Michele Fumarola
Il creatore dei pantaloni Berwich: «Manteniamo il controllo su tutte le fasi di produzione. Vogliamo conquistare l’America».
Berwich è un marchio che racconta una storia di famiglia, territorio e savoir-faire italiano. Nato nel 2008 in Valle d’Itria, cuore pulsante della manifattura tessile pugliese, il brand affonda le sue radici nell’esperienza quasi cinquantennale di I.co.man 2000 srl, azienda fondata nel 1977 da Michele Fumarola e Anna Mansueto. Da una piccola bottega di confezione a un ciclo produttivo completamente integrato, Berwich è oggi un punto di riferimento nel panorama dei pantaloni made in Italy, capace di coniugare tradizione sartoriale, ricerca stilistica e manifattura responsabile. E la prima domanda a Michele Fumarola si concentra proprio su questo straordinario patrimonio di know-how e a come si riflette oggi nel prodotto finale.
«ll settore manifatturiero è oggi sempre più raro. La scelta di non delocalizzare negli ultimi trent’anni si è rivelata vincente, ci ha permesso di essere un esempio quasi unico nel panorama contemporaneo. La nostra struttura verticalizzata ci consente di mantenere un controllo diretto su tutte le fasi produttive, garantendo qualità, flessibilità e rapidità di risposta alle esigenze del cliente».
La Valle d’Itria è un territorio fortemente legato alla tradizione sartoriale. Quanto conta il legame con
questo distretto nella definizione dell’identità di Berwich?
«La Valle d’Itria è una parte molto importante della nostra identità. È il contesto in cui nascono le nostre idee e da cui traiamo ispirazione, grazie all’equilibrio tra tradizione sartoriale, cultura del territorio e sensibilità contemporanea».
Dalla piccola bottega di confezione del 1977 a un ciclo produttivo completamente integrato: quali sono stati i passaggi chiave che hanno segnato la crescita dell’azienda?
«Il primo passaggio chiave è legato alla visione industriale. Fin da subito ho creduto e investito nello sviluppo tecnico e nella sperimentazione di nuovi metodi di confezionamento. Nel 1990 questa visione si concretizza con una trasformazione decisiva: l’azienda viene ampliata, automatizzata e strutturata in un ciclo produttivo integrato che comprende taglio, confezionamento e stiro».
Ricerca e sviluppo, manifattura consapevole e qualità sono valori centrali del brand. Come vengono tradotti concretamente nei processi produttivi quotidiani?
«Una parola che ricorre spesso in azienda è “prototipia”. La logica del prototipo è parte della nostra identità: testare, perfezionare e migliorare costantemente il prodotto. Questo approccio si traduce in un sistema produttivo responsabile, che va dall’organizzazione degli spazi all’utilizzo di energia rinnovabile, fino alle pratiche di risparmio energetico e recupero dei ritagli di tessuto».
Quali sono le principali differenze di approccio creativo e progettuale tra le varie vostre linee?
«In realtà l’approccio creativo è il medesimo per le diverse linee. A cambiare è soprattutto la visione stilistica, che si declina in esigenze modellistiche e nella scelta dei materiali. Tutte le collezioni Berwich nascono da un processo condiviso che parte dalla visione creativa, passa attraverso la prototipia e si concretizza nella fase decisionale e di lancio».
La produzione è interamente Made in Italy: dove avviene nello specifico e quali fasi vengono gestite internamente per garantire gli alti standard qualitativi del marchio?
«La produzione è interamente realizzata nello stabilimento aziendale di Martina Franca, città d’origine della nostra famiglia. All’interno della struttura gestiamo tutte le fasi: dall’ufficio prodotto e modellistica alla sala taglio, fino al confezionamento e al magazzino. Questo modello ci consente, partendo dalla selezione dei tessuti, di realizzare internamente il capo finito e di gestirne direttamente la distribuzione, garantendo standard qualitativi elevati e pieno controllo del processo».
Quali sono attualmente i mercati di maggiore espansione per Berwich e come si adatta il brand alle esigenze di contesti internazionali diversi?
«I mercati più performanti sono Benelux, Russia e Giappone, l’America è in forte crescita. Grazie all’ufficio modelli interno, possiamo adattare le vestibilità alle esigenze dei diversi mercati internazionali».
Il passaggio generazionale ha portato una nuova leadership e nuove competenze. In che modo questo equilibrio tra tradizione familiare e visione contemporanea ha rafforzato il brand?
«Il passaggio generazionale ha portato a una distribuzione delle principali funzioni aziendali tra i membri della famiglia. Amministrazione, produzione, prodotto, stile e commerciale lavorano in modo complementare, rafforzando il dialogo tra tradizione e visione contemporanea».
Guardando al futuro, quali sono gli obiettivi strategici del marchio e come immaginate l’evoluzione di Berwich nei prossimi anni?
«Oggi ci concentriamo su tre direttrici principali: elevare ulteriormente la qualità del prodotto e della collezione come, ad esempio, In-da-co e Platinum, presentate in occasione dell’ultima edizione di Pitti Immagine uomo, dove resta importante il tema della sartorialità. E poi espandere la presenza in mercati ad alto potenziale come l’America e sviluppare spazi espositivi più ampi per valorizzare al meglio il brand».
Continua a leggereRiduci
La cucina italiana è patrimonio Unesco non solo per le sue preparazioni stellate o «familiari» ma anche perché investe ogni ambito della nostra vita. Compreso quello diplomatico, dal Risorgimento fino al Piave.
Uno dei grandi meriti di Pellegrino Artusi, motivo per cui il suo testo è diventato patrimonio familiare trasmesso da generazione a generazione, è stato quello di comporre una «ricetta» ideale in cui non solo ha saputo codificare per primo la cucina del neonato Regno d’Italia, ma anche proporla in maniera efficace e divulgativa adatta a soddisfare le curiosità della buona borghesia cittadina ma pure utile aiuto per quelle famiglie che, pur nella normalità quotidiana, cercavano di dare quel tocco in più a piatti che non fossero solo pura necessità di alimentazione e sussistenza.
Come ha sottolineato Massimo Montanari, Artusi è stato una sorta di cinghia di trasmissione tra casa e trattoria. Il suo testo, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, è «una sorta di gioco degli specchi» utile a quei locali che volevano ottimizzare al meglio piatti frutto della tradizione locale, ma al contempo permettere alle normali famiglie di realizzare anche loro in casa quei piatti che, altrimenti, sembravano irraggiungibili per pranzare tutti assieme fuori casa. Tale la fama che, nel 1905, il romagnolo Alfredo Panzini nel suo Dizionario moderno, il cui obiettivo era quello di proporre «parole che non si trovano negli altri dizionari», in particolare neologismi penetrati nella lingua italiana, alla voce «Artusi» scrisse: «Per antonomasia il libro di cucina. Che gloria! Il libro che diventa nome! A quanti letterati tocco tale sorte». Questa «circolarità» tra cucina casalinga e ristorazione è stata per lungo tempo una delle caratteristiche della cucina italiana tanto che anche tristellati illustri quali Gualtiero Marchesi, Massimo Bottura o Massimiliano Alajmo «hanno sempre amato sottolineare lo stretto legame della loro cucina con gli insegnamenti trasmessi loro in famiglia» e il conseguente piacere di essere loro stessi testimoni di quanto proposto poi dalle loro cucine. Gli esempi citati nel tempo sono i più diversi e, per certi versi, inattesi.
Lorenzo Bicchierai, detto «Pennino», era un oste di Ponte a Sieve, due colline oltre Firenze. Siamo a metà Ottocento. Si divertiva molto a registrare sul suo diario volti e vicende che si alternavano di giorno in giorno ai suoi tavoli. L’unità nazionale oramai è alle porte e, quindi, immaginarsi le discussioni che si sviluppavano, magari dopo un bel boccale di chianti, tra una ribollita e una bella grigliata di chianina. «Io che sono oste ho pensato all’Italia così divisa, ma che tutti vogliono insieme e me la figuro come un bel pentolone di bollito», ben fornito di «zampa, lingua, carni varie e vari odori». Perché «se l’Italia è un bollito, la bandiera sarà la salsa di condimento, cioè salse tricolori». Immancabile il ricettario a seguire per comporre a dovere una salsa verde, una rossa e una bianca, chissà mai se a base di rafano. Commenta Montanari: «Pennino immagina l’Italia come un pentolone di bollito, dentro cui sguazzano pezzi di carne tutti diversi, ciascuno dotato di una sua propria identità, ma che vanno a costituire, tutti insieme, una vivanda unica».
Non bastasse la narrazione rural patriotica, si aggiunge pure quella diplomatica, stavolta firmata Camillo Benso Cavour. Luglio 1860. I Mille di Garibaldi attendono, dalla Sicilia, di sbarcare nel continente. Il primo ministro dei Savoia ritiene che si debba attendere l’occasione adatta e, giusto perché la sua missiva non cada in mano borbonica, scrive così all’ambasciatore piemontese a Parigi: «Le arance», quindi riferito alla Sicilia, «sono già sulla nostra tavola e stiamo per mangiarle. Per i maccheroni», ogni riferimento al Regno di Napoli è conseguente, «bisogna aspettare perché non sono ancora cotti». Intanto la pentola, cioè le armate garibaldine e sabaude, prosegue a fuoco vivo la sua marcia tanto che, qualche settimana dopo, lo stesso Cavour scrive all’ambasciatore che «i maccheroni sono pronti», stavolta non sul piatto, ma con la bandiera tricolore a sventolare sul Golfo partenopeo. Il commento di Montanari: «Questo è Cavour, non l’oste Pennino. Si fa fatica ad immaginare il primo ministro di qualsiasi altro Paese che rappresenti un evento cruciale della storia nazionale giocando su metafore gastronomiche». Ennesima conferma che «Cavour rispecchia alla perfezione una modalità tipica della cultura italiana», pur collocata nel suo tempo, «scrive in francese, la lingua europea della diplomazia, ma pensa in italiano».
Altro esempio di cultura materiale, ovvero culinaria, applicato all’arte militare. Siamo a pochi mesi dalla disfatta di Caporetto. È in ballo la tenuta del neonato Regno d’Italia contro le truppe di Cecco Beppe. La Battaglia del solstizio alle porte, ovvero quella in cui le armate austroungariche avevano pianificato di sfondare le linee di resistenza del Piave e del Monte Grappa per conquistare la Pianura padana. L’Ufficio di propaganda della Terza armata savoiardo, dopo aver respinto e sconfitto definitivamente il nemico, premia le truppe con una bella paginata sul giornalino satirico La Tradotta. Vi è una originale mappa geoculinaria che va dal Piave al Po con prodotti, ricette, specialità che «al nemico sarebbe piaciuto divorare». Dettagli che avrebbero fatto gola a chiunque: asparagi di Bassano, radicchio di Treviso, galline padovane, per finire con lo storione sulle rive del Po. La conclusione è conseguente: «Ma la cosa andò così che mangiaron per sei dì spezzatino di granata e baionette in insalata». Con la morale «Chi fa i conti senza l’oste», ovvero il valore di fanti e alpini, «mangia un fracco di batoste». Ancora una volta la cucina e i suoi prodotti protagonisti di vicende passate alla storia. Il forte legame che c’è sempre stato tra identità di una comunità e cucina con altri esempi.
Siamo ancora in piena Grande guerra. Un gruppo di soldati italiani, di varie Regioni, viene deportato in campi di concentramento in Germania, dopo la disfatta d Caporetto. Per combattere la noia e la tristezza quotidiana dei suoi compagni di esilio, il sottotenente Giuseppe Chioni, genovese, raccoglie con scrupolo notarile le ricette dei suoi commilitoni. Ne risulterà, poi, un manuale, Arte culinaria, pubblicato una volta ritornato in patria, «testimone diretto dello scambio reciproco di ricordi, rimpianti, desideri», ognuno dei narratori pronto a tramutarsi, per un momento «da guerriero a cuoco». La stessa cosa fece l’agrigentino Giosuè Fiorentino, stavolta ancora più in diretta. Invitando i suoi compagni di prigionia a descrivere direttamente con la loro grafia i ricordi che portavano del cuore dei piatti con i quali erano cresciuti in famiglia.
Forse nessuna cucina può definirsi «etnica» come quella italiana, frutto del reciproco scambio di confine dove le comunità si «impollinano a vicenda» come ad esempio con i canederli in Alto Adige con il vicino Tirolo, oppure i pizzoccheri, dalla lombarda Valtellina alla svizzera Val Poschiavo. Le contaminazioni della cucina ebraica, dai romani carciofi alla giudia, il cuscussù livornese. Oppure la castradina dalmata approdata a Venezia, quando era regina dell’Adriatico, per non parlare delle varie minoranze etniche, come quella occitana in Piemonte, con i ravioles della Val Varaita, sino a quella arbereshe (albanese) in Calabria con lo shëtridhlat, un gomitolo di pasta pazientemente tirato a mano e condito con fagioli e peperone crusco.
Ecco, allora, che il meritato riconoscimento Unesco alla nostra cucina è un’ottima occasione per scoprire e valorizzare le straordinarie (e golose) meraviglie che contribuiscono a formare un mosaico unico e inimitabile. Oltre a pizza e spaghetti al pomodoro c’è molto di più, da scoprire a passo lento e curioso lungo il Bel Paese.
Continua a leggereRiduci
iStock
L’iniziativa popolare «Il denaro contante è libertà» punta a inserire in Costituzione l’obbligo di accettare i soldi fisici, mentre il Parlamento propone un’alternativa. A Milano invece si moltiplicano i negozi cashless.
C’è un luogo d’Europa dove il futuro digitale avanza con passo felpato, quasi in punta di piedi, come si entra in una banca privata di una volta. E poi si ferma. Perché lì, prima di abolire una banconota, bisogna parlarne. Questo luogo è la Svizzera, dove sta partendo una crociata per difendere il denaro fisico dall’assalto delle carte di credito, delle app e della religione digitale.
Mentre nelle vie più eleganti di Milano spuntano come funghi i cartelli «cashless only» - vietato pagare con le banconote allo stesso modo di vietato fumare - oltreconfine accade l’esatto contrario: si organizza la resistenza costituzionale. Che è molto più svizzera.
L’8 marzo i cittadini saranno chiamati a votare sull’iniziativa popolare dal titolo, già di per sé un programma politico e filosofico, «Sì a una valuta svizzera indipendente e libera (Il denaro contante è libertà)», promossa dal Movimento svizzero per la libertà, formazione diventata nota durante la pandemia per le sue posizioni pro libertà vaccinale . Oggi è convertita alla difesa della banconota come ultimo baluardo della sovranità individuale.
L’obiettivo è semplice: scrivere nella Costituzione che la banconota deve continuare a esistere, essere disponibile in quantità sufficiente e restare accettata per beni e servizi essenziali. Non una nostalgia romantica, ma un principio giuridico. In pratica: la libertà passa anche dal resto ottenuto in contante.
E non basta. L’iniziativa chiede che un’eventuale sostituzione del franco con un’altra valuta possa avvenire solo con il consenso del popolo e dei Cantoni. Insomma se qualcuno sogna un euro alpino o una valuta digitale calata dall’alto, dovrà prima bussare a tutti i cantoni e togliersi il cappello.
La questione nasce da un dato inequivocabile. Anche in Svizzera si paga sempre più con strumenti elettronici: carte, smartphone, Qr code, e soprattutto l’app nazionale Twint, che consente di saldare dal caffè al parcheggio con la stessa rapidità con cui si chiude uno skilift. L’uso del contante è sceso dal 70% del 2017 a circa il 30% nel 2024. Numeri che, altrove, avrebbero già celebrato il funerale della banconota con tanto di necrologio fintech.
E invece no. Secondo i dati della Banca nazionale svizzera, il legame psicologico con il denaro fisico resta fortissimo: il 95% della popolazione dichiara di voler continuare ad avere accesso al contante. In circolazione ci sono mediamente circa 73 miliardi di franchi. Altro che reperto archeologico.
Certo, gli svizzeri farebbero volentieri sparire le monetine da 5 centesimi - considerate più fastidiose delle zanzare sul Lago di Lugano - ma guai a toccare i bigliettoni da 1.000 franchi. Quelli sì che rappresentano una filosofia di vita: pochi pezzi, molto valore, nessuna ostentazione. Calvinismo finanziario.
Il dato più curioso è che le autorità non sono affatto contrarie nella sostanza. Il Consiglio federale riconosce l’importanza del contante e condivide l’idea di rafforzarne la presenza. Solo che, da bravi svizzeri, non amano la formulazione dell’iniziativa: troppo enfatica, troppo categorica. Così hanno elaborato un controprogetto più sobrio, più tecnico, più neutrale, che inserisce comunque nella Costituzione le garanzie sull’approvvigionamento di numerario e sul ruolo del franco.
Del resto, né l’iniziativa né il controprogetto comportano costi aggiuntivi o nuovi compiti. È una votazione identitaria, non economica. Una dichiarazione di principio. Come dire: il contante non si tocca perché non si toccano le cose che funzionano. Dietro questa difesa non c’è solo l’abitudine, ma una visione del mondo: la stabilità come valore morale.
Il franco è percepito sempre più come un bene rifugio, al pari dell’oro e del mattone. Non una valuta soltanto, ma una forma di fiducia tangibile. Tenerlo nel portafoglio significa possedere qualcosa che non dipende da una batteria scarica, da un server in tilt o da un attacco hacker. Non è paranoia. È memoria storica.
Le banche riducono sportelli e Bancomat per ragioni di costo. I pagamenti digitali crescono. Ma proprio questa smaterializzazione rafforza il desiderio di avere «qualcosa in tasca». Un’ancora fisica in un’economia sempre più virtuale. Il paradosso raggiunge il suo apice a Lugano, dove si possono pagare perfino le tasse in criptovalute. Bitcoin benvenuto, dunque. Ma senza esagerare: il contante deve restare disponibile.
Il confronto con l’Italia è quasi teatrale. A Milano il negozio senza contanti è vissuto come simbolo di modernità applicato al registratore di cassa. In Svizzera, invece, l’assenza di contante suscita diffidenza: se non posso pagare con banconote, chi comanda davvero? Io, o l’infrastruttura? È la differenza tra una cultura che vede l’innovazione come rottura e un’altra che la considera un’aggiunta, mai una sostituzione. Non è una guerra contro la tecnologia. È una clausola di sicurezza civile.
Così, mentre il resto del mondo corre verso portafogli virtuali, identità digitali e pagamenti invisibili, la Confederazione prepara una votazione per difendere un oggetto che fruscia, si sgualcisce e ogni tanto sparisce in lavatrice.
Continua a leggereRiduci
iStock
La riforma che penalizzava gli inquilini in regola a vantaggio dei morosi e introduceva nuove spese e figure professionali era stata bocciata a dicembre. Ora viene riproposta alle associazioni di settore per un confronto. Un testo così sballato però non è emendabile.
Stangata sui condòmini parte seconda. Ciak si gira. Vi ricordate il putiferio scoppiato a ridosso del Natale? La presentazione alla Camera della proposta di legge (2692/2025) che prometteva di «modernizzare» la disciplina condominiale? Ecco, più che rendere attuali delle norme (si parlava di maggiore sicurezza, minori contenziosi, promesse di trasparenza ecc.), ai più era sembrata una fregatura epocale che si sarebbe tradotta (sui dettagli torneremo dopo) in maggiori adempimenti e rincari soprattutto a carico dei proprietari di casa più ligi con il pagamento delle spese.
Un testo talmente tanto improponibile che a stretto giro le forze politiche della maggioranza avevano fatto a gara per scaricarlo. In primis la Lega che aveva parlato di testo con «evidenti criticità e non condiviso». Ma non meno tranchant era stata Forza Italia che per bocca del senatore e responsabile del dipartimento casa Roberto Rosso aveva annunciato «una nuova proposta di riforma sulla disciplina dei condomìni» evidentemente sostitutiva di quella che vedeva come prima firmataria Elisabetta Gardini (Fdi).
Tant’è che quando si è esposto il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, i più hanno pensato che il pericolo fosse scampato. «La proposta di legge 2692/2025 sulla gestione dei condomìni», sottolineava Bignami, «costituisce una proposta che, come molte altre, è in discussione alla Camera. Trattandosi di una proposta è indispensabile un confronto tra tutti i soggetti interessati in grado di costruire una posizione di buon senso a tutela della casa degli italiani, senza la quale Fratelli d’Italia ritiene che non potrà proseguire il suo iter».
Ma chi pensava a un de profundis si è sbagliato. Perché gli estensori del Pdl finito nella bufera ci stanno riprovando. La Verità ha potuto leggere le richieste di convocazione ricevute da alcune delle associazioni di settore che molto presto saranno ascoltata per dare il loro parere. «Questo comitato tecnico, su mandato degli onorevoli deputati firmatari, sta procedendo con i tavoli di confronto con le parti sociali interessate allo scopo di raccogliere il loro prezioso contributo. Questa proposta», si legge ancora nella missiva, «è un cantiere aperto e quindi il vostro contributo è ritenuto essenziale e funzionale alla costruzione di una versione definitiva della proposta che possa, così, riscontrare le segnalazioni di tutti [...] Tanto premesso, codesta associazione è convocata al tavolo che si terrà [...]».
In calce i nomi dei rappresentanti del comitato (Francesco Schena, Pietrantonio Lisi e Carlo Pikler) oltre all’indicazione del comitato tecnico riforma condominio 2025 onorevole Elisabetta Gardini.
Apprezzabilissimi i toni. Concilianti e alla ricerca del dialogo. Ma il punto è che sono talmente tanti e tali i punti da cassare o emendare della riforma che si faceva prima a riscriverla ex novo. E magari non sarebbe stata una cattiva idea cambiare mano.
Andiamo in ordine sparso. Nella proposta di legge era previsto che gli amministratori dovessero essere laureati con tanto di di elenco nazionale pubblico dei professionisti da creare al Mimit. Si sanciva il divieto dei pagamenti in contanti con l’obbligo di versare i saldi «su uno specifico conto corrente, postale o bancario, intestato al condominio medesimo». Veniva messo nero su bianco che «le informazioni relative alla sicurezza delle parti comuni dell’edificio fossero verificate e certificate» da una società specializzata. Mentre per gli immobili più partecipati (quando i condomini sono più di 20) diventava necessaria la figura del revisore (durata dell’incarico biennale).
Quindi la chicca. Per la questione principe di ogni stabile che si rispetti: i debiti. In primis i creditori possono agire sulle somme disponibili sul conto corrente condominiale - che per sua natura è alimentato da chi versa e non dai morosi -, quindi in via sussidiaria sui beni dei condòmini nella misura della morosità di ciascuno e in ultima analisi sui condòmini in regola con i pagamenti.
Morale della favola: una norma che era nata con l’intento di garantire maggiore sicurezza e minori contenziosi, finiva per prevedere nuovi balzelli, altri incarichi e multe salate da pagare e per penalizzare gli inquilini virtuosi a vantaggio dei morosi. Più che «un cantiere aperto», come si leggeva nella missiva, qui sarebbe il caso di chiuderlo il cantiere, e di provare a ricostruire il palazzo ricominciando dalle fondamenta.
Continua a leggereRiduci






