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2020-04-18
L’app anti Covid riesuma il Nazareno: i creatori sono legati a Renzi e al Cav
Luca Querella, Francesco Patarnello, Luca Ferrari e Matteo Danieli di Bending Spoons (Ansa)
Si chiama Immuni l'app di tracciamento che lo Stato italiano ha deciso di adottare contro il coronavirus. Come nome poteva andar bene però anche Incroci, considerate non solo la filosofia che la ispira, ma la ragnatela di intersezioni materiali e immateriali che si nasconde dietro il palazzone che ospita al civico 15 di Corso Como gli uffici della Bending Spoons Spa. La società di software, tra le più importanti al mondo, che ha sviluppato il programmino in collaborazione con il centro diagnostico Santagostino, con la società di comunicazione Jakala e con la Geouniq. E che - come ha dichiarato il commissario straordinario per l'emergenza Covid-19, Domenico Arcuri - ha (avrebbe) donato il frutto del lavoro alla collettività «esclusivamente per spirito di solidarietà».
L'ordinanza di Mr Invitalia è infatti assai nebulosa al riguardo, poiché confonde gratuità e diritto d'autore, open source e licenza d'uso. Non fa chiarezza, Arcuri, nemmeno sulle modalità di scelta: perché è stata selezionata proprio Immuni e non un'altra applicazione? Quali sono i criteri alla base della promozione che consentirà a un gruppo di imprese private di raccogliere e gestire dati sul più gigantesco studio sociosanitario del nostro Paese? Imprese che non nascono dal nulla, come nella Silicon Valley, ma che hanno loro specifiche coordinate e loro specifiche storie. Che val la pena raccontare.
Bending Spoons è stata fondata nel 2013 da Francesco Paternello (presidente), Luca Ferrari (consigliere delegato), Matteo Danieli e Luca Querella. Ha chiuso il 2018 con 35,1 milioni di ricavi rispetto agli 8,26 dell'anno prima. Nel 2019, non si sa se attraverso una cessione di azioni o un aumento di capitale, sono entrati nella Spa quattro nuovi soci. Tra questi c'è la H14 di Barbara, Eleonora e Luigi Berlusconi che ha in pancia il 21,4% della Fininvest.
Il Centro diagnostico Santagostino, che si occupa di digitalizzazione ospedaliera, è diretto invece da Luca Foresti. Un giovanissimo manager che nel 2012 compariva tra i finanziatori entusiasti della fondazione Big Bang di Matteo Renzi e che, l'anno seguente, partecipava alla Leopolda 13 per parlare di salute. Al renzismo porta pure la traccia di Jakala. Il fondatore, Matteo de Brabant, è stato infatti l'organizzatore delle cene elettorali per l'allora candidato sindaco di Milano, Giuseppe Sala, indicato dall'ex Rottamatore per la poltrona più alta di Palazzo Marino alla tornata elettorale del 2016. Jakala (poi inglobata dalla Uvet e trasformatasi in Uevents) aveva lavorato (e fatturato) fino a un anno prima proprio con Sala, ma da patron dell'Expo.
All'ex commissario per l'Agenda digitale, Diego Piacentini, e al presidente dell'Accademia dei Lincei, Giorgio Parisi, i produttori dell'app hanno chiesto una valutazione tecnico-scientifica che probabilmente servirà a superare le tante perplessità che stanno fiorendo attorno al progetto. Peraltro, ancora destinato al vaglio del comitato guidato da Vittorio Colao e alla valutazione del Consiglio superiore della sanità e dei competenti organismi europei.
Il nome di Diego Piacentini non passa inosservato: si tratta di un apprezzato manager di simpatie renziane che ha dato una grossa mano alla Bending Spoons in fase di start up. Si potrebbe dire che, se l'app avesse pure la funzione vocale, molto probabilmente parlerebbe fiorentino.
Il sistema escogitato dai produttori è basato sul tracciamento dei contatti tramite la tecnologia Bluetooth. Quando due cellulari, su cui è stato scaricato il programma, entrano in contatto, si «parlano», prendendo nota ciascuno per sé delle informazioni (anonime) dell'altro. In questo modo, se il possessore dello smartphone si accorge di essere stato contagiato, può informare la centrale, cui è collegata l'app, dei contatti che ha incontrato e del percorso che è stato effettuato. L'idea sembra vincente ma il sistema, per funzionare, ha bisogno che almeno il 60% della popolazione decida volontariamente di scaricare il software (dice Arcuri). Un numero assolutamente irrealistico rispetto alle statistiche, ad esempio, di Singapore, dove solo il 9% dei cittadini ha messo in funzione un programma molto simile. Inoltre, Immuni risulta essere «cieca» con gli asintomatici che possono contagiare decine e decine di amici e familiari senza saperlo. Dunque, la sola tecnologia chiaramente non è sufficiente: servirebbe una massiccia campagna di tamponi proporzionale almeno al numero di app scaricate per offrire a tutti la possibilità di essere funzionali al tracciamento.
Secondo Il Foglio, il software potrebbe essere sperimentato per la prima volta nella fabbrica Ferrari di Maranello. Una scelta non casuale: tra i suggeritori di Bending Spoons ci sarebbe, infatti, anche John Elkann. Immuni, un'app di nobili origini.
Ed è caos sull’accessibilità dei dati
L'applicazione dell'azienda Bending Spoon potrebbe anche essere ben fatta, ma per una valutazione approfondita sarebbe necessario conoscerne le specifiche, che sfortunatamente non sono descritte nell'ordinanza del commissario Domenico Arcuri.
Non è affatto chiaro come e se sarà disponibile il codice sorgente usato per la sua realizzazione, di conseguenza a chi saranno visibili i dati della gente quando si comincerà a usarla. Non è un capriccio da patiti del computer, la sua conoscenza è uno dei requisiti indicati dall'European data protection board, autorità comunitaria per la protezione dei dati personali. Leggendo la premessa dell'ordinanza si capisce che «la società Bending Spoons spa, esclusivamente per spirito di solidarietà e, quindi, al solo scopo di fornire un proprio contributo, volontario e personale, utile per fronteggiare l'emergenza Covid-19 in atto, ha manifestato la volontà di concedere in licenza d'uso aperta, gratuita e perpetua» e si rimarca anche il fatto che la società sia oggi la titolare dei diritti dell'applicazione.
Questa frase farebbe pensare che la stessa sia aperta (open), e che quindi tutti potrebbero anche implementarla, migliorarla, usarla anche in futuro o fino a quando l'emergenza fosse in atto. Tuttavia nell'introduzione del testo si legge che l'azienda intende concederla in licenza, ma subito dopo si parla di procedere senza ritardo all'acquisizione del diritto d'autore sul codice sorgente e su ogni altro elemento e componente necessario al funzionamento. Ma il diritto d'autore è cosa diversa dalla licenza d'uso, e tale definizione stride con quanto si afferma poi nel testo, dove si dice che si dispone di «procedere alla stipula del contratto di concessione gratuita della licenza d'uso sul software di contact tracing e di appalto di servizio gratuito».
Qui nasce la domanda: l'applicazione ha il software libero (in gergo free as in freedom), o è soltanto gratuita fintantoché c'è l'ordinanza in vigore? Non è un cavillo, perché lega a questa differenza la responsabilità della gestione dei dati personali di chi la userà. Dunque ci chiediamo se il codice sorgente sia disponibile oppure no, e se lo fosse, a quali condizioni, e perché si scrive nella premessa che il commissario sta acquisendo i diritti d'autore, quando invece è una mera licenza d'uso senza dire di che tipo sia. Nel mondo dell'informatica ciò è importante poiché realizzare il software è costoso sia in termini di formazione del personale, sia temporali per il suo completamento e collaudo, sia in quelli di analisi dei suoi requisiti e del loro impatto sul piano legale, tecnico e di sicurezza prima della messa sul mercato, fattori che richiedono tempo - che in questa situazione non c'è. Per fare queste analisi servono informatici di alto livello, poiché dire che un software sia «open source» significa dire che è a disposizione di una comunità aperta nella quale tutti possono fare tutto, anche gestire, si spera in modo legale, i dati personali.
In altre parole, queste informazioni rimarrebbero custodite da Bending Spoons o sarebbero accessibili o vendibili? Gli italiani che scaricano l'app dovrebbero almeno sapere se sono state fatte analisi del codice sorgente e da chi, chi sia il titolare dei dati inseriti e di quelli che eventualmente l'applicazione potrebbe ricavare dall'essere nel telefonino, come il numero e il tipo di app presenti e le più usate, la posizione del telefono, la durata e il tipo di comunicazioni fatte, i dispositivi integrati nell'apparecchio come videocamera e microfono.
Potrebbe sembrare che il redattore dell'ordinanza non sia proprio una persona avvezza al mondo dei computer, anche perché alla Bending Spoons non sono gli ultimi arrivati e certamente avranno protetto il loro lavoro.
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Tra gli ideatori di Immuni c'è una rete di intrecci: Bending Spoons è partecipata dai Berlusconi e coadiuvata dagli Elkann, il Centro Santagostino è guidato da un leopoldino. Jakala organizzava le cene elettorali di Beppe Sala.L'ordinanza di Domenico Arcuri non chiarisce se il software è libero o a uso gratuito temporaneo. Così è impossibile sapere chi potrà vedere (e magari vendere) le nostre informazioni.Lo speciale contiene due articoli.Si chiama Immuni l'app di tracciamento che lo Stato italiano ha deciso di adottare contro il coronavirus. Come nome poteva andar bene però anche Incroci, considerate non solo la filosofia che la ispira, ma la ragnatela di intersezioni materiali e immateriali che si nasconde dietro il palazzone che ospita al civico 15 di Corso Como gli uffici della Bending Spoons Spa. La società di software, tra le più importanti al mondo, che ha sviluppato il programmino in collaborazione con il centro diagnostico Santagostino, con la società di comunicazione Jakala e con la Geouniq. E che - come ha dichiarato il commissario straordinario per l'emergenza Covid-19, Domenico Arcuri - ha (avrebbe) donato il frutto del lavoro alla collettività «esclusivamente per spirito di solidarietà». L'ordinanza di Mr Invitalia è infatti assai nebulosa al riguardo, poiché confonde gratuità e diritto d'autore, open source e licenza d'uso. Non fa chiarezza, Arcuri, nemmeno sulle modalità di scelta: perché è stata selezionata proprio Immuni e non un'altra applicazione? Quali sono i criteri alla base della promozione che consentirà a un gruppo di imprese private di raccogliere e gestire dati sul più gigantesco studio sociosanitario del nostro Paese? Imprese che non nascono dal nulla, come nella Silicon Valley, ma che hanno loro specifiche coordinate e loro specifiche storie. Che val la pena raccontare.Bending Spoons è stata fondata nel 2013 da Francesco Paternello (presidente), Luca Ferrari (consigliere delegato), Matteo Danieli e Luca Querella. Ha chiuso il 2018 con 35,1 milioni di ricavi rispetto agli 8,26 dell'anno prima. Nel 2019, non si sa se attraverso una cessione di azioni o un aumento di capitale, sono entrati nella Spa quattro nuovi soci. Tra questi c'è la H14 di Barbara, Eleonora e Luigi Berlusconi che ha in pancia il 21,4% della Fininvest.Il Centro diagnostico Santagostino, che si occupa di digitalizzazione ospedaliera, è diretto invece da Luca Foresti. Un giovanissimo manager che nel 2012 compariva tra i finanziatori entusiasti della fondazione Big Bang di Matteo Renzi e che, l'anno seguente, partecipava alla Leopolda 13 per parlare di salute. Al renzismo porta pure la traccia di Jakala. Il fondatore, Matteo de Brabant, è stato infatti l'organizzatore delle cene elettorali per l'allora candidato sindaco di Milano, Giuseppe Sala, indicato dall'ex Rottamatore per la poltrona più alta di Palazzo Marino alla tornata elettorale del 2016. Jakala (poi inglobata dalla Uvet e trasformatasi in Uevents) aveva lavorato (e fatturato) fino a un anno prima proprio con Sala, ma da patron dell'Expo.All'ex commissario per l'Agenda digitale, Diego Piacentini, e al presidente dell'Accademia dei Lincei, Giorgio Parisi, i produttori dell'app hanno chiesto una valutazione tecnico-scientifica che probabilmente servirà a superare le tante perplessità che stanno fiorendo attorno al progetto. Peraltro, ancora destinato al vaglio del comitato guidato da Vittorio Colao e alla valutazione del Consiglio superiore della sanità e dei competenti organismi europei. Il nome di Diego Piacentini non passa inosservato: si tratta di un apprezzato manager di simpatie renziane che ha dato una grossa mano alla Bending Spoons in fase di start up. Si potrebbe dire che, se l'app avesse pure la funzione vocale, molto probabilmente parlerebbe fiorentino.Il sistema escogitato dai produttori è basato sul tracciamento dei contatti tramite la tecnologia Bluetooth. Quando due cellulari, su cui è stato scaricato il programma, entrano in contatto, si «parlano», prendendo nota ciascuno per sé delle informazioni (anonime) dell'altro. In questo modo, se il possessore dello smartphone si accorge di essere stato contagiato, può informare la centrale, cui è collegata l'app, dei contatti che ha incontrato e del percorso che è stato effettuato. L'idea sembra vincente ma il sistema, per funzionare, ha bisogno che almeno il 60% della popolazione decida volontariamente di scaricare il software (dice Arcuri). Un numero assolutamente irrealistico rispetto alle statistiche, ad esempio, di Singapore, dove solo il 9% dei cittadini ha messo in funzione un programma molto simile. Inoltre, Immuni risulta essere «cieca» con gli asintomatici che possono contagiare decine e decine di amici e familiari senza saperlo. Dunque, la sola tecnologia chiaramente non è sufficiente: servirebbe una massiccia campagna di tamponi proporzionale almeno al numero di app scaricate per offrire a tutti la possibilità di essere funzionali al tracciamento.Secondo Il Foglio, il software potrebbe essere sperimentato per la prima volta nella fabbrica Ferrari di Maranello. Una scelta non casuale: tra i suggeritori di Bending Spoons ci sarebbe, infatti, anche John Elkann. 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Non è un capriccio da patiti del computer, la sua conoscenza è uno dei requisiti indicati dall'European data protection board, autorità comunitaria per la protezione dei dati personali. Leggendo la premessa dell'ordinanza si capisce che «la società Bending Spoons spa, esclusivamente per spirito di solidarietà e, quindi, al solo scopo di fornire un proprio contributo, volontario e personale, utile per fronteggiare l'emergenza Covid-19 in atto, ha manifestato la volontà di concedere in licenza d'uso aperta, gratuita e perpetua» e si rimarca anche il fatto che la società sia oggi la titolare dei diritti dell'applicazione. Questa frase farebbe pensare che la stessa sia aperta (open), e che quindi tutti potrebbero anche implementarla, migliorarla, usarla anche in futuro o fino a quando l'emergenza fosse in atto. Tuttavia nell'introduzione del testo si legge che l'azienda intende concederla in licenza, ma subito dopo si parla di procedere senza ritardo all'acquisizione del diritto d'autore sul codice sorgente e su ogni altro elemento e componente necessario al funzionamento. Ma il diritto d'autore è cosa diversa dalla licenza d'uso, e tale definizione stride con quanto si afferma poi nel testo, dove si dice che si dispone di «procedere alla stipula del contratto di concessione gratuita della licenza d'uso sul software di contact tracing e di appalto di servizio gratuito». Qui nasce la domanda: l'applicazione ha il software libero (in gergo free as in freedom), o è soltanto gratuita fintantoché c'è l'ordinanza in vigore? Non è un cavillo, perché lega a questa differenza la responsabilità della gestione dei dati personali di chi la userà. Dunque ci chiediamo se il codice sorgente sia disponibile oppure no, e se lo fosse, a quali condizioni, e perché si scrive nella premessa che il commissario sta acquisendo i diritti d'autore, quando invece è una mera licenza d'uso senza dire di che tipo sia. Nel mondo dell'informatica ciò è importante poiché realizzare il software è costoso sia in termini di formazione del personale, sia temporali per il suo completamento e collaudo, sia in quelli di analisi dei suoi requisiti e del loro impatto sul piano legale, tecnico e di sicurezza prima della messa sul mercato, fattori che richiedono tempo - che in questa situazione non c'è. Per fare queste analisi servono informatici di alto livello, poiché dire che un software sia «open source» significa dire che è a disposizione di una comunità aperta nella quale tutti possono fare tutto, anche gestire, si spera in modo legale, i dati personali. In altre parole, queste informazioni rimarrebbero custodite da Bending Spoons o sarebbero accessibili o vendibili? Gli italiani che scaricano l'app dovrebbero almeno sapere se sono state fatte analisi del codice sorgente e da chi, chi sia il titolare dei dati inseriti e di quelli che eventualmente l'applicazione potrebbe ricavare dall'essere nel telefonino, come il numero e il tipo di app presenti e le più usate, la posizione del telefono, la durata e il tipo di comunicazioni fatte, i dispositivi integrati nell'apparecchio come videocamera e microfono. Potrebbe sembrare che il redattore dell'ordinanza non sia proprio una persona avvezza al mondo dei computer, anche perché alla Bending Spoons non sono gli ultimi arrivati e certamente avranno protetto il loro lavoro.
È il motivo per cui l’amministrazione Trump ha invitato le compagnie a spendere per la produzione, anziché per il giochetto finanziario del buyback, l’operazione con cui un’azienda riacquista azioni proprie, già in circolazione sul mercato, allo scopo di sostenerne il prezzo e restituire valore ai soci.
Di certo, nel boom europeo, hanno giocato e giocheranno un ruolo importante i piani di riarmo caldeggiati da Ursula von der Leyen, anche se la crescita più imponente delle remunerazioni, quest’anno, riguarda Bae systems, il colosso inglese dell’aerospazio, che con Italia e Giappone realizzerà il caccia multiruolo stealth di sesta generazione.
Il fattore trainante, comunque, è stato da subito il conflitto nel Donbass: dal 2022, la percentuale di investimenti delle società europee, misurata in rapporto al fatturato, è passata dal 6,4 al 7,9. Eppure, il crescente volume di spesa pubblica destinata alla difesa potrebbe rappresentare una controindicazione, per chi sguazza nell’affare d’oro e vorrebbe continuare a nuotarci più a lungo possibile: gli esperti sentiti dal Financial Times hanno notato che, se le somme sborsate dagli Stati salgono, «dati gli impegni di spesa annunciati dai governi, essi potrebbero diventare più coinvolti» nelle politiche industriali dei big del settore. La mano pubblica è croce e delizia: imprime una spinta decisiva al business; ma pretenderà di mantenere voce in capitolo sulla sua direzione.
Le proiezioni del giornale economico londinese confermano quali sono gli obiettivi del programma di riconversione produttiva perseguito dall’Ue. Era urgente, infatti, porre rimedio al rischio di desertificazione industriale, provocato dal Green deal. In sostanza, Ursula 2 mette una pezza su Ursula 1. Le convergenze all’Europarlamento tra sovranisti e popolari stanno, in parte, stemperando gli aspetti più estremi della transizione ecologica. Il danno, però, era fatto. Ora, le imprese messe in crisi dai diktat verdi potranno recuperare i benefici perduti buttandosi sugli armamenti. Si potrebbe sorvolare, se il processo garantisse un incremento dei redditi e se non comportasse rischi esistenziali. Tuttavia, non è detto che i posti di lavoro che andranno perduti, ad esempio, nell’automotive - il caso più eclatante riguarda le chiusure di impianti decise da Volkswagen - saranno riassorbiti dal comparto bellico, dove è più alta l’automazione e dove sono più specifiche le competenze richieste. Il risultato finale potrebbe essere questo: buon livello dei salari, sì, però per meno occupati; più profitti per i grossi gruppi; più dividendi per gli azionisti.
Per preparare il terreno, ovviamente, era fondamentale alimentare la retorica marziale che, ormai, infiamma tutti i discorsi degli eurocrati, dalla Von der Leyen stessa, a Kaja Kallas, ai diversi leader dei Paesi membri dell’Unione. Ed è qui che entra in ballo la variabile del pericolo mortale: a furia di scherzare con il fuoco, ci si può bruciare. Quella della guerra con la Russia potrebbe diventare una profezia che si autoavvera. È il famoso dilemma della sicurezza: l’effetto paradossale del riarmo non è di proteggere chi si trincera, bensì di rendere il mondo complessivamente meno sicuro, poiché aumenta la chance di incomprensioni e incidenti tra potenze rivali.
Nel discorso di commiato dalla nazione, il 17 gennaio 1961, il presidente Usa, Dwight Eisenhower, mise in guardia i cittadini dalle insidie del «complesso militare-industriale», che sarebbe stato in grado di esercitare una «influenza totale nell’economia, nella politica, anche nella spiritualità», minacciando «la struttura portante» della società. Oggi, quello scenario si va ricostituendo sotto i nostri occhi. Con tanto di marginalizzazione del dissenso, come denunciato dal Papa: chi non infila l’elmetto viene ridicolizzato, o accusato di intelligenza col nemico. Non mancano nemmeno i dotti editoriali, nei quali si glorifica la guerra quale motore della Storia. Sessantacinque anni fa, «Ike» individuava l’antidoto alla degenerazione in un popolo «all’erta e consapevole». Non ci si può aspettare che vigili chi incassa grazie allo spauracchio di Putin. È a noialtri, che tocca restare svegli.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 30 dicembre con Carlo Cambi