www.laverita.info
Gli Huthi lanciano missili su Israele, la nostra Marina può essere coinvolta per difendere le navi. Base Usa bombardata dall’Iran.
Finora, l’entrata in guerra degli Huthi a fianco dell’Iran si è tradotta in un razzo scagliato verso Israele; una provocazione alla quale Tel Aviv e gli americani non hanno nemmeno risposto. Ma la minaccia dei ribelli yemeniti si proietta subito sull’altro Stretto strategico, dopo quello di Hormuz, chiuso dai pasdaran: Bab el-Mandeb.
Un braccio di mare lungo 50 chilometri e largo massimo 26, da cui transita quasi il 12% del commercio mondiale marittimo di petrolio. È un passaggio che, sulla direttrice che porta al canale di Suez e quindi al Mediterraneo, insiste sul Mar Rosso già presidiato dalle navi Usa e dalla missione europea Aspides. Le quali si sono rivelate insufficienti a neutralizzare le doti offensive del nemico: tra il 2024 e il 2025, gli Huthi hanno affondato quattro imbarcazioni; intanto, la coalizione occidentale ha speso oltre un miliardo di dollari in testate antimissile e antiaeree. Il giudizio di Reuters, che ne ha scritto pochi giorni fa, è stato definitivo: si parla di proteggere Hormuz, ma il «tentativo simile» nel Mar Rosso «alla fine è fallito».
La nuova escalation del conflitto in Medio Oriente ci espone, in quanto italiani ed europei, anche sul piano militare. Inutile nascondersi: quando l’Ue e il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, hanno risposto all’appello di Donald Trump per il Golfo proponendo di rafforzare Aspides, lo hanno fatto anche per trarsi d’impaccio dalla polveriera di Hormuz. Ma ora la stessa tensione potrebbe riproporsi a Bab el-Mandeb. E noi ci siamo dentro fino al collo.
«Gli Huthi non hanno la capacità per bloccare lo Stretto come hanno fatto gli iraniani», spiega alla Verità il direttore di Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani. Tuttavia, segnala il generale Marco Bartolini, «un’operazione che si svolge in mare chiuso, lungo costa, dove ci si trova costantemente sotto tiro, presenta difficoltà molto maggiori rispetto a una in mare aperto». I ribelli hanno a disposizione sciami di droni e missili da crociera in abbondanza. La nostra incognita riguarda proprio gli approvvigionamenti. Per rispondere agli attacchi dovremmo utilizzare, continua Gaiani, «cannoni con munizionamento antidrone e missili da difesa aerea». Pietro Batacchi, direttore di Rivista Italiana Difesa, sottolinea che, contro i velivoli senza pilota, abbiamo già usato, «con grande soddisfazione, il cannone da 76 millimetri, reso ancor più efficace dal munizionamento guidato. Tant’è che Leonardo ne ha prodotto anche una versione terrestre», oltre a quella per le navi. Tuttavia, avverte Gaiani, «noi abbiamo un problema di quantità. Già l’anno scorso, gli americani hanno provato a colpire depositi e infrastrutture degli Huthi, a differenza degli europei, che si limitavano ad abbattere le minacce sul mare. Ma persino gli statunitensi hanno finito i missili antiaerei sulle navi e, nonostante i raid, non hanno distrutto i depositi sotterranei degli Huthi. Per riuscire nell’intento, bisognerebbe avere molte navi, con molti missili e con molti proiettili; cosa che nessuno, oggi, ha».
Prima che si aprissero le ostilità con Teheran, gli Usa erano riusciti a raggiungere un accordo con i ribelli: voi non provate a colpire i natanti, noi smettiamo di colpire voi. Il punto è che, alla luce delle permanenti insidie, alle quali le compagnie assicurative hanno peraltro risposto prontamente, sospendendo in vari casi le polizze, molti mercantili hanno già smesso di avventurarsi nel Mar Rosso, preferendo circumnavigare l’Africa. Aggirare il pericolo, però, comporta un aggravio di costi indipendente dall’effettivo blocco manu militari di Bab el-Mandem. La minaccia di chiudere lo Stretto è essa stessa la chiusura dello Stretto.
Il nostro Paese, protagonista di alcuni interventi a protezione delle imbarcazioni civili, ha contribuito ad Aspides con i pezzi d’élite della Marina, tra cui i cacciatorpediniere lanciamissili Caio Duilio e Andrea Doria e le fregate Virginio Fasan e Federico Martinengo. Roma svolge un ruolo da protagonista: la guida della missione, il 2 luglio 2025, era stata trasferita dal contrammiraglio greco Michail Pantouvakis al contrammiraglio italiano Andrea Quondamatteo; il comando tattico, invece, è in capo a un gruppo composto da otto Paesi membri e, lo scorso 14 marzo, a bordo della frega italiana Luigi Rizzo, che fungerà da quartier generale, è stato affidato al contrammiraglio friulano Milos Argenton. Il 23 febbraio, cinque giorni prima che Trump iniziasse a bersagliare l’Iran, l’Ue aveva prorogato Aspides fino al 28 febbraio 2027, stanziando altri 15 milioni. Poi, è arrivata la promessa di potenziarla con più navi e migliori capacità d’intercettazione dei vettori nemici. Sarebbe più difficile adattarne il mandato giuridico: Bruxelles si vanta di aver varato un’operazione puramente difensiva, che in quanto tale, però, non può rendere gli Huthi inoffensivi. Adesso, oltre ad aver subìto una guerra che non voleva, l’Europa potrebbe essere anche costretta a combatterla.
Continua a leggereRiduci
Ilaria Salis con Angelo Bonelli (Ansa)
Ilaria Salis straparla di «regime» soltanto perché è scattato un automatismo da trattato internazionale. Dopo la fuga dall’Ungheria, vuole altra immunità speciale.
C’erano una volta i rivoluzionari che sfidavano i regimi a viso aperto, pronti a pagarne le conseguenze. Oggi, nell’era del progressismo da salotto e dei seggi blindati a Strasburgo, ci dobbiamo accontentare di Ilaria Salis. L’ultima performance della nostra eurodeputata preferita è un capolavoro di vittimismo: un banale controllo di polizia in un hotel di Roma trasformato, nel giro di un post sui social, nell’avvento del Terzo Reich nella Capitale.
I fatti, per chi ha ancora la pazienza di frequentarli, dicono questo: le forze dell’ordine si presentano all’alba per un controllo preventivo, atto dovuto dopo una segnalazione internazionale. La polizia tedesca aveva emanato qualche settimana fa un alert nei confronti della Salis - il motivo non è noto - che è scattato in automatico nel momento in cui la signora ha presentato i documenti nell’albergo romano in cui ha soggiornato per partecipare alla manifestazione «No Kings» indetta dalle sinistre contro le guerre. In base ai trattati internazionali, l’Italia non poteva che aderire alla richiesta, insomma routine amministrativa, roba che capita a chiunque abbia un curriculum giudiziario «movimentato» all’estero. Ma per la Salis no. Per lei è «Stato di polizia», è il «regime della Meloni» che le bussa alla porta per intimidirla. Insomma, la solita cagnara.
Siamo alle solite: la sinistra ha bisogno di martiri come l’ossigeno e, se non ci sono, se li inventa. Non le è bastato farsi eleggere per sfuggire alle carceri ungheresi - operazione simpatia riuscita grazie alla complicità di chi scambia l’antifascismo militante con il diritto a spaccare teste -, ora pretende anche un’immunità speciale: quella dal buon senso. Secondo la narrazione di Avs, un’europarlamentare dovrebbe essere intoccabile, una sorta di divinità laica sopra ogni controllo, specialmente se quel controllo ricorda al mondo che il suo passato non è esattamente quello di una damigella di San Vincenzo.
La verità è che la Salis soffre di una forma acuta di narcisismo politico che, per altro, ha trasformato una banale richiesta di documenti in una «perquisizione» mai avvenuta (gli agenti sono rimasti sulla porta della camera). Ogni divisa è un nemico, ogni regola è un sopruso, ogni procedura è un attentato alla democrazia. Grida al regime mentre siede comodamente su uno scranno pagato dai contribuenti europei, gli stessi a cui chiede di ignorare le accuse pendenti a Budapest.
La questura ha chiarito subito: «atto dovuto». Ma per la «maestrina» e per i suoi sponsor, la chiarezza è un optional fastidioso. Meglio urlare alla dittatura, meglio alimentare il fuoco di una piazza che non aspetta altro che un pretesto per incendiare il clima. Cara Salis, rassegnati: farsi controllare i documenti non è una persecuzione politica, è la legge. Quella cosa che per voi vale solo quando colpisce gli avversari, ma che diventa «fascismo» quando osa bussare alla vostra porta.
Continua a leggereRiduci
content.jwplatform.com
La pasionaria antifascista ha ottenuto un seggio all’Europarlamento in nome dello stato di diritto. Ma del diritto che vieta di entrare abusivamente in casa d’altri se ne infischia. La sua ultima battaglia? A sostegno del rottame comunista cubano.
Cognome e nome: Salis Ilaria.
Protagonista di una storia che dà ragione a Sant’Agostino: ex malo, bonum.
L’essere esibita - in un’aula di tribunale a Budapest, dicembre 2023 - in ceppi e catene è stata infatti la sua fortuna.
Al netto dei 16 mesi di carcere in condizioni vergognose e degradanti, accusata di aggressione (ma lei ha sempre negato l’addebito), delitto per cui la pena in Ungheria può arrivare a 24 anni. Salis si è così ritrovata candidata all’Europarlamento del giugno 2024.
Eletta, è stata «salvata» due volte (con un solo voto di scarto), dalla commissione e dall’assemblea, che ha respinto la richiesta magiara di revocarle l’immunità (sulla ricostruzione del controllo di polizia - non una perquisizione - effettuato sull’europarlamentare prima della manifestazione di ieri a Roma, si rimanda alla cronaca in altra parte del giornale).
La maestrina dalla penna rossa. «Mi piacerebbe un giorno tornare a insegnare», ha annunciato garrula a Che tempo che fa sul Nove, il 10 febbraio 2025, chez Fabio Fazio. Che continuava a ripetere un mantra dalla valenza evidentemente assolutoria: «È una militante antifascista», una pasionaria alla Dolores Ibárruri, insomma.
Salis, «un passato da attivista, fatto di manifestazioni, occupazioni, opposizioni agli sgomberi. Decine le denunce o le identificazioni da parte delle forze dell’ordine per fatti di questo genere, che però non corrispondono ad altrettante condanne, tanto meno a sentenze definitive», così il 2 febbraio 2024 sul Corriere della Sera Federico Berni. «Ad oggi, considerando i conteggi della pena per i reati in continuazione fra loro, l’ex esponente dell’area “antagonista” milanese (scena dalla quale “ha preso le distanze negli ultimi anni”, come ripetuto dal padre Roberto Salis a più riprese) ha cumulato una pena finale a un anno e nove mesi».
Con questo curriculum, Fabrizio Roncone, sul Corriere del 21 settembre 2024, ha chiesto ad Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, il Gatto e il Gatto di Alleanza Verdi Sinistra, il duo che l’ha portata a Bruxelles, noti perché tutto ciò che toccano diventa (Soumah)oro: «Scopro che la Salis, alla festa nazionale di Avs, partecipa a una tavola rotonda sullo stato della scuola italiana. Capito? L’insegnante anarcoide adesso ci spiega come dovremmo cambiare l’istruzione di questo Paese, già di per sé disastrata. Ma a che titolo la Salis può intervenire sul futuro dei nostri figli?».
Salis. La nemica numero uno delle agenzie immobiliari. A cosa serve infatti cercare quattro mura in affitto o da comprare? La casa è un diritto! Nel meraviglioso mondo di Ilarì non esistono case sfitte ma solo appartamenti non ancora occupati.
«In quale momento si parla di solidarietà coi proprietari delle case occupate che non possono entrare nella propria casa in quanto occupata?», gliel’ha suonate su X non Beatrice Venezi, ma Rocco Tanica di Elst, Elio e le Storie Tese, il 9 settembre 2024, a proposito di un evento cui lei avrebbe presenziato insieme a Zerocalcare.
Da Fazio, Salis ha specificato: «Io parlo delle case di edilizia pubblica non assegnate, e siccome per esempio in Lombardia il sistema fa acqua e non funziona...», ecco che bypassare le norme di diritto diventa un imperativo morale, e tanti saluti ai bandi comunali e all’assegnazione tramite graduatorie.
Notare il cortocircuito logico, please.
Il suo ritorno in libertà, dopo 16 mesi di degradante detenzione in un carcere ungherese, è stato infatti salutato - e giustamente - come il trionfo dello stato di diritto e del rispetto del cittadino imputato, come siamo abituati a concepirli in Italia e nell’Occidente tutto.
Se però il diritto non è quello che piace a noi, beh: allora l’inosservanza delle regole non è peccato, né reato.
«Vogliono la rivoluzione ma preferiscono fare le barricate con i mobili degli altri», avrebbe commentato a questo punto Ennio Flaiano.
«Senza la lotta per il diritto (bella e famosa espressione del giurista Rudolf von Jhering), senza l’indignazione per i ceppi alle caviglie, senza la mobilitazione a difesa delle garanzie di un imputato a processo, Salis non sarebbe dov’è ora: a Bruxelles» ha osservato il filosofo Massimo Adinolfi sull’HuffingtonPost il 5 dicembre 2024.
Aggiungendo: «Se è un individuo a lottare per il riconoscimento dei propri diritti, e se esistono e sono costituzionalizzate le forme debite che regolano le azioni in giudizio, allora è quella la strada da seguire. Se quel percorso non ci fosse, la lotta dovrebbe prendere altre vie. Ma c’è: i vandalismi quindi non sono giustificabili. Non sono nemmeno scusabili».
Adinolfi fa riferimento alla reazione di Salis davanti ai fatti del quartiere Corvetto di Milano, con un post su X il 1° dicembre 2024, dopo la morte di Ramy Elgalm, il diciannovenne morto a bordo di uno scooter tallonato da una pattuglia (lo scorso 3 dicembre i pm di Milano hanno contestato l’accusa di omicidio stradale per l’amico di Ramy alla guida del due ruote e per il carabiniere al volante dell’auto).
Salis si era esibita in una dettagliata supercazzola giustificativa: «Se gli amici di Ramy e gli abitanti del quartiere non avessero protestato, nessuno avrebbe preso in considerazione la loro sacrosanta richiesta di verità e giustizia», che per lei sono il fine che giustifica i mezzi.
«Eventuali responsabilità sarebbero state facilmente insabbiate», granitica certezza che si fonda su un altro teorema: «Il che accade soprattutto quando tragedie come queste colpiscono persone proletarie e/o razzializzate: i cui diritti sono regolarmente calpestati, le cui vite contano meno di altre».
Infine, il capolavoro: «Quando queste persone provano a far sentire la propria voce, non stupisce che le reazioni siano tanto scomposte e cattive».
Adinolfi: «Il padre e i familiari di Ramy hanno preso le distanze dai disordini: “Io non c’entro niente e non voglio che quello che è successo l’altra notte in strada venga accostato a noi. Noi con la violenza non c’entriamo”. Ilaria Salis no. Lei ha espresso comprensione. Se però c’è qualcosa da comprendere, è innanzitutto questo, che in uno Stato democratico civile i modi per lottare per i propri diritti ci sono: sono stati, fra l’altro, quelli che si sono impiegati nel suo stesso caso».
Bravo, lo ha applaudito sul Foglio Maurizio Crippa: «Ben argomentato. Ma Salis, unico curriculum politico: l’attività di squatter, non demorde. Ieri ha preso la parola social per difendere nove militanti di centri sociali del Giambellino (assolti dall’accusa di associazione a delinquere) che avevano occupato case popolari vuote, togliendo la possibilità, di fatto, di assegnarle agli aventi diritto, ma che volete che sia».
Ha pure provato a cavalcare anche una tragedia accaduta a Treviso, un uomo di 53 anni deceduto in un box dopo essere stato sfrattato: «Nel 2024 non è possibile morire di freddo, non è possibile non avere un tetto sulla testa. La casa è un diritto universale».
Giusto. Peccato solo per un dettaglio (non marginale): la casa da cui era stato messo alla porta era di proprietà di un «collega» di Salis.
Matteo Marcon sul Corriere del Veneto, 7 dicembre 2024: «Treviso, morto di stenti nel garage dell’attivista anti-sfratti» (un caso di «doppia morale»? Ma quando mai, almeno a sentire il proprietario: «Non ho liberato il mio appartamento. Ho cercato di gestire con buon senso una situazione problematica», ah, beh...).
Sbarcata a Bruxelles, Salis ha rilanciato il suo verbo giustificazionista: «Il movimento di lotta per la casa ha sempre agito con la forza della legittimità data dal semplice principio che tutte e tutti dobbiamo avere un tetto sulla testa», continua ad argomentare l’eurodeputata. «Come ci insegna la Storia, non sempre le azioni legittime sono necessariamente anche legali in quel dato momento - ma in una società sana possono diventarlo successivamente. Spesso, infatti, sono proprio azioni oltre la legge a spingere la legge stessa a mutare».
Principio cui si è attenuta perfino quando il 14 ottobre scorso sono saltati in aria tre carabinieri a Castel d’Azzano. Per colpa di tre fratelli bombaroli? No. Del capitalismo «che ha trasformato la casa da bene essenziale a bene speculativo», con la corresponsabilità della politica che non affronta «le cause profonde del disagio».
Le parole di cordoglio per le vittime sono arrivate, con un altro Salis-scendi, il 16 ottobre, causa indignazione suscitata da quelle che sono apparse a molti come farneticazioni: «E sì, la morte di tre persone mi addolora, ed esprimo la mia vicinanza umana alle famiglie delle vittime. Non sarebbe dovuto accadere».
Meglio tardi che mai.
«Presi dal referendum, si è un po’ trascurato il suggestivo sbarco a Cuba di Ilaria Salis», l’ha sfottuta da par suo Mattia Feltri sulla Stampa giovedì scorso.
Certo, «oltre a scagliarsi contro l’embargo americano, avrebbe potuto biasimare quella carcassa di totalitarismo comunista ancora imbullonato all’Avana, una dittatura scalcagnata ma ben più antica e compiuta di quella ungherese. Le parole però le sono rimaste in gola».
Comunque: sempre «viva viva viva la democrazia», che l’ha salvata «dall’illiberale Ungheria di Viktor Orbán, permettendole di giocare alla piccola Che Guevara fuori tempo massimo».
Salis ha scritto un libro, Vipera.
Ma sarebbe forse risultato più calzante Mi casa, su casa.
Continua a leggereRiduci





