True
2018-08-22
L’allegra estate calda dei Benetton: feste e yacht in mezzo al disastro
Più che seriosi azionisti di importanti società quotate, quali in realtà sono da anni, li si direbbe dei disimpegnati bon-vivant. È cronaca, purtroppo. Il 14 agosto, a Genova, cade un grosso ponte della A10, una delle tratte affidate alla concessione con la Società autostrade per l'Italia di cui sono i principali proprietari, e loro che cosa fanno? Prima non disdicono un'allegra festa di compleanno; poi, con la stessa noncuranza, confermano una grigliata in compagnia di parenti e amici, e partono in crociera sullo yacht di famiglia... Come se la morte dei poveri malcapitati sul viadotto Morandi non li riguardasse. Come se la dimensione del disastro dovesse essere valutata sulla miseria di quei 200 metri crollati a confronto con i 3.000 chilometri di autostrade che ricchi contratti affidano alla loro gestione: poca cosa, quasi un nulla, un'inezia. Senza pensare a morti, feriti, dispersi.
Per i Benetton, le ultime cronache (mondane) applicate alla cronaca (nera e giudiziaria) sono peggio di una battaglia perduta. L'immagine pubblica della famiglia, grazie alla sublime spensieratezza che ha mostrato, subisce morsi ancora più incisivi del disastro in sé: perché prevedere il crollo era responsabilità specifica dei suoi tanti amministratori e tecnici, mentre individuare un comportamento adeguato doveva essere il primo imperativo.
E invece... La sera stessa del 14 agosto, mentre a Genova stava cominciando la cupa conta dei morti, la figlia di Gilberto Benetton, Sabrina, festeggiava in perfetta letizia i 52 anni di suo marito sotto le eleganti capriate in pino dello chalet del Lago Ghedina, uno dei ristoranti più romantici di Cortina: il Fatto Quotidiano ha scritto ieri di una cena con «brindisi, musica a tutto volume che si sentiva su per la montagna e gente che ballava a tutta forza, qualcuno perfino sui tavoli. E il festeggiato si alternava alla consolle con il dj per mettere la musica».
Sempre ieri, Gianluca Baldini sulla Verità ha raccontato che subito dopo la strage, quel maledetto 14 agosto, lo stesso Gilberto Benetton si era imbarcato sullo yacht di famiglia, l'accecante 49 metri Nanook, e aveva fatto rotta sulla Sardegna. Ed era stata sempre La Verità, sabato 18, a rivelare per prima che 24 ore esatte dopo il disastro c'era stata un'altra festa di famiglia: una grigliata a Ferragosto, anche quella organizzata a Cortina, nella bella villa di Giuliana Benetton. Un pranzo elegante, affidato a un sapiente catering proveniente da Venegazzù, Treviso, per una settantina di adulti e una ventina di bambini, e anche l'ultima di una lunga tradizione di grigliate ferragostane, iniziata oltre 20 anni fa in onore della matriarca dei Benetton, Rosa Carniato, la mamma di Luciano, Giuliana, Gilberto e Carlo scomparsa nel 2000. Con una sola variante, forse. Si era scelto, quest'anno, di imprimere dimensioni ridotte all'evento per il recente, doppio lutto familiare: la morte di Fioravante Bertagnin, il marito di Giuliana, deceduto lo scorso 8 febbraio, e quella più recente di Carlo Benetton, avvenuta il 10 luglio.
A raddoppiare lo stupore, rispetto a questa incontrovertibile realtà dei fatti, era stata la risposta dei Benetton stessi alla notizia della festa, affidata nella serata di sabato a uno dei loro portavoce: «Non di un'amena festa ferragostana si è trattato, bensì della commemorazione dell'intera famiglia Benetton (allargata) per la recente scomparsa di Carlo Benetton». Una reazione così disarmante, nel suo inconferente tartufismo, da fare impallidire quella dettata ieri dalla famiglia alla Verità, come commento alla notizia sulla crociera: «Giuliano Benetton ha il diritto di fare le ferie dove vuole». Con l'aggiunta che il manager «comunque è sempre molto operativo e presente, per seguire la vicenda del ponte».
Di fronte a 43 morti, nove feriti gravi, centinaia di senza tetto, per non parlare dei danni economici incalcolabili che dal crollo deriveranno per Genova e per l'intero Paese, tanta spensierata insensibilità, più che inconcepibile, è quasi incomprensibile. Anche perché, non va dimenticato, gli stessi Benetton hanno atteso giovedì 16 agosto per manifestare il loro «profondo cordoglio alle famiglie delle vittime e la propria vicinanza ai feriti e a tutti coloro che sono stati coinvolti nel tragico crollo». E ieri hanno raddoppiato: criticati per la lentezza di quel dolore, hanno replicato di aver «ritenuto doveroso mantenere il silenzio per il rispetto dovuto alle persone che hanno perso la vita».
«Un bel tacer non fu mai detto», recita un proverbio. E un altro: «Gente allegra, il ciel l'aiuti». Ma i proverbi, si sa, danno voce alla saggezza popolare. Un sostantivo e un aggettivo che, è evidente, mal si addicono a lorsignori.
Maurizio Tortorella
Intanto ci fanno fare 150 km in più
Dal giorno del crollo del viadotto sul Polcevera i cartelli luminosi dell'autostrada A10, che collegava Ventimiglia - e quindi la Francia - a Genova, indicano che per raggiungere o scavalcare il capoluogo ligure in direzione Livorno bisogna prendere la A26 a Voltri poi, dopo Ovada, imboccare la bretella per Milano e quindi passare sull'A7 e scendere da Serravalle. Un giro lunghissimo.
Non mentono: volendo restare sulla rete autostradale, è il solo modo dal crollo del Morandi in poi. Probabilmente l'indicazione punta anche a evitare che i tir si scarichino sulla viabilità ordinaria di Genova. Tuttavia, in questo modo da Ventimiglia a Genova si percorrono, anziché 165, ben 302 chilometri: quasi il doppio del tragitto. Una pubblicità negativa per chiunque voglia raggiungere la città, già penalizzata dal disastro. La domanda da porre a Società Autostrade, ma anche a Comune e Regione, è: chi mai verrebbe a Genova dal confine sapendo che anziché 1 ora e mezza deve impiegarne 3? Con un aumento di spesa in benzina (non per il pedaggio, che resta invariato) di circa 35 euro per vetture di media cilindrata?
Ci si sono messi poi anche quelli delle autostrade francesi, segnalando sui loro cartelloni in direzione della frontiera italiana il seguente messaggio: «Attenzione autostrada A10 interrotta da Savona». Falso, ma intanto in molti hanno invertito la marcia. In questo senso va anche l'appello di Beppe Costa, presidente di Costa Edutainment, il gruppo che gestisce l'Acquario: «Genova c'è, è viva, vuole vivere. L'invito ai turisti è quello di venire nella nostra città, questo è il modo vero di aiutarla, non abbiamo bisogno di donazioni, ma della gente che continui a frequentarla».
Un po' di chiarezza dalla Società Autostrade aiuterebbe. Infatti basta uscire a Genova aeroporto, ma anche prima - a Genova Prà o Genova Pegli - per essere già all'interno del capoluogo ligure. Senza spingersi fino a Novi e poi riscendere. Per andare in centro si possono poi percorrere le strade normali che, per quanto trafficate, esistono. Una di queste, l'Aurelia, è lì dal terzo secolo avanti Cristo. Anche chi deve superare Genova, verso Livorno, può uscire a Genova aeroporto e rientrare a Genova est, che è il primo casello dopo il ponte crollato, risparmiandosi quasi 150 chilometri.
Riportiamo, per dovere di cronaca, le indicazioni che fornisce Autostrade per aggirare il ponte, sia provenendo da Levante che da Ponente. Ripetiamo: sono valide solo se non si vuole mai uscire dall'autostrada, e comportano un notevole aumento di chilometri, tempo e spese, oltre che essere un pesante deterrente per i turisti. «Chi da Savona è diretto a Genova deve utilizzare l'A26 Genova-Gravellona Toce, poi la D26 Diramazione Predosa Bettole e la A7 verso Genova. Chi da Livorno è diretto a Savona, deve utilizzare l'A7 Milano Genova, seguire le indicazioni per la diramazione Predosa-Bettole e poi prendere la A26 verso Genova e proseguire per Savona».
C'è infine da fare attenzione al sito di Autostrade per l'Italia che ieri sera, al momento della stesura di questo articolo, non era ancora stato aggiornato. Infatti cliccando «partenza: Savona» e «arrivo: Livorno», la mappa interattiva faceva passare virtualmente sul ponte sbriciolatosi alla vigilia di Ferragosto. Di conseguenza sono anche sbagliati la lunghezza del percorso (218,8 km) e tempo di percorrenza medio (2,25 ore che non tengono conto della scomparsa del viadotto). Unico dato giusto resta il pedaggio: 22,8 euro (che si calcola sulla tratta da casello a casello, a prescindere dal percorso purché non si esca dall'autostrada). Scrollando la schermata verso il basso c'è un avviso che indica il tratto chiuso a Genova, ma è quasi invisibile rispetto alla cartina e alle indicazioni fuorvianti. Forse sarebbe il caso che gli informatici del gruppo di Benetton correggessero il sistema, in modo che qualcuno a Genova possa ancora andarci.
Alfredo Arduino
Continua a leggereRiduci
La sera stessa della tragedia Sabrina, una delle rampolle di famiglia, dava un party in uno chalet di Cortina. È solo l'ultima espressione di insensibilità venuta alla luce, dopo la grigliata di Ferragosto e le gite in barca.A chi viaggia dalla Francia verso Est viene suggerita, per non congestionare Genova, una mega deviazione verso Alessandria. Pedaggio uguale, ma il tempo e la benzina...Lo speciale contiene due articoli.Più che seriosi azionisti di importanti società quotate, quali in realtà sono da anni, li si direbbe dei disimpegnati bon-vivant. È cronaca, purtroppo. Il 14 agosto, a Genova, cade un grosso ponte della A10, una delle tratte affidate alla concessione con la Società autostrade per l'Italia di cui sono i principali proprietari, e loro che cosa fanno? Prima non disdicono un'allegra festa di compleanno; poi, con la stessa noncuranza, confermano una grigliata in compagnia di parenti e amici, e partono in crociera sullo yacht di famiglia... Come se la morte dei poveri malcapitati sul viadotto Morandi non li riguardasse. Come se la dimensione del disastro dovesse essere valutata sulla miseria di quei 200 metri crollati a confronto con i 3.000 chilometri di autostrade che ricchi contratti affidano alla loro gestione: poca cosa, quasi un nulla, un'inezia. Senza pensare a morti, feriti, dispersi.Per i Benetton, le ultime cronache (mondane) applicate alla cronaca (nera e giudiziaria) sono peggio di una battaglia perduta. L'immagine pubblica della famiglia, grazie alla sublime spensieratezza che ha mostrato, subisce morsi ancora più incisivi del disastro in sé: perché prevedere il crollo era responsabilità specifica dei suoi tanti amministratori e tecnici, mentre individuare un comportamento adeguato doveva essere il primo imperativo.E invece... La sera stessa del 14 agosto, mentre a Genova stava cominciando la cupa conta dei morti, la figlia di Gilberto Benetton, Sabrina, festeggiava in perfetta letizia i 52 anni di suo marito sotto le eleganti capriate in pino dello chalet del Lago Ghedina, uno dei ristoranti più romantici di Cortina: il Fatto Quotidiano ha scritto ieri di una cena con «brindisi, musica a tutto volume che si sentiva su per la montagna e gente che ballava a tutta forza, qualcuno perfino sui tavoli. E il festeggiato si alternava alla consolle con il dj per mettere la musica».Sempre ieri, Gianluca Baldini sulla Verità ha raccontato che subito dopo la strage, quel maledetto 14 agosto, lo stesso Gilberto Benetton si era imbarcato sullo yacht di famiglia, l'accecante 49 metri Nanook, e aveva fatto rotta sulla Sardegna. Ed era stata sempre La Verità, sabato 18, a rivelare per prima che 24 ore esatte dopo il disastro c'era stata un'altra festa di famiglia: una grigliata a Ferragosto, anche quella organizzata a Cortina, nella bella villa di Giuliana Benetton. Un pranzo elegante, affidato a un sapiente catering proveniente da Venegazzù, Treviso, per una settantina di adulti e una ventina di bambini, e anche l'ultima di una lunga tradizione di grigliate ferragostane, iniziata oltre 20 anni fa in onore della matriarca dei Benetton, Rosa Carniato, la mamma di Luciano, Giuliana, Gilberto e Carlo scomparsa nel 2000. Con una sola variante, forse. Si era scelto, quest'anno, di imprimere dimensioni ridotte all'evento per il recente, doppio lutto familiare: la morte di Fioravante Bertagnin, il marito di Giuliana, deceduto lo scorso 8 febbraio, e quella più recente di Carlo Benetton, avvenuta il 10 luglio.A raddoppiare lo stupore, rispetto a questa incontrovertibile realtà dei fatti, era stata la risposta dei Benetton stessi alla notizia della festa, affidata nella serata di sabato a uno dei loro portavoce: «Non di un'amena festa ferragostana si è trattato, bensì della commemorazione dell'intera famiglia Benetton (allargata) per la recente scomparsa di Carlo Benetton». Una reazione così disarmante, nel suo inconferente tartufismo, da fare impallidire quella dettata ieri dalla famiglia alla Verità, come commento alla notizia sulla crociera: «Giuliano Benetton ha il diritto di fare le ferie dove vuole». Con l'aggiunta che il manager «comunque è sempre molto operativo e presente, per seguire la vicenda del ponte».Di fronte a 43 morti, nove feriti gravi, centinaia di senza tetto, per non parlare dei danni economici incalcolabili che dal crollo deriveranno per Genova e per l'intero Paese, tanta spensierata insensibilità, più che inconcepibile, è quasi incomprensibile. Anche perché, non va dimenticato, gli stessi Benetton hanno atteso giovedì 16 agosto per manifestare il loro «profondo cordoglio alle famiglie delle vittime e la propria vicinanza ai feriti e a tutti coloro che sono stati coinvolti nel tragico crollo». E ieri hanno raddoppiato: criticati per la lentezza di quel dolore, hanno replicato di aver «ritenuto doveroso mantenere il silenzio per il rispetto dovuto alle persone che hanno perso la vita». «Un bel tacer non fu mai detto», recita un proverbio. E un altro: «Gente allegra, il ciel l'aiuti». Ma i proverbi, si sa, danno voce alla saggezza popolare. Un sostantivo e un aggettivo che, è evidente, mal si addicono a lorsignori. Maurizio Tortorella<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lallegra-estate-calda-dei-benetton-feste-e-yacht-in-mezzo-al-disastro-2597869701.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intanto-ci-fanno-fare-150-km-in-piu" data-post-id="2597869701" data-published-at="1782272608" data-use-pagination="False"> Intanto ci fanno fare 150 km in più Dal giorno del crollo del viadotto sul Polcevera i cartelli luminosi dell'autostrada A10, che collegava Ventimiglia - e quindi la Francia - a Genova, indicano che per raggiungere o scavalcare il capoluogo ligure in direzione Livorno bisogna prendere la A26 a Voltri poi, dopo Ovada, imboccare la bretella per Milano e quindi passare sull'A7 e scendere da Serravalle. Un giro lunghissimo. Non mentono: volendo restare sulla rete autostradale, è il solo modo dal crollo del Morandi in poi. Probabilmente l'indicazione punta anche a evitare che i tir si scarichino sulla viabilità ordinaria di Genova. Tuttavia, in questo modo da Ventimiglia a Genova si percorrono, anziché 165, ben 302 chilometri: quasi il doppio del tragitto. Una pubblicità negativa per chiunque voglia raggiungere la città, già penalizzata dal disastro. La domanda da porre a Società Autostrade, ma anche a Comune e Regione, è: chi mai verrebbe a Genova dal confine sapendo che anziché 1 ora e mezza deve impiegarne 3? Con un aumento di spesa in benzina (non per il pedaggio, che resta invariato) di circa 35 euro per vetture di media cilindrata? Ci si sono messi poi anche quelli delle autostrade francesi, segnalando sui loro cartelloni in direzione della frontiera italiana il seguente messaggio: «Attenzione autostrada A10 interrotta da Savona». Falso, ma intanto in molti hanno invertito la marcia. In questo senso va anche l'appello di Beppe Costa, presidente di Costa Edutainment, il gruppo che gestisce l'Acquario: «Genova c'è, è viva, vuole vivere. L'invito ai turisti è quello di venire nella nostra città, questo è il modo vero di aiutarla, non abbiamo bisogno di donazioni, ma della gente che continui a frequentarla». Un po' di chiarezza dalla Società Autostrade aiuterebbe. Infatti basta uscire a Genova aeroporto, ma anche prima - a Genova Prà o Genova Pegli - per essere già all'interno del capoluogo ligure. Senza spingersi fino a Novi e poi riscendere. Per andare in centro si possono poi percorrere le strade normali che, per quanto trafficate, esistono. Una di queste, l'Aurelia, è lì dal terzo secolo avanti Cristo. Anche chi deve superare Genova, verso Livorno, può uscire a Genova aeroporto e rientrare a Genova est, che è il primo casello dopo il ponte crollato, risparmiandosi quasi 150 chilometri. Riportiamo, per dovere di cronaca, le indicazioni che fornisce Autostrade per aggirare il ponte, sia provenendo da Levante che da Ponente. Ripetiamo: sono valide solo se non si vuole mai uscire dall'autostrada, e comportano un notevole aumento di chilometri, tempo e spese, oltre che essere un pesante deterrente per i turisti. «Chi da Savona è diretto a Genova deve utilizzare l'A26 Genova-Gravellona Toce, poi la D26 Diramazione Predosa Bettole e la A7 verso Genova. Chi da Livorno è diretto a Savona, deve utilizzare l'A7 Milano Genova, seguire le indicazioni per la diramazione Predosa-Bettole e poi prendere la A26 verso Genova e proseguire per Savona». C'è infine da fare attenzione al sito di Autostrade per l'Italia che ieri sera, al momento della stesura di questo articolo, non era ancora stato aggiornato. Infatti cliccando «partenza: Savona» e «arrivo: Livorno», la mappa interattiva faceva passare virtualmente sul ponte sbriciolatosi alla vigilia di Ferragosto. Di conseguenza sono anche sbagliati la lunghezza del percorso (218,8 km) e tempo di percorrenza medio (2,25 ore che non tengono conto della scomparsa del viadotto). Unico dato giusto resta il pedaggio: 22,8 euro (che si calcola sulla tratta da casello a casello, a prescindere dal percorso purché non si esca dall'autostrada). Scrollando la schermata verso il basso c'è un avviso che indica il tratto chiuso a Genova, ma è quasi invisibile rispetto alla cartina e alle indicazioni fuorvianti. Forse sarebbe il caso che gli informatici del gruppo di Benetton correggessero il sistema, in modo che qualcuno a Genova possa ancora andarci. Alfredo Arduino
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
Continua a leggereRiduci
Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
Continua a leggereRiduci
Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
Continua a leggereRiduci
Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
Continua a leggereRiduci