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2018-06-20
La Raggi l’ha ammesso: Lanzalone è roba sua
ANSA
«Sono stata io a chiedere a Fraccaro e a Bonafede, responsabili del gruppo Supporto enti locali, di poter parlare con il consulente del Comune di Livorno». La sindaca di Roma, Virginia Raggi, il 15 giugno si è intestata in Procura l'ingaggio dell'avvocato Luca Lanzalone, il risolutore di problemi definito «Wolf» (uno dei personaggi di Pulp fiction) dall'imprenditore Luca Parnasi. La ragione? «Ritenevo necessario», spiega la sindaca nel suo primo interrogatorio (è tornata dai pm lunedì, ndr), «il suo contributo per la definizione di alcune questioni giuridiche che riguardavano alcune partecipate del Comune di Roma». Prima di decidere se investire su Lanzalone ci sono alcuni incontri che la sindaca definisce «esplorativi». Anche perché bisognava accertare la possibilità di avviare un rapporto di consulenza. All'inizio Lanzalone non viene coinvolto nella questione del nuovo stadio della Roma. Ma i problemi erano tanti. E, spiega la sindaca, c'era il rischio di un contenzioso, se la giunta pentastellata avesse scelto la strada di mettere da parte la delibera approvata ai tempi di Ignazio Marino. «Non ricordo di aver chiesto il parere di Lanzalone anche sull'argomento», sostiene la Raggi, «ma sapevo che il Comune sarebbe stato gravato da obblighi risarcitori». E allora arriva «Wolf». Perché nella testa della sindaca c'era la necessità di ottenere dalla società giallorossa quanto meno una riduzione delle cubature. La Roma avrebbe avuto lo stadio e la sindaca avrebbe così incassato il plauso dal mondo pentastellato.
Salvati capra e cavoli. E invece no. Lanzalone, secondo l'accusa, briga per orientare le scelte del Campidoglio. E infatti, nell'ordinanza di custodia cautelare, Lanzalone viene descritto con queste parole: «Interloquisce, in posizione assolutamente paritaria, con le figure apicali dell'amministrazione capitolina tanto da avere un significativo potere di orientarne le scelte (...) e di indirizzarne le strategie operative». Gioco facile per «Wolf» che, come conferma la Raggi, «ha partecipato alle riunioni politiche» per lo stadio insieme a sindaca, assessori e presidenti di commissione. A quel punto è sorto il problema del compenso. «Poiché la sua presenza era sempre più assidua», svela la Raggi, «proposi di formalizzare l'accordo con un incarico di consulenza anche per le partecipate». Ma dall'avvocatura arrivò lo stop. La sindaca, a quel punto, tentò la carta della consulenza gratuita. Altra bocciatura: la scelta avrebbe comportato a «Wolf» un vantaggio competitivo nell'attività professionale. La Raggi si sente in un angolo, e spiega ai magistrati: «Io non avevo altre strade per formalizzare il contributo che Lanzalone stava dando al Comune, ma l'affiancamento è continuato, benché con minore intensità». I rapporti, spiega la sindaca, sono diventati più intensi con la nomina di «Wolf» a presidente di Acea. A dare (davanti ai magistrati) un peso diverso al ruolo di Lanzalone per il dossier stadio, è stato il direttore generale dell'As Roma, Mauro Baldissoni, che ha spiegato come «Wolf» sia stato il loro interlocutore per conto del Comune «praticamente fino al momento in cui è stato arrestato». E anche se il suo ruolo è diminuito d'intensità nel tempo (soprattutto dopo la chiusura della conferenza di servizi), ricorda Baldissoni, «era a lui che ci rivolgevamo». A presentarglielo fu la sindaca nel dicembre 2016. Cioè mentre Parnasi foraggiava con fondazioni vicine ai partiti e pagava le cene elettorali ai candidati.
Interrogato dai pm, uno dei suoi collaboratori, Luca Caporilli, ieri ha ammesso che «ci sono state dazioni di denaro in favore di almeno un funzionario pubblico». Non uno qualsiasi, ma un «responsabile dei pareri al progetto dello stadio». A confermare ai magistrati i sospetti sui meccanismi del sistema di Parnasi è stata una dipendente dell'imprenditore: Elisa Melegari, classe 1979, ex dipendente di Parsitalia colpita dalla prima ondata di licenziamenti e ripescata direttamente dal dominus della holding che, a dire della testimone, l'ha chiamata nella sua segreteria perché conosceva bene l'inglese. È lei che si è occupata delle «erogazioni liberali». L'importo, ha spiegato la testimone, era sempre lo stesso: «4.500 euro». Una cifra per il quale, le era stato detto, non era necessaria alcuna dichiarazione. La Melegari sul lavoro è molto attenta. E si accorge anche che - pur non essendoci soldi sui conti delle società - Parnasi chiamava per sollecitare i pagamenti (che avvenivano tramite due società: la Figepa e la Sogepa) il prima possibile. «Come se subisse delle pressioni dalle persone che dovevano ricevere i soldi», dice la testimone. Era lei a preparare le delibere per i contributi, anche quelle retrodatate, ossia come ha confermato la teste, redatte a campagna elettorale conclusa, ma con data antecedente. È accaduto, ad esempio, con Francesco Maria Giro di Forza Italia, poi eletto senatore, ed Emiliano Minucci del Pd, eletto consigliere regionale. C'erano poi dei finanziamente più elevati, ma di quelli non si occupava la Melegari. «Credo che per tali finanziamenti», ha svelato la teste, «sia stata impegnata Pentapigna immobiliare».
Fabio Amendolara e Giuseppe China
Giro di poltrone e consulenze sulla direttrice Genova-Roma
Roma chiama, Genova risponde. Non è un film poliziottesco degli anni Settanta, ma quello che è successo lungo la via Aurelia tra il Campidoglio e Palazzo Tursi. Nella Capitale sembra che «il sindaco vicario» fosse diventato l'avvocato Luca Lanzalone, un mister Wolf buono per risolvere ogni problema. Lanzalone è genovese come il fondatore del Movimento 5 stelle Beppe Grillo, ma non è il solo ligure, almeno d'adozione, a essere stato catapultato nella Capitale. Il primo tassello arriva quando la sindaca deve scegliere il segretario generale. Quella poltrona non è nella procedura di interpello finalizzata all'affidamento degli incarichi dirigenziali preparata dal suo braccio destro Raffaele Marra, che finirà in manette a dicembre.
Così nell'ottobre 2016 dal cilindro esce Pietro Paolo Mileti, il quale è il primo pezzo da novanta che plana sul Palazzo senatorio da Genova, città all'epoca guidata dal sindaco Marco Doria, primo cittadino sostenuto da una maggioranza a guida Pd.
È Mileti che il 24 maggio 2018 riceve l'ordine di esibizione d'atti della Procura relativa all'incarico di Lanzalone presso il municipio ed è quindi il primo a venire a conoscenza dell'indagine sull'avvocato.
Il quale aveva iniziato a bazzicare il Campidoglio poco dopo o forse in contemporanea con lo sbarco di Mileti.
Ma torniamo alla loro frequentazione di Palazzo Tursi, storica sede del Comune genovese. Scopriamo oggi che Lanzalone aveva fatto il consulente non pagato pure in Liguria. Certo suona strano che un ligure lavori sempre a titolo gratuito, ma questo ha dichiarato il terzo pezzo da novanta della nostra storia, il direttore generale della Capitale, Franco Giampaoletti, già dg a Palazzo Tursi e chiamato per la selezione in Campidoglio proprio da Lanzalone. Il 15 giugno, davanti al procuratore Giuseppe Pignatone e all'aggiunto Paolo Ielo, ha dichiarato: «Conosco Lanzalone dai tempi di Genova, dove abbiamo collaborato per delle vicende di specifico rilievo in quell'area (vicenda Iren-Amiu, società partecipate di acqua, elettricità e rifiuti, ndr) egli era consulente a titolo gratuito nominato dal sindaco Doria, e con lui ho un buon rapporto d'amicizia». Un'amicizia che lo ha portato a essere citato molte volte negli atti dell'indagine, ma che non lo ha fatto precipitare nel registro degli indagati.
La Raggi ha dichiarato che l'avvocatura dello Stato le ha impedito di formalizzare il rapporto con Lanzalone attraverso un contratto di consulenza non pagata, per non dargli «un vantaggio competitivo nella sua attività professionale».
Dunque quello che all'avvocatura non è parso opportuno per Roma, pare sia stato attuato a Genova, dove segretario generale e dg erano gli stessi che oggi sono diventati gli uomini macchina della giunta presieduta dalla Raggi.
Tutte coincidenze? C'è da dire che anche il nuovo assessore al Bilancio di Roma, Gianni Lemmetti, ha lavorato fianco a fianco con Lanzalone a Livorno, altra città dove l'avvocato genovese è stato consulente, questa volta della giunta pentastellata di Filippo Nogarin (che in questi giorni ne ha rivendicato la scelta), e dove ha partecipato a una gara come advisor (consulente specializzato) per la procedura di concordato preventivo di una società partecipata. Alla fine la commissione ha aggiudicato l'incarico allo studio Lanzalone «verso il quale si è comunque sollecitato un adeguamento dell'originaria offerta», si legge nel verbale.
La parcella avrebbe dovuto essere decurtata di 75.000 euro, scendendo da 225.000 euro a 150.000 euro. Ma i revisori hanno rilevato delle irregolarità nella gara e lo studio ha ritirato l'offerta. La mossa non è bastata a evitare l'iscrizione sul registro degli indagati per turbativa d'asta nei confronti di Lemmetti e Nogarin.
Eppure l'inchiesta più che un problema è diventata una medaglia per l'assessore, che è stato promosso sul campo e spedito a Roma. Nogarin invece ha dichiarato che Lanzalone e suoi collaboratori «non hanno mai travalicato il loro ruolo, pur consapevoli del vantaggio competitivo che potevano avere».
Secondo alcuni i media genovesi Lanzalone è sempre stato appassionato di politica, prima giovane liberale, poi socialista al seguito del potente Rinaldo Magnani, quindi in quota Di Pietro, poi di nuovo con Magnani, candidato sindaco per Forza Italia nel 2002. A quelle elezioni vince il diessino Giuseppe Pericu e Lanzalone, ex avversario, entra in orbita Iren, la multiutility comunale dei servizi, iniziando a inanellare consulenze. Torna in prima linea, «portato dagli amici di Bruno Tabacci» quando c'è da sostenere il principe (è di schiatta nobiliare) rosso Marco Doria. Dietro a Lanzalone si realizza un compromesso storico tra finanzieri bianchi e portuali comunisti. Doria diventa primo cittadino, però, invece di affidare all'avvocato la presidenza di Iren, gli sbologna la grana dell'Amiu, la società dei rifiuti genovese. Il Secolo XIX ricorda che «un bel giorno l'operazione va a sbattere tra i fischi in consiglio comunale e 72 ore dopo arriva la chiamata romana», come presidente dell'Acea. Per questo incarico guadagna circa 144.000 euro annui. Lanzalone ha riferito agli inquirenti di avere un reddito di circa 14.000 euro al mese (non è chiaro se tale cifra sia l'appannaggio dell'Acea o il reddito da avvocato) più altri 20.000 annui per altre non meglio precisate cariche societarie. Perché neppure un genovese può vivere di consulenze gratuite.
Giacomo Amadori
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Davanti ai magistrati, il sindaco si è assunto la responsabilità di aver cercato il consulente poi finito ai domiciliari per lo stadio della Roma. Interrogato, un collaboratore del palazzinaro Luca Parnasi rivela: «Abbiamo dato soldi ad almeno un funzionario pubblico».Giro di poltrone e consulenze sulla direttrice Genova-Roma. L'ex presidente di Acea lavorò con Marco Doria, proprio come segretario e dg capitolini.Lo speciale contiene due articoli «Sono stata io a chiedere a Fraccaro e a Bonafede, responsabili del gruppo Supporto enti locali, di poter parlare con il consulente del Comune di Livorno». La sindaca di Roma, Virginia Raggi, il 15 giugno si è intestata in Procura l'ingaggio dell'avvocato Luca Lanzalone, il risolutore di problemi definito «Wolf» (uno dei personaggi di Pulp fiction) dall'imprenditore Luca Parnasi. La ragione? «Ritenevo necessario», spiega la sindaca nel suo primo interrogatorio (è tornata dai pm lunedì, ndr), «il suo contributo per la definizione di alcune questioni giuridiche che riguardavano alcune partecipate del Comune di Roma». Prima di decidere se investire su Lanzalone ci sono alcuni incontri che la sindaca definisce «esplorativi». Anche perché bisognava accertare la possibilità di avviare un rapporto di consulenza. All'inizio Lanzalone non viene coinvolto nella questione del nuovo stadio della Roma. Ma i problemi erano tanti. E, spiega la sindaca, c'era il rischio di un contenzioso, se la giunta pentastellata avesse scelto la strada di mettere da parte la delibera approvata ai tempi di Ignazio Marino. «Non ricordo di aver chiesto il parere di Lanzalone anche sull'argomento», sostiene la Raggi, «ma sapevo che il Comune sarebbe stato gravato da obblighi risarcitori». E allora arriva «Wolf». Perché nella testa della sindaca c'era la necessità di ottenere dalla società giallorossa quanto meno una riduzione delle cubature. La Roma avrebbe avuto lo stadio e la sindaca avrebbe così incassato il plauso dal mondo pentastellato. Salvati capra e cavoli. E invece no. Lanzalone, secondo l'accusa, briga per orientare le scelte del Campidoglio. E infatti, nell'ordinanza di custodia cautelare, Lanzalone viene descritto con queste parole: «Interloquisce, in posizione assolutamente paritaria, con le figure apicali dell'amministrazione capitolina tanto da avere un significativo potere di orientarne le scelte (...) e di indirizzarne le strategie operative». Gioco facile per «Wolf» che, come conferma la Raggi, «ha partecipato alle riunioni politiche» per lo stadio insieme a sindaca, assessori e presidenti di commissione. A quel punto è sorto il problema del compenso. «Poiché la sua presenza era sempre più assidua», svela la Raggi, «proposi di formalizzare l'accordo con un incarico di consulenza anche per le partecipate». Ma dall'avvocatura arrivò lo stop. La sindaca, a quel punto, tentò la carta della consulenza gratuita. Altra bocciatura: la scelta avrebbe comportato a «Wolf» un vantaggio competitivo nell'attività professionale. La Raggi si sente in un angolo, e spiega ai magistrati: «Io non avevo altre strade per formalizzare il contributo che Lanzalone stava dando al Comune, ma l'affiancamento è continuato, benché con minore intensità». I rapporti, spiega la sindaca, sono diventati più intensi con la nomina di «Wolf» a presidente di Acea. A dare (davanti ai magistrati) un peso diverso al ruolo di Lanzalone per il dossier stadio, è stato il direttore generale dell'As Roma, Mauro Baldissoni, che ha spiegato come «Wolf» sia stato il loro interlocutore per conto del Comune «praticamente fino al momento in cui è stato arrestato». E anche se il suo ruolo è diminuito d'intensità nel tempo (soprattutto dopo la chiusura della conferenza di servizi), ricorda Baldissoni, «era a lui che ci rivolgevamo». A presentarglielo fu la sindaca nel dicembre 2016. Cioè mentre Parnasi foraggiava con fondazioni vicine ai partiti e pagava le cene elettorali ai candidati. Interrogato dai pm, uno dei suoi collaboratori, Luca Caporilli, ieri ha ammesso che «ci sono state dazioni di denaro in favore di almeno un funzionario pubblico». Non uno qualsiasi, ma un «responsabile dei pareri al progetto dello stadio». A confermare ai magistrati i sospetti sui meccanismi del sistema di Parnasi è stata una dipendente dell'imprenditore: Elisa Melegari, classe 1979, ex dipendente di Parsitalia colpita dalla prima ondata di licenziamenti e ripescata direttamente dal dominus della holding che, a dire della testimone, l'ha chiamata nella sua segreteria perché conosceva bene l'inglese. È lei che si è occupata delle «erogazioni liberali». L'importo, ha spiegato la testimone, era sempre lo stesso: «4.500 euro». Una cifra per il quale, le era stato detto, non era necessaria alcuna dichiarazione. La Melegari sul lavoro è molto attenta. E si accorge anche che - pur non essendoci soldi sui conti delle società - Parnasi chiamava per sollecitare i pagamenti (che avvenivano tramite due società: la Figepa e la Sogepa) il prima possibile. «Come se subisse delle pressioni dalle persone che dovevano ricevere i soldi», dice la testimone. Era lei a preparare le delibere per i contributi, anche quelle retrodatate, ossia come ha confermato la teste, redatte a campagna elettorale conclusa, ma con data antecedente. È accaduto, ad esempio, con Francesco Maria Giro di Forza Italia, poi eletto senatore, ed Emiliano Minucci del Pd, eletto consigliere regionale. C'erano poi dei finanziamente più elevati, ma di quelli non si occupava la Melegari. «Credo che per tali finanziamenti», ha svelato la teste, «sia stata impegnata Pentapigna immobiliare». Fabio Amendolara e Giuseppe China<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-raggi-lha-ammesso-lanzalone-e-roba-sua-2579526266.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giro-di-poltrone-e-consulenze-sulla-direttrice-genova-roma" data-post-id="2579526266" data-published-at="1769729868" data-use-pagination="False"> Giro di poltrone e consulenze sulla direttrice Genova-Roma Roma chiama, Genova risponde. Non è un film poliziottesco degli anni Settanta, ma quello che è successo lungo la via Aurelia tra il Campidoglio e Palazzo Tursi. Nella Capitale sembra che «il sindaco vicario» fosse diventato l'avvocato Luca Lanzalone, un mister Wolf buono per risolvere ogni problema. Lanzalone è genovese come il fondatore del Movimento 5 stelle Beppe Grillo, ma non è il solo ligure, almeno d'adozione, a essere stato catapultato nella Capitale. Il primo tassello arriva quando la sindaca deve scegliere il segretario generale. Quella poltrona non è nella procedura di interpello finalizzata all'affidamento degli incarichi dirigenziali preparata dal suo braccio destro Raffaele Marra, che finirà in manette a dicembre. Così nell'ottobre 2016 dal cilindro esce Pietro Paolo Mileti, il quale è il primo pezzo da novanta che plana sul Palazzo senatorio da Genova, città all'epoca guidata dal sindaco Marco Doria, primo cittadino sostenuto da una maggioranza a guida Pd. È Mileti che il 24 maggio 2018 riceve l'ordine di esibizione d'atti della Procura relativa all'incarico di Lanzalone presso il municipio ed è quindi il primo a venire a conoscenza dell'indagine sull'avvocato. Il quale aveva iniziato a bazzicare il Campidoglio poco dopo o forse in contemporanea con lo sbarco di Mileti. Ma torniamo alla loro frequentazione di Palazzo Tursi, storica sede del Comune genovese. Scopriamo oggi che Lanzalone aveva fatto il consulente non pagato pure in Liguria. Certo suona strano che un ligure lavori sempre a titolo gratuito, ma questo ha dichiarato il terzo pezzo da novanta della nostra storia, il direttore generale della Capitale, Franco Giampaoletti, già dg a Palazzo Tursi e chiamato per la selezione in Campidoglio proprio da Lanzalone. Il 15 giugno, davanti al procuratore Giuseppe Pignatone e all'aggiunto Paolo Ielo, ha dichiarato: «Conosco Lanzalone dai tempi di Genova, dove abbiamo collaborato per delle vicende di specifico rilievo in quell'area (vicenda Iren-Amiu, società partecipate di acqua, elettricità e rifiuti, ndr) egli era consulente a titolo gratuito nominato dal sindaco Doria, e con lui ho un buon rapporto d'amicizia». Un'amicizia che lo ha portato a essere citato molte volte negli atti dell'indagine, ma che non lo ha fatto precipitare nel registro degli indagati. La Raggi ha dichiarato che l'avvocatura dello Stato le ha impedito di formalizzare il rapporto con Lanzalone attraverso un contratto di consulenza non pagata, per non dargli «un vantaggio competitivo nella sua attività professionale». Dunque quello che all'avvocatura non è parso opportuno per Roma, pare sia stato attuato a Genova, dove segretario generale e dg erano gli stessi che oggi sono diventati gli uomini macchina della giunta presieduta dalla Raggi. Tutte coincidenze? C'è da dire che anche il nuovo assessore al Bilancio di Roma, Gianni Lemmetti, ha lavorato fianco a fianco con Lanzalone a Livorno, altra città dove l'avvocato genovese è stato consulente, questa volta della giunta pentastellata di Filippo Nogarin (che in questi giorni ne ha rivendicato la scelta), e dove ha partecipato a una gara come advisor (consulente specializzato) per la procedura di concordato preventivo di una società partecipata. Alla fine la commissione ha aggiudicato l'incarico allo studio Lanzalone «verso il quale si è comunque sollecitato un adeguamento dell'originaria offerta», si legge nel verbale. La parcella avrebbe dovuto essere decurtata di 75.000 euro, scendendo da 225.000 euro a 150.000 euro. Ma i revisori hanno rilevato delle irregolarità nella gara e lo studio ha ritirato l'offerta. La mossa non è bastata a evitare l'iscrizione sul registro degli indagati per turbativa d'asta nei confronti di Lemmetti e Nogarin. Eppure l'inchiesta più che un problema è diventata una medaglia per l'assessore, che è stato promosso sul campo e spedito a Roma. Nogarin invece ha dichiarato che Lanzalone e suoi collaboratori «non hanno mai travalicato il loro ruolo, pur consapevoli del vantaggio competitivo che potevano avere». Secondo alcuni i media genovesi Lanzalone è sempre stato appassionato di politica, prima giovane liberale, poi socialista al seguito del potente Rinaldo Magnani, quindi in quota Di Pietro, poi di nuovo con Magnani, candidato sindaco per Forza Italia nel 2002. A quelle elezioni vince il diessino Giuseppe Pericu e Lanzalone, ex avversario, entra in orbita Iren, la multiutility comunale dei servizi, iniziando a inanellare consulenze. Torna in prima linea, «portato dagli amici di Bruno Tabacci» quando c'è da sostenere il principe (è di schiatta nobiliare) rosso Marco Doria. Dietro a Lanzalone si realizza un compromesso storico tra finanzieri bianchi e portuali comunisti. Doria diventa primo cittadino, però, invece di affidare all'avvocato la presidenza di Iren, gli sbologna la grana dell'Amiu, la società dei rifiuti genovese. Il Secolo XIX ricorda che «un bel giorno l'operazione va a sbattere tra i fischi in consiglio comunale e 72 ore dopo arriva la chiamata romana», come presidente dell'Acea. Per questo incarico guadagna circa 144.000 euro annui. Lanzalone ha riferito agli inquirenti di avere un reddito di circa 14.000 euro al mese (non è chiaro se tale cifra sia l'appannaggio dell'Acea o il reddito da avvocato) più altri 20.000 annui per altre non meglio precisate cariche societarie. Perché neppure un genovese può vivere di consulenze gratuite. Giacomo Amadori
Marc Chagall. Ricordo del Flauto magico,1976. Collezione privata © Marc Chagall, by SIAE 2025
Nato a Vitebsk nel 1887, ebreo russo che trascorse la maggior parte della sua vita in Francia (morì a Saint Paul de Vence nel 1985), Mar Chagall ( il cui nome ebraico era Moishe Segal e quello russo Mark Zacharovič Šagal), conservò sempre nel cuore la sua Patria («Non mi sono mai separato dalla mia terra, la mia arte non può vivere senza di essa» dichiarò nel 1922), le tradizioni e la religione ebraica, elementi che ricorrono costantemente nella sua vasta e poliedrica produzione artistica. Un attaccamento alle origini che era parte fondamentale del suo essere, di uomo e di artista, e che non lo abbandonò mai, nemmeno quando le leggi razziali lo costrinsero a lasciare l‘Europa per trasferirsi negli Stati Uniti: nel Vecchio Continente ci tornò a fine conflitto, nel 1946, già artista famoso e con la consacrazione del MOMA, che in quegli anni gli dedicò un’importante retrospettiva.
Animo sensibilissimo (dopo la morte dell’amatissima prima moglie Bella cadde in depressione e per un anno non riuscì più a dipingere…) e dalla spiritualità profonda, Chagall fece della sua arte la trasfigurazione poetica del suo nucleo emotivo: Chagall non rappresenta gli eventi, ma i ricordi , la memoria dell’infanzia che si fonde con la cronaca, la sua storia personale che si intreccia a quella universale. Il tutto in un mondo da fiaba, fluttuante, apparentemente senza logica, dove gli sposi sorvolano i campanili, le figure si sdoppiano, gli animali parlano, i violinisti suonano sui tetti, i profeti biblici stanno accanto a capre azzurre. Anche l’Olocausto, che la sua emotività non gli permise di dipingere in tutto il suo inenarrabile orrore, sotto il suo pennello si trasforma in fantasiosa allegoria: in un ebreo barbuto e malinconico con in mano la Torah (Solitudine, 1933) o in un Cristo crocifisso circondato dal caos (Crocifissione bianca, 1938). In Chagall il tempo non segue la linearità cronologica, ma quello dello spazio interiore, dove immagini lontane e vicine convivono nella stessa opera, senza gerarchie: il dolore con la bellezza, la perdita con la rinascita. Artista di inarrivabile poesia e delicatezza, dietro l’apparente semplicità delle sue opere si celano temi comuni a tutta l’umanità, speranze e contraddizioni, ma soprattutto la volontà di condurre lo spirito del Mondo verso una bellezza capace di trovare, anche negli orrori del tempo, angoli di pace e comprensione.
A condurci nel mondo delle sue colorate atmosfere incantate la splendida mostra-evento (già nei primi due giorni di apertura ha registrato oltre duemila visitatori…) allestita nelle sale di Palazzo dei Diamanti di Ferrara, che in un percorso espositivo particolarmente coinvolgente raccoglie oltre 200 opere e sale immersive di stupefacente bellezza.
Chagall testimone del suo tempo. La Mostra
Curato da Paul Schneiter e Francesca Villanti, il ricco percorso espositivo parte dagli esordi di Chagall nella natia Vitebsk, passa per l'esilio negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e si conclude con le grandi composizioni della maturità. Diviso in dieci sezioni, fra opere di toccante bellezza e dense di significato come La sposa dai due volti (un dipinto che rappresenta la dualità dell'esistenza umana, fra i temi più cari all’artista), La nave dell'Esodo (un'opera che sovrappone due episodi: l'Esodo biblico dall'Egitto e la fuga degli ebrei europei dalle persecuzioni naziste) e La Pace ( una colomba bianca a cui Chagall affida il suo messaggio di speranza), davvero spettacolari le sale immersive che permettono al visitatore di ammirare due creazioni monumentali in una dimensione coinvolgente e grandiosa: il soffitto dell'Opéra di Parigi e le 12 vetrate per la sinagoga di Hadassah, esempio di come Chagall abbia saputo fondere arte e spiritualità.
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Il platino è il caso più evidente di riscoperta. Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf) nota che «dopo il boom dell’oro, molti investitori hanno riscoperto il platino, rimasto indietro nel rapporto storico di prezzo con il metallo giallo». La tesi poggia sulla doppia anima: bene prezioso per l’oreficeria (con domanda asiatica solida) e input industriale «insostituibile» per vetro e automotive. L’offerta, però, resta sotto pressione per i problemi estrattivi in Sudafrica: la scarsità fisica sostiene le quotazioni, con l’Etc WisdomTree Physical Platinum a +28,4% da inizio anno.
Se il platino è una scommessa sul valore, il rame è una scommessa sull’infrastruttura della civiltà digitale. Lo strategist di SoldiExpert Scf sintetizza: «L’Ia non è fatta solo di software, ma di chilometri di cavi e infrastrutture elettriche». E la scala è impressionante: «Un singolo data center richiede fino a 9.000 tonnellate di rame, e la rete elettrica per collegarlo ne richiede tre volte tanto». In Europa, poche storie offrono esposizione diretta: fra queste brilla Aurubis. «La sua forza sta nel riciclo»: dai rifiuti elettronici estrae rame per reti e mobilità verde, ma anche oro e argento; l’aumento dei prezzi dei metalli gonfia il valore delle scorte in bilancio e sostiene il titolo. Il termometro del settore è il consolidamento: la possibile fusione Rio Tinto-Glencore (260 miliardi di dollari) segnala che la «scala» è diventata requisito strategico per presidiare l’offerta globale. Sul lato investimenti, Gaziano ricorda che si può puntare sulle singole eccellenze o su panieri diversificati, tenendo conto della volatilità ciclica del comparto.
Stefano Gianti (Swissquote) sottolinea che «la maniera più semplice è probabilmente quella di acquistare un Etc», che replica l’andamento del metallo (al netto di costi contenuti).
Ma Gabriel Debach (eToro) invita a leggere il rame come un mercato logisticamente «inceppato»: a gennaio 2026 «il Lme è ancora prevalentemente in backwardation (una condizione di mercato in cui il prezzo attuale di una materia prima è superiore ai prezzi dei contratti futures con scadenza successiva, ndr)», mentre il Comex è in contango (il prezzo dei futures è superiore all’attuale, ndr) dopo l’accumulo di scorte Usa legato ai timori di dazi. Per questo, oltre alla direzione del ciclo, contano struttura a termine e flussi fisici. Quando il rame corre, l’alluminio entra nel gioco come sostituto: Goldman Sachs indica la coppia Long rame e Short alluminio fino a dicembre 2027. In parallelo, il platino torna centrale come catalizzatore per fuel cell e filiera dell’idrogeno. Palladio e litio sono osservati: la Cina punta a raddoppiare la capacità di ricarica Ev entro il 2027 a 180 Gw, mentre il litio oscilla tra domanda in crescita e ritorno dell’offerta».
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(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
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(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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