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2018-10-28
La sinistra in piazza piange sul degrado che ha prodotto lei
ANSA
Sapete come si evitano altri massacri come quello di Desirée o di Pamela? Semplice, tramite «presidi di antifascismo e democrazia» nei quartieri. Lo hanno spiegato ieri, durante la manifestazione organizzata dall'Anpi a Roma, nel quartiere San Lorenzo, dove la ragazzina di 16 anni originaria di Cisterna di Latina è stata segregata per due giorni, drogata fino allo sfinimento, stuprata per ore e infine ammazzata. I partigiani erano lì, con tutto il corredo: bandiere della Cgil e del Pd, canzoni dei Modena City Ramblers, magliette rosse. Più che ricordare un'adolescenza spazzata via dalla faccia della Terra, sembrava che stessero berciando contro il governo razzista.
Quella dell'Anpi, però, non era mica l'unica sfilata. Sempre nella Capitale, in piazza del Campidoglio, c'era un'altra manifestazione al grido di «Roma dice basta». Anche qui progressisti assortiti, ma pure radicali e perfino qualche esponente di centrodestra. Tutti insieme appassionatamente contro Virginia Raggi. E mentre a Roma la folla berciava contro il degrado, in altre regioni italiane Ong, associazioni, Caritas, Arci, Sant'Egidio e compagnia zufolante si esibivano per le strade contro il «razzismo» e il decreto sicurezza voluto da Matteo Salvini. Un allegro sabato combattente, insomma.
È un curioso cortocircuito psichiatrico, quello della sinistra italiana. Scende in piazza a protestare contro i danni che lei stessa ha causato. Tanto varrebbe che i militanti restassero a casa a insultarsi davanti allo specchio. La perfetta incarnazione di questo atteggiamento la ritroviamo in Laura Boldrini. L'ex presidente della Camera ieri ha scritto su Twitter: «Anziché trasformare il dolore per la povera Desirée in un set cinematografico il ministro Salvini lavori nel suo ufficio e metta in campo misure concrete per la sicurezza. Io sto coi cittadini e le cittadine che non sopportano più degrado, incuria e violenza».
Vediamo se abbiamo capito bene. A Roma un gruppo di immigrati clandestini - schifosi che abbiamo fatto entrare, abbiamo accolto e pure dotato del permesso umanitario perché fossero tutelati - ha imbottito di droghe, brutalizzato e straziato una ragazzina sedicenne. E Laura Boldrini si lamenta di tutto questo con Salvini? Osa parlare di «degrado, incuria e violenza»? Lei che voleva cancellare il reato di clandestinità? Lei che celebrava le «risorse» e le dipingeva come l'«avanguardia del nostro futuro»? Per la serie: la vergogna, questa sconosciuta.
Del resto - a proposito di strumentalizzazioni politiche - sono alcuni giorni che Madama Laura le spara grosse. Mercoledì, per esempio, ha scritto un pensiero rivolto alla sventurata Desirée: «Sei finita in una tana di esseri disumani e non riesco nemmeno a immaginare il dolore che staranno provando i tuoi famigliari. Spero che chi ti ha fatto così tanto male la paghi cara e venga punito come merita». Giusto: solo che a «fare tanto male» a questa piccola donna sono stati gli immigrati che la Boldrini ha incensato per anni.
Ecco, questo è il livello della sinistra italica. Manifesta contro il degrado e contro la violenza, ma è stata lei a produrli. Si straccia le vesti contro il razzismo, ma tace sui crimini degli immigrati. Giusto ieri, mentre la Boldrini se la prendeva con Salvini e i suoi amici delle Ong sfilavano, abbiamo avuto notizia dell'ennesima violenza. A Ragusa, un mediatore culturale del Gambia di 26 anni ha aggredito, violentato e poi picchiato per ridurla al silenzio una richiedente asilo del centro di accoglienza in cui prestava servizio.
I «mediatori culturali» sono le figure di cui, secondo i progressisti, abbiamo assoluto bisogno. Gli stranieri che aiutano altri stranieri ad ambientarsi nel nostro Paese. Sono il canale di trasmissione fra la nostra cultura e la loro. Beh, a quanto pare questo signore del Gambia ha dato una bella dimostrazione di quale sia la sua cultura: quella dello stupro.
Ovviamente, però, di queste storie vomitevoli gli impegnati manifestanti non parlano mai. A loro interessano l'antifascismo, il razzismo, la discriminazione. Ce l'hanno con la Lega, con i 5 stelle, con i fascisti e gli altri soliti babau. A seviziare e a uccidere le ragazzine, però, non sono i razzisti. Ad avvelenare giovani e giovanissimi con la droga non sono i perfidi fasci. E intanto che le ridenti associazioni umanitarie mettono in scena le loro danze macabre nelle piazze, le violenze continuano, le morti aumentano. Sono l'eredità dei passati governi, il frutto di una dominazione culturale che ci ha schiacciato per anni.
La sinistra vuole protestare? Se la prenda con sé stessa. È lei la madre del degrado.
Francesco Borgonovo
L’orrore raccontato dal testimone: «L’hanno stuprata per divertirsi»
I lividi sulle braccia e sulle gambe provano che è stata immobilizzata. Le lesioni nelle parti intime dimostrano che è stata violentata ripetutamente. Le tracce biologiche di più persone dicono chiaramente che Desy, stordita da un mix di droga e psicofarmaci, è stata vittima del branco di belve che l'ha anche seviziata, come indica la bruciatura di sigaretta che le è stata trovata addosso. I predatori africani dal permesso umanitario, che per gli investigatori sono gli assassini di Desirée Mariottini, 16 anni, la ragazza di Cisterna Latina morta nel palazzo occupato di via dei Lucani a Roma, quartiere San Lorenzo, stando ai risultati dell'autopsia e al materiale investigativo raccolto dalla Procura, hanno avuto per ore il totale controllo della vittima. Il movente? Lo svela uno dei tossici presenti, che ora è diventato un testimone: «È stata violentata per divertimento dopo avere assunto eroina». E, emerge dalle testimonianze, quando le belve hanno capito che era in fin di vita, non hanno permesso ad altri di chiamare i soccorsi. «Lasciamola morire 'sta tossica», avrebbe detto uno di loro, stando al racconto di un testimone. Ma ora, come era prevedibile, cercano di salvarsi dal carcere e giocano allo scaricabarile.
Per la Procura, che ha chiesto e ottenuto la convalida del fermo, Chima Alinno, nigeriano, 46 anni, noto negli ambienti dello spaccio con il nome Sisko, è uno degli assassini. E mentre in udienza ha fatto scena muta, ha confidato al suo avvocato: «Non mi sarei mai permesso neanche di toccare Desirée... si vedeva che era una bambina». Il senegalese Mamadou Gara detto Paco, 27 anni, invece, ha ammesso di avere avuto un rapporto sessuale con la piccola quella sera. «Avevamo una storia, ma mi aveva detto di essere più grande, di avere 22 anni», ha riferito in questura. Ora lo definiscono un fidanzato.
In realtà, secondo gli investigatori, quelle ammissioni le ha fatte per tentare di trovare una scappatoia giudiziaria: «Non l'ho stuprata», si è difeso davanti ai magistrati. E poi ha aggiunto: «Era viva quando sono andato via». Una delle amiche di Desirée ha detto ai poliziotti che la ragazzina andava da lui per prostituirsi in cambio di droga. E anche lui ha scelto di tenere le labbra serrate davanti al gip. L'unico che ha provato a chiarire, ieri mattina, è stato il senegalese Brian Minteh, 43 anni: «Io non c'entro nulla con questa storia. Non sono stato io, sono stati altri». E ha fornito altri nomi, sui quali ora sono in corso accertamenti. Il gip Maria Paola Tomaselli ha convalidato i fermi, riservandosi di decidere sulla possibilità di emettere un'ordinanza di custodia cautelare.
Il caso Desirée ha infiammato la piazza romana. La manifestazione contro il degrado è stata usata contro il sindaco Virginia Raggi. Lo slogan scelto per il presidio davanti al municipio era «Roma dice basta». Ai cori «dimissioni» hanno preso parte alcuni esponenti dem. Difendono il quartiere San Lorenzo, invece, l'Anpi e le associazioni dell'ultrasinistra, che hanno manifestato a meno di mille metri dal presidio di Forza nuova. Il luogo che si è trasformato nella scena del crimine in cui è stata uccisa Desirée, stando agli antifascisti, è lo «storico luogo di tradizioni democratiche, zona popolare e operaia della città, che alla resistenza ha dato molti dei suoi figli e deve continuare a essere un luogo dove i valori di libertà e solidarietà e dove i principi costituzionali siano sempre affermati, ribaditi e applicati». Insieme a quelli di legalità e giustizia, dimenticati dai manifestanti, ma in questi giorni richiesti a gran voce dai cittadini.
Fabio Amendolara
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Desirée uccisa da migranti, ma Anpi e soci pensano al razzismo. Laura Boldrini chiede più sicurezza. Dovrebbe dirlo alle sue risorse. L'orrore raccontato dal testimone: «L'hanno stuprata per divertirsi». Le belve avrebbero impedito di chiamare i soccorsi: «Lasciamo morire 'sta tossica». Lo speciale comprende due articoli. Sapete come si evitano altri massacri come quello di Desirée o di Pamela? Semplice, tramite «presidi di antifascismo e democrazia» nei quartieri. Lo hanno spiegato ieri, durante la manifestazione organizzata dall'Anpi a Roma, nel quartiere San Lorenzo, dove la ragazzina di 16 anni originaria di Cisterna di Latina è stata segregata per due giorni, drogata fino allo sfinimento, stuprata per ore e infine ammazzata. I partigiani erano lì, con tutto il corredo: bandiere della Cgil e del Pd, canzoni dei Modena City Ramblers, magliette rosse. Più che ricordare un'adolescenza spazzata via dalla faccia della Terra, sembrava che stessero berciando contro il governo razzista. Quella dell'Anpi, però, non era mica l'unica sfilata. Sempre nella Capitale, in piazza del Campidoglio, c'era un'altra manifestazione al grido di «Roma dice basta». Anche qui progressisti assortiti, ma pure radicali e perfino qualche esponente di centrodestra. Tutti insieme appassionatamente contro Virginia Raggi. E mentre a Roma la folla berciava contro il degrado, in altre regioni italiane Ong, associazioni, Caritas, Arci, Sant'Egidio e compagnia zufolante si esibivano per le strade contro il «razzismo» e il decreto sicurezza voluto da Matteo Salvini. Un allegro sabato combattente, insomma. È un curioso cortocircuito psichiatrico, quello della sinistra italiana. Scende in piazza a protestare contro i danni che lei stessa ha causato. Tanto varrebbe che i militanti restassero a casa a insultarsi davanti allo specchio. La perfetta incarnazione di questo atteggiamento la ritroviamo in Laura Boldrini. L'ex presidente della Camera ieri ha scritto su Twitter: «Anziché trasformare il dolore per la povera Desirée in un set cinematografico il ministro Salvini lavori nel suo ufficio e metta in campo misure concrete per la sicurezza. Io sto coi cittadini e le cittadine che non sopportano più degrado, incuria e violenza». Vediamo se abbiamo capito bene. A Roma un gruppo di immigrati clandestini - schifosi che abbiamo fatto entrare, abbiamo accolto e pure dotato del permesso umanitario perché fossero tutelati - ha imbottito di droghe, brutalizzato e straziato una ragazzina sedicenne. E Laura Boldrini si lamenta di tutto questo con Salvini? Osa parlare di «degrado, incuria e violenza»? Lei che voleva cancellare il reato di clandestinità? Lei che celebrava le «risorse» e le dipingeva come l'«avanguardia del nostro futuro»? Per la serie: la vergogna, questa sconosciuta. Del resto - a proposito di strumentalizzazioni politiche - sono alcuni giorni che Madama Laura le spara grosse. Mercoledì, per esempio, ha scritto un pensiero rivolto alla sventurata Desirée: «Sei finita in una tana di esseri disumani e non riesco nemmeno a immaginare il dolore che staranno provando i tuoi famigliari. Spero che chi ti ha fatto così tanto male la paghi cara e venga punito come merita». Giusto: solo che a «fare tanto male» a questa piccola donna sono stati gli immigrati che la Boldrini ha incensato per anni. Ecco, questo è il livello della sinistra italica. Manifesta contro il degrado e contro la violenza, ma è stata lei a produrli. Si straccia le vesti contro il razzismo, ma tace sui crimini degli immigrati. Giusto ieri, mentre la Boldrini se la prendeva con Salvini e i suoi amici delle Ong sfilavano, abbiamo avuto notizia dell'ennesima violenza. A Ragusa, un mediatore culturale del Gambia di 26 anni ha aggredito, violentato e poi picchiato per ridurla al silenzio una richiedente asilo del centro di accoglienza in cui prestava servizio. I «mediatori culturali» sono le figure di cui, secondo i progressisti, abbiamo assoluto bisogno. Gli stranieri che aiutano altri stranieri ad ambientarsi nel nostro Paese. Sono il canale di trasmissione fra la nostra cultura e la loro. Beh, a quanto pare questo signore del Gambia ha dato una bella dimostrazione di quale sia la sua cultura: quella dello stupro. Ovviamente, però, di queste storie vomitevoli gli impegnati manifestanti non parlano mai. A loro interessano l'antifascismo, il razzismo, la discriminazione. Ce l'hanno con la Lega, con i 5 stelle, con i fascisti e gli altri soliti babau. A seviziare e a uccidere le ragazzine, però, non sono i razzisti. Ad avvelenare giovani e giovanissimi con la droga non sono i perfidi fasci. E intanto che le ridenti associazioni umanitarie mettono in scena le loro danze macabre nelle piazze, le violenze continuano, le morti aumentano. Sono l'eredità dei passati governi, il frutto di una dominazione culturale che ci ha schiacciato per anni. La sinistra vuole protestare? Se la prenda con sé stessa. È lei la madre del degrado. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-sinistra-in-piazza-piange-sul-degrado-che-ha-prodotto-lei-2615723870.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lorrore-raccontato-dal-testimone-lhanno-stuprata-per-divertirsi" data-post-id="2615723870" data-published-at="1777637428" data-use-pagination="False"> L’orrore raccontato dal testimone: «L’hanno stuprata per divertirsi» I lividi sulle braccia e sulle gambe provano che è stata immobilizzata. Le lesioni nelle parti intime dimostrano che è stata violentata ripetutamente. Le tracce biologiche di più persone dicono chiaramente che Desy, stordita da un mix di droga e psicofarmaci, è stata vittima del branco di belve che l'ha anche seviziata, come indica la bruciatura di sigaretta che le è stata trovata addosso. I predatori africani dal permesso umanitario, che per gli investigatori sono gli assassini di Desirée Mariottini, 16 anni, la ragazza di Cisterna Latina morta nel palazzo occupato di via dei Lucani a Roma, quartiere San Lorenzo, stando ai risultati dell'autopsia e al materiale investigativo raccolto dalla Procura, hanno avuto per ore il totale controllo della vittima. Il movente? Lo svela uno dei tossici presenti, che ora è diventato un testimone: «È stata violentata per divertimento dopo avere assunto eroina». E, emerge dalle testimonianze, quando le belve hanno capito che era in fin di vita, non hanno permesso ad altri di chiamare i soccorsi. «Lasciamola morire 'sta tossica», avrebbe detto uno di loro, stando al racconto di un testimone. Ma ora, come era prevedibile, cercano di salvarsi dal carcere e giocano allo scaricabarile. Per la Procura, che ha chiesto e ottenuto la convalida del fermo, Chima Alinno, nigeriano, 46 anni, noto negli ambienti dello spaccio con il nome Sisko, è uno degli assassini. E mentre in udienza ha fatto scena muta, ha confidato al suo avvocato: «Non mi sarei mai permesso neanche di toccare Desirée... si vedeva che era una bambina». Il senegalese Mamadou Gara detto Paco, 27 anni, invece, ha ammesso di avere avuto un rapporto sessuale con la piccola quella sera. «Avevamo una storia, ma mi aveva detto di essere più grande, di avere 22 anni», ha riferito in questura. Ora lo definiscono un fidanzato. In realtà, secondo gli investigatori, quelle ammissioni le ha fatte per tentare di trovare una scappatoia giudiziaria: «Non l'ho stuprata», si è difeso davanti ai magistrati. E poi ha aggiunto: «Era viva quando sono andato via». Una delle amiche di Desirée ha detto ai poliziotti che la ragazzina andava da lui per prostituirsi in cambio di droga. E anche lui ha scelto di tenere le labbra serrate davanti al gip. L'unico che ha provato a chiarire, ieri mattina, è stato il senegalese Brian Minteh, 43 anni: «Io non c'entro nulla con questa storia. Non sono stato io, sono stati altri». E ha fornito altri nomi, sui quali ora sono in corso accertamenti. Il gip Maria Paola Tomaselli ha convalidato i fermi, riservandosi di decidere sulla possibilità di emettere un'ordinanza di custodia cautelare. Il caso Desirée ha infiammato la piazza romana. La manifestazione contro il degrado è stata usata contro il sindaco Virginia Raggi. Lo slogan scelto per il presidio davanti al municipio era «Roma dice basta». Ai cori «dimissioni» hanno preso parte alcuni esponenti dem. Difendono il quartiere San Lorenzo, invece, l'Anpi e le associazioni dell'ultrasinistra, che hanno manifestato a meno di mille metri dal presidio di Forza nuova. Il luogo che si è trasformato nella scena del crimine in cui è stata uccisa Desirée, stando agli antifascisti, è lo «storico luogo di tradizioni democratiche, zona popolare e operaia della città, che alla resistenza ha dato molti dei suoi figli e deve continuare a essere un luogo dove i valori di libertà e solidarietà e dove i principi costituzionali siano sempre affermati, ribaditi e applicati». Insieme a quelli di legalità e giustizia, dimenticati dai manifestanti, ma in questi giorni richiesti a gran voce dai cittadini. Fabio Amendolara
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
La risoluzione impegna il governo ad «attivare interlocuzioni presso l’Ue volte al riconoscimento dell’eccezionalità della situazione in vista di una possibile attuazione della clausola di salvaguardia». Questa è una possibilità prevista dalle regole europee che consente agli Stati membri di sospendere temporaneamente i vincoli del Patto di Stabilità in caso di grave recessione economica nell’Eurozona e nell’Unione europea. Non si tratta comunque di misure unilaterali ed è sempre prevista l’autorizzazione da parte delle istituzioni Ue. Secondo il Codice di condotta sull’attuazione del Patto di Stabilità, in caso di attivazione delle clausole i Paesi con disavanzo eccessivo, che è il caso dell’Italia, non vedono sospese le regole fiscali ma possono ottenere una revisione del percorso di aggiustamento e una valutazione più flessibile da parte della Commissione Ue.
L’aggiornamento della risoluzione di maggioranza è un passo ulteriore e più forte rispetto al testo precedente dove c’era solo una generica richiesta alla Ue di una maggiore flessibilità nella gestione dei conti pubblici. La Camera ha approvato il testo con 180 voti favorevoli, 97 contrari e quattro astensioni (compreso il partito di Vannacci). Al Senato approvato con 96 sì e 60 no. La modifica è certamente il frutto di una pressione della Lega condotta in Parlamento da Alberto Bagnai e Claudio Borghi. «Il testo della risoluzione l’ho validato io quindi vuol dire che è stato condiviso», ha precisato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Da un lato la Lega spingeva per inserire un riferimento esplicito allo scostamento di bilancio, strumento che il governo non può e non vuole evocare apertamente per non irrigidire il non facile dialogo con Bruxelles, le clausole di salvaguardia tuttavia sono uno strumento concreto. La motivazione per invocarle è, come appare evidente, la situazione energetica seguita agli eventi bellici che si sono sviluppati a partire dal 28 febbraio, cioè dopo l’intervento americano in Iran. Una guerra che ha prodotto «un rilevante impatto asimmetrico sui costi energetici, in conseguenza di fattori al di fuori del controllo degli Stati dell’Unione», si legge nella risoluzione. D’altra parte la nuova governance europea prevede clausole di uscita in caso di circostanze eccezionali e in base alla risoluzione l’Italia deve intraprendere questa strada. Nel suo intervento al termine della discussione generale sul Dfp, il ministro Giorgetti aveva detto: «È molto difficile da sostenere, quantomeno politicamente, una clausola escape che preveda la possibilità di non considerare ai fini del Patto le spese per la difesa e invece le escluda per gli interventi in favore di famiglie e imprese per l’energia. C’è un’incongruenza logica che continueremo a ribadire».
La questione è chiara: da un lato l’esigenza di mettere in campo misure per evitare che l’impatto del conflitto in Medio Oriente si propaghi nel nostro Paese alla struttura dei prezzi, generando inflazione e quindi comprimendo il potere d’acquisto dei cittadini; dall’altro ci sono gli spazi assai limitati di finanza pubblica in un Paese come l’Italia fortemente indebitato, con un rapporto tra lo stock del debito e il Pil che nel 2025 è stato del 137,1% e che è dato in crescita nel 2026.
Nel corso del dibattito parlamentare il ministro Giorgetti aveva sottolineato come un Paese «fortemente indebitato non sia totalmente libero e ha un vincolo che non si può ignorare». La clausola invocata potrebbe essere il percorso giusto in questa fase in base a come andrà l’interlocuzione con l’Unione europea.
Intanto il governo si avvicina alla data di domani, 2 maggio, quando diventerà il secondo più longevo della storia repubblicana sorpassando il Berlusconi quater (2008-2011), di cui peraltro Giorgia Meloni faceva parte come ministro della Gioventù.
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Via libera del Consiglio dei ministri al piano casa e al ddl sugli sgomberi. Il premier Giorgia Meloni annuncia fino a 100.000 alloggi in 10 anni e procedure più rapide per liberare gli immobili occupati abusivamente.
Il governo accelera sul fronte abitativo e della legalità. Al termine del Consiglio dei ministri, il premier Giorgia Meloni ha illustrato i contenuti del piano casa, definito «ambizioso», con l’obiettivo di mettere a disposizione fino a 100.000 alloggi tra edilizia popolare e soluzioni a canone calmierato nell’arco di un decennio.
Il progetto prevede uno stanziamento pubblico fino a 10 miliardi di euro, destinato a generare un effetto moltiplicatore grazie al coinvolgimento di capitali privati. Tra le priorità anche il recupero di circa 60mila immobili oggi non assegnabili perché in condizioni non adeguate. Parallelamente, l’esecutivo ha approvato un disegno di legge con dichiarazione d’urgenza sugli sgomberi, con l’obiettivo di rendere più rapide ed efficaci le procedure per liberare gli immobili occupati abusivamente. Una misura che punta a rafforzare la tutela della proprietà e a velocizzare gli interventi sul territorio.
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«Roma e Milano», ha evidenziato il presidente del Consiglio, «sono tra le città europee dove è più difficile acquistare casa: 16 a Roma, 13 a Milano sono i metri quadri di abitazione che un giovane può permettersi se destina un terzo del suo stipendio al pagamento di un prestito a 30 anni a tasso fisso. E quindi capiamo che un problema c’è. Non riguarda esclusivamente le città, perché il problema esiste ovunque».
E visto che c’è un problema che riguarda giovani, famiglie e anziani, il governo è intervenuto con un provvedimento «corposo» che poggia su tre pilastri. Il primo riguarda l’edilizia residenziale popolare e prevede di impiegare inizialmente non meno di 1,7 miliardi per ristrutturare alloggi pubblici che in questo momento non sono «agibili» e quindi restano fuori dalla graduatorie. Quanti? «L’obiettivo», ha sottolineato il vicepremier Matteo Salvini, «è recuperare entro un anno dall’approvazione del decreto 60.000 appartamenti ad oggi non assegnati perché fuori norma, perché occupati abusivamente, perché non hanno gli infissi ecc. in tutte le regioni italiane, con un costo medio per appartamento fra i 15 e i 20.000 euro».
Ma non ci sono solo i soldi. Perché a breve verrà nominato un commissario che avrà il compito di «facilitare» tutte le procedure. Il secondo pilastro invece prevede la nascita di uno strumento finanziario in capo a Invimit nel quale confluiranno le risorse finanziarie sia nazionali che europee destinate all’housing sociale e all’emergenza abitativa e che saranno ripartite tra i vari livelli di governo. Poi c’è la terza gamba, quella che fa perno sui privati, affiancati dalla mano pubblica che vede come protagonista Cassa Depositi e Prestiti, Confindustria e la rete del Real Estate guidata dal manager Mario Abbadessa.
Risorse che dovrebbero aggiungersi ai 10 miliardi di cui parla la Meloni. Secondo quanto risulta alla Verità sarà costituito un fondo immobiliare chiuso che oltre a Cdp (che investirà più di 400 milioni per avere un ruolo soprattutto di supervisione) coinvolgerà anche Mubadala (il fondo sovrano di Abu Dhabi che metterà sul piatto 1 miliardo per poi accrescere la sua partecipazione) e quasi sicuramente anche il fondo sovrano del Kuwait (Kia). E sempre dal Golfo Persico potrebbero arrivare altre sorprese. Anche per la creazione della terza gamba del piano casa il ruolo e i rapporti internazionali della Meloni (pensiamo al bilaterale di dicembre con l’Emiro del Kuwait Misha’al Al-Ahmad Al-Sabah e all’incontro di gennaio con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan) sono stati fondamentali.
I fondi sovrani puntano a un ritorno certo, ma va ricordato che nel piano di Cdp e Abbadessa avranno un ruolo importante le più grandi casse di previdenza del Paese, soggetti che per loro natura hanno una visione poco speculativa (Enpam, Cassa Forense, Inarcassa, Cnpadc ed Enasarco).
Si parla di una potenza di fuco (a leva) di circa 20 miliardi.
Anche per il terzo pilastro è prevista la nomina di un commissario alla semplificazione, ma come ha spiegato la Meloni, «lo Stato assicura al privato che vuole investire semplificazioni burocratiche, e procedure veloci, ma in cambio il privato dovrà garantire su 100 alloggi che costruisce che 70 siano di edilizia convenzionata. Un prezzo di affitto scontato di almeno il 33% rispetto al costo di mercato, ma speriamo che si possa fare anche meglio».
Sono essenziali per la riuscita del piano anche altre operazioni. Lo stesso presidente del Consiglio ha sottolineato come per la parte di edilizia a prezzi calmierati sia previsto il dimezzamento di tutti gli oneri dei notai: «Significa», ha spiegato, «dimezzare il costo dell’atto di compravendita, del mutuo, della locazione». Così come sarà centrale l’approvazione del disegno di legge con la dichiarazione d’urgenza sul tema degli sgomberi. Un pacchetto di misure per rendere più efficace e veloce la liberazione degli immobili occupati abusivamente intervenendo sulle procedure di notifica di esecuzione dello sfratto, sui tempi per le esecuzioni e sulla procedura accelerata e di urgenza per ottenere in via giudiziale il titolo esecutivo e quindi il rilascio dell’immobile.
Occhio infine al meccanismo del rent to buy. «C’è per l’edilizia sociale la formula innovativa del rent to buy. Cioè», ha insistito Salvini, «non si paga più a vuoto l’affitto di una lunga locazione perché dopo un tot di anni puoi andare a riscattare quell’immobile. Quindi non è più un affitto ma è un anticipo diluito nel tempo dell’acquisto». A cui si aggiunge anche un «aiuto per i prossimi tre anni dedicato esclusivamente ai genitori separati di 400-500 euro al mese». Mostrano apprezzamento le parti sociali. «Come Confindustria Assoimmobiliare», commenta per esempio il presidente Davide Albertini Petroni, «apprezziamo il forte impegno che Meloni, Salvini e Foti hanno dedicato all’emergenza abitativa, oggi tra le principali urgenze sociali del Paese».
Tutto bellissimo nella pratica, ora arriva il difficile: mettere il piano casa a terra.
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Silvia Salis (Getty Images)
«A Rimini», racconta Massimo Cortesi, responsabile della comunicazione dell’Associazione nazionale Alpini e direttore del mensile nazionale L’Alpino, «siamo stati preceduti da alcuni manifesti che dicevano: “Alpino molesto se mi tocchi ti calpesto”. È in quell’occasione che, per la prima volta, siamo stati travolti da accuse di questo tipo. Tutti hanno raccontato quello che alcuni di noi avrebbero fatto quella volta, ma nessuno, o quasi, ha detto che poi abbiamo creato un sito contro le molestie e prodotto un manuale di consapevolezza. Rigettiamo ogni tipo di comportamento scorretto nei confronti delle donne. Questo genere di cose non ha nulla a che fare con noi».
Stesso copione anche a Genova, dove si terrà la prossima adunata. Non una di meno ha subito pubblicato dei post contro le penne nere, paragonandoli a dei molestatori che coltivano la cultura machista. «Si tratta di un movimento che esiste solo online, senza segreteria e senza un vero e proprio consiglio», prosegue Cortesi. «Ci aveva già preso di mira durante l’adunata del 2018 a Trento». Polemica chiusa, quindi. Anche se il responsabile comunicazione dell’Ana ci tiene ad aggiungere: «Avere come bersaglio la nostra associazione è l’ideale perché abbiamo un’immagine molto positiva. Sparare sugli alpini provoca sempre molto rumore». Cortesi precisa poi una cosa: «Capisco che i genovesi siano a disagio per il fatto che siano state chiuse le scuole e i parchi, ma è una decisione che ha preso il Comune, senza che noi facessimo alcuna richiesta in questo senso. Lo ripeto: capisco che le famiglie potranno risentire della nostra presenza perché hanno i bambini a casa per due giorni. Lo comprendo. Ma non è né una decisione né una richiesta fatta dagli alpini». Anzi... Con un certo orgoglio, Cortesi ricorda un fatto: «Nel 2019, durante l’adunata di Milano, il sindaco Beppe Sala ci chiese quando saremmo tornati visto che avevamo lasciato i parchi in cui eravamo stati meglio di come li avevamo trovati».
A Genova però non è così. A dominare, almeno per il momento, sono le polemiche. Del resto la richiesta di ospitare l’adunata dell’Associazione nazionale Alpini era stata fatta tanto tempo fa, quando il sindaco era un altro, Marco Bucci, certamente più vicino al sentire degli Alpini rispetto a Silvia Salis. «Ai cittadini che protestano per i disagi», precisa Cortesi, «bisogna ricordare che l’adunata a Genova è stata chiesta certamente dalla nostra sezione locale, ma anche dal Comune e dalla Regione. E che portiamo sempre un introito significativo nelle casse delle città in cui passiamo. Mi sorprende che», prosegue poi il responsabile della comunicazione dell’Ana, «il Comune abbia celebrato il 25 aprile e poi abbia voltato le spalle agli Alpini, a cui sono state concesse 62 medaglie al valor militare durante la Resistenza. Non è una critica, ma bisogna dire che il confronto politico è scaduto. Gli interessi di una parte, in questo caso, sono prevalsi sull’oggettività».
Anche perché su queste adunate c’è un grande errore di fondo. Spesso si pensa che abbiano a che fare con il mondo militare o, peggio ancora, con la guerra. Ma non è così. L’Associazione nazionale alpini ha come obiettivo, grazie ai suoi volontari, quello di assistere chi si trova in difficoltà. Certo, l’Ana è una associazione di volontari che hanno in comune l’aver prestato servizio di leva nei reparti alpini, ma che poi hanno continuato tutta la vita in professioni diverse, in ogni campo. Che più che alla guerra pensano alla pace. Del resto, i motti delle ultime adunate sono stati «Il sogno di pace degli alpini» e «Alpini portatori di pace». Quest’anno invece il motto dell’adunata sarà «Un faro per il futuro d’Italia». Anche in questo caso i conflitti non c’entrano: «Vogliamo puntare su solidarietà, condivisione e disponibilità nei confronti degli altri. Come associazione nazionale alpini facciamo memoria degli uomini travolti dalle guerre, quindi delle vittime. Uno dei nostri motti è: “Noi onoriamo i morti aiutando i vivi”. Realizziamo opere a favore di tutti. Dove c’è un’emergenza arriviamo. Abbiamo fatto strutture in tutto il mondo per aiutare le persone», spiega Cortesi.
C’è poi un’altra questione, quella delle polemiche relative alla richiesta dell’Ana di Udine di evitare che la sfilata degli alpini fosse in concomitanza con il gay pride: «La sezione lo ha chiesto perché sono due manifestazioni talmente diverse che sarebbe meglio farle in giorni diversi. Udine non è una città assediata dagli eventi e quindi ci sono date e spazi per tutti».
Sia come sia, un fatto è certo: gli alpini piacciono a gran parte degli italiani. Sia perché ne riconoscono il valore nelle emergenze, sia perché guardando a quelle penne nere si ricordano dei giovani costretti a stare per anni in montagna, senza nulla con sé. Con solo qualche canto malinconico che racconta di ragazze perdute e di una guerra che non volevano fare. O della campagna di Russia, da cui i più non ritornarono, per parafrasare il titolo di un bel libro di Eugenio Corti. O di capitani che chiedevano che il loro corpo venisse spartito. Un po’ alla patria e al battaglione, un po’ alla mamma e al primo amore. E, infine, alle montagne «Ché lo fioriscano di rose e fior».
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