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2018-08-22
L’allegra estate calda dei Benetton: feste e yacht in mezzo al disastro
Più che seriosi azionisti di importanti società quotate, quali in realtà sono da anni, li si direbbe dei disimpegnati bon-vivant. È cronaca, purtroppo. Il 14 agosto, a Genova, cade un grosso ponte della A10, una delle tratte affidate alla concessione con la Società autostrade per l'Italia di cui sono i principali proprietari, e loro che cosa fanno? Prima non disdicono un'allegra festa di compleanno; poi, con la stessa noncuranza, confermano una grigliata in compagnia di parenti e amici, e partono in crociera sullo yacht di famiglia... Come se la morte dei poveri malcapitati sul viadotto Morandi non li riguardasse. Come se la dimensione del disastro dovesse essere valutata sulla miseria di quei 200 metri crollati a confronto con i 3.000 chilometri di autostrade che ricchi contratti affidano alla loro gestione: poca cosa, quasi un nulla, un'inezia. Senza pensare a morti, feriti, dispersi.
Per i Benetton, le ultime cronache (mondane) applicate alla cronaca (nera e giudiziaria) sono peggio di una battaglia perduta. L'immagine pubblica della famiglia, grazie alla sublime spensieratezza che ha mostrato, subisce morsi ancora più incisivi del disastro in sé: perché prevedere il crollo era responsabilità specifica dei suoi tanti amministratori e tecnici, mentre individuare un comportamento adeguato doveva essere il primo imperativo.
E invece... La sera stessa del 14 agosto, mentre a Genova stava cominciando la cupa conta dei morti, la figlia di Gilberto Benetton, Sabrina, festeggiava in perfetta letizia i 52 anni di suo marito sotto le eleganti capriate in pino dello chalet del Lago Ghedina, uno dei ristoranti più romantici di Cortina: il Fatto Quotidiano ha scritto ieri di una cena con «brindisi, musica a tutto volume che si sentiva su per la montagna e gente che ballava a tutta forza, qualcuno perfino sui tavoli. E il festeggiato si alternava alla consolle con il dj per mettere la musica».
Sempre ieri, Gianluca Baldini sulla Verità ha raccontato che subito dopo la strage, quel maledetto 14 agosto, lo stesso Gilberto Benetton si era imbarcato sullo yacht di famiglia, l'accecante 49 metri Nanook, e aveva fatto rotta sulla Sardegna. Ed era stata sempre La Verità, sabato 18, a rivelare per prima che 24 ore esatte dopo il disastro c'era stata un'altra festa di famiglia: una grigliata a Ferragosto, anche quella organizzata a Cortina, nella bella villa di Giuliana Benetton. Un pranzo elegante, affidato a un sapiente catering proveniente da Venegazzù, Treviso, per una settantina di adulti e una ventina di bambini, e anche l'ultima di una lunga tradizione di grigliate ferragostane, iniziata oltre 20 anni fa in onore della matriarca dei Benetton, Rosa Carniato, la mamma di Luciano, Giuliana, Gilberto e Carlo scomparsa nel 2000. Con una sola variante, forse. Si era scelto, quest'anno, di imprimere dimensioni ridotte all'evento per il recente, doppio lutto familiare: la morte di Fioravante Bertagnin, il marito di Giuliana, deceduto lo scorso 8 febbraio, e quella più recente di Carlo Benetton, avvenuta il 10 luglio.
A raddoppiare lo stupore, rispetto a questa incontrovertibile realtà dei fatti, era stata la risposta dei Benetton stessi alla notizia della festa, affidata nella serata di sabato a uno dei loro portavoce: «Non di un'amena festa ferragostana si è trattato, bensì della commemorazione dell'intera famiglia Benetton (allargata) per la recente scomparsa di Carlo Benetton». Una reazione così disarmante, nel suo inconferente tartufismo, da fare impallidire quella dettata ieri dalla famiglia alla Verità, come commento alla notizia sulla crociera: «Giuliano Benetton ha il diritto di fare le ferie dove vuole». Con l'aggiunta che il manager «comunque è sempre molto operativo e presente, per seguire la vicenda del ponte».
Di fronte a 43 morti, nove feriti gravi, centinaia di senza tetto, per non parlare dei danni economici incalcolabili che dal crollo deriveranno per Genova e per l'intero Paese, tanta spensierata insensibilità, più che inconcepibile, è quasi incomprensibile. Anche perché, non va dimenticato, gli stessi Benetton hanno atteso giovedì 16 agosto per manifestare il loro «profondo cordoglio alle famiglie delle vittime e la propria vicinanza ai feriti e a tutti coloro che sono stati coinvolti nel tragico crollo». E ieri hanno raddoppiato: criticati per la lentezza di quel dolore, hanno replicato di aver «ritenuto doveroso mantenere il silenzio per il rispetto dovuto alle persone che hanno perso la vita».
«Un bel tacer non fu mai detto», recita un proverbio. E un altro: «Gente allegra, il ciel l'aiuti». Ma i proverbi, si sa, danno voce alla saggezza popolare. Un sostantivo e un aggettivo che, è evidente, mal si addicono a lorsignori.
Maurizio Tortorella
Intanto ci fanno fare 150 km in più
Dal giorno del crollo del viadotto sul Polcevera i cartelli luminosi dell'autostrada A10, che collegava Ventimiglia - e quindi la Francia - a Genova, indicano che per raggiungere o scavalcare il capoluogo ligure in direzione Livorno bisogna prendere la A26 a Voltri poi, dopo Ovada, imboccare la bretella per Milano e quindi passare sull'A7 e scendere da Serravalle. Un giro lunghissimo.
Non mentono: volendo restare sulla rete autostradale, è il solo modo dal crollo del Morandi in poi. Probabilmente l'indicazione punta anche a evitare che i tir si scarichino sulla viabilità ordinaria di Genova. Tuttavia, in questo modo da Ventimiglia a Genova si percorrono, anziché 165, ben 302 chilometri: quasi il doppio del tragitto. Una pubblicità negativa per chiunque voglia raggiungere la città, già penalizzata dal disastro. La domanda da porre a Società Autostrade, ma anche a Comune e Regione, è: chi mai verrebbe a Genova dal confine sapendo che anziché 1 ora e mezza deve impiegarne 3? Con un aumento di spesa in benzina (non per il pedaggio, che resta invariato) di circa 35 euro per vetture di media cilindrata?
Ci si sono messi poi anche quelli delle autostrade francesi, segnalando sui loro cartelloni in direzione della frontiera italiana il seguente messaggio: «Attenzione autostrada A10 interrotta da Savona». Falso, ma intanto in molti hanno invertito la marcia. In questo senso va anche l'appello di Beppe Costa, presidente di Costa Edutainment, il gruppo che gestisce l'Acquario: «Genova c'è, è viva, vuole vivere. L'invito ai turisti è quello di venire nella nostra città, questo è il modo vero di aiutarla, non abbiamo bisogno di donazioni, ma della gente che continui a frequentarla».
Un po' di chiarezza dalla Società Autostrade aiuterebbe. Infatti basta uscire a Genova aeroporto, ma anche prima - a Genova Prà o Genova Pegli - per essere già all'interno del capoluogo ligure. Senza spingersi fino a Novi e poi riscendere. Per andare in centro si possono poi percorrere le strade normali che, per quanto trafficate, esistono. Una di queste, l'Aurelia, è lì dal terzo secolo avanti Cristo. Anche chi deve superare Genova, verso Livorno, può uscire a Genova aeroporto e rientrare a Genova est, che è il primo casello dopo il ponte crollato, risparmiandosi quasi 150 chilometri.
Riportiamo, per dovere di cronaca, le indicazioni che fornisce Autostrade per aggirare il ponte, sia provenendo da Levante che da Ponente. Ripetiamo: sono valide solo se non si vuole mai uscire dall'autostrada, e comportano un notevole aumento di chilometri, tempo e spese, oltre che essere un pesante deterrente per i turisti. «Chi da Savona è diretto a Genova deve utilizzare l'A26 Genova-Gravellona Toce, poi la D26 Diramazione Predosa Bettole e la A7 verso Genova. Chi da Livorno è diretto a Savona, deve utilizzare l'A7 Milano Genova, seguire le indicazioni per la diramazione Predosa-Bettole e poi prendere la A26 verso Genova e proseguire per Savona».
C'è infine da fare attenzione al sito di Autostrade per l'Italia che ieri sera, al momento della stesura di questo articolo, non era ancora stato aggiornato. Infatti cliccando «partenza: Savona» e «arrivo: Livorno», la mappa interattiva faceva passare virtualmente sul ponte sbriciolatosi alla vigilia di Ferragosto. Di conseguenza sono anche sbagliati la lunghezza del percorso (218,8 km) e tempo di percorrenza medio (2,25 ore che non tengono conto della scomparsa del viadotto). Unico dato giusto resta il pedaggio: 22,8 euro (che si calcola sulla tratta da casello a casello, a prescindere dal percorso purché non si esca dall'autostrada). Scrollando la schermata verso il basso c'è un avviso che indica il tratto chiuso a Genova, ma è quasi invisibile rispetto alla cartina e alle indicazioni fuorvianti. Forse sarebbe il caso che gli informatici del gruppo di Benetton correggessero il sistema, in modo che qualcuno a Genova possa ancora andarci.
Alfredo Arduino
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La sera stessa della tragedia Sabrina, una delle rampolle di famiglia, dava un party in uno chalet di Cortina. È solo l'ultima espressione di insensibilità venuta alla luce, dopo la grigliata di Ferragosto e le gite in barca.A chi viaggia dalla Francia verso Est viene suggerita, per non congestionare Genova, una mega deviazione verso Alessandria. Pedaggio uguale, ma il tempo e la benzina...Lo speciale contiene due articoli.Più che seriosi azionisti di importanti società quotate, quali in realtà sono da anni, li si direbbe dei disimpegnati bon-vivant. È cronaca, purtroppo. Il 14 agosto, a Genova, cade un grosso ponte della A10, una delle tratte affidate alla concessione con la Società autostrade per l'Italia di cui sono i principali proprietari, e loro che cosa fanno? Prima non disdicono un'allegra festa di compleanno; poi, con la stessa noncuranza, confermano una grigliata in compagnia di parenti e amici, e partono in crociera sullo yacht di famiglia... Come se la morte dei poveri malcapitati sul viadotto Morandi non li riguardasse. Come se la dimensione del disastro dovesse essere valutata sulla miseria di quei 200 metri crollati a confronto con i 3.000 chilometri di autostrade che ricchi contratti affidano alla loro gestione: poca cosa, quasi un nulla, un'inezia. Senza pensare a morti, feriti, dispersi.Per i Benetton, le ultime cronache (mondane) applicate alla cronaca (nera e giudiziaria) sono peggio di una battaglia perduta. L'immagine pubblica della famiglia, grazie alla sublime spensieratezza che ha mostrato, subisce morsi ancora più incisivi del disastro in sé: perché prevedere il crollo era responsabilità specifica dei suoi tanti amministratori e tecnici, mentre individuare un comportamento adeguato doveva essere il primo imperativo.E invece... La sera stessa del 14 agosto, mentre a Genova stava cominciando la cupa conta dei morti, la figlia di Gilberto Benetton, Sabrina, festeggiava in perfetta letizia i 52 anni di suo marito sotto le eleganti capriate in pino dello chalet del Lago Ghedina, uno dei ristoranti più romantici di Cortina: il Fatto Quotidiano ha scritto ieri di una cena con «brindisi, musica a tutto volume che si sentiva su per la montagna e gente che ballava a tutta forza, qualcuno perfino sui tavoli. E il festeggiato si alternava alla consolle con il dj per mettere la musica».Sempre ieri, Gianluca Baldini sulla Verità ha raccontato che subito dopo la strage, quel maledetto 14 agosto, lo stesso Gilberto Benetton si era imbarcato sullo yacht di famiglia, l'accecante 49 metri Nanook, e aveva fatto rotta sulla Sardegna. Ed era stata sempre La Verità, sabato 18, a rivelare per prima che 24 ore esatte dopo il disastro c'era stata un'altra festa di famiglia: una grigliata a Ferragosto, anche quella organizzata a Cortina, nella bella villa di Giuliana Benetton. Un pranzo elegante, affidato a un sapiente catering proveniente da Venegazzù, Treviso, per una settantina di adulti e una ventina di bambini, e anche l'ultima di una lunga tradizione di grigliate ferragostane, iniziata oltre 20 anni fa in onore della matriarca dei Benetton, Rosa Carniato, la mamma di Luciano, Giuliana, Gilberto e Carlo scomparsa nel 2000. Con una sola variante, forse. Si era scelto, quest'anno, di imprimere dimensioni ridotte all'evento per il recente, doppio lutto familiare: la morte di Fioravante Bertagnin, il marito di Giuliana, deceduto lo scorso 8 febbraio, e quella più recente di Carlo Benetton, avvenuta il 10 luglio.A raddoppiare lo stupore, rispetto a questa incontrovertibile realtà dei fatti, era stata la risposta dei Benetton stessi alla notizia della festa, affidata nella serata di sabato a uno dei loro portavoce: «Non di un'amena festa ferragostana si è trattato, bensì della commemorazione dell'intera famiglia Benetton (allargata) per la recente scomparsa di Carlo Benetton». Una reazione così disarmante, nel suo inconferente tartufismo, da fare impallidire quella dettata ieri dalla famiglia alla Verità, come commento alla notizia sulla crociera: «Giuliano Benetton ha il diritto di fare le ferie dove vuole». Con l'aggiunta che il manager «comunque è sempre molto operativo e presente, per seguire la vicenda del ponte».Di fronte a 43 morti, nove feriti gravi, centinaia di senza tetto, per non parlare dei danni economici incalcolabili che dal crollo deriveranno per Genova e per l'intero Paese, tanta spensierata insensibilità, più che inconcepibile, è quasi incomprensibile. Anche perché, non va dimenticato, gli stessi Benetton hanno atteso giovedì 16 agosto per manifestare il loro «profondo cordoglio alle famiglie delle vittime e la propria vicinanza ai feriti e a tutti coloro che sono stati coinvolti nel tragico crollo». E ieri hanno raddoppiato: criticati per la lentezza di quel dolore, hanno replicato di aver «ritenuto doveroso mantenere il silenzio per il rispetto dovuto alle persone che hanno perso la vita». «Un bel tacer non fu mai detto», recita un proverbio. E un altro: «Gente allegra, il ciel l'aiuti». Ma i proverbi, si sa, danno voce alla saggezza popolare. Un sostantivo e un aggettivo che, è evidente, mal si addicono a lorsignori. Maurizio Tortorella<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lallegra-estate-calda-dei-benetton-feste-e-yacht-in-mezzo-al-disastro-2597869701.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intanto-ci-fanno-fare-150-km-in-piu" data-post-id="2597869701" data-published-at="1775839245" data-use-pagination="False"> Intanto ci fanno fare 150 km in più Dal giorno del crollo del viadotto sul Polcevera i cartelli luminosi dell'autostrada A10, che collegava Ventimiglia - e quindi la Francia - a Genova, indicano che per raggiungere o scavalcare il capoluogo ligure in direzione Livorno bisogna prendere la A26 a Voltri poi, dopo Ovada, imboccare la bretella per Milano e quindi passare sull'A7 e scendere da Serravalle. Un giro lunghissimo. Non mentono: volendo restare sulla rete autostradale, è il solo modo dal crollo del Morandi in poi. Probabilmente l'indicazione punta anche a evitare che i tir si scarichino sulla viabilità ordinaria di Genova. Tuttavia, in questo modo da Ventimiglia a Genova si percorrono, anziché 165, ben 302 chilometri: quasi il doppio del tragitto. Una pubblicità negativa per chiunque voglia raggiungere la città, già penalizzata dal disastro. La domanda da porre a Società Autostrade, ma anche a Comune e Regione, è: chi mai verrebbe a Genova dal confine sapendo che anziché 1 ora e mezza deve impiegarne 3? Con un aumento di spesa in benzina (non per il pedaggio, che resta invariato) di circa 35 euro per vetture di media cilindrata? Ci si sono messi poi anche quelli delle autostrade francesi, segnalando sui loro cartelloni in direzione della frontiera italiana il seguente messaggio: «Attenzione autostrada A10 interrotta da Savona». Falso, ma intanto in molti hanno invertito la marcia. In questo senso va anche l'appello di Beppe Costa, presidente di Costa Edutainment, il gruppo che gestisce l'Acquario: «Genova c'è, è viva, vuole vivere. L'invito ai turisti è quello di venire nella nostra città, questo è il modo vero di aiutarla, non abbiamo bisogno di donazioni, ma della gente che continui a frequentarla». Un po' di chiarezza dalla Società Autostrade aiuterebbe. Infatti basta uscire a Genova aeroporto, ma anche prima - a Genova Prà o Genova Pegli - per essere già all'interno del capoluogo ligure. Senza spingersi fino a Novi e poi riscendere. Per andare in centro si possono poi percorrere le strade normali che, per quanto trafficate, esistono. Una di queste, l'Aurelia, è lì dal terzo secolo avanti Cristo. Anche chi deve superare Genova, verso Livorno, può uscire a Genova aeroporto e rientrare a Genova est, che è il primo casello dopo il ponte crollato, risparmiandosi quasi 150 chilometri. Riportiamo, per dovere di cronaca, le indicazioni che fornisce Autostrade per aggirare il ponte, sia provenendo da Levante che da Ponente. Ripetiamo: sono valide solo se non si vuole mai uscire dall'autostrada, e comportano un notevole aumento di chilometri, tempo e spese, oltre che essere un pesante deterrente per i turisti. «Chi da Savona è diretto a Genova deve utilizzare l'A26 Genova-Gravellona Toce, poi la D26 Diramazione Predosa Bettole e la A7 verso Genova. Chi da Livorno è diretto a Savona, deve utilizzare l'A7 Milano Genova, seguire le indicazioni per la diramazione Predosa-Bettole e poi prendere la A26 verso Genova e proseguire per Savona». C'è infine da fare attenzione al sito di Autostrade per l'Italia che ieri sera, al momento della stesura di questo articolo, non era ancora stato aggiornato. Infatti cliccando «partenza: Savona» e «arrivo: Livorno», la mappa interattiva faceva passare virtualmente sul ponte sbriciolatosi alla vigilia di Ferragosto. Di conseguenza sono anche sbagliati la lunghezza del percorso (218,8 km) e tempo di percorrenza medio (2,25 ore che non tengono conto della scomparsa del viadotto). Unico dato giusto resta il pedaggio: 22,8 euro (che si calcola sulla tratta da casello a casello, a prescindere dal percorso purché non si esca dall'autostrada). Scrollando la schermata verso il basso c'è un avviso che indica il tratto chiuso a Genova, ma è quasi invisibile rispetto alla cartina e alle indicazioni fuorvianti. Forse sarebbe il caso che gli informatici del gruppo di Benetton correggessero il sistema, in modo che qualcuno a Genova possa ancora andarci. Alfredo Arduino
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La notizia c’è, la consapevolezza del momento speriamo prenda corpo. Sta tra questi due punti il percorso che il Vinitaly giunto ala 58° edizione si accinge a percorrere come di consueto a Verona dal 12 al 15 aprile con un’anteprima di due giorni di fuori salone che comincia il 10 e ha in Opera Wines, la rassegna delle migliori etichette scelte dalla bibbia americana del vino Wine Spectator, per esaltare il meglio del meglio delle cantine italiane ospitata come sempre nei padiglioni della Gran Guardia proprio di fianco all’Arena.
Si celebra a Verona il vino italiano un settore che vale 14 miliardi (si veda il box sui numeri del vino) e che visto dai lustrini della Fiera sembra ancora il bel mondo di qualche anno fa, ma si dovrebbe invece meditare sul vino versato. Per rimi ad occuparsene dovrebbero essere proprio gli organizzatori di Vinitaly, la Fiera di Verona che non riesce a uscire dal bozzolo della consuetudine stretta com’è in un quartiere fieristico del tutto anacronistico, in un programma di eventi scontato, in un’autocelebrazione che non produce alcuna innovazione. Si sono persuasi che bastasse dare spazio agli influencer, agli smanettoni del web, magari anche a qualche minigonna per dare valore al vino. Il risultato è una crisi sera con oltre 70 milioni di ettari di vino invenduto stoccato nelle cantine. Peraltro tuti gli studi confermano che per vendere il vino gli influencer non servono a nulla. Uno studio della Rutgers University ha dimostrato che gli influencer aumentano del 73% il desiderio di bere tra i giovani di età compresa tra 18 e 24 anni, ma che il trasferimento di quel desiderio in acquisto è pari a zero. Andava bene negli anni dei ricchi premi e cotillons la falsa attrattività ora c’è bisogno di sostanza. Ma la Fiera non si è adeguata.
Troppo vicino al centro della città, troppo ingolfato il traffico, troppo congestionata la proposta degli espositori, impossibile il parcheggio, difficile il collegamento e soprattutto costosissimo il partecipare alla Fiera. Si è detto negli anni scorsi che il biglietto caro serviva a scoraggiare il pubblico dei bevitori; risultato ottenuto solo a metà, ma con un’evidente controindicazione: si è ancora di più rinchiuso in ghetto dorato il vino che invece ha un bisogno matto di ritrovare la sua dimensione popolare e sociale e il suo valore culturale. Per questo serve una narrazione più profonda, meditata, meno estemporanea, serve l’esperienza del vino. Chissà se di questo si discute a Vinitaly.
Di certo, come detto, c’è la notizia che spiazza la narrazione di una cisi senza soluzione e rilancia la strategia del valore del vino. E la notizia sta nel fatto che il gruppo farmaceutico Angelini ha investito una somma ingente per rilanciare la cantina che ha cerato nel mondo il mito del Sagrantino: la Arnaldo Caprai. Il gruppo Angelini che è uno dei colossi dell’industria farmaceutica ha da anni una propensione al vino per la valorizzazione dei territori. Partito con Tenuta Trerose (ottimo nobile di Montepulciano) si è poi diramato in tutti i territori di qualità costituendo il gruppo Angelini Wines&Estates che oggi conta Bertani in Veneto con un grande Amarone, la cantina del Brunello a Montalcino Val di Suga, San Leonino nel Chianti Classico, Fazi Battaglia che è come dire il Verdicchio e Puiatti che significa grandi bianchi del Collio. Infine ecco l’approdo a Montefalco. Come si sa Arnaldo Caprai è scomparso di recente c’era incertezza sul destino della cantina contesa tra gli eredi ed ecco che Marco Caprai, il vero creatore del Sagrantino come fenomeno mondiale tra i rossi di grande qualità, ha trovato in Angelini il partner finanziario giusto. Il gruppo acquisisce la maggioranza, Marco torna al timone e sarà anche l’uomo di punta del vino di qualità di Angelini. Si dirà, ma è in fin dei conti è una notizia aziendale. Niente affatto: è il segno che sul vino di altissima qualità si può e si deve tornare ad investire. Del resto questo è uno dei temi centrali: la dotazione finanziarie delle imprese, il sostegno all’export, la mutazione delle aziende che da solo agricole devono necessariamente diventare soggetti economici capaci di stare sui mercati, di diversificare l’offerta, di far valere i loro valori in Europa.
Il caso Caprai diventa così paradigmatico dell’evoluzione che il prodotto vino deve avere: crescere di dimensioni, diversificare e qualificare le produzioni. È uno degli asset strategici di Sandro Boscaini che con la Masi ha esplorato per orino il mercato dei capitali e che oggi spinge sull’offerta turistica integrata al vino. E’ il caso della Marchesi Antinori che è diventata brand globale e lavora su acquisizioni per presidiare diverse fase di mercato e diversificare al massimo l’offerta. Sono tutte dinamiche che dovrebbero essere al centro del Vinitaly che invece pare più orientato ad offrire la faccia ludica del mondo del vino. Che invece ha di fronte a se sfide molto importanti riconquistare consumatori soprattutto nella generazione Z, conquistare nuovi mercati dopo la battaglia estenuante sui dazi visto che gli Usa sono ancora il nostro primo cliente, ma ci sono economie in espansione che desiderano il valore vino. E poi c’è la sfida sull’enoturismo: almeno 4 miliardi di fatturato possibili. Ma questo significa mettersi in sinergia con i territori, creare strutture capaci di far diventare le cantine testimoni dei valori culturali dei distretti vinicoli, rilanciare le leggi sulle strade del vino. Infine c’è il rapporto con l’Europa che da una parte sostiene il vino, ma dall’altra lo penalizza con le campagne (sbagliate nelle forme) anti-alcol o con gli accordi commerciali come l’ultimo firmato con l’Australia che consente la produzione del falso Prosecco. Come si vede i temi sono tanti e complessi. Da domenica 12 aprile a Verona tra 4400 espositori che vengono da una cinquantina di Paesi se ne parla nella speranza che abbia ancora ragione, dopo 2500 anni, Aristofane che sentenziava: «Bevendo gli uomini migliorano: fanno buoni affari, vincono le cause, son felici e sostengono gli amici».
I numeri del vino: giù i consumi, su i turisti

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Il vino in Italia significa 14 miliari di fatturato di cui 7,8 arrivano dall’export. Le cantine che imbottigliano sono circa 46 mila, le aziende agricole che producono uva o comunque gravitano attorno al vino sono circa 300 mila.
In totale il vino occupa direttamente, 1,2 milioni di persone a cui si aggiungono poi gli addetti a valle del processo produttivo. Nell’ultima vendemmia l’Italia ha prodotto 47,4 milioni di ettolitri di vino (più 8 % rispetto all’anno precedente) recuperando la leadership mondiale (è un primato che significa molto poco) considerando che la Francia (è in crisi nera sta estirpando 30 mila ettari di vigna)ha prodotto 35,9 milioni di ettolitri e la Spagna 29,4 milioni. Solo di bottiglie Doc e Docg in Italia se ne producono 2,2 miliardi. Le regioni leader nella produzione sono Veneto (25%), Puglia (18%), Emilia Romagna (17%) e Sicilia (8%), quelle che hanno il valore aggiunto più alto sono Toscana e Piemonte.
Sul fronte dell’export il 2025 è stato un anno problematico. In complesso abbiamo venduto per 7,78 miliardi di euro con un calo del 3,7% rispetto all'anno precedente. Pesano le tensioni commerciali e il rallentamento nei mercati chiave come gli Usa (-9,2%). Nonostante la flessione, l'Italia si conferma tra i leader mondiali per volumi esportati, con Veneto, Toscana e Piemonte a trainare il settore. I vini più esportati restano gli spumanti con il Prosecco in testa. Dal punto di vista dei consumi si assiste ad una continua erosione. Come rende noto il sito inumeridelvino.it nel 2024, secondo Istat, gli italiani che hanno consumato vino sono il 54,7% della popolazione, lo 0,4% in meno rispetto al 2023. Di questi, circa il 2% beve oltre mezzo litro al giorno, il 13% beve uno o due bicchieri al giorno, mentre il 33% beve meno spesso. L’andamento è ancora leggermente positivo per il consumo sporadico, mentre i bevitori abituali calano dal 16% al 14% della popolazione.
Nel 2024, la fascia d’età in cui il consumo sporadico di vino è al massimo è quella dei 35-44 anni, mentre nel consumo moderato ma costante la proporzione maggiore è sempre quella degli ultra 75enni, con una penetrazione calante ma pur sempre importante del 24%. Dati positivi sono invece quelli che riguardano l’enoturismo.
In Italia è in forte crescita, con un valore stimato di 2,9 miliardi di euro nel 2024 e un boom previsto a 18 milioni di italiani coinvolti nel 2026. Il comparto, fondamentale per il turismo rurale, attira principalmente per degustazioni (71,2%) e visite in cantina (49,7%), con Toscana, Sicilia e Sardegna tra le mete preferite.
Con il fuori salone ci sono oltre 70 appuntamenti

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Vinitaly è anche festa fuori dai padiglioni. Si parte venerdì 10 in Piazza dei Signori dove alle sei di pomeriggio ci sarà a tagliare i nastro della 58ª edizione, la vincitrice della Coppa del Mondo di discesa libera Laura Pirovano, portacolori delle Fiamme Gialle, ospite d’onore sul Palco della Loggia di Fra Giocondo affiancata dal presidente di Veronafiere, Federico Bricolo, dal sindaco di Verona, Damiano Tommasi, dal presidente della Provincia di Verona, Flavio Massimo Pasini, e Diego Ruzza, assessore ai Trasporti, Mobilità e Lavori Pubblici della Regione Veneto, con gli interventi di Roberto Nicolis, presidente di Asd La Grande Sfida, e Luca Rigotti, presidente del Consorzio delle Venezie.
Nei calici del brindisi inaugurale, ci sarà infatti il Pinot Grigio Doc delle Venezie, official wine della manifestazione. Oltre settanta gli eventi che per tutto il fine settimana trasformeranno il cuore storico della città in un grande palcoscenico dedicato al vino italiano. Fino a domenica (10-12 aprile), tra piazze, cortili e scorci iconici, Vinitaly and The City proporrà iniziative diffuse pensate per appassionati e curiosi, con un’offerta capace di valorizzare l’identità enologica del Paese attraverso esperienze coinvolgenti e trasversali.
Degustazioni guidate, incontri di approfondimento e momenti formativi si affiancheranno a un calendario articolato che spazierà dalle visite guidate alla scoperta del patrimonio cittadino agli appuntamenti culturali e letterari, offrendo nuove chiavi di lettura del rapporto tra territorio, tradizione e vino. Tra le novità più attese sabato sera in Piazza Bra, andrà in scena lo spettacolo immersivo «Dentro c’è l’Italia», una produzione originale che unisce linguaggi artistici differenti – danza, teatro e musica – per raccontare l’anima del vino italiano.
Firmato e diretto da Giuliano Peparini e organizzato da Veronafiere con la partnership di OpportunItaly, il programma di accelerazione imprenditoriale promosso dal ministero degli Affari Esteri e da Ita - Italian Trade Agency, e patrocinato dal Masaf, lo spettacolo vedrà protagonisti 150 performer sulla scalinata di Palazzo Barbieri, in un racconto scenico che intreccia paesaggio, memoria, tradizione e passione, elementi distintivi della cultura vitivinicola nazionale.
Vinitaly and the City è aperto dalle 15 alle 20 tutti i giorni i carnet degustazioni sono acquistabili online fino al 9 aprile al costo di 18 euro, durante i giorni dell’evento si potranno acquistare online e presso le casse di Piazza dei Signori a 22 euro. A questo programma si aggiunge Opera Wine l’appuntamento con cento cantine selezionate da Wine Spectator ed ospitato sabato nel padiglione della Gram Guardia.
Tra griffe e dealcolati. In cerca del vino amico

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L’ultima «botta» è arrivata come al solito da Bruxelles. La Commissione salute del Parlamento europeo nel suo documento anticancro torna alla carica con le etichette allarmistiche e invita Ursula von der Leyen «a presentare senza ulteriori indugi proposte di legge sugli health warming».
Insomma, scrivere sulle etichette del vino quello che ormai si trova da molti anni sulle sigarette: il vino uccide. Immediata la reazione dei vignaioli europei che non ci stanno anche perché moltissimi testi scientifici dimostrano che un consumo moderato di vino non è dannoso, ma anzi ha vantaggi per la salute. Così il presidente dell’Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi si lamenta e dice: «Colpisce e preoccupa che si torni a mettere in discussione un equilibrio già raggiunto rimettendo in discussione una deliberazione del Parlamento europeo e le indicazioni delle Nazioni unite sulle malattie non trasmissibili; è una impostazione che rischia di alimentare un approccio ideologico e punitivo anziché fondato su evidenze scientifiche e distinzione tra abuso e consumo responsabile». Insomma, per le cantine piove sul bagnato e certo questi allarmi non aiutano i consumi.
Perciò uno dei temi centrali di questo Vinitaly sono i vini dealcolati. È stata una battaglia anche questa della Unione Italia Vini quella di tenere anche i no e low alcol dentro il perimetro della produzione enoica per evitare l0aggressione dei bibitari. Si dice che sia un segmento in crescita. Per ora i volumi sono ridottissimi: 7,2 milioni di bottiglie in tuto per un fatturato che non ha superato i 24 milioni di euro con un prezzo medio a bottiglia che oscilla tra i 15 e 20 euro.
A debuttare e a andare abbastanza bene sono i vini spumanti anche perché Doc, Igt e Docg sono esclusi dalla possibilità di essere dealcolati mentre i vini che spumano possono essere anche addizionati di anidride carbonica e dunque diventano a tutti gli effetti una bibita. Sarà interessante comunque esplorarli sapendo che poiché i costi di delacolazione e gli impianti che servono per togliere l’alcol (quasi tutti lo fano a freddo con processo osmotico) sono importanti non si trovano «vini» delle cantine più piccole anche se di grande blasone.
Ma il Vinitaly conferma anche un’altra tendenza di mercato emersa negli ultimi anni; quella dei bianchi di lungo o lunghissimo affinamento. In questo alcuni vitigni come il Fiano (Di Meo) il Verdicchio (Mirizzi) la Vernaccia di San Gimignano (Teruzzi) il Sauvignon (Venica) emergono con grande forza espressiva. Torna un’ attenzione anche sui vini dele Isole (Nerello Mascalese dala Sicilia con Donnafugata, Carignano del Sulcis con Santadi) e sui rossi meridionali primo tra tutti l’Aglianico (Mastroberardino e Cantine del Notaio per il Vulture). È vero che i rossi hanno subito un certi appannamento nei consumi, ma alcuni must non solo resistono ma si sono apprezzati di valore. Con una differenza però: se prima bastava la denominazione a decretare il successo di un grande rosso oggi conta moltissimo il marchio, il blasone dell’azienda. Brunello significa ancora Biondi Santi o Argiano, Chianti Classico significa Badia a Passignano, Castello d’Ama, Mazzei o Ricasoli, Barolo significa ancora Gaja, Amarone Masi o Tedeschi, Sagrantino si declina ancora come Arnaldo Caprai. Tornano di prepotenza i grandi uvaggi: San Leonardo in Trentino, Tignanello, Ornellaia, in Toscana, Turriga o Barrua in Sardegna per citare alcuni con la percezione che questi non siano vini ma ormai siano diventati delle griffe che si consumano come scelta di piacere assoluto.
Il resto del mercato è monopolizzato dagli spumanti che se certo vanno al traino del Prosecco tuttavia cominciano ad emergere spumanti di territorio da vitigni autoctoni – esempi su tutti l’esplosione della Passerina e la fortissima ripresa del Lambrusco - mentre le etichette più famose (Ferrari, Bellavista, Ca’ del Bosco, Monsupello, Serafino, Maso Martis) ormai si collocano in diretta concorrenza con gli Champagne. Le sorprese di questo Vinitaly? I vini freschi bianchi e rosati di bassa gradazione, non destinati a sfidare il tempo, ma necessari per esaltare il piacere della tavola. Dice il re degli enologi Riccardo Cotarella: «Non necessariamente dobbiamo fare vini destinati a sfidare il tempo, bisogna tornare a fare anche vini di prezzo accessibile che diano il piacere del bere, che siano appetibili per i giovani come degustazione moderna». È una sfida che i produttori sembrano avere accolto e girando per i padiglioni di Verona l’incontro col vino amico è possibile.
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Artemis II si prepara all’ammaraggio, previsto oggi al largo della costa di San Diego per le 20:07 circa (ora locale). Secondo l’astronauta Victor Glover, «lo scudo termico e i paracadute» della navicella Orion spacecraft consentiranno all’equipaggio di ammarare «dolcemente». «Non vediamo l’ora – ha aggiunto – di vedere la squadra di sommozzatori e la Marina che verranno a prenderci».