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2021-10-16
La piazza «apolitica» diventa un comizio. Così persino Calenda scarica la Cgil
Carlo Calenda (Ansa)
È arrivato il giorno della manifestazione dei sindacati: oggi alle 14, in Piazza San Giovanni, a Roma, è in programma l'iniziativa organizzata da Cgil, Cisl e Uil dopo l'assalto di Forza nuova alla sede della Cgil di sabato scorso. Una manifestazione che doveva avere come piattaforma «Mai più fascismi», ma che ha preso una netta piega politica. Innanzitutto, la concomitanza con la vigilia dei ballottaggi rende inevitabilmente la piazza di oggi un raduno che potrebbe avere un peso elettorale, soprattutto se, come sarà inevitabile, la copertura dei media sarà totale e le parole d'ordine saranno contro la destra, o come amano dire i sedicenti progressisti, «le destre». Inoltre, i temi che caratterizzeranno la manifestazione sono tutti politici, come ha fatto notare Carlo Calenda, che ha pubblicato su Twitter il manifesto della Fiom Cgil che lo ha convinto a ritirare la sua adesione alla manifestazione di oggi. «Avevamo dato», scrive Calenda, «la piena adesione a una manifestazione contro il vile assalto squadrista alla sede della Cgil. Ma se diventa una manifestazione anche per la riduzione dell'età pensionabile e altre amenità allora noi non ci saremo. Occorre chiarire. E tuttavia è un peccato che non si riesca, per una volta, a dare un segnale tutti insieme, socialisti, liberali e popolari contro la violenza politica. Io avevo aderito alla manifestazione immediatamente», aggiunge Calenda a La 7, «i sindacati sono una istituzione democratica e vanno preservati, una manifestazione contro un gesto di violenza fascista aperta a tutti. Ora mi trovo non più solo quello ma una piattaforma politica e sociale, secondo me completamente sbagliata, che non può esserci se si vuole fare una grande manifestazione di tutti, dove dovrebbero esserci anche i rappresentanti della destra».
Ma vediamola, questa piattaforma della Fiom che ha fatto fare marcia indietro a Calenda, convincendolo a non partecipare: «Occorre scendere in piazza», scrive la Fiom, «contro ogni forma di fascismo e di violenza e per lo scioglimento immediato di tutte le organizzazioni di matrice neofascista e neonazista. Per riaffermare il lavoro e il sindacato confederale, fondamento e presidio democratico della Repubblica, baluardo dei valori e dei principi costituzionali». E fin qui, ci siamo. Poi inizia il programma politico: «Per aprire con il governo», precisa la Fiom, «un confronto in grado di dare risposte al disagio sociale e alle disuguaglianze, terreno fertile delle paure e dell'individualismo. Per affermare il diritto di lavorare in sicurezza, rafforzando la prevenzione nei luoghi di lavoro, sanzionando le imprese inadempienti. Per estendere i diritti e superare la precarietà stabilizzando i rapporti di lavoro. Per risolvere», si legge ancora nel manifesto, «le numerose crisi industriali e occupazionali, rilanciare gli investimenti pubblici e privati, definire una politica industriale sostenibile sul piano sociale e ambientale. Per un confronto urgente e preventivo con il governo finalizzato ad allargare le protezioni sociali, estendere e migliorare il welfare, investire nella sanità pubblica. Per riformare in senso universalistico gli ammortizzatori sociali, redistribuire il lavoro e difendere l'occupazione. Per ridurre l'età pensionabile», scrive la Fiom, «introducendo elementi di flessibilità in uscita (41 anni di contribuzione o 62 anni di età anagrafica), con particolare attenzione ai lavori gravosi e usuranti, introdurre una pensione di garanzia per le giovani generazioni. Per contrastare evasione ed elusione fiscale e contributiva, abbassare la tassazione sul lavoro dipendente, ricostruire una progressività del prelievo fiscale per ridurre le disuguaglianze di reddito e finanziare la spesa sociale». Mancano solo lo ius soli e la legge Zan.
Altro che lontana dalla politica! La piattaforma della manifestazione, a leggere questo manifesto, è un vero e proprio programma elettorale di un partito di sinistra, e quel che è ancora più curioso, un elenco di punti che con il fascismo, il nazismo e così via non ha proprio nulla a che fare. Che c'entra la riduzione dell'età pensionabile con la lotta al fascismo? E la riforma degli ammortizzatori sociali? La progressività del prelievo fiscale? Non si sa. Quello che si sa, è che un merito alla Fiom Cgil va riconosciuto: quello di aver chiarito che la manifestazione di oggi a Roma è una iniziativa tutta politica, con parole d'ordine che non solo non uniscono, ma anzi dividono, poiché su temi come quelli delle pensioni, degli ammortizzatori sociali, delle tasse, centrodestra e centrosinistra hanno visioni totalmente differenti, e anche nelle stesse coalizioni non tutti i partiti la pensano alla stessa maniera, come dimostra la presa di posizione di Calenda.
«Sarà una manifestazione di parte. La mia proposta», spiega a Radio24 il leader della Lega, Matteo Salvini, «è lavoriamo insieme per isolare i violenti, di destra, di sinistra, senza andare alla guerra». «È una manifestazione autenticamente sindacale», gli risponde parlando a Rainews24 il leader della Cisl, Luigi Sbarra, «libera, democratica, lontana dalle sirene dei partiti e della politica». Lontana dalla politica? Ci vuole un bel coraggio per affermare una cosa del genere, considerato quanto sostiene la Fiom. Coraggio che non manca neanche al segretario del Pd, Enrico Letta: «Non c'è nessuna strumentalizzazione della piazza», afferma Letta, «c'è da parte di tutti noi la voglia di dimostrare la solidarietà alla Cgil per l'aggressione vile, squadrista, fascista di cui è stata oggetto la Cgil sabato sera e la nostra presenza senza bandiere, semplicemente con il tricolore. Non c'è nessuna strumentalizzazione e non avrà nessun impatto elettorale». Una barzelletta che non fa ridere.
Per Brusaferro il Covid è domato. Allora a che serve il foglio verde?
Dio benedica il sempre placido Silvio Brusaferro, il presidente mono-espressione dell'Istituto superiore di sanità (Iss) che ieri ha illuminato la cupezza del green pass day con dati assai incoraggianti sulla decrescita italiana della pandemia cinese. «Il nostro Paese è in progressivo e lento miglioramento e ha un'incidenza tra le più contenute d'Europa», ha riassunto il medico friulano, che è anche il portavoce dell'eroico Comitato tecnico scientifico, incaricato di spiegare vita, morte e miracoli del virus al ministro Roberto Speranza affinché egli possa ponderare le sue scelte. Scherzi del calendario. Mentre il governo dei migliori, unico nel mondo, impone il certificato vaccinale e i tamponi a tutti i lavoratori, badanti comprese, come se fossimo in piena tragedia, il maggior tecnico di governo dice che va tutto bene e che va anche sempre meglio. Poi, certo, vista l'assenza di un minimo di obiettività sul green pass, nel giro di poche ore si alzerà di certo qualche cervellone per spiegarci che il merito di questo arretramento dei contagi è ovviamente di questo certificato che ha riscritto la Costituzione.
Il venerdì di caos e paura per il giro di vite sul green pass avrebbe avuto bisogno di qualche notizia che rafforzasse il clima (artefatto) da emergenza. In assenza di ricoveri e morti in aumento, o di terapie intensive prese d'assalto, ci sarebbe voluto un colpo di genio ansiogeno alla Rocco Casalino, lo spin doctor dell'ex premier Giuseppe Conte che sapeva come aggiungere il giusto pathos alla tragedia del primo lockdown. In assenza di una qualche storia drammatica ma edificante, come un'intera famiglia senza green pass che si pente della scelta eversiva mentre è in fila per la mensa della Caritas, ecco che passa il canuto Brusaferro e spande ottimismo sul weekend. Nell'incontro settimanale con la stampa, ha affermato che «c'è in Italia un progressivo lento miglioramento e ciò caratterizza anche altri Stati europei anche se in alcuni la circolazione del virus è forte, ma il nostro paese ha una circolazione del virus tra i più contenuti in Europa e siamo in una fase di decrescita dei casi, in tutte le fasce di età». Brusaferro ha anche spiegato che l'età media di chi oggi prende il Covid è di 40 anni, mentre chi finisce in terapia intensiva ha mediamente 66 anni e chi ci rimette la vita 81.
Sarà per caso merito del green pass, che introducendo un obbligo surrettizio di vaccinazione ha spinto centinaia di migliaia di renitenti tra le braccia del generale Francesco Paolo Figliuolo? Ecco, non proprio. Venerdì scorso, lo stesso Brusaferro spiegava che per la diminuzione dei contagi era stato fondamentale «il dato delle vaccinazioni», arrivato all'85% nella fascia 20-29 anni e al 90% in quella 60-69. Insomma, ricapitolando, l'Italia si conferma una delle nazioni d'Europa e del mondo con i tassi di vaccinazioni più elevati e, allo stesso tempo, non c'è più alcuna «emergenza Covid», come testimonia anche un semplice giro nei pronto soccorso. E tuttavia il governo riesce a innescare una mezza emergenza democratica imponendo il green pass a un popolo di vaccinati. Un esperimento di controllo sociale praticamente unico in Occidente, involontariamente disturbato, nel suo giorno più importante, dal pacato ottimismo di Brusaferro.
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Il fascismo è una scusa: oggi, a urne aperte, il sindacato lancerà un programma politico, tra ecologia, lotta all'evasione e pensioni.Il capo dell'Iss: «Incidenza tra le più basse d'Europa». Ma Chigi tira dritto sulla card.Lo speciale contiene due articoli.È arrivato il giorno della manifestazione dei sindacati: oggi alle 14, in Piazza San Giovanni, a Roma, è in programma l'iniziativa organizzata da Cgil, Cisl e Uil dopo l'assalto di Forza nuova alla sede della Cgil di sabato scorso. Una manifestazione che doveva avere come piattaforma «Mai più fascismi», ma che ha preso una netta piega politica. Innanzitutto, la concomitanza con la vigilia dei ballottaggi rende inevitabilmente la piazza di oggi un raduno che potrebbe avere un peso elettorale, soprattutto se, come sarà inevitabile, la copertura dei media sarà totale e le parole d'ordine saranno contro la destra, o come amano dire i sedicenti progressisti, «le destre». Inoltre, i temi che caratterizzeranno la manifestazione sono tutti politici, come ha fatto notare Carlo Calenda, che ha pubblicato su Twitter il manifesto della Fiom Cgil che lo ha convinto a ritirare la sua adesione alla manifestazione di oggi. «Avevamo dato», scrive Calenda, «la piena adesione a una manifestazione contro il vile assalto squadrista alla sede della Cgil. Ma se diventa una manifestazione anche per la riduzione dell'età pensionabile e altre amenità allora noi non ci saremo. Occorre chiarire. E tuttavia è un peccato che non si riesca, per una volta, a dare un segnale tutti insieme, socialisti, liberali e popolari contro la violenza politica. Io avevo aderito alla manifestazione immediatamente», aggiunge Calenda a La 7, «i sindacati sono una istituzione democratica e vanno preservati, una manifestazione contro un gesto di violenza fascista aperta a tutti. Ora mi trovo non più solo quello ma una piattaforma politica e sociale, secondo me completamente sbagliata, che non può esserci se si vuole fare una grande manifestazione di tutti, dove dovrebbero esserci anche i rappresentanti della destra». Ma vediamola, questa piattaforma della Fiom che ha fatto fare marcia indietro a Calenda, convincendolo a non partecipare: «Occorre scendere in piazza», scrive la Fiom, «contro ogni forma di fascismo e di violenza e per lo scioglimento immediato di tutte le organizzazioni di matrice neofascista e neonazista. Per riaffermare il lavoro e il sindacato confederale, fondamento e presidio democratico della Repubblica, baluardo dei valori e dei principi costituzionali». E fin qui, ci siamo. Poi inizia il programma politico: «Per aprire con il governo», precisa la Fiom, «un confronto in grado di dare risposte al disagio sociale e alle disuguaglianze, terreno fertile delle paure e dell'individualismo. Per affermare il diritto di lavorare in sicurezza, rafforzando la prevenzione nei luoghi di lavoro, sanzionando le imprese inadempienti. Per estendere i diritti e superare la precarietà stabilizzando i rapporti di lavoro. Per risolvere», si legge ancora nel manifesto, «le numerose crisi industriali e occupazionali, rilanciare gli investimenti pubblici e privati, definire una politica industriale sostenibile sul piano sociale e ambientale. Per un confronto urgente e preventivo con il governo finalizzato ad allargare le protezioni sociali, estendere e migliorare il welfare, investire nella sanità pubblica. Per riformare in senso universalistico gli ammortizzatori sociali, redistribuire il lavoro e difendere l'occupazione. Per ridurre l'età pensionabile», scrive la Fiom, «introducendo elementi di flessibilità in uscita (41 anni di contribuzione o 62 anni di età anagrafica), con particolare attenzione ai lavori gravosi e usuranti, introdurre una pensione di garanzia per le giovani generazioni. Per contrastare evasione ed elusione fiscale e contributiva, abbassare la tassazione sul lavoro dipendente, ricostruire una progressività del prelievo fiscale per ridurre le disuguaglianze di reddito e finanziare la spesa sociale». Mancano solo lo ius soli e la legge Zan. Altro che lontana dalla politica! La piattaforma della manifestazione, a leggere questo manifesto, è un vero e proprio programma elettorale di un partito di sinistra, e quel che è ancora più curioso, un elenco di punti che con il fascismo, il nazismo e così via non ha proprio nulla a che fare. Che c'entra la riduzione dell'età pensionabile con la lotta al fascismo? E la riforma degli ammortizzatori sociali? La progressività del prelievo fiscale? Non si sa. Quello che si sa, è che un merito alla Fiom Cgil va riconosciuto: quello di aver chiarito che la manifestazione di oggi a Roma è una iniziativa tutta politica, con parole d'ordine che non solo non uniscono, ma anzi dividono, poiché su temi come quelli delle pensioni, degli ammortizzatori sociali, delle tasse, centrodestra e centrosinistra hanno visioni totalmente differenti, e anche nelle stesse coalizioni non tutti i partiti la pensano alla stessa maniera, come dimostra la presa di posizione di Calenda. «Sarà una manifestazione di parte. La mia proposta», spiega a Radio24 il leader della Lega, Matteo Salvini, «è lavoriamo insieme per isolare i violenti, di destra, di sinistra, senza andare alla guerra». «È una manifestazione autenticamente sindacale», gli risponde parlando a Rainews24 il leader della Cisl, Luigi Sbarra, «libera, democratica, lontana dalle sirene dei partiti e della politica». Lontana dalla politica? Ci vuole un bel coraggio per affermare una cosa del genere, considerato quanto sostiene la Fiom. Coraggio che non manca neanche al segretario del Pd, Enrico Letta: «Non c'è nessuna strumentalizzazione della piazza», afferma Letta, «c'è da parte di tutti noi la voglia di dimostrare la solidarietà alla Cgil per l'aggressione vile, squadrista, fascista di cui è stata oggetto la Cgil sabato sera e la nostra presenza senza bandiere, semplicemente con il tricolore. Non c'è nessuna strumentalizzazione e non avrà nessun impatto elettorale». Una barzelletta che non fa ridere. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-piazza-apolitica-diventa-un-comizio-cosi-persino-calenda-scarica-la-cgil-2655307166.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-brusaferro-il-covid-e-domato-allora-a-che-serve-il-foglio-verde" data-post-id="2655307166" data-published-at="1634326500" data-use-pagination="False"> Per Brusaferro il Covid è domato. Allora a che serve il foglio verde? Dio benedica il sempre placido Silvio Brusaferro, il presidente mono-espressione dell'Istituto superiore di sanità (Iss) che ieri ha illuminato la cupezza del green pass day con dati assai incoraggianti sulla decrescita italiana della pandemia cinese. «Il nostro Paese è in progressivo e lento miglioramento e ha un'incidenza tra le più contenute d'Europa», ha riassunto il medico friulano, che è anche il portavoce dell'eroico Comitato tecnico scientifico, incaricato di spiegare vita, morte e miracoli del virus al ministro Roberto Speranza affinché egli possa ponderare le sue scelte. Scherzi del calendario. Mentre il governo dei migliori, unico nel mondo, impone il certificato vaccinale e i tamponi a tutti i lavoratori, badanti comprese, come se fossimo in piena tragedia, il maggior tecnico di governo dice che va tutto bene e che va anche sempre meglio. Poi, certo, vista l'assenza di un minimo di obiettività sul green pass, nel giro di poche ore si alzerà di certo qualche cervellone per spiegarci che il merito di questo arretramento dei contagi è ovviamente di questo certificato che ha riscritto la Costituzione. Il venerdì di caos e paura per il giro di vite sul green pass avrebbe avuto bisogno di qualche notizia che rafforzasse il clima (artefatto) da emergenza. In assenza di ricoveri e morti in aumento, o di terapie intensive prese d'assalto, ci sarebbe voluto un colpo di genio ansiogeno alla Rocco Casalino, lo spin doctor dell'ex premier Giuseppe Conte che sapeva come aggiungere il giusto pathos alla tragedia del primo lockdown. In assenza di una qualche storia drammatica ma edificante, come un'intera famiglia senza green pass che si pente della scelta eversiva mentre è in fila per la mensa della Caritas, ecco che passa il canuto Brusaferro e spande ottimismo sul weekend. Nell'incontro settimanale con la stampa, ha affermato che «c'è in Italia un progressivo lento miglioramento e ciò caratterizza anche altri Stati europei anche se in alcuni la circolazione del virus è forte, ma il nostro paese ha una circolazione del virus tra i più contenuti in Europa e siamo in una fase di decrescita dei casi, in tutte le fasce di età». Brusaferro ha anche spiegato che l'età media di chi oggi prende il Covid è di 40 anni, mentre chi finisce in terapia intensiva ha mediamente 66 anni e chi ci rimette la vita 81. Sarà per caso merito del green pass, che introducendo un obbligo surrettizio di vaccinazione ha spinto centinaia di migliaia di renitenti tra le braccia del generale Francesco Paolo Figliuolo? Ecco, non proprio. Venerdì scorso, lo stesso Brusaferro spiegava che per la diminuzione dei contagi era stato fondamentale «il dato delle vaccinazioni», arrivato all'85% nella fascia 20-29 anni e al 90% in quella 60-69. Insomma, ricapitolando, l'Italia si conferma una delle nazioni d'Europa e del mondo con i tassi di vaccinazioni più elevati e, allo stesso tempo, non c'è più alcuna «emergenza Covid», come testimonia anche un semplice giro nei pronto soccorso. E tuttavia il governo riesce a innescare una mezza emergenza democratica imponendo il green pass a un popolo di vaccinati. Un esperimento di controllo sociale praticamente unico in Occidente, involontariamente disturbato, nel suo giorno più importante, dal pacato ottimismo di Brusaferro.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara