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2019-05-26
La teste: «C’erano due neri con Pamela»
Ansa
«Erano in due quella mattina in via Spalato: neri come la pece! La ragazza con la valigia rossa e blu li seguiva, pareva un cagnolino».
Spunta una supertestimone che potrebbe far riaprire le indagini sul caso Mastropietro a pochi giorni dalla sentenza di primo grado. Mercoledì la corte d'Assise di Macerata dovrebbe pronunciarsi sulle accuse a Innocent Oseghale, 34 anni, nigeriano, unico imputato per l'uccisione di Pamela Mastropietro, la ragazza romana di 18 anni ammazzata il 30 gennaio 2018 a Macerata e il cui corpo venne trovato fatto in 24 pezzi nascosti in due trolley, uno era quello rosso e blu di lei, abbandonati lungo una strada a Casette Verdini. L'accusa ha chiesto per Oseghale l'ergastolo con isolamento diurno per 18 mesi ritenendolo colpevole di omicidio aggravato da crudeltà, violenza carnale, occultamento e vilipendio di cadavere. La difesa sostiene che non c'è prova né dell'assassinio - Pamela sarebbe morta per overdose di eroina - né della violenza carnale; Oseghale semmai va condannato per il vilipendio di cadavere (che lui ammette) al minimo della pena, 3 anni, e come ha detto nella sua arringa uno dei legali del nigeriano, Umberto Gramenzi «bisogna evitare di condannarlo solo per il colore della sua pelle».
La Procura della Repubblica di Macerata fonda, oltreché sulle perizie necroscopiche e tossicologiche, gran parte dell'accusa sulle rivelazioni del pentito di 'ndrangheta Vincenzo Marino, che nel carcere di Ascoli ha raccolto le confidenze dell'imputato, ma espunge da queste dichiarazioni l'affermazione fatta dal teste che «Oseghale è un capo della mafia nigeriana». Giovanni Giorgio, il procuratore, di mafia nigeriana non vuole neppure sentire parlare. Ne fece un unico accenno nel febbraio del 2018 a indagini calde quando fece arrestare Lucky Awelima e Desmond Lucky (poi condannati per doga in un altro processo in cui è imputato lo stesso Oseghale) ritenendoli correi di Innocent nel delitto Mastropietro. Poi li ha fatti uscire dal processo.
È convinto Giorgio di non avere prove in particolare contro Desmond Lucky che è stato invece accusato di correità nella fine della povera Pamela dallo stesso Oseghale e di cui parla diffusamente Marino, il pentito. Giorgio sostiene che le celle telefoniche collocano Desmond il 30 gennaio in via Spalato - l'appartamento che era stato preso in affitto dalla compagna di Oseghale, una ragazza maceratese, dove Pamela è stata ammazzata e fatta a pezzi - solo per pochi minuti e in due momenti differenti e dunque non può aver né partecipato all'uccisione né allo squartamento. C'è un però: se Desmond avesse spento il telefono vorrebbe invece dire che è rimasto in via Spalato per l'intervallo di tempo tra i due agganci alle celle telefoniche: oltre sei ore. Ma c'è un altro testimone - che la Procura non ha voluto ascoltare definendolo inattendibile quando semmai inattendibile è la fonte delle rivelazioni, cioè Oseghale - che parla di Desmond sulla scena del crimine. È Antonio Di Sabato, ex poliziotto compagno di cella del nigeriano ad Ascoli. Racconta di aver saputo da Oseghale che mentre lui accoltellava Pamela, Desmond la teneva ferma per il collo e per un braccio.
La perizia autoptica ha confermato che sul braccio della ragazza ci sono segni di compressione, il collo invece non è mai stato ritrovato! Antnio Di Sabato ha depositato anche la registrazione - trascritta dai carabinieri - di una conversazione avuta con Umberto Gramenzi, il difensore del nigeriano, nello studio del legale. A parte il fatto che Gramenzi ride della morte di Pamela in questa registrazione Di Sabato conferma che Oseghale gli ha riferito che ad uccidere Pamela sono stati lui e Desmond. Chiamato a deporre al processo Desmond ha negato tutto, ha detto che avrebbe querelato per calunnia Oseghale, ma né lui né il procuratore hanno mai agito. Ora però spunta questa superteste che afferma: «Quella mattina con Pamela erano in due». La rivelazione è stata raccolta dal legale della parte civile - i genitori della ragazza - l'avvocato Maro Valerio Verni , zio di Pamela, avvicinato dalla signora durante un'udienza del processo.
La signora, che ha messo tutto a verbale con i Carabinieri, è di Macerata e la figlia abita in via Spalato a poche decine di metri dal palazzo dove è avvenuto il delitto. Ha riferito: «La mattina del 30 gennaio 2018 ho notato questo strano terzetto. I due uomini di colore camminavano davanti e a pochi passi dietro di loro c'era questa bella ragazza con una valigia rossa e blu e un pellicciotto che li seguiva, sembrava imbambolata. Li ho guardati bene perché camminando gli sono passata accanto e mi sono proprio chiesta: cosa ci fa questa bella ragazza con questi due? Stavamo passando davanti alla farmacia di via Spalato». È la farmacia dove le telecamere hanno ripreso Pamela che va a comprare una siringa. La teste riferisce anche un'altra circostanza: «Dal terrazzo di mia figlia si vede l'appartamento di via Spalato e lì cerano sempre delle ragazze di colore in compagnia di un nero corpulento. Quelle stavano sul terrazzo a prendere il sole, ma appena faceva buio uscivano tutti insieme. Questo nei primi tempi, dopo in quell'appartamento era un continuo via vai». Vincenzo Marino, il pentito, ha riferito che Oseghale avrebbe avuto a Macerata il compito di reclutare spacciatori e di trovare appartamenti per le prostitute. Le dichiarazioni di questa superteste avvalorano così la tesi sostenuta dall'avvocato Marco Valerio Verni nell'opposizione davanti al Gip di Macerata alla richiesta, avanzata dalla Procura, di proscioglimento di Desmond Lucky nel caso Mastropietro. Una cosa è certa; anche se mercoledì si va a sentenza sulla morte della povera Pamela e sul perché a Macerata si sia consumato un così atroce delitto, la verità è più profonda. Nera come una certa mafia.
Gli stranieri delinquono più degli italiani. La Onlus lo dice sottovoce
Gli stranieri commettono più reati degli italiani? La domanda a quanto pare deve essere un tabù se non vi risponde in modo esplicito nemmeno l'Onlus che da anni si occupa di raccogliere dati e statistiche sui detenuti nelle carcere italiane: Antigone.
Qualsiasi sia la prospettiva da cui si scelga di leggere la realtà, se mettiamo da parte ideologie, preoccupazioni di sorta e politica, resta il dato, duro e puro. Che però non viene esplicitato e bisogna andarselo a calcolare perché il XV rapporto di Antigone risponde su tutto tranne che su chi, tra italiani e stranieri, commetta più reati. Il rapporto invece si premura di offrire una serie di argomentazioni utili a smontare le credenze che potrebbero danneggiare la percezione degli stranieri perché, scrive, «il razzismo si fonda proprio sugli stereotipi» e quindi spetta alle statistiche criminali e penitenziarie «orientare le decisioni».
E quindi per arrivare a concludere che «non è vero che gli stranieri sono un pericolo per la sicurezza» o che «non è vero che gli stranieri commettano reati più gravi rispetto agli italiani», Antigone illustra la minore incidenza tra gli stranieri di pene per associazione a delinquere di stampo mafioso (1,4% sul totale) mentre l'alto numero di stranieri dietro le sbarre per spaccio di droga (37,4% del totale) viene giustificato dalla mancata depenalizzazione e/o legalizzazione degli stupefacenti a partire da quelli «leggeri». Un po' come dire che abolendo il reato scompare il reo.
Ora, su una cosa Antigone ha indubbiamente ragione. La percentuale di detenuti stranieri in carcere negli ultimi anni si è mantenuta attorno ad una media costante del 34% (34,27% nel 2017, 33.9% nel 2018, 33,6 % nel 2019) per cui se prendiamo per buono il parallelismo tra tasso di detenzione e tasso di criminalità proposto dalla stessa Antigone, non si può certo dire che l'aumento degli arrivi di migranti abbia prodotto un aumento del numero dei detenuti e che quindi vi sia «un'emergenza sicurezza». Il rapporto però non spende una parola per spiegare se il tasso di incarcerazione e quindi di criminalità degli stranieri, sia di fatto maggiore, minore o uguale a quello degli italiani.
Per rispondere a questa domanda bisogna fare qualche calcolo sulla base degli indizi offerti come il tasso di detenzione degli stranieri regolari che Antigone stima attorno allo 0,39% contro lo 0,06% degli italiani. Ora se la matematica non è un'opinione, in base a queste percentuali, gli stranieri regolari commettono reati 6,5 volte più degli italiani. Un dato in controtendenza con quanto dichiarato dallo stesso Piercamillo Davigo nella puntata di Di martedì del 14 maggio quando alla domanda di Antonio Polito, «se gli stranieri delinquano più degli italiani», rispondeva che se consideriamo gli stranieri regolari, la risposta è negativa.
Il rapporto di Antigone ci offre anche una seconda possibilità, quella di calcolare quante volte gli stranieri (tra regolari e irregolari) delinquono più degli italiani. Se consideriamo che sul totale della popolazione italiana (61 milioni, dati Istat) gli stranieri, tra regolari e irregolari e richiedenti asilo, costituiscono approssimativamente il 10% e in carcere rappresentano una media costante al 34%, si arriva a concludere che gli stranieri delinquono circa 5 volte più degli italiani.
Gli stranieri sono «ontologicamente» un pericolo per la sicurezza come il rapporto si preoccupa di negare? Solo pensarlo sarebbe un abominio ma esplicitare i dati può servire a rafforzare proprio quanto sostenuto dalla stessa Antigone e cioè che gli stranieri hanno minori possibilità rispetto agli italiani di accedere a misure alternative al carcere perché più svantaggiati in termini di residenza, rete familiare e accesso a strumenti legali. Infine, grazie ad Antigone, si può provare a calcolare anche un ultimo dato, ossia quante volte gli stranieri irregolari delinquono più degli italiani. Se è vero, come spiega il rapporto, che costituiscono i due terzi della popolazione degli stranieri in carcere, si ricava che gli irregolari delinquono circa 32 volte più degli italiani.
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Il legale della famiglia Mastropietro ha raccolto una nuova testimonianza, messa a verbale davanti ai carabinieri, da parte di una signora maceratese: «Mia figlia abita vicino a via Spalato, ho visto due africani seguiti dalla ragazza, imbambolata».Gli stranieri delinquono più degli italiani. La Onlus lo dice sottovoce. Il report sui detenuti di Antigone fa professione di antirazzismo. Eppure, a leggerli bene, i suoi dati sulle carceri parlano chiaro.Lo speciale comprende due articoli. «Erano in due quella mattina in via Spalato: neri come la pece! La ragazza con la valigia rossa e blu li seguiva, pareva un cagnolino». Spunta una supertestimone che potrebbe far riaprire le indagini sul caso Mastropietro a pochi giorni dalla sentenza di primo grado. Mercoledì la corte d'Assise di Macerata dovrebbe pronunciarsi sulle accuse a Innocent Oseghale, 34 anni, nigeriano, unico imputato per l'uccisione di Pamela Mastropietro, la ragazza romana di 18 anni ammazzata il 30 gennaio 2018 a Macerata e il cui corpo venne trovato fatto in 24 pezzi nascosti in due trolley, uno era quello rosso e blu di lei, abbandonati lungo una strada a Casette Verdini. L'accusa ha chiesto per Oseghale l'ergastolo con isolamento diurno per 18 mesi ritenendolo colpevole di omicidio aggravato da crudeltà, violenza carnale, occultamento e vilipendio di cadavere. La difesa sostiene che non c'è prova né dell'assassinio - Pamela sarebbe morta per overdose di eroina - né della violenza carnale; Oseghale semmai va condannato per il vilipendio di cadavere (che lui ammette) al minimo della pena, 3 anni, e come ha detto nella sua arringa uno dei legali del nigeriano, Umberto Gramenzi «bisogna evitare di condannarlo solo per il colore della sua pelle». La Procura della Repubblica di Macerata fonda, oltreché sulle perizie necroscopiche e tossicologiche, gran parte dell'accusa sulle rivelazioni del pentito di 'ndrangheta Vincenzo Marino, che nel carcere di Ascoli ha raccolto le confidenze dell'imputato, ma espunge da queste dichiarazioni l'affermazione fatta dal teste che «Oseghale è un capo della mafia nigeriana». Giovanni Giorgio, il procuratore, di mafia nigeriana non vuole neppure sentire parlare. Ne fece un unico accenno nel febbraio del 2018 a indagini calde quando fece arrestare Lucky Awelima e Desmond Lucky (poi condannati per doga in un altro processo in cui è imputato lo stesso Oseghale) ritenendoli correi di Innocent nel delitto Mastropietro. Poi li ha fatti uscire dal processo. È convinto Giorgio di non avere prove in particolare contro Desmond Lucky che è stato invece accusato di correità nella fine della povera Pamela dallo stesso Oseghale e di cui parla diffusamente Marino, il pentito. Giorgio sostiene che le celle telefoniche collocano Desmond il 30 gennaio in via Spalato - l'appartamento che era stato preso in affitto dalla compagna di Oseghale, una ragazza maceratese, dove Pamela è stata ammazzata e fatta a pezzi - solo per pochi minuti e in due momenti differenti e dunque non può aver né partecipato all'uccisione né allo squartamento. C'è un però: se Desmond avesse spento il telefono vorrebbe invece dire che è rimasto in via Spalato per l'intervallo di tempo tra i due agganci alle celle telefoniche: oltre sei ore. Ma c'è un altro testimone - che la Procura non ha voluto ascoltare definendolo inattendibile quando semmai inattendibile è la fonte delle rivelazioni, cioè Oseghale - che parla di Desmond sulla scena del crimine. È Antonio Di Sabato, ex poliziotto compagno di cella del nigeriano ad Ascoli. Racconta di aver saputo da Oseghale che mentre lui accoltellava Pamela, Desmond la teneva ferma per il collo e per un braccio. La perizia autoptica ha confermato che sul braccio della ragazza ci sono segni di compressione, il collo invece non è mai stato ritrovato! Antnio Di Sabato ha depositato anche la registrazione - trascritta dai carabinieri - di una conversazione avuta con Umberto Gramenzi, il difensore del nigeriano, nello studio del legale. A parte il fatto che Gramenzi ride della morte di Pamela in questa registrazione Di Sabato conferma che Oseghale gli ha riferito che ad uccidere Pamela sono stati lui e Desmond. Chiamato a deporre al processo Desmond ha negato tutto, ha detto che avrebbe querelato per calunnia Oseghale, ma né lui né il procuratore hanno mai agito. Ora però spunta questa superteste che afferma: «Quella mattina con Pamela erano in due». La rivelazione è stata raccolta dal legale della parte civile - i genitori della ragazza - l'avvocato Maro Valerio Verni , zio di Pamela, avvicinato dalla signora durante un'udienza del processo. La signora, che ha messo tutto a verbale con i Carabinieri, è di Macerata e la figlia abita in via Spalato a poche decine di metri dal palazzo dove è avvenuto il delitto. Ha riferito: «La mattina del 30 gennaio 2018 ho notato questo strano terzetto. I due uomini di colore camminavano davanti e a pochi passi dietro di loro c'era questa bella ragazza con una valigia rossa e blu e un pellicciotto che li seguiva, sembrava imbambolata. Li ho guardati bene perché camminando gli sono passata accanto e mi sono proprio chiesta: cosa ci fa questa bella ragazza con questi due? Stavamo passando davanti alla farmacia di via Spalato». È la farmacia dove le telecamere hanno ripreso Pamela che va a comprare una siringa. La teste riferisce anche un'altra circostanza: «Dal terrazzo di mia figlia si vede l'appartamento di via Spalato e lì cerano sempre delle ragazze di colore in compagnia di un nero corpulento. Quelle stavano sul terrazzo a prendere il sole, ma appena faceva buio uscivano tutti insieme. Questo nei primi tempi, dopo in quell'appartamento era un continuo via vai». Vincenzo Marino, il pentito, ha riferito che Oseghale avrebbe avuto a Macerata il compito di reclutare spacciatori e di trovare appartamenti per le prostitute. Le dichiarazioni di questa superteste avvalorano così la tesi sostenuta dall'avvocato Marco Valerio Verni nell'opposizione davanti al Gip di Macerata alla richiesta, avanzata dalla Procura, di proscioglimento di Desmond Lucky nel caso Mastropietro. Una cosa è certa; anche se mercoledì si va a sentenza sulla morte della povera Pamela e sul perché a Macerata si sia consumato un così atroce delitto, la verità è più profonda. 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Che però non viene esplicitato e bisogna andarselo a calcolare perché il XV rapporto di Antigone risponde su tutto tranne che su chi, tra italiani e stranieri, commetta più reati. Il rapporto invece si premura di offrire una serie di argomentazioni utili a smontare le credenze che potrebbero danneggiare la percezione degli stranieri perché, scrive, «il razzismo si fonda proprio sugli stereotipi» e quindi spetta alle statistiche criminali e penitenziarie «orientare le decisioni». E quindi per arrivare a concludere che «non è vero che gli stranieri sono un pericolo per la sicurezza» o che «non è vero che gli stranieri commettano reati più gravi rispetto agli italiani», Antigone illustra la minore incidenza tra gli stranieri di pene per associazione a delinquere di stampo mafioso (1,4% sul totale) mentre l'alto numero di stranieri dietro le sbarre per spaccio di droga (37,4% del totale) viene giustificato dalla mancata depenalizzazione e/o legalizzazione degli stupefacenti a partire da quelli «leggeri». Un po' come dire che abolendo il reato scompare il reo. Ora, su una cosa Antigone ha indubbiamente ragione. La percentuale di detenuti stranieri in carcere negli ultimi anni si è mantenuta attorno ad una media costante del 34% (34,27% nel 2017, 33.9% nel 2018, 33,6 % nel 2019) per cui se prendiamo per buono il parallelismo tra tasso di detenzione e tasso di criminalità proposto dalla stessa Antigone, non si può certo dire che l'aumento degli arrivi di migranti abbia prodotto un aumento del numero dei detenuti e che quindi vi sia «un'emergenza sicurezza». Il rapporto però non spende una parola per spiegare se il tasso di incarcerazione e quindi di criminalità degli stranieri, sia di fatto maggiore, minore o uguale a quello degli italiani. Per rispondere a questa domanda bisogna fare qualche calcolo sulla base degli indizi offerti come il tasso di detenzione degli stranieri regolari che Antigone stima attorno allo 0,39% contro lo 0,06% degli italiani. Ora se la matematica non è un'opinione, in base a queste percentuali, gli stranieri regolari commettono reati 6,5 volte più degli italiani. Un dato in controtendenza con quanto dichiarato dallo stesso Piercamillo Davigo nella puntata di Di martedì del 14 maggio quando alla domanda di Antonio Polito, «se gli stranieri delinquano più degli italiani», rispondeva che se consideriamo gli stranieri regolari, la risposta è negativa. Il rapporto di Antigone ci offre anche una seconda possibilità, quella di calcolare quante volte gli stranieri (tra regolari e irregolari) delinquono più degli italiani. Se consideriamo che sul totale della popolazione italiana (61 milioni, dati Istat) gli stranieri, tra regolari e irregolari e richiedenti asilo, costituiscono approssimativamente il 10% e in carcere rappresentano una media costante al 34%, si arriva a concludere che gli stranieri delinquono circa 5 volte più degli italiani. Gli stranieri sono «ontologicamente» un pericolo per la sicurezza come il rapporto si preoccupa di negare? Solo pensarlo sarebbe un abominio ma esplicitare i dati può servire a rafforzare proprio quanto sostenuto dalla stessa Antigone e cioè che gli stranieri hanno minori possibilità rispetto agli italiani di accedere a misure alternative al carcere perché più svantaggiati in termini di residenza, rete familiare e accesso a strumenti legali. Infine, grazie ad Antigone, si può provare a calcolare anche un ultimo dato, ossia quante volte gli stranieri irregolari delinquono più degli italiani. Se è vero, come spiega il rapporto, che costituiscono i due terzi della popolazione degli stranieri in carcere, si ricava che gli irregolari delinquono circa 32 volte più degli italiani.
Al «Giorno della Verità» sono intervenuti Georg Gufler, Chief Executive Officer di Doppelmayr Italia; Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Interporto Rivers; e Stefano Paggi, Chief Technology & Operation Officer di FiberCop, in un confronto moderato dal vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin. Al centro del dibattito la trasformazione della competitività italiana tra mobilità sostenibile, infrastrutture digitali e logistica integrata.
Georg Gufler, Chief Executive Officer di Doppelmayr Italia; Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Interporto Rivers; e Stefano Paggi, Chief Technology & Operation Officer di FiberCop, insieme al vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin che ha moderato il panel. Sono i protagonisti del confronto La fabbrica del futuro, andato in scena al «Giorno della Verità», dedicato alla sfida della competitività nella rivoluzione digitale italiana.
Al centro del dibattito l’idea di una fabbrica del futuro più veloce, connessa e integrata tra sistemi di trasporto, logistica e infrastrutture digitali. Un modello in cui, è stato sottolineato, la circolazione delle merci e delle informazioni diventa elemento decisivo di sviluppo.
Gufler ha descritto la mobilità come una sfida centrale per lo sviluppo sostenibile dei territori, illustrando l’attività di Doppelmayr Italia, società attiva da oltre 130 anni e con più di 600 installazioni realizzate in Italia tra impianti turistici e urbani. Tra i punti chiave del suo intervento, il ruolo dei sistemi a fune come soluzione complementare alle infrastrutture tradizionali, con tempi di realizzazione più rapidi e costi inferiori rispetto ad altre opere, oltre a benefici in termini di impatto ambientale e consumo di suolo.
Nel panel è stato inoltre citato un progetto realizzato a Parigi, con cinque stazioni collegate alla rete metropolitana e ferroviaria, che avrebbe consentito una riduzione dei tempi di percorrenza di circa 22 minuti.
Ampio spazio anche alla digitalizzazione delle infrastrutture. Paggi ha richiamato il ruolo di FiberCop e l’obiettivo di estendere la connessione veloce a circa 20 milioni di unità tra famiglie e imprese, sottolineando la centralità della rete come infrastruttura strategica per la competitività del Paese.
Sul fronte logistico, Giuliani ha illustrato il ruolo degli interporti come nodi fondamentali per lo smistamento delle merci. In Italia ne esistono circa trenta, ha ricordato, e rappresentano una componente ancora poco conosciuta ma strategica della catena logistica nazionale. L’interporto di Marghera è stato indicato come esempio di crescita recente, con oltre un milione e mezzo di tonnellate movimentate nell’anno.
Nel dibattito è emersa anche la necessità di rafforzare il trasporto intermodale e le connessioni con i traffici marittimi e le direttrici europee, così come la possibilità di utilizzare sistemi innovativi anche per il cosiddetto «ultimo miglio» urbano.
Infine, è stato affrontato il tema delle tecnologie avanzate, dall’intelligenza artificiale alla crittografia quantistica, considerate strumenti destinati a incidere sia sull’elaborazione dei dati sia sulla sicurezza delle reti digitali.
In chiusura, una riflessione sul bisogno di accelerare il cambiamento infrastrutturale e produttivo del Paese, tra investimenti, innovazione e superamento delle resistenze alla trasformazione.
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Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti
Nessun attrito con il ministro della Difesa Guido Crosetto sul tema dei fondi per il comparto militare. Lo ha chiarito il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti intervenendo al «Giorno della Verità», rispondendo a una domanda sulle presunte tensioni interne al governo.
«Il mestiere del ministro dell’Economia è vedere che tutti i ministri, legittimamente, chiedono stanziamenti e finanziamenti, e chi deve quadrare il bilancio deve utilizzare in modo saggio e opportuno le risorse», ha spiegato Giorgetti, sottolineando come non vi sia «nessun conflitto in particolare».
Nel suo intervento il titolare del Mef ha richiamato anche il contesto internazionale e gli impegni dell’Italia, che hanno inciso sulle scelte di bilancio e sul confronto con le istituzioni europee. In questo quadro, ha ricordato, si è sviluppato un negoziato con la Commissione Ue, che avrebbe recepito le richieste italiane legate alla gestione della spesa e alla considerazione di alcuni capitoli come parte del più ampio concetto di sicurezza nazionale.
Giorgetti ha insistito sulla necessità di una gestione «saggia» delle risorse pubbliche, soprattutto in una fase in cui le richieste di spesa aumentano in diversi settori e i margini di bilancio restano limitati.
Ampio spazio anche al tema dei conti pubblici e del debito, con riferimento alle dinamiche legate alle revisioni statistiche e agli effetti delle politiche fiscali adottate negli ultimi anni. Il ministro ha ricordato come alcuni dati siano ancora provvisori e soggetti a revisione da parte di Istat ed Eurostat, con una definizione attesa nei prossimi mesi.
Nel corso del dialogo è emersa anche la questione del Superbonus, richiamato da Giorgetti come esempio di misura che ha avuto un impatto rilevante sui conti pubblici e che ha richiesto successivi interventi correttivi. Una scelta che, nelle sue parole, si inserisce nel contesto delle decisioni prese in fase emergenziale e poi ritarate dai governi successivi.
Più in generale, il ministro ha ribadito l’esigenza di tenere insieme crescita, sostenibilità del debito e rispetto dei vincoli europei, in un quadro che resta complesso e condizionato da variabili economiche e geopolitiche. Le previsioni, ha osservato, dipendono infatti da molteplici fattori e possono cambiare in base all’evoluzione dello scenario internazionale.
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Guido Crosetto e Maurizio Belpietro
,Il ministro della Difesa Guido Crosetto intervistato dal direttore Maurizio Belpietro al Giorno della Verità spiega: «Nessun problema con Giorgetti, mai litigato con lui fondi per la Difesa».
Per gli Usa non esiste alcuna ragione per lamentarsi dell'Italia. Il ministro della Difesa liquida così la questione Roma Washington e la presunta rottura dei rapporti tra Giorgia Meloni e Donald Trump dovuta alla famosa telefonata sfogo del presidente degli Stati Uniti. Crosetto, incalzato dal direttore Belpietro, ha riconosciuto che esiste da parte degli Stati Uniti un malessere dovuto al fatto che l'Europa negli ultimi anni ha speso troppo poco per la Difesa. Un argomento che però «aveva già sollevato Obama prima e Biden poi, prima di lui». Crosetto ha spiegato che non esiste l'impegno di portare le spese per la difesa al 3,5% e che «il 5 comprende la parte di sicurezza, quindi le forze di polizia. Un impegno fatto al 2035. L'impegno che esiste è preso dal Parlamento: un aumento dello 0,15 ogni anno». E «quest'anno non c'è stato», ha riconosciuto il ministro, spiegando: mi è chiaro: «non siamo usciti dalla procedura di infrazione». Crosetto ha però detto di aspettarsi che nella finanziaria del prossimo anno «l'impegno che ci siamo presi, che ripeto non è il 3,5, ma è lo 0,15 per anno, sarà portato avanti. Il ministro si è detto convinto che «Giorgetti è assolutamente consapevole di questa cosa».
In questa occasione a Belpietro spiega che con Giorgetti non c'è alcun tipo di discussione e non c'è mai stata. «So che Giancarlo (Giorgetti, ndr) sa perfettamente quali sarebbero le cose che io vorrei. Io so perfettamente quali sono le cose che lui può fare e i tempi con cui può farle, per cui è impossibile che noi litighiamo» ma «sul Safe dipende dalla possibilità che lui ha». Poi si chiede: «I paesi del nord e est Europa sono spaventati da Putin, non so se a torto o a ragione, ma stanno spendendo in difesa più di chiunque altro. Putin arriverà a 2,4 milioni di soldati. Qualcuno mi deve spiegare a cosa servono visto che sono troppi anche per l'Ucraina».
Per Crosetto le crisi e le guerre sono dovute alla «sfida degli Usa con la Cina, iniziata 15-20 anni che sta arrivando a un punto di rottura". D'altro canto la guerra ha cambiato faccia e questa sfida «sarà sempre di più sull'intelligenza artificiale, chi arriva prima, sulla quantistica, sul computer quantistico, sullo spazio», ha detto Crosetto, osservando che la Cina ha «un'unica regia e un unico attore che è lo Stato", con una strategia centrale e investimenti massicci. Gli Stati uniti, al contrario, stanno fondando una parte della propria risposta su grandi multinazionali tecnologiche, alcune delle quali hanno ormai capacità superiori a quelle degli Stati. «Perché è la prima volta nella storia dell'umanità che ci sono aziende private che dispongono di strumenti tecnologici superiori a quelli di cui dispongono gli Stati» ha precisato Crosetto, riferendosi a Space X di Elon Musk. Per Crosetto il nodo per Trump resta Israele, perché «la capacità militare di Israele non può reggere senza l'aiuto degli Usa. Israele è ossessionato dall'eliminazione di Hezbollah in Libano. Ma eliminare Hezbollah significa eliminare il Libano. Quindi non è possibile».
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