«Sulla base di un’analisi approfondita, dettagliata e completa...», scrive Donald Trump e l’economia internazionale trattiene il fiato. Annuncia la nuova tariffa globale che sale dal 10 al 15%, «con effetto immediato». Un aumento deciso - spiega il presidente - per rimediare a decenni in cui molti Paesi hanno «derubato» gli Stati Uniti. Promette ulteriori tariffe «legalmente ammissibili» nei prossimi mesi, lasciando intendere che le nuove aliquote potrebbero non essere il capolinea, ma solo una stazione intermedia. La sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, nelle intenzioni avrebbe dovuto riportare ordine. Nella pratica, ha avuto l’effetto di scuotere il tavolo mentre sopra c’erano ancora le carte.
Il risultato è una situazione che gli operatori descrivono con una parola molto efficace: caos. Accordi firmati che rischiano di essere reinterpretati prima ancora di entrare a regime. Le aziende, che per loro natura preferiscono i calendari alle sorprese, si trovano a pianificare esportazioni come si organizza un viaggio in una zona sismica: pronti a cambiare strada da un momento all’altro. In teoria il nuovo prelievo non si applicherà ai prodotti già soggetti a tariffe settoriali, né a quelli provenienti dai partner nordamericani, e prevede eccezioni sensibili, come per il farmaceutico. In pratica, ogni esclusione genera una nuova domanda, ogni chiarimento ne richiede un altro. È l’effetto domino della regolazione commerciale contemporanea: una norma non chiude, ma apre scenari. Così il commercio internazionale entra in una dimensione curiosa, una specie di presente continuo dove tutto è provvisorio. Non c’è più la certezza - costosa ma rassicurante - delle regole stabili. C’è una sequenza di decisioni adattive, ciascuna delle quali obbliga imprese e governi a ricalcolare le proprie mosse. Per l’Unione europea il problema non è tanto il livello del dazio - quel 15% era già stato messo in conto nell’accordo siglato con Washington - quanto la sua natura mutevole. Se il quadro giuridico cambia mentre gli accordi sono ancora caldi di firma, diventa difficile capire quali condizioni resteranno in piedi e per quanto. Bruxelles attende chiarimenti, convoca riunioni straordinarie, aggiorna dossier. Per domani è previsto il voto dell’Europarlamento sull’accordo siglato la scorsa estate da Ursula von der Leyen. A questo punto c’è da chiedersi: che cosa si vota?
Le imprese, molto meno filosoficamente, cercano di capire se spedire o aspettare. Dai produttori di vino italiani ai gruppi chimici tedeschi, il timore è «l’effetto boomerang»: mesi di adattamento a nuove regole che rischiano di essere riscritte mentre sono ancora in fase di applicazione.
Un dazio, infatti, si può incorporare nei prezzi. Un dazio che cambia forma, durata e motivazione nel giro di settimane è un’altra cosa: diventa un fattore di instabilità strutturale.
Le catene globali del valore - costruite in trent’anni di integrazione - funzionano come orologi: precise, interdipendenti, allergiche agli scossoni. Ogni variazione improvvisa obbliga a ripensare forniture, logistica, investimenti. E quando le decisioni politiche viaggiano più veloci delle merci, l’economia rallenta per prudenza. In questo contesto, l’intervento di Fabio Panetta, al congresso Assiom Forex, suona come una nota di metodo in mezzo al frastuono. Il governatore della Banca d’Italia invita a non arrendersi alla frammentazione e a non archiviare con troppa leggerezza quel multilateralismo che ha sostenuto la crescita globale del dopoguerra.
Non entra nello scontro istituzionale americano - troppo presto per valutarne gli effetti - ma richiama il punto essenziale: l’economia mondiale sta cambiando rapidamente, sospinta dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale, e proprio per questo avrebbe bisogno di più cooperazione, non di meno. Da una parte c’è la politica commerciale che accelera, fatta di decisioni rapide, aggiustamenti continui, annunci immediati. Dall’altra c’è l’economia reale, che per funzionare ha bisogno di tempo, fiducia e prevedibilità. È lo scarto tra queste due velocità a generare l’incertezza che oggi preoccupa imprese e governi più dei dazi stessi. Perché l’economia mondiale può sopravvivere a molti aumenti di dazi, ma fatica molto di più a sopravvivere alla perdita delle regole comuni che l’hanno fatta crescere.