Secondo le toghe del capoluogo toscano, lo straniero, sul quale pende un mandato di cattura europeo per i reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di omicidio, non può essere estradato perché, in base alla documentazione pervenuta da Atene, non è stato possibile «escludere, in concreto, il rischio che l’interessato, in caso di consegna, possa essere sottoposto a condizioni di detenzione incompatibili con gli articoli 3 Cedu e 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea». Ma non basta: secondo le toghe, «deve, inoltre, considerarsi che K.Y. è sottoposto a custodia cautelare in carcere in Italia dal 10 dicembre 2025 e che il procedimento di consegna si colloca in prossimità della scadenza del termine massimo di durata della misura custodiate applicata per la presente causa».
«In tale contesto», prosegue la sentenza, «l’ulteriore protrazione della restrizione della libertà personale, in assenza di informazioni idonee a escludere il rischio di trattamenti inumani o degradanti nello Stato richiedente, risulterebbe incompatibile con il carattere assoluto e non bilanciabile della tutela apprestata dall’articolo 3 Cedu». In poche parole, deve essere liberato, in Italia, con tutti i rischi che questo comporta rispetto alla possibilità di procedere in futuro all’estradizione.
In Grecia sull’uomo pendono due mandati di cattura, emessi dal Giudice Istruttore presso il tribunale di Kilkis. Il primo, risalente al 15 settembre scorso, per «favoreggiamento dell’uscita dal territorio greco di cittadini extracomunitari senza essere sottoposti al controllo di cui all’articolo 5 legge 5038/2023, commesso allo scopo di lucro», il secondo, del 21 ottobre scorso, oltre a contenere il primo reato contestato, aggiunge quello di «omicidio volontario in uno stato d’animo tranquillo».
E il 10 dicembre la squadra mobile di Siena procede all’arresto dell’uomo, che finisce in carcere.
Ecco la drammatica ricostruzione dell’omicidio che le autorità greche attribuiscono al ventiseienne e che merita di essere riportata integralmente per la pericolosità che le autorità greche attribuiscono all’uomo: «Nell’area di Evzonoi (Kilkis) e precisamente nel cortile dell’albergo Chara, il giorno 15 ottobre 2025 e verso le ore 20, con intento doloso e in stato d’animo tranquillo, avendo deciso di uccidere il cittadino della Sierra Leone, M.J., il cui trasporto e uscita dal Paese dietro un compenso e senza essere sottoposto alle formalità di controllo, aveva assunto, quando quest’ultimo ha chiesto che gli fosse restituito l’importo versato al ricercato a titolo di compenso a tal fine, visto che i tentativi non erano fin allora riusciti, aveva informato gli altri connazionali che lo aveva rintracciato e prima che essi lo avessero rintracciato lo ha colpito con fuoco d’arma tre volte».
La sentenza precisa che «l’imputato ha ammesso in sede di interrogatorio di essere a conoscenza della vicenda giudiziaria occorsa in Grecia, a seguito della quale è stato ucciso un giovane, pur negando fermamente ogni responsabilità personale in ordine alla commissione del fatto».
Il 29 gennaio scorso, durante l’udienza, il difensore dell’uomo si è opposto alla consegna «per mancanza dei gravi indizi di colpevolezza» e ha dedotto, inoltre, «che le condizioni carcerarie della Grecia sono disumane e degradanti, producendo documentazione in tal senso, tra cui la sentenza della cassazione del 12 luglio 2023. La Corte ha richiesto dettagliate informazioni su quale istituto penitenziario sarà detenuto in caso di consegna e sulle condizioni carcerarie di tale istituto». Secondo quando riportato nella sentenza, però, al 2 marzo era «pervenuta come unica risposta dalla Procura della Repubblica ellenica l’indicazione che il K., se consegnato, potrebbe essere detenuto o nel carcere di Nigrita o in quello di Salonicco. Nessuna informazione è pervenuta in merito alle condizioni carcerarie dell’istituto di custodia ove l’imputato sarà detenuto in Grecia, oggetto di richiesta specifica di questa Corte sin dal 29 gennaio 2026». Per i giudici fiorentini, che fanno più volte riferimento alla giurisprudenza della Cedu, «il Rapporto Cpt contiene rilievi puntuali sul carcere di Nigrita, ove, a fronte di una capienza ufficiale di circa 600 posti, erano presenti oltre 700 detenuti, con segnalazione di celle sovraffollate, condizioni igienico-sanitarie degradate in alcune sezioni, carenza di prodotti per l’igiene personale, grave insufficienza di personale di custodia e assistenza sanitaria non continuativa, con presenza medica limitata e assenza di copertura notturna e nei giorni festivi». Parole, che, a bene vedere, potrebbero fare riferimento a qualsiasi carcere del nostro Paese. Mentre per il carcere di «Salonicco (verosimilmente Diavata), deve richiamarsi la sentenza della Corte Cedu, 14 gennaio 2021, Kargakis contro Grecia, che ha accertato la violazione dell’articolo 3 Cedu in relazione alle pessime condizioni di detenzione in tale istituto».
Da tutto questo «consegue che, allo stato degli atti, il rischio di trattamenti inumani o degradanti non risulta neutralizzato, con conseguente necessità di negare la consegna».