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2022-06-24
La riforma di Zingaretti vieta il 90% del gioco legale. In bilico 7.000 lavoratori
Nicola Zingaretti (Ansa)
Una modifica alle legge della Regione Lazio guidata da Nicola Zingaretti che regola le attività di gioco legale, come le slot machine o le video lottery, può spazzare via la quasi totalità delle attività legali del settore, con il rischio di spianare la strada al gioco online o, peggio ancora, alle bische gestite dalla criminalità organizzata. Il cui interesse per il comparto è cristallizzato in un passaggio della relazione al Parlamento della Direzione investigativa antimafia sul primo semestre 2021: «I sodalizi mafiosi, ampliando l’utilizzo della tecnologia, sono consacrati al cosiddetto gaming e betting, rispettivamente il settore del gioco d’azzardo e delle scommesse, ove imprenditori riconducibili alla criminalità organizzata, grazie alla costituzione di società sedenti nei paradisi fiscali, creano un circuito parallelo a quello legale, che consente di ottenere smisurati guadagni ed, in particolare, di riciclare, in maniera anonima, cospicue quantità di denaro».
circuiti paralleli
Circuiti paralleli dunque, accessibili da chiunque, minorenni e ludopatici compresi, dove si può giocare senza alcuna limitazione, con le regole sui pagamenti delle vincite che vengono aggirate attraverso l’uso (anche per l’acquisto dei crediti per giocare) di criptovalute come il bitcoin. Transazioni che aggirano di fatto il blocco che alcune banche attivano sulle carte di credito dei loro clienti, impedendo loro il gioco online oltre una certa soglia di spesa. Secondo alcuni studi sulle conseguenze del provvedimento della Regione, verrebbe interdetto il 92,2% del territorio di Roma al gioco legale e il 99,7% del territorio di Frosinone. Ma uno studio relativo proprio al territorio della Regione Lazio della Società italiana di psichiatria evidenzia come per la maggioranza dei giocatori patologici e per un terzo dei medici l’allontanamento delle attività di gioco non costituisce un deterrente. Sul piano sociale la normativa confina e aumenta l’offerta di gioco nelle zone periferiche, ad alta densità abitativa, con una probabile influenza negativa sui giocatori normalmente residenti nelle zone stesse.
Esattamente quello che potrebbe avere come conseguenza la norma approvata dal Consiglio Regionale del Lazio all’interno del cosiddetto collegato al bilancio, che - salvo ulteriori proroghe - dovrebbe entrare in vigore dal prossimo 28 agosto e porterà all’applicazione retroattiva della norma già prevista per le nuove aperture, ovvero alla chiusura di tutte quelle attività «ubicate a un raggio inferiore a 500 metri da aree sensibili, quali istituti scolastici di qualsiasi grado, centri giovanili o altri istituti frequentati principalmente dai giovani, centri anziani, strutture residenziali o semiresidenziali operanti in ambito sanitario o socio assistenziale o luoghi di culto». La norma non riguarda solo le sale slot, ma qualsiasi attività, come bar e tabaccherie, che ha al suo interno macchine per il gioco legale, che finora erano regolamentate sulla base della distanza e non del raggio di 500 metri. Queste dovranno quindi riconsegnare al gestore le famigerate macchinette, regolamentate nell’uso da tutta una serie di limitazioni, a partire dall’inserimento della tessera sanitaria che impedisce il gioco ai minorenni.
Come se non bastasse il rischio di consegnare i giocatori alla criminalità organizzata, la norma che porterà all’eliminazione di oltre il 90% delle macchine da gioco legali avrà anche ricadute pesantissime sull’occupazione, con circa 7.000 posti di lavoro a rischio. Secondo le stime infatti, l’80% delle attività della Regione Lazio con offerta di gioco chiuderebbe (passando da 4.977 ad 803 esercizi) e il 74% dei dipendenti del settore si troverebbe disoccupato e a rischio di finire reclutato da realtà illegali. Il provvedimento della Regione Lazio sarebbe dovuto entrare in vigore un anno fa, ma a causa della prolungata chiusura delle attività di gaming imposta dalle misure di contenimento della pandemia è slittata all’agosto di quest’anno.
il tesoro
Nel frattempo però, a mar zo il sottosegretario all’Economia Federico Freni ha annunciato che «la legge delega sul riordino dei giochi è pronta. È la proposta del governo che il Parlamento potrà eventualmente modificare, ma è pronta. È stata trasmessa dal Mef alla presidenza del Consiglio per essere inserita nell’ordine del giorno del Consiglio dei ministri». Con la conseguenza che la norma votata nel Lazio potrebbe a breve essere superata dalla riforma complessiva studiata dal Mef, che prevede un ridimensionamento dell’offerta tramite una ridistribuzione generale sul territorio nazionale dei punti in cui si trovano la macchine per il gioco, mettendo insieme la salvaguardia della legalità e la tutela dei soggetti affetti da dipendenza. Ma senza una nuova proroga che tenga conto dei tempi della riforma nazionale, il danno sarà fatto.
Sale il contrabbando di sigarette «Pesano le tasse sul tabacco»
Tra i tanti fenomeni preoccupanti che sono cresciuti per gli effetti collaterali della pandemia c’è anche quello del consumo di sigarette di contrabbando. Uno studio realizzato da Kpmg per conto di Philip Morris international relativo al consumo di sigarette illecite mostra infatti che nei Paesi dell’Unione europea il consumo complessivo di sigarette provenienti da fonti illecite è aumentato di circa il 3,9% , pari a circa 1,3 miliardi di sigarette, raggiungendo i 35,5 miliardi di sigarette illegali consumate negli Stati membri dell’Ue. Un dato in controtendenza rispetto all’andamento generale del mercato delle sigarette, visto che il consumo totale è diminuito nello stesso periodo. La crescita sarebbe originata principalmente dai blocchi alle frontiere delle merci provenienti dall’estero, quando veniva comprensibilmente data priorità ai materiali necessari al contrasto dei contagi. Una condizione che però è in larga misura venuta meno durante il 2021, sulla quale si erano però già innestate le organizzazioni criminali, che si sono specializzate nella produzione di sigarette contraffatte direttamente all’interno dei confini dell’Ue, in fabbriche clandestine dove il rispetto degli standard normativi e qualitativi previsti dalle normative sono una pura utopia, con tutte le conseguenze del caso per i rischi sanitari.
Secondo il documento di Kpmg, l’aumento del consumo illecito nell’Ue è stato in gran parte originato dalla crescita di circa il 33% del consumo di sigarette contraffatte in Francia, che l’anno scorso ha raggiunto gli 8 miliardi di sigarette. Nel complesso, la Francia rimane il principale mercato europeo per il consumo di sigarette illecite nell’Ue, con un totale di 15,1 miliardi di sigarette illecite consumate nel 2021, pari al 29% del consumo totale di sigarette nel Paese, oltre il doppio rispetto al 13% del 2017.
Dati che, come ha evidenziato Gregoire Verdeaux, senior vice president, relazioni esterne di Philip Morris, «dovrebbero rappresentare un campanello d’allarme». Secondo il manager emergerebbe che «nei Paesi con un alto livello di tasse sui prodotti del tabacco, come la Francia, il risultato sia stato una crescita dei consumi illeciti e una diminuzione marginale dei fumatori adulti di sigarette tradizionali». Proprio la strada che, secondo quanto risulta alla Verità, intendono intraprendere le istituzioni italiane, con il ministero dell’Economia e quello della Salute che hanno allo studio interventi per aumentare l’imposizione non solo sulle sigarette, ma anche sui nuovi device elettronici. Una scelta che potrebbe avere ricadute anche sull’inflazione, visto che il tabacco fa parte del paniere di beni che la determinano, con il rischio quindi che qualsiasi aumento dei prezzi dei prodotti del tabacco possa anche contribuire alla sua ulteriore crescita. Con il rischio che si inverta la controtendenza italiana sul consumo di sigarette di contrabbando rispetto al dato europeo. Nello studio di Kpmg infatti, l’Italia emerge come un Paese virtuoso, con un consumo di 1,4 miliardi di sigarette illecite (-0,8 miliardi rispetto al 2020) e pari al 2,2% nel 2021 (-1,2 punti percentuali rispetto al 2020). Ma a preoccupare le imprese del settore è soprattutto la sostanziale equiparazione nel nostro Paese delle cosiddette sigarette elettroniche a quelle tradizionali. I nuovi device infatti per adesso sembrano immuni al mercato di contrabbando, e nei Paesi dell’Ue in cui si è scelto di applicare ai dispositivi elettronici e alle relative ricariche una politica fiscale differenziata la diminuzione di fumatori tradizionali è stata incoraggiante.
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Il Lazio estende retroattivamente la norma che bandisce le sale scommesse quasi ovunque. Settore in rivolta. Il rischio è quello di facilitare le bische clandestine.Tabacco: secondo uno studio, aumento del 3,9% nell’Ue. Speranza pensa di alzare ancora l’imposizione.Lo speciale contiene due articoli.Una modifica alle legge della Regione Lazio guidata da Nicola Zingaretti che regola le attività di gioco legale, come le slot machine o le video lottery, può spazzare via la quasi totalità delle attività legali del settore, con il rischio di spianare la strada al gioco online o, peggio ancora, alle bische gestite dalla criminalità organizzata. Il cui interesse per il comparto è cristallizzato in un passaggio della relazione al Parlamento della Direzione investigativa antimafia sul primo semestre 2021: «I sodalizi mafiosi, ampliando l’utilizzo della tecnologia, sono consacrati al cosiddetto gaming e betting, rispettivamente il settore del gioco d’azzardo e delle scommesse, ove imprenditori riconducibili alla criminalità organizzata, grazie alla costituzione di società sedenti nei paradisi fiscali, creano un circuito parallelo a quello legale, che consente di ottenere smisurati guadagni ed, in particolare, di riciclare, in maniera anonima, cospicue quantità di denaro».circuiti paralleliCircuiti paralleli dunque, accessibili da chiunque, minorenni e ludopatici compresi, dove si può giocare senza alcuna limitazione, con le regole sui pagamenti delle vincite che vengono aggirate attraverso l’uso (anche per l’acquisto dei crediti per giocare) di criptovalute come il bitcoin. Transazioni che aggirano di fatto il blocco che alcune banche attivano sulle carte di credito dei loro clienti, impedendo loro il gioco online oltre una certa soglia di spesa. Secondo alcuni studi sulle conseguenze del provvedimento della Regione, verrebbe interdetto il 92,2% del territorio di Roma al gioco legale e il 99,7% del territorio di Frosinone. Ma uno studio relativo proprio al territorio della Regione Lazio della Società italiana di psichiatria evidenzia come per la maggioranza dei giocatori patologici e per un terzo dei medici l’allontanamento delle attività di gioco non costituisce un deterrente. Sul piano sociale la normativa confina e aumenta l’offerta di gioco nelle zone periferiche, ad alta densità abitativa, con una probabile influenza negativa sui giocatori normalmente residenti nelle zone stesse. Esattamente quello che potrebbe avere come conseguenza la norma approvata dal Consiglio Regionale del Lazio all’interno del cosiddetto collegato al bilancio, che - salvo ulteriori proroghe - dovrebbe entrare in vigore dal prossimo 28 agosto e porterà all’applicazione retroattiva della norma già prevista per le nuove aperture, ovvero alla chiusura di tutte quelle attività «ubicate a un raggio inferiore a 500 metri da aree sensibili, quali istituti scolastici di qualsiasi grado, centri giovanili o altri istituti frequentati principalmente dai giovani, centri anziani, strutture residenziali o semiresidenziali operanti in ambito sanitario o socio assistenziale o luoghi di culto». La norma non riguarda solo le sale slot, ma qualsiasi attività, come bar e tabaccherie, che ha al suo interno macchine per il gioco legale, che finora erano regolamentate sulla base della distanza e non del raggio di 500 metri. Queste dovranno quindi riconsegnare al gestore le famigerate macchinette, regolamentate nell’uso da tutta una serie di limitazioni, a partire dall’inserimento della tessera sanitaria che impedisce il gioco ai minorenni. Come se non bastasse il rischio di consegnare i giocatori alla criminalità organizzata, la norma che porterà all’eliminazione di oltre il 90% delle macchine da gioco legali avrà anche ricadute pesantissime sull’occupazione, con circa 7.000 posti di lavoro a rischio. Secondo le stime infatti, l’80% delle attività della Regione Lazio con offerta di gioco chiuderebbe (passando da 4.977 ad 803 esercizi) e il 74% dei dipendenti del settore si troverebbe disoccupato e a rischio di finire reclutato da realtà illegali. Il provvedimento della Regione Lazio sarebbe dovuto entrare in vigore un anno fa, ma a causa della prolungata chiusura delle attività di gaming imposta dalle misure di contenimento della pandemia è slittata all’agosto di quest’anno. il tesoroNel frattempo però, a mar zo il sottosegretario all’Economia Federico Freni ha annunciato che «la legge delega sul riordino dei giochi è pronta. È la proposta del governo che il Parlamento potrà eventualmente modificare, ma è pronta. È stata trasmessa dal Mef alla presidenza del Consiglio per essere inserita nell’ordine del giorno del Consiglio dei ministri». Con la conseguenza che la norma votata nel Lazio potrebbe a breve essere superata dalla riforma complessiva studiata dal Mef, che prevede un ridimensionamento dell’offerta tramite una ridistribuzione generale sul territorio nazionale dei punti in cui si trovano la macchine per il gioco, mettendo insieme la salvaguardia della legalità e la tutela dei soggetti affetti da dipendenza. Ma senza una nuova proroga che tenga conto dei tempi della riforma nazionale, il danno sarà fatto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-riforma-di-zingaretti-vieta-il-90-del-gioco-legale-in-bilico-7-000-lavoratori-2657556852.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sale-il-contrabbando-di-sigarette-pesano-le-tasse-sul-tabacco" data-post-id="2657556852" data-published-at="1656065274" data-use-pagination="False"> Sale il contrabbando di sigarette «Pesano le tasse sul tabacco» Tra i tanti fenomeni preoccupanti che sono cresciuti per gli effetti collaterali della pandemia c’è anche quello del consumo di sigarette di contrabbando. Uno studio realizzato da Kpmg per conto di Philip Morris international relativo al consumo di sigarette illecite mostra infatti che nei Paesi dell’Unione europea il consumo complessivo di sigarette provenienti da fonti illecite è aumentato di circa il 3,9% , pari a circa 1,3 miliardi di sigarette, raggiungendo i 35,5 miliardi di sigarette illegali consumate negli Stati membri dell’Ue. Un dato in controtendenza rispetto all’andamento generale del mercato delle sigarette, visto che il consumo totale è diminuito nello stesso periodo. La crescita sarebbe originata principalmente dai blocchi alle frontiere delle merci provenienti dall’estero, quando veniva comprensibilmente data priorità ai materiali necessari al contrasto dei contagi. Una condizione che però è in larga misura venuta meno durante il 2021, sulla quale si erano però già innestate le organizzazioni criminali, che si sono specializzate nella produzione di sigarette contraffatte direttamente all’interno dei confini dell’Ue, in fabbriche clandestine dove il rispetto degli standard normativi e qualitativi previsti dalle normative sono una pura utopia, con tutte le conseguenze del caso per i rischi sanitari. Secondo il documento di Kpmg, l’aumento del consumo illecito nell’Ue è stato in gran parte originato dalla crescita di circa il 33% del consumo di sigarette contraffatte in Francia, che l’anno scorso ha raggiunto gli 8 miliardi di sigarette. Nel complesso, la Francia rimane il principale mercato europeo per il consumo di sigarette illecite nell’Ue, con un totale di 15,1 miliardi di sigarette illecite consumate nel 2021, pari al 29% del consumo totale di sigarette nel Paese, oltre il doppio rispetto al 13% del 2017. Dati che, come ha evidenziato Gregoire Verdeaux, senior vice president, relazioni esterne di Philip Morris, «dovrebbero rappresentare un campanello d’allarme». Secondo il manager emergerebbe che «nei Paesi con un alto livello di tasse sui prodotti del tabacco, come la Francia, il risultato sia stato una crescita dei consumi illeciti e una diminuzione marginale dei fumatori adulti di sigarette tradizionali». Proprio la strada che, secondo quanto risulta alla Verità, intendono intraprendere le istituzioni italiane, con il ministero dell’Economia e quello della Salute che hanno allo studio interventi per aumentare l’imposizione non solo sulle sigarette, ma anche sui nuovi device elettronici. Una scelta che potrebbe avere ricadute anche sull’inflazione, visto che il tabacco fa parte del paniere di beni che la determinano, con il rischio quindi che qualsiasi aumento dei prezzi dei prodotti del tabacco possa anche contribuire alla sua ulteriore crescita. Con il rischio che si inverta la controtendenza italiana sul consumo di sigarette di contrabbando rispetto al dato europeo. Nello studio di Kpmg infatti, l’Italia emerge come un Paese virtuoso, con un consumo di 1,4 miliardi di sigarette illecite (-0,8 miliardi rispetto al 2020) e pari al 2,2% nel 2021 (-1,2 punti percentuali rispetto al 2020). Ma a preoccupare le imprese del settore è soprattutto la sostanziale equiparazione nel nostro Paese delle cosiddette sigarette elettroniche a quelle tradizionali. I nuovi device infatti per adesso sembrano immuni al mercato di contrabbando, e nei Paesi dell’Ue in cui si è scelto di applicare ai dispositivi elettronici e alle relative ricariche una politica fiscale differenziata la diminuzione di fumatori tradizionali è stata incoraggiante.
Manifestanti bloccano la strada del Brennero (Getty Images)
In pratica, vorrebbe che gran parte del traffico fosse dirottato altrove o che le merci transitassero su rotaia invece che su gomma. L’aspirazione ovviamente è legittima, perché il transito di migliaia di Tir (se ne calcolano almeno 6.500-7.000 al giorno, pari a 2,4-2,5 milioni di mezzi pesanti all’anno), oltre a intasare l’autostrada, genera sicuramente inquinamento.
Ma poi bisogna fare i conti con la realtà, e se i camion sull’A22 non piacciono non è che i treni che bucano le montagne siano poi accolti con gli applausi dagli stessi Verdi. Basta infatti rivolgere lo sguardo a Ovest per vedere l’opposizione che da anni impedisce la conclusione della linea ferroviaria che dovrebbe collegare l’Italia alla Francia, creando un corridoio per le merci.
In Val di Susa si combatte da anni una battaglia fra alcuni cosiddetti ambientalisti e le forze dell’ordine. Tutto all’insegna della difesa della natura e dell’inviolabilità della montagna. Sta di fatto che l’opera ha accumulato decenni di ritardo e ovviamente ha visto man mano lievitare i costi. Immaginate se qualcuno domani provasse ad aumentare il traffico merci via ferrovia lungo la rotta Brennero-Monaco. Prevedo già le barricate: e se questa volta sono scesi in autostrada in 2.000, in difesa dell’ambiente alpino, in caso di aumento della circolazione dei container su rotaia arriverebbe un esercito di contestatori, come è già accaduto in Piemonte.
Del resto, quando c’è da protestare ogni scusa è buona e dietro al verde spesso si nasconde il rosso antico: e se non si nasconde, si infila. Prendete quanto accaduto ieri. Il gruppo che ha bloccato l’A22 ha invaso la strada pacificamente, senza neppure fare troppo rumore e senza abusare della pazienza degli abitanti della zona. Tuttavia, al blocco autostradale qualcuno ha pensato bene di aggiungere anche il blocco ferroviario, appiccando un incendio a una centralina fondamentale per il traffico dei treni.
Risultato: anche la circolazione dei convogli è stata resa impraticabile. Per tutto il giorno né in auto né con un Frecciarossa è stato possibile raggiungere l’Austria, se non dopo gravi ritardi.
L’attentato, perché di questo si tratta, non è stato rivendicato e dunque è difficile capire se si tratti di qualche gruppo anarco-insurrezionalista o di qualche ultrà ambientalista. Ma poco importa, perché capita a volte che questi mondi si sfiorino e quando non si sfiorano c’è chi prova a inquinarli, contaminandoli in modo che dalla difesa della natura si passi all’offesa dell’ordine costituito.
Certi mondi - quello degli ambientalisti e quello dei comunisti duri e puri - dovrebbero invece essere ben distanti, per non nuocere alla causa dell’ecologia. Un esempio: la proposta lanciata da un esponente di Avs a Firenze, il quale parlando di crisi abitativa nel capoluogo toscano ha suggerito di requisire le case private. Un’idea che certo non ha nulla da spartire con episodi come quello della centralina di Verona, ma che è comunque da Stato socialista, dove la proprietà privata (difesa dalla Costituzione più bella del mondo) non è tutelata. Ma si sa, a certuni la carta su cui si regge la nostra Repubblica piace solo in determinate parti, mentre altre si preferisce dimenticarle.
Come dicevo, a volte gratti e sotto il verde spunta il rosso antico. Infatti, a Firenze, il gruppo Avs, alla sigla principale che significa Alleanza verdi e sinistra ha aggiunto «Ecolò», che allude all’ecologia ma contiene pure «co», che sta per comunisti.
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L’equazione che il governatore di Bankitalia Fabio Panetta ha messo in campo parlando di progressi digitali sembra non fare una grinza: l’Intelligenza artificiale è uno strumento imprescindibile per garantire sviluppo in un mondo sempre più competitivo. «Lo Stato può agire da committente primario dell’innovazione. Orientando la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori come sanità, energia, sicurezza e mobilità, può aprire nuovi mercati, ridurre il rischio per i pionieri e accelerare la diffusione di nuove soluzioni». Perfetto, ma chi lo fa?
Chi mette i soldi sul tavolo? Nel 2025 gli Stati Uniti hanno raccolto 188,8 miliardi di dollari, più del doppio rispetto al 2024 e pari all’83,6% del totale globale dei finanziamenti in IA. La natura degli investimenti Usa è nettamente trainata dal privato, ma spesso la mano pubblica è «camuffata», nel senso che il governo investe tra i 250 e i 300 miliardi all’anno in appalti alle aziende tecnologiche private nei settori di Difesa, intelligence e sanità. La Cina, invece, statalizza sia gli investimenti sia le aziende: per il 2026, Xi Jinping ha fissato un budget di circa 61,8 miliardi di dollari. E in Europa? Molto dopo i colossi Usa e Cina, la Gran Bretagna (extra Ue) è il terzo Paese per investimenti privati in IA. Poi abbiamo Germania, Svezia e Francia, che bilanciano investimenti pubblici e privati.
Torniamo a Panetta e domandiamoci quanto cubino gli investimenti italiani e quale «rubinetto» li apra. La spesa pubblica certa sull’IA è di circa 2 miliardi nel triennio 2024-2026; sul fronte privato, gli investitori hanno annunciato fino a 25 miliardi nel 2026-2028. Siamo nella fascia medio-bassa delle grandi economie europee. Con questo quadro come si può pensare di realizzare quel che Panetta auspica quando l’Europa si è preoccupata in primis di normare l’IA e quasi per nulla di finanziarla? Siamo sempre lì: alla assoluta incapacità di «vedere» dove andrà il mondo. Eravamo in ritardo sul comparto difesa (tanto ci pensavano gli americani) e adesso ci sveniamo per le spese militari. Vogliamo competere nel mercato dell’IA ma siamo impigliati nelle stesse logiche contabilistiche che avevamo con le spese militari e che ci bloccano rispetto ai rincari energetici. Abbiamo chiesto una deroga al Patto di stabilità e ci sentiamo rispondere picche da Von der Leyen e Dombrovskis, il falco di Riga: ma come si può pensare di essere tra i top player globali quando siamo prigionieri di uno che arriva dalla Lettonia!
La questione energetica intacca anche l’IA. Panetta chiede di spingere, ma qualcuno ha messo nero su bianco il surplus di consumo che i cloud assorbono? Il consumo elettrico globale dei data center raggiungerà circa 1.050 TWh entro fine 2026: è oltre tre volte il fabbisogno elettrico annuo dell’Italia. Guardando al 2030, il consumo elettrico complessivo dei data center potrebbe crescere fino al 127%. In Europa sono operativi quasi 3.000 data center, con consumi stimati in aumento fino a quasi 150 TWh entro il 2026. In Italia, tra il 2019 e il 2023 la domanda elettrica dei data center è già cresciuta del 50%, con un +144% dei consumi elettrici diretti. Si prevede che entro il 2030 il fabbisogno elettrico salirà a 20 TWh, circa il 6% dei consumi nazionali. In un Paese dove aprire il discorso sul gas e sul petrolio russo è come bestemmiare in chiesa, dove andiamo a prendere l’energia?
Ovviamente la stessa Ue si contorce nei paradossi normativi: come il lettone ci frega sui conti, un olandese (Frans Timmermans) ci aveva legati mani e piedi alla decarbonizzazione. Peccato che l’IA spinga nella direzione opposta sui consumi. Non abbiamo soldi, non abbiamo energia, ma vogliamo essere competitivi. E ancora non abbiamo toccato né il tema dei minerali per la componentistica dell’industria digitale, né la questione di chi esegua i lavori per alimentare le macchine. Per non dire della perdita dei posti di lavoro e quindi del welfare necessario per non avere una bomba sociale. Ce lo faremo spiegare da Dombrovskis, il falchetto di Riga. E dagli eurofanatici come lui.
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Mark Rutte (Ansa)
Come osservatori? Probabilmente qualcosa di più. Pertanto ritengo utile avviare una riflessione sulla futura alleanza globale delle democrazie sia contrapposta al blocco sinocentrico delle nazioni autoritarie sia in grado di avere una capacità ordinativa nei confronti delle molteplici e crescenti fonti di disordine mondiale.
Per l’Italia il tema è di massima priorità: è un piccolo potere geopolitico, ma una grande potenza economica dipendente dall’export, la quarta al mondo. Per aumentare l’export stesso (obiettivo fissato dal governo nel breve/medio termine a 700 miliardi anno a partire dai circa 630/35 correnti) ha bisogno che l’area dove poter fare operazioni commerciali in sicurezza (e quindi assicurabili) sia sempre più ampia e presidiata. L’opzione di strategia mercantilistica, cioè geopoliticamente neutrale, non è praticabile, se non in misura minima, da Roma. Semplificando, l’Italia non può essere la Svizzera. Pertanto ha bisogno di moltiplicatori di forza via alleanze «schierate». Finora tali moltiplicatori li ha trovati con un metodo di duplice alleanza con Ue e Stati Uniti, ma ora serve un moltiplicatore/ombrello più grande per sicurezza ed espansione economica.
Perché? L’America, pur superpotenza, è ormai piccola per sostenere da sola il ruolo di poliziotto e locomotiva del pianeta. In una conversazione come studente a Washington con Henry Kissinger nei primi anni ’70 dello scorso secolo tale valutazione era già chiara: condivise la necessità per gli Stati Uniti di passare da una gestione singola del pianeta a una collettiva. Ma nell’iniziativa Library Group non trovò alleati disposti a caricarsi di maggiori oneri (burden sharing) in particolare il Giappone per vincoli costituzionali demilitarizzanti e la Germania per priorità di finanziare un consenso interno ed una capacità economica utili per la riunificazione.
Quando nel 2007 presentai a Washington il libro detto sopra, i politici presenti, sia democratici sia repubblicani, concordarono a porte chiuse sull’insufficiente scala statunitense e, in particolare i repubblicani, sulla necessità di organizzare meglio le alleanze, ma precisarono che se l’avessero detto in campagna elettorale avrebbero perso il seggio: il punto era il dissenso dell’elettorato a cessioni di sovranità statunitense nei confronti di alleanze multilaterali. In particolare, più tecnicamente, i repubblicani confermarono la dottrina del National Interest (Condolezza Rice, 2000) contrapposta al globalismo: offrire agli alleati un ombrello, ma forzandoli a gestire con proprie forze i problemi di vicinato regionale. Concetto poi ripreso dall’amministrazione Obama (2008-16) con il motto: lead from behind (guidare da dietro). Donald Trump è il prodotto di un’America che si sente piccola e sfruttata e che vuole tornare grande con un metodo rivendicativo nei confronti degli alleati, oltre che tutti gli esportatori sul suo mercato interno, sul piano economico e meno erosivo sul piano militare.
Ma non sta funzionando: i dazi sono controproducenti per l’America e questa da sola non riesce a mantenere un monopolio della violenza utile per ottenere con sola deterrenza risultati geopolitici. Il tentativo di staccare la Russia dalla Cina per indebolire Pechino non sta funzionando e la Cina, pur disposta a collaborazioni intrabelliche selettive con l’America, ha una strategia di lungo termine di sostituzione dell’America stessa come primo potere globale. E sta mostrando di poterci riuscire. Per evitarlo, l’America sta rischierando le sue forze di deterrenza nel Pacifico togliendo una parte di risorse dal fronte europeo.
Ma tanti segnali indicano che a Washington c’è confusione sulla postura strategica utile per gli Stati Uniti: una specie di insalata tra strategia di dominio longitudinale delle Americhe, ritirismo, interventismo globale. Ma intravedo una possibile sintesi in questo pasticcio: il ritorno alla strategia del National Interest variata come ombrello per una convergenza più integrata tra alleati sui lati dell’Atlantico e del Pacifico. Il che sarebbe rilevante perché da decenni l’America vuole tenere separate le sue alleanze nei due oceani per poterle controllare con facilità. Forse Washington sta valutando che nel cambio di mondo in atto per contenere la Cina sia necessario integrare di più le alleanze di cui è parte. Non sarebbe una novità perché il senatore repubblicano John McCain, candidato contro Barack Obama nelle presidenziali del 2008, lanciò la proposta di Lega delle democrazie che implicava maggiore integrazione economica e militare tra loro.
È interesse degli europei far coincidere un’architettura della sicurezza con l’estensione dei trattati doganali a dazi minimizzati e commercio equo che l’Ue ha siglato e sta siglando nel Pacifico (per esempio Giappone ed India, negoziato con l’Australia, ecc) e nell’Atlantico (Canada, Messico, ecc.). È interesse dell’America poter contare sull’effetto scala e moltiplicatore di forza di un’alleanza globale dove resterebbe comunque prima potenza. Per questo mi auguro che l’invito ad Ankara delle nazioni del Pacifico includa loro figure politiche apicali per avviare un processo integrativo più profondo e rapido. Nel mio gruppo di ricerca tale movimento geopolitico viene definito come transizione dalla Pax Americana ad una Nova Pax, speranza strategica per le democrazie.
www.carlopelanda.com
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Pete Hegseth (Ansa)
Secondo quanto riportato da Iran International, che cita fonti di Bloomberg, due notti fa un attacco missilistico balistico iraniano contro una base aerea kuwaitiana ha provocato feriti tra il personale americano e causato gravi danni a mezzi militari statunitensi. L’obiettivo era la base di Ali Al Salem. Le fonti riferiscono che la difesa aerea del Kuwait è riuscita a intercettare un missile Fateh-110, ma i detriti sono precipitati all’interno della struttura militare. Circa cinque persone, tra contractor e militari in servizio, hanno riportato ferite lievi. Un drone MQ-9 Reaper è stato distrutto, mentre un secondo velivolo dello stesso tipo avrebbe subito danni significativi.
Secondo Nbc, funzionari statunitensi stanno inoltre indagando sull’abbattimento di un caccia F-15E avvenuto ad aprile. Tra le ipotesi al vaglio vi è quella dell’utilizzo da parte iraniana di un sistema portatile di difesa aerea di fabbricazione cinese. L’ambasciata cinese negli Stati Uniti ha replicato affermando che Pechino gestisce le esportazioni di armamenti «in maniera responsabile e nel rispetto delle normative nazionali».
Sul piano diplomatico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito la disponibilità di Teheran a raggiungere un’intesa con Washington. Durante una conversazione telefonica con l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, il presidente iraniano ha dichiarato che il suo Paese «è pronto a raggiungere un quadro dignitoso» per porre fine alla guerra e alle tensioni regionali. «L’Iran ha costantemente dimostrato il suo impegno per il dialogo», ha affermato Pezeshkian, invitando gli Stati Uniti a «ricambiare mostrando una reale volontà politica e rispettando gli obblighi internazionali». Washington però mantiene una posizione di forza. Intervenendo allo Shangri-La Dialogue di Singapore, il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha invitato gli alleati degli Usa a incrementare le spese militari e ad assumersi maggiori responsabilità. «Gli alleati che si rifiutano di farsi avanti e di fare la propria parte dovranno affrontare un netto cambiamento nel nostro modo di operare», ha dichiarato. Il capo del Pentagono ha poi lanciato un messaggio destinato soprattutto ai partner storici degli Stati Uniti compresa l’Ue: «L’era in cui gli Usa sovvenzionavano la difesa di nazioni ricche è finita. Abbiamo bisogno di partner, non di protettorati.
Cerchiamo alleanze fondate su responsabilità condivisa, non su dipendenza condivisa». Hegseth ha inoltre ribadito che l’amministrazione Trump considera prioritario impedire all’Iran di acquisire un’arma nucleare. «Abbiamo ancora obblighi globali per garantire che l’Iran non si doti di un’arma nucleare», ha affermato, aggiungendo che gli Stati Uniti sono «più che capaci di riprendere le operazioni militari» contro Teheran se i negoziati non dovessero produrre risultati. Hegseth infine ha riferito di aver parlato in mattinata con Donald Trump:«Il presidente mi ha chiesto di sottolineare ancora una volta la sua pazienza nel perseguire questo obiettivo», ha dichiarato il capo del Pentagono. «Con gli Stati Uniti impegnati in un’iniziativa di portata storica, ritiene che un accordo con Teheran sarebbe un buon accordo, anzi un ottimo accordo, e resta determinato a raggiungerlo». Hegseth ha poi lanciato un monito: «Se l’Iran non intende accettare un’intesa che garantisca in modo credibile la rinuncia alle armi nucleari, allora dovrà confrontarsi con la forza militare degli Stati Uniti».
Uno dei principali ostacoli ai negoziati è legato ai sei miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in Qatar. Secondo il New York Post, Washington starebbe studiando una formula che consentirebbe lo sblocco graduale delle somme sotto forma di aiuti alimentari e forniture mediche. L’erogazione sarebbe però subordinata al raggiungimento di obiettivi concordati, tra cui la riapertura e la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz. I fondi derivano dall’accordo sullo scambio di prigionieri concluso nel 2023 tra Stati Uniti e Iran e furono congelati nuovamente dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre dello stesso anno. Nel frattempo il Centcom ha confermato che «le forze statunitensi restano presenti e vigili in tutta la regione mediorientale», mentre nello Stretto di Hormuz continuano le misure straordinarie di sicurezza.
Secondo il Wall Street Journal, diverse petroliere attraversano la rotta con i sistemi di identificazione elettronica disattivati e in coordinamento con le forze statunitensi, segno che la minaccia nella principale arteria energetica mondiale rimane elevata. A confermare che il traffico marittimo continua, seppur sotto stretto controllo, è anche l’agenzia iraniana Fars, secondo cui nelle ultime 24 ore venti navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz in coordinamento con la Marina delle Guardie rivoluzionarie iraniane. In questo contesto, secondo una fonte Usa citata da Associated press, Washington ha fermato una nuova nave mercantile diretta verso i porti iraniani. La portarinfuse Lian Star, battente bandiera del Gambia, sarebbe stata resa inoperativa nel Golfo di Oman dopo aver ignorato gli avvertimenti Usa. Sale così a sei il numero delle navi bloccate dagli Usa per aver tentato di violare il blocco navale contro l’Iran.
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