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2018-06-20
La Raggi l’ha ammesso: Lanzalone è roba sua
ANSA
«Sono stata io a chiedere a Fraccaro e a Bonafede, responsabili del gruppo Supporto enti locali, di poter parlare con il consulente del Comune di Livorno». La sindaca di Roma, Virginia Raggi, il 15 giugno si è intestata in Procura l'ingaggio dell'avvocato Luca Lanzalone, il risolutore di problemi definito «Wolf» (uno dei personaggi di Pulp fiction) dall'imprenditore Luca Parnasi. La ragione? «Ritenevo necessario», spiega la sindaca nel suo primo interrogatorio (è tornata dai pm lunedì, ndr), «il suo contributo per la definizione di alcune questioni giuridiche che riguardavano alcune partecipate del Comune di Roma». Prima di decidere se investire su Lanzalone ci sono alcuni incontri che la sindaca definisce «esplorativi». Anche perché bisognava accertare la possibilità di avviare un rapporto di consulenza. All'inizio Lanzalone non viene coinvolto nella questione del nuovo stadio della Roma. Ma i problemi erano tanti. E, spiega la sindaca, c'era il rischio di un contenzioso, se la giunta pentastellata avesse scelto la strada di mettere da parte la delibera approvata ai tempi di Ignazio Marino. «Non ricordo di aver chiesto il parere di Lanzalone anche sull'argomento», sostiene la Raggi, «ma sapevo che il Comune sarebbe stato gravato da obblighi risarcitori». E allora arriva «Wolf». Perché nella testa della sindaca c'era la necessità di ottenere dalla società giallorossa quanto meno una riduzione delle cubature. La Roma avrebbe avuto lo stadio e la sindaca avrebbe così incassato il plauso dal mondo pentastellato.
Salvati capra e cavoli. E invece no. Lanzalone, secondo l'accusa, briga per orientare le scelte del Campidoglio. E infatti, nell'ordinanza di custodia cautelare, Lanzalone viene descritto con queste parole: «Interloquisce, in posizione assolutamente paritaria, con le figure apicali dell'amministrazione capitolina tanto da avere un significativo potere di orientarne le scelte (...) e di indirizzarne le strategie operative». Gioco facile per «Wolf» che, come conferma la Raggi, «ha partecipato alle riunioni politiche» per lo stadio insieme a sindaca, assessori e presidenti di commissione. A quel punto è sorto il problema del compenso. «Poiché la sua presenza era sempre più assidua», svela la Raggi, «proposi di formalizzare l'accordo con un incarico di consulenza anche per le partecipate». Ma dall'avvocatura arrivò lo stop. La sindaca, a quel punto, tentò la carta della consulenza gratuita. Altra bocciatura: la scelta avrebbe comportato a «Wolf» un vantaggio competitivo nell'attività professionale. La Raggi si sente in un angolo, e spiega ai magistrati: «Io non avevo altre strade per formalizzare il contributo che Lanzalone stava dando al Comune, ma l'affiancamento è continuato, benché con minore intensità». I rapporti, spiega la sindaca, sono diventati più intensi con la nomina di «Wolf» a presidente di Acea. A dare (davanti ai magistrati) un peso diverso al ruolo di Lanzalone per il dossier stadio, è stato il direttore generale dell'As Roma, Mauro Baldissoni, che ha spiegato come «Wolf» sia stato il loro interlocutore per conto del Comune «praticamente fino al momento in cui è stato arrestato». E anche se il suo ruolo è diminuito d'intensità nel tempo (soprattutto dopo la chiusura della conferenza di servizi), ricorda Baldissoni, «era a lui che ci rivolgevamo». A presentarglielo fu la sindaca nel dicembre 2016. Cioè mentre Parnasi foraggiava con fondazioni vicine ai partiti e pagava le cene elettorali ai candidati.
Interrogato dai pm, uno dei suoi collaboratori, Luca Caporilli, ieri ha ammesso che «ci sono state dazioni di denaro in favore di almeno un funzionario pubblico». Non uno qualsiasi, ma un «responsabile dei pareri al progetto dello stadio». A confermare ai magistrati i sospetti sui meccanismi del sistema di Parnasi è stata una dipendente dell'imprenditore: Elisa Melegari, classe 1979, ex dipendente di Parsitalia colpita dalla prima ondata di licenziamenti e ripescata direttamente dal dominus della holding che, a dire della testimone, l'ha chiamata nella sua segreteria perché conosceva bene l'inglese. È lei che si è occupata delle «erogazioni liberali». L'importo, ha spiegato la testimone, era sempre lo stesso: «4.500 euro». Una cifra per il quale, le era stato detto, non era necessaria alcuna dichiarazione. La Melegari sul lavoro è molto attenta. E si accorge anche che - pur non essendoci soldi sui conti delle società - Parnasi chiamava per sollecitare i pagamenti (che avvenivano tramite due società: la Figepa e la Sogepa) il prima possibile. «Come se subisse delle pressioni dalle persone che dovevano ricevere i soldi», dice la testimone. Era lei a preparare le delibere per i contributi, anche quelle retrodatate, ossia come ha confermato la teste, redatte a campagna elettorale conclusa, ma con data antecedente. È accaduto, ad esempio, con Francesco Maria Giro di Forza Italia, poi eletto senatore, ed Emiliano Minucci del Pd, eletto consigliere regionale. C'erano poi dei finanziamente più elevati, ma di quelli non si occupava la Melegari. «Credo che per tali finanziamenti», ha svelato la teste, «sia stata impegnata Pentapigna immobiliare».
Fabio Amendolara e Giuseppe China
Giro di poltrone e consulenze sulla direttrice Genova-Roma
Roma chiama, Genova risponde. Non è un film poliziottesco degli anni Settanta, ma quello che è successo lungo la via Aurelia tra il Campidoglio e Palazzo Tursi. Nella Capitale sembra che «il sindaco vicario» fosse diventato l'avvocato Luca Lanzalone, un mister Wolf buono per risolvere ogni problema. Lanzalone è genovese come il fondatore del Movimento 5 stelle Beppe Grillo, ma non è il solo ligure, almeno d'adozione, a essere stato catapultato nella Capitale. Il primo tassello arriva quando la sindaca deve scegliere il segretario generale. Quella poltrona non è nella procedura di interpello finalizzata all'affidamento degli incarichi dirigenziali preparata dal suo braccio destro Raffaele Marra, che finirà in manette a dicembre.
Così nell'ottobre 2016 dal cilindro esce Pietro Paolo Mileti, il quale è il primo pezzo da novanta che plana sul Palazzo senatorio da Genova, città all'epoca guidata dal sindaco Marco Doria, primo cittadino sostenuto da una maggioranza a guida Pd.
È Mileti che il 24 maggio 2018 riceve l'ordine di esibizione d'atti della Procura relativa all'incarico di Lanzalone presso il municipio ed è quindi il primo a venire a conoscenza dell'indagine sull'avvocato.
Il quale aveva iniziato a bazzicare il Campidoglio poco dopo o forse in contemporanea con lo sbarco di Mileti.
Ma torniamo alla loro frequentazione di Palazzo Tursi, storica sede del Comune genovese. Scopriamo oggi che Lanzalone aveva fatto il consulente non pagato pure in Liguria. Certo suona strano che un ligure lavori sempre a titolo gratuito, ma questo ha dichiarato il terzo pezzo da novanta della nostra storia, il direttore generale della Capitale, Franco Giampaoletti, già dg a Palazzo Tursi e chiamato per la selezione in Campidoglio proprio da Lanzalone. Il 15 giugno, davanti al procuratore Giuseppe Pignatone e all'aggiunto Paolo Ielo, ha dichiarato: «Conosco Lanzalone dai tempi di Genova, dove abbiamo collaborato per delle vicende di specifico rilievo in quell'area (vicenda Iren-Amiu, società partecipate di acqua, elettricità e rifiuti, ndr) egli era consulente a titolo gratuito nominato dal sindaco Doria, e con lui ho un buon rapporto d'amicizia». Un'amicizia che lo ha portato a essere citato molte volte negli atti dell'indagine, ma che non lo ha fatto precipitare nel registro degli indagati.
La Raggi ha dichiarato che l'avvocatura dello Stato le ha impedito di formalizzare il rapporto con Lanzalone attraverso un contratto di consulenza non pagata, per non dargli «un vantaggio competitivo nella sua attività professionale».
Dunque quello che all'avvocatura non è parso opportuno per Roma, pare sia stato attuato a Genova, dove segretario generale e dg erano gli stessi che oggi sono diventati gli uomini macchina della giunta presieduta dalla Raggi.
Tutte coincidenze? C'è da dire che anche il nuovo assessore al Bilancio di Roma, Gianni Lemmetti, ha lavorato fianco a fianco con Lanzalone a Livorno, altra città dove l'avvocato genovese è stato consulente, questa volta della giunta pentastellata di Filippo Nogarin (che in questi giorni ne ha rivendicato la scelta), e dove ha partecipato a una gara come advisor (consulente specializzato) per la procedura di concordato preventivo di una società partecipata. Alla fine la commissione ha aggiudicato l'incarico allo studio Lanzalone «verso il quale si è comunque sollecitato un adeguamento dell'originaria offerta», si legge nel verbale.
La parcella avrebbe dovuto essere decurtata di 75.000 euro, scendendo da 225.000 euro a 150.000 euro. Ma i revisori hanno rilevato delle irregolarità nella gara e lo studio ha ritirato l'offerta. La mossa non è bastata a evitare l'iscrizione sul registro degli indagati per turbativa d'asta nei confronti di Lemmetti e Nogarin.
Eppure l'inchiesta più che un problema è diventata una medaglia per l'assessore, che è stato promosso sul campo e spedito a Roma. Nogarin invece ha dichiarato che Lanzalone e suoi collaboratori «non hanno mai travalicato il loro ruolo, pur consapevoli del vantaggio competitivo che potevano avere».
Secondo alcuni i media genovesi Lanzalone è sempre stato appassionato di politica, prima giovane liberale, poi socialista al seguito del potente Rinaldo Magnani, quindi in quota Di Pietro, poi di nuovo con Magnani, candidato sindaco per Forza Italia nel 2002. A quelle elezioni vince il diessino Giuseppe Pericu e Lanzalone, ex avversario, entra in orbita Iren, la multiutility comunale dei servizi, iniziando a inanellare consulenze. Torna in prima linea, «portato dagli amici di Bruno Tabacci» quando c'è da sostenere il principe (è di schiatta nobiliare) rosso Marco Doria. Dietro a Lanzalone si realizza un compromesso storico tra finanzieri bianchi e portuali comunisti. Doria diventa primo cittadino, però, invece di affidare all'avvocato la presidenza di Iren, gli sbologna la grana dell'Amiu, la società dei rifiuti genovese. Il Secolo XIX ricorda che «un bel giorno l'operazione va a sbattere tra i fischi in consiglio comunale e 72 ore dopo arriva la chiamata romana», come presidente dell'Acea. Per questo incarico guadagna circa 144.000 euro annui. Lanzalone ha riferito agli inquirenti di avere un reddito di circa 14.000 euro al mese (non è chiaro se tale cifra sia l'appannaggio dell'Acea o il reddito da avvocato) più altri 20.000 annui per altre non meglio precisate cariche societarie. Perché neppure un genovese può vivere di consulenze gratuite.
Giacomo Amadori
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Davanti ai magistrati, il sindaco si è assunto la responsabilità di aver cercato il consulente poi finito ai domiciliari per lo stadio della Roma. Interrogato, un collaboratore del palazzinaro Luca Parnasi rivela: «Abbiamo dato soldi ad almeno un funzionario pubblico».Giro di poltrone e consulenze sulla direttrice Genova-Roma. L'ex presidente di Acea lavorò con Marco Doria, proprio come segretario e dg capitolini.Lo speciale contiene due articoli «Sono stata io a chiedere a Fraccaro e a Bonafede, responsabili del gruppo Supporto enti locali, di poter parlare con il consulente del Comune di Livorno». La sindaca di Roma, Virginia Raggi, il 15 giugno si è intestata in Procura l'ingaggio dell'avvocato Luca Lanzalone, il risolutore di problemi definito «Wolf» (uno dei personaggi di Pulp fiction) dall'imprenditore Luca Parnasi. La ragione? «Ritenevo necessario», spiega la sindaca nel suo primo interrogatorio (è tornata dai pm lunedì, ndr), «il suo contributo per la definizione di alcune questioni giuridiche che riguardavano alcune partecipate del Comune di Roma». Prima di decidere se investire su Lanzalone ci sono alcuni incontri che la sindaca definisce «esplorativi». Anche perché bisognava accertare la possibilità di avviare un rapporto di consulenza. All'inizio Lanzalone non viene coinvolto nella questione del nuovo stadio della Roma. Ma i problemi erano tanti. E, spiega la sindaca, c'era il rischio di un contenzioso, se la giunta pentastellata avesse scelto la strada di mettere da parte la delibera approvata ai tempi di Ignazio Marino. «Non ricordo di aver chiesto il parere di Lanzalone anche sull'argomento», sostiene la Raggi, «ma sapevo che il Comune sarebbe stato gravato da obblighi risarcitori». E allora arriva «Wolf». Perché nella testa della sindaca c'era la necessità di ottenere dalla società giallorossa quanto meno una riduzione delle cubature. La Roma avrebbe avuto lo stadio e la sindaca avrebbe così incassato il plauso dal mondo pentastellato. Salvati capra e cavoli. E invece no. Lanzalone, secondo l'accusa, briga per orientare le scelte del Campidoglio. E infatti, nell'ordinanza di custodia cautelare, Lanzalone viene descritto con queste parole: «Interloquisce, in posizione assolutamente paritaria, con le figure apicali dell'amministrazione capitolina tanto da avere un significativo potere di orientarne le scelte (...) e di indirizzarne le strategie operative». Gioco facile per «Wolf» che, come conferma la Raggi, «ha partecipato alle riunioni politiche» per lo stadio insieme a sindaca, assessori e presidenti di commissione. A quel punto è sorto il problema del compenso. «Poiché la sua presenza era sempre più assidua», svela la Raggi, «proposi di formalizzare l'accordo con un incarico di consulenza anche per le partecipate». Ma dall'avvocatura arrivò lo stop. La sindaca, a quel punto, tentò la carta della consulenza gratuita. Altra bocciatura: la scelta avrebbe comportato a «Wolf» un vantaggio competitivo nell'attività professionale. La Raggi si sente in un angolo, e spiega ai magistrati: «Io non avevo altre strade per formalizzare il contributo che Lanzalone stava dando al Comune, ma l'affiancamento è continuato, benché con minore intensità». I rapporti, spiega la sindaca, sono diventati più intensi con la nomina di «Wolf» a presidente di Acea. A dare (davanti ai magistrati) un peso diverso al ruolo di Lanzalone per il dossier stadio, è stato il direttore generale dell'As Roma, Mauro Baldissoni, che ha spiegato come «Wolf» sia stato il loro interlocutore per conto del Comune «praticamente fino al momento in cui è stato arrestato». E anche se il suo ruolo è diminuito d'intensità nel tempo (soprattutto dopo la chiusura della conferenza di servizi), ricorda Baldissoni, «era a lui che ci rivolgevamo». A presentarglielo fu la sindaca nel dicembre 2016. Cioè mentre Parnasi foraggiava con fondazioni vicine ai partiti e pagava le cene elettorali ai candidati. Interrogato dai pm, uno dei suoi collaboratori, Luca Caporilli, ieri ha ammesso che «ci sono state dazioni di denaro in favore di almeno un funzionario pubblico». Non uno qualsiasi, ma un «responsabile dei pareri al progetto dello stadio». A confermare ai magistrati i sospetti sui meccanismi del sistema di Parnasi è stata una dipendente dell'imprenditore: Elisa Melegari, classe 1979, ex dipendente di Parsitalia colpita dalla prima ondata di licenziamenti e ripescata direttamente dal dominus della holding che, a dire della testimone, l'ha chiamata nella sua segreteria perché conosceva bene l'inglese. È lei che si è occupata delle «erogazioni liberali». L'importo, ha spiegato la testimone, era sempre lo stesso: «4.500 euro». Una cifra per il quale, le era stato detto, non era necessaria alcuna dichiarazione. La Melegari sul lavoro è molto attenta. E si accorge anche che - pur non essendoci soldi sui conti delle società - Parnasi chiamava per sollecitare i pagamenti (che avvenivano tramite due società: la Figepa e la Sogepa) il prima possibile. «Come se subisse delle pressioni dalle persone che dovevano ricevere i soldi», dice la testimone. Era lei a preparare le delibere per i contributi, anche quelle retrodatate, ossia come ha confermato la teste, redatte a campagna elettorale conclusa, ma con data antecedente. È accaduto, ad esempio, con Francesco Maria Giro di Forza Italia, poi eletto senatore, ed Emiliano Minucci del Pd, eletto consigliere regionale. C'erano poi dei finanziamente più elevati, ma di quelli non si occupava la Melegari. «Credo che per tali finanziamenti», ha svelato la teste, «sia stata impegnata Pentapigna immobiliare». Fabio Amendolara e Giuseppe China<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-raggi-lha-ammesso-lanzalone-e-roba-sua-2579526266.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giro-di-poltrone-e-consulenze-sulla-direttrice-genova-roma" data-post-id="2579526266" data-published-at="1767696637" data-use-pagination="False"> Giro di poltrone e consulenze sulla direttrice Genova-Roma Roma chiama, Genova risponde. Non è un film poliziottesco degli anni Settanta, ma quello che è successo lungo la via Aurelia tra il Campidoglio e Palazzo Tursi. Nella Capitale sembra che «il sindaco vicario» fosse diventato l'avvocato Luca Lanzalone, un mister Wolf buono per risolvere ogni problema. Lanzalone è genovese come il fondatore del Movimento 5 stelle Beppe Grillo, ma non è il solo ligure, almeno d'adozione, a essere stato catapultato nella Capitale. Il primo tassello arriva quando la sindaca deve scegliere il segretario generale. Quella poltrona non è nella procedura di interpello finalizzata all'affidamento degli incarichi dirigenziali preparata dal suo braccio destro Raffaele Marra, che finirà in manette a dicembre. Così nell'ottobre 2016 dal cilindro esce Pietro Paolo Mileti, il quale è il primo pezzo da novanta che plana sul Palazzo senatorio da Genova, città all'epoca guidata dal sindaco Marco Doria, primo cittadino sostenuto da una maggioranza a guida Pd. È Mileti che il 24 maggio 2018 riceve l'ordine di esibizione d'atti della Procura relativa all'incarico di Lanzalone presso il municipio ed è quindi il primo a venire a conoscenza dell'indagine sull'avvocato. Il quale aveva iniziato a bazzicare il Campidoglio poco dopo o forse in contemporanea con lo sbarco di Mileti. Ma torniamo alla loro frequentazione di Palazzo Tursi, storica sede del Comune genovese. Scopriamo oggi che Lanzalone aveva fatto il consulente non pagato pure in Liguria. Certo suona strano che un ligure lavori sempre a titolo gratuito, ma questo ha dichiarato il terzo pezzo da novanta della nostra storia, il direttore generale della Capitale, Franco Giampaoletti, già dg a Palazzo Tursi e chiamato per la selezione in Campidoglio proprio da Lanzalone. Il 15 giugno, davanti al procuratore Giuseppe Pignatone e all'aggiunto Paolo Ielo, ha dichiarato: «Conosco Lanzalone dai tempi di Genova, dove abbiamo collaborato per delle vicende di specifico rilievo in quell'area (vicenda Iren-Amiu, società partecipate di acqua, elettricità e rifiuti, ndr) egli era consulente a titolo gratuito nominato dal sindaco Doria, e con lui ho un buon rapporto d'amicizia». Un'amicizia che lo ha portato a essere citato molte volte negli atti dell'indagine, ma che non lo ha fatto precipitare nel registro degli indagati. La Raggi ha dichiarato che l'avvocatura dello Stato le ha impedito di formalizzare il rapporto con Lanzalone attraverso un contratto di consulenza non pagata, per non dargli «un vantaggio competitivo nella sua attività professionale». Dunque quello che all'avvocatura non è parso opportuno per Roma, pare sia stato attuato a Genova, dove segretario generale e dg erano gli stessi che oggi sono diventati gli uomini macchina della giunta presieduta dalla Raggi. Tutte coincidenze? C'è da dire che anche il nuovo assessore al Bilancio di Roma, Gianni Lemmetti, ha lavorato fianco a fianco con Lanzalone a Livorno, altra città dove l'avvocato genovese è stato consulente, questa volta della giunta pentastellata di Filippo Nogarin (che in questi giorni ne ha rivendicato la scelta), e dove ha partecipato a una gara come advisor (consulente specializzato) per la procedura di concordato preventivo di una società partecipata. Alla fine la commissione ha aggiudicato l'incarico allo studio Lanzalone «verso il quale si è comunque sollecitato un adeguamento dell'originaria offerta», si legge nel verbale. La parcella avrebbe dovuto essere decurtata di 75.000 euro, scendendo da 225.000 euro a 150.000 euro. Ma i revisori hanno rilevato delle irregolarità nella gara e lo studio ha ritirato l'offerta. La mossa non è bastata a evitare l'iscrizione sul registro degli indagati per turbativa d'asta nei confronti di Lemmetti e Nogarin. Eppure l'inchiesta più che un problema è diventata una medaglia per l'assessore, che è stato promosso sul campo e spedito a Roma. Nogarin invece ha dichiarato che Lanzalone e suoi collaboratori «non hanno mai travalicato il loro ruolo, pur consapevoli del vantaggio competitivo che potevano avere». Secondo alcuni i media genovesi Lanzalone è sempre stato appassionato di politica, prima giovane liberale, poi socialista al seguito del potente Rinaldo Magnani, quindi in quota Di Pietro, poi di nuovo con Magnani, candidato sindaco per Forza Italia nel 2002. A quelle elezioni vince il diessino Giuseppe Pericu e Lanzalone, ex avversario, entra in orbita Iren, la multiutility comunale dei servizi, iniziando a inanellare consulenze. Torna in prima linea, «portato dagli amici di Bruno Tabacci» quando c'è da sostenere il principe (è di schiatta nobiliare) rosso Marco Doria. Dietro a Lanzalone si realizza un compromesso storico tra finanzieri bianchi e portuali comunisti. Doria diventa primo cittadino, però, invece di affidare all'avvocato la presidenza di Iren, gli sbologna la grana dell'Amiu, la società dei rifiuti genovese. Il Secolo XIX ricorda che «un bel giorno l'operazione va a sbattere tra i fischi in consiglio comunale e 72 ore dopo arriva la chiamata romana», come presidente dell'Acea. Per questo incarico guadagna circa 144.000 euro annui. Lanzalone ha riferito agli inquirenti di avere un reddito di circa 14.000 euro al mese (non è chiaro se tale cifra sia l'appannaggio dell'Acea o il reddito da avvocato) più altri 20.000 annui per altre non meglio precisate cariche societarie. Perché neppure un genovese può vivere di consulenze gratuite. Giacomo Amadori
Nicolás Maduro durante il trasferimento in tribunale a New York (Getty Images)
Alla richiesta di identificarsi del giudice, Maduro ha replicato in spagnolo, qualificandosi come «presidente della Repubblica del Venezuela» e sostenendo di essere stato «rapito». «Sono innocente, non sono colpevole», ha aggiunto. La moglie, dal canto suo, ha dichiarato: «Sono la First Lady del Venezuela e sono completamente innocente».
La domanda centrale resta però una sola: quali conseguenze giudiziarie attendono i coniugi Maduro? Lo scenario è estremamente pesante. Se il procedimento negli Stati Uniti dovesse arrivare a una sentenza, l’ex presidente venezuelano e la moglie rischiano condanne che, nella sostanza, equivalgono al carcere a vita. I capi d’imputazione federali – narcoterrorismo, traffico internazionale di stupefacenti e associazione criminale – consentono infatti di sommare pene che possono superare i settant’anni di reclusione, soprattutto in presenza di aggravanti legate all’uso di apparati statali e a presunti rapporti con organizzazioni terroristiche. In mancanza di un accordo di collaborazione con i procuratori, l’orizzonte giudiziario per entrambi appare chiuso, senza reali vie d’uscita. A rendere il quadro ancora più critico pesa la possibile deposizione di Armando Carvajal Barrios, ex capo dell’intelligence militare di Caracas ed ex uomo di assoluta fiducia di Maduro. Carvajal ha rotto con il regime nel 2019, nel momento in cui il collasso economico e la crescita dell’opposizione hanno iniziato a erodere il consenso interno. Accusato di tradimento, estromesso dalle forze armate e costretto all’esilio, è stato successivamente arrestato su richiesta degli Stati Uniti, estradato dalla Spagna e trasferito a New York nel 2023. Pur essendosi dichiarato colpevole di reati che prevedono l’ergastolo, la sua condanna che è nelle mani del giudice Alvin Hellerstein non è ancora stata pronunciata: un elemento che molti analisti interpretano come il segnale dell’intenzione dei pubblici ministeri di utilizzarlo come testimone decisivo contro Nicolás Maduro.
Se sul piano giudiziario la posizione dell’ex presidente e della consorte appare difficilmente scalfibile, anche perché è poco realistico immaginare una loro collaborazione con la Dea, sul terreno politico la partita resta molto più incerta. Durante la prima riunione del nuovo gabinetto, la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez ha annunciato una serie di iniziative urgenti per fronteggiare la crisi, tra cui la creazione di una commissione di alto livello incaricata di adoperarsi per il rilascio di Maduro e della moglie. Un gesto prevalentemente simbolico, probabilmente privo di effetti concreti. Secondo l’emittente statale Vtv, l’organismo sarà composto dal presidente dell’Assemblea nazionale Jorge Rodríguez (fratello di Delcy), dal ministro degli Esteri Yvan Gil, dal ministro della Comunicazione Freddy Ñáñez e dal viceministro per la comunicazione internazionale Camilla Fabri.
Poi nel suo primo messaggio ufficiale da presidente ad interim, Delcy Rodríguez si è rivolta direttamente al presidente statunitense Donald Trump, invitandolo a «lavorare insieme» e a costruire un rapporto fondato su «pace e dialogo, non sulla guerra». «Il nostro popolo e l’intera regione», ha dichiarato in un messaggio diffuso sul suo canale Telegram, «meritano rispetto, cooperazione e assenza di minacce. Questa è sempre stata la posizione del presidente Nicolás Maduro ed è oggi la posizione del Venezuela». Un appello ribadito anche in termini di cooperazione internazionale e sviluppo condiviso, nel rispetto del diritto internazionale.
La sensazione è che Delcy Rodríguez stia muovendosi su più piani contemporaneamente. Quando ha denunciato pubblicamente la cattura di Maduro, al suo fianco c’erano infatti due figure centrali dell’apparato di potere chavista: il ministro dell’Interno Diosdado Cabello e il ministro della Difesa Vladimir Padrino López, rispettivamente a capo di polizia ed esercito. Sono loro ad aver garantito, attraverso una repressione sistematica e spesso brutale del dissenso, la tenuta del regime per oltre un decennio. Entrambi sono ancora saldamente al loro posto e non sembrano intenzionati a farsi da parte. Al Wall Street Journal, l’ex diplomatico statunitense Brian Naranjo ha osservato: «Sono questi due uomini a detenere oggi il controllo reale del Venezuela. Comandano le forze armate e potrebbero, se lo volessero, isolare politicamente Delcy Rodríguez in tempi rapidissimi».
Il loro comportamento sarà decisivo per stabilire se il Paese riuscirà a mantenere un minimo di equilibrio o se precipiterà nel caos. Sul territorio operano numerosi gruppi armati, inclusi guerriglieri colombiani di sinistra che hanno già condannato l’arresto di Maduro. Cabello e Padrino dovranno inoltre decidere se assecondare le richieste di Washington, comprese quelle legate all’accesso alle risorse petrolifere venezuelane. Tuttavia, i loro solidi legami con Mosca, Pechino e Teheran riducono i margini di manovra. E dopo il successo del blitz che ha portato alla cattura di Maduro e della moglie, la minaccia di un secondo intervento statunitense su scala più ampia, evocata da Trump in caso di resistenza del regime, pesa come un macigno sul futuro immediato del Venezuela.
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Il disegno di Trump sembra piuttosto chiaro: allineare il continente americano a Washington, estromettendo la Cina e garantendosi il controllo delle materie prime disponibili e ancora in larga parte non sfruttate. Il rame e il litio in Cile e Argentina, il petrolio in Venezuela, le terre rare in Brasile, materiali critici in Groenlandia. Controllare queste risorse significa soprattutto sottrarle alla Cina.
C’è molta attenzione al tema del petrolio venezuelano, ma occorre fare qualche distinguo. Ieri il prezzo del greggio sui mercati non ha avuto reazioni drammatiche, con il petrolio Brent rimasto attorno al valore di 61 dollari al barile dopo una iniziale discesa. Questo perché nell’immediato non succederà nulla di notevole sul mercato.
Dopo la nazionalizzazione del settore petrolifero attuata dal regime di Hugo Chávez tra il 2005 e il 2007, la produzione venezuelana crollò da oltre 3,2 milioni di barili al giorno a meno di 1 milione di bbl/giorno. Di questa quantità, oggi circa il 60% finisce in Cina, un 25% negli Stati Uniti (Chevron è l’unica major americana attiva in Venezuela) e il resto in India e a Cuba. Donald Trump in conferenza stampa sabato ha detto che le compagnie petrolifere americane torneranno nel Paese, investiranno e ricostruiranno il settore ridando ricchezza al Venezuela. Ma questo può essere vero solo nel lungo termine, poiché saranno necessarie decine di miliardi di investimenti e servirà tempo perché questi inizino a dare qualche frutto. Per tornare ai livelli produttivi degli anni Novanta servirebbero almeno tre anni, secondo le stime più ottimistiche. Inoltre, è vero che le riserve venezuelane sono enormi, ma si tratta di un petrolio di qualità molto pesante. Non è difficile da estrarre ma è costoso da trattare. In virtù della precedente storia delle major americane in Venezuela, alcune raffinerie negli Usa sono in grado di trattare quel petrolio, che però anche quando arriverà sul mercato in quantità importanti avrà un impatto contenuto sui fondamentali.
Le conseguenze dell’operazione venezuelana sono più di lungo termine e di respiro un po’ più ampio. Intanto, registriamo che il cambio di regime in Venezuela è negativo per il petrolio russo, che viene comprato in grandi quantità dalla Cina. Se Pechino comprerà più petrolio dalla Russia, Mosca sarà sempre più dipendente da un solo acquirente e sarebbe in posizione di ulteriore subordinazione.
La destituzione di Maduro è soprattutto un brutto colpo per la Cina, non tanto nell’immediato quanto in prospettiva, perché l’azione americana segna un precedente di questa amministrazione.
Quando Pechino nei mesi scorsi ha ristretto ulteriormente le esportazioni di terre rare e magneti, evidenziando una debolezza strutturale americana, ha di fatto invitato gli Stati Uniti a scovare e sfruttare i punti deboli della Cina.
Uno di questi è l’import di energia: la Cina dipende dall’estero per circa il 30% della propria energia, per i quattro quinti importata via mare. L’import cinese di greggio nel 2025 è stato di circa 11,5 milioni di barili al giorno, di cui la metà dal Medio Oriente e circa 375.000 barili al giorno dal Venezuela (i due terzi dell’export petrolifero di Caracas).
L’Iran ha fornito alla Cina circa 1,7 milioni di barili al giorno di greggio, nonostante le sanzioni, dunque Iran e Venezuela fanno circa il 18% delle importazioni di greggio della Cina. Inoltre, un quarto del suo import di gnl arriva dal Qatar e più di un terzo dall’Australia.
L’avviso di Donald Trump all’Iran, quando nei giorni scorsi ha diffidato il governo di Teheran dallo sparare sui manifestanti, è in realtà un avviso per Pechino. Assieme all’azione di forza condotta in Venezuela, il messaggio di Washington è che gli Stati Uniti sono pronti a sostenere l’abbattimento di regimi avversari nei Paesi che forniscono di energia la Cina, sia con azioni dirette, sia sostenendo colpi di Stato interni. Gli altri fornitori difficilmente resisterebbero alle pressioni degli Stati Uniti nel caso di una escalation tra Washington e Pechino.
La Cina, conscia di tutto ciò, sta cercando freneticamente di aumentare la propria indipendenza energetica spingendo sulla produzione interna e accumulando scorte. Pechino sta investendo nel colossale progetto idroelettrico Yarlung Zangbo nel Tibet sud-orientale, sta sviluppando piccoli reattori nucleari modulari e costruisce nuove centrali elettriche a carbone, la cui produzione ha raggiunto un livello record nel 2024. Nel 2024 la produzione nazionale di petrolio ha raggiunto il livello più alto dal 2015, mentre la produzione nazionale di gas ha stabilito un nuovo record. Tutti questi sforzi nell’immediato valgono poco, però, poiché ci vorranno ancora diversi anni prima che la Cina raggiunga l’indipendenza energetica.
L’operazione Maduro insomma ricorda a Pechino che l’economia cinese dipende ancora molto dall’energia importata e che dunque eventuali azioni cinesi su Taiwan avrebbero come conseguenza la pressione interdittiva degli Stati Uniti sulle fonti di energia. Al vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, previsto a Pechino nel prossimo mese di aprile, la Casa Bianca evidentemente vuole arrivare preparata. Per questo c’è da aspettarsi che in Iran la situazione possa evolvere rapidamente e non sono da escludersi colpi di scena a breve termine.
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Domenica, il giorno dopo la cattura del leader chavista, Donald Trump è tornato a invocare il passaggio dell’isola più grande del mondo sotto il controllo degli Usa. «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale. È così strategica. In questo momento, la Groenlandia è disseminata di navi russe e cinesi ovunque», ha dichiarato il presidente americano, innescando la reazione piccata tanto del premier groenlandese, Jens Frederik Nielsen, quanto di quello danese, Mette Frederiksen. «Ho chiarito molto bene la posizione del Regno di Danimarca e la Groenlandia ha ripetutamente affermato di non voler far parte degli Usa», ha dichiarato la Frederiksen, per poi aggiungere: «Se gli Usa attaccano un altro Paese della Nato, tutto si ferma». Una posizione, quella danese, che ha ricevuto l’appoggio del premier britannico, Keir Starmer.
Più cauta si è invece mostrata la Commissione europea. «L’Ue continuerà a sostenere i principi di sovranità nazionale, integrità territoriale e inviolabilità delle frontiere, nonché la Carta delle Nazioni Unite», ha affermato Bruxelles, glissando tuttavia sulle domande più specifiche attinenti alla questione. Ricordiamo che la Groenlandia è un territorio autonomo del Regno di Danimarca: il capo di Stato è il sovrano danese, mentre l’isola resta soggetta al governo di Copenaghen in materia di politica estera. La Groenlandia ha inoltre lasciato la Comunità economica europea a seguito di un referendum tenuto nel 1982. Pur avendo alcuni legami con Bruxelles, non fa quindi parte dell’Ue ed è annoverata tra i «Paesi e territori d’oltremare».
Ma per quale ragione Trump guarda tanto pressantemente alla Groenlandia? Di certo si pone un tema di materie prime. Ma la questione è anche più complessa. Innanzitutto, come già abbiamo visto, l’interesse per l’isola rientra nella riedizione della Dottrina Monroe, che l’attuale presidente americano sta portando avanti. In tal senso, il dossier della Groenlandia è collegato a quello venezuelano. Non dimentichiamo inoltre che, l’anno scorso, la Casa Bianca, attraverso varie pressioni, era riuscita a convincere Panama ad abbandonare la Belt and Road Initiative. Trump vuole quindi estromettere le potenze ostili dall’emisfero occidentale. E, in questo senso, il sorvegliato numero uno resta ovviamente Pechino. In secondo luogo, la Groenlandia risulta strategica nella lotta per l’influenza geopolitica sull’Artico: un’area che, in conseguenza dello scioglimento dei ghiacci, sta diventando sempre più cruciale in termini di rotte per la navigazione.
È soprattutto per questo, oltre che per le materie prime, che la regione fa da tempo gola tanto a Mosca quanto a Pechino. Se un tempo le due capitali tendevano a essere maggiormente in competizione nell’area, a dicembre 2024 il Pentagono lanciò l’allarme in riferimento a un loro progressivo allineamento. Tra l’altro, proprio ieri, il ministero degli Esteri cinese ha espresso irritazione per le parole di Trump relative all’influenza di Pechino sulla Groenlandia. Tutto questo mentre, il 29 dicembre, il Wall Street Journal riportava quanto segue: «Per la prima volta, quest’estate i sottomarini di ricerca cinesi hanno viaggiato a migliaia di metri sotto i ghiacci dell’Artico, un’impresa tecnica con agghiaccianti implicazioni militari e commerciali per l’America e i suoi alleati».
Insomma, la questione artica mette in luce alcuni elementi di riflessione. Il primo è che, ancora una volta, l’Ue mostra tutta la sua irrilevanza geopolitica. Nello scontro tra grandi potenze, Bruxelles non tocca palla proprio perché non è una potenza, ma un rissoso condominio senza una strategia degna di questo nome: un condominio del tutto impreparato al ritorno in auge della Machtpolitik. In questo quadro, più che un alleato, l’amministrazione Trump vede nell’Ue una sorta di palla al piede. Il che spiega le tensioni tra Washington e Copenaghen sulla Groenlandia, nonché la posizione, definita «soft» dallo stesso Guardian, espressa sul tema dalla Commissione europea. L’esecutivo Ue, in altre parole, inizia a essere consapevole della sua scarsa rilevanza, soprattutto a seguito dello choc innescato dal caso Maduro.
E qui veniamo al secondo elemento di riflessione. Non è ancora chiaro se la cattura del dittatore venezuelano vada letta nell’ottica di una tacita Jalta 2.0 (vale a dire nel quadro di una spartizione d’influenza tra le grandi potenze) oppure come un incremento della competizione tra Usa, Cina e Russia. Se lo scarso aiuto concreto fornito da Pechino e Mosca a Caracas fa propendere per la prima ipotesi, la questione groenlandese sembra avvalorare invece la seconda. La strategicità dell’Artico rende infatti al momento improbabile una spartizione pacifica e consensuale tra grandi potenze. A maggior ragione, ciò costituisce un problema per chi, nell’ultimo decennio, ha perso solo tempo dal punto di vista geopolitico. Ogni riferimento all’Ue, spiace dirlo, non è puramente casuale...
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