 volte superiore rispetto a quello del primo turno di votazioni per la scelta dei candidati alle Europee». «Ho votato ma il voto è segreto», dice ai giornalisti Luigi Di Maio, alle 13 e 30, contribuendo ad alimentare voci di spaccature e dissapori con gli altri big del M5s, voci che verranno poi smentite dall'esito finale della votazione: l'80% di sì è il segnale che i big del partito, ma anche parlamentari ed esponenti delle istituzioni locali, si sono mossi in massa a sostegno del governo giallorosso.
Poco dopo le 14 tocca a Davide Casaleggio incontrare i giornalisti per un commento sull'andamento della votazione: «Sono qui», dice Casaleggio, «per fare un annuncio: alle 13 e 19 di oggi abbiamo superato le 56.127 votazioni da parte degli iscritti, che era l'attuale record mondiale di partecipazione on line a una votazione politica. A chi ci critica», aggiunge Casaleggio, «rispondo che quando si coinvolgono le persone queste possono scegliere. Tutti gli iscritti, e oggi abbiamo più di 100.000 iscritti, possono scegliere il futuro di una comunità e di questo dobbiamo essere molto contenti e dobbiamo iniziare anche a prendere esempio da esperienze estere».
Si arriva così alle 18, quando termina la votazione e inizia la lunga attesa dei risultati. Un'attesa che si prolunga a dismisura, con tanto di blocco della piattaforma, probabilmente a causa dei troppi accessi. Di Maio convoca per le 18 e 30 una conferenza stampa, ma fino alle 19 e 27 non arriva più nessuna comunicazione. Poi, l'annuncio di Di Maio. È iniziato il governo del Conte rosso, ora l'incognita è: quanto durerà?
Carlo Tarallo
Zingaretti festeggia, ma il successo è di Renzi
Il Nazareno ha tirato un sospiro di sollievo. La consultazione avvenuta ieri sulla piattaforma Rousseau si è espressa a larghissima maggioranza in favore di un esecutivo targato Pd e Movimento 5 stelle, dando così la propria benedizione a un governo Conte bis.
«Con la chiusura del lavoro programmatico si è fatto un altro passo avanti per un governo di svolta. Ridurre le tasse sul lavoro, sviluppo economico, green economy, rilancio di scuola, università e ricerca, modifica radicale dei decreti sicurezza. Ora andiamo a cambiare l'Italia», ha scritto su Facebook Nicola Zingaretti, poco dopo la diffusione dei risultati. Il segretario dem ha, insomma, provato a ribadire la sua leadership nel partito, mostrando di voler contribuire a dare energicamente la linea al nascituro governo. Peccato per lui che queste parole corrispondano ben poco alla realtà. Questo esecutivo è palesemente frutto di una manovra di Matteo Renzi che, con indiscussa abilità tattica, è riuscito a mettere Zingaretti all'angolo, assumendo di fatto le redini del partito. Prova ne è che il segretario dem fosse all'inizio totalmente contrario all'ipotesi di una convergenza con il Movimento 5 stelle. Salvo poi fare un passo indietro, dopo la ribellione interna delle truppe renziane. Zingaretti (che aveva tutto l'interesse ad andare a elezioni anticipate) ha scelto di scendere a patti con il suo rivale interno, per ritrovarsi alla fine esautorato nei fatti.
Renzi si prepara adesso a dirigere l'azione del nuovo esecutivo: un esecutivo che resterà appeso ai suoi desiderata e che sarà pronto a essere liquidato non appena il senatore di Rignano lo riterrà più opportuno (non appena, cioè, sarà pronta la sua creatura centrista). Con buona pace degli stessi grillini che - paradosso dei paradossi - contro Renzi avevano costruito grandissima parte del loro successo politico. Tutto questo, mentre le alte sfere del Nazareno hanno progressivamente assaporato l'eventualità (sempre più concreta) di tornare tra i banchi del governo senza passare dalle urne.
Nel pomeriggio di ieri, prima che i dati del voto online fossero resi noti, si registrava già un certo ottimismo da parte di svariati esponenti dem, tra cui Paola De Micheli, Andrea Marcucci e Graziano Delrio. Soprattutto quest'ultimo, interpellato da La7, ha voluto sottolineare il proprio rispetto nei confronti della consultazione grillina, come necessario momento di democrazia interna. Una linea in generale condivisa dai suoi compagni di partito, nonostante per anni avessero attaccato il Movimento 5 stelle, accusandolo di opacità nel suo sistema di consultazione interna, oltre che di essere sostanzialmente al soldo di un'azienda privata, come la Casaleggio Associati. Senza poi considerare un paradosso ulteriore. Entrambi i contraenti del nuovo esecutivo hanno rimarcato assai spesso, negli ultimi giorni, il fatto di aver parlamentarizzato la crisi e di nutrire per questo un sacro rispetto per le istituzioni. Lo stesso Giuseppe Conte, che in Senato si era sentito in dovere di dare grandi lezioni di senso istituzionale a Matteo Salvini, si era personalmente appellato agli iscritti di Rousseau, chiedendo il loro sostegno. «Non lasciamo le idee dentro al cassetto, è una opportunità per il Paese che vogliamo. Possiamo riformare incisivamente il Paese», aveva dichiarato l'altro ieri. Un po' inusuale per un premier incaricato. Tanto più se si tratta della stessa persona che aveva definito (un po' paradossalmente) «inappropriato» essere accostato al Movimento 5 stelle.
Ma ancor prima di lui, era stato il solito Renzi ad attaccare Salvini, il barbaro che credeva di poter pilotare la crisi dell'esecutivo gialloblù dai palchi dei comizi e, ancor peggio, dalla consolle del Papeete. Ancora ieri pomeriggio, il senatore semplice rimarcava: «Decide la Costituzione, non il Papeete». Eppure, questi fini giuristi, cultori della democrazia parlamentare, sono rimasti appesi al sito di Davide Casaleggio per quasi un'ora e mezza, costretti a nascondere il disappunto per la democrazia del Web, che avevano sempre deriso. Altro che parlamentarsimo.
Stefano Graziosi
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Gli iscritti alla piattaforma Rousseau, creazione di Casaleggio jr, optano per il «sì» all'accordo Il segretario dem: «Ora cambiamo l'Italia». Però il pateracchio sarà ostaggio degli interessi del Bullocon il 79,3% delle preferenze. Equivale a circa 63.000 persone ma Luigi Di Maio monta la panna: «Tutto il mondo aspettava».Lo speciale contiene due articoli Il via libera al governo del Conte rosso ottiene un vero e proprio plebiscito sulla piattaforma Rousseau. I «sì» sono stati 63.146 voti (79,3%), i «no» 16.488 voti (20,7%). Un risultato che va al di là di ogni più rosea aspettativa dei sostenitori del «sì». L'asticella del successo era fissata al 70%, considerando che nel maggio 2018 il via libera al contratto con la Lega era arrivato con il 94% di pareri favorevoli. I militanti del M5s, sovvertendo molti pronostici della vigilia, hanno espresso in larghissima maggioranza il loro sostegno all'accordo con il Pd. C'era molta attesa per il risultato, ovviamente, ma soprattutto per la forbice tra favorevoli e contrari. In caso di un successo del «sì», con numeri risicati, inferiori al 70%, sarebbe stato più facile per i senatori che non vedono di buon occhio il governo con i Dem uscire allo scoperto e dichiarare il loro voto contrario alla fiducia, giustificandolo con un elettorato spaccato. Il 79% di «sì», invece, considerando quanto sia sofferta l'alleanza con quello che era stato definito il «partito di Bibbiano», consente a Giuseppe Conte di sciogliere la riserva. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, tira un sospiro di sollievo, così come le cancellerie europee e la stessa Commissione, sponsor principali di questo governo Conte 2.0. A comunicare il risultato, alle 19 e 27 di ieri sera, è il Blog delle stelle. Ritardi tecnici dovuti alla certificazione del voto da parte del notaio prolungano ben oltre le previsioni l'attesa dell'esito della consultazione on line, gettando nel panico osservatori nazionali e internazionali. Tocca a Luigi Di Maio, capo politico del M5s, comunicare il risultato. «Io credo», dice Di Maio in conferenza stampa alla Camera, dopo aver annunciato l'esito del voto su Rousseau, «che dobbiamo essere molto orgogliosi del fatto che tutto il mondo abbia aspettato la pronuncia di questi 80.000 cittadini italiani su una piattaforma digitale che è un unicum nel mondo. Adesso si passa all'ultimo miglio, la squadra di governo che deve lavorare per migliorare la qualità della vita della gente. Non sarà un governo di destra o di sinistra, ma un governo che deve fare le cose giuste. Siamo di fronte», aggiunge Di Maio, «a un voto plebiscitario. Con l'80% nasce un governo di coalizione di cui il M5s sarà la forza politica di maggioranza. Tutto il mondo ha aspettato questa pronuncia votata su una piattaforma digitale unica al mondo, offrendo così un metodo diverso per creare un governo, come già fatto con la Lega. In meno di un mese», sottolinea il capo politico del M5s, «è stata risolta una crisi di governo inedita attraverso un metodo diverso, non nelle segrete stanze, ma con un percorso, un programma e poi un confronto sul programma con il Pd».Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, commenta subito dopo l'esito del voto degli iscritti del M5s: «Con la chiusura del lavoro programmatico si è fatto un altro passo avanti per un governo di svolta. Ridurre le tasse sul lavoro, sviluppo economico, green economy, rilancio di scuola, università e ricerca, modifica radicale dei decreti sicurezza. Ora», conclude Zingaretti, «andiamo a cambiare l'Italia».La giornata era iniziata alle 9, con l'avvio delle votazioni on line. Dopo poco più di mezz'ora, i primi intoppi: numerosi iscritti, tra cui anche diversi parlamentari del M5s, segnalano difficoltà nell'accesso all'area voto del sistema operativo, forse a causa delle troppe visite sul sito. «Nelle prime due ore di votazione», spiegano a mezzogiorno dall'associazione Rousseau, «dalle ore 9 alle ore 11 hanno votato 29.781 iscritti certificati. Abbiamo gestito 24.000 connessioni in contemporanea con picchi di 1.200 richieste al secondo. Si tratta di un record storico per Rousseau: un traffico addirittura 10-12 volte superiore rispetto a quello del primo turno di votazioni per la scelta dei candidati alle Europee». «Ho votato ma il voto è segreto», dice ai giornalisti Luigi Di Maio, alle 13 e 30, contribuendo ad alimentare voci di spaccature e dissapori con gli altri big del M5s, voci che verranno poi smentite dall'esito finale della votazione: l'80% di sì è il segnale che i big del partito, ma anche parlamentari ed esponenti delle istituzioni locali, si sono mossi in massa a sostegno del governo giallorosso. Poco dopo le 14 tocca a Davide Casaleggio incontrare i giornalisti per un commento sull'andamento della votazione: «Sono qui», dice Casaleggio, «per fare un annuncio: alle 13 e 19 di oggi abbiamo superato le 56.127 votazioni da parte degli iscritti, che era l'attuale record mondiale di partecipazione on line a una votazione politica. A chi ci critica», aggiunge Casaleggio, «rispondo che quando si coinvolgono le persone queste possono scegliere. Tutti gli iscritti, e oggi abbiamo più di 100.000 iscritti, possono scegliere il futuro di una comunità e di questo dobbiamo essere molto contenti e dobbiamo iniziare anche a prendere esempio da esperienze estere». Si arriva così alle 18, quando termina la votazione e inizia la lunga attesa dei risultati. Un'attesa che si prolunga a dismisura, con tanto di blocco della piattaforma, probabilmente a causa dei troppi accessi. Di Maio convoca per le 18 e 30 una conferenza stampa, ma fino alle 19 e 27 non arriva più nessuna comunicazione. Poi, l'annuncio di Di Maio. È iniziato il governo del Conte rosso, ora l'incognita è: quanto durerà?Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lassemblea-di-condominio-dei-grillini-vara-il-nuovo-governo-assieme-al-pd-2640182462.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zingaretti-festeggia-ma-il-successo-e-di-renzi" data-post-id="2640182462" data-published-at="1780985020" data-use-pagination="False"> Zingaretti festeggia, ma il successo è di Renzi Il Nazareno ha tirato un sospiro di sollievo. La consultazione avvenuta ieri sulla piattaforma Rousseau si è espressa a larghissima maggioranza in favore di un esecutivo targato Pd e Movimento 5 stelle, dando così la propria benedizione a un governo Conte bis. «Con la chiusura del lavoro programmatico si è fatto un altro passo avanti per un governo di svolta. Ridurre le tasse sul lavoro, sviluppo economico, green economy, rilancio di scuola, università e ricerca, modifica radicale dei decreti sicurezza. Ora andiamo a cambiare l'Italia», ha scritto su Facebook Nicola Zingaretti, poco dopo la diffusione dei risultati. Il segretario dem ha, insomma, provato a ribadire la sua leadership nel partito, mostrando di voler contribuire a dare energicamente la linea al nascituro governo. Peccato per lui che queste parole corrispondano ben poco alla realtà. Questo esecutivo è palesemente frutto di una manovra di Matteo Renzi che, con indiscussa abilità tattica, è riuscito a mettere Zingaretti all'angolo, assumendo di fatto le redini del partito. Prova ne è che il segretario dem fosse all'inizio totalmente contrario all'ipotesi di una convergenza con il Movimento 5 stelle. Salvo poi fare un passo indietro, dopo la ribellione interna delle truppe renziane. Zingaretti (che aveva tutto l'interesse ad andare a elezioni anticipate) ha scelto di scendere a patti con il suo rivale interno, per ritrovarsi alla fine esautorato nei fatti. Renzi si prepara adesso a dirigere l'azione del nuovo esecutivo: un esecutivo che resterà appeso ai suoi desiderata e che sarà pronto a essere liquidato non appena il senatore di Rignano lo riterrà più opportuno (non appena, cioè, sarà pronta la sua creatura centrista). Con buona pace degli stessi grillini che - paradosso dei paradossi - contro Renzi avevano costruito grandissima parte del loro successo politico. Tutto questo, mentre le alte sfere del Nazareno hanno progressivamente assaporato l'eventualità (sempre più concreta) di tornare tra i banchi del governo senza passare dalle urne. Nel pomeriggio di ieri, prima che i dati del voto online fossero resi noti, si registrava già un certo ottimismo da parte di svariati esponenti dem, tra cui Paola De Micheli, Andrea Marcucci e Graziano Delrio. Soprattutto quest'ultimo, interpellato da La7, ha voluto sottolineare il proprio rispetto nei confronti della consultazione grillina, come necessario momento di democrazia interna. Una linea in generale condivisa dai suoi compagni di partito, nonostante per anni avessero attaccato il Movimento 5 stelle, accusandolo di opacità nel suo sistema di consultazione interna, oltre che di essere sostanzialmente al soldo di un'azienda privata, come la Casaleggio Associati. Senza poi considerare un paradosso ulteriore. Entrambi i contraenti del nuovo esecutivo hanno rimarcato assai spesso, negli ultimi giorni, il fatto di aver parlamentarizzato la crisi e di nutrire per questo un sacro rispetto per le istituzioni. Lo stesso Giuseppe Conte, che in Senato si era sentito in dovere di dare grandi lezioni di senso istituzionale a Matteo Salvini, si era personalmente appellato agli iscritti di Rousseau, chiedendo il loro sostegno. «Non lasciamo le idee dentro al cassetto, è una opportunità per il Paese che vogliamo. Possiamo riformare incisivamente il Paese», aveva dichiarato l'altro ieri. Un po' inusuale per un premier incaricato. Tanto più se si tratta della stessa persona che aveva definito (un po' paradossalmente) «inappropriato» essere accostato al Movimento 5 stelle. Ma ancor prima di lui, era stato il solito Renzi ad attaccare Salvini, il barbaro che credeva di poter pilotare la crisi dell'esecutivo gialloblù dai palchi dei comizi e, ancor peggio, dalla consolle del Papeete. Ancora ieri pomeriggio, il senatore semplice rimarcava: «Decide la Costituzione, non il Papeete». Eppure, questi fini giuristi, cultori della democrazia parlamentare, sono rimasti appesi al sito di Davide Casaleggio per quasi un'ora e mezza, costretti a nascondere il disappunto per la democrazia del Web, che avevano sempre deriso. Altro che parlamentarsimo. Stefano Graziosi
Nei sei capoluoghi di provincia andati alle urne per rinnovare i sindaci (gli elettori chiamati al voto erano circa un milione, l’affluenza è stata del 52%, in calo di oltre 8 punti, e si è votato anche in Sardegna per il primo turno) la spallata immaginata da Schlein-Conte non c’è stata. Il centrodestra si è tenuto Arezzo, dove il Pd aveva schierato un pezzo da novanta come Vincenzo Ceccarelli, asfaltato al secondo turno da Marcello Comanducci (il candidato di Fdi, Lega e Forza Italia conferma il Comune al centrodestra con il 55,75% dei voti contro il 44,25 del campo largissimo) e Macerata, dove viene confermato Sandro Parcaroli, sostenuto da Matteo Salvini, con un ampio margine sullo sfidante proposto dal Pd e appoggiato da tutto il campo largo. Parcaroli ha raccolto il 54,30% dei consensi contro il 45,70% di Giancarlo Tittarelli. Queste due città erano la linea Maginot del centrodestra e hanno ampiamente resistito. Il che fa dire a Giorgia Meloni sui social: «I risultati confermano ancora una volta la forza del centrodestra, la solidità della coalizione e il suo radicamento nei territori; avanti così, con serietà e concretezza». Il presidente del Consiglio aggiunge: «Complimenti e auguri di buon lavoro a tutti i sindaci eletti nei ballottaggi, di ogni schieramento». Auguri dunque anche a Giovanni Legnini, uno dei cacicchi del Pd (è stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Enrico Letta, deputato e senatore prima del Pci e poi del Pd, vicepresidente del Csm ai tempi di Luca Palamara) che, con il 52,27%, ha mantenuto al centrosinistra il Comune di Chieti, battendo Cristiano Sicari (47,73%) del centrodestra, che però è arrivato a questa consultazione diviso e non ha approfittato del fatto che il Comune della città abruzzese, amministrato dal Pd, è in dissesto finanziario.
Tutto come previsto anche a Trani, che resta al centrosinistra - non al campo largo perché qui i pentastellati avevano fatto da soli al primo turno e non hanno dato indicazioni di voto al ballottaggio - con Marco Galliano che vince, per dirla con gergo calcistico, di corto muso con il 51,14% contro il candidato del centrodestra Angelo Guarriello che si è fermato al 48,86%.
C’è stato invece un cambio della guardia tanto ad Agrigento quanto a Lecco. La città dei templi era governata dal centrodestra, con Franco Micciché, che però, in rottura prolungata con i partiti, non si è ripresentato. La spaccatura non ha certo giovato, perché Gerlando Alonge non ha ricevuto dagli altri di centrodestra nessun appoggio e nonostante avesse chiuso il primo turno in testa tra i candidati di destra col 34,79% dei voti, al ballottaggio è naufragato. Ha raccolto appena il 27,7% delle preferenze, sonoramente battuto da Michele Sodano, che diventa sindaco col 72,3% dei voti e il sostegno di un campo largissimo. Peraltro Sodano aveva sfiorato l’elezione al primo turno - in Sicilia basta il 40% più un voto per evitare il ballottaggio - perché si era fermato al 39,13%. Ribaltone invece a Lecco e dunque gol del pareggio del centrodestra, con Filippo Boscagli che era in testa anche nel primo turno e ha sonoramente sconfitto il sindaco uscente del Pd, Mauro Gattinoni. Il candidato dem ha raccolto al ballottaggio il 47,96% delle preferenze, ma Boscagli ora indossa la fascia tricolore con il 52,04% delle preferenze. Assai consolatoria per il centrodestra è la vittoria anche a Vigevano, dove ha debuttato la lista di Roberto Vannacci. Diventa sindaco Paolo Previde Massara, candidato targato Forza Italia. Ed è un motivo di soddisfazione in più per il vicepremier Antonio Tajani, che commentando sui social nota: «Da Lecco ad Arezzo, da Macerata a Pompei, da Viareggio a San Giovanni Rotondo, da Vignola a Cava de’ Tirreni, da Comacchio a Sorrento, da Vigevano a Genzano: i dati confermano quelli del primo turno. Il centrodestra vince moltissimi ballottaggi e si conferma la coalizione protagonista. Buon lavoro a tutti i sindaci eletti. Ora tutti al lavoro per aumentare consenso dove non abbiamo ancora raggiunto l’obiettivo, per vincere le elezioni politiche e impedire che la sinistra metta le mani nelle tasche degli italiani: né patrimoniale, né tassa di successione». In effettic facendo i conti come li ha fatti Youtrend, questo turno amministrativo finisce in pareggio: su 18 capoluoghi il Centrosinistra passa da 8 a 10 eletti e il Centrodestra da 5 a 6 e l’area dei sindaci senza partito si riduce da 5 a 2.
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Il senatore Marco Lisei, presidente Commissione Covid (Ansa)
L’esponente di Fratelli d’Italia è finito nel mirino dell’opposizione per aver consentito che alcuni testimoni venissero interrogati negli uffici del commissariato di polizia. Capita spesso che le Procure incarichino gli ufficiali di pubblica sicurezza di sentire delle persone informate sui fatti, cioè a conoscenza di possibili reati. Gli interrogatori, infatti, non sono condotti sempre dai pubblici ministeri. Dunque, nel caso di una Commissione d’inchiesta che ha poteri investigativi, e di fronte alla quale le persone sentite sono tenute a dire il vero, gli interrogatori pare siano stati fatti non da parlamentari ma da funzionari di polizia. E allora? È evidente che chi non ha nulla da nascondere non dovrebbe avere problemi a rispondere a un onorevole o a un poliziotto. Inoltre, quella che ora protesta e minaccia un mini Aventino non è la stessa parte politica che in passato, con Silvio Berlusconi al governo, sfilava al grido di «intercettateci tutti», per mostrare di essere candidi come la neve? E come si è passati dall’idea di essere immacolati e pronti a confrontarsi con chiunque, fosse anche un maresciallo in ascolto delle telefonate personali, a non interrogateci proprio?
In effetti, la posizione politica di una sinistra che un tempo era per difendersi nel processo e non dal processo pare molto contraddittoria. Invece di affrontare con trasparenza gli accertamenti della commissione d’inchiesta sui costi e gli affidamenti durante il Covid, le prova tutte per impedire che proseguano i lavori dell’organismo. L’opposizione parla di plotone d’esecuzione contro la sinistra. In realtà, i lavori della commissione stanno mettendo in luce una serie di stranezze che, considerato l’ammontare delle somme spese senza molta rendicontazione durante quel periodo, generano molti interrogativi.
Non ci sono solo i banchi a rotelle, la cui adozione per combattere il virus fece sghignazzare mezzo mondo, e nemmeno le forniture di mascherine fallate o, come abbiamo scoperto di recente, i tamponi non certificati a rilevare il contagio da Covid. Ci sono anche pagamenti erogati per prestazioni professionali molto dubbie. Lo ha rilevato un testimone, il quale di fronte alla commissione ha parlato di un bonifico di diverse centinaia di migliaia di euro, versate sul conto di un avvocato, collega dello studio dell’ex premier Giuseppe Conte. I commissari hanno incalzato il teste per conoscere la motivazione del pagamento. E questi avrebbe spiegato che la consulenza prestata dal professionista sarebbe stata saldata per prestazioni marginali, come ad esempio il controllo dei documenti e la preparazione di una lettera per sollecitare il saldo di una fattura. Insomma, un servizio a dir poco caro, perché tra controllo e sollecito sarebbero stati spesi 454.000 euro. Eppure, tale somma è stata pagata senza batter ciglio. Perché? Sono domande alle quali la commissione parlamentare vorrebbe dare una risposta. Ma forse, più che dei poliziotti incaricati di porre quesiti, a sinistra hanno paura proprio di questo, di essere chiamati a rispondere dei molti lati oscuri di una stagione in cui, con la scusa dell’emergenza, tutto fu consentito e, soprattutto, moltissimo si è speso.
Infatti, guarda caso, dopo aver protestato per gli interrogatori affidati agli agenti fuori dalle mura del Parlamento, l’opposizione chiede lo scioglimento dell’organismo d’inchiesta. In pratica, su una vicenda che ha visto decine di migliaia di morti e per cui si sono spesi decine di miliardi, i compagni vorrebbero far calare il sipario.
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Il direttore del «Fatto quotidiano» Marco Travaglio. Nel riquadro l'imprenditore Giuseppe Cipriani (Imagoeconomica)
Il punto emerge dall’atto di citazione depositato il 5 giugno davanti alla Southern District Court di New York da Cipriani Usa, contro Società Editoriale Il Fatto S.p.A. e Rai - Radiotelevisione Italiana S.p.A (e Report). Secondo l’atto, Torres starebbe valutando un’azione legale contro il Fatto per essere stata citata in modo inesatto o fuori contesto. Del resto, il documento notarile firmato a Maldonado il 29 maggio davanti al notaio Andrés Fernando García Sención rende il passaggio ancora più rilevante. Torres si presenta con un avvocato e chiede di mettere a verbale una dichiarazione destinata a essere eventualmente prodotta davanti a soggetti pubblici o privati. Dice di aver riflettuto sulla portata delle sue dichiarazioni rilasciate a media nazionali ed esteri e di voler «puntualizzare in modo definitivo» alcuni punti.
Il primo riguarda Nicole Minetti. Torres dichiara che, durante tutto il periodo in cui ha lavorato al Gin Tonic, non ha mai assistito né le consta con certezza che Minetti fosse coinvolta in una presunta operazione finalizzata a cercare, reclutare, assumere, indurre o invitare prostitute in alcun luogo. Aggiunge che, da quando Minetti e Cipriani hanno adottato il figlio, l’attenzione di lei sarebbe stata rivolta soprattutto alla cura e all’educazione del bambino.
Il secondo riguarda Giuseppe Cipriani. La situazione definita come molestia, precisa Torres, sarebbe stata una vicenda di «molestia lavorativa», chiusa con un accordo transattivo tra le parti. È un dettaglio che si incrocia con l’atto americano: secondo Cipriani Usa, dopo la fine del rapporto con la residenza Gin Tonic, Torres aveva chiesto circa 60.000 dollari per salari e benefici non pagati, ma la controversia si sarebbe chiusa con 6.000 dollari. In quella vertenza, sostiene la società, non compariva alcun riferimento a festini, droga, sesso o prostituzione.
Poi c’è il capitolo mediatico. Torres scrive di non essere abituata all’esposizione pubblica né a rilasciare dichiarazioni davanti a telecamere o registratori. Per questo, afferma, alcune sue dichiarazioni sarebbero state estrapolate dal contesto. Sostiene inoltre che il suo nome sia stato reso pubblico senza autorizzazione, causandole un danno enorme nella vita lavorativa e nella privacy. Dice di aver negato in modo espresso l’autorizzazione all’uso e alla pubblicazione del proprio nome e aggiunge che alcune sue affermazioni sarebbero state travisate.
La donna si impegna anche a non rilasciare altre interviste a media nazionali o esteri su questa vicenda, con l’obiettivo di recuperare tranquillità familiare, proteggere i figli e cercare un nuovo percorso lavorativo. Allo stesso tempo dichiara piena disponibilità a comparire davanti alle sedi istituzionali o giudiziarie che dovessero formalmente richiederlo, per chiarire eventuali dubbi o fatti che, a causa della sua inesperienza con i media, possano aver causato un danno ingiustificato a terzi o alle istituzioni: insomma è disposta difendere gli stessi Cipriani e Minetti.
È qui che il racconto del Fatto potrebbe diventare più esposto a richieste di risarcimenti. Del resto, l’atto depositato a New York contesta anche il modo in cui la donna sarebbe stata presentata. Secondo Cipriani, il Fatto l’avrebbe descritta come una persona legata da oltre 20 anni alla tenuta. I registri di lavoro citati nella causa indicherebbero invece tre soli periodi: dal 27 luglio al 1° agosto 2024, dal 22 al 27 agosto 2024 e dall’8 ottobre 2024 al 3 febbraio 2025. In tutto, circa quattro mesi, non 20 anni. Su questo si innesta il blocco delle testimonianze. L’atto di citazione sostiene che otto dichiarazioni giurate di attuali ed ex dipendenti della residenza di Punta del Este abbiano smentito le accuse della massaggiatrice (poi trasmesse alla Procura generale di Milano).
Va ricordato che il caso non arriva a New York come una semplice lite reputazionale. L’attore è Cipriani Usa, Inc., società newyorchese, e la causa non è impostata come diffamazione. I titoli invocati sono interferenza illecita con relazioni economiche. In sostanza: non solo «ci avete offeso», ma «avete danneggiato il nostro business». Il danno viene legato soprattutto a un finanziamento da 50 milioni di dollari. Secondo l’atto, il 14 maggio 2026 un finanziatore, indicato come Lender A, avrebbe sospeso il closing finché Cipriani Usa non avesse chiarito le accuse su Epstein, corruzione, Uruguay e integrità commerciale. La società sostiene di avere già sostenuto oltre 1 milione di dollari in spese legali, investigative e professionali, e indica circa 50 milioni di dollari di costi collegati al ritardo dell’operazione. La richiesta complessiva arriva ad almeno 250 milioni di dollari, oltre a danni punitivi e misure di rimozione, correzione o deindicizzazione dei contenuti giudicati falsi. I convenuti sono il Fatto Quotidiano e la Rai per Report. È sempre Cartabianca compare solo nella ricostruzione dei fatti, soprattutto per il caso Nordio, ma non è parte convenuta in questo atto americano. Ma la trasmissione di Mediaset compare nella citazione di richiesta di danni depositata ieri a Roma dagli avvocati Emanuele Fisicaro, Paolo Siniscalchi e Antonella Calcaterra. In questo caso la richiesta è di 5 milioni per il Fatto, mentre di 1,5 milioni di euro a testa per Rai e Fininvest. Le narrazioni contestate sono quattro: Epstein, Nordio, festini e adozione. Su Epstein, Cipriani sostiene che ci furono solo bozze per un’operazione mai chiusa: nessun bonifico da 800.000 sterline, nessun accordo, nessuna partnership. Sul ministro Nordio, l’atto richiama la smentita in diretta del ministro e il successivo rilancio del tema da parte di Report.
Sull’adozione, la causa ricostruisce una procedura seguita da Inau e tribunale di Maldonado, con cure negli Stati Uniti nel 2021 e adozione definitiva nel 2023. C’è poi il richiamo al comunicato della Procura generale di Milano, firmato da Francesca Nanni, secondo cui le notizie di stampa «non corrispondono al vero», e la conferma della grazia da parte del Quirinale.
Infine, le diffide: secondo l’atto, i legali di Cipriani avvertirono Fatto e Report il 2 maggio. Nonostante questo, sostiene la causa, Report andò in onda e il Fatto continuò a pubblicare. Da qui la richiesta di danni punitivi e di un processo con giuria. C’è infine un dettaglio di mercato: il Fatto è una società quotata. Se il contenzioso americano sarà ritenuto rilevante per valore o ricadute, dovrà essere comunicato agli investitori.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Furio Suvilla, l’avvocato appoggiato dal fondatore di Futuro nazionale, al primo turno era arrivato addirittura al 14,21%, staccando di cinque punti la Lega. Ma in vista del ballottaggio, l’uomo di Vannacci si era rifiutato di far confluire le proprie preferenze sull’azzurro: «Non appoggeremo», aveva detto, «chi si definisce di centrodestra ma poi ha paura di prendere posizioni ufficiali sui temi più importanti che riguardano la nostra città». Era quasi un invito a premiare Rossella Buratti, candidata del campo largo, testa di serie allo «spareggio» di questo fine settimana, grazie alle tensioni nello schieramento avversario. La «destra destra» esortava a «recarsi alle urne votando scheda bianca o annullando».
Al contrario di Suvilla, Fdi e Carroccio, che al primo turno si erano divisi da Forza Italia, lanciando, insieme a Noi moderati, Riccardo Ghia (terzo, con il 21,45% dei suffragi, alle spalle di Massara Previde, che aveva preso il 24,38%), hanno lasciato ai loro elettori libertà di coscienza. E costoro, in maggioranza, hanno deciso che era il caso di consegnare le chiavi della città all’uomo indicato dai forzisti per subentrare ad Andrea Ceffa, leghista, travolto da un’accusa di corruzione per cui è a processo.
Al di là del dato locale - il centrodestra tiene Vigevano da 26 anni - dal Pavese arriva una lezione di respiro nazionale, in prospettiva politiche 2027. Ieri, Laura Ravetto, esponente di Fn, ha aperto all’idea di un’alleanza con il centrodestra: «Non si capisce perché bisognerebbe dividersi per consegnare il Paese alla sinistra». A Vigevano, alla lista vannacciana non è riuscito di guastare la festa; ma a Trecate (Novara), il candidato del centrodestra, Roberto Minera, è rimasto indietro di cinque punti rispetto a Raffaele Sacco, di Pd e 5 stelle, proprio per il mancato apparentamento con Rosa Criscuolo, di Futuro nazionale. È, in piccolo, ciò che potrebbe accadere in grande tra un anno.
Vanacci non ha escluso un’intesa con l’attuale maggioranza, dove invece si registrano le logiche chiusure della Lega e i malumori di Fi, con tanto di scambi di battute a distanza tra il generale e Marina Berlusconi, oltre alla freddezza di Giorgia Meloni. Vannacci guarda ai sondaggi, che lo danno oltre il 4%, e alza il tiro: vuole che la coalizione si adegui alle sue «linee rosse». Nel fenomeno Fn quale ago della bilancia si profila un duplice rischio: far perdere il centrodestra, oppure condizionarlo. E imporgli il fardello di un kingmaker «impresentabile». In entrambi i casi, sarebbe un regalo alla sinistra.
È comprensibile che Vannacci cerchi il proprio posto al sole. Ma è tempo che decida cosa vuol fare da grande. Altrimenti, la sua sarà la tipica ascesa del gatekeeper: più che alla destra, servirà agli avversari. Roba da militari, no? Divide et impera...
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