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- Ieri l’agente che ha sparato ad Abderrahim Mansouri a Milano è stato sentito dal pm: «Ha puntato la pistola, ho avuto paura». Il reato contestato è pesantissimo rispetto all’accusa di eccesso colposo di legittima difesa
- La vittima era nota da diverso tempo alle forze dell’ordine: era considerato un pusher «di livello superiore». E faceva parte di un clan magrebino che gestisce lo spaccio
Lo speciale contiene due articoli
A Rogoredo, dicono gli stessi poliziotti che ci lavorano da anni, le dinamiche si ripetono sempre uguali: l’alt, la fuga, la rincorsa, a volte una mano che resta in tasca più del dovuto. È dentro questo schema che si inserisce quanto accaduto lunedì 26 gennaio in via Impastato, a ridosso del boschetto dello spaccio, dove un agente del commissariato Mecenate ha sparato e ucciso il ventottenne Abderrahim Mansouri durante un servizio antidroga. È stato iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario: rischia da 21 anni all’ergastolo. Con eccesso colposo di legittima difesa rischia, invece, da 2 a 7 anni.
Non è la prima volta che una vicenda simile arriva davanti ai giudici. Nel 2011, a Taranto, un carabiniere, anche lui inizialmente indagato per omicidio volontario, uccise un giovane che gli aveva puntato contro una pistola poi rivelatasi una replica priva del tappo rosso. La Procura ritenne la reazione giustificata per legittima difesa putativa, giudicando non evitabile l’errore sull’effettiva offensività dell’arma, e il procedimento venne archiviato senza rinvio a giudizio. È con questo precedente, divenuto negli anni un caso di riferimento, che va letto quanto accaduto a Rogoredo. Per questo, anche il legale dell’agente di Milano, l’avvocato Pietro Porciani, si augura una rapida archiviazione.
Durissima la reazione dei sindacati di polizia. Il Sap, con il segretario generale Stefano Paoloni, parla di un’iscrizione che scatta «in automatico» come atto dovuto, ma che finisce per far apparire l’agente come un omicida già in partenza, chiedendo una riforma normativa che consenta una fase di accertamenti senza l’immediata iscrizione per il reato più grave nei casi di possibili legittima difesa. La Fsp Polizia di Stato, con Valter Mazzetti, si dice «basita» dall’impostazione dell’accusa agli albori dell’indagine, osservando che così sembra presumersi una volontà omicida incompatibile con la funzione stessa del servizio di polizia. Il Siulp di Milano, con Andrea Varone, richiama infine la pericolosità dei servizi antidroga e osserva che un’arma a salve priva del tappo rosso è indistinguibile da una vera, rendendo fuorviante ogni valutazione successiva.
L’iscrizione per omicidio volontario, in teoria, serve a consentire autopsia, esami balistici, garantendo il diritto di difesa dell’indagato. Ma rischia di pesare sull’agente: una riforma sarebbe doverosa. Anche perché il fratello del marocchino ucciso a Rogoredo ha depositato la nomina come persona offesa, assistito dall’avvocata Debora Piazza, già legale della famiglia di Ramy Elgaml, contestando la versione dell’agente e chiedendo che venga accertata «tutta la verità». La famiglia potrà così seguire con propri consulenti l’autopsia e le perizie balistiche, svolgendo anche indagini difensive. Davanti al pm Giovanni Tarzia (già esperto e consulente per minori immigrati), assistito dall’avvocato Pietro Porciani, l’agente del commissariato Mecenate ha ricostruito i pochi secondi che hanno preceduto lo sparo. Ha riferito che, durante un servizio antidroga in abiti civili, si è qualificato intimando l’alt e che l’idea iniziale era quella di rincorrere l’uomo, «una dinamica che si ripete sempre» in quel contesto. A una distanza di circa venti metri, però, la situazione sarebbe cambiata improvvisamente: il ventottenne aveva una mano in tasca, «ha tirato fuori la pistola e me l’ha puntata». In quel momento, mentre stava per partire in avanti, l’agente ha estratto l’arma dalla fascia addominale ed esploso un solo colpo.
Al pm ha parlato della paura provata, nonostante «tanti anni di servizio». Dopo lo sparo si è avvicinato al corpo: «Era a faccia in su, con la pistola a 15 centimetri dalla mano», ha detto, spiegando di aver sentito «l’esigenza di allontanare l’arma» perché l’uomo rantolava ed era ancora «nella sua disponibilità», pur senza ricordare con precisione quei passaggi. I sanitari del 118 sarebbero arrivati dopo circa dieci minuti. Solo successivamente si è accertato che l’arma era una pistola a salve, priva del tappo rosso.
Secondo la ricostruzione finora confermata anche dagli altri cinque poliziotti presenti, i fatti sarebbero avvenuti intorno alle 18, mentre gli agenti stavano arrestando in via Impastato un uomo che opponeva resistenza. In quel frangente, il ventottenne di nazionalità marocchina si sarebbe avvicinato impugnando l’arma e avrebbe continuato ad avanzare. Addosso alla vittima sarebbero stati trovati diversi tipi di stupefacenti, come riferito dall’avvocato Porciani, che ha ricordato anche i precedenti del giovane per droga, resistenza e rapine. La persona arrestata poco prima della sparatoria è stata sentita come testimone, ma non avrebbe fornito elementi utili all’inchiesta.
Il legale ha infine spiegato che il suo assistito, poco più che quarantenne e con oltre vent’anni di servizio, non era dotato di bodycam ed è «ancora sotto choc». La linea difensiva resta quella della legittima difesa: «Quando ti trovi una pistola puntata contro, non puoi sapere che sia a salve».
È su questo punto che si concentra il cuore dell’indagine. Non conta che l’arma fosse a salve, ma che in quel momento apparisse come un’arma vera. La Cassazione lo ha chiarito più volte: la valutazione va fatta ex ante, guardando ciò che l’agente poteva percepire in quei secondi. Una pistola giocattolo priva del tappo rosso, se usata in modo minaccioso, può integrare una situazione di pericolo attuale. Nel 2021, a Napoli, una guardia giurata che aveva reagito a una pistola poi rivelatasi non offensiva vide l’indagine concentrarsi proprio sulla percezione del pericolo, con esclusione del dolo; lo stesso principio è stato ribadito in altri casi analoghi esaminati dalla Suprema corte, aprendo alla legittima difesa putativa o, al massimo, all’eccesso colposo.
Nel 2016 sfilò l’arma a un carabiniere
Adberrahim Mansouri, il marocchino di 28 anni irregolare in Italia ucciso lunedì da un poliziotto in via Impastato, a Milano, era già noto alle forze dell’ordine.
L’uomo, conosciuto con il soprannome di Zak (ma gli alias con cui sarebbe conosciuto alle forze dell’ordine sarebbero svariati) aveva precedenti per spaccio, resistenza a pubblico ufficiale, rapina e lesioni. E, soprattutto, ventottenne in passato si era già reso protagonista di un episodio violento durante un blitz antidroga. Per certi versi simile a quello che lunedì, quando ha puntato in faccia a un agente una scacciacani identica alla Beretta 93 d’ordinanza del poliziotto, gli è costato la vita. Era il 28 agosto 2016 quando in via Orwell, nel cuore del boschetto della droga di Rogoredo, una pattuglia dell’Arma impegnata in un servizio antispaccio fermò un gruppo di pusher, tra cui l’allora diciottenne Mansouri, considerato uno dei più «esperti» della zona.
Nel tentativo di fuggire, raggiunto da un carabiniere, lo colpì con calci e pugni e cercò di sfilargli la pistola di ordinanza. Il giovane marocchino venne bloccato e arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni: il militare riportò una prognosi di 12 giorni. Dopo la condanna con sospensione condizionale della pena per l’episodio di via Orwell, Mansouri venne arrestato nuovamente per spaccio il 30 maggio 2021 e poi ancora nel settembre dell’anno successivo, finendo rinchiuso nel carcere di Cremona, da cui uscì nel 2023 grazie all’affidamento in prova ai servizi sociali, terminato nel 2024. Nel 2025 viene di nuovo fermato dalle Volanti e trovato in possesso di un permesso di soggiorno spagnolo. Nel luglio e nel settembre scorsi, due controlli del commissariato Mecenate, lo stesso per cui lavora il poliziotto che lo ha ucciso ieri sera, gli costarono un’ennesima denuncia per spaccio e ricettazione.
Nelle sue tasche, lunedì sera, dopo la morte, sono state trovate dosi di hashish, cocaina ed eroina. Una circostanza che porta verso la conferma l’attività illecita del nordafricano. L’ipotesi è che Mansouri, considerato dagli investigatori uno spacciatore di «livello superiore» abbia imboccato la stradina sterrata tra la tangenziale e i binari per rifornire uno dei pusher che avrebbero lavorato per lui e generalmente provvisti di modesti quantitativi di droga, per evitare di venire rapinati. La stessa ragione per cui il ventottenne potrebbe aver deciso di girare con una pistola, come detto risultata una semplice riproduzione. Del resto, secondo gli investigatori, la famiglia dell’uomo rimasto ucciso sarebbe piuttosto nota nel mondo della droga milanese. Il ventottenne avrebbe infatti fatto parte del gruppo dei cosiddetti «clan Mansouri», boss marocchini attivi da anni nello spaccio. Una realtà dove coltelli, machete e, soprattutto, pistole a salve o repliche sono equipaggiamento abituale.
E la figura di Zak era da tempo tenuta sotto controllo per il ruolo che il ventottenne marocchino ricopriva all’interno di una fitta rete organizzata che controlla e gestisce le piazze di spaccio più importanti del nord Italia. In particolare i Mansouri potrebbero avere il controllo dei cosiddetti «cavallini» attivi nella zona di Rogoredo, tristemente nota per il famigerato boschetto. «Cavallini» è il termine cui vengono definiti in gergo i piccoli pusher diffusi in maniera capillare sul territorio e che, con turni che coprono le 24 ore, riforniscono di droghe le piazze di spaccio. In questo caso quelle della periferia meridionale di Milano.
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Ansa
Il «Financial Times» evoca condizioni capestro per la resistenza. Washington: «Falso, imbeccati da attori maligni». Zelensky però insiste sull’adesione all’Ue («nel 2027»): scatterebbe la clausola tipo articolo 5 Nato.
È guerra ibrida anche questa? L’ultima indiscrezione sulle trattative tra Russia e Ucraina reca la firma del Financial Times e ha fatto imbufalire la Casa Bianca. Secondo il quotidiano britannico, le garanzie di sicurezza che gli Usa sono disposti a offrire a Kiev sono subordinate al ritiro dei militari della resistenza dal Donbass. Condizione seccamente smentita dalla vice portavoce del presidente americano, Anna Kelly: «È totalmente falso», ha detto ieri. «L’unico ruolo degli Stati Uniti nel processo di pace è quello di riunire entrambe le parti per raggiungere un accordo. È un peccato che il Financial Times consenta ad attori maligni di mentire anonimamente per rovinare il processo di pace».
La funzionaria si riferiva alle «otto persone informate sui colloqui», citate dal giornale londinese. E ha insinuato che il foglio si sia prestato a un tentativo di sabotare i negoziati. Presumibilmente, da parte ucraina. In effetti, benché Volodymyr Zelensky li avesse definiti «costruttivi», proprio come la delegazione russa, l’ennesimo pesante bombardamento nemico su Odessa, con morti, feriti - tra cui bambini - e «danni colossali» alle infrastrutture energetiche, ha di nuovo irrigidito la posizione del leader: l’attacco, si è sfogato, «mina gli sforzi diplomatici». Nella mattinata di ieri, peraltro, Karoline Leavitt, portavoce di Donald Trump, aveva escluso ulteriori contatti tra il tycoon e l’omologo, sostenendo però che il loro incontro della scorsa settimana avesse avuto «natura storica». Trump ha poi spiegato che stanno accadendo cose «molto positive» nel confronto diplomatico; e Zelensky ha fatto sapere di essere disposto a vedere Vladimir Putin per risolvere i nodi dei territori occupati e della centrale di Zaporizhzhia, ma che Mosca ostacola la pace.
I malumori degli ucraini hanno investito pure la politica italiana: il portavoce del ministro degli Esteri del Paese invaso, Heorhii Tykhyi, ha replicato a Matteo Salvini, che domenica, dal palco della Lega a Rivisondoli, aveva sostenuto che Zelensky dovrebbe «scegliere tra una sconfitta e una disfatta». «Al signor vicepremier», ha scritto su X l’ucraino, «consigliamo di rivolgersi a Putin, che ha scatenato questa guerra». Piccata la replica del Carroccio: «Ci auguriamo», ha punzecchiato il deputato Andrea Crippa, «che la stessa attenzione dedicata al vicepremier italiano sia dedicata anche al controllo del denaro dei contribuenti italiani, che è destinato ad aiutare la popolazione ucraina e non ad acquistare water d’oro».
Il baratto ipotizzato dal Financial Times sarà una bufala, ma è un fatto che il comandante in capo di Kiev stia cercando strade alternative, per chiamare in causa l’Occidente nell’eventualità di un futuro attacco di Mosca. Ieri, Zelensky ha ribadito che «l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea è una delle principali garanzie di sicurezza non solo per noi, ma per tutta Europa». E che il suo obiettivo è di completarlo entro «una data concreta: il 2027». Al di là del coinvolgimento della Nato e, quindi, di Washington, l’adesione all’Ue renderebbe applicabile la clausola di mutua difesa, prevista dall’articolo 42 del Trattato sull’Unione europea.
Intanto, l’ambasciatore ucraino in Ungheria è stato convocato al ministero degli Esteri di Budapest, che accusa il governo di Zelensky di interferire con le imminenti elezioni magiare a favore del partito Tisza, avversario di Viktor Orbán. Il titolare del dicastero, Peter Szijjarto, ha parlato di «campagna di ingerenza aperta, spudorata e aggressiva», praticamente sul modello di quelle russe. A proposito di guerra ibrida. L’Ungheria è impegnata anche in una disputa giuridica con Bruxelles: insieme alla Slovacchia di Robert Fico, ha fatto ricorso contro il regolamento che vieta le importazioni di gas russo. Affari in vista, invece, per la Polonia: gli ucraini promettono che compreranno più metano da Varsavia.
Mentre la Federazione e la Cina consolidano i legami reciproci, con Pechino che si dice «disposta» a «rafforzare il coordinamento strategico», gli Stati membri dell’Ue danno segnali di sfilacciamento. Basta saperli cogliere. Si consideri, ad esempio, l’annuncio del primo ministro della Renania-Palatinato, il socialdemocratico Alexander Schweitzer, secondo il quale «sono attualmente in corso i preparativi per il dispiegamento dei missili a medio raggio statunitensi» nel Länder tedesco. È significativo che a celebrare l’installazione sia stato un esponente della Spd, il cui capofila, il vicecancelliere Lars Klingbeil, ha assegnato al suo Paese e alla Francia un «ruolo guida» nell’Ue. Pur ribadendo che «ci sono critiche alle politiche di Donald Trump», Schweitzer ha sottolineato la necessità di distinguere «tra la politica interna statunitense e i nostri alleati sul campo». E ha celebrato l’«importante contributo per scoraggiare le aggressioni ostili contro i Paesi della Nato». Al netto degli scenari di Klingbeil, la mossa sembra una risposta a Emmanuel Macron: quando nel Vecchio continente si è diffuso il panico per il disimpegno americano, monsieur le président ha offerto l’ombrello nucleare francese a protezione degli alleati. Berlino, che peraltro già ospita testate atomiche a stelle e strisce, nonostante gli attriti con gli Stati Uniti (anzi, forse pure per scongiurare ulteriori ritorsioni economiche da Trump), preferisce lo scudo Usa alla carità pelosa di Parigi. Un altro occhio nero per il gallo dell’Eliseo.
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Un’area di Niscemi, in Sicilia, evacuata per precauzione (Ansa)
Il cdm ha dichiarato l’emergenza nazionale per Sicilia, Calabria e Sardegna.
Un primo passo per sostenere Calabria, Sardegna e Sicilia, le Regioni colpite nei giorni scorsi dal passaggio del ciclone Harry. Il Consiglio dei ministri, ieri, ha deliberato lo stato di emergenza nazionale per le tre regioni e stanziato i primi 100 milioni di euro per far fronte alle prime emergenze. I governatori Roberto Occhiuto, Alessandra Todde e Renato Schifani, sono stati nominati commissari delegati per l’emergenza maltempo.
«Cento milioni per le tre regioni», ha commentato al termine del Cdm il ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, «che servono per fare fronte alle prime spese sostenute dai Comuni, come la rimozione dei detriti e il ripristino della funzionalità di alcuni servizi essenziali. Non appena dalle Regioni arriverà un quadro dettagliato dei danni, potremo procedere a un ulteriore stanziamento che servirà alla ricostruzione. Verrà adottato un provvedimento interministeriale sul tema della ricostruzione, interverranno più ministeri, Infrastrutture, Agricoltura, Interno, Lavoro, Imprese, Coesione, Politiche del mare e Turismo». Si lavora anche sulla prevenzione: «Nei prossimi giorni», ha aggiunto infatti Musumeci, «incontrerò Anas e Ferrovie per rivedere la collocazione del sedime ferroviario e stradale poichè le mareggiate torneranno. Non possiamo immaginare che un sedime ferroviario possa essere collocato a cinque metri dal mare. Al tempo stesso ci confronteremo nei prossimi giorni con l’Ania, l’associazione delle compagnie di assicurazione, per capire come possiamo trovare un punto di equilibrio per integrare le tipologie di danni che erano e sono previsti nella legge pubblicata col bilancio 2024. Ci sono state alcune polemiche con gli imprenditori, stiamo cercando di riportare un clima di serenità e faccio affidamento sul buon senso delle compagnie di assicurazione», ha sottolineato ancora il ministro, «perché se vogliamo aprire questo grande capitolo su una nuova cultura del rischio, serve che una mano debba aiutare l’altra».
Presenti a Palazzo Chigi anche i tre presidenti delle Regioni colpite dalla violentissima ondata di maltempo dei giorni scorsi: «Sono stati stanziati 100 milioni per le tre regioni per le prime spese», ha detto il presidente della Sicilia, Renato Schifani, «quindi, alla Sicilia toccheranno circa 33 milioni che si aggiungeranno ai 72 milioni che la Regione ha già stanziato con fondi propri. Da questo momento la Regione avrà 100 milioni di risorse per spese correnti e investimenti. È solo l’inizio, poi interverrà l’ordinanza per le deroghe e anche altri decreti che stanzieranno somme attraverso fondi di altri ministeri. Ringrazio il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, per l’attenzione e la rapidità dimostrate. Alla nostra gente voglio dire che non è sola: tutte le strutture regionali sono al lavoro con il massimo impegno per intervenire subito e non lasciare indietro nessuno». «Abbiamo una primissima stima dei danni», ha spiegato la presidente della Sardegna, Alessandra Todde, «che è intorno ai 200 milioni, una stima è che hanno dato i sindaci e non contiene le stime infrastrutturali, le stime sulle strade e sui porti, che sono quelle chiaramente più importanti. Abbiamo le dighe sotto controllo e anche il lavoro che dovrà essere fatto su dighe, foci e canali sarà assolutamente importante per riuscire a superare questo momento, sarà un lavoro lungo». «Abbiamo fatto una stima di massima di 300 milioni di euro», ha sottolineato il presidente della Calabria, Roberto Occhiuto, «i Comuni stanno valutando l’entità dei danni. A noi interessa che ci siano le risorse per ricostruire quello che il mare ha portato via. Ci interessa anche che ci siano le risorse per fare opere di mitigazione del rischio. Perché ci sono alcune zone dove prima c’erano 100 metri di spiaggia, oggi la spiaggia non c’è più. Quindi una mareggiata anche di entità minore rispetto a quella dei giorni passati potrebbe fare gli stessi danni». Intanto la scorsa notte la frana a Niscemi, grosso centro della provincia di Caltanissetta, «si è mossa ancora e si è estesa in direzione Gela. L’abbassamento», ha detto all’Adnkronos il capo della Protezione civile in Sicilia Salvo Cocina, «è aumentato da 7 a 10 ml». Oggi è atteso l’arrivo del professor Nicola Casagli, docente di Geologia applicata presso l’Università di Firenze e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale. Più di 500 abitanti di Niscemi hanno trascorso la notte scorsa al Palasport Pio La Torre.
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Oriana Fallaci (Ansa). Nel riquadro, la copertina del libro «Da grande farò la giornalista»
Un libro raccoglie i primi articoli giornalistici della scrittrice. Come quello nel quale presentava un concorso di bellezza internazionale svoltosi nel 1950. E in cui ogni Paese aveva una sua idea della reginetta perfetta.
Erano circa le tre del pomeriggio quando, l’altra sera, un pullman rosso carico di valige e di bauli si fermò sul lungomare di Rimini, davanti all’Hotel Excelsior. Lì dentro, nella hall, numerose persone fra cui fotografi e giornalisti, appostati da oltre tre ore, attendevano impazienti. Qualcuno, dopo una sfilza di borbottii nervosi, aveva finito per appisolarsi. Un grido «Eccole!» lo risvegliò.
Il gruppo si agitò, si sciolse, e corse incontro alle belle arrivate che, proprio in quel momento, scendevano dai pullman ravviandosi i capelli. Apriva la fila una magnifica ragazza dai capelli rossi, vestita di un completo da viaggio bluette con accessori grigi che procedeva caracollando superba sui tacchi e sogguardando il mondo con molta pietà. Era miss Austria, al secolo Hanni Schall. Dietro di lei veniva una graziosa brunetta dai vivacissimi occhi, vestita di un pied-de-poul sportivo: miss Norvegia. E poi ancora una fanciulla alta, dai tratti perfetti ed il sorriso timidissimo: miss Finlandia, e miss Olanda, una biondina alta e asciutta; seguite tutte da una corte di accompagnatori e di accompagnatrici. Nella hall dell’albergo successe il subbuglio. Non erano, quelle, ospiti da nulla: erano le prime cinque candidate al titolo di Miss Europa 1951.
Il concorso per l’elezione di Miss Europa che quest’anno è alla sua terza edizione (nel 1948 si svolse a Parigi e vinse una francese, nel 1949 a Palermo e vinse nuovamente una francese) si svolge appunto in questi giorni a Rimini e porterà alla proclamazione della bella delle belle sabato prossimo, a conclusione di una serata di gala. Miss Europa 1950, che fino alla sera del 9 ha diritto a questo titolo, è giunta sola, da gran regina, a ventiquattro ore di distanza dalle altre. Juliette è naturalmente una splendida ragazza. Sorride spesso, anche quando non ne ha voglia, perché sa di avere denti perfetti e tiene sempre in testa, chissà perché, un fazzoletto verde che quasi le copre i capelli e che la rende riconoscibilissima. Chi la vide l’anno scorso a Palermo sostiene che non è più la stessa e che, nella preoccupazione di restar bella, è un po’ troppo dimagrita. Juliette è la figlia di un ferroviere, da qualche mese non fa più la mannequin. Quando il corteo delle misses si muove, diretto a qualche ricevimento ufficiale, lei non sale sul pullman ma va avanti, facendo da battistrada, su una lunga Chevrolet azzurra, targata Parigi.
L’arrivo delle competitrici per il concorso europeo è coinciso proprio con la partenza delle candidate al titolo Stella d’Italia, che dopo l’elezione di Giovanna Pala lasciavano sconfitte l’Adriatico. Col naso ancora lucido per le lacrime versate in seguito alla delusione subita, loro; minaccianti oscure rappresaglie, le mamme: che, profondamente offese dall’affronto fatto alle loro bambine, se la rifacevano con le misses straniere spargendo la voce che non erano poi «proprio nulla di speciale».
In realtà - mamme deluse a parte - la gente non si trova molto d’accordo sulla bellezza di queste ragazze. Il fatto è che il criterio di scelta adottato nei rispettivi Paesi per la loro elezione è diverso da quello adottato fin’oggi in Italia. Spesso si è voluto cercare non tanto una bellissima ragazza dalle misure perfette (come succede, più ancora che da noi, in America) quanto il tipo che rappresenta il Paese. E, a volte, neppure il tipo: ma una graziosa ragazza, bella sì ma anche educata, gentile, colta e di mondo, che possa rappresentare degnamente le sue connazionali. Miss Auda Grames, ovvero miss Norvegia, rientra in questa categoria. Miss Grames è una deliziosa diciottenne alta un metro e sessantasei, pesa 48 chili, ha i capelli bruni e gli occhi scuri. Non è, proprio per nulla, un tipo nordico; il suo musetto la fa credere piuttosto una americana. Il fatto è che - dice Egil Ekk** (illeggibile, ndr), giornalista che l’accompagna in qualità di delegato - non abbiamo voluto eleggere una «pin up girl» ma una «lady». Una giovane donna insomma che pur non essendo nella vita normale molto diversa dalle altre, sappia stare nel mondo. E la piccola Auda che di professione fa la stenografa, in una compagnia di assicurazioni di Oslo, ci sa stare. È tranquilla, riservata, sorride a tutti con grazia e, con più grazia che mai, spiega di non essere ancora fidanzata.
Pochissime sono le misses fidanzate o che, almeno, confessano di esserlo. Una di queste è miss Olanda, al secolo Hilda Lesman anni 21, capelli biondi e cortissimi, occhi azzurro chiari, di professione commessa in un magazzino di mode. È la meno bella, forse, ma in compenso la più simpatica. Sprizza allegria da tutti i pori e ogni cinque minuti regala risate irrefrenabili. Essere miss non le ha dato davvero alla testa. Non sa ancora capire, dice, perché diavolo l’abbiano eletta. A lei preme solo di tornare ad Amsterdam, di sposare il suo fidanzato che è marconista nell’aviazione.
Miss Svezia, al secolo Ebba Adrian, rappresenta invece il tipo classico del suo Paese. La delegata che l’accompagna, una giornalista alta e biondissima che è stata creduta per molto tempo - chissà perché - miss Finlandia, dice che è la classica svedese: semplice, graziosa e per nulla «sofisticata».
Ebba ha 19 anni, è alta un metro e sessantasette, pesa appena 47 chili, porta i capelli biondo cenere tagliati corti, alla Giovanna d’Arco, ed ha lo stesso naso di Ingrid Bergman. Juliette Figueras, quando i giornalisti le chiedono un pronostico, sulla vincitrice, si dichiara incerta fra la giovane Ebba, l’italiana Giovanna Pala ed Hanni Schall, miss Austria.
Miss Austria, questa ragazza dai capelli rosso tizianesco, è molto sicura di sé. Sa di essere bella e lo dà a vedere. S’è creata anche una suggestiva genealogia e, nella sua presentazione scritta che agli invitati dei giornali viene presentata con molta sollecitudine, è scritto che essa è discendente del celebre poeta Adalbert Stiffer, e che lei stessa scrive poesie tutt’altro che disprezzabili. La signorina Schall è alta quasi un metro e settanta, pesa 54 chili ed ha un corpo perfetto: fa la mannequin di professione. Qui a Rimini, così tanto per fare, si è portata dietro una ventina almeno di modelli, che valgono circa dieci milioni di lire. È elegantissima, e non indossa mai due volte lo stesso vestito. In questo assomiglia a m.lle Hilkka Ruuska, miss Finlandia. Miss Finlandia infatti ha con sé un numero indefinito di cappelli: di feltro e di paglia, da mattina, da pomeriggio e da sera, enormi, con piume di struzzo e velette, e piccolissimi, a calotta. Hilkka non esce mai senza cappello né porta mai lo stesso cappello più di una volta. Hilkka ha i capelli bruni, gli occhi azzurri, è alta metri uno e settanta e pesa 59 chili. L’appetito e i cappelli sono l’unica sua debolezza. A tavola non disdegna le lasagne e le patatine fritte sicché la sua delegata, all’ora di pranzo, le siede accanto con aria molto preoccupata per sorvegliarla. La signorina Ruuska parla molto volentieri del suo avvenire; spiegando di essere incerta per la scelta della sua professione, fra gli aeroplani e la medicina. Cioè non sa ancora se farà la dentista oppure la hostess nella Aviolinee Finlandesi. Sembra però che si deciderà per quest’ultima carriera.
Miss Danimarca, miss Belgio, miss Portogallo e miss Germania devono ancora arrivare. Miss Turchia, mMiss Svizzera e miss Francia sono arrivate ieri notte ma ancora, all’infuori di miss Francia, che si chiama Claude Renaud ed è bionda, snellissima, abbronzata e con gli occhi azzurri, molto parigina, dal musetto civettuolo e impertinente, nessuno le ha potute vedere. Di miss Turchia si dicono però grandi cose. Le ragazze che fanno parte della folla in attesa, lì fuori dell’Excelsior, hanno già chiesto come essa fa per mantenere la linea, quanto dorme e cosa mangia.
Di lei non sono ancora riuscite a saperlo. Ma delle altre hanno sentito dire che dormono non meno di nove ore, e sebbene a tavola accettino tutto (compreso le lasagne ed il pane) si sostengono con frutta e preferibilmente con succo d’arancio e limonate che, come tutti sanno, sono cose che non fanno ingrassare.
© Bur Rizzoli
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