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2020-04-04
La Puglia sequestra i ventilatori del Veneto
I ventilatori bloccati (Ansa)
A Bari era un semplice sindaco sceriffo. Ora però che è presidente della Regione, giustamente è passato al grado di governatore pm. E lo immaginiamo Michele Emiliano mentre, col piglio da vecchio segugio, firma l'ordinanza intitolata «Requisizione in proprietà strumentazione tecnica per la diagnosi della positività/negatività al Coronavirus», con cui avrebbe voluto sottrarre al Veneto due delle quattro macchine che una società barese ha brevettato, in queste settimane, per ottenere esami veloci e affidabili sul Covid-19. Avrebbe voluto perché, dopo la rabbiosa reazione del collega Luca Zaia («Se erano destinate a noi vado a prenderle di persona»), il governatore pugliese, che nella precedente vita è stato proprio magistrato nel capoluogo, è sceso a più miti consigli. Ha ritirato l'ordinanza e ha telefonato a Zaia dichiarando che «è stato trovato un accordo con le ditte fornitrici per quanto riguarda la distribuzione dei macchinari con i reagenti per eseguire tamponi», e che «secondo quanto concordato con le aziende arriveranno sia alla Puglia che al Veneto nei quantitativi e nei tempi previsti». Incidente diplomatico chiuso, insomma, per quel che riguarda la leale collaborazione interistituzionale. Resta invece il tema, assai più complesso, di come le Regioni e i loro più alti rappresentanti stanno affrontando l'emergenza provocata dal morbo cinese grazie alla libertà che la riforma del titolo V della Costituzione gli ha concesso. E che Emiliano, in un impeto di nostalgia per i bei tempi trascorsi con la toga sulle spalle, ha sfruttato per trasformare i poteri di politica sanitaria in poteri di polizia giudiziaria. L'ordinanza di «confisca» dei macchinari, infatti, ricalca i toni di quegli atti che si vedono nelle cancellerie dei tribunali. Assomiglia al decreto di un pubblico ministero con tanto di omissis sul nome dell'amministratore dell'azienda, con sede a Modugno, che ha inventato il sistema di diagnosi veloce e che, in una condizione di mercato aperto, aveva liberamente deciso di vendere fuori regione quattro modelli del valore di 40.000 euro ciascuno. Omissis come si usa, nelle indagini per terrorismo e mafia, per non svelare le carte. Per evitare fughe di notizie che potrebbero pregiudicare l'inchiesta. Ma qui non esiste indagine e non c'è alcun segreto da tutelare. Non si comprende, infatti, quali possano essere le esigenze di riservatezza in un atto amministrativo, peraltro pubblicato sulla Gazzetta ufficiale della Regione Puglia, che può essere facilmente approfondito e integrato anche da un bambino cercando su Google le informazioni mancanti. Poiché però il governatore-pm non lo ha fatto, vi sveliamo noi le generalità del misterioso patron della Masmec Spa: si chiama Michele Vinci, ed è un tranquillo ingegnere che ha già assicurato che la sua società sta già lavorando per soddisfare le esigenze di tutti. Da Sud a Nord, e viceversa. Senza isterismi e senza dannose prove di forza. Eppure, prima che si tranquillizzassero gli animi, il governatore pugliese - che nella ordinanza non rinuncia a prendersi un pezzettino di gloria sottolineando che la Masmec ha realizzato i macchinari «su impulso del presidente della Regione» - voleva mandare i carabinieri a bloccare il carico destinato in Veneto. Proprio come se si trattasse di una partita di droga scoperta grazie a delle intercettazioni. «La presente ordinanza è notificata a cura del Comando Legione Carabinieri Puglia alla Masmec spa, in persona del legale rappresentante p.t. con sede in Modugno-Bari», si legge nel provvedimento con lo stile secco e perentorio di chi è abituato a disporre di schiere di uomini delle forze dell'ordine pronte a scattare al segnale convenuto. «Il Comando Legione Carabinieri Puglia provvederà alla materiale apprensione dei beni avvalendosi del personale della Protezione Civile della Regione Puglia», si legge ancora. Solo che, alla fine, tutto questo sfoggio di muscoli si è rivelato inutile per il politico del Partito democratico che ha dovuto riporre l'ordinanza nel cassetto e far spegnere le sirene delle gazzelle. Come si è rivelato inutile anche il ringhio di un altro campione del machismo federalista del Sud Italia, anche lui del Pd. «L'Asl Napoli 2 ha comprato 70.000 mascherine da un fornitore italiano, ma il carico è stato bloccato dalle forze dell'ordine o dalla Protezione civile, stiamo approfondendo», disse qualche settimana fa il governatore campano, Vincenzo De Luca. «Dobbiamo capirci: le forniture che strappiamo sul mercato devono essere garantite, nessuno ci deve dare fastidio, non è tollerabile che ce le sequestrano se le abbiamo reperite noi nel mondo», aggiunse. E, per essere ancor più diretto, minacciò: «Se arriva un camion di mascherine della nostra Asl e ce lo bloccano allora vuol dire che non ci siamo capiti, e in questo caso facciamo la guerra». Le mascherine, poi, furono sbloccate e i carri armati rientrarono in garage.
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Michele Emiliano dirama un provvedimento, in perfetto stile da ex magistrato, per bloccare dei macchinari destinati al Settentrione, mettendo in moto addirittura i carabinieri. Poi Luca Zaia tuona: «Vengo a prendermeli laggiù» e l'incidente diplomatico rientra. A Bari era un semplice sindaco sceriffo. Ora però che è presidente della Regione, giustamente è passato al grado di governatore pm. E lo immaginiamo Michele Emiliano mentre, col piglio da vecchio segugio, firma l'ordinanza intitolata «Requisizione in proprietà strumentazione tecnica per la diagnosi della positività/negatività al Coronavirus», con cui avrebbe voluto sottrarre al Veneto due delle quattro macchine che una società barese ha brevettato, in queste settimane, per ottenere esami veloci e affidabili sul Covid-19. Avrebbe voluto perché, dopo la rabbiosa reazione del collega Luca Zaia («Se erano destinate a noi vado a prenderle di persona»), il governatore pugliese, che nella precedente vita è stato proprio magistrato nel capoluogo, è sceso a più miti consigli. Ha ritirato l'ordinanza e ha telefonato a Zaia dichiarando che «è stato trovato un accordo con le ditte fornitrici per quanto riguarda la distribuzione dei macchinari con i reagenti per eseguire tamponi», e che «secondo quanto concordato con le aziende arriveranno sia alla Puglia che al Veneto nei quantitativi e nei tempi previsti». Incidente diplomatico chiuso, insomma, per quel che riguarda la leale collaborazione interistituzionale. Resta invece il tema, assai più complesso, di come le Regioni e i loro più alti rappresentanti stanno affrontando l'emergenza provocata dal morbo cinese grazie alla libertà che la riforma del titolo V della Costituzione gli ha concesso. E che Emiliano, in un impeto di nostalgia per i bei tempi trascorsi con la toga sulle spalle, ha sfruttato per trasformare i poteri di politica sanitaria in poteri di polizia giudiziaria. L'ordinanza di «confisca» dei macchinari, infatti, ricalca i toni di quegli atti che si vedono nelle cancellerie dei tribunali. Assomiglia al decreto di un pubblico ministero con tanto di omissis sul nome dell'amministratore dell'azienda, con sede a Modugno, che ha inventato il sistema di diagnosi veloce e che, in una condizione di mercato aperto, aveva liberamente deciso di vendere fuori regione quattro modelli del valore di 40.000 euro ciascuno. Omissis come si usa, nelle indagini per terrorismo e mafia, per non svelare le carte. Per evitare fughe di notizie che potrebbero pregiudicare l'inchiesta. Ma qui non esiste indagine e non c'è alcun segreto da tutelare. Non si comprende, infatti, quali possano essere le esigenze di riservatezza in un atto amministrativo, peraltro pubblicato sulla Gazzetta ufficiale della Regione Puglia, che può essere facilmente approfondito e integrato anche da un bambino cercando su Google le informazioni mancanti. Poiché però il governatore-pm non lo ha fatto, vi sveliamo noi le generalità del misterioso patron della Masmec Spa: si chiama Michele Vinci, ed è un tranquillo ingegnere che ha già assicurato che la sua società sta già lavorando per soddisfare le esigenze di tutti. Da Sud a Nord, e viceversa. Senza isterismi e senza dannose prove di forza. Eppure, prima che si tranquillizzassero gli animi, il governatore pugliese - che nella ordinanza non rinuncia a prendersi un pezzettino di gloria sottolineando che la Masmec ha realizzato i macchinari «su impulso del presidente della Regione» - voleva mandare i carabinieri a bloccare il carico destinato in Veneto. Proprio come se si trattasse di una partita di droga scoperta grazie a delle intercettazioni. «La presente ordinanza è notificata a cura del Comando Legione Carabinieri Puglia alla Masmec spa, in persona del legale rappresentante p.t. con sede in Modugno-Bari», si legge nel provvedimento con lo stile secco e perentorio di chi è abituato a disporre di schiere di uomini delle forze dell'ordine pronte a scattare al segnale convenuto. «Il Comando Legione Carabinieri Puglia provvederà alla materiale apprensione dei beni avvalendosi del personale della Protezione Civile della Regione Puglia», si legge ancora. Solo che, alla fine, tutto questo sfoggio di muscoli si è rivelato inutile per il politico del Partito democratico che ha dovuto riporre l'ordinanza nel cassetto e far spegnere le sirene delle gazzelle. Come si è rivelato inutile anche il ringhio di un altro campione del machismo federalista del Sud Italia, anche lui del Pd. «L'Asl Napoli 2 ha comprato 70.000 mascherine da un fornitore italiano, ma il carico è stato bloccato dalle forze dell'ordine o dalla Protezione civile, stiamo approfondendo», disse qualche settimana fa il governatore campano, Vincenzo De Luca. «Dobbiamo capirci: le forniture che strappiamo sul mercato devono essere garantite, nessuno ci deve dare fastidio, non è tollerabile che ce le sequestrano se le abbiamo reperite noi nel mondo», aggiunse. E, per essere ancor più diretto, minacciò: «Se arriva un camion di mascherine della nostra Asl e ce lo bloccano allora vuol dire che non ci siamo capiti, e in questo caso facciamo la guerra». Le mascherine, poi, furono sbloccate e i carri armati rientrarono in garage.
Enrico Costa (Imagoeconomica)
Quindi qual è il vero obiettivo di questo prendere tempo?
«Il vero obiettivo è quello di mettere in atto una sorta di piano B: sanno che perderanno il referendum, e quindi hanno studiato il modo per mantenere il potere delle correnti sul Csm nonostante la conferma della riforma da parte degli elettori. Vogliono che il prossimo Csm sia ancora eletto e non sorteggiato, anche in caso di vittoria del sì».
Come si potrebbe arrivare a una situazione di questo tipo?
«Quelli che si oppongono sanno che la riforma ha bisogno di norme attuative, leggi ordinarie, per disciplinare il sorteggio e i due Csm come scritto anche nella norma transitoria della stessa riforma. Sanno quindi che più tardi si celebra il referendum meno tempo c’è per approvare le leggi attuative prima della scadenza di questo Csm, a gennaio 2027, e soprattutto prima della convocazione delle elezioni per il rinnovo, a ottobre-novembre 2026. Rinviando più avanti possibile il referendum e quindi restringendosi la finestra temporale per varare le norme attuative, e aggiungendo magari un ostruzionismo parlamentare su di esse, si potrebbe giungere ad un punto in cui arriva il momento di convocare le elezioni del nuovo Csm senza che siano state approvate le leggi attuative della riforma. A quel punto il fronte del no cercherebbe di forzare la mano invocando l’applicazione delle norme ordinarie esistenti, che prevedono un solo Csm anziché due e l’elezione anziché il sorteggio. Per raggiungere il loro obiettivo, in sostanza, puntano ad arrivare a ottobre-novembre 2026 con la riforma approvata, ma senza leggi attuative. Ovviamente sarebbe un’interpretazione strampalata, ma qualcuno ci proverebbe, come qualcuno sta provando oggi a dire che il referendum non si può indire fino alla fine della raccolta delle firme».
C’è possibilità che questo disegno vada in porto?
«Questo disegno resterà nella mente di chi non si rassegna ad un Csm che non sia più in mano alle correnti, e non troverà applicazione, perché il Parlamento lavorerà per dare attuazione tempestivamente alla riforma».
Teme una invasione di campo di Mattarella per portare avanti questo piano?
«Assolutamente no, ho grande stima ed apprezzamento per l’equilibrio e per la sensibilità del presidente della Repubblica che saprà svolgere il suo ruolo come di consueto nel modo più corretto».
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Nel riquadro Jelenic Marin, il croato che ha accoltellato il giovane capotreno a Bologna (Getty Images)
E in effetti quando gli agenti arrivano ed entrano nell’appartamento trovano un ventiquattrenne egiziano con un coltello in mano che urla qualsiasi cosa e non accenna né a placarsi né ad arrendersi. Anzi, nonostante le condizioni di inferiorità numerica, punta uno dei poliziotti, lo atterra, lo blocca e gli infila ripetutamente il coltello nel petto. Per fortuna il giubbotto in dotazione «rallenta» l’azione della lama. Nel tentativo di fermare lo scalmanato delinquente, il capoequipaggio della Volante prima tenta di bloccargli il braccio mentre affonda i fendenti col coltello, poi estrae l'arma d'ordinanza e spara all’egiziano ferendolo alla gamba. Fady Helmy Abdelmalak Hanna, questo è il nome del nordafricano, era noto alle forze dell’ordine in quanto senza una fissa dimora in Italia con precedenti per resistenza, danneggiamento e occupazione abusiva. Era regolare, ma a questo punto uno domanda: abbiamo davvero bisogno di questa gente? E soprattutto perché era libero? E perché era libero anche Jelenic Marin, il croato che ha accoltellato il giovane capotreno a Bologna? Anch’egli era noto alle forze dell’ordine; anche lui era un osservato speciale nelle stazioni del Nord Italia a tal punto che quando le telecamere lo hanno immortalato, non è stato difficile mettere a fuoco il profilo delinquenziale. Dunque, perché questi vagabondi - armati di coltello per sopravvivere nel Far West dei disperati - possono mettere a rischio le persone perbene?
La questione è sempre la stessa. Ne aveva già parlato anche Belpietro l’altro giorno a proposito dell’omicidio di Aurora Livoli, la ragazza uccisa da un peruviano clandestino, senza fissa dimora e con pericolosi precedenti: Emilio Gabriel Valdez Velazco, 57 anni. Anche questo signore era assai noto alle nostre questure e ai comandi dei carabinieri perché ne aveva combinate di davvero grosse, sempre per reati a sfondo sessuale. Non solo, era già stato colpito da un ordine di espulsione ma si sa che le vie della burocrazia italiana sono davvero infinite. E varie, tant’è che persino al Cpr dove lo avevano collocato la permanenza è durata poco: una asserita patologia alle vie urinarie, accertata da un medico, gli aveva permesso di uscire. E delinquere, finanche uccidere Aurora. Ci sarebbe anche, almeno secondo le vittime, il nordafricano che ha accoltellato un quindicenne fuori dal cinema di Milano, «reo» di aver cercato di impedire il furto del giubbotto dell’amico. Ma sì, tanto mica c’è la correlazione tra clandestini e delinquenza: sono cose che ci inventiamo da queste parti per vendere i giornali oppure le urlano quei cattivoni del centrodestra per un pugno di voti in più. Purtroppo per i protagonisti del centrosinistra e per i loro gazzettieri, il nesso c’è eccome e non da oggi: già nel 2008 il professore Marzio Barbagli scrisse un libro assai documentato su immigrazione e sicurezza; e importanti report analoghi arrivano da un altro sociologo, Luca Ricolfi. Per non dire delle statistiche che arrivano dal Viminale. Insomma, i dati ci sono per poter affrontare seriamente la questione.
Invece che cosa accade? Accade che, come dicevamo all’inizio, quando le guardie acciuffano i ladri e i delinquenti, poi costoro non finiscono in galera o non vengono isolati affinché non delinquano ulteriormente. Dunque il problema non è nel campo degli agenti (il cui numero e le cui competenze vorremmo sempre che crescessero) ma è nel campo di chi li rimette in libertà approfittando di smagliature legislative o burocratiche. Così quando la gente dice che non ne può più o si lamenta che questi delinquenti «se ne fregano perché non hanno paura» afferma concetti più che comprensibili. Quando mi capita di stare nelle trasmissioni di Paolo Del Debbio o di Mario Giordano e di sentir parlare certi maranza, resto di stucco: è come se davvero non avessero paura di niente. E infatti poi ti ritrovi l’egiziano che assale il poliziotto, il peruviano che uccide la ragazza, il croato che accoltella il capostazione. Le forze dell’ordine li prendono e poi…
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Sergio Mattarella (Ansa)
In pratica, votare il più tardi possibile significa rendere inapplicabili per almeno altri quattro anni le nuove norme. Infatti, se non si vota entro marzo ma più in là nel tempo, allo scadere dell’attuale Csm rischiano di non essere pronti i decreti attuativi che dovranno rendere esecutiva la legge Nordio e, dunque, la componente della magistratura che si oppone alla separazione delle carriere otterrà il risultato di rinnovare il Consiglio con le vecchie regole. Cioè per quattro anni ancora tutto rimarrà così com’è, con le correnti della magistratura a farla da padrone quando si tratta di nominare il capo di una Procura o di decidere sanzioni a carico di un pm o un giudice che ha sbagliato. In barba al volere degli italiani a favore del cambiamento, il gruppo di potere che determina le carriere delle toghe otterrebbe di ritardare l’entrata in vigore della riforma.
Quanto raccontato da Alessandro Sallusti non è un’ipotesi, ma un pericolo concreto, uno sgambetto alla volontà popolare per impedire che la legge di cui si discute da anni entri in vigore. Ma qui non si tratta solo di denunciare le manovre dilatorie della coalizione di magistrati e sinistra che si oppone a cambiare la giustizia. Si tratta anche di capire da che parte sta Sergio Mattarella: se con il Parlamento e con la maggioranza degli italiani che eventualmente approvassero la riforma o con quella parte politica che mira a sabotarne l’applicazione. Il capo dello Stato è vero che secondo la Costituzione ha il ruolo di notaio della Repubblica, e a lui compete la firma di decisioni prese dal governo o dal Parlamento, ma da tempo, anche se non ufficialmente, i suoi interventi indirizzano le scelte politiche. Per di più, da presidente del Csm, Mattarella dovrebbe avere tutto l’interesse a fare in modo che il Consiglio superiore della magistratura sia eletto con norme che godono del consenso della maggioranza degli elettori e non con le vecchie. In altre parole, il presidente dovrebbe stare dalla parte di chi ha fretta di far esprimere gli italiani e non da quella di chi ha intenzione di allontanare l’espressione della volontà popolare allo scopo di continuare a far valere nei tribunali il potere delle correnti.
Il Consiglio superiore della magistratura negli anni scorsi è stato al centro di una serie di scandali che hanno alzato il velo sulle logiche spartitorie delle Procure. Le nomine non erano dettate dalla volontà di assicurare agli italiani giudizi equi e competenti, ma dagli interessi di componenti politicizzate delle toghe. Non erano i più bravi a ricevere la promozione o l’assoluzione dalle accuse loro rivolte ma, come abbiamo scoperto, gli iscritti alle correnti maggioritarie del Csm. Il presidente della Repubblica intende avallare un’operazione che, nel caso in cui gli italiani approvassero la riforma Nordio, consenta di continuare con questo andazzo? Da presidente del Csm, incarico che gli è assegnato dalla Costituzione e non è puramente formale, accetterebbe l’elezione dei membri del Consiglio con regole vecchie, in spregio alla decisione degli italiani? Le domande non sono peregrine perché, come accaduto in passato, la moral suasion del presidente può fare molto, anche evitare l’aggiramento della volontà popolare.
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Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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