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2020-04-18
L’app anti Covid riesuma il Nazareno: i creatori sono legati a Renzi e al Cav
Luca Querella, Francesco Patarnello, Luca Ferrari e Matteo Danieli di Bending Spoons (Ansa)
Si chiama Immuni l'app di tracciamento che lo Stato italiano ha deciso di adottare contro il coronavirus. Come nome poteva andar bene però anche Incroci, considerate non solo la filosofia che la ispira, ma la ragnatela di intersezioni materiali e immateriali che si nasconde dietro il palazzone che ospita al civico 15 di Corso Como gli uffici della Bending Spoons Spa. La società di software, tra le più importanti al mondo, che ha sviluppato il programmino in collaborazione con il centro diagnostico Santagostino, con la società di comunicazione Jakala e con la Geouniq. E che - come ha dichiarato il commissario straordinario per l'emergenza Covid-19, Domenico Arcuri - ha (avrebbe) donato il frutto del lavoro alla collettività «esclusivamente per spirito di solidarietà».
L'ordinanza di Mr Invitalia è infatti assai nebulosa al riguardo, poiché confonde gratuità e diritto d'autore, open source e licenza d'uso. Non fa chiarezza, Arcuri, nemmeno sulle modalità di scelta: perché è stata selezionata proprio Immuni e non un'altra applicazione? Quali sono i criteri alla base della promozione che consentirà a un gruppo di imprese private di raccogliere e gestire dati sul più gigantesco studio sociosanitario del nostro Paese? Imprese che non nascono dal nulla, come nella Silicon Valley, ma che hanno loro specifiche coordinate e loro specifiche storie. Che val la pena raccontare.
Bending Spoons è stata fondata nel 2013 da Francesco Paternello (presidente), Luca Ferrari (consigliere delegato), Matteo Danieli e Luca Querella. Ha chiuso il 2018 con 35,1 milioni di ricavi rispetto agli 8,26 dell'anno prima. Nel 2019, non si sa se attraverso una cessione di azioni o un aumento di capitale, sono entrati nella Spa quattro nuovi soci. Tra questi c'è la H14 di Barbara, Eleonora e Luigi Berlusconi che ha in pancia il 21,4% della Fininvest.
Il Centro diagnostico Santagostino, che si occupa di digitalizzazione ospedaliera, è diretto invece da Luca Foresti. Un giovanissimo manager che nel 2012 compariva tra i finanziatori entusiasti della fondazione Big Bang di Matteo Renzi e che, l'anno seguente, partecipava alla Leopolda 13 per parlare di salute. Al renzismo porta pure la traccia di Jakala. Il fondatore, Matteo de Brabant, è stato infatti l'organizzatore delle cene elettorali per l'allora candidato sindaco di Milano, Giuseppe Sala, indicato dall'ex Rottamatore per la poltrona più alta di Palazzo Marino alla tornata elettorale del 2016. Jakala (poi inglobata dalla Uvet e trasformatasi in Uevents) aveva lavorato (e fatturato) fino a un anno prima proprio con Sala, ma da patron dell'Expo.
All'ex commissario per l'Agenda digitale, Diego Piacentini, e al presidente dell'Accademia dei Lincei, Giorgio Parisi, i produttori dell'app hanno chiesto una valutazione tecnico-scientifica che probabilmente servirà a superare le tante perplessità che stanno fiorendo attorno al progetto. Peraltro, ancora destinato al vaglio del comitato guidato da Vittorio Colao e alla valutazione del Consiglio superiore della sanità e dei competenti organismi europei.
Il nome di Diego Piacentini non passa inosservato: si tratta di un apprezzato manager di simpatie renziane che ha dato una grossa mano alla Bending Spoons in fase di start up. Si potrebbe dire che, se l'app avesse pure la funzione vocale, molto probabilmente parlerebbe fiorentino.
Il sistema escogitato dai produttori è basato sul tracciamento dei contatti tramite la tecnologia Bluetooth. Quando due cellulari, su cui è stato scaricato il programma, entrano in contatto, si «parlano», prendendo nota ciascuno per sé delle informazioni (anonime) dell'altro. In questo modo, se il possessore dello smartphone si accorge di essere stato contagiato, può informare la centrale, cui è collegata l'app, dei contatti che ha incontrato e del percorso che è stato effettuato. L'idea sembra vincente ma il sistema, per funzionare, ha bisogno che almeno il 60% della popolazione decida volontariamente di scaricare il software (dice Arcuri). Un numero assolutamente irrealistico rispetto alle statistiche, ad esempio, di Singapore, dove solo il 9% dei cittadini ha messo in funzione un programma molto simile. Inoltre, Immuni risulta essere «cieca» con gli asintomatici che possono contagiare decine e decine di amici e familiari senza saperlo. Dunque, la sola tecnologia chiaramente non è sufficiente: servirebbe una massiccia campagna di tamponi proporzionale almeno al numero di app scaricate per offrire a tutti la possibilità di essere funzionali al tracciamento.
Secondo Il Foglio, il software potrebbe essere sperimentato per la prima volta nella fabbrica Ferrari di Maranello. Una scelta non casuale: tra i suggeritori di Bending Spoons ci sarebbe, infatti, anche John Elkann. Immuni, un'app di nobili origini.
Ed è caos sull’accessibilità dei dati
L'applicazione dell'azienda Bending Spoon potrebbe anche essere ben fatta, ma per una valutazione approfondita sarebbe necessario conoscerne le specifiche, che sfortunatamente non sono descritte nell'ordinanza del commissario Domenico Arcuri.
Non è affatto chiaro come e se sarà disponibile il codice sorgente usato per la sua realizzazione, di conseguenza a chi saranno visibili i dati della gente quando si comincerà a usarla. Non è un capriccio da patiti del computer, la sua conoscenza è uno dei requisiti indicati dall'European data protection board, autorità comunitaria per la protezione dei dati personali. Leggendo la premessa dell'ordinanza si capisce che «la società Bending Spoons spa, esclusivamente per spirito di solidarietà e, quindi, al solo scopo di fornire un proprio contributo, volontario e personale, utile per fronteggiare l'emergenza Covid-19 in atto, ha manifestato la volontà di concedere in licenza d'uso aperta, gratuita e perpetua» e si rimarca anche il fatto che la società sia oggi la titolare dei diritti dell'applicazione.
Questa frase farebbe pensare che la stessa sia aperta (open), e che quindi tutti potrebbero anche implementarla, migliorarla, usarla anche in futuro o fino a quando l'emergenza fosse in atto. Tuttavia nell'introduzione del testo si legge che l'azienda intende concederla in licenza, ma subito dopo si parla di procedere senza ritardo all'acquisizione del diritto d'autore sul codice sorgente e su ogni altro elemento e componente necessario al funzionamento. Ma il diritto d'autore è cosa diversa dalla licenza d'uso, e tale definizione stride con quanto si afferma poi nel testo, dove si dice che si dispone di «procedere alla stipula del contratto di concessione gratuita della licenza d'uso sul software di contact tracing e di appalto di servizio gratuito».
Qui nasce la domanda: l'applicazione ha il software libero (in gergo free as in freedom), o è soltanto gratuita fintantoché c'è l'ordinanza in vigore? Non è un cavillo, perché lega a questa differenza la responsabilità della gestione dei dati personali di chi la userà. Dunque ci chiediamo se il codice sorgente sia disponibile oppure no, e se lo fosse, a quali condizioni, e perché si scrive nella premessa che il commissario sta acquisendo i diritti d'autore, quando invece è una mera licenza d'uso senza dire di che tipo sia. Nel mondo dell'informatica ciò è importante poiché realizzare il software è costoso sia in termini di formazione del personale, sia temporali per il suo completamento e collaudo, sia in quelli di analisi dei suoi requisiti e del loro impatto sul piano legale, tecnico e di sicurezza prima della messa sul mercato, fattori che richiedono tempo - che in questa situazione non c'è. Per fare queste analisi servono informatici di alto livello, poiché dire che un software sia «open source» significa dire che è a disposizione di una comunità aperta nella quale tutti possono fare tutto, anche gestire, si spera in modo legale, i dati personali.
In altre parole, queste informazioni rimarrebbero custodite da Bending Spoons o sarebbero accessibili o vendibili? Gli italiani che scaricano l'app dovrebbero almeno sapere se sono state fatte analisi del codice sorgente e da chi, chi sia il titolare dei dati inseriti e di quelli che eventualmente l'applicazione potrebbe ricavare dall'essere nel telefonino, come il numero e il tipo di app presenti e le più usate, la posizione del telefono, la durata e il tipo di comunicazioni fatte, i dispositivi integrati nell'apparecchio come videocamera e microfono.
Potrebbe sembrare che il redattore dell'ordinanza non sia proprio una persona avvezza al mondo dei computer, anche perché alla Bending Spoons non sono gli ultimi arrivati e certamente avranno protetto il loro lavoro.
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Tra gli ideatori di Immuni c'è una rete di intrecci: Bending Spoons è partecipata dai Berlusconi e coadiuvata dagli Elkann, il Centro Santagostino è guidato da un leopoldino. Jakala organizzava le cene elettorali di Beppe Sala.L'ordinanza di Domenico Arcuri non chiarisce se il software è libero o a uso gratuito temporaneo. Così è impossibile sapere chi potrà vedere (e magari vendere) le nostre informazioni.Lo speciale contiene due articoli.Si chiama Immuni l'app di tracciamento che lo Stato italiano ha deciso di adottare contro il coronavirus. Come nome poteva andar bene però anche Incroci, considerate non solo la filosofia che la ispira, ma la ragnatela di intersezioni materiali e immateriali che si nasconde dietro il palazzone che ospita al civico 15 di Corso Como gli uffici della Bending Spoons Spa. La società di software, tra le più importanti al mondo, che ha sviluppato il programmino in collaborazione con il centro diagnostico Santagostino, con la società di comunicazione Jakala e con la Geouniq. E che - come ha dichiarato il commissario straordinario per l'emergenza Covid-19, Domenico Arcuri - ha (avrebbe) donato il frutto del lavoro alla collettività «esclusivamente per spirito di solidarietà». L'ordinanza di Mr Invitalia è infatti assai nebulosa al riguardo, poiché confonde gratuità e diritto d'autore, open source e licenza d'uso. Non fa chiarezza, Arcuri, nemmeno sulle modalità di scelta: perché è stata selezionata proprio Immuni e non un'altra applicazione? Quali sono i criteri alla base della promozione che consentirà a un gruppo di imprese private di raccogliere e gestire dati sul più gigantesco studio sociosanitario del nostro Paese? Imprese che non nascono dal nulla, come nella Silicon Valley, ma che hanno loro specifiche coordinate e loro specifiche storie. Che val la pena raccontare.Bending Spoons è stata fondata nel 2013 da Francesco Paternello (presidente), Luca Ferrari (consigliere delegato), Matteo Danieli e Luca Querella. Ha chiuso il 2018 con 35,1 milioni di ricavi rispetto agli 8,26 dell'anno prima. Nel 2019, non si sa se attraverso una cessione di azioni o un aumento di capitale, sono entrati nella Spa quattro nuovi soci. Tra questi c'è la H14 di Barbara, Eleonora e Luigi Berlusconi che ha in pancia il 21,4% della Fininvest.Il Centro diagnostico Santagostino, che si occupa di digitalizzazione ospedaliera, è diretto invece da Luca Foresti. Un giovanissimo manager che nel 2012 compariva tra i finanziatori entusiasti della fondazione Big Bang di Matteo Renzi e che, l'anno seguente, partecipava alla Leopolda 13 per parlare di salute. Al renzismo porta pure la traccia di Jakala. Il fondatore, Matteo de Brabant, è stato infatti l'organizzatore delle cene elettorali per l'allora candidato sindaco di Milano, Giuseppe Sala, indicato dall'ex Rottamatore per la poltrona più alta di Palazzo Marino alla tornata elettorale del 2016. Jakala (poi inglobata dalla Uvet e trasformatasi in Uevents) aveva lavorato (e fatturato) fino a un anno prima proprio con Sala, ma da patron dell'Expo.All'ex commissario per l'Agenda digitale, Diego Piacentini, e al presidente dell'Accademia dei Lincei, Giorgio Parisi, i produttori dell'app hanno chiesto una valutazione tecnico-scientifica che probabilmente servirà a superare le tante perplessità che stanno fiorendo attorno al progetto. Peraltro, ancora destinato al vaglio del comitato guidato da Vittorio Colao e alla valutazione del Consiglio superiore della sanità e dei competenti organismi europei. Il nome di Diego Piacentini non passa inosservato: si tratta di un apprezzato manager di simpatie renziane che ha dato una grossa mano alla Bending Spoons in fase di start up. Si potrebbe dire che, se l'app avesse pure la funzione vocale, molto probabilmente parlerebbe fiorentino.Il sistema escogitato dai produttori è basato sul tracciamento dei contatti tramite la tecnologia Bluetooth. Quando due cellulari, su cui è stato scaricato il programma, entrano in contatto, si «parlano», prendendo nota ciascuno per sé delle informazioni (anonime) dell'altro. In questo modo, se il possessore dello smartphone si accorge di essere stato contagiato, può informare la centrale, cui è collegata l'app, dei contatti che ha incontrato e del percorso che è stato effettuato. L'idea sembra vincente ma il sistema, per funzionare, ha bisogno che almeno il 60% della popolazione decida volontariamente di scaricare il software (dice Arcuri). Un numero assolutamente irrealistico rispetto alle statistiche, ad esempio, di Singapore, dove solo il 9% dei cittadini ha messo in funzione un programma molto simile. Inoltre, Immuni risulta essere «cieca» con gli asintomatici che possono contagiare decine e decine di amici e familiari senza saperlo. Dunque, la sola tecnologia chiaramente non è sufficiente: servirebbe una massiccia campagna di tamponi proporzionale almeno al numero di app scaricate per offrire a tutti la possibilità di essere funzionali al tracciamento.Secondo Il Foglio, il software potrebbe essere sperimentato per la prima volta nella fabbrica Ferrari di Maranello. Una scelta non casuale: tra i suggeritori di Bending Spoons ci sarebbe, infatti, anche John Elkann. Immuni, un'app di nobili origini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lapp-anti-covid-riesuma-il-nazareno-i-creatori-sono-legati-a-renzi-e-al-cav-2645746253.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ed-e-caos-sullaccessibilita-dei-dati" data-post-id="2645746253" data-published-at="1587155758" data-use-pagination="False"> Ed è caos sull’accessibilità dei dati L'applicazione dell'azienda Bending Spoon potrebbe anche essere ben fatta, ma per una valutazione approfondita sarebbe necessario conoscerne le specifiche, che sfortunatamente non sono descritte nell'ordinanza del commissario Domenico Arcuri. Non è affatto chiaro come e se sarà disponibile il codice sorgente usato per la sua realizzazione, di conseguenza a chi saranno visibili i dati della gente quando si comincerà a usarla. Non è un capriccio da patiti del computer, la sua conoscenza è uno dei requisiti indicati dall'European data protection board, autorità comunitaria per la protezione dei dati personali. Leggendo la premessa dell'ordinanza si capisce che «la società Bending Spoons spa, esclusivamente per spirito di solidarietà e, quindi, al solo scopo di fornire un proprio contributo, volontario e personale, utile per fronteggiare l'emergenza Covid-19 in atto, ha manifestato la volontà di concedere in licenza d'uso aperta, gratuita e perpetua» e si rimarca anche il fatto che la società sia oggi la titolare dei diritti dell'applicazione. Questa frase farebbe pensare che la stessa sia aperta (open), e che quindi tutti potrebbero anche implementarla, migliorarla, usarla anche in futuro o fino a quando l'emergenza fosse in atto. Tuttavia nell'introduzione del testo si legge che l'azienda intende concederla in licenza, ma subito dopo si parla di procedere senza ritardo all'acquisizione del diritto d'autore sul codice sorgente e su ogni altro elemento e componente necessario al funzionamento. Ma il diritto d'autore è cosa diversa dalla licenza d'uso, e tale definizione stride con quanto si afferma poi nel testo, dove si dice che si dispone di «procedere alla stipula del contratto di concessione gratuita della licenza d'uso sul software di contact tracing e di appalto di servizio gratuito». Qui nasce la domanda: l'applicazione ha il software libero (in gergo free as in freedom), o è soltanto gratuita fintantoché c'è l'ordinanza in vigore? Non è un cavillo, perché lega a questa differenza la responsabilità della gestione dei dati personali di chi la userà. Dunque ci chiediamo se il codice sorgente sia disponibile oppure no, e se lo fosse, a quali condizioni, e perché si scrive nella premessa che il commissario sta acquisendo i diritti d'autore, quando invece è una mera licenza d'uso senza dire di che tipo sia. Nel mondo dell'informatica ciò è importante poiché realizzare il software è costoso sia in termini di formazione del personale, sia temporali per il suo completamento e collaudo, sia in quelli di analisi dei suoi requisiti e del loro impatto sul piano legale, tecnico e di sicurezza prima della messa sul mercato, fattori che richiedono tempo - che in questa situazione non c'è. Per fare queste analisi servono informatici di alto livello, poiché dire che un software sia «open source» significa dire che è a disposizione di una comunità aperta nella quale tutti possono fare tutto, anche gestire, si spera in modo legale, i dati personali. In altre parole, queste informazioni rimarrebbero custodite da Bending Spoons o sarebbero accessibili o vendibili? Gli italiani che scaricano l'app dovrebbero almeno sapere se sono state fatte analisi del codice sorgente e da chi, chi sia il titolare dei dati inseriti e di quelli che eventualmente l'applicazione potrebbe ricavare dall'essere nel telefonino, come il numero e il tipo di app presenti e le più usate, la posizione del telefono, la durata e il tipo di comunicazioni fatte, i dispositivi integrati nell'apparecchio come videocamera e microfono. Potrebbe sembrare che il redattore dell'ordinanza non sia proprio una persona avvezza al mondo dei computer, anche perché alla Bending Spoons non sono gli ultimi arrivati e certamente avranno protetto il loro lavoro.
Ansa
Un raid deliberato contro i civili dovrebbe essere considerato tale indipendentemente dalla bandiera, ma in questa guerra pare non essere così. L’identica postura tenuta dai governi europei ha fatto infuriare Mosca. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha comunicato: «Non abbiamo assistito ad alcuna azione che possa essere interpretata come una condanna di questo barbaro attacco terroristico contro dei giovani. Questo è tutto ciò che si può affermare in questo contesto».
Nei riguardi di Kiev, la rappresaglia russa pare non essere terminata. Dopo che nel weekend sono stati lanciati sull’Ucraina 600 droni e 90 missili - tra cui almeno un Oreshnik - uccidendo quattro persone, è stata annunciata una fase due della reazione di Mosca. «Raccomandiamo ai cittadini stranieri, compreso il personale delle missioni diplomatiche e delle rappresentanze delle organizzazioni internazionali, della necessità di lasciare Kiev il prima possibile», ha scritto il ministero degli Esteri russo in una nota. Ricordando che il raid nel dormitorio è «la goccia che ha fatto traboccare il vaso», il dicastero ha precisato: «Nelle circostanze attuali, le Forze armate russe stanno lanciando una serie di attacchi sistematici contro le strutture del complesso militare-industriale ucraino a Kiev, compresi siti specifici per la progettazione, la produzione, la programmazione e la preparazione all’uso dei droni impiegati dal regime di Kiev con l’assistenza di specialisti Nato responsabili della fornitura di componenti, dell’intelligence e della guida». Nel mirino di Mosca sono inclusi anche «i centri decisionali e i posti di comando». Ed è per questo, con le sedi «sparse per tutta Kiev», che è stato consigliato a tutto il personale diplomatico straniero di andarsene. Le raccomandazioni sono rivolte anche ai residenti della capitale ucraina: «Non avvicinatevi alle infrastrutture militari e amministrative del regime di Zelensky». Degli imminenti attacchi il ministro degli esteri russo, Serghei Lavrov, ha avisato anche l’omologo americano Marco Rubio in una telefonata avvenuta ieri. A ridimensionare l’allarme su Kiev è il ministro degli Esteri ucraino, Andrij Sybiha, il quale ha invitato gli alleati a non sottomettersi al «ricatto russo».
Intanto, anche ieri un attacco delle forze ucraine ha ucciso quattro persone a Horlivka, nella regione ucraina di Donetsk occupata dalla Russia. A rendere noto il bilancio delle vittime è stato il sindaco Ivan Prikhodko: si tratta di «quattro civili, tra cui due bambini nati nel 2012 e nel 2013». Altri droni ucraini hanno preso di mira le regioni russe di Yaroslav e Belgorod: uno di questi ha colpito un’auto, uccidendo l’autista. Inoltre, a detta del servizio di sicurezza federale russo (Fsb), è stato sventato un attacco contro una nave metaniera proveniente dal porto di Anversa e arrivata nelle acque della regione di Leningrado. I sommozzatori avrebbero trovato diverse mine magnetiche attaccate allo scafo dell’imbarcazione. L’Fsb ha già puntato il dito contro l’Alleanza atlantica, sostenendo che gli ordigni sono stati «fabbricati in un Paese Nato».
Dall’altra parte della barricata, un attacco aereo russo sulla città di Kramatorsk, nel Donetsk, ha ucciso due persone e ne ha ferite altre tre. Nel pomeriggio, Mosca ha preso di mira di nuovo la stessa città con bombe aeree guidate. Il primo bollettino parla di altri quattro feriti. Anche a Dnipro sono stati registrati tre feriti a seguito di un bombardamento di Mosca. E nella città di Derhachi, a Kharkiv, i raid russi hanno causato una vittima. Stando poi a quanto svelato dal Telegraph, ci sarebbe lo zampino di Mosca nello sconfinamento dei droni ucraini negli spazi aerei dei vicini. La Russia intercetterebbe e devierebbe nei Baltici i velivoli senza pilota ucraini grazie a un trasmettitore aereo collocato nella regione di Kaliningrad.
Di certo, il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato una legge autorizzata dal Parlamento che consente l’utilizzo delle forze armate per proteggere i cittadini russi all’estero. Il documento in questione si riferisce a coloro che sono in stato d’arresto o detenuti al di fuori dei confini russi. Ma è rivolto anche a chi è sottoposto a procedure penali da parte di organi giurisdizionali internazionali di cui Mosca non fa parte. Lo zar ieri, in occasione del forum internazionale antifascista, ha anche lanciato un appello all’unità: «Insieme dobbiamo resistere alla diffusione di ideologie distruttive in tutto il pianeta: xenofobia, neonazismo, antisemitismo e russofobia».
E nonostante sembrano sempre più lontane le trattative per raggiungere la fine della guerra, pare che il presidente finlandese, Alexander Stubb, voglia prendersi lo scettro di negoziatore europeo. In un’intervista all’emittente ucraina Yle ha annunciato: «Se me lo chiedete, probabilmente non si può rispondere negativamente». Tuttavia, ha aggiunto che accetterebbe l’incarico solo dopo il raggiungimento di un cessate il fuoco. Chi invece interpreta cinicamente un eventuale coinvolgimento dell’Ue nelle trattative è il ministro degli Esteri dell’Estonia, Margus Tsahkna. Sostenendo che «i negoziati nella forma precedente», ovvero con la mediazione americana, «sono finiti», ha affermato che Putin mira a coinvolgere Bruxelles solo per «guadagnare tempo».
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Sergio Sottani, procuratore generale della Repubblica di Perugia (Imagoeconomica)
Il pg ha fatto sapere, attraverso un comunicato, che dopo aver letto la denuncia dell’avvocato Alessandro Cannevale (suo ex collega, essendo stato anche procuratore di Spoleto) sul nostro giornale, ha chiesto spiegazioni alla Procura. Secondo il legale, lo ricordiamo, la polizia giudiziaria avrebbe registrato i colloqui in carcere di un avvocato sotto inchiesta con il proprio cliente e, come riassume Sottani, «secondo quanto rappresentato dal difensore», tali intercettazioni, «si sarebbero estese anche ad altri colloqui difensivi nonché a soggetti estranei al procedimento».
Il procuratore generale, «mai in precedenza investito di tale questione», «ha immediatamente attivato i propri poteri di vigilanza e ha proceduto all’acquisizione di dati e notizie utili a una più puntuale ricostruzione dei fatti». Il quadro emerso dopo gli approfondimenti sarebbe meno preoccupante del previsto: «All’esito delle notizie raccolte, connotate da fisiologica provvisorietà, può confermarsi che non risulta alcun uso processuale di intercettazioni espletate senza autorizzazione. Per altro verso, se si dovesse effettivamente verificare la presenza di intercettazioni irrituali, si dovrà procedere alla loro distruzione». Sottani, «pur in attesa di ulteriori approfondimenti», conclude che, al momento, «la situazione non appare pienamente sovrapponibile rispetto a quanto riferito dagli organi di informazione». Non si capisce se la tirata d’orecchi sia per noi o per l’intervistato. Che, però, letta la replica ha deciso di rispondere con fermezza all’ex collega (Cannevale ha fatto il magistrato per quasi quarant’anni): «Non ho mai detto che le intercettazioni illegittime sarebbero state utilizzate nel procedimento a carico della mia assistita (l’avvocato Daniela Paccoi, indagata per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, ndr). Anzi ho detto - e La Verità lo ha fedelmente riportato - che rendevo pubblico un fatto estraneo al processo, che interessava i detenuti del carcere di Perugia e gli avvocati a colloquio con loro. Una pratica illegittima che in teoria avrebbe potuto coinvolgere anche me».
La replica del legale evidenzia un’altra presunta imprecisione: «Neppure ho detto che il dottor Gennaro Iannarone (il procuratore facente funzione di Perugia, ndr) abbia preso cognizione delle registrazioni non autorizzate. In realtà non so neanche se abbia ascoltato quelle rilevanti, purtroppo la legge non glielo impone». Cannevale, a questo punto, chiama in causa direttamente Sottani: «Il procuratore generale sembra insensibile al problema che non solo io, ma l’intera avvocatura ha posto: la garanzia del diritto di difesa e del diritto alla riservatezza dei detenuti e dei loro familiari non può essere affidata alla buona volontà degli inquirenti e del magistrato, nella speranza che graziosamente si astengano dal prendere cognizione dei dati riservati dei loro docili sudditi, dei quali dispongono illegittimamente. Per come la vedo io, è questo che distingue uno Stato di diritto da uno Stato di polizia».
L’ultima stoccata riguarda la chiosa finale del comunicato: «Quanto alla presunta non sovrapponibilità della realtà a quanto riportato sulla stampa, non so se sia un curioso eufemismo per sostenere che sono state dette balle. Beh, in un certo senso è vero, ma abbiamo fornito dati sbagliati per difetto, solo perché non avevamo finito il lavoro: i colloqui intercettati illegittimamente non sono 40, come ritenevamo inizialmente, ma 70, di cui 56 di difensori diversi dalla mia assistita ed estranei al suo studio, mentre i rimanenti sono della Paccoi con clienti diversi dall’indagato G.C., l’unico che poteva essere intercettato legittimamente». Ma le novità non sono finite: «Abbiamo annotato anche la durata delle registrazioni non autorizzate e depositate agli atti. Alcune durano più di 40 minuti. Dunque c’era tutto il tempo per rendersi conto della loro inutilizzabilità e per interrompere la registrazione».
La conclusione di Cannevale è sconfortante: «Se non ci fossimo messi a verificare gli audio uno per uno, cosa che raramente una difesa riesce a fare, di questa storia nessuno avrebbe mai saputo nulla. Per questo ritengo che il peggio del comunicato stampa del procuratore generale sia ciò che in esso non si trova: le misure che intende adottare perché fatti del genere non si ripetano». In attesa della manifestazione di protesta indetta per l’11 giugno a Perugia dai penalisti, è probabile che ci siano altri round e che emergano nuovi particolari su questa inquietante vicenda e sulla gestione delle indagini da parte della Procura umbra.
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Andrea Martella, candidato sindaco del Pd per le elezioni comunali di Venezia (Ansa)
Se il risultato di Salerno, con Vincenzo De Luca in campo, era scontato e quello di Prato anche, riconquistare Venezia dopo i due mandati di Luigi Brugnaro era un passaggio vitale. Per questo il Pd aveva schierato un esponente di primo piano del partito, ovvero Andrea Martella, nato e cresciuto nel Pci, con oltre 25 anni di esperienza in parlamento e un passato perfino da sottosegretario alla presidenza del Consiglio durante il governo Conte bis. E per questo aveva giocato perfino la carta del voto musulmano. Tuttavia, spendere il nome di un pezzo da novanta del partito non è bastato, perché a sbarrargli la strada ci ha pensato un illustre sconosciuto, quasi un ragazzo, con un passato da scout e una storia politica tutta consumata in laguna. Simone Venturini, curriculum da moderato, assessore di Brugnaro per ben due mandati, con delega alla coesione sociale, alla casa e al turismo. Bisogna essere sinceri: i sondaggi non lo davano in vantaggio, ma le urne hanno ribaltato le previsioni. La sua lista ha fatto il pieno di consensi, arrivando da sola allo stesso livello raggiunto da Martella, ma con dietro tutto il campo largo, vale dire Pd, 5 stelle, Avs e compagnia bella.
Venturini ha vinto al primo turno e la sinistra ha perso alla sua prima prova vera, quella di Venezia. In laguna tutto sembrava remare contro un successo del centrodestra. Prima una serie di inchieste contro il sindaco uscente, accusato per la vendita di un terreno di sua proprietà e per la gestione dei fondi della precedente campagna elettorale. Poi le polemiche per la nomina di Beatrice Venezi come direttore della Fenice, con successiva rimozione dall’incarico. Infine, lo scontro sulla partecipazione della delegazione russa alla Biennale, con il ministro della Cultura Alessandro Giuli contro il presidente dell’istituzione artistica Pietrangelo Buttafuoco, entrambi esponenti di un’area vicina a Fratelli d’Italia. Divisioni e passi falsi che sembravano non predire un successo per il centrodestra, anche in considerazione del disimpegno dell’ex governatore Luca Zaia, a lungo ritenuto il migliore candidato per sostituire Brugnaro.
Ma lo sconosciuto Venturini ha scompaginato i giochi, sorprendendo perfino la stessa Giorgia Meloni, che ha definito mondiale la vittoria al primo turno.
A un risultato che fa esultare una parte, corrisponde però la delusione dell’altra, che non può certo consolarsi con De Luca e Biffoni, due dei cinque sindaci passati al primo turno. Infatti, il successo di Salerno con Vincenzo De Luca non è attribuibile a Elly Schlein e ai 5 stelle. L’ex governatore si è candidato contro il parere della segretaria del Partito democratico, che non gli ha concesso neppure il simbolo nella speranza di liberarsi dell’ex governatore una volta per tutte. Nemmeno Matteo Biffoni è un uomo che faccia la gioia della segretaria.
Al Nazareno fino all’ultimo hanno avversato la candidatura del consigliere regionale e Marco Furfaro, plenipotenziario di Elly in Toscana, ha provato a farla saltare, arrendendosi all’ultimo di fronte al pericolo di una sconfitta. Per non parlare poi di Mirello Crisafulli a Enna, altro cacicco che la segretaria avrebbe volentieri lasciato a casa. Dunque, il bilancio di questa prima tornata di amministrative si chiude per il Pd con la riconquista di Pistoia e la perdita di Reggio Calabria, con tre vincitori poco amati dai vertici del partito, e Venezia di nuovo saldamente in mano al centrodestra. Insomma, in laguna sono annegati i sogni della remuntada. E probabilmente è morta anche l’idea di un partito islamico da affiancare a quello democratico. Aver arruolato candidati musulmani infatti non ha portato bene a Elly Schlein. Evidentemente non si possono sostituire gli elettori italiani con quelli d’importazione.
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Papa Leone XIV (Ansa)
Il testo - 255 paragrafi per circa 250.000 caratteri nella traduzione italiana, dunque medio-lungo - parte con un bivio apocalittico sull’Intelligenza artificiale. Una strada è quella della Torre biblica, il cui tentativo non è né malvagio né impossibile («toccare il cielo», «farsi un nome») ma tragico perché convinto della propria autosufficienza, in forza della quale la dignità delle persone è subordinata all’efficienza unificante della tecnica. È l’Intelligenza artificiale nella sua deriva possibile. A questo scenario Leone contrappone il contributo di Neemia, che contempla la devastazione di Gerusalemme dopo l’esilio babilonese. Egli non si affretta: digiuna, prega, parla col re, e solo dopo «convoca le famiglie e affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire». Nessuna ripulsa dell’innovazione né fughe nel passato, ma senso del limite che funga da antidoto al pericolo ideologico del progresso senza limiti come «autoaffermazione illimitata».
I primi due capitoli sono un’apparente parentesi con una funzione essenziale: nel fornire un compendio del fondamento e della storia della Dottrina sociale, ne ribadiscono i riferimenti, l’attualità e la pertinenza, arrivando a calarle nei problemi dello scenario attuale: bene comune, sussidiarietà, proprietà privata come diritto fondativo ma subordinato alla «destinazione universale dei beni» vanno calati nel contesto del dominio degli algoritmi.
Nel terzo capitolo si entra nel vivo, ripartendo dal bivio Babele/Gerusalemme. Con Romano Guardini, Prevost inquadra il dramma moderno di uomo «non educato al retto uso della potenza»: il progresso - mai neutro - «chiede un discernimento sulla visione antropologica che lo guida e sui fini che persegue». E nell’IA si incontra un primo problema: la «scatola nera» di questa tecnologia è in parte inaccessibile. Le IA - scrive il Papa - «non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non hanno una coscienza morale, non capiscono ciò che producono»: compiono un «adattamento statistico che può essere molto efficace ma non implica una crescita».
Nel testo non c’è mai una cesura netta tra la dimensione teologica e quella politica: anzi, lo sguardo fisso alle cose ultime arriva a una notevole capillarità pratica. Leone XIV indica tre aspetti decisivi da tenere presenti nell’uso personale degli strumenti di IA: «La facilità di ottenere il risultato, l’impressione di oggettività e la simulazione della comunicazione umana». Così come il testo è esigente in termini legislativi e politici: i paragrafi dal 102 al 111 illuminano il rischio che «lavoro, credito, accesso ai servizi, reputazione» vengano affidati a sistemi automatizzati occultando la responsabilità delle scelte. In Prevost lumeggia una lettura heideggeriana dei «dispositivi», capaci di far scomparire dall’orizzonte i «gesti politici». L’IA non è «moralmente neutra»: tema che non si risolve solo con la regolamentazione ma anzitutto con un’operazione da katechon: «rallentare». «Serve una politica più presente», spiega il Papa, contro la presunta deriva accelerazionista che giustifica e rende apparentemente inevitabile «la nuova asimmetria epistemica, economica e politica, nominando i nuovi monopoli». Da qui il «disarmo» dell’IA che si prenderà i titoli: non solo de-bellicizzare gli applicativi quanto «rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare». Fa impressione che la principale voce laica sull’Intelligenza artificiale arrivi da un’autorità religiosa, ma è così: Leone «smonta» il racconto di uno sviluppo univocamente positivo e chiede arene pubbliche in cui l’IA sia «sottratta ai monopoli, discutibile, contestabile, abitabile, restituita alla pluralità delle culture umane».
La formulazione più riuscita è forse nell’affronto di transumano e postumano, dove affiora deciso l’agostinismo del Pontefice: «L’umano non fiorisce malgrado il limite ma spesso attraverso il limite». A una tecnologia che ne promette il superamento, Prevost propone l’«autentico “più che umano”: la grazia di Dio ricevuta in Cristo». Prima delle promesse della tecnica, la Chiesa rivendica di essere generata dalla più radicale ipotesi di compimento dell’uomo oltre sé stesso. Qui l’agostiniano cede per un istante al tomista: la trasformazione che nasce dal dono di Dio «supera la capacità della natura» (secondo le parole dell’Aquinate). «Questa trasformazione è opera dello Spirito Santo» e «chi rende possibile questo cammino può essere solo l’Infinito che si dona». Poi torna il Santo d’Ippona, a scandire l’eterno gioco tra le due Città, quella di Dio e quella dell’uomo: «Il tempo dell’IA non sfugge a questa regola: la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi».
Il quarto capitolo è una critica implicita all’orizzonte liberale della modernità, in cui il pragmatismo dell’efficacia spegne la tensione verso la verità, e l’uomo si concepisce «solo autore di sé stesso» (Ratzinger). L’IA accade in questo orizzonte, cui occorre reagire sul fronte comportamentale, educativo, sociale, scolastico, pedagogico ma soprattutto lavorativo. L’eco con la Rerum novarum è esplicita, fino al rigetto della «mano invisibile» e alla richiesta, molto politica, di «trasparenza e responsabilità», perché «la persona non sia ridotta a profilo», la famiglia e l’impresa siano tutelate nell’opporsi al «controllo sociale» della profilazione predittiva. Ed ecco l’altro affondo heideggeriano: l’uomo come «oggetto manipolabile, risorsa da ottimizzare», poiché «ciò che conta è l’efficienza e non il rispetto della libertà e della dignità umana». C’è spazio per la richiesta di perdono a nome della Chiesa per non aver denunciato prima la piaga della schiavitù, poi Prevost attacca chi «possiede i dati sanitari di intere popolazioni e può modellare bisogni e mercati, decidendo a chi destinare farmaci, investimenti, protezioni».
Più alto e spirituale l’ultimo capitolo: Babele e Neemia si spostano sul piano teologico, lasciando il posto alla «cultura della potenza» e a quella dell’amore. Il Papa ribadisce - a JD Vance saranno fischiate le orecchie - il «superamento della dottrina della guerra giusta, ferma restando la legittima difesa». A maggior ragione con le armi legate all’IA, e in una scena «resa ancora più instabile da gruppi jihadisti, milizie private, reti criminali», ribadisce che «il giudizio morale non è riducibile a un calcolo», e che «non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile», dissolvendo «nella macchina» responsabilità e colpe. Leone sfiora la categoria del «falso realismo politico», sintesi tra «nichilismo e pragmatismo», contrappondendogli un «sano realismo» che contrasti quell’«idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, finisce per abitare una realtà costruita a misura della proprie convinzioni». Per spiegare come il destino dell’uomo e del mondo sia aperto alla conversione, il Papa sceglie Gandalf, di cui riporta questa citazione tratta dal terzo volume del capolavoro di J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare».
La conclusione è l’inno del Magnificat che rimette al centro del villaggio l’Incarnazione, via autentica alle pulsioni distorte del trans e postumano. La Madonna, conscia di avere in grembo il Redentore, esulta: «Nulla», nota Prevost, «è cambiato attorno a lei, eppure tutto è cambiato dentro di lei». Questo è lo sguardo che il Papa chiede al mondo nel tempo dell’IA.
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