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2018-06-20
La Raggi l’ha ammesso: Lanzalone è roba sua
ANSA
«Sono stata io a chiedere a Fraccaro e a Bonafede, responsabili del gruppo Supporto enti locali, di poter parlare con il consulente del Comune di Livorno». La sindaca di Roma, Virginia Raggi, il 15 giugno si è intestata in Procura l'ingaggio dell'avvocato Luca Lanzalone, il risolutore di problemi definito «Wolf» (uno dei personaggi di Pulp fiction) dall'imprenditore Luca Parnasi. La ragione? «Ritenevo necessario», spiega la sindaca nel suo primo interrogatorio (è tornata dai pm lunedì, ndr), «il suo contributo per la definizione di alcune questioni giuridiche che riguardavano alcune partecipate del Comune di Roma». Prima di decidere se investire su Lanzalone ci sono alcuni incontri che la sindaca definisce «esplorativi». Anche perché bisognava accertare la possibilità di avviare un rapporto di consulenza. All'inizio Lanzalone non viene coinvolto nella questione del nuovo stadio della Roma. Ma i problemi erano tanti. E, spiega la sindaca, c'era il rischio di un contenzioso, se la giunta pentastellata avesse scelto la strada di mettere da parte la delibera approvata ai tempi di Ignazio Marino. «Non ricordo di aver chiesto il parere di Lanzalone anche sull'argomento», sostiene la Raggi, «ma sapevo che il Comune sarebbe stato gravato da obblighi risarcitori». E allora arriva «Wolf». Perché nella testa della sindaca c'era la necessità di ottenere dalla società giallorossa quanto meno una riduzione delle cubature. La Roma avrebbe avuto lo stadio e la sindaca avrebbe così incassato il plauso dal mondo pentastellato.
Salvati capra e cavoli. E invece no. Lanzalone, secondo l'accusa, briga per orientare le scelte del Campidoglio. E infatti, nell'ordinanza di custodia cautelare, Lanzalone viene descritto con queste parole: «Interloquisce, in posizione assolutamente paritaria, con le figure apicali dell'amministrazione capitolina tanto da avere un significativo potere di orientarne le scelte (...) e di indirizzarne le strategie operative». Gioco facile per «Wolf» che, come conferma la Raggi, «ha partecipato alle riunioni politiche» per lo stadio insieme a sindaca, assessori e presidenti di commissione. A quel punto è sorto il problema del compenso. «Poiché la sua presenza era sempre più assidua», svela la Raggi, «proposi di formalizzare l'accordo con un incarico di consulenza anche per le partecipate». Ma dall'avvocatura arrivò lo stop. La sindaca, a quel punto, tentò la carta della consulenza gratuita. Altra bocciatura: la scelta avrebbe comportato a «Wolf» un vantaggio competitivo nell'attività professionale. La Raggi si sente in un angolo, e spiega ai magistrati: «Io non avevo altre strade per formalizzare il contributo che Lanzalone stava dando al Comune, ma l'affiancamento è continuato, benché con minore intensità». I rapporti, spiega la sindaca, sono diventati più intensi con la nomina di «Wolf» a presidente di Acea. A dare (davanti ai magistrati) un peso diverso al ruolo di Lanzalone per il dossier stadio, è stato il direttore generale dell'As Roma, Mauro Baldissoni, che ha spiegato come «Wolf» sia stato il loro interlocutore per conto del Comune «praticamente fino al momento in cui è stato arrestato». E anche se il suo ruolo è diminuito d'intensità nel tempo (soprattutto dopo la chiusura della conferenza di servizi), ricorda Baldissoni, «era a lui che ci rivolgevamo». A presentarglielo fu la sindaca nel dicembre 2016. Cioè mentre Parnasi foraggiava con fondazioni vicine ai partiti e pagava le cene elettorali ai candidati.
Interrogato dai pm, uno dei suoi collaboratori, Luca Caporilli, ieri ha ammesso che «ci sono state dazioni di denaro in favore di almeno un funzionario pubblico». Non uno qualsiasi, ma un «responsabile dei pareri al progetto dello stadio». A confermare ai magistrati i sospetti sui meccanismi del sistema di Parnasi è stata una dipendente dell'imprenditore: Elisa Melegari, classe 1979, ex dipendente di Parsitalia colpita dalla prima ondata di licenziamenti e ripescata direttamente dal dominus della holding che, a dire della testimone, l'ha chiamata nella sua segreteria perché conosceva bene l'inglese. È lei che si è occupata delle «erogazioni liberali». L'importo, ha spiegato la testimone, era sempre lo stesso: «4.500 euro». Una cifra per il quale, le era stato detto, non era necessaria alcuna dichiarazione. La Melegari sul lavoro è molto attenta. E si accorge anche che - pur non essendoci soldi sui conti delle società - Parnasi chiamava per sollecitare i pagamenti (che avvenivano tramite due società: la Figepa e la Sogepa) il prima possibile. «Come se subisse delle pressioni dalle persone che dovevano ricevere i soldi», dice la testimone. Era lei a preparare le delibere per i contributi, anche quelle retrodatate, ossia come ha confermato la teste, redatte a campagna elettorale conclusa, ma con data antecedente. È accaduto, ad esempio, con Francesco Maria Giro di Forza Italia, poi eletto senatore, ed Emiliano Minucci del Pd, eletto consigliere regionale. C'erano poi dei finanziamente più elevati, ma di quelli non si occupava la Melegari. «Credo che per tali finanziamenti», ha svelato la teste, «sia stata impegnata Pentapigna immobiliare».
Fabio Amendolara e Giuseppe China
Giro di poltrone e consulenze sulla direttrice Genova-Roma
Roma chiama, Genova risponde. Non è un film poliziottesco degli anni Settanta, ma quello che è successo lungo la via Aurelia tra il Campidoglio e Palazzo Tursi. Nella Capitale sembra che «il sindaco vicario» fosse diventato l'avvocato Luca Lanzalone, un mister Wolf buono per risolvere ogni problema. Lanzalone è genovese come il fondatore del Movimento 5 stelle Beppe Grillo, ma non è il solo ligure, almeno d'adozione, a essere stato catapultato nella Capitale. Il primo tassello arriva quando la sindaca deve scegliere il segretario generale. Quella poltrona non è nella procedura di interpello finalizzata all'affidamento degli incarichi dirigenziali preparata dal suo braccio destro Raffaele Marra, che finirà in manette a dicembre.
Così nell'ottobre 2016 dal cilindro esce Pietro Paolo Mileti, il quale è il primo pezzo da novanta che plana sul Palazzo senatorio da Genova, città all'epoca guidata dal sindaco Marco Doria, primo cittadino sostenuto da una maggioranza a guida Pd.
È Mileti che il 24 maggio 2018 riceve l'ordine di esibizione d'atti della Procura relativa all'incarico di Lanzalone presso il municipio ed è quindi il primo a venire a conoscenza dell'indagine sull'avvocato.
Il quale aveva iniziato a bazzicare il Campidoglio poco dopo o forse in contemporanea con lo sbarco di Mileti.
Ma torniamo alla loro frequentazione di Palazzo Tursi, storica sede del Comune genovese. Scopriamo oggi che Lanzalone aveva fatto il consulente non pagato pure in Liguria. Certo suona strano che un ligure lavori sempre a titolo gratuito, ma questo ha dichiarato il terzo pezzo da novanta della nostra storia, il direttore generale della Capitale, Franco Giampaoletti, già dg a Palazzo Tursi e chiamato per la selezione in Campidoglio proprio da Lanzalone. Il 15 giugno, davanti al procuratore Giuseppe Pignatone e all'aggiunto Paolo Ielo, ha dichiarato: «Conosco Lanzalone dai tempi di Genova, dove abbiamo collaborato per delle vicende di specifico rilievo in quell'area (vicenda Iren-Amiu, società partecipate di acqua, elettricità e rifiuti, ndr) egli era consulente a titolo gratuito nominato dal sindaco Doria, e con lui ho un buon rapporto d'amicizia». Un'amicizia che lo ha portato a essere citato molte volte negli atti dell'indagine, ma che non lo ha fatto precipitare nel registro degli indagati.
La Raggi ha dichiarato che l'avvocatura dello Stato le ha impedito di formalizzare il rapporto con Lanzalone attraverso un contratto di consulenza non pagata, per non dargli «un vantaggio competitivo nella sua attività professionale».
Dunque quello che all'avvocatura non è parso opportuno per Roma, pare sia stato attuato a Genova, dove segretario generale e dg erano gli stessi che oggi sono diventati gli uomini macchina della giunta presieduta dalla Raggi.
Tutte coincidenze? C'è da dire che anche il nuovo assessore al Bilancio di Roma, Gianni Lemmetti, ha lavorato fianco a fianco con Lanzalone a Livorno, altra città dove l'avvocato genovese è stato consulente, questa volta della giunta pentastellata di Filippo Nogarin (che in questi giorni ne ha rivendicato la scelta), e dove ha partecipato a una gara come advisor (consulente specializzato) per la procedura di concordato preventivo di una società partecipata. Alla fine la commissione ha aggiudicato l'incarico allo studio Lanzalone «verso il quale si è comunque sollecitato un adeguamento dell'originaria offerta», si legge nel verbale.
La parcella avrebbe dovuto essere decurtata di 75.000 euro, scendendo da 225.000 euro a 150.000 euro. Ma i revisori hanno rilevato delle irregolarità nella gara e lo studio ha ritirato l'offerta. La mossa non è bastata a evitare l'iscrizione sul registro degli indagati per turbativa d'asta nei confronti di Lemmetti e Nogarin.
Eppure l'inchiesta più che un problema è diventata una medaglia per l'assessore, che è stato promosso sul campo e spedito a Roma. Nogarin invece ha dichiarato che Lanzalone e suoi collaboratori «non hanno mai travalicato il loro ruolo, pur consapevoli del vantaggio competitivo che potevano avere».
Secondo alcuni i media genovesi Lanzalone è sempre stato appassionato di politica, prima giovane liberale, poi socialista al seguito del potente Rinaldo Magnani, quindi in quota Di Pietro, poi di nuovo con Magnani, candidato sindaco per Forza Italia nel 2002. A quelle elezioni vince il diessino Giuseppe Pericu e Lanzalone, ex avversario, entra in orbita Iren, la multiutility comunale dei servizi, iniziando a inanellare consulenze. Torna in prima linea, «portato dagli amici di Bruno Tabacci» quando c'è da sostenere il principe (è di schiatta nobiliare) rosso Marco Doria. Dietro a Lanzalone si realizza un compromesso storico tra finanzieri bianchi e portuali comunisti. Doria diventa primo cittadino, però, invece di affidare all'avvocato la presidenza di Iren, gli sbologna la grana dell'Amiu, la società dei rifiuti genovese. Il Secolo XIX ricorda che «un bel giorno l'operazione va a sbattere tra i fischi in consiglio comunale e 72 ore dopo arriva la chiamata romana», come presidente dell'Acea. Per questo incarico guadagna circa 144.000 euro annui. Lanzalone ha riferito agli inquirenti di avere un reddito di circa 14.000 euro al mese (non è chiaro se tale cifra sia l'appannaggio dell'Acea o il reddito da avvocato) più altri 20.000 annui per altre non meglio precisate cariche societarie. Perché neppure un genovese può vivere di consulenze gratuite.
Giacomo Amadori
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Davanti ai magistrati, il sindaco si è assunto la responsabilità di aver cercato il consulente poi finito ai domiciliari per lo stadio della Roma. Interrogato, un collaboratore del palazzinaro Luca Parnasi rivela: «Abbiamo dato soldi ad almeno un funzionario pubblico».Giro di poltrone e consulenze sulla direttrice Genova-Roma. L'ex presidente di Acea lavorò con Marco Doria, proprio come segretario e dg capitolini.Lo speciale contiene due articoli «Sono stata io a chiedere a Fraccaro e a Bonafede, responsabili del gruppo Supporto enti locali, di poter parlare con il consulente del Comune di Livorno». La sindaca di Roma, Virginia Raggi, il 15 giugno si è intestata in Procura l'ingaggio dell'avvocato Luca Lanzalone, il risolutore di problemi definito «Wolf» (uno dei personaggi di Pulp fiction) dall'imprenditore Luca Parnasi. La ragione? «Ritenevo necessario», spiega la sindaca nel suo primo interrogatorio (è tornata dai pm lunedì, ndr), «il suo contributo per la definizione di alcune questioni giuridiche che riguardavano alcune partecipate del Comune di Roma». Prima di decidere se investire su Lanzalone ci sono alcuni incontri che la sindaca definisce «esplorativi». Anche perché bisognava accertare la possibilità di avviare un rapporto di consulenza. All'inizio Lanzalone non viene coinvolto nella questione del nuovo stadio della Roma. Ma i problemi erano tanti. E, spiega la sindaca, c'era il rischio di un contenzioso, se la giunta pentastellata avesse scelto la strada di mettere da parte la delibera approvata ai tempi di Ignazio Marino. «Non ricordo di aver chiesto il parere di Lanzalone anche sull'argomento», sostiene la Raggi, «ma sapevo che il Comune sarebbe stato gravato da obblighi risarcitori». E allora arriva «Wolf». Perché nella testa della sindaca c'era la necessità di ottenere dalla società giallorossa quanto meno una riduzione delle cubature. La Roma avrebbe avuto lo stadio e la sindaca avrebbe così incassato il plauso dal mondo pentastellato. Salvati capra e cavoli. E invece no. Lanzalone, secondo l'accusa, briga per orientare le scelte del Campidoglio. E infatti, nell'ordinanza di custodia cautelare, Lanzalone viene descritto con queste parole: «Interloquisce, in posizione assolutamente paritaria, con le figure apicali dell'amministrazione capitolina tanto da avere un significativo potere di orientarne le scelte (...) e di indirizzarne le strategie operative». Gioco facile per «Wolf» che, come conferma la Raggi, «ha partecipato alle riunioni politiche» per lo stadio insieme a sindaca, assessori e presidenti di commissione. A quel punto è sorto il problema del compenso. «Poiché la sua presenza era sempre più assidua», svela la Raggi, «proposi di formalizzare l'accordo con un incarico di consulenza anche per le partecipate». Ma dall'avvocatura arrivò lo stop. La sindaca, a quel punto, tentò la carta della consulenza gratuita. Altra bocciatura: la scelta avrebbe comportato a «Wolf» un vantaggio competitivo nell'attività professionale. La Raggi si sente in un angolo, e spiega ai magistrati: «Io non avevo altre strade per formalizzare il contributo che Lanzalone stava dando al Comune, ma l'affiancamento è continuato, benché con minore intensità». I rapporti, spiega la sindaca, sono diventati più intensi con la nomina di «Wolf» a presidente di Acea. A dare (davanti ai magistrati) un peso diverso al ruolo di Lanzalone per il dossier stadio, è stato il direttore generale dell'As Roma, Mauro Baldissoni, che ha spiegato come «Wolf» sia stato il loro interlocutore per conto del Comune «praticamente fino al momento in cui è stato arrestato». E anche se il suo ruolo è diminuito d'intensità nel tempo (soprattutto dopo la chiusura della conferenza di servizi), ricorda Baldissoni, «era a lui che ci rivolgevamo». A presentarglielo fu la sindaca nel dicembre 2016. Cioè mentre Parnasi foraggiava con fondazioni vicine ai partiti e pagava le cene elettorali ai candidati. Interrogato dai pm, uno dei suoi collaboratori, Luca Caporilli, ieri ha ammesso che «ci sono state dazioni di denaro in favore di almeno un funzionario pubblico». Non uno qualsiasi, ma un «responsabile dei pareri al progetto dello stadio». A confermare ai magistrati i sospetti sui meccanismi del sistema di Parnasi è stata una dipendente dell'imprenditore: Elisa Melegari, classe 1979, ex dipendente di Parsitalia colpita dalla prima ondata di licenziamenti e ripescata direttamente dal dominus della holding che, a dire della testimone, l'ha chiamata nella sua segreteria perché conosceva bene l'inglese. È lei che si è occupata delle «erogazioni liberali». L'importo, ha spiegato la testimone, era sempre lo stesso: «4.500 euro». Una cifra per il quale, le era stato detto, non era necessaria alcuna dichiarazione. La Melegari sul lavoro è molto attenta. E si accorge anche che - pur non essendoci soldi sui conti delle società - Parnasi chiamava per sollecitare i pagamenti (che avvenivano tramite due società: la Figepa e la Sogepa) il prima possibile. «Come se subisse delle pressioni dalle persone che dovevano ricevere i soldi», dice la testimone. Era lei a preparare le delibere per i contributi, anche quelle retrodatate, ossia come ha confermato la teste, redatte a campagna elettorale conclusa, ma con data antecedente. È accaduto, ad esempio, con Francesco Maria Giro di Forza Italia, poi eletto senatore, ed Emiliano Minucci del Pd, eletto consigliere regionale. C'erano poi dei finanziamente più elevati, ma di quelli non si occupava la Melegari. «Credo che per tali finanziamenti», ha svelato la teste, «sia stata impegnata Pentapigna immobiliare». Fabio Amendolara e Giuseppe China<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-raggi-lha-ammesso-lanzalone-e-roba-sua-2579526266.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giro-di-poltrone-e-consulenze-sulla-direttrice-genova-roma" data-post-id="2579526266" data-published-at="1773467482" data-use-pagination="False"> Giro di poltrone e consulenze sulla direttrice Genova-Roma Roma chiama, Genova risponde. Non è un film poliziottesco degli anni Settanta, ma quello che è successo lungo la via Aurelia tra il Campidoglio e Palazzo Tursi. Nella Capitale sembra che «il sindaco vicario» fosse diventato l'avvocato Luca Lanzalone, un mister Wolf buono per risolvere ogni problema. Lanzalone è genovese come il fondatore del Movimento 5 stelle Beppe Grillo, ma non è il solo ligure, almeno d'adozione, a essere stato catapultato nella Capitale. Il primo tassello arriva quando la sindaca deve scegliere il segretario generale. Quella poltrona non è nella procedura di interpello finalizzata all'affidamento degli incarichi dirigenziali preparata dal suo braccio destro Raffaele Marra, che finirà in manette a dicembre. Così nell'ottobre 2016 dal cilindro esce Pietro Paolo Mileti, il quale è il primo pezzo da novanta che plana sul Palazzo senatorio da Genova, città all'epoca guidata dal sindaco Marco Doria, primo cittadino sostenuto da una maggioranza a guida Pd. È Mileti che il 24 maggio 2018 riceve l'ordine di esibizione d'atti della Procura relativa all'incarico di Lanzalone presso il municipio ed è quindi il primo a venire a conoscenza dell'indagine sull'avvocato. Il quale aveva iniziato a bazzicare il Campidoglio poco dopo o forse in contemporanea con lo sbarco di Mileti. Ma torniamo alla loro frequentazione di Palazzo Tursi, storica sede del Comune genovese. Scopriamo oggi che Lanzalone aveva fatto il consulente non pagato pure in Liguria. Certo suona strano che un ligure lavori sempre a titolo gratuito, ma questo ha dichiarato il terzo pezzo da novanta della nostra storia, il direttore generale della Capitale, Franco Giampaoletti, già dg a Palazzo Tursi e chiamato per la selezione in Campidoglio proprio da Lanzalone. Il 15 giugno, davanti al procuratore Giuseppe Pignatone e all'aggiunto Paolo Ielo, ha dichiarato: «Conosco Lanzalone dai tempi di Genova, dove abbiamo collaborato per delle vicende di specifico rilievo in quell'area (vicenda Iren-Amiu, società partecipate di acqua, elettricità e rifiuti, ndr) egli era consulente a titolo gratuito nominato dal sindaco Doria, e con lui ho un buon rapporto d'amicizia». Un'amicizia che lo ha portato a essere citato molte volte negli atti dell'indagine, ma che non lo ha fatto precipitare nel registro degli indagati. La Raggi ha dichiarato che l'avvocatura dello Stato le ha impedito di formalizzare il rapporto con Lanzalone attraverso un contratto di consulenza non pagata, per non dargli «un vantaggio competitivo nella sua attività professionale». Dunque quello che all'avvocatura non è parso opportuno per Roma, pare sia stato attuato a Genova, dove segretario generale e dg erano gli stessi che oggi sono diventati gli uomini macchina della giunta presieduta dalla Raggi. Tutte coincidenze? C'è da dire che anche il nuovo assessore al Bilancio di Roma, Gianni Lemmetti, ha lavorato fianco a fianco con Lanzalone a Livorno, altra città dove l'avvocato genovese è stato consulente, questa volta della giunta pentastellata di Filippo Nogarin (che in questi giorni ne ha rivendicato la scelta), e dove ha partecipato a una gara come advisor (consulente specializzato) per la procedura di concordato preventivo di una società partecipata. Alla fine la commissione ha aggiudicato l'incarico allo studio Lanzalone «verso il quale si è comunque sollecitato un adeguamento dell'originaria offerta», si legge nel verbale. La parcella avrebbe dovuto essere decurtata di 75.000 euro, scendendo da 225.000 euro a 150.000 euro. Ma i revisori hanno rilevato delle irregolarità nella gara e lo studio ha ritirato l'offerta. La mossa non è bastata a evitare l'iscrizione sul registro degli indagati per turbativa d'asta nei confronti di Lemmetti e Nogarin. Eppure l'inchiesta più che un problema è diventata una medaglia per l'assessore, che è stato promosso sul campo e spedito a Roma. Nogarin invece ha dichiarato che Lanzalone e suoi collaboratori «non hanno mai travalicato il loro ruolo, pur consapevoli del vantaggio competitivo che potevano avere». Secondo alcuni i media genovesi Lanzalone è sempre stato appassionato di politica, prima giovane liberale, poi socialista al seguito del potente Rinaldo Magnani, quindi in quota Di Pietro, poi di nuovo con Magnani, candidato sindaco per Forza Italia nel 2002. A quelle elezioni vince il diessino Giuseppe Pericu e Lanzalone, ex avversario, entra in orbita Iren, la multiutility comunale dei servizi, iniziando a inanellare consulenze. Torna in prima linea, «portato dagli amici di Bruno Tabacci» quando c'è da sostenere il principe (è di schiatta nobiliare) rosso Marco Doria. Dietro a Lanzalone si realizza un compromesso storico tra finanzieri bianchi e portuali comunisti. Doria diventa primo cittadino, però, invece di affidare all'avvocato la presidenza di Iren, gli sbologna la grana dell'Amiu, la società dei rifiuti genovese. Il Secolo XIX ricorda che «un bel giorno l'operazione va a sbattere tra i fischi in consiglio comunale e 72 ore dopo arriva la chiamata romana», come presidente dell'Acea. Per questo incarico guadagna circa 144.000 euro annui. Lanzalone ha riferito agli inquirenti di avere un reddito di circa 14.000 euro al mese (non è chiaro se tale cifra sia l'appannaggio dell'Acea o il reddito da avvocato) più altri 20.000 annui per altre non meglio precisate cariche societarie. Perché neppure un genovese può vivere di consulenze gratuite. Giacomo Amadori
Alessandro Bastoni (Ansa)
La scelta ha acceso una discussione che travalica il semplice episodio sportivo e si addentra nel territorio, sempre scivoloso, dove calcio, politica e narrazione pubblica si incontrano. Il punto di partenza è noto. Durante Inter-Juve del 14 febbraio scorso, Bastoni accentua un contatto col difensore bianconero Pierre Kalulu. L’arbitro espelle il giocatore juventino, Bastoni esulta e la polemica divampa. Da lì il difensore nerazzurro è bersaglio di fischi in tutti gli stadi. Qualche giorno dopo, Bastoni ammette pubblicamente di aver sbagliato. Un episodio che, nella lettura dei promotori del premio, si trasforma da simulazione a esempio di responsabilità sportiva. La proposta di conferirgli la Rosa Camuna nasce al Pirellone. A presentarla è il presidente del Consiglio regionale Federico Romani, esponente di Fdi, col sostegno bipartisan del consigliere del Pd Pietro Bussolati: due interisti di ferro (il secondo è presidente dell’Inter Club al Pirellone). Nella motivazione ufficiale si parla di «maturità nel riconoscere pubblicamente un errore». Fin qui la versione istituzionale. Ma attorno alla vicenda si è rapidamente attivata quella che negli ambienti calcistici hanno definito «macchina narrativa nerazzurra», un sistema di solidarietà che nel mondo Inter raramente lascia soli i propri simboli. Dalle dichiarazioni di dirigenti e opinionisti fino ai commenti nei talk sportivi, la linea è diventata presto chiara: Bastoni non è il simulatore che gli avversari hanno dipinto, ma un giocatore che ha avuto il coraggio di dire la verità quando nessuno lo fa. Il risultato è una dinamica da riunione ad Appiano Gentile, per chi osserva da vicino il mondo interista: quando uno dei protagonisti finisce sotto accusa, la reazione è spesso compatta, quasi corporativa. In pochi giorni Bastoni è passato dall’esser criticato per una simulazione a diventare il simbolo di una sorta di «redenzione sportiva», caso esemplare da difendere pubblicamente. Ed è proprio qui che nasce il vero cortocircuito. Perché la Rosa Camuna, istituita nel 1996 e assegnata ogni anno in occasione della Festa della Lombardia, è tradizionalmente destinata a chi ha contribuito in modo significativo allo sviluppo economico, sociale o culturale della regione. Tra i premiati compaiono Bernardo Caprotti, il fondatore di Esselunga, associazioni impegnate nel volontariato (come i City Angels) o realtà che operano quotidianamente sul territorio lombardo. Nel 2024 vinse il presidente dell’Inter Giuseppe Marotta. Vedi a volte il caso.
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Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
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