
Cosa meglio di una passeggiata lungo i viali di un parco agricolo per ristorare i nostri appesantiti e aggrovigliati pensieri? Nel corso degli ultimi trent'anni il paesaggio italiano ha subito, lo sappiamo, diversi oltraggi. Ad esempio i tracciati devastanti dell'alta velocità, che hanno bucato montagne e colline e inquinato sorgenti, sebbene siano infrastrutture utili assai, molti di noi si muovono con questi treni per andare da Milano a Roma, da Firenze a Bologna, da Torino a Napoli. Di certo le costellazioni di pale eoliche che deturpano molte regioni d'Italia, ma sappiamo che parte del futuro energetico sarà garantito da soluzioni ecologiche, ovvero dallo sfruttamento di energie dinamiche del pianeta, quali paratie appoggiate sulle onde del mare, sonde aeree, biomassa. Di certo il continuo costruire, edificare e disboscare, e qui basti pensare alle polemiche su nuovi impianti che si stanno realizzando per le future olimpiadi invernali.
Eppure ci sono aree dell'Italia che hanno invece raggiunto maggiori livelli di decoro, pulizia, controllo e gestione. Fra questi i grandi parchi delle antiche regge settecentesche e ottocentesche. Da una parte l'opera di recupero di strutture che erano precipitate nel silenzio dei rovi, come è stato per la Reggia di Venaria, che giaceva dimenticata, saccheggiata, deturpata alle porte di Torino. Oggi invece è un gioiellino: sede di mostre, circondata da giardini che continuano a crescere, è diventata uno dei principali attrattori turistici del Piemonte. Nel 1994 la Reggia di Caserta fu sede di un G7, a cui parteciparono, fra gli altri, Boris Eltsin e Bill Clinton. A seguito dell'evento fu avanzata una proposta di legge al Senato per il restauro del palazzo, del parco all'italiana, delle vasche della lunga spettacolare quanto indimenticabile via d'acqua, e del laterale giardini inglese, che giacevano in condizioni critiche; nel documento si richiedeva un impegno di spesa pari a settanta miliardi di lire. Oggi la facciata restaurata risplende sotto il sole, i giardini e il parco sono meta di miglia di turisti ogni fine settimana.
Sorte non difforme ha avuto la Reggia di Monza, o Villa Reale. Negli anni Settanta, Ottanta e Novanta dello scorso secolo, anche questo splendido dono del passato versava in condizioni tutt'altro che idilliache. Molti lettori se ne ricorderanno. I denari pubblici e privati sono stati investiti, le preziose maestranze si sono impegnate nel recupero, ed oggi anche un vasto territorio quale il parco che circonda la Villa Reale è stato pienamente recuperato. Se la gestione e la conservazione di un giardino chiuso, circondato da un confine, da un recinto, è già impresa ardua, figuriamoci se attorno ad un edificio storico si distendono ettari ed ettari (in totale ben 688!) di aree agricole, di vialoni chilometrici. Questo rende straordinario la dimensione del parco di Monza: camminandoci dentro si attraversa un paesaggio che è il mondo reale, non è una selva rimodulata, un eden parziale e ideale tratteggiato dalla mente di un architetto o di un ingegnoso giardiniere, stratificatosi nel corso dei secoli. Abbandonando i giardini d'attorno alla facciata interna della Reggia, ci si abbandona ai campi, alle geometrie in fuga dei pioppi, ai boschetti occasionali, alle linee dritte delle villette di caccia, ai casotti di piacere e che oggi sono diventate altro, biblioteche, centri culturali, ristoranti, spazi espositivi. Le stalle dei cavalli, le rogge, le architetture barocche originali che di volta in volta vengono restaurate. E in più grandi opere d'arte a cielo aperto, un circuito automobilistico fra i più amati al mondo e un discusso campo da golf.
In breve sappiamo che il progetto fu affidato dall'imperatrice d'Austria, Maria Teresa Asburgo, nel 1777 all'archistar del tempo Giuseppe Piermarini, già impegnato a Milano per il Palazzo Belgioioso e il Teatro alla Scala, che curerà anzitutto l'edificio, inaugurato tre anni dopo, e i fastosi giardini. Il parco agricolo fu invece realizzato fra il 1806 e il 1808, su mandato del viceré francese, dagli architetti Luigi Canonica e Luigi Villoresi, quale riserva di caccia privata, al pari di quello che capitava in molte residenze in giro per l'Europa. Cacciati i francesi si instaura il Regno Lombardo-Veneto, il parco viene aperto come luogo di formazione e svago della popolazione e si invitano famiglie di contadini a vivere e vivificare questo pezzo di pianura, come se fosse quel che alfine è: campagna. Nel 1900 qui viene assassinato Umberto I, il secondo re italiano, nel '34 Vittorio Emanuele III dona il complesso alle città di Monza e Milano, per poi diventare sede della Guardia nazionale negli anni della Repubblica sociale. Nel 2009 viene istituito l'attuale Consorzio di gestione che inaugura i restauri delle sale e della facciata, nonché il recupero dei giardini e del parco.
Da un punto di vista arboreo-botanico i giardini sono ricchi di piante esotiche e di alberi secolari. In ordine sparso ricordo un platano, un cedro del Marocco di notevole sviluppo, presente nel primo boschetto alle spalle dell'edificio principale; carpini, calocedri californiani, sequoie, gingko, pini, magnolie, ippocastani, lecci, liriodendri, tassodi, faggi, tassi vicino al laghetto dei cigni, un circolo di faggi piangenti.
L'albero più noto e amato è la quercia rossa (Quercus rubra) che vi vegeta da almeno 150 anni. Nel 1996-1997 venne a ritrarlo l'incisore Federica Galli, impegnata nel progetto di raffigurazione dei grandi alberi d'Italia; al tempo la quercia era alta trenta metri e mostrava un tronco superiore ai 5 metri di circonferenza; attualmente, un quarto di secolo più tardi, a petto d'uomo tocca i 650 centimetri. Vengo in pellegrinaggio alla quercia da quasi vent'anni, e per fortuna nelle ultime stagioni si è ripresa: la fronda è tornata a verdeggiare e a crescere, e ci si può delicatamente accovacciare al suo largo tronco fessurato e grigiastro. Da qui l'alba si dipinge spettacolosamente, i prati, le distanze, la malinconia dell'abitante delle grandi pianure.
Scelta musica del giorno: recuperiamo un classico degli anni Settanta. L'album è forse il più apprezzato dell'intera produzione del violinista e compositore Angelo Branduardi, l'anno era il 1976, il titolo Alla Fiera dell'Est. Testi suoi e della moglie, la poetessa Luisa Zappa. La canzone che dà titolo all'album è di quelle che si imparano a memoria e si urlano a squarciagola in compagnia. Delle dieci tracce almeno due sono vere e proprie dendrosofie: Il Vecchio e la Farfalla, ispirata ad un raccolto de Il Milione di Marco Polo, e Sotto il Tiglio, basato su un lied medioevale. La più commovente, gusto personale, è Il Dono del Cervo. Ma andiamo a rileggere alcuni versi del testo de Il vecchio e la Farfalla: «La grande quercia / Che da sempre vegliava / Come un custode al confine del prato / Lo vide un giorno apparire da lontano / Un vecchio uomo dal passo un po' lento / Vieni, vecchio uomo, il tuo riposo io sarò / Il tuo corpo stanco in un dolce abbraccio accoglierò / Vieni, vecchio uomo, il tuo riposo io sarò / Al canto delle fronde il tuo capo cullerò / Il vecchio uomo / Alla quercia si affidò / E dolcemente poi si addormentò».






