La notizia dei 6.500 euro a puntata non è falsa. Anzi è verissima come Carlo Cottarelli ha confermato mandando una lettera di replica alla Verità che è stata prontamente pubblicata con lo spazio che meritava. La somma viene elargita dalla società di produzione di Fabio Fazio all'università Cattolica, al cui interno il professore dirige l'Osservatorio dei conti pubblici.
La notizia dei 6.500 euro a puntata non è falsa. Anzi è verissima come Carlo Cottarelli ha confermato mandando una lettera di replica alla Verità che è stata prontamente pubblicata con lo spazio che meritava. La somma viene elargita dalla società di produzione di Fabio Fazio all'università Cattolica, al cui interno il professore dirige l'Osservatorio dei conti pubblici.
Tulsi Gabbard (Ansa)
Altro che bufala russa: Tulsi Gabbard, direttrice dimissionaria dell’intelligence, ha diffuso carte che provano gli investimenti con soldi dei contribuenti in 120 strutture nelle quali si manipolavano patogeni pericolosi. Quaranta di esse nel Paese di Volodymyr Zelensky.
Nuove prove di finanziamenti di lunga data da parte del governo degli Stati Uniti a oltre 120 laboratori biologici in più di 30 Paesi sono stati forniti in questi giorni da Tulsi Gabbard, il direttore dimissionario dell’Intelligence nazionale (Dni).
Di questi laboratori, oltre 40 risultano in Ucraina. La rivelazione è supportata da documenti a cui è stato rimosso il livello di segretezza. Vengono elencati decine e decine di laboratori, deposito di armi biologiche e dove si maneggiano agenti patogeni responsabili di malattie quali antrace, ebola, Sars, peste.
La mossa di Tulsi Gabbard è arrivata pochi giorni prima della sua uscita di scena dal Dni, un ufficio intergovernativo istituito per coordinare la condivisione di informazioni tra la vasta comunità dell’intelligence statunitense. Dal suo ritorno alla Casa Bianca nel 2025, Donald Trump ha affrontato la questione della scarsa visibilità e supervisione dei laboratori di ricerca del «gain of function», il guadagno di funzione che prevede la manipolazione genetica di organismi, spesso virus, per valutare gli effetti dell’aumento di patogenicità, trasmissibilità, capacità di eludere il sistema immunitario.
Il primo passo era stata la firma da parte di Trump dell’ordine esecutivo 14292, per porre fine ai finanziamenti federali «della pericolosa ricerca». L’operazione trasparenza va avanti. «L’Office of the director of National intelligence (Odni) continuerà a lavorare con i partner in tutta l’amministrazione per identificare dove si trovano questi laboratori, quali patogeni contengono e quale tipo di “ricerca” viene condotta», ha fatto sapere Gabbard con un post su X.
Nel comunicato stampa ufficiale dell’intelligence si parla espressamente di un programma Global biolab reso possibile «con fondi dei contribuenti statunitensi». Fino ad ora, si legge, «le prove relative alla reale esistenza e al finanziamento di questi laboratori sono state consapevolmente occultate al popolo americano». Il comunicato dell’Intelligence non si limita a formulare ipotesi, ci sono accuse alla precedente amministrazione e a uno dei massimi responsabili della gestione della pandemia.
«Nonostante l’evidente potenziale impatto globale catastrofico che la ricerca su agenti patogeni pericolosi nei laboratori biologici può avere, politici, cosiddetti professionisti della salute come il dottor Fauci ed entità all’interno del team per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Biden hanno mentito al popolo americano sull’esistenza di laboratori biologici finanziati e supportati dagli Stati Uniti, e hanno minacciato coloro che hanno tentato di svelare la verità», si legge nel documento.
Anthony Fauci, fino al 2022 potente direttore dell’Istituto nazionale di allergie e malattie infettive (Niaid) che fa capo ai National Institutes of Health (Nih), ha sempre negato davanti al Congresso di avere finanziato studi legati al gain of function. Eppure sono emerse cospicue sovvenzioni a EcoHealth Alliance, un’organizzazione con sede negli Stati Uniti presieduta dall’esperto di zoonosi Peter Daszak, che con il sostegno del Niaid aveva utilizzato denaro federale per finanziare la ricerca sui coronavirus e i pipistrelli presso il laboratorio cinese di Wuhan, potenzialmente all’origine della pandemia.
Fauci, consulente di Joe Biden per il Covid, l’ha fatta franca perché il giorno prima di lasciare l’incarico l’ex presidente gli ha concesso la grazia preventiva per le azioni compiute durante la pandemia. Guarda caso, i collegamenti con l’ex presidente tornano nei documenti sui laboratori finanziati in Ucraina.
Il Programma di riduzione delle minacce biologiche (Btrp) del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti «ha investito circa 200 milioni di dollari in Ucraina dal 2005, supportando 46 laboratori, strutture sanitarie e centri diagnostici […] Il Btrp ha migliorato la biosicurezza, la sicurezza e la sorveglianza dell’Ucraina sia per la salute umana sia per quella animale», faceva sapere la Casa Bianca l’11 marzo 2022.
Per conoscere nel dettaglio che cosa venne fatto in quegli anni c’è la corposa «Relazione conclusiva della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle circostanze relative alla creazione di laboratori biologici da parte di specialisti statunitensi sul territorio dell’Ucraina», presentata a Mosca il 1° giugno 2023. Scopriamo che le «prime strutture biologiche ammodernate per poter gestire agenti patogeni pericolosi», grazie a finanziamenti americani, furono i laboratori biologici della stazione sanitario-epidemiologica centrale della città di Kiev, della città di Odessa e dell’istituto di ricerca di epidemiologia e igiene della città di Leopoli.
Nel 2013, gli americani avevano riattrezzato le strutture in città come Vinnitsa, Ternopol, Uzhgorod, Kyiv, Lugansk, Dnipropetrovsk, Simferopol e Kherson. «A Leopoli furono aperti contemporaneamente tre laboratori biologici». Nel 2014, i laboratori biologici modernizzati dagli americani in Ucraina erano saliti a 20. «Dopo il colpo di stato a Kiev nel febbraio 2014 […] l’attuazione di progetti biologici sotto l’egida degli Stati Uniti in Ucraina si è intensificata», si legge nel rapporto russo. Migliaia di campioni biologici sarebbero stati inviati negli Stati Uniti «con grande rischio».
Mosca ha sempre sostenuto che il fondo di investimento Rosemont Seneca Partners, presieduto da Hunter Biden, figlio dell’ex presidente degli Stati Uniti, risulta strettamente affiliata alle società Metabiota e Black and Veach, note per essere appaltatori ufficiali per la fornitura di attrezzature ai biolaboratori, e i nuovi documenti lo confermano. Dal 2008, Black & Veatch collabora con il Pentagono a progetti di studio su potenziali agenti per armi biologiche. Metabiota e CH2M Hill figurano tra i principali appaltatori dell’esercito statunitense in Ucraina.
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Il testo uscito dal Parlamento Ue parla di una vera e propria moneta della banca centrale con corso legale. Ci saranno costi sia per chi lo utilizza sia per i commercianti che ricevono il pagamento. La Bce non potrà identificare chi effettua la transazione.
L’euro digitale non sarà un regalo della tecnologia come dice la narrazione degli eurolirici. Un’applicazione sul telefonino e via, il futuro servito in tavola. Invece no. A sorpresa, l’euro digitale non sarà gratis.
O meglio: sarà gratis fino a un certo punto. Perché leggendo il testo di cui l’Ansa è entrata in possesso, emerge una realtà diversa. Dietro la retorica della sovranità europea si nasconde infatti una gigantesca infrastruttura che qualcuno dovrà pagare. Quando a Bruxelles qualcuno scrive una norma per vietare costi «eccessivi», generalmente significa che i costi esistono già. Non ci sarà limite specifico alla massima giacenza sul wallet di euro digitali (inizialmente si erano ipotizzati 3.000 euro). Il documento racconta un progetto che procede spedito verso il traguardo. Voto in commissione il 23 giugno, passaggio in plenaria a luglio, accordo con Consiglio e Commissione (il trilogo) entro l’anno. Il debutto nel 2029 dopo un anno di sperimentazione nel 2028.
Insomma, la macchina è partita. La giustificazione ufficiale è nobile. Costruire la «sovranità strategica» europea nei pagamenti. Liberarsi dalla dipendenza di Visa, Mastercard, PayPal e delle grandi piattaforme internazionali. Difendere l’autonomia continentale. Poi però si scende dal palcoscenico. Si entra nel dettaglio e si scopre che l’euro digitale non sarà semplicemente un sistema di pagamento. Sarà una vera moneta della banca centrale con corso legale. Non un surrogato. Non un buono elettronico. Non un gettone virtuale.
Una moneta vera. Tradotto dal burocratese: i soldi custoditi nel wallet digitale non rappresenteranno un credito verso una banca commerciale ma direttamente verso la Bce. Un passaggio apparentemente tecnico che in realtà cambia profondamente l’architettura monetaria costruita negli ultimi secoli.
Finora il denaro della banca centrale era rappresentato soprattutto dalle banconote. Domani potrebbe trasferirsi dentro uno smartphone. Un passo decisivo verso l’abolizione di fatto del contante e della libertà.
L’altra sorpresa emerge dal capitolo economico.
Per mesi il dibattito pubblico ha lasciato intendere che l’euro digitale sarebbe stato gratuito. Un servizio pubblico universale. Una sorta di acqua potabile della finanza. Poi arriva il testo. Le transazioni, si legge, non dovranno essere soggette a commissioni eccessive. Non inesistenti. Non pari a zero. Semplicemente non eccessive. Inoltre i fornitori di servizi potranno addebitare servizi aggiuntivi oltre alle funzioni di base. Insomma, il rischio che la gratuità finisca confinata dentro una cornice molto stretta appare tutt’altro che teorico.
Ma non basta. Perché il conto arriverà anche ai commercianti. I negozi saranno obbligati ad accettare l’euro digitale. Le commissioni verranno limitate e uniformate nell’Eurozona. Anche qui però il punto interessante è un altro. Se bisogna limitare le commissioni significa che le commissioni ci saranno. La nuova moneta digitale nasce dunque accompagnata da una fitta architettura di costi, limiti, compensazioni e regolazioni. Poi c’è il grande capitolo della privacy. La Bce non potrà identificare chi effettua una transazione. E questo viene presentato come una garanzia fondamentale. Ottimo. Ma resta una curiosità.
Se una norma deve specificare che la banca centrale non potrà identificare il cittadino, significa che qualcuno ha ritenuto necessario scriverlo nero su bianco. Perché il sospetto opposto evidentemente esisteva. E continua a esistere. La Bce non vedrà il nome dell’utilizzatore. Resta da capire quanti altri soggetti parteciperanno alla filiera dell’informazione. La vera novità politica emerge però nelle pieghe del documento. L’euro digitale viene infatti immaginato come uno strumento di autonomia geopolitica. In sostanza l’Unione europea rivendica il diritto di decidere quali sanzioni applicare. Se gli Stati Uniti congelano conti, bloccano carte o escludono individui dal circuito dei pagamenti senza che l’Unione riconosca tali misure, quelle persone dovranno comunque poter accedere all’euro digitale. Una sorta di dichiarazione d’indipendenza monetaria. Il problema è che ogni dichiarazione d’indipendenza richiede una struttura di controllo.
E qui torna il paradosso. Una moneta digitale che nasce per semplificare ma che richiede centinaia di pagine di regolamenti. E soprattutto promette di essere soltanto un complemento del contante. Proprio come tutte le cose che, prima o poi, finiscono per prenderne il posto.
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Ansa
Bruxelles pressa gli Stati affinché accedano ai prestiti Safe, eppure i progetti militari condivisi non decollano. Dopo le tensioni sui droni e il flop del super caccia, le beghe franco-tedesche ora minacciano anche i tank.
L’Europa vuole che prendiamo i prestiti Safe, ma la difesa comune sta già facendo cilecca. Il riarmo di Ursula von der Leyen è un inferno lastricato di buone intenzioni, come dimostrano le zuffe tra Parigi e Berlino: dopo l’uscita definitiva dei tedeschi dal progetto Fcas per il caccia di sesta generazione, in polemica con il protagonismo del ramo transalpino di Airbus, adesso rischia di saltare anche il super tank, il Main ground combat system (Mgcs).
L’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha spiegato al quotidiano Welt am Sonntag che la Francia sta valutando un taglio drastico ai finanziamenti per il carro, la cui entrata in servizio era prevista per il 2040 e che doveva sostituire il Leopard 2 e il Leclerc. «Se hai a disposizione meno soldi», ha sospirato il manager, «non andrai più veloce. E noi siamo già molto lenti». Il Mgcs, finora, ha ricevuto solo 25 milioni. L’interoperabilità dei sistemi d’arma tra Paesi alleati? Può attendere.
Secondo quanto ha riferito venerdì l’Handelsblatt, le banderuole scioviniste dei francesi stanno compromettendo pure un altro programma: l’Eurodrone. Dassault, infatti, avrebbe chiesto un risarcimento ad Airbus perché potrà lavorare solo a una quota minoritaria del progetto, che coinvolge anche Germania, Spagna e Italia.
Se la passava meglio il concorrente italo-nipponico-britannico del Fcas, il Global combat air programme (Gcap). Il jet multiruolo stealth verrebbe costruito da Leonardo, dall’inglese Bae systems e dalla giapponese Mitsubishi. Restano sbarrate le porte ai tedeschi, i quali avevano manifestato interesse per la joint venture dopo il divorzio dai transalpini. Ma adesso sono le turbolenze politiche londinesi a tarpare le ali all’aereo del futuro: Keir Starmer ha perso il ministro della Difesa, John Healey, irritato per gli stanziamenti insufficienti al settore militare. La svolta laburista, pensata per tamponare l’emorragia di voti dirottando risorse sul welfare, potrebbe ripercuotersi sul sodalizio con Roma e Tokyo: i tempi di realizzazione del velivolo (2035) potrebbero dilatarsi.
In un contesto frammentato come quello del Vecchio continente, le liti non devono stupire. Il disimpegno americano, con la prospettiva di un allontanamento dell’egemone, ha innescato la competizione tra Stati di peso comparabile per intestarsi il primato militare, in una fase storica in cui l’hard power sta ridiventando un fattore di potenza cruciale. È l’ennesima dimostrazione che quello dell’orso russo è più un pretesto che un’emergenza: se veramente temessimo l’imminente invasione da parte delle truppe di Vladimir Putin, avremmo un autentico incentivo ad accantonare gli egoismi nazionali. Invece, ognuno va per sé: la Polonia si sta armando fino ai denti e potrebbe ereditare i rimasugli di supporto statunitense che Donald Trump, in cattivi rapporti con Berlino, sta sottraendo alla Germania; il debole governo di Friedrich Merz è riuscito a mettere da parte una cifra monstre - quasi 1.000 miliardi di euro - per rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte d’Europa; la Francia ha meno disponibilità di cassa, ma non può sopportare che il suo dominio bellico venga minacciato; e poi c’è il caso italiano.
Giorgia Meloni sa che il consenso dei cittadini per le politiche marziali caldeggiate da Bruxelles è scarso. I recenti attriti sulla negata sospensione del Patto di stabilità hanno spinto l’esecutivo a congelare l’adesione al fondo Safe, nonostante i malumori del ministro della Difesa, Guido Crosetto. Il quale, nel frattempo, studia un piano per reclutare 40.000 soldati entro il 2033.
Per accedere ai prestiti dell’Ue (denaro che andrà restituito), i progetti devono coinvolgere almeno due Stati membri, a meno che non si tratti di appalti a tempo limitato. Ma se le collaborazioni sono così fragili, per quale motivo dovremmo infilarci in un meccanismo che ci vincolerebbe a elargizioni poco liberali dall’Europa? Magari, a beneficio di Rheinmetall, o di altri concorrenti francesi? Ieri è toccato alla Grecia firmare l’accordo, per pagare un sistema antidroni. Noi non abbiamo difficoltà a raccogliere capitali sui mercati, a tassi favorevoli. Possiamo contare su colossi come Leonardo. Nulla ci impedisce di metterci in proprio e di sceglierci i partner che preferiamo, a prescindere dalla sorveglianza della Commissione. Se il mondo è diventato pericoloso e bisogna attrezzarsi per sopravvivere, non è a Ursula che ci conviene consegnare la nostra sicurezza. Voi comprereste un’auto usata da quella donna?
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A Perugia rimesso in libertà un gambiano accusato di tentato rapimento di una bimba.
Un richiedente asilo di 25 anni che lavorava come rider è stato arrestato a Milano dalla Polizia di Stato, coordinata dalla Procura della Repubblica, con l’accusa di violenza sessuale ai danni di tre giovani clienti.
L’indagine è nata dalle querele presentate dalle donne vittime di atti sessuali, subiti in occasione della consegna dei prodotti alimentari richiesti online tramite la piattaforma per cui l’uomo lavorava.
Dagli accertamenti è emerso che, l’8 febbraio scorso, il rider, utilizzando l’account di una terza persona, ha appoggiato la bicicletta e ha consegnato a una giovane donna due casse d’acqua all’ingresso dello stabile: a quel punto ha iniziato a palpeggiarle il seno e altre parti del corpo. In un primo momento la vittima è rimasta impietrita e incapace di reagire, poi è riuscita a divincolarsi, scappando nell’androne condominiale ed entrando in ascensore. Ma l’uomo non ha desistito e ha lasciato il condominio solo dopo qualche minuto in cui la ragazza è rimasta chiusa in ascensore.
Successivamente, il 13 febbraio, il rider ha effettuato una consegna all’interno di un palazzo e, con il pretesto di richiedere alla ragazza destinataria dell’ordine una recensione sul cellulare, si è avvicinato e le ha palpeggiato il seno con entrambe le mani. Anche il 16 marzo, sempre all’ingresso di un condominio, l’uomo, impugnando la busta contenente l’ordine, ha infilato la mano sinistra sotto al sacchetto e ha palpeggiato il seno della ragazza davanti a lui. Sono in corso accertamenti relativi ad almeno altri sette episodi, del tutto simili per modalità d’azione.
Le segnalazioni arrivate in merito al rider arrestato, oltre ad essere numerose, risalgono a episodi avvenuti almeno da maggio 2025, un periodo di tempo molto lungo. Per questo, le forze dell’ordine ritengono che i comportamenti penalmente rilevanti dell’uomo appaiano abituali e, pertanto, invitano eventuali altre vittime a farsi avanti e denuciare le molestie subite.
In Toscana, invece, sta per andare a processo un tentativo di stupro ai danni di una novantenne da parte di un tunisino di 59 anni, accoltellato da un familiare sessantaduenne della vittima.
L’incredibile episodio di violenza contro l’anziana è avvenuto a Montespertoli, tranquillo Comune di 13.000 abitanti immerso nelle campagne tra Firenze e Siena.
La vicenda risale alla prima metà dello scorso anno, quando, secondo quanto ricostruito dalle indagini, il tunisino, residente a Colle Val D’Elsa, in Provincia di Siena, aveva accesso all’abitazione della pensionata, dove lavorava come operaio, intento a effettuare alcuni lavori di ristrutturazione all’immobile nel quale viveva la donna. È in quel contesto che l’uomo, stando alla ricostruzione della Procura di Firenze, avrebbe abusato della novantenne. Secondo quanto riporta il quotidiano La Nazione, che cita alcuni virgolettati degli atti d’indagine, la violenza sarebbe consistita «nell’afferrarle la testa con entrambe le mani e nell’iniziare a baciarla sull’orecchio per poi spostarsi verso la bocca», nonché «nel palpeggiarle e stringerle al contempo il seno destro» e a costringerla a subire tali atti sessuali contro la propria volontà.
Venuto a conoscenza dello stupro, il nipote dell’anziana avrebbe affrontato l’operaio tunisino e, dopo aver gridato «cosa hai fatto alla nonna?», lo avrebbe colpito due volte al torace con un coltello lungo 18 centimetri, causandogli ferite guaribili in dieci giorni.
Naturalmente la rissa tra i due non è passata inosservata nella pacifica cittadina e ha portato all’intervento delle forze dell’ordine, dando il via a una doppia indagine da parte della Procura di Firenze, sia sull’accoltellamento che sullo stupro. Nei mesi scorsi il pubblico ministero titolare del fascicolo d’indagine ha chiesto il rinvio a giudizio per entrambi. Il nordafricano è accusato di violenza sessuale ai danni della novantenne, con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica e la privata difesa, nonché con abuso di relazioni domestiche e di prestazioni d’opera.
Al nipote della donna, invece, dalla Procura viene contestata l’accusa di lesioni personali aggravate dall’utilizzo del coltello, considerato un’arma bianca. I due si incontreranno di nuovo durante l’udienza preliminare, fissata per il prossimo 7 ottobre presso il tribunale di Firenze. E quasi certamente dovranno affrontare un processo a tratti kafkiano, che potrebbe portare alla condanna di entrambi.
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