2022-03-12
La patata, il «veleno» che sconfisse la fame
Considerata soprattutto una pianta ornamentale, bella per i fiori ma infida come cibo perché ritenuta a lungo pericolosa. Virginio, misconosciuto «Parmentier piemontese», ne diffuse l’uso alimentare in Italia nella seconda metà del Settecento.Nel cimitero parigino di Père-Lachaise tra le tombe di Gioachino Rossini, Fryderyk Chopin, Honorè de Balzac, Oscar Wilde, Amedeo Modigliani, Moliere, la Fontaine e di altri celeberrimi personaggi, c’è un antico e curioso sepolcro circondato da piante di patate. Bellissima la fioritura, un trionfo di petali bianchi e capolini gialli. Sull’architrave ci sono più patate che in un negozio di fruttivendolo, le bucce incise di merci, grazie. «Merci pour le purèe» «Merci pour les frites» «Merci per les pommes de terre». È il popolo parigino che esprime così la sua riconoscenza ad Antoine Augustin Parmentier che riposa in quell’urna da oltre due secoli. Fu Parmentier (1737-1813), farmacista, agronomo e nutrizionista, a «scoprire» la patata. Non fu lui a inventare il purè, ma Joël Robuchon definito il «miglior cuoco del Novecento», e sulla paternità delle patate fritte c’è una disputa infinita tra valloni e francesi. Ma fu Parmentier a capire e promuovere il valore alimentare e la bontà del Solanum tuberosum sbarcato in Europa due secoli e mezzo prima, ma considerato per tutto questo tempo più cibo per maiali che per cristiani. Qualche re ne proibì perfino il consumo.La batata, tanto apprezzata dagli Inca, nel Cinquecento, nel Seicento e all’inizio del Settecento, fu considerata soprattutto una pianta ornamentale, bella per i fiori, ma infida come cibo. Era un ortaggio arcano, inaffidabile, criptico. Sorta di bitcoin del sottosuolo, è stata ritenuta a lungo pericolosa. Nascere sottoterra aggravava la sua posizione. Per molti era uno sgorbio sulfureo da imparentare col diavolo. I no-patata tirarono in ballo la Bibbia: in nessun passo, dicevano, il libro sacro nomina questo aborto di natura. Ergo, non si deve mangiare. Chi ribattè che la Bibbia non nominava nemmeno l’America, ma questo non impediva di depredarla dell’oro, dell’argento e delle pietre preziose di cui era ricca, non fu ascoltato.La povera patata, rigoletto degli ortaggi, fu oggetto di altre infamanti falsità. Fu accusata di essere velenosa e di avere infettato parecchi cristiani. Si scoprirà più tardi che gli avvelenamenti non erano dovuti al tubero, ma alle parti della pianta cariche di tossica solanina. L’ortaggio fu perfino incolpato di provocare la lebbra e la peste in quanto, destinata ai maiali considerati animali infernali, trasformava i suini in portatori delle terribili malattie.Gli studi di Parmentier ribaltarono queste farlocche idee rivoluzionando la cucina francese e quella europea, valorizzando il tubero stortignaccolo e sporco di terra. La patata lo aveva salvato dall’inedia quando era prigioniero in Prussia, dove il popolo già ne faceva uso. Lui contraccambiò facendola apprezzare dai diffidenti ghiottoni parigini e da tutti quelli che arricciavano il naso di fronte ad un piatto di patate. Italiani compresi.Alla fine, più della pessima fama, fu la potente fame dell’accresciuta popolazione europea ad accettare la patata come cibo e sdoganandola nell’alimentazione quotidiana. Anche i governi del Vecchio Continente fecero finalmente la loro parte, finanziando le ricerche su nuovi vegetali che potessero sostituire i cereali nei periodi di carestia ed evitare così che i popoli affamati si ribellassero (vedi la Francia). Olandesi, tedeschi, irlandesi, inglesi e italiani impararono, chi prima e chi dopo, dalla seconda metà del Settecento, ad apprezzare il Solanum tuberosum. E non poterono più farne a meno. L’umile e utile ortaggio francescano dimenticò i torti subiti salvando cristiani e sottraendo masse di persone alla fame, alla malattia e alla morte. Quando la patata veniva a mancare a causa di qualche malattia della pianta, la gente moriva in massa. In Irlanda, nel 1845, nella terribile carestia di patate provocata dalla peronospora, un milione di figli di San Patrizio morì di fame, di tifo e scorbuto. Un milione e mezzo dovette emigrare in America. L’isola si svuotò. Prima della carestia contava otto milioni di abitanti, alla fine del 1846 ne aveva meno di sei.Convinto della bontà della ricerca di Parmentier, re Luigi XVI appoggiò il progetto di coltivazione in largo stile concedendogli parecchi campi a Neully-sur-Seine, alla periferia di Parigi. Parmentier mise in atto ogni astuzia per convincere i suoi concittadini a consumare i pommes de terre. Inventò golose ricette, come la Potage Parmentier una crema fatta con patate, porri, brodo vegetale e panna liquida, dimostrando che i cuori e le menti si conquistano passando per il palato. Ricorse anche a un trucco: recintò i campi di patata reali, mise soldati di ronda e fece circolare la voce che in quel posto nascevano i pomi del sottosuolo di cui Luigi era ghiotto. Guai a toccarli. Era un invito a rubare. E il popolo, già propenso a togliere a Luigi tutto quello che possedeva (alla fine gli toglierà anche la testa), diventò ladro. Soddisfatto del successo del progetto il sovrano si presentò a un ballo di corte nel 1775 con un fiore biancoroseo di patata sul bavero e ne sistemò uno sulla parrucca di Maria Antonietta. «Monsieur Parmentier», disse, «la Francia un giorno vi ringrazierà per aver trovato il pane dei poveri».Se la patata non ci fosse bisognerebbe inventarla. Si trova bene sulla mensa del re e sul tavolaccio del casolare contadino. S’adegua alla caserma dove c’è sempre qualche recluta messa a pelare montagne di patate e al lager dove molti sono sopravvissuti grazie alle bucce di patata. Si conforma alla mensa borghese e a quella operaia, all’alta cucina e all’osteria. La patata si esalta nella kartoffelsuppe altoatesina e nel padellone arrosto delle rostkartoffel; nella zuppa siciliana di patate e porri; nella minestra di pane pratese e nel minestrone calabrese; nella zuppa della Val Camonica e nella schiscionera sarda. È ottima vellutata, bollita, in insalata, al forno. Fantastico il purè, le polpette e le crocchette. Con la patata si preparano frittate, gateau, soufflè, torte salate e perfino pizze con le patatine fritte. Ma questa è un’americanata. Vogliamo mettere la marinara e la margherita.In Italia la patata mise radici verso la metà del Settecento. Uno dei pionieri fu l’avvocato piemontese Giovanni Vincenzo Virginio che dilapidò il patrimonio familiare per coltivare e organizzare manifestazioni in piazza offrendo patate gratis e stampando opuscoli di divulgazione convinto delle caratteristiche nutritive della patata. Morì senza avere le soddisfazioni di Parmentier. Ma alla fine la patata convinse e vinse. E il mondo contadino trasformò questa vittoria in proverbio: «Con patate e cipolle dell’orto nessuno è mai morto».Trasformata in gnocchi nell’Ottocento conquista la cucina povera italiana. È il cuoco scrittore napoletano Vincenzo Corrado a pubblicare nel Cuoco Galante (1801) la prima ricetta italiana degli gnocchi di patata. Gli gnocchi rimangono poveri fino alla fine del XIX secolo. Poi entra in scena Pellegrino Artusi che con La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene li fa approdare alla cucina borghese suggerendo anche il modo per vestirli di sugo: scavarli col pollice sul rovescio di una grattugia. Ma il miglior modo di far morire la patata è friggerla nell’olio. Le patatine fritte piacciono a tutti: ai bambini, alle loro mamme, a top model, attori, giornalisti, critici gastronomici, cuochi tristellati. Piacciono a Kit Carson e Tex Willer che finalmente, dopo tanti «frugali pasti» consumati nella prateria, si concedono una bistecca alta una spanna sepolta sotto una montagna di patatine fritte.Tozza, sporca di terra eppure umana e poetica. Per Pablo Neruda la patata è una sorella. Figli della stessa terra, le dedica un’ode. La chiama col suo nome andino: papa. «Papa/ ti chiami,/ papa/ e non patata,/ non sei nata con la barba,/ tu non sei castigliana,/ sei scura/ come/ la nostra pelle,/ siamo americani/ papa, siamo indios».
(Esercito Italiano)
Si è conclusa l’esercitazione «Mangusta 2025», che ha visto impiegati, tra le provincie di Pisa, Livorno, Siena, Pistoia e Grosseto, oltre 1800 militari provenienti da 7 diverse nazioni e condotta quest’anno contemporaneamente con le esercitazioni CAEX II (Complex Aviation Exercise), dell'Aviazione dell'Esercito, e la MUFLONE, del Comando Forze Speciali dell’Esercito.
L’esercitazione «Mangusta» è il principale evento addestrativo annuale della Brigata Paracadutisti «Folgore» e ha lo scopo di verificare la capacità delle unità paracadutiste di pianificare, preparare e condurre un’operazione avioportata in uno scenario di combattimento ad alta intensità, comprendente attività di interdizione e contro-interdizione d’area volte a negare all’avversario la libertà di movimento e ad assicurare la superiorità tattica sul terreno e la condotta di una operazione JFEO (Joint Forcible Entry Operation) che prevede l’aviolancio, la conquista e la tenuta di un obiettivo strategico.
La particolarità della «Mangusta» risiede nel fatto che gli eventi tattici si generano dinamicamente sul terreno attraverso il confronto diretto tra forze contrapposte, riproducendo un contesto estremamente realistico e imprevedibile, in grado di stimolare la prontezza decisionale dei Comandanti e mettere alla prova la resilienza delle unità. Le attività, svolte in modo continuativo sia di giorno che di notte, hanno compreso fasi di combattimento in ambiente boschivo e sotterraneo svolte con l’impiego di munizionamento a salve e sistemi di simulazione, al fine di garantire il massimo realismo addestrativo.
Di particolare rilievo le attività condotte con l’obiettivo di sviluppare e testare le nuove tecnologie, sempre più fondamentali nei moderni scenari operativi. Nel corso dell’esercitazione infatti, oltre ai nuovi sistemi di telecomunicazione satellitare, di cifratura, di alimentazione elettrica tattico modulare campale anche integrabile con pannelli solari sono stati impiegati il Sistema di Comando e Controllo «Imperio», ed il sistema «C2 DN EVO» che hanno consentito ai Posti Comando sul terreno di pianificare e coordinare le operazioni in tempo reale in ogni fase dell’esercitazione. Largo spazio è stato dedicato anche all’utilizzo di droni che hanno permesso di ampliare ulteriormente le capacità di osservazione, sorveglianza e acquisizione degli obiettivi.
La «Mangusta 2025» ha rappresentato un’importante occasione per rafforzare la cooperazione e l’amalgama all’interno della cosiddetta Airborne Community. A questa edizione hanno partecipato la Brigata Paracadutisti Folgore, la 1st Airborne Brigade giapponese, l’11th Parachute Brigade francese, il 16 Air Assault Brigade Combat Team britannica, il Paratrooper Regiment 31 e la Airborne Reconnaissance Company 260 tedesche, la Brigada «Almogávares» VI de Paracaidistas e la Brigada de la Legión «Rey Alfonso XIII» spagnole e la 6th Airborne Brigade polacca.
L’esercitazione ha visto il contributo congiunto di più Forze Armate e reparti specialistici. In particolare, l’Aviazione dell’Esercito ha impiegato vettori ad ala rotante CH-47F, UH-90A, AH-129D, UH-205A e UH-168B/D per attività di eliassalto ed elitrasporto. L’Aeronautica Militare ha assicurato il supporto con velivoli da trasporto C-27J e C-130J della 46ª Brigata Aerea, impiegati per l’aviolancio di carichi e personale, oltre a partecipare con personale paracadutista «Fuciliere dell’Aria» del 16° Stormo «Protezione delle Forze» e fornendo il supporto logistico e di coordinamento dell’attività di volo da parte del 4° Stormo.
A completare il dispositivo interforze, la 2ª Brigata Mobile Carabinieri ha partecipato con unità del 1° Reggimento Carabinieri Paracadutisti «Tuscania», del 7° Reggimento Carabinieri «Trentino Alto Adige» e del 13° Reggimento Carabinieri «Friuli Venezia Giulia». Il 1° Tuscania ha eseguito azioni tipiche delle Forze Speciali, mentre gli assetti del 7° e 13° alle attività di sicurezza e controllo nell’area d’esercitazione e alle attività tattiche di contro-interdizione.
Questa sinergia ha permesso di operare efficacemente in un ambiente operativo multi-dominio, favorendo l’interoperabilità tra unità, sistemi e procedure, contribuendo a consolidare la capacità di coordinamento e integrazione.
Oltre a tutti i Reparti della Brigata Paracadutisti «Folgore», l’esercitazione ha visto la partecipazione del: 1° Reggimento Aviazione dell'Esercito «Antares», 4° Reggimento Aviazione dell'Esercito «Altair», 5° Reggimento Aviazione dell'Esercito «Rigel», 7° Reggimento Aviazione dell'Esercito «Vega», 66° Reggimento Fanteria Aeromobile «Trieste», 87° Reparto Comando e Supporti Tattici «Friuli», 9° Reggimento d'Assalto Paracadutisti «Col Moschin», 185° Reggimento Paracadutisti Ricognizione Acquisizione Obiettivi «Folgore», 4° Reggimento Alpini Paracadutisti, 1° Reggimento «Granatieri di Sardegna», 33° Reggimento Supporto Tattico e Logistico «Ambrosiano», 33° Reggimento EW, 13° Reggimento HUMINT, 9° Reggimento Sicurezza Cibernetica «Rombo» e 4° Reparto di Sanità «Bolzano» e di assetti di specialità dotati di sistema d’arma «Stinger» del 121° Reggimento artiglieria contraerei «Ravenna».
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