
Christine Lagarde entra nel salotto di Fabio Fazio come una maestra severa che arriva in classe col registro e la penna rossa. Solo che la classe, stavolta, è l’Italia. Il messaggio è sempre quello: fare i compiti, rispettare le regole e soprattutto non chiedere soldi. La presidente della Bce, che dovrebbe occuparsi di moneta, inflazione e stabilità dell’euro, finisce invece per trasformarsi nella sacerdotessa dell’Europa immaginaria.
Quella delle brochure patinate di Bruxelles dove tutti sorridono e pedalano sulle biciclette elettriche sotto le bandiere blu stellate. Nel salotto tv Lagarde ha dipinto il continente come una specie di paradiso in costruzione, una Svizzera gigantesca con i carri armati della Nato parcheggiati dietro le aiuole. Il problema è che non parlava una leader politica eletta, ma il capo di un organismo tecnico che dovrebbe limitarsi a governare la moneta. E invece la presidente della Bce ormai interviene su tutto: debito, deficit, industria, geopolitica, energia, difesa, rapporti con la Cina, strategia europea. Manca solo che dia consigli sulle formazioni della Nazionale. La questione più clamorosa è proprio quella italiana. Giorgia Meloni chiede più flessibilità sul Patto di stabilità davanti alla crisi energetica? La Lagarde risponde senza tentennamenti: le regole si rispettano. Sempre. Comunque. Nessuna apertura. Nessuna valutazione politica. Nessuna considerazione sul fatto che famiglie e imprese siano ancora stritolate dal costo dell’energia e da una crescita europea che cammina col deambulatore. Ma decidere se sospendere, ammorbidire o reinterpretare il Patto di stabilità non è un compito della Bce. È una scelta politica che spetta ai governi e alle istituzioni europee. La Banca centrale dovrebbe garantire la stabilità monetaria, non trasformarsi in un ministero del rigore permanente. Purtroppo l’Europa reale assomiglia sempre meno alla favola raccontata da Lagarde. Fuori dagli studi televisivi il continente sembra molto più un condominio litigioso dove ogni inquilino sbatte le porte e urla contro il vicino. Mentre Lagarde magnificava l’unità europea, quattro Paesi pesanti come Francia, Italia, Paesi Bassi e Lituania chiedevano esattamente il contrario della resa commerciale predicata dalla sacerdotessa dell’euro: più protezione contro la Cina, più difese industriali, più dazi. Una smentita al vangelo della Lagarde. «Non ha senso difendere i pannelli solari». Perché ormai il settore sarebbe stato conquistato dalla Cina dice nel salotto di Fazio. Una frase che sembra pronunciata dal comandante del Titanic mentre controlla la temperatura del mare. Se i cinesi si prendono un settore strategico, l’Europa alza bandiera bianca e passa direttamente al prossimo sacrificio industriale. Peccato che non tutti nel continente abbiano voglia di fare gli spettatori mentre Pechino si compra pezzi interi dell’industria europea. Emmanuel Macron chiede misure protettive sul modello americano. Italia, Paesi Bassi e Lituania concordano. Ma Germania e Polonia frenano, perché Berlino continua a guardare alla Cina come un commerciante guarda il cliente migliore: con gli occhi a forma di fatturato. E così il grande sogno europeo torna quello che è sempre stato: una riunione di condominio infinita, con uno che vuole rifare la facciata, un altro che non vuole spendere, un altro ancora che litiga sulle tende del balcone mentre il tetto perde acqua da anni. Altro che Europa compatta. Altro che unità strategica. La verità è che l’Unione si spacca su tutto: energia, industria, difesa, debito, Cina, dazi, rigore fiscale. Ma Lagarde continua a raccontare un continente che esiste soltanto nei rendering della Commissione europea, come quei villaggi turistici mostrati nei cataloghi dove il mare è sempre turchese e nessuno suda mai. Poi però apri la porta e trovi le crepe nei muri, i tubi che perdono e l’ascensore fermo dal 1987.





