Il provocatorio aforisma si può applicare a molti contesti e molte latitudini, e in Italia il lato rassicurante, protettivo ed elusivo insieme, di molteplici stagioni politiche, sin dall’Unità del nostro Stato, ha raggiunto spesso risultati notevoli, a discapito dello sviluppo reale e moderno del Paese.
Berlusconi probabilmente non aveva letto Valéry, ma giunse alla stessa conclusione. E non era certamente una persona che amava concetti come l’oppio dei popoli; di sicuro non aveva una visione elitaria della politica. Eppure, aveva una predisposizione naturale a far sentire gli elettori, almeno i suoi (e non furono pochi), protetti, in qualche modo accuditi. A discapito dei risultati concreti, anche per questa attitudine il Cavaliere ha raggiunto e mantenuto vette di consenso personale di cui nessun altro politico italiano ha mai goduto. Nel suo Dna meneghino c’era la propensione al «faso tutto me, ghe pensi mi». Non c’era bisogno di affaticare gli italiani con dibattiti sui massimi sistemi. Era solo necessario che avessero fiducia in lui, Presidente faber, manovratore da non disturbare mentre tiene la barra dell’Azienda Italia. E per certificare la narrazione, calzato l’elmetto d’ordinanza, ogni tanto si aggirava per i cantieri di grandi e piccole opere, reali o più spesso solo programmate.
Dall’opposizione replicavano: non è vero, è tutto falso, è un in cantatore di serpenti, un imbonitore da festa paesana, un illusionista, un prestigiatore, non lasciatevi irretire. Ma i telespettatori non si presero la briga di verificare, allo stesso modo in cui accettavano passivamente l’assioma del detersivo che «più bianco non si può».
Della massima di Valéry, Berlusconi in qualche modo aveva fatto un’arte. Ma non in modo subdolo, e senza il fine dell’aforisma francese, piuttosto perché pensava che la gente dovesse sentirsi rassicurata, e dunque anche sollevata, e così tendeva a proporsi come colui che si occupa di tutto. C’era il calcolo, ma c’era anche qualcosa che gli veniva naturale. Tra l’adescamento governativo e la reazione della sinistra, per lungo tempo il primo prevalse, a giudicare dai risultati elettorali.
In fin dei conti l’enorme grado di attrazione, anche personale, che suscitava nei suoi simpatizzanti descriveva un meccanismo di immedesimazione, Berlusconi piaceva a prescindere e questo oscurava molte cose: i gap del suo programma, i gap dei suoi governi, la di stanza fra le tante promesse e le vere, poche, riforme, realizzate. Del resto, in pubblicità Berlusconi era un maestro. Analista per istinto della psicologia di massa sceglieva sempre l’abito giusto, trovava la giusta misura per catturare l’uditorio del momento. Rassicurava gli altri e anche sé stesso. Nonostante i tanti gap, dopo un bagno di folla, all’apice del suo successo, il leader azzurro tornava a casa e nelle mani dei suoi collaboratori svuotava, letteralmente, le tasche: ogni passeggiata, ogni contatto con la gente, equivaleva a decine di bigliettini con tanto di numero di cellulare. C’era di tutto in quegli appelli: un campionario di bisogni, aspirazioni e disperazioni. Ed era un mondo che cercava un contatto, che si offriva o chiedeva, a cui si farebbe un torto riducendolo all’attrazione strumentale che alcune giovani ragazze nutrivano nei confronti del Presidente e delle sue inclinazioni. Dentro quelle tasche e quei bigliettini c’era gente che chiedeva un lavoro, un favore, una casa popolare, un aggancio, una raccomandazione, una speranza, persino una dentiera nuova. Era piuttosto un pezzo d’Italia che riusciva a vedere solo la leadership, il taumaturgo, senza scorgerne i difetti e le omissioni. Ed erano una minoranza, in quelle piazze, coloro che continuavano a credere che i problemi personali andassero risolti all’interno delle istituzioni. Scrive Luigi Crespi nella sua biografia, raccontando della rimonta elettorale del 2001, snodo cruciale della carriera politica del Cavaliere: «Perché a Berlusconi - ogni tanto glielo dico, alla Biagi, quando voglio farlo arrabbiare - per essere una donna mancano solo le tette. Per il suo popolo, il suo ruolo di leader non si svolge nell’area del rigore e della disciplina, a quello ci pensa già la sinistra. Silvio è promessa di benessere e di piacere, è accudimento, è seduzione. E il Paese ha bisogno di questo slancio di positività…».
A sua volta, nonostante l’età, Berlusconi stesso era oggetto di accudimento. È ancora Crespi che lo racconta: «Quando vado a trovarlo a Macherio non ci sono cortigiani, ma solo la madre, la signora Rosa, che arriva puntuale mentre faccio anticamera e mi sottopone a una ramanzina, sempre la stessa: devo stare attento e prendermi cura di suo figlio, questa storia della politica può fargli male…».
Per Berlusconi, quando i sondaggi non lo soddisfacevano, esisteva un espediente che, secondo lui, era infallibile: «Rivolgetevi alle mamme, fate un panel con le sole mamme, se mi votano loro mi votano tutti gli altri membri della famiglia».