True
2018-08-22
L’allegra estate calda dei Benetton: feste e yacht in mezzo al disastro
Più che seriosi azionisti di importanti società quotate, quali in realtà sono da anni, li si direbbe dei disimpegnati bon-vivant. È cronaca, purtroppo. Il 14 agosto, a Genova, cade un grosso ponte della A10, una delle tratte affidate alla concessione con la Società autostrade per l'Italia di cui sono i principali proprietari, e loro che cosa fanno? Prima non disdicono un'allegra festa di compleanno; poi, con la stessa noncuranza, confermano una grigliata in compagnia di parenti e amici, e partono in crociera sullo yacht di famiglia... Come se la morte dei poveri malcapitati sul viadotto Morandi non li riguardasse. Come se la dimensione del disastro dovesse essere valutata sulla miseria di quei 200 metri crollati a confronto con i 3.000 chilometri di autostrade che ricchi contratti affidano alla loro gestione: poca cosa, quasi un nulla, un'inezia. Senza pensare a morti, feriti, dispersi.
Per i Benetton, le ultime cronache (mondane) applicate alla cronaca (nera e giudiziaria) sono peggio di una battaglia perduta. L'immagine pubblica della famiglia, grazie alla sublime spensieratezza che ha mostrato, subisce morsi ancora più incisivi del disastro in sé: perché prevedere il crollo era responsabilità specifica dei suoi tanti amministratori e tecnici, mentre individuare un comportamento adeguato doveva essere il primo imperativo.
E invece... La sera stessa del 14 agosto, mentre a Genova stava cominciando la cupa conta dei morti, la figlia di Gilberto Benetton, Sabrina, festeggiava in perfetta letizia i 52 anni di suo marito sotto le eleganti capriate in pino dello chalet del Lago Ghedina, uno dei ristoranti più romantici di Cortina: il Fatto Quotidiano ha scritto ieri di una cena con «brindisi, musica a tutto volume che si sentiva su per la montagna e gente che ballava a tutta forza, qualcuno perfino sui tavoli. E il festeggiato si alternava alla consolle con il dj per mettere la musica».
Sempre ieri, Gianluca Baldini sulla Verità ha raccontato che subito dopo la strage, quel maledetto 14 agosto, lo stesso Gilberto Benetton si era imbarcato sullo yacht di famiglia, l'accecante 49 metri Nanook, e aveva fatto rotta sulla Sardegna. Ed era stata sempre La Verità, sabato 18, a rivelare per prima che 24 ore esatte dopo il disastro c'era stata un'altra festa di famiglia: una grigliata a Ferragosto, anche quella organizzata a Cortina, nella bella villa di Giuliana Benetton. Un pranzo elegante, affidato a un sapiente catering proveniente da Venegazzù, Treviso, per una settantina di adulti e una ventina di bambini, e anche l'ultima di una lunga tradizione di grigliate ferragostane, iniziata oltre 20 anni fa in onore della matriarca dei Benetton, Rosa Carniato, la mamma di Luciano, Giuliana, Gilberto e Carlo scomparsa nel 2000. Con una sola variante, forse. Si era scelto, quest'anno, di imprimere dimensioni ridotte all'evento per il recente, doppio lutto familiare: la morte di Fioravante Bertagnin, il marito di Giuliana, deceduto lo scorso 8 febbraio, e quella più recente di Carlo Benetton, avvenuta il 10 luglio.
A raddoppiare lo stupore, rispetto a questa incontrovertibile realtà dei fatti, era stata la risposta dei Benetton stessi alla notizia della festa, affidata nella serata di sabato a uno dei loro portavoce: «Non di un'amena festa ferragostana si è trattato, bensì della commemorazione dell'intera famiglia Benetton (allargata) per la recente scomparsa di Carlo Benetton». Una reazione così disarmante, nel suo inconferente tartufismo, da fare impallidire quella dettata ieri dalla famiglia alla Verità, come commento alla notizia sulla crociera: «Giuliano Benetton ha il diritto di fare le ferie dove vuole». Con l'aggiunta che il manager «comunque è sempre molto operativo e presente, per seguire la vicenda del ponte».
Di fronte a 43 morti, nove feriti gravi, centinaia di senza tetto, per non parlare dei danni economici incalcolabili che dal crollo deriveranno per Genova e per l'intero Paese, tanta spensierata insensibilità, più che inconcepibile, è quasi incomprensibile. Anche perché, non va dimenticato, gli stessi Benetton hanno atteso giovedì 16 agosto per manifestare il loro «profondo cordoglio alle famiglie delle vittime e la propria vicinanza ai feriti e a tutti coloro che sono stati coinvolti nel tragico crollo». E ieri hanno raddoppiato: criticati per la lentezza di quel dolore, hanno replicato di aver «ritenuto doveroso mantenere il silenzio per il rispetto dovuto alle persone che hanno perso la vita».
«Un bel tacer non fu mai detto», recita un proverbio. E un altro: «Gente allegra, il ciel l'aiuti». Ma i proverbi, si sa, danno voce alla saggezza popolare. Un sostantivo e un aggettivo che, è evidente, mal si addicono a lorsignori.
Maurizio Tortorella
Intanto ci fanno fare 150 km in più
Dal giorno del crollo del viadotto sul Polcevera i cartelli luminosi dell'autostrada A10, che collegava Ventimiglia - e quindi la Francia - a Genova, indicano che per raggiungere o scavalcare il capoluogo ligure in direzione Livorno bisogna prendere la A26 a Voltri poi, dopo Ovada, imboccare la bretella per Milano e quindi passare sull'A7 e scendere da Serravalle. Un giro lunghissimo.
Non mentono: volendo restare sulla rete autostradale, è il solo modo dal crollo del Morandi in poi. Probabilmente l'indicazione punta anche a evitare che i tir si scarichino sulla viabilità ordinaria di Genova. Tuttavia, in questo modo da Ventimiglia a Genova si percorrono, anziché 165, ben 302 chilometri: quasi il doppio del tragitto. Una pubblicità negativa per chiunque voglia raggiungere la città, già penalizzata dal disastro. La domanda da porre a Società Autostrade, ma anche a Comune e Regione, è: chi mai verrebbe a Genova dal confine sapendo che anziché 1 ora e mezza deve impiegarne 3? Con un aumento di spesa in benzina (non per il pedaggio, che resta invariato) di circa 35 euro per vetture di media cilindrata?
Ci si sono messi poi anche quelli delle autostrade francesi, segnalando sui loro cartelloni in direzione della frontiera italiana il seguente messaggio: «Attenzione autostrada A10 interrotta da Savona». Falso, ma intanto in molti hanno invertito la marcia. In questo senso va anche l'appello di Beppe Costa, presidente di Costa Edutainment, il gruppo che gestisce l'Acquario: «Genova c'è, è viva, vuole vivere. L'invito ai turisti è quello di venire nella nostra città, questo è il modo vero di aiutarla, non abbiamo bisogno di donazioni, ma della gente che continui a frequentarla».
Un po' di chiarezza dalla Società Autostrade aiuterebbe. Infatti basta uscire a Genova aeroporto, ma anche prima - a Genova Prà o Genova Pegli - per essere già all'interno del capoluogo ligure. Senza spingersi fino a Novi e poi riscendere. Per andare in centro si possono poi percorrere le strade normali che, per quanto trafficate, esistono. Una di queste, l'Aurelia, è lì dal terzo secolo avanti Cristo. Anche chi deve superare Genova, verso Livorno, può uscire a Genova aeroporto e rientrare a Genova est, che è il primo casello dopo il ponte crollato, risparmiandosi quasi 150 chilometri.
Riportiamo, per dovere di cronaca, le indicazioni che fornisce Autostrade per aggirare il ponte, sia provenendo da Levante che da Ponente. Ripetiamo: sono valide solo se non si vuole mai uscire dall'autostrada, e comportano un notevole aumento di chilometri, tempo e spese, oltre che essere un pesante deterrente per i turisti. «Chi da Savona è diretto a Genova deve utilizzare l'A26 Genova-Gravellona Toce, poi la D26 Diramazione Predosa Bettole e la A7 verso Genova. Chi da Livorno è diretto a Savona, deve utilizzare l'A7 Milano Genova, seguire le indicazioni per la diramazione Predosa-Bettole e poi prendere la A26 verso Genova e proseguire per Savona».
C'è infine da fare attenzione al sito di Autostrade per l'Italia che ieri sera, al momento della stesura di questo articolo, non era ancora stato aggiornato. Infatti cliccando «partenza: Savona» e «arrivo: Livorno», la mappa interattiva faceva passare virtualmente sul ponte sbriciolatosi alla vigilia di Ferragosto. Di conseguenza sono anche sbagliati la lunghezza del percorso (218,8 km) e tempo di percorrenza medio (2,25 ore che non tengono conto della scomparsa del viadotto). Unico dato giusto resta il pedaggio: 22,8 euro (che si calcola sulla tratta da casello a casello, a prescindere dal percorso purché non si esca dall'autostrada). Scrollando la schermata verso il basso c'è un avviso che indica il tratto chiuso a Genova, ma è quasi invisibile rispetto alla cartina e alle indicazioni fuorvianti. Forse sarebbe il caso che gli informatici del gruppo di Benetton correggessero il sistema, in modo che qualcuno a Genova possa ancora andarci.
Alfredo Arduino
Continua a leggereRiduci
La sera stessa della tragedia Sabrina, una delle rampolle di famiglia, dava un party in uno chalet di Cortina. È solo l'ultima espressione di insensibilità venuta alla luce, dopo la grigliata di Ferragosto e le gite in barca.A chi viaggia dalla Francia verso Est viene suggerita, per non congestionare Genova, una mega deviazione verso Alessandria. Pedaggio uguale, ma il tempo e la benzina...Lo speciale contiene due articoli.Più che seriosi azionisti di importanti società quotate, quali in realtà sono da anni, li si direbbe dei disimpegnati bon-vivant. È cronaca, purtroppo. Il 14 agosto, a Genova, cade un grosso ponte della A10, una delle tratte affidate alla concessione con la Società autostrade per l'Italia di cui sono i principali proprietari, e loro che cosa fanno? Prima non disdicono un'allegra festa di compleanno; poi, con la stessa noncuranza, confermano una grigliata in compagnia di parenti e amici, e partono in crociera sullo yacht di famiglia... Come se la morte dei poveri malcapitati sul viadotto Morandi non li riguardasse. Come se la dimensione del disastro dovesse essere valutata sulla miseria di quei 200 metri crollati a confronto con i 3.000 chilometri di autostrade che ricchi contratti affidano alla loro gestione: poca cosa, quasi un nulla, un'inezia. Senza pensare a morti, feriti, dispersi.Per i Benetton, le ultime cronache (mondane) applicate alla cronaca (nera e giudiziaria) sono peggio di una battaglia perduta. L'immagine pubblica della famiglia, grazie alla sublime spensieratezza che ha mostrato, subisce morsi ancora più incisivi del disastro in sé: perché prevedere il crollo era responsabilità specifica dei suoi tanti amministratori e tecnici, mentre individuare un comportamento adeguato doveva essere il primo imperativo.E invece... La sera stessa del 14 agosto, mentre a Genova stava cominciando la cupa conta dei morti, la figlia di Gilberto Benetton, Sabrina, festeggiava in perfetta letizia i 52 anni di suo marito sotto le eleganti capriate in pino dello chalet del Lago Ghedina, uno dei ristoranti più romantici di Cortina: il Fatto Quotidiano ha scritto ieri di una cena con «brindisi, musica a tutto volume che si sentiva su per la montagna e gente che ballava a tutta forza, qualcuno perfino sui tavoli. E il festeggiato si alternava alla consolle con il dj per mettere la musica».Sempre ieri, Gianluca Baldini sulla Verità ha raccontato che subito dopo la strage, quel maledetto 14 agosto, lo stesso Gilberto Benetton si era imbarcato sullo yacht di famiglia, l'accecante 49 metri Nanook, e aveva fatto rotta sulla Sardegna. Ed era stata sempre La Verità, sabato 18, a rivelare per prima che 24 ore esatte dopo il disastro c'era stata un'altra festa di famiglia: una grigliata a Ferragosto, anche quella organizzata a Cortina, nella bella villa di Giuliana Benetton. Un pranzo elegante, affidato a un sapiente catering proveniente da Venegazzù, Treviso, per una settantina di adulti e una ventina di bambini, e anche l'ultima di una lunga tradizione di grigliate ferragostane, iniziata oltre 20 anni fa in onore della matriarca dei Benetton, Rosa Carniato, la mamma di Luciano, Giuliana, Gilberto e Carlo scomparsa nel 2000. Con una sola variante, forse. Si era scelto, quest'anno, di imprimere dimensioni ridotte all'evento per il recente, doppio lutto familiare: la morte di Fioravante Bertagnin, il marito di Giuliana, deceduto lo scorso 8 febbraio, e quella più recente di Carlo Benetton, avvenuta il 10 luglio.A raddoppiare lo stupore, rispetto a questa incontrovertibile realtà dei fatti, era stata la risposta dei Benetton stessi alla notizia della festa, affidata nella serata di sabato a uno dei loro portavoce: «Non di un'amena festa ferragostana si è trattato, bensì della commemorazione dell'intera famiglia Benetton (allargata) per la recente scomparsa di Carlo Benetton». Una reazione così disarmante, nel suo inconferente tartufismo, da fare impallidire quella dettata ieri dalla famiglia alla Verità, come commento alla notizia sulla crociera: «Giuliano Benetton ha il diritto di fare le ferie dove vuole». Con l'aggiunta che il manager «comunque è sempre molto operativo e presente, per seguire la vicenda del ponte».Di fronte a 43 morti, nove feriti gravi, centinaia di senza tetto, per non parlare dei danni economici incalcolabili che dal crollo deriveranno per Genova e per l'intero Paese, tanta spensierata insensibilità, più che inconcepibile, è quasi incomprensibile. Anche perché, non va dimenticato, gli stessi Benetton hanno atteso giovedì 16 agosto per manifestare il loro «profondo cordoglio alle famiglie delle vittime e la propria vicinanza ai feriti e a tutti coloro che sono stati coinvolti nel tragico crollo». E ieri hanno raddoppiato: criticati per la lentezza di quel dolore, hanno replicato di aver «ritenuto doveroso mantenere il silenzio per il rispetto dovuto alle persone che hanno perso la vita». «Un bel tacer non fu mai detto», recita un proverbio. E un altro: «Gente allegra, il ciel l'aiuti». Ma i proverbi, si sa, danno voce alla saggezza popolare. Un sostantivo e un aggettivo che, è evidente, mal si addicono a lorsignori. Maurizio Tortorella<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lallegra-estate-calda-dei-benetton-feste-e-yacht-in-mezzo-al-disastro-2597869701.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intanto-ci-fanno-fare-150-km-in-piu" data-post-id="2597869701" data-published-at="1781158031" data-use-pagination="False"> Intanto ci fanno fare 150 km in più Dal giorno del crollo del viadotto sul Polcevera i cartelli luminosi dell'autostrada A10, che collegava Ventimiglia - e quindi la Francia - a Genova, indicano che per raggiungere o scavalcare il capoluogo ligure in direzione Livorno bisogna prendere la A26 a Voltri poi, dopo Ovada, imboccare la bretella per Milano e quindi passare sull'A7 e scendere da Serravalle. Un giro lunghissimo. Non mentono: volendo restare sulla rete autostradale, è il solo modo dal crollo del Morandi in poi. Probabilmente l'indicazione punta anche a evitare che i tir si scarichino sulla viabilità ordinaria di Genova. Tuttavia, in questo modo da Ventimiglia a Genova si percorrono, anziché 165, ben 302 chilometri: quasi il doppio del tragitto. Una pubblicità negativa per chiunque voglia raggiungere la città, già penalizzata dal disastro. La domanda da porre a Società Autostrade, ma anche a Comune e Regione, è: chi mai verrebbe a Genova dal confine sapendo che anziché 1 ora e mezza deve impiegarne 3? Con un aumento di spesa in benzina (non per il pedaggio, che resta invariato) di circa 35 euro per vetture di media cilindrata? Ci si sono messi poi anche quelli delle autostrade francesi, segnalando sui loro cartelloni in direzione della frontiera italiana il seguente messaggio: «Attenzione autostrada A10 interrotta da Savona». Falso, ma intanto in molti hanno invertito la marcia. In questo senso va anche l'appello di Beppe Costa, presidente di Costa Edutainment, il gruppo che gestisce l'Acquario: «Genova c'è, è viva, vuole vivere. L'invito ai turisti è quello di venire nella nostra città, questo è il modo vero di aiutarla, non abbiamo bisogno di donazioni, ma della gente che continui a frequentarla». Un po' di chiarezza dalla Società Autostrade aiuterebbe. Infatti basta uscire a Genova aeroporto, ma anche prima - a Genova Prà o Genova Pegli - per essere già all'interno del capoluogo ligure. Senza spingersi fino a Novi e poi riscendere. Per andare in centro si possono poi percorrere le strade normali che, per quanto trafficate, esistono. Una di queste, l'Aurelia, è lì dal terzo secolo avanti Cristo. Anche chi deve superare Genova, verso Livorno, può uscire a Genova aeroporto e rientrare a Genova est, che è il primo casello dopo il ponte crollato, risparmiandosi quasi 150 chilometri. Riportiamo, per dovere di cronaca, le indicazioni che fornisce Autostrade per aggirare il ponte, sia provenendo da Levante che da Ponente. Ripetiamo: sono valide solo se non si vuole mai uscire dall'autostrada, e comportano un notevole aumento di chilometri, tempo e spese, oltre che essere un pesante deterrente per i turisti. «Chi da Savona è diretto a Genova deve utilizzare l'A26 Genova-Gravellona Toce, poi la D26 Diramazione Predosa Bettole e la A7 verso Genova. Chi da Livorno è diretto a Savona, deve utilizzare l'A7 Milano Genova, seguire le indicazioni per la diramazione Predosa-Bettole e poi prendere la A26 verso Genova e proseguire per Savona». C'è infine da fare attenzione al sito di Autostrade per l'Italia che ieri sera, al momento della stesura di questo articolo, non era ancora stato aggiornato. Infatti cliccando «partenza: Savona» e «arrivo: Livorno», la mappa interattiva faceva passare virtualmente sul ponte sbriciolatosi alla vigilia di Ferragosto. Di conseguenza sono anche sbagliati la lunghezza del percorso (218,8 km) e tempo di percorrenza medio (2,25 ore che non tengono conto della scomparsa del viadotto). Unico dato giusto resta il pedaggio: 22,8 euro (che si calcola sulla tratta da casello a casello, a prescindere dal percorso purché non si esca dall'autostrada). Scrollando la schermata verso il basso c'è un avviso che indica il tratto chiuso a Genova, ma è quasi invisibile rispetto alla cartina e alle indicazioni fuorvianti. Forse sarebbe il caso che gli informatici del gruppo di Benetton correggessero il sistema, in modo che qualcuno a Genova possa ancora andarci. Alfredo Arduino
(Ansa)
Poche ore dopo, Donald Trump si è mostrato spazientito. «L’esercito iraniano è un disastro totale. Gran parte di esso, come la Marina e l’Aeronautica, non esiste nemmeno più: è stato completamente sconfitto», ha dichiarato su Truth, per poi aggiungere: «L’Iran è solo chiacchiere e niente fatti. Il bullo del Medio Oriente è morto! Ci hanno messo troppo tempo a negoziare un accordo che sarebbe stato ottimo per loro, ora dovranno pagarne il prezzo». Non solo. Sempre ieri, il presidente americano ha elogiato il blocco navale imposto ai porti iraniani e, parlando con Fox News, è tornato a ventilare l’ipotesi di ordinare attacchi contro le infrastrutture civili della Repubblica islamica in caso di mancata intesa. A replicare all’inquilino della Casa Bianca è stato il portavoce delle forze armate iraniane, Abolfazl Shekarchi, secondo cui Teheran «non farà un passo indietro». Anche il presidente iraniano, Masoud Pezehskian, ha detto che la Repubblica islamica «rimarrà ferma» davanti alla pressione degli Stati Uniti.
Come che sia, Trump, al netto delle minacce, non ha chiuso la porta alla diplomazia. «Dovrebbero firmare l’accordo, è un buon accordo», ha affermato, sostenendo che la proposta in discussione sarebbe stata «completamente negoziata» e che impedirebbe a Teheran di «avere mai un’arma nucleare». «Vogliamo un accordo significativo, vogliamo un accordo che funzioni», ha continuato, per poi aggiungere: «Vedremo cosa succederà, ma ieri li abbiamo colpiti duramente e li colpiremo di nuovo duramente oggi... E vedremo cosa succederà con l’accordo. Eravamo davvero vicini all’accordo, ma continuano a prenderci in giro, continuano a farci fessi».
Il presidente americano ha anche detto che gli Stati Uniti stanno «prelevando milioni di barili di petrolio» dall’Iran. «Sono stati prelevati milioni di barili di petrolio ed è per questo che il prezzo è di 85-90 dollari al barile invece di 250 dollari», ha aggiunto. Nel frattempo, Centcom ha reso noto di aver aperto il fuoco e di aver messo fuori uso una petroliera, battente bandiera di Palau, che aveva cercato di forzare il blocco navale statunitense, trasportando greggio fuori dalla Repubblica islamica. In tutto questo, una fonte del governo israeliano ha riferito ieri al Times of Israel che Trump e Benjamin Netanyahu sarebbero «perfettamente coordinati» per quanto concerne gli ultimi attacchi all’Iran. Tuttavia, sempre ieri, il presidente americano ha definito l’omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, un «ottimo amico»: parole che non è detto saranno gradite al premier israeliano, visti i pessimi rapporti di Gerusalemme con Ankara.
Ciò detto, al netto della tensione, ieri i negoziatori del Qatar si sono recati in Iran per cercare di mediare un accordo tra Washington e la Repubblica islamica. Ciò non ha comunque impedito al ministero degli Esteri di Doha di condannare gli attacchi sferrati dal regime khomeinista in Bahrein, Kuwait e Giordania, parlando di «flagrante violazione» della loro sovranità. Una posizione, quella del governo qatariota, di fatto condivisa anche dall’Arabia Saudita. Nel frattempo, la questione del nucleare iraniano sta tornando sotto i riflettori. Ieri, l’Aiea ha approvato una risoluzione, sostenuta dagli Stati Uniti, che invoca l’accesso ai siti atomici della Repubblica islamica. Un documento che è stato tuttavia bollato come «controproducente» dall’ambasciatore iraniano a Vienna, Reza Najafi. «Complica ulteriormente la situazione instabile, il cessate il fuoco precario e i negoziati ancora incompiuti tra Iran e Stati Uniti», ha aggiunto.
Insomma, la situazione complessiva si sta facendo sempre più traballante. Il processo diplomatico è ancora in piedi ma rischia seriamente di deragliare. Frattanto, l’Idf ha reso noto ieri di aver colpito vari obiettivi di Hezbollah nel Libano meridionale. Non dimentichiamo che la questione libanese si interseca con i negoziati tra Stati Uniti e Iran. Teheran ha infatti subordinato il raggiungimento di un accordo con Washington alla conclusione degli attacchi israeliani nel Paese dei Cedri. Se da una parte ha necessità di raffrenare Netanyahu, Trump, dall’altra, ha bisogno di isolare i pasdaran: non è del resto un mistero che costoro stiano remando contro la diplomazia tra Stati Uniti e Iran. Il punto è che, sì, il presidente americano ha necessità di terminare il conflitto per abbassare il costo dell’energia. Al contempo, però, la linea dura delle Guardie della rivoluzione impedisce un allentamento della pressione statunitense: una pressione che, tra le sanzioni e il blocco navale, sta indebolendo significativamente il regime khomeinista sul fronte economico. Al contempo, è possibile che, negli Stati Uniti, i falchi, come il senatore repubblicano Lindsey Graham, cercheranno di spingere la Casa Bianca a riprendere la guerra con Teheran, tentando così di isolare il vicepresidente statunitense J.D. Vance, che è da sempre maggiormente propenso alla soluzione diplomatica.
Continua a leggereRiduci
Imagoeconomica
Ovviamente è giusto che un espatriato, seppure di cittadinanza italiana, sia chiamato a pagare nel caso riceva assistenza medica a carico del servizio pubblico. Infatti, se risiede all’estero le tasse le paga nel Paese in cui vive e dunque non può pretendere di godere dei vantaggi di un welfare che i contribuenti mantengono in piedi versando ogni anno migliaia di euro di imposte. Tuttavia, ciò che è giusto in linea di principio poi si scontra con la pratica e, paradossalmente, diventa una discriminazione nei confronti di persone che per lunghi anni sono vissute in Italia e con le loro tasse hanno contribuito a far crescere Pil e servizi. Già, perché agli stranieri senza permesso di soggiorno le cure sono comunque garantite, a prescindere dal reddito e dalla residenza. In teoria, uno straniero può addirittura trasferirsi in Italia proprio per essere curato nei nostri ospedali e nel momento in cui dimostra di non avere soldi può ricevere un’assistenza gratuita a carico del servizio sanitario nazionale.
Quante volte è capitato di trovare i corridoi del Pronto soccorso affollati da clandestini che per di più pretendono di essere curati rapidamente, nonostante i malesseri lamentati non siano da codice rosso? Credo che la fila di stranieri sia capitata a tutti, in quanto spesso gli extracomunitari scambiano il Pronto soccorso per la guardia medica o, addirittura, per il dottore di famiglia e dunque se ne avvalgono anche quando hanno una banale influenza. Beh, sappiate che gli immigrati senza permesso ricevono le cure a spese nostre, anche se non hanno una residenza in Italia e non sono in grado di esibire una carta di credito per pagare ticket o medicinali. Requisiti che invece sono richiesti agli italiani che hanno traslocato fuori dai confini nazionali.
Vi sembra incredibile? Eppure, è così e a ribadirlo, recentemente, è stata la stessa Corte costituzionale. I giudici della legge, hanno stabilito con una sentenza che anche in assenza di un permesso di soggiorno regolare, lo straniero con una invalidità non possa essere chiamato a pagare. Disposizione bizzarra, soprattutto nel momento in cui uno straniero con regolare permesso di soggiorno è tenuto a contribuire al pari degli italiani.
La discriminazione è evidente. Perché è pur vero che centinaia di pensionati si trasferiscono all’estero per godere dei benefici di una tassazione favorevole, ma è altrettanto certo che molti di costoro hanno pagato tasse e contributi per una vita e dunque, anche se espatriati, hanno più titolo per essere curati di un clandestino. Poi c’è il caso dei molti giovani costretti a emigrare, per ragioni di studio o di lavoro. Anche per loro fare le valigie significa sobbarcarsi, nel caso ne abbiano bisogno, del pagamento delle spese mediche in Italia, soprattutto se non sono in grado di dimostrare di essere indigenti.
Obblighi da cui sono invece esentati i migranti, i quali proprio in virtù delle loro condizioni hanno diritto all’assistenza gratuita. Come per altro possono ottenere aiuti per le bollette, corsie preferenziali per gli alloggi pubblici e, qualora abbiano figli minori, pure negli asili. Insomma, è il mondo al contrario, dove lo slogan «Prima gli italiani» è stato trasformato in «Prima gli stranieri».
Con buona pace di quell’altro principio costituzionale che dovrebbe garantire a tutti parità di trattamento.
Continua a leggereRiduci
Getty Images
La formano, oltre ai sindacalisti e ai partigiani Nonna Roma, Arci e «oltre trenta realtà associative antifasciste». Nel testo esprimono «la più netta contrarietà e preoccupazione in merito alla manifestazione annunciata per il 13 giugno a Roma sulla cosiddetta remigrazione, una proposta razzista e xenofoba, in aperto contrasto con i valori della Costituzione, con i principi fondamentali della democrazia e con la natura antifascista della nostra Repubblica. Riteniamo estremamente grave», dicono Cgil e soci, «che nella Capitale d’Italia possano trovare spazio soggetti che diffondono e promuovono il rimpatrio forzato delle persone straniere nei Paesi di provenienza, riproponendo nei fatti ideologie fondate sulla superiorità razziale, sull’esclusione e sull’odio, che richiamano le pagine più oscure e vergognose della storia italiana. Roma è una città multiculturale per storia e per tradizione, da sempre attraversata dall’intreccio di popoli, culture e differenze. È inoltre Città Medaglia d’Oro per la Resistenza. Proprio per questo, lo svolgimento di una manifestazione che intende richiamarsi a una nuova marcia su Roma appare ancora più inaccettabile e provocatorio, perché colpisce direttamente l’identità democratica, antifascista e inclusiva della città».
Insomma, Anpi e sindacato ritengono che «le istituzioni abbiano il dovere di dare un segnale netto, a difesa della convivenza civile, della dignità delle persone e dei principi democratici su cui si fonda la nostra Repubblica». In nome dell’antifascismo e della democrazia, i progressisti pretendono che sindaco e prefetto di Roma intervengano «nei rispettivi ambiti di competenza, affinché venga impedito lo svolgimento di questa manifestazione e di ogni altra iniziativa fondata sull’odio razziale, sulla discriminazione e sulla negazione dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione».
La solfa la conosciamo, è la stessa di sempre: se non sei d’accordo con loro, devi essere ridotto al silenzio. Ci sarebbe perfino da ignorarli, se questi continui appelli alla cancellazione delle idee divergenti non avessero ogni volta un effetto. Di solito infatti funziona così: viene annunciata una manifestazione di destra, Anpi e compagni fanno caciara, si alza il polverone e le autorità decidono di spostare la manifestazione per «ragioni di ordine pubblico». È accaduto di recente a Bologna, dove l’evento sulla remigrazione è stato confinato in periferia, perdendo ovviamente appeal. Ma anche qualora il programma non cambi il danno c’è ugualmente: qualcuno che magari avrebbe voluto presentarsi in piazza potrebbe rimanere a casa per evitare problemi. Già, perché non solo i simpatici antifa hanno chiesto la censura. Esattamente come accaduto a Milano in occasione di una manifestazione della Lega, Cgil, Anpi e altri hanno convocato un contro corteo, con tanto di locandina disegnata da Zerocalcare, antifascista di professione al servizio di Netflix.
In pratica i nostri eroi protestano contro altri cittadini che protestano. Fantastico, democrazia in purezza. Come spesso accade, poi, alla contro manifestazione della Cgil se ne affiancherà un’altra organizzata da Potere al popolo e affini. Vecchia tecnica: partigiani, sindacato e sinistra di palazzo forniscono la copertura istituzionale. Poi arrivano gli antagonisti a fare il lavoro sporco. Qualora ci fossero disordini, ovviamente, darebbero tutti la colpa alla destra.
È un sistema patetico, che tuttavia porta ancora qualche risultato. Ha addirittura un piccolo aspetto di utilità: mostra cioè quale sia la funzione esclusiva di Cgil e Anpi. E fa riflettere sul ruolo del sindacato: continua da anni a chiedere frontiere aperte e accoglienza, poi però frigna e si sbraccia se i caporali pakistani bruciano vivi quattro connazionali schiavi. Forse se perdessero meno tempo a chiedere di tappare la bocca agli altri e si occupassero con più serietà dei diritti dei lavoratori oggi saremmo in una situazione diversa e non ci sarebbe bisogno di chiedere la remigrazione.
Quello che Cgil e sinistra tutta non capiscono è che la remigrazione è semplicemente la soluzione più umana e pacifica a un problema che potrebbe provocare ben altre reazioni. Basti guardare che cosa accade nel Regno Unito. Dopo un rifugiato ha cercato di sgozzare un uomo in Irlanda del Nord, a Belfast sono esplose manifestazioni piuttosto ruvide. Altre si sono viste in Inghilterra, anzi si vedono ormai da un paio di anni almeno. Finora i governi d’Albione hanno duramente represso ogni protesta, arrivando a incarcerare perfino chi osava pubblicare commenti online a supporto dei cortei. Il premier britannico Starmer non sembra avere cambiato atteggiamento: ieri ha condannato con durezza i disordini di Belfast. Ebbene, la Cgil (più in piccolo) e Starmer fanno le stesse cose: ostacolano e biasimano chi protesta, e intanto alimentano il caos migratorio. Tacciono di fronte a delitti, stupri e disagi, ma strepitano contro il fascismo immaginario.
Proprio l’Irlanda però dovrebbe offrire una importante lezione. A forza di comprimere il malcontento, a forza di censurare, prima o poi si ottiene una deflagrazione. La remigrazione è l’unico modo per evitarla.
Continua a leggereRiduci
Il sindaco di Genova Ilaria Salis (Ansa)
Titolo: «Il vero anno della giunta Salis». Con una precisazione che ha tutta l’aria di una stilettata: «Per i giornalisti accesso libero e domande libere». È il cuore dello scontro politico su una città in preda ad aggressioni, risse, accoltellamenti, degrado, bivacchi, paura nei quartieri centrali e polemiche sulla sicurezza. Il centrodestra genovese vuole mettere in fila tutto. E la conferenza arriva dopo una giornata pesantissima in Consiglio comunale. L’opposizione aveva chiesto alla sindaca di scusarsi per gli insulti rivolti alla minoranza. Salis, in quel momento, non era tra i banchi. Al suo rientro è stata nuovamente sollecitata a chiedere scusa. Non lo ha fatto. Poi, a fine seduta, ha dichiarato pubblicamente di essere rientrata in un’aula vuota.
Ma secondo i gruppi di opposizione quella ricostruzione sarebbe stata smentita dalle riprese ufficiali del Consiglio comunale. In aula, sostengono, erano presenti consiglieri di entrambi gli schieramenti. «Salis non si permetta più di parlare di trasparenza, perché è chiaro ed evidente che si tratta di un concetto a lei sconosciuto e che non le appartiene». La nota a firma dei capigruppo dell’opposizione, Alessandra Bianchi per Fratelli d’Italia, Paola Bordilli per la Lega, Pietro Piciocchi per Vince Genova, Ilaria Cavo (più votata in Consiglio comunale e parlamentare) per Orgoglio Genova-Noi moderati, Mario Mascia per Forza Italia e Sergio Gambino per il Gruppo misto, rende l’idea del clima.
Ma il vero fronte resta la sicurezza. Nelle stesse ore dello scontro politico a Palazzo Tursi, Genova era già dentro una nuova sequenza di cronaca. Martedì mattina, in poche ore, un uomo è finito accoltellato in vico delle Vigne dopo una spedizione punitiva a casa di tre algerini arrivati da poco in città, una quattordicenne, sulla Darsena, si è beccata un pugno in pieno volto da una ragazza che voleva rapinarla del cellulare, dei turisti hanno dovuto schivare un lancio di bottiglie scagliate da spacciatori e una lite tra due senza tetto finita a bastonate.
In Consiglio comunale era esploso sul tema sicurezza dopo il delitto di Pietro Alberto Paolo Signor ai giardini di villetta Di Negro. «Non fate gli avvoltoi su quello che è un problema endemico del Paese, l’assassino di Signor avrebbe dovuto essere rimpatriato quattro anni fa, dall’inizio del 2026 la polizia locale ha fermato 35 irregolari, sapete quanti ne sono stati rimpatriati? Zero», aveva attaccato Salis rivolgendosi al centrodestra. Una frase che, nel tentativo di scaricare sul governo il problema dei rimpatri, finisce però per certificare un dato politico: 35 irregolari fermati e nessun rimpatrio. Il tema torna anche nell’interrogazione presentata in aula dal consigliere di Fratelli d’Italia Valeriano Vacalebre sulla situazione di piazza Brignole e dei giardini vicini a via Galata. Secondo quanto riferito dal consigliere, i residenti denunciano frequentazioni problematiche soprattutto nelle ore serali e notturne, bivacchi, consumo di alcol, rifiuti lasciati ovunque e molestie ai passanti. Vacalebre sostiene che alcuni cittadini abbiano documentato tutto con fotografie e inviato ripetute segnalazioni alle forze dell’ordine e alla polizia locale. E riferisce anche che, secondo diverse testimonianze raccolte nella zona, tra le persone che gravitano negli assembramenti vi sarebbero minori non accompagnati provenienti da una struttura vicina. La sequenza, però, va avanti da mesi. Il 6 maggio Genova si sveglia con l’ennesima rissa nel centro storico, tra via Gramsci e ponte Parodi. Quattro stranieri senza fissa dimora e irregolari sul territorio si inseguono e si colpiscono a bottigliate poco prima dell’alba. Due i feriti.
Ma la sicurezza non è l’unico tema al centro del dibattito locale. Ieri è scoppiato il caso dei posti vip al concerto. Che, in una città già attraversata dalle polemiche, rischia di diventare il simbolo perfetto del modello Salis. La scena è questa: piazza della Vittoria trasformata nel grande palco dell’Rds Summer festival, migliaia di persone attese sotto il palco e un messaggio interno che comincia a circolare nelle chat della maggioranza. «Abbiamo riservato tre ingressi per ogni consigliere di maggioranza». Accesso garantito all’area privilegiata davanti al palco, quella blindata dalle transenne e normalmente riservata agli ospiti vip. Settantadue posti in totale. Tutti destinati ai consiglieri della maggioranza e ai loro accompagnatori. Mentre il resto della piazza resta al di là dalle transenne. Il messaggio, che invita i consiglieri a ritirare «tassativamente» i biglietti al sesto piano di Palazzo Tursi, dettaglia persino la logistica dell’operazione: i ticket arriveranno venerdì mattina e dovranno essere ritirati durante la giornata. La sindaca salirà sul palco alle 21 per il saluto istituzionale. Politicamente è benzina. Perché l’immagine che passa è questa: la piazza è pubblica, ma la prima fila no. Da una parte i cittadini compressi dietro le barriere. Dall’altra gli amministratori con pass privilegiato sotto il palco. Mentre Genova discute di aggressioni e degrado, a Palazzo Tursi si organizzano gli ingressi vip per il concerto.
Continua a leggereRiduci