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2019-05-26
La teste: «C’erano due neri con Pamela»
Ansa
«Erano in due quella mattina in via Spalato: neri come la pece! La ragazza con la valigia rossa e blu li seguiva, pareva un cagnolino».
Spunta una supertestimone che potrebbe far riaprire le indagini sul caso Mastropietro a pochi giorni dalla sentenza di primo grado. Mercoledì la corte d'Assise di Macerata dovrebbe pronunciarsi sulle accuse a Innocent Oseghale, 34 anni, nigeriano, unico imputato per l'uccisione di Pamela Mastropietro, la ragazza romana di 18 anni ammazzata il 30 gennaio 2018 a Macerata e il cui corpo venne trovato fatto in 24 pezzi nascosti in due trolley, uno era quello rosso e blu di lei, abbandonati lungo una strada a Casette Verdini. L'accusa ha chiesto per Oseghale l'ergastolo con isolamento diurno per 18 mesi ritenendolo colpevole di omicidio aggravato da crudeltà, violenza carnale, occultamento e vilipendio di cadavere. La difesa sostiene che non c'è prova né dell'assassinio - Pamela sarebbe morta per overdose di eroina - né della violenza carnale; Oseghale semmai va condannato per il vilipendio di cadavere (che lui ammette) al minimo della pena, 3 anni, e come ha detto nella sua arringa uno dei legali del nigeriano, Umberto Gramenzi «bisogna evitare di condannarlo solo per il colore della sua pelle».
La Procura della Repubblica di Macerata fonda, oltreché sulle perizie necroscopiche e tossicologiche, gran parte dell'accusa sulle rivelazioni del pentito di 'ndrangheta Vincenzo Marino, che nel carcere di Ascoli ha raccolto le confidenze dell'imputato, ma espunge da queste dichiarazioni l'affermazione fatta dal teste che «Oseghale è un capo della mafia nigeriana». Giovanni Giorgio, il procuratore, di mafia nigeriana non vuole neppure sentire parlare. Ne fece un unico accenno nel febbraio del 2018 a indagini calde quando fece arrestare Lucky Awelima e Desmond Lucky (poi condannati per doga in un altro processo in cui è imputato lo stesso Oseghale) ritenendoli correi di Innocent nel delitto Mastropietro. Poi li ha fatti uscire dal processo.
È convinto Giorgio di non avere prove in particolare contro Desmond Lucky che è stato invece accusato di correità nella fine della povera Pamela dallo stesso Oseghale e di cui parla diffusamente Marino, il pentito. Giorgio sostiene che le celle telefoniche collocano Desmond il 30 gennaio in via Spalato - l'appartamento che era stato preso in affitto dalla compagna di Oseghale, una ragazza maceratese, dove Pamela è stata ammazzata e fatta a pezzi - solo per pochi minuti e in due momenti differenti e dunque non può aver né partecipato all'uccisione né allo squartamento. C'è un però: se Desmond avesse spento il telefono vorrebbe invece dire che è rimasto in via Spalato per l'intervallo di tempo tra i due agganci alle celle telefoniche: oltre sei ore. Ma c'è un altro testimone - che la Procura non ha voluto ascoltare definendolo inattendibile quando semmai inattendibile è la fonte delle rivelazioni, cioè Oseghale - che parla di Desmond sulla scena del crimine. È Antonio Di Sabato, ex poliziotto compagno di cella del nigeriano ad Ascoli. Racconta di aver saputo da Oseghale che mentre lui accoltellava Pamela, Desmond la teneva ferma per il collo e per un braccio.
La perizia autoptica ha confermato che sul braccio della ragazza ci sono segni di compressione, il collo invece non è mai stato ritrovato! Antnio Di Sabato ha depositato anche la registrazione - trascritta dai carabinieri - di una conversazione avuta con Umberto Gramenzi, il difensore del nigeriano, nello studio del legale. A parte il fatto che Gramenzi ride della morte di Pamela in questa registrazione Di Sabato conferma che Oseghale gli ha riferito che ad uccidere Pamela sono stati lui e Desmond. Chiamato a deporre al processo Desmond ha negato tutto, ha detto che avrebbe querelato per calunnia Oseghale, ma né lui né il procuratore hanno mai agito. Ora però spunta questa superteste che afferma: «Quella mattina con Pamela erano in due». La rivelazione è stata raccolta dal legale della parte civile - i genitori della ragazza - l'avvocato Maro Valerio Verni , zio di Pamela, avvicinato dalla signora durante un'udienza del processo.
La signora, che ha messo tutto a verbale con i Carabinieri, è di Macerata e la figlia abita in via Spalato a poche decine di metri dal palazzo dove è avvenuto il delitto. Ha riferito: «La mattina del 30 gennaio 2018 ho notato questo strano terzetto. I due uomini di colore camminavano davanti e a pochi passi dietro di loro c'era questa bella ragazza con una valigia rossa e blu e un pellicciotto che li seguiva, sembrava imbambolata. Li ho guardati bene perché camminando gli sono passata accanto e mi sono proprio chiesta: cosa ci fa questa bella ragazza con questi due? Stavamo passando davanti alla farmacia di via Spalato». È la farmacia dove le telecamere hanno ripreso Pamela che va a comprare una siringa. La teste riferisce anche un'altra circostanza: «Dal terrazzo di mia figlia si vede l'appartamento di via Spalato e lì cerano sempre delle ragazze di colore in compagnia di un nero corpulento. Quelle stavano sul terrazzo a prendere il sole, ma appena faceva buio uscivano tutti insieme. Questo nei primi tempi, dopo in quell'appartamento era un continuo via vai». Vincenzo Marino, il pentito, ha riferito che Oseghale avrebbe avuto a Macerata il compito di reclutare spacciatori e di trovare appartamenti per le prostitute. Le dichiarazioni di questa superteste avvalorano così la tesi sostenuta dall'avvocato Marco Valerio Verni nell'opposizione davanti al Gip di Macerata alla richiesta, avanzata dalla Procura, di proscioglimento di Desmond Lucky nel caso Mastropietro. Una cosa è certa; anche se mercoledì si va a sentenza sulla morte della povera Pamela e sul perché a Macerata si sia consumato un così atroce delitto, la verità è più profonda. Nera come una certa mafia.
Gli stranieri delinquono più degli italiani. La Onlus lo dice sottovoce
Gli stranieri commettono più reati degli italiani? La domanda a quanto pare deve essere un tabù se non vi risponde in modo esplicito nemmeno l'Onlus che da anni si occupa di raccogliere dati e statistiche sui detenuti nelle carcere italiane: Antigone.
Qualsiasi sia la prospettiva da cui si scelga di leggere la realtà, se mettiamo da parte ideologie, preoccupazioni di sorta e politica, resta il dato, duro e puro. Che però non viene esplicitato e bisogna andarselo a calcolare perché il XV rapporto di Antigone risponde su tutto tranne che su chi, tra italiani e stranieri, commetta più reati. Il rapporto invece si premura di offrire una serie di argomentazioni utili a smontare le credenze che potrebbero danneggiare la percezione degli stranieri perché, scrive, «il razzismo si fonda proprio sugli stereotipi» e quindi spetta alle statistiche criminali e penitenziarie «orientare le decisioni».
E quindi per arrivare a concludere che «non è vero che gli stranieri sono un pericolo per la sicurezza» o che «non è vero che gli stranieri commettano reati più gravi rispetto agli italiani», Antigone illustra la minore incidenza tra gli stranieri di pene per associazione a delinquere di stampo mafioso (1,4% sul totale) mentre l'alto numero di stranieri dietro le sbarre per spaccio di droga (37,4% del totale) viene giustificato dalla mancata depenalizzazione e/o legalizzazione degli stupefacenti a partire da quelli «leggeri». Un po' come dire che abolendo il reato scompare il reo.
Ora, su una cosa Antigone ha indubbiamente ragione. La percentuale di detenuti stranieri in carcere negli ultimi anni si è mantenuta attorno ad una media costante del 34% (34,27% nel 2017, 33.9% nel 2018, 33,6 % nel 2019) per cui se prendiamo per buono il parallelismo tra tasso di detenzione e tasso di criminalità proposto dalla stessa Antigone, non si può certo dire che l'aumento degli arrivi di migranti abbia prodotto un aumento del numero dei detenuti e che quindi vi sia «un'emergenza sicurezza». Il rapporto però non spende una parola per spiegare se il tasso di incarcerazione e quindi di criminalità degli stranieri, sia di fatto maggiore, minore o uguale a quello degli italiani.
Per rispondere a questa domanda bisogna fare qualche calcolo sulla base degli indizi offerti come il tasso di detenzione degli stranieri regolari che Antigone stima attorno allo 0,39% contro lo 0,06% degli italiani. Ora se la matematica non è un'opinione, in base a queste percentuali, gli stranieri regolari commettono reati 6,5 volte più degli italiani. Un dato in controtendenza con quanto dichiarato dallo stesso Piercamillo Davigo nella puntata di Di martedì del 14 maggio quando alla domanda di Antonio Polito, «se gli stranieri delinquano più degli italiani», rispondeva che se consideriamo gli stranieri regolari, la risposta è negativa.
Il rapporto di Antigone ci offre anche una seconda possibilità, quella di calcolare quante volte gli stranieri (tra regolari e irregolari) delinquono più degli italiani. Se consideriamo che sul totale della popolazione italiana (61 milioni, dati Istat) gli stranieri, tra regolari e irregolari e richiedenti asilo, costituiscono approssimativamente il 10% e in carcere rappresentano una media costante al 34%, si arriva a concludere che gli stranieri delinquono circa 5 volte più degli italiani.
Gli stranieri sono «ontologicamente» un pericolo per la sicurezza come il rapporto si preoccupa di negare? Solo pensarlo sarebbe un abominio ma esplicitare i dati può servire a rafforzare proprio quanto sostenuto dalla stessa Antigone e cioè che gli stranieri hanno minori possibilità rispetto agli italiani di accedere a misure alternative al carcere perché più svantaggiati in termini di residenza, rete familiare e accesso a strumenti legali. Infine, grazie ad Antigone, si può provare a calcolare anche un ultimo dato, ossia quante volte gli stranieri irregolari delinquono più degli italiani. Se è vero, come spiega il rapporto, che costituiscono i due terzi della popolazione degli stranieri in carcere, si ricava che gli irregolari delinquono circa 32 volte più degli italiani.
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Il legale della famiglia Mastropietro ha raccolto una nuova testimonianza, messa a verbale davanti ai carabinieri, da parte di una signora maceratese: «Mia figlia abita vicino a via Spalato, ho visto due africani seguiti dalla ragazza, imbambolata».Gli stranieri delinquono più degli italiani. La Onlus lo dice sottovoce. Il report sui detenuti di Antigone fa professione di antirazzismo. Eppure, a leggerli bene, i suoi dati sulle carceri parlano chiaro.Lo speciale comprende due articoli. «Erano in due quella mattina in via Spalato: neri come la pece! La ragazza con la valigia rossa e blu li seguiva, pareva un cagnolino». Spunta una supertestimone che potrebbe far riaprire le indagini sul caso Mastropietro a pochi giorni dalla sentenza di primo grado. Mercoledì la corte d'Assise di Macerata dovrebbe pronunciarsi sulle accuse a Innocent Oseghale, 34 anni, nigeriano, unico imputato per l'uccisione di Pamela Mastropietro, la ragazza romana di 18 anni ammazzata il 30 gennaio 2018 a Macerata e il cui corpo venne trovato fatto in 24 pezzi nascosti in due trolley, uno era quello rosso e blu di lei, abbandonati lungo una strada a Casette Verdini. L'accusa ha chiesto per Oseghale l'ergastolo con isolamento diurno per 18 mesi ritenendolo colpevole di omicidio aggravato da crudeltà, violenza carnale, occultamento e vilipendio di cadavere. La difesa sostiene che non c'è prova né dell'assassinio - Pamela sarebbe morta per overdose di eroina - né della violenza carnale; Oseghale semmai va condannato per il vilipendio di cadavere (che lui ammette) al minimo della pena, 3 anni, e come ha detto nella sua arringa uno dei legali del nigeriano, Umberto Gramenzi «bisogna evitare di condannarlo solo per il colore della sua pelle». La Procura della Repubblica di Macerata fonda, oltreché sulle perizie necroscopiche e tossicologiche, gran parte dell'accusa sulle rivelazioni del pentito di 'ndrangheta Vincenzo Marino, che nel carcere di Ascoli ha raccolto le confidenze dell'imputato, ma espunge da queste dichiarazioni l'affermazione fatta dal teste che «Oseghale è un capo della mafia nigeriana». Giovanni Giorgio, il procuratore, di mafia nigeriana non vuole neppure sentire parlare. Ne fece un unico accenno nel febbraio del 2018 a indagini calde quando fece arrestare Lucky Awelima e Desmond Lucky (poi condannati per doga in un altro processo in cui è imputato lo stesso Oseghale) ritenendoli correi di Innocent nel delitto Mastropietro. Poi li ha fatti uscire dal processo. È convinto Giorgio di non avere prove in particolare contro Desmond Lucky che è stato invece accusato di correità nella fine della povera Pamela dallo stesso Oseghale e di cui parla diffusamente Marino, il pentito. Giorgio sostiene che le celle telefoniche collocano Desmond il 30 gennaio in via Spalato - l'appartamento che era stato preso in affitto dalla compagna di Oseghale, una ragazza maceratese, dove Pamela è stata ammazzata e fatta a pezzi - solo per pochi minuti e in due momenti differenti e dunque non può aver né partecipato all'uccisione né allo squartamento. C'è un però: se Desmond avesse spento il telefono vorrebbe invece dire che è rimasto in via Spalato per l'intervallo di tempo tra i due agganci alle celle telefoniche: oltre sei ore. Ma c'è un altro testimone - che la Procura non ha voluto ascoltare definendolo inattendibile quando semmai inattendibile è la fonte delle rivelazioni, cioè Oseghale - che parla di Desmond sulla scena del crimine. È Antonio Di Sabato, ex poliziotto compagno di cella del nigeriano ad Ascoli. Racconta di aver saputo da Oseghale che mentre lui accoltellava Pamela, Desmond la teneva ferma per il collo e per un braccio. La perizia autoptica ha confermato che sul braccio della ragazza ci sono segni di compressione, il collo invece non è mai stato ritrovato! Antnio Di Sabato ha depositato anche la registrazione - trascritta dai carabinieri - di una conversazione avuta con Umberto Gramenzi, il difensore del nigeriano, nello studio del legale. A parte il fatto che Gramenzi ride della morte di Pamela in questa registrazione Di Sabato conferma che Oseghale gli ha riferito che ad uccidere Pamela sono stati lui e Desmond. Chiamato a deporre al processo Desmond ha negato tutto, ha detto che avrebbe querelato per calunnia Oseghale, ma né lui né il procuratore hanno mai agito. Ora però spunta questa superteste che afferma: «Quella mattina con Pamela erano in due». La rivelazione è stata raccolta dal legale della parte civile - i genitori della ragazza - l'avvocato Maro Valerio Verni , zio di Pamela, avvicinato dalla signora durante un'udienza del processo. La signora, che ha messo tutto a verbale con i Carabinieri, è di Macerata e la figlia abita in via Spalato a poche decine di metri dal palazzo dove è avvenuto il delitto. Ha riferito: «La mattina del 30 gennaio 2018 ho notato questo strano terzetto. I due uomini di colore camminavano davanti e a pochi passi dietro di loro c'era questa bella ragazza con una valigia rossa e blu e un pellicciotto che li seguiva, sembrava imbambolata. Li ho guardati bene perché camminando gli sono passata accanto e mi sono proprio chiesta: cosa ci fa questa bella ragazza con questi due? Stavamo passando davanti alla farmacia di via Spalato». È la farmacia dove le telecamere hanno ripreso Pamela che va a comprare una siringa. La teste riferisce anche un'altra circostanza: «Dal terrazzo di mia figlia si vede l'appartamento di via Spalato e lì cerano sempre delle ragazze di colore in compagnia di un nero corpulento. Quelle stavano sul terrazzo a prendere il sole, ma appena faceva buio uscivano tutti insieme. Questo nei primi tempi, dopo in quell'appartamento era un continuo via vai». Vincenzo Marino, il pentito, ha riferito che Oseghale avrebbe avuto a Macerata il compito di reclutare spacciatori e di trovare appartamenti per le prostitute. Le dichiarazioni di questa superteste avvalorano così la tesi sostenuta dall'avvocato Marco Valerio Verni nell'opposizione davanti al Gip di Macerata alla richiesta, avanzata dalla Procura, di proscioglimento di Desmond Lucky nel caso Mastropietro. Una cosa è certa; anche se mercoledì si va a sentenza sulla morte della povera Pamela e sul perché a Macerata si sia consumato un così atroce delitto, la verità è più profonda. 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Che però non viene esplicitato e bisogna andarselo a calcolare perché il XV rapporto di Antigone risponde su tutto tranne che su chi, tra italiani e stranieri, commetta più reati. Il rapporto invece si premura di offrire una serie di argomentazioni utili a smontare le credenze che potrebbero danneggiare la percezione degli stranieri perché, scrive, «il razzismo si fonda proprio sugli stereotipi» e quindi spetta alle statistiche criminali e penitenziarie «orientare le decisioni». E quindi per arrivare a concludere che «non è vero che gli stranieri sono un pericolo per la sicurezza» o che «non è vero che gli stranieri commettano reati più gravi rispetto agli italiani», Antigone illustra la minore incidenza tra gli stranieri di pene per associazione a delinquere di stampo mafioso (1,4% sul totale) mentre l'alto numero di stranieri dietro le sbarre per spaccio di droga (37,4% del totale) viene giustificato dalla mancata depenalizzazione e/o legalizzazione degli stupefacenti a partire da quelli «leggeri». Un po' come dire che abolendo il reato scompare il reo. Ora, su una cosa Antigone ha indubbiamente ragione. La percentuale di detenuti stranieri in carcere negli ultimi anni si è mantenuta attorno ad una media costante del 34% (34,27% nel 2017, 33.9% nel 2018, 33,6 % nel 2019) per cui se prendiamo per buono il parallelismo tra tasso di detenzione e tasso di criminalità proposto dalla stessa Antigone, non si può certo dire che l'aumento degli arrivi di migranti abbia prodotto un aumento del numero dei detenuti e che quindi vi sia «un'emergenza sicurezza». Il rapporto però non spende una parola per spiegare se il tasso di incarcerazione e quindi di criminalità degli stranieri, sia di fatto maggiore, minore o uguale a quello degli italiani. Per rispondere a questa domanda bisogna fare qualche calcolo sulla base degli indizi offerti come il tasso di detenzione degli stranieri regolari che Antigone stima attorno allo 0,39% contro lo 0,06% degli italiani. Ora se la matematica non è un'opinione, in base a queste percentuali, gli stranieri regolari commettono reati 6,5 volte più degli italiani. Un dato in controtendenza con quanto dichiarato dallo stesso Piercamillo Davigo nella puntata di Di martedì del 14 maggio quando alla domanda di Antonio Polito, «se gli stranieri delinquano più degli italiani», rispondeva che se consideriamo gli stranieri regolari, la risposta è negativa. Il rapporto di Antigone ci offre anche una seconda possibilità, quella di calcolare quante volte gli stranieri (tra regolari e irregolari) delinquono più degli italiani. Se consideriamo che sul totale della popolazione italiana (61 milioni, dati Istat) gli stranieri, tra regolari e irregolari e richiedenti asilo, costituiscono approssimativamente il 10% e in carcere rappresentano una media costante al 34%, si arriva a concludere che gli stranieri delinquono circa 5 volte più degli italiani. Gli stranieri sono «ontologicamente» un pericolo per la sicurezza come il rapporto si preoccupa di negare? Solo pensarlo sarebbe un abominio ma esplicitare i dati può servire a rafforzare proprio quanto sostenuto dalla stessa Antigone e cioè che gli stranieri hanno minori possibilità rispetto agli italiani di accedere a misure alternative al carcere perché più svantaggiati in termini di residenza, rete familiare e accesso a strumenti legali. Infine, grazie ad Antigone, si può provare a calcolare anche un ultimo dato, ossia quante volte gli stranieri irregolari delinquono più degli italiani. Se è vero, come spiega il rapporto, che costituiscono i due terzi della popolazione degli stranieri in carcere, si ricava che gli irregolari delinquono circa 32 volte più degli italiani.
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Così le manovre del centrodestra sono state scritte con l’inchiostro di Bruxelles: nessuna sbavatura circa gli impegni economico/finanziari, sguardo sul contenimento della spesa pubblica, a maggior ragione dopo la riforma del Patto di stabilità votato da questo esecutivo. Poche concessioni alle promesse elettorali, se non qualcosa sul taglio delle tasse a favore dei più deboli.
Per dirla in breve, il ministro dell’Economia, Giorgetti, ha agito in linea di continuità con lo spirito di Mario Draghi, del quale è stato ministro dello Sviluppo economico ed è amico. Più gli chiedevano di allargare i cordoni della borsa e più il Mef si trincerava dietro il rigore dei conti. Chi conosce le cose interne dei Palazzi ci dice che tanto rigore nascondeva una strategia: far fieno in cascina da liberare con l’ultima manovra, quella del rush finale elettorale. «Speravamo di poter essere tranquilli per un’operazione sulla falsariga dei fuochi d’artificio tipo gli 80 euro di Renzi».
Invece, cosa è accaduto è noto: non bastando la guerra in Ucraina, si è messo pure l’«amico» Donald Trump a complicare le cose andando a bombardare l’Iran, creando lo strozzamento nello Stretto di Hormuz con quel cortocircuito che ora preoccupa imprese e famiglie. Soprattutto sul fronte energetico, cioè le bollette.
A complicare ancor più il quadro ci si è messa infine l’Unione europea con la sua intransigenza contabile, negando di derogare il Patto di stabilità. Era stato il lettone Valdis Dombrovskis, all’inizio del mese, a sbattere la porta in faccia a chi chiedeva maggiore elasticità: «Le condizioni per attivare una clausola generale di salvaguardia per sospendere il Patto di stabilità debbono avere una grave recessione economica e attualmente non siamo in questo scenario». Come a dire, siccome non siamo ancora in rianimazione, le regole non si toccano e il tabù non si infrange.
E così per un pelino contabile (un deficit pubblico leggermente superiore al 3% del Pil) ci ritroviamo ancora dentro la procedura d’infrazione e quindi ancora sotto osservazione per tutto il 2026. Noi come dieci altri Stati della Ue. Sorvegliati speciali, dicono, per un fanatismo fiscale che a Bruxelles non ammette deroghe e sbavature. Ma quel che in Europa non capiscono è che la concessione di una deroga coincideva con un rilancio dell’economia, delle imprese, delle famiglie, dei consumi. Invece no: intransigenza assoluta. Ma non è tutto. Laddove fossimo stati bravi coi conticini e quindi fossimo usciti dalla procedura d’infrazione, la Commissione ci avrebbe «obbligati» a indebitarci per comprare in primis le armi e poi dare un po’ di fiato sulle bollette.
Una assurdità totale. Tanto che persino il mite e misurato Giorgetti alla fine ha perso quella pazienza trasmessa dal papà pescatore, il mitico Natale, presidente della Cooperativa. E, con eleganza, ha fatto capire le prossime intenzioni del governo nella premessa del Documento di finanza pubblica (cioè l’intesa che definisce il perimetro della prossima manovra). «I margini di bilancio risultano particolarmente assottigliati in ragione sia del lieve deterioramento dei principali indicatori di finanza pubblica, sia della necessità di intervenire in maniera ancora più decisa per contrastare con interventi mirati gli effetti del rincaro delle materie prime energetiche. Di conseguenza, sarà necessario ridefinire le priorità e riprogrammare gli aumenti previsti in altri ambiti, ivi inclusa la Difesa».
Una glossa in perfetto vocabolario finanziario, una bella avvertenza politica che noi gazzettieri populisti così traduciamo: al diavolo le armi. Le parole di Giorgetti rappresentano il nuovo paradigma del governo Meloni: i soldi li metteremo per alleggerire le bollette degli italiani e non per comprare armi come da intese di Ursula Von der Leyen. Da Roma il messaggio verso la Commissione sta partendo forte e chiaro: se lo capiscono bene, altrimenti si arrangiassero perché noi faremo così lo stesso. Non si può morire per andar dietro alle fisime contabili della Ue.
Mi sembra un cambio di passo notevole, una spallata a quelle regole assurde che difendono come il Sacro Graal. Non so se questa nuova dimensione è il ripristino delle vecchie regole della casa «sovranista» che tanto piacquero nel 2022 alla maggioranza degli elettori, ma è un bene che nelle stanze del Mef si siano convinti che essere troppo ligi non serve a niente e che i compitini ci hanno rovinato. Ha ragione Gabriele Guzzi, autore del prezioso libro EuroSuicidio: «Le regole di bilancio sono il simbolo massimo del suicidio dell’Europa. Negli ultimi 30 anni l’Italia ha fatto oltre 1.000 miliardi di avanzo primario per seguire queste regole, e ci hanno portato meno crescita e più debito in rapporto al Pil. Ma non sono il frutto di un errore: sono servite sempre a favorire le nazioni più potenti e la loro egemonia, anche quando venivano applicate ai nemici e condonate agli amici. Ma forse il gioco gli si sta rompendo in mano».
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Giuseppe Conte (Ansa)
Peccato che i numeri e le relazioni delle autorità finanziarie dicano altro e cioè da tempo abbiano riconosciuto che il provvedimento introdotto da Conte e da lui più volte sventolato in campagna elettorale abbia creato gravi problemi di finanza pubblica. Ve lo ricordate quando l’ex premier concludeva i comizi dicendo che grazie a lui gli italiani avevano la possibilità di ristrutturare la casa gratuitamente? Scandiva con forza l’avverbio perché avesse più presa sull’elettorato: gra-tui-ta-men-te. In realtà il bonus 110 per cento non era affatto gratuito. A pagare era lo Stato e di conseguenza i contribuenti. Così si sono scaricati sui conti pubblici gli affari di alcune centinaia di migliaia di famiglie che con il denaro statale si sono rifatti casa.
Conte si nasconde dietro la scusa che questo è servito a rilanciare l’economia nazionale dopo il Covid. Gli studi di Banca d’Italia - istituto indipendente - hanno già abbondantemente smentito questa frottola. L’aumento del Pil ottenuto con il Superbonus non solo è stato più basso di quanto viene detto, e dunque non è stato ripagato da un aumento delle entrate, ma almeno la metà dei lavori sussidiati con denaro pubblico sarebbero stati fatti ugualmente, perché i proprietari degli immobili erano già intenzionati a farli. Dunque, quello di Conte e dei 5 stelle è stato un autentico regalo, fatto utilizzando risorse che potevano essere destinate a sostenere sanità e scuola, ma anche la riduzione delle tasse. Cito non a caso settori che avrebbero potuto beneficiare dei soldi sprecati con il Superbonus, perché sono quelli su cui la coalizione giallorossa oggi all’opposizione insiste di più, accusando l’attuale maggioranza di non aver fatto nulla per migliorare istruzione, liste d’attesa negli ospedali e pressione fiscale. Che cosa sarebbe stato possibile finanziare con 120 miliardi, cifra che è pari al bilancio dell’intero settore scolastico e poco di meno di quello della salute? Aggiungo di più. Le ricerche di Banca d’Italia e dell’Ufficio parlamentare di bilancio, altra authority indipendente, hanno chiarito che il Superbonus è andato a vantaggio dei ceti più abbienti e questo mentre l’opposizione giallorossa continua a parlare di un aumento della povertà in Italia (per altro smentita dall’Istat). Quante famiglie avrebbero potuto essere aiutate con i fondi regalati a chi si è ristrutturato il castello a spese dello Stato?
Infine, due ultime osservazioni. Pagella politica, sito indipendente di fact checking, ha passato al setaccio le dichiarazioni dei leader sulla questione del Superbonus. Quella che riporto è la sintesi pubblicata a dicembre 2025: «Il peso del Superbonus continua a farsi sentire, anche se non influisce direttamente sul deficit. Lo Stato ha accumulato oltre 100 miliardi di debito aggiuntivo e dovrà gradualmente far fronte a una raccolta delle tasse più bassa a mano a mano che i crediti da ripagare maturano. È vero che lo Stato non deve più “scrivere” che ha speso un certo numero di miliardi in più, perché lo ha già fatto nel momento in cui ha concesso il credito. Ma questo non toglie che è proprio quest’anno che dovrà rinunciare a delle risorse dal punto di vista finanziario a causa delle mancate entrate fiscali».
Ultima citazione da Liberi oltre le illusioni, associazione che promuove il pensiero critico e la divulgazione scientifica: «Il Rapporto sulla politica di bilancio 2025 dell’Ufficio parlamentare di bilancio e numerose fonti indipendenti mostrano che il Superbonus è stato caratterizzato da inefficienza economica, effetti regressivi, inflazione settoriale e un’eredità fiscale pesantissima. Questa misura non è un modello da imitare, ma un caso scuola di come l’emergenza può essere usata per giustificare interventi populisti, con benefici di breve periodo e costi che ci accompagneranno per decenni».
Che altro c’è da dire? Caro Conte, basta balle, ne abbiamo sentite troppe.
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Andrea Orcel (Ansa)
Un semplice investimento in un gruppo come Generali che assicura grandi rendimenti. Sono in pochi però a crederci. Il mercato si interroga visto che, con questa iniziativa, la banca guidata da Andrea Orcel diventa il terzo azionista del colosso triestino. Generali non è una società qualunque. È il centro di gravità permanente del capitalismo italiano. Gestisce montagne di risparmio, compra debito pubblico, distribuisce potere. Chi conta in Generali, conta anche altrove. Per questo Trieste non è periferia: è centrocampo. Per decenni Enrico Cuccia l’ha presidiato con feroce determinazione. La sua eredità è il 13,2% del gruppo assicurativo di proprietà di Mediobanca. Poi c’è Delfin, la holding degli eredi Del Vecchio, che presidia caselle e snodi vitali in Mps, in Mediobanca e con il 10,2% anche Generali. C’è il 6,6% di Francesco Gaetano Caltagirone, che quando entra in una partita lo fa per cambiare il gioco.
Il tempismo di Unicredit non è casuale. Solo pochi giorni fa il sistema bancario aveva assistito al nuovo ribaltone. L’assemblea di Monte dei Paschi ha confermato contro ogni pronostico Luigi Lovaglio come amministratore delegato e rimesso in movimento equilibri che molti consideravano definitivi. Ieri le nomine che segnano la vittoria della nuova governance interamente assegnata alla lista che ha vinto in assemblea: Cesare Bisoni alla presidenza e due vice, Flavia Mazzarella e Carlo Corradini. Nulla alle minoranze: Corrado Passera, considerato in pole position per una delle vicepresidenze, resta consigliere. Doveva essere il ponte fra maggioranza e minoranza. Invece nulla. Il risiko, dunque, riparte da dove si era interrotto: Siena, Milano, Trieste. Da Roma, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti osserva la scacchiera con l’aria di chi vorrebbe mettere ordine in una stanza dove tutti spostano i mobili. Il progetto preferito del Tesoro resta una qualche forma di integrazione tra Banco Bpm e Mps: dimensioni maggiori, razionalizzazione industriale, un’uscita più elegante dello Stato dal capitale del gruppo toscano Peccato che tra i desideri del governo e la realtà si frappongano fondazioni, azionisti irrequieti, personalismi, veti incrociati. E poi c’è il convitato di pietra. O meglio, di granito. Si chiama Intesa Sanpaolo. Il primo gruppo bancario del Paese osserva in apparente immobilità. l’amministratore delegato Carlo Messina ha ripetuto più volte di non voler partecipare al Far West delle aggregazioni. Ma spesso quando il leader di mercato dice di non voler ballare, probabilmente sta solo scegliendo quale musica ballare. Per ora tutti fermi e tutti in allerta.
Unicredit sale in Generali e sostiene che si tratta solo di investimento finanziario. Il mercato ascolta e annuisce con la stessa convinzione con cui a Capodanno si fanno le promesse per la dieta definitiva. Possibile, certo. Credibile, meno. Come se non bastasse, Orcel gioca su due tavoli contemporaneamente. Perché mentre entra con più decisione nel cuore del capitalismo italiano, rafforza anche la presenza in Germania. Unicredit ha infatti aumentato leggermente la partecipazione diretta con diritto di voto in Commerzbank al 26,77%, mentre la quota potenziale complessiva sale al 32,64%, grazie anche a strumenti derivati pari al 5,87% del capitale. Tradotto: mentre a casa tutti guardano Generali, Orcel allunga la mano anche su Berlino. Tutto questo perché le vecchie rendite di posizione si assottigliano, i margini si stringono, la tecnologia costa, l’Europa spinge verso campioni più grandi e il risiko non è più un capriccio da salotto: è una necessità industriale.
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