True
2019-09-04
L’assemblea di condominio dei 5 stelle vara il nuovo governo assieme al Pd
Il via libera al governo del Conte rosso ottiene un vero e proprio plebiscito sulla piattaforma Rousseau. I «sì» sono stati 63.146 voti (79,3%), i «no» 16.488 voti (20,7%). Un risultato che va al di là di ogni più rosea aspettativa dei sostenitori del «sì». L'asticella del successo era fissata al 70%, considerando che nel maggio 2018 il via libera al contratto con la Lega era arrivato con il 94% di pareri favorevoli.
I militanti del M5s, sovvertendo molti pronostici della vigilia, hanno espresso in larghissima maggioranza il loro sostegno all'accordo con il Pd. C'era molta attesa per il risultato, ovviamente, ma soprattutto per la forbice tra favorevoli e contrari. In caso di un successo del «sì», con numeri risicati, inferiori al 70%, sarebbe stato più facile per i senatori che non vedono di buon occhio il governo con i Dem uscire allo scoperto e dichiarare il loro voto contrario alla fiducia, giustificandolo con un elettorato spaccato. Il 79% di «sì», invece, considerando quanto sia sofferta l'alleanza con quello che era stato definito il «partito di Bibbiano», consente a Giuseppe Conte di sciogliere la riserva. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, tira un sospiro di sollievo, così come le cancellerie europee e la stessa Commissione, sponsor principali di questo governo Conte 2.0. A comunicare il risultato, alle 19 e 27 di ieri sera, è il Blog delle stelle.
Ritardi tecnici dovuti alla certificazione del voto da parte del notaio prolungano ben oltre le previsioni l'attesa dell'esito della consultazione on line, gettando nel panico osservatori nazionali e internazionali. Tocca a Luigi Di Maio, capo politico del M5s, comunicare il risultato. «Io credo», dice Di Maio in conferenza stampa alla Camera, dopo aver annunciato l'esito del voto su Rousseau, «che dobbiamo essere molto orgogliosi del fatto che tutto il mondo abbia aspettato la pronuncia di questi 80.000 cittadini italiani su una piattaforma digitale che è un unicum nel mondo. Adesso si passa all'ultimo miglio, la squadra di governo che deve lavorare per migliorare la qualità della vita della gente. Non sarà un governo di destra o di sinistra, ma un governo che deve fare le cose giuste. Siamo di fronte», aggiunge Di Maio, «a un voto plebiscitario. Con l'80% nasce un governo di coalizione di cui il M5s sarà la forza politica di maggioranza. Tutto il mondo ha aspettato questa pronuncia votata su una piattaforma digitale unica al mondo, offrendo così un metodo diverso per creare un governo, come già fatto con la Lega. In meno di un mese», sottolinea il capo politico del M5s, «è stata risolta una crisi di governo inedita attraverso un metodo diverso, non nelle segrete stanze, ma con un percorso, un programma e poi un confronto sul programma con il Pd».
Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, commenta subito dopo l'esito del voto degli iscritti del M5s: «Con la chiusura del lavoro programmatico si è fatto un altro passo avanti per un governo di svolta. Ridurre le tasse sul lavoro, sviluppo economico, green economy, rilancio di scuola, università e ricerca, modifica radicale dei decreti sicurezza. Ora», conclude Zingaretti, «andiamo a cambiare l'Italia».
La giornata era iniziata alle 9, con l'avvio delle votazioni on line. Dopo poco più di mezz'ora, i primi intoppi: numerosi iscritti, tra cui anche diversi parlamentari del M5s, segnalano difficoltà nell'accesso all'area voto del sistema operativo, forse a causa delle troppe visite sul sito. «Nelle prime due ore di votazione», spiegano a mezzogiorno dall'associazione Rousseau, «dalle ore 9 alle ore 11 hanno votato 29.781 iscritti certificati. Abbiamo gestito 24.000 connessioni in contemporanea con picchi di 1.200 richieste al secondo. Si tratta di un record storico per Rousseau: un traffico addirittura 10-12 volte superiore rispetto a quello del primo turno di votazioni per la scelta dei candidati alle Europee». «Ho votato ma il voto è segreto», dice ai giornalisti Luigi Di Maio, alle 13 e 30, contribuendo ad alimentare voci di spaccature e dissapori con gli altri big del M5s, voci che verranno poi smentite dall'esito finale della votazione: l'80% di sì è il segnale che i big del partito, ma anche parlamentari ed esponenti delle istituzioni locali, si sono mossi in massa a sostegno del governo giallorosso.
Poco dopo le 14 tocca a Davide Casaleggio incontrare i giornalisti per un commento sull'andamento della votazione: «Sono qui», dice Casaleggio, «per fare un annuncio: alle 13 e 19 di oggi abbiamo superato le 56.127 votazioni da parte degli iscritti, che era l'attuale record mondiale di partecipazione on line a una votazione politica. A chi ci critica», aggiunge Casaleggio, «rispondo che quando si coinvolgono le persone queste possono scegliere. Tutti gli iscritti, e oggi abbiamo più di 100.000 iscritti, possono scegliere il futuro di una comunità e di questo dobbiamo essere molto contenti e dobbiamo iniziare anche a prendere esempio da esperienze estere».
Si arriva così alle 18, quando termina la votazione e inizia la lunga attesa dei risultati. Un'attesa che si prolunga a dismisura, con tanto di blocco della piattaforma, probabilmente a causa dei troppi accessi. Di Maio convoca per le 18 e 30 una conferenza stampa, ma fino alle 19 e 27 non arriva più nessuna comunicazione. Poi, l'annuncio di Di Maio. È iniziato il governo del Conte rosso, ora l'incognita è: quanto durerà?
Carlo Tarallo
Zingaretti festeggia, ma il successo è di Renzi
Il Nazareno ha tirato un sospiro di sollievo. La consultazione avvenuta ieri sulla piattaforma Rousseau si è espressa a larghissima maggioranza in favore di un esecutivo targato Pd e Movimento 5 stelle, dando così la propria benedizione a un governo Conte bis.
«Con la chiusura del lavoro programmatico si è fatto un altro passo avanti per un governo di svolta. Ridurre le tasse sul lavoro, sviluppo economico, green economy, rilancio di scuola, università e ricerca, modifica radicale dei decreti sicurezza. Ora andiamo a cambiare l'Italia», ha scritto su Facebook Nicola Zingaretti, poco dopo la diffusione dei risultati. Il segretario dem ha, insomma, provato a ribadire la sua leadership nel partito, mostrando di voler contribuire a dare energicamente la linea al nascituro governo. Peccato per lui che queste parole corrispondano ben poco alla realtà. Questo esecutivo è palesemente frutto di una manovra di Matteo Renzi che, con indiscussa abilità tattica, è riuscito a mettere Zingaretti all'angolo, assumendo di fatto le redini del partito. Prova ne è che il segretario dem fosse all'inizio totalmente contrario all'ipotesi di una convergenza con il Movimento 5 stelle. Salvo poi fare un passo indietro, dopo la ribellione interna delle truppe renziane. Zingaretti (che aveva tutto l'interesse ad andare a elezioni anticipate) ha scelto di scendere a patti con il suo rivale interno, per ritrovarsi alla fine esautorato nei fatti.
Renzi si prepara adesso a dirigere l'azione del nuovo esecutivo: un esecutivo che resterà appeso ai suoi desiderata e che sarà pronto a essere liquidato non appena il senatore di Rignano lo riterrà più opportuno (non appena, cioè, sarà pronta la sua creatura centrista). Con buona pace degli stessi grillini che - paradosso dei paradossi - contro Renzi avevano costruito grandissima parte del loro successo politico. Tutto questo, mentre le alte sfere del Nazareno hanno progressivamente assaporato l'eventualità (sempre più concreta) di tornare tra i banchi del governo senza passare dalle urne.
Nel pomeriggio di ieri, prima che i dati del voto online fossero resi noti, si registrava già un certo ottimismo da parte di svariati esponenti dem, tra cui Paola De Micheli, Andrea Marcucci e Graziano Delrio. Soprattutto quest'ultimo, interpellato da La7, ha voluto sottolineare il proprio rispetto nei confronti della consultazione grillina, come necessario momento di democrazia interna. Una linea in generale condivisa dai suoi compagni di partito, nonostante per anni avessero attaccato il Movimento 5 stelle, accusandolo di opacità nel suo sistema di consultazione interna, oltre che di essere sostanzialmente al soldo di un'azienda privata, come la Casaleggio Associati. Senza poi considerare un paradosso ulteriore. Entrambi i contraenti del nuovo esecutivo hanno rimarcato assai spesso, negli ultimi giorni, il fatto di aver parlamentarizzato la crisi e di nutrire per questo un sacro rispetto per le istituzioni. Lo stesso Giuseppe Conte, che in Senato si era sentito in dovere di dare grandi lezioni di senso istituzionale a Matteo Salvini, si era personalmente appellato agli iscritti di Rousseau, chiedendo il loro sostegno. «Non lasciamo le idee dentro al cassetto, è una opportunità per il Paese che vogliamo. Possiamo riformare incisivamente il Paese», aveva dichiarato l'altro ieri. Un po' inusuale per un premier incaricato. Tanto più se si tratta della stessa persona che aveva definito (un po' paradossalmente) «inappropriato» essere accostato al Movimento 5 stelle.
Ma ancor prima di lui, era stato il solito Renzi ad attaccare Salvini, il barbaro che credeva di poter pilotare la crisi dell'esecutivo gialloblù dai palchi dei comizi e, ancor peggio, dalla consolle del Papeete. Ancora ieri pomeriggio, il senatore semplice rimarcava: «Decide la Costituzione, non il Papeete». Eppure, questi fini giuristi, cultori della democrazia parlamentare, sono rimasti appesi al sito di Davide Casaleggio per quasi un'ora e mezza, costretti a nascondere il disappunto per la democrazia del Web, che avevano sempre deriso. Altro che parlamentarsimo.
Stefano Graziosi
Continua a leggereRiduci
Gli iscritti alla piattaforma Rousseau, creazione di Casaleggio jr, optano per il «sì» all'accordo Il segretario dem: «Ora cambiamo l'Italia». Però il pateracchio sarà ostaggio degli interessi del Bullocon il 79,3% delle preferenze. Equivale a circa 63.000 persone ma Luigi Di Maio monta la panna: «Tutto il mondo aspettava».Lo speciale contiene due articoli Il via libera al governo del Conte rosso ottiene un vero e proprio plebiscito sulla piattaforma Rousseau. I «sì» sono stati 63.146 voti (79,3%), i «no» 16.488 voti (20,7%). Un risultato che va al di là di ogni più rosea aspettativa dei sostenitori del «sì». L'asticella del successo era fissata al 70%, considerando che nel maggio 2018 il via libera al contratto con la Lega era arrivato con il 94% di pareri favorevoli. I militanti del M5s, sovvertendo molti pronostici della vigilia, hanno espresso in larghissima maggioranza il loro sostegno all'accordo con il Pd. C'era molta attesa per il risultato, ovviamente, ma soprattutto per la forbice tra favorevoli e contrari. In caso di un successo del «sì», con numeri risicati, inferiori al 70%, sarebbe stato più facile per i senatori che non vedono di buon occhio il governo con i Dem uscire allo scoperto e dichiarare il loro voto contrario alla fiducia, giustificandolo con un elettorato spaccato. Il 79% di «sì», invece, considerando quanto sia sofferta l'alleanza con quello che era stato definito il «partito di Bibbiano», consente a Giuseppe Conte di sciogliere la riserva. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, tira un sospiro di sollievo, così come le cancellerie europee e la stessa Commissione, sponsor principali di questo governo Conte 2.0. A comunicare il risultato, alle 19 e 27 di ieri sera, è il Blog delle stelle. Ritardi tecnici dovuti alla certificazione del voto da parte del notaio prolungano ben oltre le previsioni l'attesa dell'esito della consultazione on line, gettando nel panico osservatori nazionali e internazionali. Tocca a Luigi Di Maio, capo politico del M5s, comunicare il risultato. «Io credo», dice Di Maio in conferenza stampa alla Camera, dopo aver annunciato l'esito del voto su Rousseau, «che dobbiamo essere molto orgogliosi del fatto che tutto il mondo abbia aspettato la pronuncia di questi 80.000 cittadini italiani su una piattaforma digitale che è un unicum nel mondo. Adesso si passa all'ultimo miglio, la squadra di governo che deve lavorare per migliorare la qualità della vita della gente. Non sarà un governo di destra o di sinistra, ma un governo che deve fare le cose giuste. Siamo di fronte», aggiunge Di Maio, «a un voto plebiscitario. Con l'80% nasce un governo di coalizione di cui il M5s sarà la forza politica di maggioranza. Tutto il mondo ha aspettato questa pronuncia votata su una piattaforma digitale unica al mondo, offrendo così un metodo diverso per creare un governo, come già fatto con la Lega. In meno di un mese», sottolinea il capo politico del M5s, «è stata risolta una crisi di governo inedita attraverso un metodo diverso, non nelle segrete stanze, ma con un percorso, un programma e poi un confronto sul programma con il Pd».Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, commenta subito dopo l'esito del voto degli iscritti del M5s: «Con la chiusura del lavoro programmatico si è fatto un altro passo avanti per un governo di svolta. Ridurre le tasse sul lavoro, sviluppo economico, green economy, rilancio di scuola, università e ricerca, modifica radicale dei decreti sicurezza. Ora», conclude Zingaretti, «andiamo a cambiare l'Italia».La giornata era iniziata alle 9, con l'avvio delle votazioni on line. Dopo poco più di mezz'ora, i primi intoppi: numerosi iscritti, tra cui anche diversi parlamentari del M5s, segnalano difficoltà nell'accesso all'area voto del sistema operativo, forse a causa delle troppe visite sul sito. «Nelle prime due ore di votazione», spiegano a mezzogiorno dall'associazione Rousseau, «dalle ore 9 alle ore 11 hanno votato 29.781 iscritti certificati. Abbiamo gestito 24.000 connessioni in contemporanea con picchi di 1.200 richieste al secondo. Si tratta di un record storico per Rousseau: un traffico addirittura 10-12 volte superiore rispetto a quello del primo turno di votazioni per la scelta dei candidati alle Europee». «Ho votato ma il voto è segreto», dice ai giornalisti Luigi Di Maio, alle 13 e 30, contribuendo ad alimentare voci di spaccature e dissapori con gli altri big del M5s, voci che verranno poi smentite dall'esito finale della votazione: l'80% di sì è il segnale che i big del partito, ma anche parlamentari ed esponenti delle istituzioni locali, si sono mossi in massa a sostegno del governo giallorosso. Poco dopo le 14 tocca a Davide Casaleggio incontrare i giornalisti per un commento sull'andamento della votazione: «Sono qui», dice Casaleggio, «per fare un annuncio: alle 13 e 19 di oggi abbiamo superato le 56.127 votazioni da parte degli iscritti, che era l'attuale record mondiale di partecipazione on line a una votazione politica. A chi ci critica», aggiunge Casaleggio, «rispondo che quando si coinvolgono le persone queste possono scegliere. Tutti gli iscritti, e oggi abbiamo più di 100.000 iscritti, possono scegliere il futuro di una comunità e di questo dobbiamo essere molto contenti e dobbiamo iniziare anche a prendere esempio da esperienze estere». Si arriva così alle 18, quando termina la votazione e inizia la lunga attesa dei risultati. Un'attesa che si prolunga a dismisura, con tanto di blocco della piattaforma, probabilmente a causa dei troppi accessi. Di Maio convoca per le 18 e 30 una conferenza stampa, ma fino alle 19 e 27 non arriva più nessuna comunicazione. Poi, l'annuncio di Di Maio. È iniziato il governo del Conte rosso, ora l'incognita è: quanto durerà?Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lassemblea-di-condominio-dei-grillini-vara-il-nuovo-governo-assieme-al-pd-2640182462.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zingaretti-festeggia-ma-il-successo-e-di-renzi" data-post-id="2640182462" data-published-at="1777044313" data-use-pagination="False"> Zingaretti festeggia, ma il successo è di Renzi Il Nazareno ha tirato un sospiro di sollievo. La consultazione avvenuta ieri sulla piattaforma Rousseau si è espressa a larghissima maggioranza in favore di un esecutivo targato Pd e Movimento 5 stelle, dando così la propria benedizione a un governo Conte bis. «Con la chiusura del lavoro programmatico si è fatto un altro passo avanti per un governo di svolta. Ridurre le tasse sul lavoro, sviluppo economico, green economy, rilancio di scuola, università e ricerca, modifica radicale dei decreti sicurezza. Ora andiamo a cambiare l'Italia», ha scritto su Facebook Nicola Zingaretti, poco dopo la diffusione dei risultati. Il segretario dem ha, insomma, provato a ribadire la sua leadership nel partito, mostrando di voler contribuire a dare energicamente la linea al nascituro governo. Peccato per lui che queste parole corrispondano ben poco alla realtà. Questo esecutivo è palesemente frutto di una manovra di Matteo Renzi che, con indiscussa abilità tattica, è riuscito a mettere Zingaretti all'angolo, assumendo di fatto le redini del partito. Prova ne è che il segretario dem fosse all'inizio totalmente contrario all'ipotesi di una convergenza con il Movimento 5 stelle. Salvo poi fare un passo indietro, dopo la ribellione interna delle truppe renziane. Zingaretti (che aveva tutto l'interesse ad andare a elezioni anticipate) ha scelto di scendere a patti con il suo rivale interno, per ritrovarsi alla fine esautorato nei fatti. Renzi si prepara adesso a dirigere l'azione del nuovo esecutivo: un esecutivo che resterà appeso ai suoi desiderata e che sarà pronto a essere liquidato non appena il senatore di Rignano lo riterrà più opportuno (non appena, cioè, sarà pronta la sua creatura centrista). Con buona pace degli stessi grillini che - paradosso dei paradossi - contro Renzi avevano costruito grandissima parte del loro successo politico. Tutto questo, mentre le alte sfere del Nazareno hanno progressivamente assaporato l'eventualità (sempre più concreta) di tornare tra i banchi del governo senza passare dalle urne. Nel pomeriggio di ieri, prima che i dati del voto online fossero resi noti, si registrava già un certo ottimismo da parte di svariati esponenti dem, tra cui Paola De Micheli, Andrea Marcucci e Graziano Delrio. Soprattutto quest'ultimo, interpellato da La7, ha voluto sottolineare il proprio rispetto nei confronti della consultazione grillina, come necessario momento di democrazia interna. Una linea in generale condivisa dai suoi compagni di partito, nonostante per anni avessero attaccato il Movimento 5 stelle, accusandolo di opacità nel suo sistema di consultazione interna, oltre che di essere sostanzialmente al soldo di un'azienda privata, come la Casaleggio Associati. Senza poi considerare un paradosso ulteriore. Entrambi i contraenti del nuovo esecutivo hanno rimarcato assai spesso, negli ultimi giorni, il fatto di aver parlamentarizzato la crisi e di nutrire per questo un sacro rispetto per le istituzioni. Lo stesso Giuseppe Conte, che in Senato si era sentito in dovere di dare grandi lezioni di senso istituzionale a Matteo Salvini, si era personalmente appellato agli iscritti di Rousseau, chiedendo il loro sostegno. «Non lasciamo le idee dentro al cassetto, è una opportunità per il Paese che vogliamo. Possiamo riformare incisivamente il Paese», aveva dichiarato l'altro ieri. Un po' inusuale per un premier incaricato. Tanto più se si tratta della stessa persona che aveva definito (un po' paradossalmente) «inappropriato» essere accostato al Movimento 5 stelle. Ma ancor prima di lui, era stato il solito Renzi ad attaccare Salvini, il barbaro che credeva di poter pilotare la crisi dell'esecutivo gialloblù dai palchi dei comizi e, ancor peggio, dalla consolle del Papeete. Ancora ieri pomeriggio, il senatore semplice rimarcava: «Decide la Costituzione, non il Papeete». Eppure, questi fini giuristi, cultori della democrazia parlamentare, sono rimasti appesi al sito di Davide Casaleggio per quasi un'ora e mezza, costretti a nascondere il disappunto per la democrazia del Web, che avevano sempre deriso. Altro che parlamentarsimo. Stefano Graziosi
Poi le Forze di difesa israeliane avevano provveduto a inviarne un altro, ma con uno stile diverso e decisamente più piccolo, insieme a un messaggio di scuse e alla promessa di una punizione per il soldato colpevole del gesto.
Eppure la comunità di Debel voleva il Crocifisso che, per tanto tempo, l’aveva vegliata dall’alto. Oppure uno che gli assomigliasse almeno un po’. E così sono intervenuti i militari italiani che operano con Unifil. Sono entrati nel villaggio e hanno percorso una piccola via Crucis, passando dalla chiesa locale, dove il Cristo ha ricevuto la benedizione del nunzio apostolico, per poi essere posizionato là dove era stato distrutto. «Le immagini della consegna della statua alla comunità e del suo posizionamento, nello stesso luogo dove si trovava la statua distrutta pochi giorni fa da un soldato dell’Idf, riempiono il cuore e rappresentano un potente messaggio di speranza, dialogo e pace», ha detto il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il presidente della Camera, Lorenzo Fontana: «Donare una nuova statua di Cristo crocifisso, che era stata vergognosamente sfregiata e profanata, significa affermare valori che vanno oltre ogni divisione: la dignità della persona, la convivenza tra culture e religioni, la tutela dei simboli della fede, l’attenzione per le comunità cristiane». Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha invece notato come «l’uniforme dei militari italiani non è mai sinonimo di sopraffazione: è vicinanza, dialogo e sostegno. Le donne e gli uomini delle nostre forze armate portano ogni giorno nel mondo l’immagine migliore dell’Italia». Proprio mentre veniva riposizionato il Crocifisso, gli abitanti di Debel hanno scritto che «dopo la croce viene la resurrezione. Ciò che alcuni consideravano debolezza, è diventato la nostra forza. La croce è stata e rimarrà la nostra protettrice, la nostra speranza e il segno della nostra salvezza». Ed è proprio così. I cristiani libanesi, ma più in generale mediorientali, sanno bene come la pietra scartata dai costruttori sia diventata quella angolare. Quella che tutto regge. E che non può essere eliminata attraverso i colpi di martello o con l’occupazione. Lo sa bene il Patriarcato di Gerusalemme, che ha avviato alcune azioni legali contro i coloni in alcune aree in Cisgiordania. La Chiesa di Gerusalemme ha dichiarato che si tratta di una «chiara violazione» delle sue proprietà. E che «la tutela dei beni ecclesiastici di proprietà della Chiesa è un principio imprescindibile e continuerà ad adottare tutte le misure legali e amministrative necessarie per proteggerne la sacralità, preservarne l’identità ecclesiale, difenderne i diritti legittimi». Ancora una volta, la croce resta salda mentre il mondo gira.
Continua a leggereRiduci
Un gruppo di soldati degli Alpini sfila davanti a una parata durante l'Adunata Nazionale Alpini del 2019 (Getty Images)
Benvenuta una campionessa del progressismo cosmico che ha presenti i danni delle okkupazioni studentesche, degli sfinenti cortei pro Pal, delle manifestazioni che virano nella violenza degli antagonisti. Poi leggi meglio e scopri che quello di Lorena Lucattini, ex candidata di Avs e funzionaria della Procura di Genova, non è un’illuminazione divina volta al bene della sua città. No, per lei la pagliacciata è la sfilata gli Alpini prevista il 10 maggio.
Travolta da una disturbante miopia ideologica che le fa guardare la pagliuzza dimenticandosi la trave, la signora - che immaginiamo eccitata all’idea di partecipare a un flash mob pro utero in affitto o a un blocco stradale di Ultima Generazione - proprio non sopporta l’idea che le penne nere abbiano scelto per la sesta volta Genova per l’Adunata nazionale. Vale la pena ricordarle che si ripete ogni anno dal 1920 nelle città italiane per commemorare i caduti della prima guerra mondiale (magari c’era pure suo nonno) e per testimoniare quella simbiosi di sangue, orgoglio, identità nazionale che costituisce il sacro di una tradizione quasi centenaria. Solo la Seconda guerra mondiale, un Giubileo e la pandemia avevano fermato l’evento; ora ci prova lady Lucattini, funzionaria pubblica infastidita al punto da arrivare al disprezzo nei confronti di uno dei corpi più gloriosi del nostro Paese.
I motori del miserevole post sono due: l’incontinenza da social e il clima fetido di questi anni. La prima è un problema individuale, il secondo riguarda tutti noi. Ed è testimoniato da un altro incendio antipatizzante, pochi giorni fa, quando le transfemministe di «Nonunadimeno» avevano bollato gli alpini come «molestatori e maschi tossici», alimentando un odio gratuito subito cavalcato dalla Cgil di Maurizio «Che» Landini. La deriva che stranamente porta la sinistra più tetra a contrapporsi alle penne nere è cominciata quattro anni fa all’Adunata di Rimini. Allora, in piena trance da Me Too all’italiana, politici boldriniani, intellettuali capalbiesi e démi monde arcobaleno avevano aperto il fuoco contro i 400.000 ospiti accusandoli di molestie e catcalling nei confronti di qualche cameriera e hostess. Con Elly Schlein, allora assessora regionale, a tifare per gli arresti di massa: «Per intervenire non servono denunce, questi non sono episodi di ubriachezza ma molestie vere e proprie». Come se dire «Ciao bella» invece che «Bella ciao» fosse un eccesso da Battaglione Azov.
L’adunata degli alpini non è un concerto di musica da camera, una design week milanese (comunque si sniffa zero) e neppure Orticola con le sciure in bici da 2.000 euro. Ma non può essere strumentalizzata per criminalizzare un mondo al quale l’Italia deve dire grazie tutti i giorni. L’alpino è orgoglio nazionale in purezza. Non solo per storico senso del dovere e capacità ineguagliabile in guerra (hanno vinto la Prima e hanno salvato la dignità nazionale con i loro eroismi nella grande tragedia della Seconda guerra mondiale) ma per quotidiani spirito di sacrificio e generosità. Questi uomini e donne mettono a disposizione del Paese milioni di ore di volontariato presentandosi in prima fila davanti alle vittime di un terremoto, di un’alluvione, di una qualsivoglia emergenza a tendere la mano a chi soffre con la gratuità di chi pratica il valore della solidarietà. Qualcosa che non abita più nella sinistra globalista, liquida e liquefatta dalle mode. Molti alpini divennero partigiani; perché l’Anpi a 24 ore dal 25 Aprile non critica il delirio iconoclasta?
L’ex presidente dell’Ana, Massimo Cortesi, ha replicato alla funzionaria radical: «Rispondiamo con i fatti, ovunque gli alpini realizzano un campo lasciano più pulito di prima. Non cerchiamo polemica, portiamo i nostri valori da condividere con tutta la città». Più incisivo il senatore Maurizio Gasparri (Fi): «Il raduno degli Alpini è uno dei momenti più belli della vita italiana. Chi ha avuto la fortuna di assistere a questa adunata ha visto come trasmetta valori, positività e patriottismo. Che una persona candidata con il partito di Fratoianni e Bonelli disprezzi questo evento non mi meraviglia; mi preoccupa che sia anche una funzionaria presso la procura di Genova. In che mani siamo?».
L’attesa dell’adunata è nevrotica: le scuole e due mercati rionali saranno chiusi, invece il «Centro operativo comunale» rimarrà aperto come per le emergenze. È psicosi da penna nera mentre la sindaca Silvia Salis (più a suo agio alle sfilate di Vuitton) tace. Ilaria Cavo, deputata e capogruppo di Noi Moderati, la incalza: «Quando abbiamo bisogno gli alpini ci sono. Perché lei non prende le distanze da quelle parole?». È curioso notare che il consigliere per i Grandi Eventi, Lorenzo Garzarelli, è di Avs come la funzionaria contestatrice, ora subissata di critiche sui suoi profili social. Da Marte, Lucattini non demorde: «Tutti gli alpini o ex alpini che mi stanno insultando sono la dimostrazione di quanto il mio post avesse ragione di essere». A tirare le fila del delirio è Mario Mascia, consigliere genovese di Forza Italia: «Per noi i pagliacci sono ben altri».
Continua a leggereRiduci