Trent’anni dopo l’enciclica wojtiliana, appare evidente a tutti che se c’è un punto in cui la distanza tra l’insegnamento perenne della Chiesa e l’opinione dominante tende ad allargarsi sempre più, questo punto dolente è proprio l’aborto. Facciamo quindi un piccolo passo indietro per cogliere più in profondità la portata dell’insegnamento coraggioso e dirompente di papa Prevost. Come noto a tutti, la Chiesa cattolica, senza alcuna soluzione di continuità fra prima e dopo il Concilio (1965), difende a spada tratta la «sacralità della vita umana innocente» e la sua «indisponibilità» dal concepimento sino alla morte naturale. In nome di sofismi, invece, le democrazie occidentali si sono incamminate nell’ultimo mezzo secolo su una strada radicalmente antitetica. All’inizio i fautori del «progresso» e della «liberazione della donna» hanno cercato di legittimare l’aborto come una mera tolleranza di fatto, una sorta di «male minore» rispetto a una gravidanza non voluta, scabrosa o «difficile».
Ma poi, esattamente come previsto dall’insegnamento ecclesiastico, hanno allargato pian piano le maglie etiche, fino al punto di considerare la soppressione dell’embrione umano, a volte sino al nono mese di gravidanza, come un «diritto assoluto della donna». È quasi la «cartina di tornasole» della moderna «teoria dei diritti», da inserire - come ha fatto di recente Emmanuel Macron - nelle Carte costituzionali delle nazioni e nelle «dichiarazioni universali» promosse dagli «Stati di diritto».
Il pontefice statunitense, dal canto suo, in questo primo anno di governo, si è espresso già molte volte, e in termini chiarissimi, sull’aborto (e sull’eutanasia), collocandosi sulla scia di tutti i suoi predecessori. Ultimamente lo aveva fatto il 9 gennaio, ricevendo i membri del corpo diplomatico accreditati in Vaticano e osservando che l’aborto «interrompe una vita nascente» e «nega l’accoglienza del dono della vita». Giudicando quindi «deplorevole» il fatto che tante «risorse pubbliche» vengano «destinate alla soppressione della vita», anziché essere investite nel «sostegno alle madri e alle famiglie».
Ieri dunque, papa Leone, ricevendo nella Sala clementina i partecipanti al Convegno «One humanity, One planet» ha voluto riprendere il suo insegnamento pro life, spingendosi però fino a dove non era mai arrivato prima. Parlando a un gruppo giovanile che vorrebbe operare per la «pace nel mondo», il pontefice ha spiegato che la politica «svolge qui una funzione sociale insostituibile» notando però che «non ci sarà pace» nel mondo «senza porre fine alla guerra che l’umanità fa a sé stessa».
Infatti, citando alla lettera l’immensa Madre Teresa di Calcutta (1910-1997) e facendo proprio il suo insegnamento, «il più grande distruttore della pace è l’aborto» (Discorso al National Prayer Breakfast, 3 febbraio 1994).
Con questa dirompente citazione, il vicario di Cristo sembra dire ai laicisti che guidano l’Unione europea e l’intero Occidente, che la Chiesa di Roma non cesserà mai di difendere la verità del Vangelo, costi quel che costi. E ai progressisti cattolici papa Leone sta dicendo in fondo lo stesso: su vita e famiglia, ogni compromesso al ribasso è impossibile.
La potente voce della fondatrice delle «Missionarie della Carità», ricordata dal papa come «santa degli ultimi» e «premio Nobel per la pace», «rimane profetica». E questo perché «nessuna politica» può porsi al «servizio dei popoli» se «esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo», come appunto i nascituri.
Secondo il conteggio dell’autorevole sito Worldometer gli aborti nel mondo intero avrebbero superato i 45 milioni nel solo anno 2025, segnando un nuovo tristissimo record, che parla di oltre 123.000 vite spezzate ogni giorno, più di 5.000 bambini impediti di nascita ad ogni ora che passa.
Leone - si badi bene - non si è limitato a dire che l’aborto, come già denunciato da Wojtyla e Ratzinger, è un «delitto» che viene fatto passare per «diritto» ma ha aggiunto una dimensione più «politica» ad una questione propriamente etica. Se infatti le leggi che legalizzano e promuovono l’aborto, sono distruttive per la «pace nel mondo», i partiti e le ideologie che ne sono gli alfieri e gli strumenti, favoriscono, lo vogliano o meno, «la guerra» e la violenza.
E perché mai? Perché, seguendo il discorso tenuto da Madre Teresa a Washington nel 1994 e citato da Leone, «se accettiamo che una madre uccida il proprio figlio» - di cui oggi è ascoltabile il battito cardiaco e sono visibili più chiaramente le fattezze - «come possiamo allora dire agli altri di non uccidersi a vicenda?».