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2019-10-03
La Regione Emilia Romagna regala 100.000 euro al super festival pro gender
Ansa
Prometto una «edizione choc». Una serie di eventi «radicale per la libertà, la franchezza e l'apertura con cui guarda al contemporaneo, osservando in modo aperto, schietto e diretto le grandi contraddizioni di oggi». Il titolo della edizione del festival Gender Bender, in programma a Bologna dal 23 ottobre al 3 novembre, è appunto «Radical Choc». Ma l'unica cosa davvero choccante è il contributo economico che la Regione Emilia Romagna (cioè i contribuenti) versa all'Arcigay Cassero per organizzare il baraccone: 100.000 euro a fronte di 283.000 euro di costo complessivo del progetto. Altri soldi, molto probabilmente, arriveranno dal Comune di Bologna e pure dal ministero dei Beni culturali, che negli anni passati non hanno mai fatto mancare denari alla manifestazione simbolo della propaganda Lgbt.
Dal comunicato stampa ufficiale apprendiamo che «Gender Bender è prodotto dal Cassero Lgbti center ed è realizzato con il contributo di Regione Emilia Romagna, Comune di Bologna, ministero per i Beni e le attività culturali, Coop Alleanza 3.0, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Legacoop Bologna, fondazione Unipolis, Granarolo» e altri. Sono previsti oltre 120 appuntamenti, tra feste, spettacoli teatrali, film, incontri e pure «proiezioni per le scuole» (così recita il volantino pubblicitario).
Lo spettacolo teatrale Stereotypes Game dell'israeliana Yasmeen Godder, per esempio, invita ragazzi e ragazze a rileggere in maniera critica «gli stereotipi di genere». Il film Little Miss Westie, invece, racconta la storia di due bambini transgender. Mentre, al piccolo teatro del Baraccano, «l'artista e porno-attivista Slavina legge brani tratti dal libro dello scrittore cileno Pedro Lemebel». Ad aprire le danze, il 7 ottobre, sarà la scrittrice e attivista Eve Ensler, autrice dei Monologhi della vagina. Presenterà il suo nuovo libro Chiedimi scusa (Il Saggiatore), un'invettiva abbastanza feroce contro la mascolinità tossica e violenta. E il bello è che, in tutto il carrozzone, la Ensler è senz'altro la più moderata.
C'è poco da scandalizzarsi, tuttavia. Intanto perché agli eventi di queste genere ormai siamo abituati. E poi, in fondo, gli attivisti Lgbt possono fare tutti gli spettacoli che vogliono. Il problema è che non dovrebbero mettere in piedi una gigantesca macchina di propaganda con i denari pubblici e dovrebbero evitare di fare indottrinamento nelle scuole.
«Mi piacerebbe dire che sono stupito», sospira Galeazzo Bignami, onorevole bolognese di Fratelli d'Italia. «La verità è che non lo sono affatto. Far parte del mondo Lgbt è un privilegio. Ti dà la possibilità di avere sedi senza bando, per esempio. È proprio il caso del Cassero, a cui i bolognesi per altro pagano acqua, luce e gas. Fino a poco tempo fa i cittadini pagavano anche l'affitto, ma grazie a una nostra battaglia almeno quello non è più sulle spalle dei bolognesi».
Bignami si occupa da anni della questione, e snocciola i finanziamenti che sono partiti dalle casse pubbliche a beneficio del Cassero per il Gender Bender festival. Nel 2015 sono arrivati 55.000 euro dalla Regione e 25.054 dal ministero dei Beni culturali. Nel 2016 86.000 euro dalla Regione e 26.807 euro dal ministero. Nel 2017 sempre 86.000 dalla Regione e 28.683 dal ministero. Cifre confermate anche nel 2018: 86.000 euro dalle Regione e 30.117 dal Mibact. Per il 2019, la sola Regione sborsa ben 100.000 euro.
Una parte di questi denari verranno utilizzati per la propaganda a livello scolastico. «Il gender», dice Bignami, «in Emilia non solo è la normalità, ma è il cardine principale su cui certe politiche si sviluppano. In questa regione si punta allo sradicamento del concetto stesso di famiglia. Qui c'è l'epicentro di questo pensiero». Non per nulla, il Cassero collabora anche con il Comune di Ravenna per un progetto rivolto a elementari e medie il cui scopo è aiutare i bimbi a superare «stereotipi e pregiudizi». Una bella rieducazione gender, dunque. Solo che certe cose è pericoloso persino dirle, in una Regione che ha appena approvato la legge bavaglio contro la omotransnegatività al fine di ridurre al silenzio ogni voce dissonante.
Criticare è proibito, dunque. In compenso i pasdaran Lgbt possono fare quello che desiderano. «Tra gli spettacoli previsti per il festival», nota Umberto La Morgia, consigliere comunale leghista di Casalecchio di Reno, «ce n'è uno si chiama Gioco di stereotipi. Viene descritto in questo modo: “I ruoli maschili e femminili sono così mescolati, esagerati e annacquati affinché si possano riconoscere i pregiudizi e il loro ruolo discriminatorio nella società e nel mondo della danza". Maschio e femmina, quindi, non sono più sessi, e nemmeno generi, ma solo goffi stereotipi discriminatori da annacquare e magari ridicolizzare. Spettacolo rivoltò ad un target di età a partire dai 12 anni...».
La Morgia dice una cosa saggia: «Questi estremismi non vanno di certo a favore dell'immagine e dell'inclusione delle persone libere e di buonsenso, di qualunque orientamento affettivo». Ecco il punto: baracconate come il Gender Bender non servono a eliminare le discriminazioni. Sono utili soltanto a diffondere un'ideologia che si fa sempre più aggressiva, e che viene imposta a bambini e ragazzi di età sempre più tenera.
Ovviamente gli attivisti di Arcigay parlano di libertà e di diritti, si riempiono la bocca di splendidi concetti. Ma l'unica libertà che esercitano è quella di propagandare il loro discutibile pensiero a spese dei contribuenti. E hanno pure la pretesa di essere innovativi e choccanti. Più che altro, a dirla tutta, mettono una grande tristezza.
Pure il marito del renziano De Giorgi ha messo le radici in un ministero
Beata la renzianissima famiglia De Giorgi, in tandem al governo. Non capita spesso di vedere coppie talmente ben assortite, come quella formata dal cinquantenne Alessio De Giorgi e il ventiduenne Nicolae Galea, da riuscire a inanellare ruoli professionali di alto livello, per giunta al fianco di ministri dello stesso esecutivo.
Il primo, come anticipato nei giorni scorsi dalla Verità, dopo un excursus di alti e bassi in bilico tra le istanze dei gay e la scalata nella comunicazione del Pd allora renziano, è finito nell'entourage del ministro dell'agricoltura Teresa Bellanova per 80.000 euro l'anno. Il secondo, di origini moldave, invece, è appena diventato social media manager del ministro per le Pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti. Ce lo confermano dall'ufficio stampa della titolare del dicastero, senza però darci ragguagli sul compenso o sulla tipologia del contratto, che secondo la prassi, dovrebbe apparire nella sezione amministrazione trasparente del sito del governo entro uno o due mesi. Galea «è stato scelto dalla ministra per il ruolo di esperto di social media», ci chiariscono via mail. «Del suo contratto, in via di definizione, sarà data notizia come di prassi appena concluso l'iter previst».
Andando a guardare la media dei compensi di chi ha avuto la stessa mansione nei precedenti governi, potrebbe prendere dai 10 ai 50.000 euro, ma alcuni burocrati di Palazzo Chigi ci spiegano che sta alla decisione del ministro la cifra degli stipendi dei collaboratori di questo genere. Detto ciò, è presumibile che per ora stia collaborando senza percepire alcunché, ma dai suoi post su Instragram si deduce la sua soddisfazione nel fare questo nuovo lavoro, con tutte le attestazioni sociali che ne conseguono.
Ma sulla base di cosa è stato scelto per il delicato incarico di gestore delle pagine social? Spulciando il suo curriculum viene fuori il profilo di un appassionato totale di Matteo Renzi, una vera sentinella della causa dell'ex Rottamatore, un fedelissimo talmente incrollabile da ricevere, dalle mani dello stesso «senatore semplice», il premio di militante più attivo. Accadeva nell'aprile del 2017 in occasione delle primarie del Pd, quando era Galea a mobilitare le truppe renziane contro gli sfidanti Andrea Orlando e Michele Emiliano. Ha anche portato avanti delle battaglie politiche da giovane dem laziale, come quella contro lo ius soli, reputandolo non opportuno «in questo contesto storico-sociale» (era sempre 2017). Nell'ottobre di quell'anno arriva la svolta personale, quando corona il romantico sogno d'amore sposando appunto De Giorgi, 28 anni più di lui, che in quel momento era il responsabile della comunicazione digitale del Partito democratico.
Da lì l'ascesa e Galea giunge nell'olimpo, nei palazzi che contano, quelli del potere. Nel gennaio del 2018 viene scelto come collaboratore dal senatore Andrea Marcucci, attuale capogruppo del Pd al Senato, che se è vero che non ha seguito Renzi nel nuovo partito Italia viva, per sua stessa ammissione resta amico di Renzi e comunque all'epoca della collaborazione di Galea erano vicinissimi. Dopo questa esperienza il giovane di belle speranze e carattere fumantino, passa al Parlamento europeo come collaboratore prima di Nicola Danti (Pd) per la campagna elettorale e poi come assistente di Alessandra Moretti. La permanenza a Bruxelles dura quasi due anni e mezzo e poi nel gennaio di quest'anno viene chiamato da Anna Ascani, oggi viceministro dell'Istruzione, per seguire la sua campagna elettorale per le primarie pd. Quasi in contemporanea ha collaborato con Alessia Morani, attuale sottosegretario allo Sviluppo economico del governo giallorosso, e poi con la senatrice Simona Malpezzi, che adesso è sottosegretario ai rapporti con il Parlamento.
E adesso, come dicevamo all'inizio, dirige la parte social della comunicazione di Bonetti, che ha tributato con un post all'indomani del giuramento: «Buon lavoro Elena Bonetti! Persona giusta al ministero giusto», mettendo in luce l'anima arcobaleno del nuovo ministro. Per meglio inquadrare Galea abbiamo dato uno sguardo alla sua pagina Facebook e, a parte la fede renziana, ci siamo resi conto di altri piccoli dettagli. In primis il suo odio per Matteo Salvini, e poi la scarsa simpatia per Luigi Di Maio, azionista dell'attuale governo Conte, che Galea prendeva in giro per la storia dei voli aerei con i biglietti in economy e il posto in business. Critiche severe anche su Gianni Cuperlo e Maurizio Martina, che secondo lui non sono capaci di fare le dirette social. Tra i vezzi del ragazzo, inviare lettere. Ma mica alla vicino di casa, per carità, ma al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Era accaduto nell'agosto del 2018, quando con la missiva, che era anche una petizione, voleva esprimere al capo dello Stato la sua apprensione per i migranti. Quella dei profughi è una causa che seguiva fin dalla sua collaborazione con l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati nel 2015, prima di diplomarsi all'istituto tecnico industriale. Da notare, per concludere, anche le sue amicizie femminili tra i millennial dem (ragazze laureate in costose università private e munite di borse di Hermes), e i suoi viaggi negli Stati Uniti al fianco di De Giorgi.
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Dal 23 ottobre al 3 novembre Bologna ospiterà la grande manifestazione ideata dall'Arcigay. Tra porno attivisti e spettacoli sui trans, pura propaganda Lgbt.Pure il marito del renziano De Giorgi ha messo le radici in un ministero. Dopo l'assunzione del fondatore di «Gay.it» nell'entourage di Teresa Bellanova, anticipata dalla «Verità», anche il compagno, un giovane moldavo, si sistema: sarà social media manager del ministro Elena Bonetti.Lo speciale comprende due articoli. Prometto una «edizione choc». Una serie di eventi «radicale per la libertà, la franchezza e l'apertura con cui guarda al contemporaneo, osservando in modo aperto, schietto e diretto le grandi contraddizioni di oggi». Il titolo della edizione del festival Gender Bender, in programma a Bologna dal 23 ottobre al 3 novembre, è appunto «Radical Choc». Ma l'unica cosa davvero choccante è il contributo economico che la Regione Emilia Romagna (cioè i contribuenti) versa all'Arcigay Cassero per organizzare il baraccone: 100.000 euro a fronte di 283.000 euro di costo complessivo del progetto. Altri soldi, molto probabilmente, arriveranno dal Comune di Bologna e pure dal ministero dei Beni culturali, che negli anni passati non hanno mai fatto mancare denari alla manifestazione simbolo della propaganda Lgbt. Dal comunicato stampa ufficiale apprendiamo che «Gender Bender è prodotto dal Cassero Lgbti center ed è realizzato con il contributo di Regione Emilia Romagna, Comune di Bologna, ministero per i Beni e le attività culturali, Coop Alleanza 3.0, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Legacoop Bologna, fondazione Unipolis, Granarolo» e altri. Sono previsti oltre 120 appuntamenti, tra feste, spettacoli teatrali, film, incontri e pure «proiezioni per le scuole» (così recita il volantino pubblicitario). Lo spettacolo teatrale Stereotypes Game dell'israeliana Yasmeen Godder, per esempio, invita ragazzi e ragazze a rileggere in maniera critica «gli stereotipi di genere». Il film Little Miss Westie, invece, racconta la storia di due bambini transgender. Mentre, al piccolo teatro del Baraccano, «l'artista e porno-attivista Slavina legge brani tratti dal libro dello scrittore cileno Pedro Lemebel». Ad aprire le danze, il 7 ottobre, sarà la scrittrice e attivista Eve Ensler, autrice dei Monologhi della vagina. Presenterà il suo nuovo libro Chiedimi scusa (Il Saggiatore), un'invettiva abbastanza feroce contro la mascolinità tossica e violenta. E il bello è che, in tutto il carrozzone, la Ensler è senz'altro la più moderata. C'è poco da scandalizzarsi, tuttavia. Intanto perché agli eventi di queste genere ormai siamo abituati. E poi, in fondo, gli attivisti Lgbt possono fare tutti gli spettacoli che vogliono. Il problema è che non dovrebbero mettere in piedi una gigantesca macchina di propaganda con i denari pubblici e dovrebbero evitare di fare indottrinamento nelle scuole. «Mi piacerebbe dire che sono stupito», sospira Galeazzo Bignami, onorevole bolognese di Fratelli d'Italia. «La verità è che non lo sono affatto. Far parte del mondo Lgbt è un privilegio. Ti dà la possibilità di avere sedi senza bando, per esempio. È proprio il caso del Cassero, a cui i bolognesi per altro pagano acqua, luce e gas. Fino a poco tempo fa i cittadini pagavano anche l'affitto, ma grazie a una nostra battaglia almeno quello non è più sulle spalle dei bolognesi». Bignami si occupa da anni della questione, e snocciola i finanziamenti che sono partiti dalle casse pubbliche a beneficio del Cassero per il Gender Bender festival. Nel 2015 sono arrivati 55.000 euro dalla Regione e 25.054 dal ministero dei Beni culturali. Nel 2016 86.000 euro dalla Regione e 26.807 euro dal ministero. Nel 2017 sempre 86.000 dalla Regione e 28.683 dal ministero. Cifre confermate anche nel 2018: 86.000 euro dalle Regione e 30.117 dal Mibact. Per il 2019, la sola Regione sborsa ben 100.000 euro. Una parte di questi denari verranno utilizzati per la propaganda a livello scolastico. «Il gender», dice Bignami, «in Emilia non solo è la normalità, ma è il cardine principale su cui certe politiche si sviluppano. In questa regione si punta allo sradicamento del concetto stesso di famiglia. Qui c'è l'epicentro di questo pensiero». Non per nulla, il Cassero collabora anche con il Comune di Ravenna per un progetto rivolto a elementari e medie il cui scopo è aiutare i bimbi a superare «stereotipi e pregiudizi». Una bella rieducazione gender, dunque. Solo che certe cose è pericoloso persino dirle, in una Regione che ha appena approvato la legge bavaglio contro la omotransnegatività al fine di ridurre al silenzio ogni voce dissonante. Criticare è proibito, dunque. In compenso i pasdaran Lgbt possono fare quello che desiderano. «Tra gli spettacoli previsti per il festival», nota Umberto La Morgia, consigliere comunale leghista di Casalecchio di Reno, «ce n'è uno si chiama Gioco di stereotipi. Viene descritto in questo modo: “I ruoli maschili e femminili sono così mescolati, esagerati e annacquati affinché si possano riconoscere i pregiudizi e il loro ruolo discriminatorio nella società e nel mondo della danza". Maschio e femmina, quindi, non sono più sessi, e nemmeno generi, ma solo goffi stereotipi discriminatori da annacquare e magari ridicolizzare. Spettacolo rivoltò ad un target di età a partire dai 12 anni...». La Morgia dice una cosa saggia: «Questi estremismi non vanno di certo a favore dell'immagine e dell'inclusione delle persone libere e di buonsenso, di qualunque orientamento affettivo». Ecco il punto: baracconate come il Gender Bender non servono a eliminare le discriminazioni. Sono utili soltanto a diffondere un'ideologia che si fa sempre più aggressiva, e che viene imposta a bambini e ragazzi di età sempre più tenera. Ovviamente gli attivisti di Arcigay parlano di libertà e di diritti, si riempiono la bocca di splendidi concetti. Ma l'unica libertà che esercitano è quella di propagandare il loro discutibile pensiero a spese dei contribuenti. E hanno pure la pretesa di essere innovativi e choccanti. Più che altro, a dirla tutta, mettono una grande tristezza. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-regione-emilia-romagna-regala-100-000-euro-al-super-festival-pro-gender-2640820394.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-il-marito-del-renziano-de-giorgi-ha-messo-le-radici-in-un-ministero" data-post-id="2640820394" data-published-at="1769028357" data-use-pagination="False"> Pure il marito del renziano De Giorgi ha messo le radici in un ministero Beata la renzianissima famiglia De Giorgi, in tandem al governo. Non capita spesso di vedere coppie talmente ben assortite, come quella formata dal cinquantenne Alessio De Giorgi e il ventiduenne Nicolae Galea, da riuscire a inanellare ruoli professionali di alto livello, per giunta al fianco di ministri dello stesso esecutivo. Il primo, come anticipato nei giorni scorsi dalla Verità, dopo un excursus di alti e bassi in bilico tra le istanze dei gay e la scalata nella comunicazione del Pd allora renziano, è finito nell'entourage del ministro dell'agricoltura Teresa Bellanova per 80.000 euro l'anno. Il secondo, di origini moldave, invece, è appena diventato social media manager del ministro per le Pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti. Ce lo confermano dall'ufficio stampa della titolare del dicastero, senza però darci ragguagli sul compenso o sulla tipologia del contratto, che secondo la prassi, dovrebbe apparire nella sezione amministrazione trasparente del sito del governo entro uno o due mesi. Galea «è stato scelto dalla ministra per il ruolo di esperto di social media», ci chiariscono via mail. «Del suo contratto, in via di definizione, sarà data notizia come di prassi appena concluso l'iter previst». Andando a guardare la media dei compensi di chi ha avuto la stessa mansione nei precedenti governi, potrebbe prendere dai 10 ai 50.000 euro, ma alcuni burocrati di Palazzo Chigi ci spiegano che sta alla decisione del ministro la cifra degli stipendi dei collaboratori di questo genere. Detto ciò, è presumibile che per ora stia collaborando senza percepire alcunché, ma dai suoi post su Instragram si deduce la sua soddisfazione nel fare questo nuovo lavoro, con tutte le attestazioni sociali che ne conseguono. Ma sulla base di cosa è stato scelto per il delicato incarico di gestore delle pagine social? Spulciando il suo curriculum viene fuori il profilo di un appassionato totale di Matteo Renzi, una vera sentinella della causa dell'ex Rottamatore, un fedelissimo talmente incrollabile da ricevere, dalle mani dello stesso «senatore semplice», il premio di militante più attivo. Accadeva nell'aprile del 2017 in occasione delle primarie del Pd, quando era Galea a mobilitare le truppe renziane contro gli sfidanti Andrea Orlando e Michele Emiliano. Ha anche portato avanti delle battaglie politiche da giovane dem laziale, come quella contro lo ius soli, reputandolo non opportuno «in questo contesto storico-sociale» (era sempre 2017). Nell'ottobre di quell'anno arriva la svolta personale, quando corona il romantico sogno d'amore sposando appunto De Giorgi, 28 anni più di lui, che in quel momento era il responsabile della comunicazione digitale del Partito democratico. Da lì l'ascesa e Galea giunge nell'olimpo, nei palazzi che contano, quelli del potere. Nel gennaio del 2018 viene scelto come collaboratore dal senatore Andrea Marcucci, attuale capogruppo del Pd al Senato, che se è vero che non ha seguito Renzi nel nuovo partito Italia viva, per sua stessa ammissione resta amico di Renzi e comunque all'epoca della collaborazione di Galea erano vicinissimi. Dopo questa esperienza il giovane di belle speranze e carattere fumantino, passa al Parlamento europeo come collaboratore prima di Nicola Danti (Pd) per la campagna elettorale e poi come assistente di Alessandra Moretti. La permanenza a Bruxelles dura quasi due anni e mezzo e poi nel gennaio di quest'anno viene chiamato da Anna Ascani, oggi viceministro dell'Istruzione, per seguire la sua campagna elettorale per le primarie pd. Quasi in contemporanea ha collaborato con Alessia Morani, attuale sottosegretario allo Sviluppo economico del governo giallorosso, e poi con la senatrice Simona Malpezzi, che adesso è sottosegretario ai rapporti con il Parlamento. E adesso, come dicevamo all'inizio, dirige la parte social della comunicazione di Bonetti, che ha tributato con un post all'indomani del giuramento: «Buon lavoro Elena Bonetti! Persona giusta al ministero giusto», mettendo in luce l'anima arcobaleno del nuovo ministro. Per meglio inquadrare Galea abbiamo dato uno sguardo alla sua pagina Facebook e, a parte la fede renziana, ci siamo resi conto di altri piccoli dettagli. In primis il suo odio per Matteo Salvini, e poi la scarsa simpatia per Luigi Di Maio, azionista dell'attuale governo Conte, che Galea prendeva in giro per la storia dei voli aerei con i biglietti in economy e il posto in business. Critiche severe anche su Gianni Cuperlo e Maurizio Martina, che secondo lui non sono capaci di fare le dirette social. Tra i vezzi del ragazzo, inviare lettere. Ma mica alla vicino di casa, per carità, ma al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Era accaduto nell'agosto del 2018, quando con la missiva, che era anche una petizione, voleva esprimere al capo dello Stato la sua apprensione per i migranti. Quella dei profughi è una causa che seguiva fin dalla sua collaborazione con l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati nel 2015, prima di diplomarsi all'istituto tecnico industriale. Da notare, per concludere, anche le sue amicizie femminili tra i millennial dem (ragazze laureate in costose università private e munite di borse di Hermes), e i suoi viaggi negli Stati Uniti al fianco di De Giorgi.
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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