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2019-09-04
L’assemblea di condominio dei 5 stelle vara il nuovo governo assieme al Pd
Il via libera al governo del Conte rosso ottiene un vero e proprio plebiscito sulla piattaforma Rousseau. I «sì» sono stati 63.146 voti (79,3%), i «no» 16.488 voti (20,7%). Un risultato che va al di là di ogni più rosea aspettativa dei sostenitori del «sì». L'asticella del successo era fissata al 70%, considerando che nel maggio 2018 il via libera al contratto con la Lega era arrivato con il 94% di pareri favorevoli.
I militanti del M5s, sovvertendo molti pronostici della vigilia, hanno espresso in larghissima maggioranza il loro sostegno all'accordo con il Pd. C'era molta attesa per il risultato, ovviamente, ma soprattutto per la forbice tra favorevoli e contrari. In caso di un successo del «sì», con numeri risicati, inferiori al 70%, sarebbe stato più facile per i senatori che non vedono di buon occhio il governo con i Dem uscire allo scoperto e dichiarare il loro voto contrario alla fiducia, giustificandolo con un elettorato spaccato. Il 79% di «sì», invece, considerando quanto sia sofferta l'alleanza con quello che era stato definito il «partito di Bibbiano», consente a Giuseppe Conte di sciogliere la riserva. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, tira un sospiro di sollievo, così come le cancellerie europee e la stessa Commissione, sponsor principali di questo governo Conte 2.0. A comunicare il risultato, alle 19 e 27 di ieri sera, è il Blog delle stelle.
Ritardi tecnici dovuti alla certificazione del voto da parte del notaio prolungano ben oltre le previsioni l'attesa dell'esito della consultazione on line, gettando nel panico osservatori nazionali e internazionali. Tocca a Luigi Di Maio, capo politico del M5s, comunicare il risultato. «Io credo», dice Di Maio in conferenza stampa alla Camera, dopo aver annunciato l'esito del voto su Rousseau, «che dobbiamo essere molto orgogliosi del fatto che tutto il mondo abbia aspettato la pronuncia di questi 80.000 cittadini italiani su una piattaforma digitale che è un unicum nel mondo. Adesso si passa all'ultimo miglio, la squadra di governo che deve lavorare per migliorare la qualità della vita della gente. Non sarà un governo di destra o di sinistra, ma un governo che deve fare le cose giuste. Siamo di fronte», aggiunge Di Maio, «a un voto plebiscitario. Con l'80% nasce un governo di coalizione di cui il M5s sarà la forza politica di maggioranza. Tutto il mondo ha aspettato questa pronuncia votata su una piattaforma digitale unica al mondo, offrendo così un metodo diverso per creare un governo, come già fatto con la Lega. In meno di un mese», sottolinea il capo politico del M5s, «è stata risolta una crisi di governo inedita attraverso un metodo diverso, non nelle segrete stanze, ma con un percorso, un programma e poi un confronto sul programma con il Pd».
Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, commenta subito dopo l'esito del voto degli iscritti del M5s: «Con la chiusura del lavoro programmatico si è fatto un altro passo avanti per un governo di svolta. Ridurre le tasse sul lavoro, sviluppo economico, green economy, rilancio di scuola, università e ricerca, modifica radicale dei decreti sicurezza. Ora», conclude Zingaretti, «andiamo a cambiare l'Italia».
La giornata era iniziata alle 9, con l'avvio delle votazioni on line. Dopo poco più di mezz'ora, i primi intoppi: numerosi iscritti, tra cui anche diversi parlamentari del M5s, segnalano difficoltà nell'accesso all'area voto del sistema operativo, forse a causa delle troppe visite sul sito. «Nelle prime due ore di votazione», spiegano a mezzogiorno dall'associazione Rousseau, «dalle ore 9 alle ore 11 hanno votato 29.781 iscritti certificati. Abbiamo gestito 24.000 connessioni in contemporanea con picchi di 1.200 richieste al secondo. Si tratta di un record storico per Rousseau: un traffico addirittura 10-12 volte superiore rispetto a quello del primo turno di votazioni per la scelta dei candidati alle Europee». «Ho votato ma il voto è segreto», dice ai giornalisti Luigi Di Maio, alle 13 e 30, contribuendo ad alimentare voci di spaccature e dissapori con gli altri big del M5s, voci che verranno poi smentite dall'esito finale della votazione: l'80% di sì è il segnale che i big del partito, ma anche parlamentari ed esponenti delle istituzioni locali, si sono mossi in massa a sostegno del governo giallorosso.
Poco dopo le 14 tocca a Davide Casaleggio incontrare i giornalisti per un commento sull'andamento della votazione: «Sono qui», dice Casaleggio, «per fare un annuncio: alle 13 e 19 di oggi abbiamo superato le 56.127 votazioni da parte degli iscritti, che era l'attuale record mondiale di partecipazione on line a una votazione politica. A chi ci critica», aggiunge Casaleggio, «rispondo che quando si coinvolgono le persone queste possono scegliere. Tutti gli iscritti, e oggi abbiamo più di 100.000 iscritti, possono scegliere il futuro di una comunità e di questo dobbiamo essere molto contenti e dobbiamo iniziare anche a prendere esempio da esperienze estere».
Si arriva così alle 18, quando termina la votazione e inizia la lunga attesa dei risultati. Un'attesa che si prolunga a dismisura, con tanto di blocco della piattaforma, probabilmente a causa dei troppi accessi. Di Maio convoca per le 18 e 30 una conferenza stampa, ma fino alle 19 e 27 non arriva più nessuna comunicazione. Poi, l'annuncio di Di Maio. È iniziato il governo del Conte rosso, ora l'incognita è: quanto durerà?
Carlo Tarallo
Zingaretti festeggia, ma il successo è di Renzi
Il Nazareno ha tirato un sospiro di sollievo. La consultazione avvenuta ieri sulla piattaforma Rousseau si è espressa a larghissima maggioranza in favore di un esecutivo targato Pd e Movimento 5 stelle, dando così la propria benedizione a un governo Conte bis.
«Con la chiusura del lavoro programmatico si è fatto un altro passo avanti per un governo di svolta. Ridurre le tasse sul lavoro, sviluppo economico, green economy, rilancio di scuola, università e ricerca, modifica radicale dei decreti sicurezza. Ora andiamo a cambiare l'Italia», ha scritto su Facebook Nicola Zingaretti, poco dopo la diffusione dei risultati. Il segretario dem ha, insomma, provato a ribadire la sua leadership nel partito, mostrando di voler contribuire a dare energicamente la linea al nascituro governo. Peccato per lui che queste parole corrispondano ben poco alla realtà. Questo esecutivo è palesemente frutto di una manovra di Matteo Renzi che, con indiscussa abilità tattica, è riuscito a mettere Zingaretti all'angolo, assumendo di fatto le redini del partito. Prova ne è che il segretario dem fosse all'inizio totalmente contrario all'ipotesi di una convergenza con il Movimento 5 stelle. Salvo poi fare un passo indietro, dopo la ribellione interna delle truppe renziane. Zingaretti (che aveva tutto l'interesse ad andare a elezioni anticipate) ha scelto di scendere a patti con il suo rivale interno, per ritrovarsi alla fine esautorato nei fatti.
Renzi si prepara adesso a dirigere l'azione del nuovo esecutivo: un esecutivo che resterà appeso ai suoi desiderata e che sarà pronto a essere liquidato non appena il senatore di Rignano lo riterrà più opportuno (non appena, cioè, sarà pronta la sua creatura centrista). Con buona pace degli stessi grillini che - paradosso dei paradossi - contro Renzi avevano costruito grandissima parte del loro successo politico. Tutto questo, mentre le alte sfere del Nazareno hanno progressivamente assaporato l'eventualità (sempre più concreta) di tornare tra i banchi del governo senza passare dalle urne.
Nel pomeriggio di ieri, prima che i dati del voto online fossero resi noti, si registrava già un certo ottimismo da parte di svariati esponenti dem, tra cui Paola De Micheli, Andrea Marcucci e Graziano Delrio. Soprattutto quest'ultimo, interpellato da La7, ha voluto sottolineare il proprio rispetto nei confronti della consultazione grillina, come necessario momento di democrazia interna. Una linea in generale condivisa dai suoi compagni di partito, nonostante per anni avessero attaccato il Movimento 5 stelle, accusandolo di opacità nel suo sistema di consultazione interna, oltre che di essere sostanzialmente al soldo di un'azienda privata, come la Casaleggio Associati. Senza poi considerare un paradosso ulteriore. Entrambi i contraenti del nuovo esecutivo hanno rimarcato assai spesso, negli ultimi giorni, il fatto di aver parlamentarizzato la crisi e di nutrire per questo un sacro rispetto per le istituzioni. Lo stesso Giuseppe Conte, che in Senato si era sentito in dovere di dare grandi lezioni di senso istituzionale a Matteo Salvini, si era personalmente appellato agli iscritti di Rousseau, chiedendo il loro sostegno. «Non lasciamo le idee dentro al cassetto, è una opportunità per il Paese che vogliamo. Possiamo riformare incisivamente il Paese», aveva dichiarato l'altro ieri. Un po' inusuale per un premier incaricato. Tanto più se si tratta della stessa persona che aveva definito (un po' paradossalmente) «inappropriato» essere accostato al Movimento 5 stelle.
Ma ancor prima di lui, era stato il solito Renzi ad attaccare Salvini, il barbaro che credeva di poter pilotare la crisi dell'esecutivo gialloblù dai palchi dei comizi e, ancor peggio, dalla consolle del Papeete. Ancora ieri pomeriggio, il senatore semplice rimarcava: «Decide la Costituzione, non il Papeete». Eppure, questi fini giuristi, cultori della democrazia parlamentare, sono rimasti appesi al sito di Davide Casaleggio per quasi un'ora e mezza, costretti a nascondere il disappunto per la democrazia del Web, che avevano sempre deriso. Altro che parlamentarsimo.
Stefano Graziosi
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Gli iscritti alla piattaforma Rousseau, creazione di Casaleggio jr, optano per il «sì» all'accordo Il segretario dem: «Ora cambiamo l'Italia». Però il pateracchio sarà ostaggio degli interessi del Bullocon il 79,3% delle preferenze. Equivale a circa 63.000 persone ma Luigi Di Maio monta la panna: «Tutto il mondo aspettava».Lo speciale contiene due articoli Il via libera al governo del Conte rosso ottiene un vero e proprio plebiscito sulla piattaforma Rousseau. I «sì» sono stati 63.146 voti (79,3%), i «no» 16.488 voti (20,7%). Un risultato che va al di là di ogni più rosea aspettativa dei sostenitori del «sì». L'asticella del successo era fissata al 70%, considerando che nel maggio 2018 il via libera al contratto con la Lega era arrivato con il 94% di pareri favorevoli. I militanti del M5s, sovvertendo molti pronostici della vigilia, hanno espresso in larghissima maggioranza il loro sostegno all'accordo con il Pd. C'era molta attesa per il risultato, ovviamente, ma soprattutto per la forbice tra favorevoli e contrari. In caso di un successo del «sì», con numeri risicati, inferiori al 70%, sarebbe stato più facile per i senatori che non vedono di buon occhio il governo con i Dem uscire allo scoperto e dichiarare il loro voto contrario alla fiducia, giustificandolo con un elettorato spaccato. Il 79% di «sì», invece, considerando quanto sia sofferta l'alleanza con quello che era stato definito il «partito di Bibbiano», consente a Giuseppe Conte di sciogliere la riserva. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, tira un sospiro di sollievo, così come le cancellerie europee e la stessa Commissione, sponsor principali di questo governo Conte 2.0. A comunicare il risultato, alle 19 e 27 di ieri sera, è il Blog delle stelle. Ritardi tecnici dovuti alla certificazione del voto da parte del notaio prolungano ben oltre le previsioni l'attesa dell'esito della consultazione on line, gettando nel panico osservatori nazionali e internazionali. Tocca a Luigi Di Maio, capo politico del M5s, comunicare il risultato. «Io credo», dice Di Maio in conferenza stampa alla Camera, dopo aver annunciato l'esito del voto su Rousseau, «che dobbiamo essere molto orgogliosi del fatto che tutto il mondo abbia aspettato la pronuncia di questi 80.000 cittadini italiani su una piattaforma digitale che è un unicum nel mondo. Adesso si passa all'ultimo miglio, la squadra di governo che deve lavorare per migliorare la qualità della vita della gente. Non sarà un governo di destra o di sinistra, ma un governo che deve fare le cose giuste. Siamo di fronte», aggiunge Di Maio, «a un voto plebiscitario. Con l'80% nasce un governo di coalizione di cui il M5s sarà la forza politica di maggioranza. Tutto il mondo ha aspettato questa pronuncia votata su una piattaforma digitale unica al mondo, offrendo così un metodo diverso per creare un governo, come già fatto con la Lega. In meno di un mese», sottolinea il capo politico del M5s, «è stata risolta una crisi di governo inedita attraverso un metodo diverso, non nelle segrete stanze, ma con un percorso, un programma e poi un confronto sul programma con il Pd».Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, commenta subito dopo l'esito del voto degli iscritti del M5s: «Con la chiusura del lavoro programmatico si è fatto un altro passo avanti per un governo di svolta. Ridurre le tasse sul lavoro, sviluppo economico, green economy, rilancio di scuola, università e ricerca, modifica radicale dei decreti sicurezza. Ora», conclude Zingaretti, «andiamo a cambiare l'Italia».La giornata era iniziata alle 9, con l'avvio delle votazioni on line. Dopo poco più di mezz'ora, i primi intoppi: numerosi iscritti, tra cui anche diversi parlamentari del M5s, segnalano difficoltà nell'accesso all'area voto del sistema operativo, forse a causa delle troppe visite sul sito. «Nelle prime due ore di votazione», spiegano a mezzogiorno dall'associazione Rousseau, «dalle ore 9 alle ore 11 hanno votato 29.781 iscritti certificati. Abbiamo gestito 24.000 connessioni in contemporanea con picchi di 1.200 richieste al secondo. Si tratta di un record storico per Rousseau: un traffico addirittura 10-12 volte superiore rispetto a quello del primo turno di votazioni per la scelta dei candidati alle Europee». «Ho votato ma il voto è segreto», dice ai giornalisti Luigi Di Maio, alle 13 e 30, contribuendo ad alimentare voci di spaccature e dissapori con gli altri big del M5s, voci che verranno poi smentite dall'esito finale della votazione: l'80% di sì è il segnale che i big del partito, ma anche parlamentari ed esponenti delle istituzioni locali, si sono mossi in massa a sostegno del governo giallorosso. Poco dopo le 14 tocca a Davide Casaleggio incontrare i giornalisti per un commento sull'andamento della votazione: «Sono qui», dice Casaleggio, «per fare un annuncio: alle 13 e 19 di oggi abbiamo superato le 56.127 votazioni da parte degli iscritti, che era l'attuale record mondiale di partecipazione on line a una votazione politica. A chi ci critica», aggiunge Casaleggio, «rispondo che quando si coinvolgono le persone queste possono scegliere. Tutti gli iscritti, e oggi abbiamo più di 100.000 iscritti, possono scegliere il futuro di una comunità e di questo dobbiamo essere molto contenti e dobbiamo iniziare anche a prendere esempio da esperienze estere». Si arriva così alle 18, quando termina la votazione e inizia la lunga attesa dei risultati. Un'attesa che si prolunga a dismisura, con tanto di blocco della piattaforma, probabilmente a causa dei troppi accessi. Di Maio convoca per le 18 e 30 una conferenza stampa, ma fino alle 19 e 27 non arriva più nessuna comunicazione. Poi, l'annuncio di Di Maio. È iniziato il governo del Conte rosso, ora l'incognita è: quanto durerà?Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lassemblea-di-condominio-dei-grillini-vara-il-nuovo-governo-assieme-al-pd-2640182462.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zingaretti-festeggia-ma-il-successo-e-di-renzi" data-post-id="2640182462" data-published-at="1777623767" data-use-pagination="False"> Zingaretti festeggia, ma il successo è di Renzi Il Nazareno ha tirato un sospiro di sollievo. La consultazione avvenuta ieri sulla piattaforma Rousseau si è espressa a larghissima maggioranza in favore di un esecutivo targato Pd e Movimento 5 stelle, dando così la propria benedizione a un governo Conte bis. «Con la chiusura del lavoro programmatico si è fatto un altro passo avanti per un governo di svolta. Ridurre le tasse sul lavoro, sviluppo economico, green economy, rilancio di scuola, università e ricerca, modifica radicale dei decreti sicurezza. Ora andiamo a cambiare l'Italia», ha scritto su Facebook Nicola Zingaretti, poco dopo la diffusione dei risultati. Il segretario dem ha, insomma, provato a ribadire la sua leadership nel partito, mostrando di voler contribuire a dare energicamente la linea al nascituro governo. Peccato per lui che queste parole corrispondano ben poco alla realtà. Questo esecutivo è palesemente frutto di una manovra di Matteo Renzi che, con indiscussa abilità tattica, è riuscito a mettere Zingaretti all'angolo, assumendo di fatto le redini del partito. Prova ne è che il segretario dem fosse all'inizio totalmente contrario all'ipotesi di una convergenza con il Movimento 5 stelle. Salvo poi fare un passo indietro, dopo la ribellione interna delle truppe renziane. Zingaretti (che aveva tutto l'interesse ad andare a elezioni anticipate) ha scelto di scendere a patti con il suo rivale interno, per ritrovarsi alla fine esautorato nei fatti. Renzi si prepara adesso a dirigere l'azione del nuovo esecutivo: un esecutivo che resterà appeso ai suoi desiderata e che sarà pronto a essere liquidato non appena il senatore di Rignano lo riterrà più opportuno (non appena, cioè, sarà pronta la sua creatura centrista). Con buona pace degli stessi grillini che - paradosso dei paradossi - contro Renzi avevano costruito grandissima parte del loro successo politico. Tutto questo, mentre le alte sfere del Nazareno hanno progressivamente assaporato l'eventualità (sempre più concreta) di tornare tra i banchi del governo senza passare dalle urne. Nel pomeriggio di ieri, prima che i dati del voto online fossero resi noti, si registrava già un certo ottimismo da parte di svariati esponenti dem, tra cui Paola De Micheli, Andrea Marcucci e Graziano Delrio. Soprattutto quest'ultimo, interpellato da La7, ha voluto sottolineare il proprio rispetto nei confronti della consultazione grillina, come necessario momento di democrazia interna. Una linea in generale condivisa dai suoi compagni di partito, nonostante per anni avessero attaccato il Movimento 5 stelle, accusandolo di opacità nel suo sistema di consultazione interna, oltre che di essere sostanzialmente al soldo di un'azienda privata, come la Casaleggio Associati. Senza poi considerare un paradosso ulteriore. Entrambi i contraenti del nuovo esecutivo hanno rimarcato assai spesso, negli ultimi giorni, il fatto di aver parlamentarizzato la crisi e di nutrire per questo un sacro rispetto per le istituzioni. Lo stesso Giuseppe Conte, che in Senato si era sentito in dovere di dare grandi lezioni di senso istituzionale a Matteo Salvini, si era personalmente appellato agli iscritti di Rousseau, chiedendo il loro sostegno. «Non lasciamo le idee dentro al cassetto, è una opportunità per il Paese che vogliamo. Possiamo riformare incisivamente il Paese», aveva dichiarato l'altro ieri. Un po' inusuale per un premier incaricato. Tanto più se si tratta della stessa persona che aveva definito (un po' paradossalmente) «inappropriato» essere accostato al Movimento 5 stelle. Ma ancor prima di lui, era stato il solito Renzi ad attaccare Salvini, il barbaro che credeva di poter pilotare la crisi dell'esecutivo gialloblù dai palchi dei comizi e, ancor peggio, dalla consolle del Papeete. Ancora ieri pomeriggio, il senatore semplice rimarcava: «Decide la Costituzione, non il Papeete». Eppure, questi fini giuristi, cultori della democrazia parlamentare, sono rimasti appesi al sito di Davide Casaleggio per quasi un'ora e mezza, costretti a nascondere il disappunto per la democrazia del Web, che avevano sempre deriso. Altro che parlamentarsimo. Stefano Graziosi
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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