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2019-10-03
La Regione Emilia Romagna regala 100.000 euro al super festival pro gender
Ansa
Prometto una «edizione choc». Una serie di eventi «radicale per la libertà, la franchezza e l'apertura con cui guarda al contemporaneo, osservando in modo aperto, schietto e diretto le grandi contraddizioni di oggi». Il titolo della edizione del festival Gender Bender, in programma a Bologna dal 23 ottobre al 3 novembre, è appunto «Radical Choc». Ma l'unica cosa davvero choccante è il contributo economico che la Regione Emilia Romagna (cioè i contribuenti) versa all'Arcigay Cassero per organizzare il baraccone: 100.000 euro a fronte di 283.000 euro di costo complessivo del progetto. Altri soldi, molto probabilmente, arriveranno dal Comune di Bologna e pure dal ministero dei Beni culturali, che negli anni passati non hanno mai fatto mancare denari alla manifestazione simbolo della propaganda Lgbt.
Dal comunicato stampa ufficiale apprendiamo che «Gender Bender è prodotto dal Cassero Lgbti center ed è realizzato con il contributo di Regione Emilia Romagna, Comune di Bologna, ministero per i Beni e le attività culturali, Coop Alleanza 3.0, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Legacoop Bologna, fondazione Unipolis, Granarolo» e altri. Sono previsti oltre 120 appuntamenti, tra feste, spettacoli teatrali, film, incontri e pure «proiezioni per le scuole» (così recita il volantino pubblicitario).
Lo spettacolo teatrale Stereotypes Game dell'israeliana Yasmeen Godder, per esempio, invita ragazzi e ragazze a rileggere in maniera critica «gli stereotipi di genere». Il film Little Miss Westie, invece, racconta la storia di due bambini transgender. Mentre, al piccolo teatro del Baraccano, «l'artista e porno-attivista Slavina legge brani tratti dal libro dello scrittore cileno Pedro Lemebel». Ad aprire le danze, il 7 ottobre, sarà la scrittrice e attivista Eve Ensler, autrice dei Monologhi della vagina. Presenterà il suo nuovo libro Chiedimi scusa (Il Saggiatore), un'invettiva abbastanza feroce contro la mascolinità tossica e violenta. E il bello è che, in tutto il carrozzone, la Ensler è senz'altro la più moderata.
C'è poco da scandalizzarsi, tuttavia. Intanto perché agli eventi di queste genere ormai siamo abituati. E poi, in fondo, gli attivisti Lgbt possono fare tutti gli spettacoli che vogliono. Il problema è che non dovrebbero mettere in piedi una gigantesca macchina di propaganda con i denari pubblici e dovrebbero evitare di fare indottrinamento nelle scuole.
«Mi piacerebbe dire che sono stupito», sospira Galeazzo Bignami, onorevole bolognese di Fratelli d'Italia. «La verità è che non lo sono affatto. Far parte del mondo Lgbt è un privilegio. Ti dà la possibilità di avere sedi senza bando, per esempio. È proprio il caso del Cassero, a cui i bolognesi per altro pagano acqua, luce e gas. Fino a poco tempo fa i cittadini pagavano anche l'affitto, ma grazie a una nostra battaglia almeno quello non è più sulle spalle dei bolognesi».
Bignami si occupa da anni della questione, e snocciola i finanziamenti che sono partiti dalle casse pubbliche a beneficio del Cassero per il Gender Bender festival. Nel 2015 sono arrivati 55.000 euro dalla Regione e 25.054 dal ministero dei Beni culturali. Nel 2016 86.000 euro dalla Regione e 26.807 euro dal ministero. Nel 2017 sempre 86.000 dalla Regione e 28.683 dal ministero. Cifre confermate anche nel 2018: 86.000 euro dalle Regione e 30.117 dal Mibact. Per il 2019, la sola Regione sborsa ben 100.000 euro.
Una parte di questi denari verranno utilizzati per la propaganda a livello scolastico. «Il gender», dice Bignami, «in Emilia non solo è la normalità, ma è il cardine principale su cui certe politiche si sviluppano. In questa regione si punta allo sradicamento del concetto stesso di famiglia. Qui c'è l'epicentro di questo pensiero». Non per nulla, il Cassero collabora anche con il Comune di Ravenna per un progetto rivolto a elementari e medie il cui scopo è aiutare i bimbi a superare «stereotipi e pregiudizi». Una bella rieducazione gender, dunque. Solo che certe cose è pericoloso persino dirle, in una Regione che ha appena approvato la legge bavaglio contro la omotransnegatività al fine di ridurre al silenzio ogni voce dissonante.
Criticare è proibito, dunque. In compenso i pasdaran Lgbt possono fare quello che desiderano. «Tra gli spettacoli previsti per il festival», nota Umberto La Morgia, consigliere comunale leghista di Casalecchio di Reno, «ce n'è uno si chiama Gioco di stereotipi. Viene descritto in questo modo: “I ruoli maschili e femminili sono così mescolati, esagerati e annacquati affinché si possano riconoscere i pregiudizi e il loro ruolo discriminatorio nella società e nel mondo della danza". Maschio e femmina, quindi, non sono più sessi, e nemmeno generi, ma solo goffi stereotipi discriminatori da annacquare e magari ridicolizzare. Spettacolo rivoltò ad un target di età a partire dai 12 anni...».
La Morgia dice una cosa saggia: «Questi estremismi non vanno di certo a favore dell'immagine e dell'inclusione delle persone libere e di buonsenso, di qualunque orientamento affettivo». Ecco il punto: baracconate come il Gender Bender non servono a eliminare le discriminazioni. Sono utili soltanto a diffondere un'ideologia che si fa sempre più aggressiva, e che viene imposta a bambini e ragazzi di età sempre più tenera.
Ovviamente gli attivisti di Arcigay parlano di libertà e di diritti, si riempiono la bocca di splendidi concetti. Ma l'unica libertà che esercitano è quella di propagandare il loro discutibile pensiero a spese dei contribuenti. E hanno pure la pretesa di essere innovativi e choccanti. Più che altro, a dirla tutta, mettono una grande tristezza.
Pure il marito del renziano De Giorgi ha messo le radici in un ministero
Beata la renzianissima famiglia De Giorgi, in tandem al governo. Non capita spesso di vedere coppie talmente ben assortite, come quella formata dal cinquantenne Alessio De Giorgi e il ventiduenne Nicolae Galea, da riuscire a inanellare ruoli professionali di alto livello, per giunta al fianco di ministri dello stesso esecutivo.
Il primo, come anticipato nei giorni scorsi dalla Verità, dopo un excursus di alti e bassi in bilico tra le istanze dei gay e la scalata nella comunicazione del Pd allora renziano, è finito nell'entourage del ministro dell'agricoltura Teresa Bellanova per 80.000 euro l'anno. Il secondo, di origini moldave, invece, è appena diventato social media manager del ministro per le Pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti. Ce lo confermano dall'ufficio stampa della titolare del dicastero, senza però darci ragguagli sul compenso o sulla tipologia del contratto, che secondo la prassi, dovrebbe apparire nella sezione amministrazione trasparente del sito del governo entro uno o due mesi. Galea «è stato scelto dalla ministra per il ruolo di esperto di social media», ci chiariscono via mail. «Del suo contratto, in via di definizione, sarà data notizia come di prassi appena concluso l'iter previst».
Andando a guardare la media dei compensi di chi ha avuto la stessa mansione nei precedenti governi, potrebbe prendere dai 10 ai 50.000 euro, ma alcuni burocrati di Palazzo Chigi ci spiegano che sta alla decisione del ministro la cifra degli stipendi dei collaboratori di questo genere. Detto ciò, è presumibile che per ora stia collaborando senza percepire alcunché, ma dai suoi post su Instragram si deduce la sua soddisfazione nel fare questo nuovo lavoro, con tutte le attestazioni sociali che ne conseguono.
Ma sulla base di cosa è stato scelto per il delicato incarico di gestore delle pagine social? Spulciando il suo curriculum viene fuori il profilo di un appassionato totale di Matteo Renzi, una vera sentinella della causa dell'ex Rottamatore, un fedelissimo talmente incrollabile da ricevere, dalle mani dello stesso «senatore semplice», il premio di militante più attivo. Accadeva nell'aprile del 2017 in occasione delle primarie del Pd, quando era Galea a mobilitare le truppe renziane contro gli sfidanti Andrea Orlando e Michele Emiliano. Ha anche portato avanti delle battaglie politiche da giovane dem laziale, come quella contro lo ius soli, reputandolo non opportuno «in questo contesto storico-sociale» (era sempre 2017). Nell'ottobre di quell'anno arriva la svolta personale, quando corona il romantico sogno d'amore sposando appunto De Giorgi, 28 anni più di lui, che in quel momento era il responsabile della comunicazione digitale del Partito democratico.
Da lì l'ascesa e Galea giunge nell'olimpo, nei palazzi che contano, quelli del potere. Nel gennaio del 2018 viene scelto come collaboratore dal senatore Andrea Marcucci, attuale capogruppo del Pd al Senato, che se è vero che non ha seguito Renzi nel nuovo partito Italia viva, per sua stessa ammissione resta amico di Renzi e comunque all'epoca della collaborazione di Galea erano vicinissimi. Dopo questa esperienza il giovane di belle speranze e carattere fumantino, passa al Parlamento europeo come collaboratore prima di Nicola Danti (Pd) per la campagna elettorale e poi come assistente di Alessandra Moretti. La permanenza a Bruxelles dura quasi due anni e mezzo e poi nel gennaio di quest'anno viene chiamato da Anna Ascani, oggi viceministro dell'Istruzione, per seguire la sua campagna elettorale per le primarie pd. Quasi in contemporanea ha collaborato con Alessia Morani, attuale sottosegretario allo Sviluppo economico del governo giallorosso, e poi con la senatrice Simona Malpezzi, che adesso è sottosegretario ai rapporti con il Parlamento.
E adesso, come dicevamo all'inizio, dirige la parte social della comunicazione di Bonetti, che ha tributato con un post all'indomani del giuramento: «Buon lavoro Elena Bonetti! Persona giusta al ministero giusto», mettendo in luce l'anima arcobaleno del nuovo ministro. Per meglio inquadrare Galea abbiamo dato uno sguardo alla sua pagina Facebook e, a parte la fede renziana, ci siamo resi conto di altri piccoli dettagli. In primis il suo odio per Matteo Salvini, e poi la scarsa simpatia per Luigi Di Maio, azionista dell'attuale governo Conte, che Galea prendeva in giro per la storia dei voli aerei con i biglietti in economy e il posto in business. Critiche severe anche su Gianni Cuperlo e Maurizio Martina, che secondo lui non sono capaci di fare le dirette social. Tra i vezzi del ragazzo, inviare lettere. Ma mica alla vicino di casa, per carità, ma al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Era accaduto nell'agosto del 2018, quando con la missiva, che era anche una petizione, voleva esprimere al capo dello Stato la sua apprensione per i migranti. Quella dei profughi è una causa che seguiva fin dalla sua collaborazione con l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati nel 2015, prima di diplomarsi all'istituto tecnico industriale. Da notare, per concludere, anche le sue amicizie femminili tra i millennial dem (ragazze laureate in costose università private e munite di borse di Hermes), e i suoi viaggi negli Stati Uniti al fianco di De Giorgi.
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Dal 23 ottobre al 3 novembre Bologna ospiterà la grande manifestazione ideata dall'Arcigay. Tra porno attivisti e spettacoli sui trans, pura propaganda Lgbt.Pure il marito del renziano De Giorgi ha messo le radici in un ministero. Dopo l'assunzione del fondatore di «Gay.it» nell'entourage di Teresa Bellanova, anticipata dalla «Verità», anche il compagno, un giovane moldavo, si sistema: sarà social media manager del ministro Elena Bonetti.Lo speciale comprende due articoli. Prometto una «edizione choc». Una serie di eventi «radicale per la libertà, la franchezza e l'apertura con cui guarda al contemporaneo, osservando in modo aperto, schietto e diretto le grandi contraddizioni di oggi». Il titolo della edizione del festival Gender Bender, in programma a Bologna dal 23 ottobre al 3 novembre, è appunto «Radical Choc». Ma l'unica cosa davvero choccante è il contributo economico che la Regione Emilia Romagna (cioè i contribuenti) versa all'Arcigay Cassero per organizzare il baraccone: 100.000 euro a fronte di 283.000 euro di costo complessivo del progetto. Altri soldi, molto probabilmente, arriveranno dal Comune di Bologna e pure dal ministero dei Beni culturali, che negli anni passati non hanno mai fatto mancare denari alla manifestazione simbolo della propaganda Lgbt. Dal comunicato stampa ufficiale apprendiamo che «Gender Bender è prodotto dal Cassero Lgbti center ed è realizzato con il contributo di Regione Emilia Romagna, Comune di Bologna, ministero per i Beni e le attività culturali, Coop Alleanza 3.0, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Legacoop Bologna, fondazione Unipolis, Granarolo» e altri. Sono previsti oltre 120 appuntamenti, tra feste, spettacoli teatrali, film, incontri e pure «proiezioni per le scuole» (così recita il volantino pubblicitario). Lo spettacolo teatrale Stereotypes Game dell'israeliana Yasmeen Godder, per esempio, invita ragazzi e ragazze a rileggere in maniera critica «gli stereotipi di genere». Il film Little Miss Westie, invece, racconta la storia di due bambini transgender. Mentre, al piccolo teatro del Baraccano, «l'artista e porno-attivista Slavina legge brani tratti dal libro dello scrittore cileno Pedro Lemebel». Ad aprire le danze, il 7 ottobre, sarà la scrittrice e attivista Eve Ensler, autrice dei Monologhi della vagina. Presenterà il suo nuovo libro Chiedimi scusa (Il Saggiatore), un'invettiva abbastanza feroce contro la mascolinità tossica e violenta. E il bello è che, in tutto il carrozzone, la Ensler è senz'altro la più moderata. C'è poco da scandalizzarsi, tuttavia. Intanto perché agli eventi di queste genere ormai siamo abituati. E poi, in fondo, gli attivisti Lgbt possono fare tutti gli spettacoli che vogliono. Il problema è che non dovrebbero mettere in piedi una gigantesca macchina di propaganda con i denari pubblici e dovrebbero evitare di fare indottrinamento nelle scuole. «Mi piacerebbe dire che sono stupito», sospira Galeazzo Bignami, onorevole bolognese di Fratelli d'Italia. «La verità è che non lo sono affatto. Far parte del mondo Lgbt è un privilegio. Ti dà la possibilità di avere sedi senza bando, per esempio. È proprio il caso del Cassero, a cui i bolognesi per altro pagano acqua, luce e gas. Fino a poco tempo fa i cittadini pagavano anche l'affitto, ma grazie a una nostra battaglia almeno quello non è più sulle spalle dei bolognesi». Bignami si occupa da anni della questione, e snocciola i finanziamenti che sono partiti dalle casse pubbliche a beneficio del Cassero per il Gender Bender festival. Nel 2015 sono arrivati 55.000 euro dalla Regione e 25.054 dal ministero dei Beni culturali. Nel 2016 86.000 euro dalla Regione e 26.807 euro dal ministero. Nel 2017 sempre 86.000 dalla Regione e 28.683 dal ministero. Cifre confermate anche nel 2018: 86.000 euro dalle Regione e 30.117 dal Mibact. Per il 2019, la sola Regione sborsa ben 100.000 euro. Una parte di questi denari verranno utilizzati per la propaganda a livello scolastico. «Il gender», dice Bignami, «in Emilia non solo è la normalità, ma è il cardine principale su cui certe politiche si sviluppano. In questa regione si punta allo sradicamento del concetto stesso di famiglia. Qui c'è l'epicentro di questo pensiero». Non per nulla, il Cassero collabora anche con il Comune di Ravenna per un progetto rivolto a elementari e medie il cui scopo è aiutare i bimbi a superare «stereotipi e pregiudizi». Una bella rieducazione gender, dunque. Solo che certe cose è pericoloso persino dirle, in una Regione che ha appena approvato la legge bavaglio contro la omotransnegatività al fine di ridurre al silenzio ogni voce dissonante. Criticare è proibito, dunque. In compenso i pasdaran Lgbt possono fare quello che desiderano. «Tra gli spettacoli previsti per il festival», nota Umberto La Morgia, consigliere comunale leghista di Casalecchio di Reno, «ce n'è uno si chiama Gioco di stereotipi. Viene descritto in questo modo: “I ruoli maschili e femminili sono così mescolati, esagerati e annacquati affinché si possano riconoscere i pregiudizi e il loro ruolo discriminatorio nella società e nel mondo della danza". Maschio e femmina, quindi, non sono più sessi, e nemmeno generi, ma solo goffi stereotipi discriminatori da annacquare e magari ridicolizzare. Spettacolo rivoltò ad un target di età a partire dai 12 anni...». La Morgia dice una cosa saggia: «Questi estremismi non vanno di certo a favore dell'immagine e dell'inclusione delle persone libere e di buonsenso, di qualunque orientamento affettivo». Ecco il punto: baracconate come il Gender Bender non servono a eliminare le discriminazioni. Sono utili soltanto a diffondere un'ideologia che si fa sempre più aggressiva, e che viene imposta a bambini e ragazzi di età sempre più tenera. Ovviamente gli attivisti di Arcigay parlano di libertà e di diritti, si riempiono la bocca di splendidi concetti. Ma l'unica libertà che esercitano è quella di propagandare il loro discutibile pensiero a spese dei contribuenti. E hanno pure la pretesa di essere innovativi e choccanti. Più che altro, a dirla tutta, mettono una grande tristezza. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-regione-emilia-romagna-regala-100-000-euro-al-super-festival-pro-gender-2640820394.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-il-marito-del-renziano-de-giorgi-ha-messo-le-radici-in-un-ministero" data-post-id="2640820394" data-published-at="1768557274" data-use-pagination="False"> Pure il marito del renziano De Giorgi ha messo le radici in un ministero Beata la renzianissima famiglia De Giorgi, in tandem al governo. Non capita spesso di vedere coppie talmente ben assortite, come quella formata dal cinquantenne Alessio De Giorgi e il ventiduenne Nicolae Galea, da riuscire a inanellare ruoli professionali di alto livello, per giunta al fianco di ministri dello stesso esecutivo. Il primo, come anticipato nei giorni scorsi dalla Verità, dopo un excursus di alti e bassi in bilico tra le istanze dei gay e la scalata nella comunicazione del Pd allora renziano, è finito nell'entourage del ministro dell'agricoltura Teresa Bellanova per 80.000 euro l'anno. Il secondo, di origini moldave, invece, è appena diventato social media manager del ministro per le Pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti. Ce lo confermano dall'ufficio stampa della titolare del dicastero, senza però darci ragguagli sul compenso o sulla tipologia del contratto, che secondo la prassi, dovrebbe apparire nella sezione amministrazione trasparente del sito del governo entro uno o due mesi. Galea «è stato scelto dalla ministra per il ruolo di esperto di social media», ci chiariscono via mail. «Del suo contratto, in via di definizione, sarà data notizia come di prassi appena concluso l'iter previst». Andando a guardare la media dei compensi di chi ha avuto la stessa mansione nei precedenti governi, potrebbe prendere dai 10 ai 50.000 euro, ma alcuni burocrati di Palazzo Chigi ci spiegano che sta alla decisione del ministro la cifra degli stipendi dei collaboratori di questo genere. Detto ciò, è presumibile che per ora stia collaborando senza percepire alcunché, ma dai suoi post su Instragram si deduce la sua soddisfazione nel fare questo nuovo lavoro, con tutte le attestazioni sociali che ne conseguono. Ma sulla base di cosa è stato scelto per il delicato incarico di gestore delle pagine social? Spulciando il suo curriculum viene fuori il profilo di un appassionato totale di Matteo Renzi, una vera sentinella della causa dell'ex Rottamatore, un fedelissimo talmente incrollabile da ricevere, dalle mani dello stesso «senatore semplice», il premio di militante più attivo. Accadeva nell'aprile del 2017 in occasione delle primarie del Pd, quando era Galea a mobilitare le truppe renziane contro gli sfidanti Andrea Orlando e Michele Emiliano. Ha anche portato avanti delle battaglie politiche da giovane dem laziale, come quella contro lo ius soli, reputandolo non opportuno «in questo contesto storico-sociale» (era sempre 2017). Nell'ottobre di quell'anno arriva la svolta personale, quando corona il romantico sogno d'amore sposando appunto De Giorgi, 28 anni più di lui, che in quel momento era il responsabile della comunicazione digitale del Partito democratico. Da lì l'ascesa e Galea giunge nell'olimpo, nei palazzi che contano, quelli del potere. Nel gennaio del 2018 viene scelto come collaboratore dal senatore Andrea Marcucci, attuale capogruppo del Pd al Senato, che se è vero che non ha seguito Renzi nel nuovo partito Italia viva, per sua stessa ammissione resta amico di Renzi e comunque all'epoca della collaborazione di Galea erano vicinissimi. Dopo questa esperienza il giovane di belle speranze e carattere fumantino, passa al Parlamento europeo come collaboratore prima di Nicola Danti (Pd) per la campagna elettorale e poi come assistente di Alessandra Moretti. La permanenza a Bruxelles dura quasi due anni e mezzo e poi nel gennaio di quest'anno viene chiamato da Anna Ascani, oggi viceministro dell'Istruzione, per seguire la sua campagna elettorale per le primarie pd. Quasi in contemporanea ha collaborato con Alessia Morani, attuale sottosegretario allo Sviluppo economico del governo giallorosso, e poi con la senatrice Simona Malpezzi, che adesso è sottosegretario ai rapporti con il Parlamento. E adesso, come dicevamo all'inizio, dirige la parte social della comunicazione di Bonetti, che ha tributato con un post all'indomani del giuramento: «Buon lavoro Elena Bonetti! Persona giusta al ministero giusto», mettendo in luce l'anima arcobaleno del nuovo ministro. Per meglio inquadrare Galea abbiamo dato uno sguardo alla sua pagina Facebook e, a parte la fede renziana, ci siamo resi conto di altri piccoli dettagli. In primis il suo odio per Matteo Salvini, e poi la scarsa simpatia per Luigi Di Maio, azionista dell'attuale governo Conte, che Galea prendeva in giro per la storia dei voli aerei con i biglietti in economy e il posto in business. Critiche severe anche su Gianni Cuperlo e Maurizio Martina, che secondo lui non sono capaci di fare le dirette social. Tra i vezzi del ragazzo, inviare lettere. Ma mica alla vicino di casa, per carità, ma al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Era accaduto nell'agosto del 2018, quando con la missiva, che era anche una petizione, voleva esprimere al capo dello Stato la sua apprensione per i migranti. Quella dei profughi è una causa che seguiva fin dalla sua collaborazione con l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati nel 2015, prima di diplomarsi all'istituto tecnico industriale. Da notare, per concludere, anche le sue amicizie femminili tra i millennial dem (ragazze laureate in costose università private e munite di borse di Hermes), e i suoi viaggi negli Stati Uniti al fianco di De Giorgi.
Cecilia Strada (Ansa)
Ora che si procede a varare nuove e più stringenti regole, i dem cambiano di nuovo posizione e giudicano i provvedimenti sbagliati perché «repressivi». Una posizione strumentale, pregiudiziale e puramente propagandistica che produce effetti grotteschi. Leggete quanto dichiarato ieri dalla eurodeputata del Pd Cecilia Strada: «Piantedosi lo chiama pacchetto sicurezza ma forse sarebbe meglio chiamarlo pacchetto repressione. Sarebbe più onesto e coerente con l'idea che tanto piace alla destra italiana di uno Stato di polizia. La verità è che il governo Meloni sogna un Paese illiberale», argomenta la Strada, «fatto di fermi preventivi, trattenimenti discrezionali di cittadine e cittadini che manifestano, scudo penale per gli agenti, divieto di scendere in piazza per chi è stato anche solo denunciato, ammende esorbitanti per chi urla slogan contro le autorità. Sulle migrazioni poi il governo prova a realizzare il suo vero sogno: certificare per legge che i diritti delle persone migranti sono sempre più comprimibili con l’interdizione per ragioni di sicurezza fino a sei mesi delle acque territoriali e dei porti italiani per le Ong che salvano persone in mare, con espulsioni sempre più facili e ricongiungimenti familiari sempre più difficili». Se non sorprendono le levate di scudi di parte di forze politiche come Avs, fa veramente impressione la posizione dei dem, il cui elettorato è assolutamente sensibile al tema della sicurezza. Misure come lo stanziamento di nuovi fondi per aumentare la sicurezza nelle stazioni, il fermo preventivo fino a 12 ore per manifestanti con volto coperto, casco o armi nelle strade, la tolleranza zero sul porto di coltelli, espulsioni più facili per gli immigrati che delinquono, maggiori tutele per le forze dell’ordine che si ritrovano sotto inchiesta per fatti compiuti nell’adempimento del loro dovere o per legittima difesa, sono provvedimenti di buon senso che, non crediamo di esagerare, saranno accolti positivamente dalla quasi totalità della popolazione italiana. Qualche perplessità suscita l’introduzione negli impianti sportivi di sistemi di identificazione biometrica remota a posteriori, con riconoscimento facciale attivabile dopo la commissione di un reato: si dovrà trovare un punto di equilibrio tra la necessità di garantire la sicurezza negli stadi e il sacrosanto diritto dei tifosi che non commettono alcun illecito di veder tutelata la propria privacy.
A proposito di sicurezza, l’operazione Strade sicure, quella che vede l’impiego di militari dell’Esercito nelle strade e nelle piazze, resterà operativa, e sarà anche potenziata: lo dice alla Verità il deputato della Lega Eugenio Zoffili, componente della commissione Difesa della Camera dei deputati: «Strade sicure non terminerà alla scadenza attualmente prevista, quella del 31 dicembre 2027», spiega Zoffili, «ma verrà prorogata. Non solo: come Lega abbiamo proposto un aumento dei militari impiegati di 3.000 unità, che porterà così a un totale di 10.000 militari impegnati». La seduta della Commissione Difesa di Montecitorio, in calendario ieri, è stata rinviata proprio per questo motivo: «La commissione Difesa», scrivono i componenti del Carroccio Anastasio Carrà e Fabrizio Cecchetti «è stata sconvocata per essere, semplicemente, rimandata alla prossima settimana. Una prassi comune che gli addetti ai lavori conoscono bene. La Lega non arretrerà di un millimetro sulla sua richiesta di aumentare il numero di militari impegnati in Strade sicure». L’operazione, varata nel 2008 dal governo guidato da Silvio Berlusconi, su proposta del ministro dell’Interno Roberto Maroni, prevede l’impiego dei militari come strumento per rafforzare la presenza dello Stato sul territorio, portando i militari stessi a collaborare con le forze di polizia per garantire maggiore sicurezza nelle aree urbane aumentando la percezione e il controllo della sicurezza nelle città, specialmente in aree ad alta densità di criminalità. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, da parte sua, è convinto della necessità di uscire da una logica emergenziale e ha infatti annunciato «il rifinanziamento di Strade sicure nell'attuale configurazione» chiedendo «di implementare il numero dei carabinieri». Al di là delle valutazioni della politica, va detto con chiarezza che la presenza dei militari nelle strade, nelle piazze, nei quartieri, è diventata familiare agli italiani, e contribuisce certamente a aumentare la percezione di sicurezza degli italiani e a fungere da deterrente per i criminali.
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Giuseppe Cruciani (Imagoeconomica)
Già, è difficile tornare indietro. Però intanto si può ragionare sulle motivazioni di una sentenza del genere e capire che cosa non vada in questa vicenda per cercare dei rimedi.
«Qui c’è un misto di ragioni. Nella nostra cultura giuridica c’è un’attenzione al formalismo e soprattutto alla protezione della vita umana, che in linea generale è un bene, naturalmente. Però qui non si sta parlando della vita umana di una persona qualsiasi. Qui si sta parlando del fatto che c’è un signore che ha 56 anni, è un siriano pregiudicato, è uno che mi risulta irregolare, il quale in combutta con un altro aggredisce un carabiniere. Vogliamo che la polizia o i carabinieri e in generale le forze dell’ordine siano delle comparse? Vogliamo che negli inseguimenti si gettino ad accalappiare un ladro, un aggressore, un malvivente a mano nude?».
Direi di no.
«Bene, se non vogliamo arrivare a questo significa che le forze dell’ordine devono usare tutti i mezzi possibili. E certo la pistola è l’extrema ratio, ma bisogna in qualche modo consentire ai poliziotti, ai tutori dell’ordine, di utilizzare le armi. Hanno il monopolio della forza. E se uno di loro spara e il malvivente muore perché lo sparo colpisce il petto invece delle gambe, io dico amen».
Non è un po’ spietato?
«No, è qualcosa che nella dinamica del rapinatore ci sta, fa parte del gioco. Per cui io penso che i giudici dovrebbero fare più attenzione quando ci sono di mezzo le forze dell’ordine. Ma che cosa doveva fare quel carabiniere?».
Non è l’unico caso, del resto. Pensiamo alla vicenda di Ramy.
«Esattamente. Il lavoro delle forze dell’ordine viene messo in discussione continuamente. Si discetta su quello che il carabiniere poteva fare o non poteva fare, se doveva avvicinarsi o rimanere a distanza, oppure se può urtare o meno una moto... A un certo punto ci sta che uno si chieda: ma a noi chi ce lo fa fare? Legittimamente questi agenti si chiedono: ma se io devo stare lì a razionalizzare, a pensare “questa cosa non la posso fare altrimenti finisco sul banco degli imputati”, come posso operare? Noi chiediamo agli agenti una proporzionalità che non può esistere, chiediamo ragionamenti che in certe situazioni sono impossibili da fare. Questa è una cosa assurda».
Quello che solitamente si dice è: si tratta di professionisti, che devono anche sapere ragionare e calibrare la forza.
«Per carità, il poliziotto deve agire pensando certamente al fatto che ci sono altri metodi per bloccare una persona che non siamo sparare. Ma nel caso di questo carabiniere non parliamo di un inseguimento in cui la prima cosa che ha fatto è stata aprire il fuoco e uccidere il siriano. Stiamo parlando di una situazione in cui questo siriano aveva da poco aggredito un altro carabiniere, e mi risulta che Marroccella abbia sparato alle gambe. Ma io vado persino oltr».
Cioè?
«Io dico: se anche non avesse sparato alle gambe, se avesse sparato alla figura per fermarlo, beh, le forze dell’ordine devono avere in alcuni casi il diritto di farlo. Soprattutto nel caso in cui ci sia stata un’aggressione appena compiuta».
Di certo una condanna a tre anni fa arrabbiare, soprattutto quando si scopre che un immigrato in un centro di accoglienza violenta una bambina di dieci anni e prende una condanna a cinque anni.
«Sì. Sono casi diversi ovviamente, lo so. E di solito quando fai paragoni di questo tipo ti dicono che sei un populista, e che appunto sono cose diverse. Certo che sono cose diverse, però oggettivamente un carabiniere spara a un pregiudicato irregolare in fuga che ha appena colpito un suo collega, tre anni e risarcimento. Un signore che ha violentato e messo incinta una bambina di 10 anni, cinque anni.... Oggettivamente c’è una sproporzione tra i due casi che è incredibile se ci pensi, è spaventosa. Una condanna quasi uguale ma da una parte c’è lo stupro di una bambina di 10 anni, dall’altra c’è un signore che fa il suo mestiere e dunque può utilizzare la pistola diversamente da quanto che possiamo fare noi».
Cruciani è noto per essere un libertario. Ma come si conciliano libertà e sicurezza? Io non vorrei vivere in uno Stato di polizia, ci tengo alle garanzie per i cittadini, alla libertà personale e ai diritti dei singoli.
«L’idea del libertario, se vogliamo metterla su questo piano, è quella di avere uno Stato minimo, uno Stato che interviene poco nella vita del singolo. Io, come voi della Verità, sto facendo una battaglia di principio, ad esempio, sulla questione della famiglia del bosco. In quel caso rimproveriamo fondamentalmente allo Stato di impicciarsi dell’educazione dei bambini, ed è una battaglia sacrosanta, di principio, che in pochi stanno facendo nella indifferenza generale. Siamo in presenza di due genitori un po’ bizzarri che hanno la loro idea della vita e dell’educazione, e che vengono tenuti lontani dai figli perché secondo le istituzioni rappresentano per questi un pericolo, siamo alla follia totale».
Appunto, in un caso come questo lo Stato dovrebbe arretrare e concedere libertà.
«Sì, io penso che l’intervento dello Stato debba essere minimo. C’è un settore tuttavia che è fondamentale affinché la libertà della singola persona possa dispiegarsi: quello della sicurezza. Io posso essere libero al cento per cento se viene acquisita una premessa fondamentale: la sicurezza. Io devo essere libero di dire quello che voglio, devo essere capace di muovermi sul territorio nazionale come e quando mi pare, e certo non mi piace lo stato di polizia di cui abbiamo avuto un assaggio ai tempi del Covid. Però la sicurezza mi deve essere garantita perché altrimenti la stessa libertà non riesce a dispiegarsi in maniera compiuta. Mi sembra che sia una posizione perfettamente coerente».
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