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2019-10-03
La Regione Emilia Romagna regala 100.000 euro al super festival pro gender
Ansa
Prometto una «edizione choc». Una serie di eventi «radicale per la libertà, la franchezza e l'apertura con cui guarda al contemporaneo, osservando in modo aperto, schietto e diretto le grandi contraddizioni di oggi». Il titolo della edizione del festival Gender Bender, in programma a Bologna dal 23 ottobre al 3 novembre, è appunto «Radical Choc». Ma l'unica cosa davvero choccante è il contributo economico che la Regione Emilia Romagna (cioè i contribuenti) versa all'Arcigay Cassero per organizzare il baraccone: 100.000 euro a fronte di 283.000 euro di costo complessivo del progetto. Altri soldi, molto probabilmente, arriveranno dal Comune di Bologna e pure dal ministero dei Beni culturali, che negli anni passati non hanno mai fatto mancare denari alla manifestazione simbolo della propaganda Lgbt.
Dal comunicato stampa ufficiale apprendiamo che «Gender Bender è prodotto dal Cassero Lgbti center ed è realizzato con il contributo di Regione Emilia Romagna, Comune di Bologna, ministero per i Beni e le attività culturali, Coop Alleanza 3.0, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Legacoop Bologna, fondazione Unipolis, Granarolo» e altri. Sono previsti oltre 120 appuntamenti, tra feste, spettacoli teatrali, film, incontri e pure «proiezioni per le scuole» (così recita il volantino pubblicitario).
Lo spettacolo teatrale Stereotypes Game dell'israeliana Yasmeen Godder, per esempio, invita ragazzi e ragazze a rileggere in maniera critica «gli stereotipi di genere». Il film Little Miss Westie, invece, racconta la storia di due bambini transgender. Mentre, al piccolo teatro del Baraccano, «l'artista e porno-attivista Slavina legge brani tratti dal libro dello scrittore cileno Pedro Lemebel». Ad aprire le danze, il 7 ottobre, sarà la scrittrice e attivista Eve Ensler, autrice dei Monologhi della vagina. Presenterà il suo nuovo libro Chiedimi scusa (Il Saggiatore), un'invettiva abbastanza feroce contro la mascolinità tossica e violenta. E il bello è che, in tutto il carrozzone, la Ensler è senz'altro la più moderata.
C'è poco da scandalizzarsi, tuttavia. Intanto perché agli eventi di queste genere ormai siamo abituati. E poi, in fondo, gli attivisti Lgbt possono fare tutti gli spettacoli che vogliono. Il problema è che non dovrebbero mettere in piedi una gigantesca macchina di propaganda con i denari pubblici e dovrebbero evitare di fare indottrinamento nelle scuole.
«Mi piacerebbe dire che sono stupito», sospira Galeazzo Bignami, onorevole bolognese di Fratelli d'Italia. «La verità è che non lo sono affatto. Far parte del mondo Lgbt è un privilegio. Ti dà la possibilità di avere sedi senza bando, per esempio. È proprio il caso del Cassero, a cui i bolognesi per altro pagano acqua, luce e gas. Fino a poco tempo fa i cittadini pagavano anche l'affitto, ma grazie a una nostra battaglia almeno quello non è più sulle spalle dei bolognesi».
Bignami si occupa da anni della questione, e snocciola i finanziamenti che sono partiti dalle casse pubbliche a beneficio del Cassero per il Gender Bender festival. Nel 2015 sono arrivati 55.000 euro dalla Regione e 25.054 dal ministero dei Beni culturali. Nel 2016 86.000 euro dalla Regione e 26.807 euro dal ministero. Nel 2017 sempre 86.000 dalla Regione e 28.683 dal ministero. Cifre confermate anche nel 2018: 86.000 euro dalle Regione e 30.117 dal Mibact. Per il 2019, la sola Regione sborsa ben 100.000 euro.
Una parte di questi denari verranno utilizzati per la propaganda a livello scolastico. «Il gender», dice Bignami, «in Emilia non solo è la normalità, ma è il cardine principale su cui certe politiche si sviluppano. In questa regione si punta allo sradicamento del concetto stesso di famiglia. Qui c'è l'epicentro di questo pensiero». Non per nulla, il Cassero collabora anche con il Comune di Ravenna per un progetto rivolto a elementari e medie il cui scopo è aiutare i bimbi a superare «stereotipi e pregiudizi». Una bella rieducazione gender, dunque. Solo che certe cose è pericoloso persino dirle, in una Regione che ha appena approvato la legge bavaglio contro la omotransnegatività al fine di ridurre al silenzio ogni voce dissonante.
Criticare è proibito, dunque. In compenso i pasdaran Lgbt possono fare quello che desiderano. «Tra gli spettacoli previsti per il festival», nota Umberto La Morgia, consigliere comunale leghista di Casalecchio di Reno, «ce n'è uno si chiama Gioco di stereotipi. Viene descritto in questo modo: “I ruoli maschili e femminili sono così mescolati, esagerati e annacquati affinché si possano riconoscere i pregiudizi e il loro ruolo discriminatorio nella società e nel mondo della danza". Maschio e femmina, quindi, non sono più sessi, e nemmeno generi, ma solo goffi stereotipi discriminatori da annacquare e magari ridicolizzare. Spettacolo rivoltò ad un target di età a partire dai 12 anni...».
La Morgia dice una cosa saggia: «Questi estremismi non vanno di certo a favore dell'immagine e dell'inclusione delle persone libere e di buonsenso, di qualunque orientamento affettivo». Ecco il punto: baracconate come il Gender Bender non servono a eliminare le discriminazioni. Sono utili soltanto a diffondere un'ideologia che si fa sempre più aggressiva, e che viene imposta a bambini e ragazzi di età sempre più tenera.
Ovviamente gli attivisti di Arcigay parlano di libertà e di diritti, si riempiono la bocca di splendidi concetti. Ma l'unica libertà che esercitano è quella di propagandare il loro discutibile pensiero a spese dei contribuenti. E hanno pure la pretesa di essere innovativi e choccanti. Più che altro, a dirla tutta, mettono una grande tristezza.
Pure il marito del renziano De Giorgi ha messo le radici in un ministero
Beata la renzianissima famiglia De Giorgi, in tandem al governo. Non capita spesso di vedere coppie talmente ben assortite, come quella formata dal cinquantenne Alessio De Giorgi e il ventiduenne Nicolae Galea, da riuscire a inanellare ruoli professionali di alto livello, per giunta al fianco di ministri dello stesso esecutivo.
Il primo, come anticipato nei giorni scorsi dalla Verità, dopo un excursus di alti e bassi in bilico tra le istanze dei gay e la scalata nella comunicazione del Pd allora renziano, è finito nell'entourage del ministro dell'agricoltura Teresa Bellanova per 80.000 euro l'anno. Il secondo, di origini moldave, invece, è appena diventato social media manager del ministro per le Pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti. Ce lo confermano dall'ufficio stampa della titolare del dicastero, senza però darci ragguagli sul compenso o sulla tipologia del contratto, che secondo la prassi, dovrebbe apparire nella sezione amministrazione trasparente del sito del governo entro uno o due mesi. Galea «è stato scelto dalla ministra per il ruolo di esperto di social media», ci chiariscono via mail. «Del suo contratto, in via di definizione, sarà data notizia come di prassi appena concluso l'iter previst».
Andando a guardare la media dei compensi di chi ha avuto la stessa mansione nei precedenti governi, potrebbe prendere dai 10 ai 50.000 euro, ma alcuni burocrati di Palazzo Chigi ci spiegano che sta alla decisione del ministro la cifra degli stipendi dei collaboratori di questo genere. Detto ciò, è presumibile che per ora stia collaborando senza percepire alcunché, ma dai suoi post su Instragram si deduce la sua soddisfazione nel fare questo nuovo lavoro, con tutte le attestazioni sociali che ne conseguono.
Ma sulla base di cosa è stato scelto per il delicato incarico di gestore delle pagine social? Spulciando il suo curriculum viene fuori il profilo di un appassionato totale di Matteo Renzi, una vera sentinella della causa dell'ex Rottamatore, un fedelissimo talmente incrollabile da ricevere, dalle mani dello stesso «senatore semplice», il premio di militante più attivo. Accadeva nell'aprile del 2017 in occasione delle primarie del Pd, quando era Galea a mobilitare le truppe renziane contro gli sfidanti Andrea Orlando e Michele Emiliano. Ha anche portato avanti delle battaglie politiche da giovane dem laziale, come quella contro lo ius soli, reputandolo non opportuno «in questo contesto storico-sociale» (era sempre 2017). Nell'ottobre di quell'anno arriva la svolta personale, quando corona il romantico sogno d'amore sposando appunto De Giorgi, 28 anni più di lui, che in quel momento era il responsabile della comunicazione digitale del Partito democratico.
Da lì l'ascesa e Galea giunge nell'olimpo, nei palazzi che contano, quelli del potere. Nel gennaio del 2018 viene scelto come collaboratore dal senatore Andrea Marcucci, attuale capogruppo del Pd al Senato, che se è vero che non ha seguito Renzi nel nuovo partito Italia viva, per sua stessa ammissione resta amico di Renzi e comunque all'epoca della collaborazione di Galea erano vicinissimi. Dopo questa esperienza il giovane di belle speranze e carattere fumantino, passa al Parlamento europeo come collaboratore prima di Nicola Danti (Pd) per la campagna elettorale e poi come assistente di Alessandra Moretti. La permanenza a Bruxelles dura quasi due anni e mezzo e poi nel gennaio di quest'anno viene chiamato da Anna Ascani, oggi viceministro dell'Istruzione, per seguire la sua campagna elettorale per le primarie pd. Quasi in contemporanea ha collaborato con Alessia Morani, attuale sottosegretario allo Sviluppo economico del governo giallorosso, e poi con la senatrice Simona Malpezzi, che adesso è sottosegretario ai rapporti con il Parlamento.
E adesso, come dicevamo all'inizio, dirige la parte social della comunicazione di Bonetti, che ha tributato con un post all'indomani del giuramento: «Buon lavoro Elena Bonetti! Persona giusta al ministero giusto», mettendo in luce l'anima arcobaleno del nuovo ministro. Per meglio inquadrare Galea abbiamo dato uno sguardo alla sua pagina Facebook e, a parte la fede renziana, ci siamo resi conto di altri piccoli dettagli. In primis il suo odio per Matteo Salvini, e poi la scarsa simpatia per Luigi Di Maio, azionista dell'attuale governo Conte, che Galea prendeva in giro per la storia dei voli aerei con i biglietti in economy e il posto in business. Critiche severe anche su Gianni Cuperlo e Maurizio Martina, che secondo lui non sono capaci di fare le dirette social. Tra i vezzi del ragazzo, inviare lettere. Ma mica alla vicino di casa, per carità, ma al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Era accaduto nell'agosto del 2018, quando con la missiva, che era anche una petizione, voleva esprimere al capo dello Stato la sua apprensione per i migranti. Quella dei profughi è una causa che seguiva fin dalla sua collaborazione con l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati nel 2015, prima di diplomarsi all'istituto tecnico industriale. Da notare, per concludere, anche le sue amicizie femminili tra i millennial dem (ragazze laureate in costose università private e munite di borse di Hermes), e i suoi viaggi negli Stati Uniti al fianco di De Giorgi.
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Dal 23 ottobre al 3 novembre Bologna ospiterà la grande manifestazione ideata dall'Arcigay. Tra porno attivisti e spettacoli sui trans, pura propaganda Lgbt.Pure il marito del renziano De Giorgi ha messo le radici in un ministero. Dopo l'assunzione del fondatore di «Gay.it» nell'entourage di Teresa Bellanova, anticipata dalla «Verità», anche il compagno, un giovane moldavo, si sistema: sarà social media manager del ministro Elena Bonetti.Lo speciale comprende due articoli. Prometto una «edizione choc». Una serie di eventi «radicale per la libertà, la franchezza e l'apertura con cui guarda al contemporaneo, osservando in modo aperto, schietto e diretto le grandi contraddizioni di oggi». Il titolo della edizione del festival Gender Bender, in programma a Bologna dal 23 ottobre al 3 novembre, è appunto «Radical Choc». Ma l'unica cosa davvero choccante è il contributo economico che la Regione Emilia Romagna (cioè i contribuenti) versa all'Arcigay Cassero per organizzare il baraccone: 100.000 euro a fronte di 283.000 euro di costo complessivo del progetto. Altri soldi, molto probabilmente, arriveranno dal Comune di Bologna e pure dal ministero dei Beni culturali, che negli anni passati non hanno mai fatto mancare denari alla manifestazione simbolo della propaganda Lgbt. Dal comunicato stampa ufficiale apprendiamo che «Gender Bender è prodotto dal Cassero Lgbti center ed è realizzato con il contributo di Regione Emilia Romagna, Comune di Bologna, ministero per i Beni e le attività culturali, Coop Alleanza 3.0, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Legacoop Bologna, fondazione Unipolis, Granarolo» e altri. Sono previsti oltre 120 appuntamenti, tra feste, spettacoli teatrali, film, incontri e pure «proiezioni per le scuole» (così recita il volantino pubblicitario). Lo spettacolo teatrale Stereotypes Game dell'israeliana Yasmeen Godder, per esempio, invita ragazzi e ragazze a rileggere in maniera critica «gli stereotipi di genere». Il film Little Miss Westie, invece, racconta la storia di due bambini transgender. Mentre, al piccolo teatro del Baraccano, «l'artista e porno-attivista Slavina legge brani tratti dal libro dello scrittore cileno Pedro Lemebel». Ad aprire le danze, il 7 ottobre, sarà la scrittrice e attivista Eve Ensler, autrice dei Monologhi della vagina. Presenterà il suo nuovo libro Chiedimi scusa (Il Saggiatore), un'invettiva abbastanza feroce contro la mascolinità tossica e violenta. E il bello è che, in tutto il carrozzone, la Ensler è senz'altro la più moderata. C'è poco da scandalizzarsi, tuttavia. Intanto perché agli eventi di queste genere ormai siamo abituati. E poi, in fondo, gli attivisti Lgbt possono fare tutti gli spettacoli che vogliono. Il problema è che non dovrebbero mettere in piedi una gigantesca macchina di propaganda con i denari pubblici e dovrebbero evitare di fare indottrinamento nelle scuole. «Mi piacerebbe dire che sono stupito», sospira Galeazzo Bignami, onorevole bolognese di Fratelli d'Italia. «La verità è che non lo sono affatto. Far parte del mondo Lgbt è un privilegio. Ti dà la possibilità di avere sedi senza bando, per esempio. È proprio il caso del Cassero, a cui i bolognesi per altro pagano acqua, luce e gas. Fino a poco tempo fa i cittadini pagavano anche l'affitto, ma grazie a una nostra battaglia almeno quello non è più sulle spalle dei bolognesi». Bignami si occupa da anni della questione, e snocciola i finanziamenti che sono partiti dalle casse pubbliche a beneficio del Cassero per il Gender Bender festival. Nel 2015 sono arrivati 55.000 euro dalla Regione e 25.054 dal ministero dei Beni culturali. Nel 2016 86.000 euro dalla Regione e 26.807 euro dal ministero. Nel 2017 sempre 86.000 dalla Regione e 28.683 dal ministero. Cifre confermate anche nel 2018: 86.000 euro dalle Regione e 30.117 dal Mibact. Per il 2019, la sola Regione sborsa ben 100.000 euro. Una parte di questi denari verranno utilizzati per la propaganda a livello scolastico. «Il gender», dice Bignami, «in Emilia non solo è la normalità, ma è il cardine principale su cui certe politiche si sviluppano. In questa regione si punta allo sradicamento del concetto stesso di famiglia. Qui c'è l'epicentro di questo pensiero». Non per nulla, il Cassero collabora anche con il Comune di Ravenna per un progetto rivolto a elementari e medie il cui scopo è aiutare i bimbi a superare «stereotipi e pregiudizi». Una bella rieducazione gender, dunque. Solo che certe cose è pericoloso persino dirle, in una Regione che ha appena approvato la legge bavaglio contro la omotransnegatività al fine di ridurre al silenzio ogni voce dissonante. Criticare è proibito, dunque. In compenso i pasdaran Lgbt possono fare quello che desiderano. «Tra gli spettacoli previsti per il festival», nota Umberto La Morgia, consigliere comunale leghista di Casalecchio di Reno, «ce n'è uno si chiama Gioco di stereotipi. Viene descritto in questo modo: “I ruoli maschili e femminili sono così mescolati, esagerati e annacquati affinché si possano riconoscere i pregiudizi e il loro ruolo discriminatorio nella società e nel mondo della danza". Maschio e femmina, quindi, non sono più sessi, e nemmeno generi, ma solo goffi stereotipi discriminatori da annacquare e magari ridicolizzare. Spettacolo rivoltò ad un target di età a partire dai 12 anni...». La Morgia dice una cosa saggia: «Questi estremismi non vanno di certo a favore dell'immagine e dell'inclusione delle persone libere e di buonsenso, di qualunque orientamento affettivo». Ecco il punto: baracconate come il Gender Bender non servono a eliminare le discriminazioni. Sono utili soltanto a diffondere un'ideologia che si fa sempre più aggressiva, e che viene imposta a bambini e ragazzi di età sempre più tenera. Ovviamente gli attivisti di Arcigay parlano di libertà e di diritti, si riempiono la bocca di splendidi concetti. Ma l'unica libertà che esercitano è quella di propagandare il loro discutibile pensiero a spese dei contribuenti. E hanno pure la pretesa di essere innovativi e choccanti. Più che altro, a dirla tutta, mettono una grande tristezza. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-regione-emilia-romagna-regala-100-000-euro-al-super-festival-pro-gender-2640820394.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-il-marito-del-renziano-de-giorgi-ha-messo-le-radici-in-un-ministero" data-post-id="2640820394" data-published-at="1774136880" data-use-pagination="False"> Pure il marito del renziano De Giorgi ha messo le radici in un ministero Beata la renzianissima famiglia De Giorgi, in tandem al governo. Non capita spesso di vedere coppie talmente ben assortite, come quella formata dal cinquantenne Alessio De Giorgi e il ventiduenne Nicolae Galea, da riuscire a inanellare ruoli professionali di alto livello, per giunta al fianco di ministri dello stesso esecutivo. Il primo, come anticipato nei giorni scorsi dalla Verità, dopo un excursus di alti e bassi in bilico tra le istanze dei gay e la scalata nella comunicazione del Pd allora renziano, è finito nell'entourage del ministro dell'agricoltura Teresa Bellanova per 80.000 euro l'anno. Il secondo, di origini moldave, invece, è appena diventato social media manager del ministro per le Pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti. Ce lo confermano dall'ufficio stampa della titolare del dicastero, senza però darci ragguagli sul compenso o sulla tipologia del contratto, che secondo la prassi, dovrebbe apparire nella sezione amministrazione trasparente del sito del governo entro uno o due mesi. Galea «è stato scelto dalla ministra per il ruolo di esperto di social media», ci chiariscono via mail. «Del suo contratto, in via di definizione, sarà data notizia come di prassi appena concluso l'iter previst». Andando a guardare la media dei compensi di chi ha avuto la stessa mansione nei precedenti governi, potrebbe prendere dai 10 ai 50.000 euro, ma alcuni burocrati di Palazzo Chigi ci spiegano che sta alla decisione del ministro la cifra degli stipendi dei collaboratori di questo genere. Detto ciò, è presumibile che per ora stia collaborando senza percepire alcunché, ma dai suoi post su Instragram si deduce la sua soddisfazione nel fare questo nuovo lavoro, con tutte le attestazioni sociali che ne conseguono. Ma sulla base di cosa è stato scelto per il delicato incarico di gestore delle pagine social? Spulciando il suo curriculum viene fuori il profilo di un appassionato totale di Matteo Renzi, una vera sentinella della causa dell'ex Rottamatore, un fedelissimo talmente incrollabile da ricevere, dalle mani dello stesso «senatore semplice», il premio di militante più attivo. Accadeva nell'aprile del 2017 in occasione delle primarie del Pd, quando era Galea a mobilitare le truppe renziane contro gli sfidanti Andrea Orlando e Michele Emiliano. Ha anche portato avanti delle battaglie politiche da giovane dem laziale, come quella contro lo ius soli, reputandolo non opportuno «in questo contesto storico-sociale» (era sempre 2017). Nell'ottobre di quell'anno arriva la svolta personale, quando corona il romantico sogno d'amore sposando appunto De Giorgi, 28 anni più di lui, che in quel momento era il responsabile della comunicazione digitale del Partito democratico. Da lì l'ascesa e Galea giunge nell'olimpo, nei palazzi che contano, quelli del potere. Nel gennaio del 2018 viene scelto come collaboratore dal senatore Andrea Marcucci, attuale capogruppo del Pd al Senato, che se è vero che non ha seguito Renzi nel nuovo partito Italia viva, per sua stessa ammissione resta amico di Renzi e comunque all'epoca della collaborazione di Galea erano vicinissimi. Dopo questa esperienza il giovane di belle speranze e carattere fumantino, passa al Parlamento europeo come collaboratore prima di Nicola Danti (Pd) per la campagna elettorale e poi come assistente di Alessandra Moretti. La permanenza a Bruxelles dura quasi due anni e mezzo e poi nel gennaio di quest'anno viene chiamato da Anna Ascani, oggi viceministro dell'Istruzione, per seguire la sua campagna elettorale per le primarie pd. Quasi in contemporanea ha collaborato con Alessia Morani, attuale sottosegretario allo Sviluppo economico del governo giallorosso, e poi con la senatrice Simona Malpezzi, che adesso è sottosegretario ai rapporti con il Parlamento. E adesso, come dicevamo all'inizio, dirige la parte social della comunicazione di Bonetti, che ha tributato con un post all'indomani del giuramento: «Buon lavoro Elena Bonetti! Persona giusta al ministero giusto», mettendo in luce l'anima arcobaleno del nuovo ministro. Per meglio inquadrare Galea abbiamo dato uno sguardo alla sua pagina Facebook e, a parte la fede renziana, ci siamo resi conto di altri piccoli dettagli. In primis il suo odio per Matteo Salvini, e poi la scarsa simpatia per Luigi Di Maio, azionista dell'attuale governo Conte, che Galea prendeva in giro per la storia dei voli aerei con i biglietti in economy e il posto in business. Critiche severe anche su Gianni Cuperlo e Maurizio Martina, che secondo lui non sono capaci di fare le dirette social. Tra i vezzi del ragazzo, inviare lettere. Ma mica alla vicino di casa, per carità, ma al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Era accaduto nell'agosto del 2018, quando con la missiva, che era anche una petizione, voleva esprimere al capo dello Stato la sua apprensione per i migranti. Quella dei profughi è una causa che seguiva fin dalla sua collaborazione con l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati nel 2015, prima di diplomarsi all'istituto tecnico industriale. Da notare, per concludere, anche le sue amicizie femminili tra i millennial dem (ragazze laureate in costose università private e munite di borse di Hermes), e i suoi viaggi negli Stati Uniti al fianco di De Giorgi.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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