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2019-05-26
La teste: «C’erano due neri con Pamela»
Ansa
«Erano in due quella mattina in via Spalato: neri come la pece! La ragazza con la valigia rossa e blu li seguiva, pareva un cagnolino».
Spunta una supertestimone che potrebbe far riaprire le indagini sul caso Mastropietro a pochi giorni dalla sentenza di primo grado. Mercoledì la corte d'Assise di Macerata dovrebbe pronunciarsi sulle accuse a Innocent Oseghale, 34 anni, nigeriano, unico imputato per l'uccisione di Pamela Mastropietro, la ragazza romana di 18 anni ammazzata il 30 gennaio 2018 a Macerata e il cui corpo venne trovato fatto in 24 pezzi nascosti in due trolley, uno era quello rosso e blu di lei, abbandonati lungo una strada a Casette Verdini. L'accusa ha chiesto per Oseghale l'ergastolo con isolamento diurno per 18 mesi ritenendolo colpevole di omicidio aggravato da crudeltà, violenza carnale, occultamento e vilipendio di cadavere. La difesa sostiene che non c'è prova né dell'assassinio - Pamela sarebbe morta per overdose di eroina - né della violenza carnale; Oseghale semmai va condannato per il vilipendio di cadavere (che lui ammette) al minimo della pena, 3 anni, e come ha detto nella sua arringa uno dei legali del nigeriano, Umberto Gramenzi «bisogna evitare di condannarlo solo per il colore della sua pelle».
La Procura della Repubblica di Macerata fonda, oltreché sulle perizie necroscopiche e tossicologiche, gran parte dell'accusa sulle rivelazioni del pentito di 'ndrangheta Vincenzo Marino, che nel carcere di Ascoli ha raccolto le confidenze dell'imputato, ma espunge da queste dichiarazioni l'affermazione fatta dal teste che «Oseghale è un capo della mafia nigeriana». Giovanni Giorgio, il procuratore, di mafia nigeriana non vuole neppure sentire parlare. Ne fece un unico accenno nel febbraio del 2018 a indagini calde quando fece arrestare Lucky Awelima e Desmond Lucky (poi condannati per doga in un altro processo in cui è imputato lo stesso Oseghale) ritenendoli correi di Innocent nel delitto Mastropietro. Poi li ha fatti uscire dal processo.
È convinto Giorgio di non avere prove in particolare contro Desmond Lucky che è stato invece accusato di correità nella fine della povera Pamela dallo stesso Oseghale e di cui parla diffusamente Marino, il pentito. Giorgio sostiene che le celle telefoniche collocano Desmond il 30 gennaio in via Spalato - l'appartamento che era stato preso in affitto dalla compagna di Oseghale, una ragazza maceratese, dove Pamela è stata ammazzata e fatta a pezzi - solo per pochi minuti e in due momenti differenti e dunque non può aver né partecipato all'uccisione né allo squartamento. C'è un però: se Desmond avesse spento il telefono vorrebbe invece dire che è rimasto in via Spalato per l'intervallo di tempo tra i due agganci alle celle telefoniche: oltre sei ore. Ma c'è un altro testimone - che la Procura non ha voluto ascoltare definendolo inattendibile quando semmai inattendibile è la fonte delle rivelazioni, cioè Oseghale - che parla di Desmond sulla scena del crimine. È Antonio Di Sabato, ex poliziotto compagno di cella del nigeriano ad Ascoli. Racconta di aver saputo da Oseghale che mentre lui accoltellava Pamela, Desmond la teneva ferma per il collo e per un braccio.
La perizia autoptica ha confermato che sul braccio della ragazza ci sono segni di compressione, il collo invece non è mai stato ritrovato! Antnio Di Sabato ha depositato anche la registrazione - trascritta dai carabinieri - di una conversazione avuta con Umberto Gramenzi, il difensore del nigeriano, nello studio del legale. A parte il fatto che Gramenzi ride della morte di Pamela in questa registrazione Di Sabato conferma che Oseghale gli ha riferito che ad uccidere Pamela sono stati lui e Desmond. Chiamato a deporre al processo Desmond ha negato tutto, ha detto che avrebbe querelato per calunnia Oseghale, ma né lui né il procuratore hanno mai agito. Ora però spunta questa superteste che afferma: «Quella mattina con Pamela erano in due». La rivelazione è stata raccolta dal legale della parte civile - i genitori della ragazza - l'avvocato Maro Valerio Verni , zio di Pamela, avvicinato dalla signora durante un'udienza del processo.
La signora, che ha messo tutto a verbale con i Carabinieri, è di Macerata e la figlia abita in via Spalato a poche decine di metri dal palazzo dove è avvenuto il delitto. Ha riferito: «La mattina del 30 gennaio 2018 ho notato questo strano terzetto. I due uomini di colore camminavano davanti e a pochi passi dietro di loro c'era questa bella ragazza con una valigia rossa e blu e un pellicciotto che li seguiva, sembrava imbambolata. Li ho guardati bene perché camminando gli sono passata accanto e mi sono proprio chiesta: cosa ci fa questa bella ragazza con questi due? Stavamo passando davanti alla farmacia di via Spalato». È la farmacia dove le telecamere hanno ripreso Pamela che va a comprare una siringa. La teste riferisce anche un'altra circostanza: «Dal terrazzo di mia figlia si vede l'appartamento di via Spalato e lì cerano sempre delle ragazze di colore in compagnia di un nero corpulento. Quelle stavano sul terrazzo a prendere il sole, ma appena faceva buio uscivano tutti insieme. Questo nei primi tempi, dopo in quell'appartamento era un continuo via vai». Vincenzo Marino, il pentito, ha riferito che Oseghale avrebbe avuto a Macerata il compito di reclutare spacciatori e di trovare appartamenti per le prostitute. Le dichiarazioni di questa superteste avvalorano così la tesi sostenuta dall'avvocato Marco Valerio Verni nell'opposizione davanti al Gip di Macerata alla richiesta, avanzata dalla Procura, di proscioglimento di Desmond Lucky nel caso Mastropietro. Una cosa è certa; anche se mercoledì si va a sentenza sulla morte della povera Pamela e sul perché a Macerata si sia consumato un così atroce delitto, la verità è più profonda. Nera come una certa mafia.
Gli stranieri delinquono più degli italiani. La Onlus lo dice sottovoce
Gli stranieri commettono più reati degli italiani? La domanda a quanto pare deve essere un tabù se non vi risponde in modo esplicito nemmeno l'Onlus che da anni si occupa di raccogliere dati e statistiche sui detenuti nelle carcere italiane: Antigone.
Qualsiasi sia la prospettiva da cui si scelga di leggere la realtà, se mettiamo da parte ideologie, preoccupazioni di sorta e politica, resta il dato, duro e puro. Che però non viene esplicitato e bisogna andarselo a calcolare perché il XV rapporto di Antigone risponde su tutto tranne che su chi, tra italiani e stranieri, commetta più reati. Il rapporto invece si premura di offrire una serie di argomentazioni utili a smontare le credenze che potrebbero danneggiare la percezione degli stranieri perché, scrive, «il razzismo si fonda proprio sugli stereotipi» e quindi spetta alle statistiche criminali e penitenziarie «orientare le decisioni».
E quindi per arrivare a concludere che «non è vero che gli stranieri sono un pericolo per la sicurezza» o che «non è vero che gli stranieri commettano reati più gravi rispetto agli italiani», Antigone illustra la minore incidenza tra gli stranieri di pene per associazione a delinquere di stampo mafioso (1,4% sul totale) mentre l'alto numero di stranieri dietro le sbarre per spaccio di droga (37,4% del totale) viene giustificato dalla mancata depenalizzazione e/o legalizzazione degli stupefacenti a partire da quelli «leggeri». Un po' come dire che abolendo il reato scompare il reo.
Ora, su una cosa Antigone ha indubbiamente ragione. La percentuale di detenuti stranieri in carcere negli ultimi anni si è mantenuta attorno ad una media costante del 34% (34,27% nel 2017, 33.9% nel 2018, 33,6 % nel 2019) per cui se prendiamo per buono il parallelismo tra tasso di detenzione e tasso di criminalità proposto dalla stessa Antigone, non si può certo dire che l'aumento degli arrivi di migranti abbia prodotto un aumento del numero dei detenuti e che quindi vi sia «un'emergenza sicurezza». Il rapporto però non spende una parola per spiegare se il tasso di incarcerazione e quindi di criminalità degli stranieri, sia di fatto maggiore, minore o uguale a quello degli italiani.
Per rispondere a questa domanda bisogna fare qualche calcolo sulla base degli indizi offerti come il tasso di detenzione degli stranieri regolari che Antigone stima attorno allo 0,39% contro lo 0,06% degli italiani. Ora se la matematica non è un'opinione, in base a queste percentuali, gli stranieri regolari commettono reati 6,5 volte più degli italiani. Un dato in controtendenza con quanto dichiarato dallo stesso Piercamillo Davigo nella puntata di Di martedì del 14 maggio quando alla domanda di Antonio Polito, «se gli stranieri delinquano più degli italiani», rispondeva che se consideriamo gli stranieri regolari, la risposta è negativa.
Il rapporto di Antigone ci offre anche una seconda possibilità, quella di calcolare quante volte gli stranieri (tra regolari e irregolari) delinquono più degli italiani. Se consideriamo che sul totale della popolazione italiana (61 milioni, dati Istat) gli stranieri, tra regolari e irregolari e richiedenti asilo, costituiscono approssimativamente il 10% e in carcere rappresentano una media costante al 34%, si arriva a concludere che gli stranieri delinquono circa 5 volte più degli italiani.
Gli stranieri sono «ontologicamente» un pericolo per la sicurezza come il rapporto si preoccupa di negare? Solo pensarlo sarebbe un abominio ma esplicitare i dati può servire a rafforzare proprio quanto sostenuto dalla stessa Antigone e cioè che gli stranieri hanno minori possibilità rispetto agli italiani di accedere a misure alternative al carcere perché più svantaggiati in termini di residenza, rete familiare e accesso a strumenti legali. Infine, grazie ad Antigone, si può provare a calcolare anche un ultimo dato, ossia quante volte gli stranieri irregolari delinquono più degli italiani. Se è vero, come spiega il rapporto, che costituiscono i due terzi della popolazione degli stranieri in carcere, si ricava che gli irregolari delinquono circa 32 volte più degli italiani.
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Il legale della famiglia Mastropietro ha raccolto una nuova testimonianza, messa a verbale davanti ai carabinieri, da parte di una signora maceratese: «Mia figlia abita vicino a via Spalato, ho visto due africani seguiti dalla ragazza, imbambolata».Gli stranieri delinquono più degli italiani. La Onlus lo dice sottovoce. Il report sui detenuti di Antigone fa professione di antirazzismo. Eppure, a leggerli bene, i suoi dati sulle carceri parlano chiaro.Lo speciale comprende due articoli. «Erano in due quella mattina in via Spalato: neri come la pece! La ragazza con la valigia rossa e blu li seguiva, pareva un cagnolino». Spunta una supertestimone che potrebbe far riaprire le indagini sul caso Mastropietro a pochi giorni dalla sentenza di primo grado. Mercoledì la corte d'Assise di Macerata dovrebbe pronunciarsi sulle accuse a Innocent Oseghale, 34 anni, nigeriano, unico imputato per l'uccisione di Pamela Mastropietro, la ragazza romana di 18 anni ammazzata il 30 gennaio 2018 a Macerata e il cui corpo venne trovato fatto in 24 pezzi nascosti in due trolley, uno era quello rosso e blu di lei, abbandonati lungo una strada a Casette Verdini. L'accusa ha chiesto per Oseghale l'ergastolo con isolamento diurno per 18 mesi ritenendolo colpevole di omicidio aggravato da crudeltà, violenza carnale, occultamento e vilipendio di cadavere. La difesa sostiene che non c'è prova né dell'assassinio - Pamela sarebbe morta per overdose di eroina - né della violenza carnale; Oseghale semmai va condannato per il vilipendio di cadavere (che lui ammette) al minimo della pena, 3 anni, e come ha detto nella sua arringa uno dei legali del nigeriano, Umberto Gramenzi «bisogna evitare di condannarlo solo per il colore della sua pelle». La Procura della Repubblica di Macerata fonda, oltreché sulle perizie necroscopiche e tossicologiche, gran parte dell'accusa sulle rivelazioni del pentito di 'ndrangheta Vincenzo Marino, che nel carcere di Ascoli ha raccolto le confidenze dell'imputato, ma espunge da queste dichiarazioni l'affermazione fatta dal teste che «Oseghale è un capo della mafia nigeriana». Giovanni Giorgio, il procuratore, di mafia nigeriana non vuole neppure sentire parlare. Ne fece un unico accenno nel febbraio del 2018 a indagini calde quando fece arrestare Lucky Awelima e Desmond Lucky (poi condannati per doga in un altro processo in cui è imputato lo stesso Oseghale) ritenendoli correi di Innocent nel delitto Mastropietro. Poi li ha fatti uscire dal processo. È convinto Giorgio di non avere prove in particolare contro Desmond Lucky che è stato invece accusato di correità nella fine della povera Pamela dallo stesso Oseghale e di cui parla diffusamente Marino, il pentito. Giorgio sostiene che le celle telefoniche collocano Desmond il 30 gennaio in via Spalato - l'appartamento che era stato preso in affitto dalla compagna di Oseghale, una ragazza maceratese, dove Pamela è stata ammazzata e fatta a pezzi - solo per pochi minuti e in due momenti differenti e dunque non può aver né partecipato all'uccisione né allo squartamento. C'è un però: se Desmond avesse spento il telefono vorrebbe invece dire che è rimasto in via Spalato per l'intervallo di tempo tra i due agganci alle celle telefoniche: oltre sei ore. Ma c'è un altro testimone - che la Procura non ha voluto ascoltare definendolo inattendibile quando semmai inattendibile è la fonte delle rivelazioni, cioè Oseghale - che parla di Desmond sulla scena del crimine. È Antonio Di Sabato, ex poliziotto compagno di cella del nigeriano ad Ascoli. Racconta di aver saputo da Oseghale che mentre lui accoltellava Pamela, Desmond la teneva ferma per il collo e per un braccio. La perizia autoptica ha confermato che sul braccio della ragazza ci sono segni di compressione, il collo invece non è mai stato ritrovato! Antnio Di Sabato ha depositato anche la registrazione - trascritta dai carabinieri - di una conversazione avuta con Umberto Gramenzi, il difensore del nigeriano, nello studio del legale. A parte il fatto che Gramenzi ride della morte di Pamela in questa registrazione Di Sabato conferma che Oseghale gli ha riferito che ad uccidere Pamela sono stati lui e Desmond. Chiamato a deporre al processo Desmond ha negato tutto, ha detto che avrebbe querelato per calunnia Oseghale, ma né lui né il procuratore hanno mai agito. Ora però spunta questa superteste che afferma: «Quella mattina con Pamela erano in due». La rivelazione è stata raccolta dal legale della parte civile - i genitori della ragazza - l'avvocato Maro Valerio Verni , zio di Pamela, avvicinato dalla signora durante un'udienza del processo. La signora, che ha messo tutto a verbale con i Carabinieri, è di Macerata e la figlia abita in via Spalato a poche decine di metri dal palazzo dove è avvenuto il delitto. Ha riferito: «La mattina del 30 gennaio 2018 ho notato questo strano terzetto. I due uomini di colore camminavano davanti e a pochi passi dietro di loro c'era questa bella ragazza con una valigia rossa e blu e un pellicciotto che li seguiva, sembrava imbambolata. Li ho guardati bene perché camminando gli sono passata accanto e mi sono proprio chiesta: cosa ci fa questa bella ragazza con questi due? Stavamo passando davanti alla farmacia di via Spalato». È la farmacia dove le telecamere hanno ripreso Pamela che va a comprare una siringa. La teste riferisce anche un'altra circostanza: «Dal terrazzo di mia figlia si vede l'appartamento di via Spalato e lì cerano sempre delle ragazze di colore in compagnia di un nero corpulento. Quelle stavano sul terrazzo a prendere il sole, ma appena faceva buio uscivano tutti insieme. Questo nei primi tempi, dopo in quell'appartamento era un continuo via vai». Vincenzo Marino, il pentito, ha riferito che Oseghale avrebbe avuto a Macerata il compito di reclutare spacciatori e di trovare appartamenti per le prostitute. Le dichiarazioni di questa superteste avvalorano così la tesi sostenuta dall'avvocato Marco Valerio Verni nell'opposizione davanti al Gip di Macerata alla richiesta, avanzata dalla Procura, di proscioglimento di Desmond Lucky nel caso Mastropietro. Una cosa è certa; anche se mercoledì si va a sentenza sulla morte della povera Pamela e sul perché a Macerata si sia consumato un così atroce delitto, la verità è più profonda. 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Che però non viene esplicitato e bisogna andarselo a calcolare perché il XV rapporto di Antigone risponde su tutto tranne che su chi, tra italiani e stranieri, commetta più reati. Il rapporto invece si premura di offrire una serie di argomentazioni utili a smontare le credenze che potrebbero danneggiare la percezione degli stranieri perché, scrive, «il razzismo si fonda proprio sugli stereotipi» e quindi spetta alle statistiche criminali e penitenziarie «orientare le decisioni». E quindi per arrivare a concludere che «non è vero che gli stranieri sono un pericolo per la sicurezza» o che «non è vero che gli stranieri commettano reati più gravi rispetto agli italiani», Antigone illustra la minore incidenza tra gli stranieri di pene per associazione a delinquere di stampo mafioso (1,4% sul totale) mentre l'alto numero di stranieri dietro le sbarre per spaccio di droga (37,4% del totale) viene giustificato dalla mancata depenalizzazione e/o legalizzazione degli stupefacenti a partire da quelli «leggeri». Un po' come dire che abolendo il reato scompare il reo. Ora, su una cosa Antigone ha indubbiamente ragione. La percentuale di detenuti stranieri in carcere negli ultimi anni si è mantenuta attorno ad una media costante del 34% (34,27% nel 2017, 33.9% nel 2018, 33,6 % nel 2019) per cui se prendiamo per buono il parallelismo tra tasso di detenzione e tasso di criminalità proposto dalla stessa Antigone, non si può certo dire che l'aumento degli arrivi di migranti abbia prodotto un aumento del numero dei detenuti e che quindi vi sia «un'emergenza sicurezza». Il rapporto però non spende una parola per spiegare se il tasso di incarcerazione e quindi di criminalità degli stranieri, sia di fatto maggiore, minore o uguale a quello degli italiani. Per rispondere a questa domanda bisogna fare qualche calcolo sulla base degli indizi offerti come il tasso di detenzione degli stranieri regolari che Antigone stima attorno allo 0,39% contro lo 0,06% degli italiani. Ora se la matematica non è un'opinione, in base a queste percentuali, gli stranieri regolari commettono reati 6,5 volte più degli italiani. Un dato in controtendenza con quanto dichiarato dallo stesso Piercamillo Davigo nella puntata di Di martedì del 14 maggio quando alla domanda di Antonio Polito, «se gli stranieri delinquano più degli italiani», rispondeva che se consideriamo gli stranieri regolari, la risposta è negativa. Il rapporto di Antigone ci offre anche una seconda possibilità, quella di calcolare quante volte gli stranieri (tra regolari e irregolari) delinquono più degli italiani. Se consideriamo che sul totale della popolazione italiana (61 milioni, dati Istat) gli stranieri, tra regolari e irregolari e richiedenti asilo, costituiscono approssimativamente il 10% e in carcere rappresentano una media costante al 34%, si arriva a concludere che gli stranieri delinquono circa 5 volte più degli italiani. Gli stranieri sono «ontologicamente» un pericolo per la sicurezza come il rapporto si preoccupa di negare? Solo pensarlo sarebbe un abominio ma esplicitare i dati può servire a rafforzare proprio quanto sostenuto dalla stessa Antigone e cioè che gli stranieri hanno minori possibilità rispetto agli italiani di accedere a misure alternative al carcere perché più svantaggiati in termini di residenza, rete familiare e accesso a strumenti legali. Infine, grazie ad Antigone, si può provare a calcolare anche un ultimo dato, ossia quante volte gli stranieri irregolari delinquono più degli italiani. Se è vero, come spiega il rapporto, che costituiscono i due terzi della popolazione degli stranieri in carcere, si ricava che gli irregolari delinquono circa 32 volte più degli italiani.
Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
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