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2020-04-28
La messa ricompatta il centrodestra. La Lombardia verso il «sì» al culto
Ansa
Apriranno progressivamente le toelettature per cani, negozi vari e poi anche bar e ristoranti, infine parrucchieri, ma per le messe con popolo si rimanda a data da destinarsi.
Una doccia fredda che deve essere piovuta addosso anche al ministro della famiglia Elena Bonetti che, mentre Conte stava ancora parlando, twittava: «In sicurezza si potrà visitare un museo ma non si può celebrare una funzione religiosa? Questa decisione è incomprensibile. Va cambiata». Eppure la ministra Pd con un passato negli scout fa parte del governo. Ma l'acqua gelata è piovuta pesante sulle teste dei vescovi, visto che qualche decina di minuti dopo la conferenza di Giuseppi hanno prontamente (uno sprint che sembra esprimere un tradimento) diramato un comunicato durissimo che parla di lesa libertà di culto e di «propria autonomia» nell'organizzare la vita cristiana.
Tanto tuonò che piovve, e Giuseppi, forse tremante per aver svelato che più che la Chiesa poté la task force di Vittorio Colao, ha subito risposto dicendo che «già nei prossimi giorni si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza».
La ferita però è aperta e brucia molto in casa Cei, visto che pochi giorni fa il presidente dei vescovi Gualtiero Bassetti aveva chiaramente detto che «è arrivato il tempo di riprendere la celebrazione dell'Eucarestia domenicale». E forse qualche rassicurazione sul buon fine della trattativa in corso era stata data alla cabina di regia dei vescovi. Ma la task force di Colao ha dato il suo niet e Giuseppi ha eseguito. La faccenda ora apre un canale di dialogo inaspettato della Chiesa verso quel centrodestra fino a ieri non considerato come interlocutore.
Prova è che la Lombardia, come indicato ieri in una nota della Regione, «è al lavoro con prefettura, comune e arcidiocesi di Milano per sostenere la possibilità di riaprire le chiese per le celebrazioni religiose in una cornice di massima sicurezza». E forse la stessa cosa potrà accadere anche in Veneto. Anche Silvio Berlusconi con una nota ha detto che gli «pare irragionevole e addirittura inutilmente persecutorio mantenere il divieto alle cerimonie religiose».
Ed «è un grave errore sottovalutare non soltanto l'importanza della libertà di culto, (…) ma anche la rilevanza del senso religioso di tante persone, che trovano nella partecipazione alla Messa e nell'accostarsi ai sacramenti il momento più importante e più denso di significato della propria vita».
Non a caso Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, all'«Huffpost» ieri richiamava il governo a non spegnere la vita spirituale della comunità cristiana e notava, dal suo punto di vista, che questo atteggiamento di chiusura è «un grave errore politico» proprio perché offre spazio di agibilità agli avversari del governo. E anche il Pd sembra correre ai ripari visto che ieri ha annunciato che giovedì presenterà in aula alla Camera un emendamento per la celebrazione delle Messe domenicali.
La doccia gelata di Giuseppi sui vescovi non produrrà solo un semplice raffreddore, ma qualcosa di più serio e che lascerà un segno, soprattutto perché c'è una base popolare molto sensibile. Un gruppo di associazioni, tra cui anche il Family day - difendiamo i nostri figli, ha sottoscritto un appello per la libertà di culto, appello firmato anche da alcune personalità politiche di area cattolica. La Conferenza episcopale toscana ha diramato una nota in cui fa presente che è pronta a rispettare tutte le richieste di sicurezza sanitaria, ma ferma nel ritenere che «le ragioni economiche, culturali e sociali, in base alle quali vengono o verranno presto riaperti fabbriche, negozi e musei, parchi, ville e giardini pubblici, non possono avere una prevalenza rispetto all'esercizio della libertà religiosa, che è tra i principi fondamentali della Costituzione e definita dal Concordato tra Stato e Chiesa». Anche i vescovi siciliani hanno diramato una nota congiunta in cui vogliono che si lavori al più presto per riprendere nella massima sicurezza le celebrazioni con il popolo.
«Viene da chiedersi», ha detto il vescovo di Livorno, monsignor Simone Giusti, «se non ci sia una tale ignoranza da parte di alcuni cosiddetti “esperti", da essersi lasciati guidare nel formulare queste norme solo dall'emozione riguardante il commiato del congiunto, come ha fatto tra l'altro intendere lo stesso presidente del Consiglio. Questi sono veri e propri soprusi e avvengono quando l'ignoranza religiosa è tale da non comprendere più cos'è la Chiesa e le sue 26.000 comunità parrocchiali».
«Il governo ha davvero esagerato»
Per oltre 25 anni presidente dei vescovi italiani, il cardinale Camillo Ruini è certamente una delle personalità più rilevanti della Chiesa italiana, capace anche di leggere in profondità il magma politico e sociale che si muove intorno all'altare. Di fronte al Dpcm del premier Giuseppe Conte che apre ai servizi di toelettatura per cani e progressivamente a musei, parchi e parrucchieri, ma rimanda a data da destinarsi le Messe con il popolo, dice la sua.
«Pur nella doverosa preoccupazione per la tutela della salute dei cittadini», dice Ruini alla Verità, «il governo ha ecceduto non tenendo abbastanza conto della libertà di culto e della reciproca autonomia tra Stato e Chiesa. Infatti, una volta assicurato il rispetto delle prescrizioni sanitarie, il governo non può decidere sulla vita interna della comunità cristiana». Una affermazione importante quella di Ruini che viene condivisa anche da monsignor Giovanni D'Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, il quale non comprende la logica di questa scelta del governo. «È difficile capire cosa abbia guidato il cosiddetto comitato tecnico», dice il vescovo alla Verità. «Sembra quasi che nella loro idea le chiese siano il luogo del contagio. Per cui: le Messe no, ma i parchi sì, i supermercati sì, i tabaccai sì e così via».
«C'è questa logica», continua, «per cui sembra che loro ritengano che le nostre chiese siano il luogo privilegiato per gli untori, cosa che secondo me non solo è sbagliata, ma è pericolosamente inficiante le relazioni e l'immagine della Chiesa. Che ci debba essere la massima prudenza siamo tutti d'accordo, ma non si può far passare l'idea che tutto gradualmente si può aprire, ma le Messe no».
Sia Ruini che D'Ercole sottoscrivono il comunicato diramato domenica sera dalla Conferenza episcopale. «La Cei ha fatto molto bene a protestare pubblicamente», dice il cardinale. «Non credo proprio che una sua precedente eccessiva condiscendenza abbia provocato questo intervento del governo: la Cei ha a cuore non meno del governo la salute dei cittadini, che può senz'altro essere tutelata senza interventi impropri delle autorità civili». Monsignor D'Ercole non sa giudicare se l'atteggiamento della Cei in precedenza sia stato troppo accondiscendente, anche «perché non faccio parte del gruppo di lavoro e quindi non so come siano andate le cose. Tuttavia dall'esterno mi è parso di intravvedere un rischio: se si concede una mano pretenderanno tutto il corpo e noi dovremo dipendere da loro. Se si scalfisce il principio per cui lo Stato deve fornire indicazioni di sicurezza sanitaria, ma la decisione ultima è della Chiesa, allora il rischio diventa concreto. Io nella mia diocesi non ho mai chiuso una chiesa, ho rispettato le norme, ma ora mi batterò perché si possa ricominciare quanto prima a celebrare le Messe con il popolo».
Monsignor D'Ercole ritiene «che non solo sia possibile, ma anche doveroso riprendere a celebrare le Messe con il popolo perché è un diritto fondamentale. Ci deve essere la possibilità di celebrare l'Eucaristia con tutte quelle precauzioni che permettono di ridurre i rischi. Comunque poi, diciamolo francamente, è molto probabile che nel cosiddetto comitato tecnico ci siano persone che non credono e assumono un atteggiamento esclusivamente razionalista».
Quindi, prosegue, «la fede è ridotta a optional, talmente inutile che certe volte se ne può fare tranquillamente a meno. Ma questa per noi cristiani è un'offesa; sappiamo di non essere più maggioranza e sappiamo, purtroppo, che non siamo più nemmeno troppo fervorosi, però questa situazione, che io reputo di accanimento, deve davvero chiamarci a riscoprire la fede. E poi a scoprire anche che esiste l'obiezione di coscienza: come leggiamo nella Bibbia sappiamo che bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. E ci sono stati martiri che si sono fatti ammazzare perché gli impedivano di celebrare la Messa. Non dimentichiamolo».
Il punto lo sintetizza da par suo il cardinale Ruini, quando gli domandiamo perché, come ha detto papa Francesco, è così importante per un cattolico andare a Messa. «Il motivo è semplice: la Messa è il culmine e la fonte della vita della Chiesa, come dice il Concilio Vaticano II. In altre parole, l'Eucarestia è, per i credenti, il pane della vita».
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Perfino Silvio Berlusconi «abbandona» Giuseppi e critica assieme a Cei e alleati il divieto di celebrare con i fedeli durante la Fase 2: «Inutilmente persecutorio». E la regione più colpita studia una soluzione per riaprire.L'ex presidente della Cei, Camillo Ruini, alla «Verità»: «Non può decidere della vita della Chiesa». D'Ercole, vescovo di Ascoli Piceno: «Pronti all'obiezione di coscienza».Lo speciale contiene due articoliApriranno progressivamente le toelettature per cani, negozi vari e poi anche bar e ristoranti, infine parrucchieri, ma per le messe con popolo si rimanda a data da destinarsi.Una doccia fredda che deve essere piovuta addosso anche al ministro della famiglia Elena Bonetti che, mentre Conte stava ancora parlando, twittava: «In sicurezza si potrà visitare un museo ma non si può celebrare una funzione religiosa? Questa decisione è incomprensibile. Va cambiata». Eppure la ministra Pd con un passato negli scout fa parte del governo. Ma l'acqua gelata è piovuta pesante sulle teste dei vescovi, visto che qualche decina di minuti dopo la conferenza di Giuseppi hanno prontamente (uno sprint che sembra esprimere un tradimento) diramato un comunicato durissimo che parla di lesa libertà di culto e di «propria autonomia» nell'organizzare la vita cristiana. Tanto tuonò che piovve, e Giuseppi, forse tremante per aver svelato che più che la Chiesa poté la task force di Vittorio Colao, ha subito risposto dicendo che «già nei prossimi giorni si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza». La ferita però è aperta e brucia molto in casa Cei, visto che pochi giorni fa il presidente dei vescovi Gualtiero Bassetti aveva chiaramente detto che «è arrivato il tempo di riprendere la celebrazione dell'Eucarestia domenicale». E forse qualche rassicurazione sul buon fine della trattativa in corso era stata data alla cabina di regia dei vescovi. Ma la task force di Colao ha dato il suo niet e Giuseppi ha eseguito. La faccenda ora apre un canale di dialogo inaspettato della Chiesa verso quel centrodestra fino a ieri non considerato come interlocutore. Prova è che la Lombardia, come indicato ieri in una nota della Regione, «è al lavoro con prefettura, comune e arcidiocesi di Milano per sostenere la possibilità di riaprire le chiese per le celebrazioni religiose in una cornice di massima sicurezza». E forse la stessa cosa potrà accadere anche in Veneto. Anche Silvio Berlusconi con una nota ha detto che gli «pare irragionevole e addirittura inutilmente persecutorio mantenere il divieto alle cerimonie religiose». Ed «è un grave errore sottovalutare non soltanto l'importanza della libertà di culto, (…) ma anche la rilevanza del senso religioso di tante persone, che trovano nella partecipazione alla Messa e nell'accostarsi ai sacramenti il momento più importante e più denso di significato della propria vita».Non a caso Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, all'«Huffpost» ieri richiamava il governo a non spegnere la vita spirituale della comunità cristiana e notava, dal suo punto di vista, che questo atteggiamento di chiusura è «un grave errore politico» proprio perché offre spazio di agibilità agli avversari del governo. E anche il Pd sembra correre ai ripari visto che ieri ha annunciato che giovedì presenterà in aula alla Camera un emendamento per la celebrazione delle Messe domenicali.La doccia gelata di Giuseppi sui vescovi non produrrà solo un semplice raffreddore, ma qualcosa di più serio e che lascerà un segno, soprattutto perché c'è una base popolare molto sensibile. Un gruppo di associazioni, tra cui anche il Family day - difendiamo i nostri figli, ha sottoscritto un appello per la libertà di culto, appello firmato anche da alcune personalità politiche di area cattolica. La Conferenza episcopale toscana ha diramato una nota in cui fa presente che è pronta a rispettare tutte le richieste di sicurezza sanitaria, ma ferma nel ritenere che «le ragioni economiche, culturali e sociali, in base alle quali vengono o verranno presto riaperti fabbriche, negozi e musei, parchi, ville e giardini pubblici, non possono avere una prevalenza rispetto all'esercizio della libertà religiosa, che è tra i principi fondamentali della Costituzione e definita dal Concordato tra Stato e Chiesa». Anche i vescovi siciliani hanno diramato una nota congiunta in cui vogliono che si lavori al più presto per riprendere nella massima sicurezza le celebrazioni con il popolo. «Viene da chiedersi», ha detto il vescovo di Livorno, monsignor Simone Giusti, «se non ci sia una tale ignoranza da parte di alcuni cosiddetti “esperti", da essersi lasciati guidare nel formulare queste norme solo dall'emozione riguardante il commiato del congiunto, come ha fatto tra l'altro intendere lo stesso presidente del Consiglio. Questi sono veri e propri soprusi e avvengono quando l'ignoranza religiosa è tale da non comprendere più cos'è la Chiesa e le sue 26.000 comunità parrocchiali».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-messa-ricompatta-il-centrodestra-la-lombardia-verso-il-si-al-culto-2645857054.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-governo-ha-davvero-esagerato" data-post-id="2645857054" data-published-at="1588011156" data-use-pagination="False"> «Il governo ha davvero esagerato» Per oltre 25 anni presidente dei vescovi italiani, il cardinale Camillo Ruini è certamente una delle personalità più rilevanti della Chiesa italiana, capace anche di leggere in profondità il magma politico e sociale che si muove intorno all'altare. Di fronte al Dpcm del premier Giuseppe Conte che apre ai servizi di toelettatura per cani e progressivamente a musei, parchi e parrucchieri, ma rimanda a data da destinarsi le Messe con il popolo, dice la sua. «Pur nella doverosa preoccupazione per la tutela della salute dei cittadini», dice Ruini alla Verità, «il governo ha ecceduto non tenendo abbastanza conto della libertà di culto e della reciproca autonomia tra Stato e Chiesa. Infatti, una volta assicurato il rispetto delle prescrizioni sanitarie, il governo non può decidere sulla vita interna della comunità cristiana». Una affermazione importante quella di Ruini che viene condivisa anche da monsignor Giovanni D'Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, il quale non comprende la logica di questa scelta del governo. «È difficile capire cosa abbia guidato il cosiddetto comitato tecnico», dice il vescovo alla Verità. «Sembra quasi che nella loro idea le chiese siano il luogo del contagio. Per cui: le Messe no, ma i parchi sì, i supermercati sì, i tabaccai sì e così via». «C'è questa logica», continua, «per cui sembra che loro ritengano che le nostre chiese siano il luogo privilegiato per gli untori, cosa che secondo me non solo è sbagliata, ma è pericolosamente inficiante le relazioni e l'immagine della Chiesa. Che ci debba essere la massima prudenza siamo tutti d'accordo, ma non si può far passare l'idea che tutto gradualmente si può aprire, ma le Messe no». Sia Ruini che D'Ercole sottoscrivono il comunicato diramato domenica sera dalla Conferenza episcopale. «La Cei ha fatto molto bene a protestare pubblicamente», dice il cardinale. «Non credo proprio che una sua precedente eccessiva condiscendenza abbia provocato questo intervento del governo: la Cei ha a cuore non meno del governo la salute dei cittadini, che può senz'altro essere tutelata senza interventi impropri delle autorità civili». Monsignor D'Ercole non sa giudicare se l'atteggiamento della Cei in precedenza sia stato troppo accondiscendente, anche «perché non faccio parte del gruppo di lavoro e quindi non so come siano andate le cose. Tuttavia dall'esterno mi è parso di intravvedere un rischio: se si concede una mano pretenderanno tutto il corpo e noi dovremo dipendere da loro. Se si scalfisce il principio per cui lo Stato deve fornire indicazioni di sicurezza sanitaria, ma la decisione ultima è della Chiesa, allora il rischio diventa concreto. Io nella mia diocesi non ho mai chiuso una chiesa, ho rispettato le norme, ma ora mi batterò perché si possa ricominciare quanto prima a celebrare le Messe con il popolo». Monsignor D'Ercole ritiene «che non solo sia possibile, ma anche doveroso riprendere a celebrare le Messe con il popolo perché è un diritto fondamentale. Ci deve essere la possibilità di celebrare l'Eucaristia con tutte quelle precauzioni che permettono di ridurre i rischi. Comunque poi, diciamolo francamente, è molto probabile che nel cosiddetto comitato tecnico ci siano persone che non credono e assumono un atteggiamento esclusivamente razionalista». Quindi, prosegue, «la fede è ridotta a optional, talmente inutile che certe volte se ne può fare tranquillamente a meno. Ma questa per noi cristiani è un'offesa; sappiamo di non essere più maggioranza e sappiamo, purtroppo, che non siamo più nemmeno troppo fervorosi, però questa situazione, che io reputo di accanimento, deve davvero chiamarci a riscoprire la fede. E poi a scoprire anche che esiste l'obiezione di coscienza: come leggiamo nella Bibbia sappiamo che bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. E ci sono stati martiri che si sono fatti ammazzare perché gli impedivano di celebrare la Messa. Non dimentichiamolo». Il punto lo sintetizza da par suo il cardinale Ruini, quando gli domandiamo perché, come ha detto papa Francesco, è così importante per un cattolico andare a Messa. «Il motivo è semplice: la Messa è il culmine e la fonte della vita della Chiesa, come dice il Concilio Vaticano II. In altre parole, l'Eucarestia è, per i credenti, il pane della vita».
Una vista generale mentre gli anelli olimpici si uniscono per uno spettacolo pirotecnico durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 allo stadio San Siro (Getty Images)
Davanti a 67.000 spettatori, la cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026 celebra l’arte, la musica e la creatività italiana. Dall’omaggio a Raffaella Carrà e Modugno ai cinque cerchi olimpici che brillano in cielo, uno spettacolo che unisce città e montagne sotto il filo conduttore dell’armonia.
San Siro si trasforma in un teatro a cielo aperto e Milano accende ufficialmente la fiamma delle Olimpiadi invernali 2026. Davanti a 67.000 spettatori, record assoluto per un’edizione invernale, la cerimonia di apertura sceglie il linguaggio del racconto e delle immagini per presentare al mondo i Giochi «diffusi» tra città e montagne, con un filo conduttore dichiarato: l’armonia. Il cuore scenico è un grande cerchio, omaggio alla storia urbana di Milano, da cui partono traiettorie ideali verso le altre sedi dei Giochi. Un modo per raccontare, senza parole, l’idea di un’Olimpiade che unisce luoghi diversi sotto un’unica narrazione.
Lo stadio è pieno fin dal tardo pomeriggio, colorato dalle bandiere di decine di Paesi e da un pubblico arrivato da ogni parte del mondo. L’attesa è scandita dal pre show tra musica e intrattenimento, poi il messaggio del segretario generale dell’Onu António Guterres richiama il valore universale dei Giochi come spazio di incontro e unità. Fuori, a distanza di sicurezza, si muove anche una protesta annunciata: un corteo di qualche centinaio di manifestanti attraversa il quartiere San Siro senza incidenti, mentre dentro lo stadio la scena è tutta per lo spettacolo.
Come anticipato nel pomeriggio dalla Verità, il prologo istituzionale è affidato a un filmato che sorprende il pubblico: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriva idealmente a San Siro a bordo di un tram, seduto tra cittadini comuni, orchestrali e atleti con gli sci. Il mezzo percorre una Milano notturna e simbolica, fino al capolinea dello stadio. Solo alla fine si scopre il conducente speciale: Valentino Rossi, in divisa da tranviere. Un ingresso sobrio e ironico, prima che il Capo dello Stato prenda posto in tribuna accanto alla presidente del Cio Kirsty Coventry.
Alle 20 in punto si alza il sipario. La cerimonia si apre con la danza: Claudio Coviello e Antonella Albano, ballerini della Scala, portano in scena Amore e Psiche, passione e razionalità che si cercano e si rincorrono sul prato di San Siro. È il primo tassello di una narrazione che intreccia arte, musica e identità italiana. A guidare idealmente il racconto è Matilda De Angelis, che entra con la bacchetta da direttrice d’orchestra mentre attorno a lei sfilano i volti dei grandi compositori della tradizione. Poco dopo, il prato si riempie di colori per l’omaggio alla creatività italiana e a una delle sue icone popolari: Raffaella Carrà, evocata tra figuranti e costumi sgargianti. La parte musicale alterna registri e generazioni. Mariah Carey, in abito chiaro, sceglie di omaggiare l’Italia cantando in italiano Nel blu dipinto di blu, trasformando San Siro in un grande coro. Subito dopo, lo stadio si tinge di tricolore per il tributo a Giorgio Armani, con Vittoria Ceretti che porta in scena la bandiera italiana, consegnata poi ai corazzieri. È Laura Pausini a dare voce all’inno nazionale, mentre il tricolore viene issato e lo stadio si ferma per qualche istante in un silenzio carico di attesa. C’è spazio anche per la parola, con Pierfrancesco Favino che presta la voce ai versi dell’Infinito di Leopardi, prima che la scena si apra ai simboli olimpici: i cinque cerchi si avvicinano nel cielo di San Siro e si accendono tra i fuochi d’artificio, suggellando visivamente l’inizio dei Giochi.
A quel punto tocca agli atleti. La sfilata delle delegazioni si apre, come da tradizione, con la Grecia e scorre tra gli applausi, in ordine alfabetico, fino ad arrivare all’Italia, attesa per ultima. Gli azzurri sono 146 in totale, distribuiti tra Milano, Cortina, Predazzo e Livigno, con Arianna Fontana e Federico Pellegrino a guidare il gruppo presente a San Siro.
La giornata olimpica era iniziata già molte ore prima, tra diplomazia e passerelle istituzionali: la visita del vicepresidente americano J.D. Vance in città, il ricevimento a Palazzo Reale con capi di Stato e di governo, la parata di ospiti illustri. Ma è qui, dentro lo stadio, che Milano e Cortina consegnano al mondo il loro biglietto da visita. I Giochi sono cominciati e l’Italia prova a presentarli così, con uno spettacolo che mescola arte, simboli e identità, affidando all’«armonia» il compito di tenere insieme sport, città e montagne.
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Se il disegno di legge verrà approvato, sarà la prima volta che lo Statuto dei lavoratori includerà una disposizione specifica sul congedo per l’eutanasia. Della serie, mi prendo un giorno per assistere una persona che vuol farla finita, la mattina mi metto a disposizione per la pratica ferale e il pomeriggio faccio shopping o vado al mare.
Il ministero del Lavoro, guidato da Yolanda Díaz, intende elaborare questa legge come un decreto legge reale, che entrerebbe in vigore immediatamente dopo l’approvazione del Consiglio dei ministri. L’accordo prevede anche 15 giorni di congedo per l’assistenza a coniugi, partner o familiari stretti in cure palliative, unico provvedimento sensato. La misura, presa d’intesa con i sindacati, è stata approvata senza l’accordo con le associazioni imprenditoriali, furibonde perché in questo modo, trattandosi di congedi retribuiti, si scarica sulle imprese il costo dei lavoratori assenti che dovrebbe essere sostenuto dal governo. Il Pp ha già annunciato che voterà contro la proposta. Nel frattempo, l’Autorità indipendente per la responsabilità fiscale (AIReF) ha rilevato una mancanza di controllo in Spagna sulla spesa per congedi per malattia, che è aumentata del 60% dal 2017 raggiungendo i 16,5 miliardi di euro nel 2024. L’astensione dal lavoro per motivi di salute è diventata la seconda voce più grande del sistema di sicurezza sociale, seconda solo alle pensioni ed è dovuto in gran parte all’aumento delle patologie legate alla salute mentale, cresciute vertiginosamente a partire dalla pandemia e che stanno diventando più durature. I disturbi mentali hanno la durata media più lunga, passando da 67 giorni nel 2017 a 98,5 giorni nel 2024. Clamorosamente, in Spagna il monitoraggio dei congedi per malattia da parte della Previdenza sociale per i lavoratori parte solo dopo i 365 giorni.
E se il premier Pedro Sánchez sottolinea la «occupazione di qualità» promossa in Spagna, sostenendo che «per la prima volta sta emergendo un’economia produttiva e sana», la Ceoe, Confederazione spagnola delle organizzazioni dei datori di lavoro segnala: «La Spagna continua a essere il Paese con il tasso di disoccupazione più alto nell’Ocse e conta oltre mezzo milione di persone in situazioni di disponibilità limitata o con richieste di lavoro specifiche, il che riflette fenomeni strutturali che restano irrisolti […] Le piccole imprese continuano a essere le più colpite dall’aumento dei costi del lavoro, dell’energia, delle tasse e dei finanziamenti, nonché da un quadro normativo instabile».
Non va meglio per Sánchez nemmeno quando attacca Musk. Al vertice mondiale dei governi a Dubai ha annunciato che vieterà l’accesso ai social media ai minori di 16 anni e adotterà altre misure per aumentare il controllo sulle piattaforme digitali, come quelle dell’imprenditore sudafricano.
Sul suo profilo X, Musk non perdeva tempo: «Sánchez lo scorretto è un tiranno e un traditore del popolo di Spagna». Ma al di là degli scontri sui social, ancora una volta il premier parla e promette ma non fa. Il Regolamento europeo sui servizi digitali, che avrebbe dovuto essere in vigore in Spagna da febbraio 2024, rimane bloccato al Congresso. Un ritardo di due anni. La Cnmc, Commissione nazionale per i mercati e la concorrenza non è ancora in grado di «monitorare il rispetto degli obblighi imposti ai fornitori di servizi mediatici statali che offrono notizie e contenuti di attualità». Ha le mani legate anche sul monitoraggio delle piattaforme digitali.
Brutte notizie anche dal Lussemburgo, dove i giudici non mettono fine alle rivendicazioni del movimento di indipendenza catalana. La Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) ha annullato il procedimento con cui il Tribunale dell’Unione europea il 5 luglio 2023 aveva revocato l’immunità al leader di Junts, Carles Puigdemont, e agli ex ministri del governo della Comunità autonoma di Catalogna, Toni Comín e Clara Ponsatí, tutti residenti a Waterloo (Belgio).
La motivazione della decisione è che il relatore nominato per le richieste di sospensione dell’immunità «potrebbe essere percepito come non imparziale». Si trattava di Angel Dzhambazki, europarlamentare bulgaro dei conservatori europei (Ecr), lo stesso gruppo di cui fa parte il partito spagnolo Vox, promotore delle azioni legali contro Puigdemont, Comín e Ponsatí in seguito al referendum illegale del 1° ottobre 2017. I tre erano stati poi eletti al Parlamento europeo nel 2019, e la Corte suprema spagnola aveva chiesto all’Europarlamento di revocare la loro immunità. Revoca votata a marzo 2021, ma ora quella decisione e la sentenza del 2023 sono state annullate.
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Jeffrey Epstein (Ansa)
Dalle carte, consultabili online sul sito del Doj, emerge che due ragazze straniere sarebbero morte per strangolamento dopo sesso estremo nel ranch del predatore sessuale in New Messico, per poi essere sepolte su suo ordine nei dintorni della tenuta. In una email, inviata il 21 novembre 2019 da una persona che afferma di aver lavorato per Epstein a un uomo di nome Eddy Aragon, ci sono diversi link che mostrerebbero il defunto pedofilo filmato durante performances sessuali con ragazze minorenni e la confessione di un tentato omicidio di una delle ragazze. Nel testo il mittente scrive che due ragazze sono state sepolte su ordine di Epstein e «Madam G», verosimilmente la complice del faccendiere, Ghislaine Maxwell, tuttora reclusa in un carcere di massima sicurezza in Texas, nella vasta proprietà in New Mexico già nota come parco giochi privato del faccendiere per abusi sessuali e traffico di minori.
«Edward, questa vicenda è delicata, quindi sarà la prima e ultima mail, a seconda della tua discrezione. Puoi scegliere se tenerla o buttarla via, ma questo materiale viene da una persona che è stata lì e ha visto tutto, come ex membro dello staff dello Zorro Ranch. Il materiale che ti allego è stato preso dalla casa di Jeffrey Epstein come mia assicurazione in caso di eventuali contenziosi tra me e lui. Non mi fare domande», chiosa in stampatello l’uomo. «Le cose più terribili su Jeffrey Epstein devono ancora essere scritte. Sapevi che da qualche parte nelle colline fuori dallo Zorro, due ragazze straniere sono state sepolte per ordine di Jeffrey e Madam G? Entrambe sono morte per strangolamento durante sesso violento e fetish», scrive l’uomo. L’email è stata inoltrata all’Fbi tre mesi dopo il decesso di Epstein, ufficialmente morto suicida mentre era detenuto al Metropolitan Correctional Center di New York City.
Il finanziere pedofilo intendeva lasciare il suo Zorro Ranch, acquistato nel 1993 dall’ex governatore democratico del New Mexico Bruce King, alla sua ragazza bielorussa Karyna Shuliak. La tenuta di 13 miglia quadrate in mezzo al deserto vicino a Santa Fe includeva una residenza di circa 2.500 metri quadri. Secondo quanto riferisce il Daily Mail, Epstein usava lo Zorro Ranch per i suoi appuntamenti segreti, dato che gli ospiti potevano andare e venire più discretamente rispetto a quanto potessero fare a Little St James, l’isola caraibica privata di Epstein al largo di St Thomas. Uno degli ospiti più importanti nel ranch degli orrori è, come noto, il principe Andrew d’Inghilterra, duca di York, insieme con sua moglie Sarah Ferguson.
Continuano nel frattempo le reazioni a catena dopo la pubblicazione dei file. Ed è ancora un quotidiano inglese, il Times, a riferire che la poltrona del primo ministro inglese Keir Starmer sarebbe in bilico dopo le rivelazioni sul caso dell’ex ambasciatore Peter Mandelson. Secondo quanto appreso, il premier ha deciso di confermare la sua nomina a rappresentante diplomatico del Regno Unito negli Stati Uniti, avvenuta ad aprile del 2025, nonostante i rapporti tra Mandelson ed Epstein fossero ampiamente noti a Downing Street. Un rapporto del Cabinet Office aveva infatti evidenziato, già prima della nomina, quale fosse la natura delle relazioni tra i due, facendo riferimento a un dossier confidenziale di JP Morgan che diceva che i due uomini avevano rapporti «particolarmente stretti». L’Ufficio del Gabinetto aveva presentato il dossier a Starmer, ma il primo ministro decise di credere «sulla parola» alle rassicurazioni di Mandelson. I funzionari coinvolti nel processo di controllo hanno detto di aver trovato l’approccio di Starmer «sconcertante». «Le informazioni ora disponibili rendono chiaro che le risposte che ha dato Mandelson erano bugie», si è difeso il premier britannico. «Mi ha descritto Epstein come qualcuno che conosceva a malapena. Tale inganno non è compatibile con il servizio pubblico», ha dichiarato il primo ministro inglese. La vicenda però ha aperto un dibattito sulla sua affidabilità: la decisione di credere alle smentite dell’ambasciatore anziché ai documentati dossier su di lui è una scelta che l’opposizione conservatrice e parte del Partito laburista ritengono incompatibile con il ruolo di capo del governo, ma il premier ha chiarito che non intende dimettersi. Il filone rischia comunque di mantenere alta la pressione politica su Downing Street ancora per molto.
Non poteva mancare il tormentone sulle spie venute dal freddo mandate da Vladimir Putin. Questa, perlomeno, è la versione del premier polacco Donald Tusk, secondo il quale il defunto faccendiere pedofilo statunitense avrebbe collaborato con il Cremlino per raccogliere materiale compromettente sulle élite occidentali, usando la trappola della seduzione, la cosiddetta «esca dolce». »La stampa globale ruota intorno al sospetto che questo scandalo di pedofilia senza precedenti sia stato co-organizzato dai servizi segreti russi», ha concluso Donald Tusk e così le autorità polacche hanno aperto un’inchiesta, proprio mentre dall’altra parte dell’emisfero, in America, sono usciti alcuni file che mostrano con chiarezza che Epstein stava lavorando per rovesciare il presidente russo. «Dovremo andare presto in Russia», scriveva infatti Boris Nicolic, consulente e socio di Bill Gates alla Bill and Melinda Gates Foundation, a Epstein, «per incontrare Ilja Ponomarev (imprenditore e ex deputato della Duma, ndr) e la sua ragazza Alyona, che sono i principali organizzatori della rivolta contro Putin. Ho paura per quanto può succedergli», continuava Nicolic, «qualche idea per aiutarlo? Non con Davos», suggerisce l’uomo di Bill Gates a Epstein. «È impossibile studiare i materiali relativi al caso Epstein senza provare nausea», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, paragonando la lettura dei documenti alla visione di film thriller e polizieschi. «Ma tutto ha un limite morale».
I magistrati turchi stanno intanto passando al setaccio decine di migliaia di documenti emersi dai file del finanziere pedofilo, con l’obiettivo di ricostruire un traffico di minori dalla Turchia. A rendere drammatico il quadro ci sono i dati diffusi dall’Istituto Nazionale di statistica turco Tuik), secondo cui tra il 2008 e il 2016 si sono perse le tracce di 104,531 minori. «Bisogna capire se sono stati contattati politici, funzionari o rappresentanti delle istituzioni. Bisogna risalire agli orfanotrofi e centri di accoglienza», ha dichiarato Dogan Bekin, parlamentare del partito conservatore Refah.
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«Salvador» (Netflix)
Otto episodi su Netflix per raccontare un padre e una figlia: lui ex medico, lei coinvolta in un gruppo neonazista. La serie spagnola evita la retorica e indaga fragilità, responsabilità e bisogno di appartenenza con uno sguardo sobrio.
Otto episodi, disponibili, in un'unica soluzione, su Netflix, a partire da venerdì 6 febbraio. Salvador non è lunga, né promette (per ora) di proseguire oltre questa prima stagione. Eppure, è capace, in uno spazio breve e curato, di raffigurare un quadro complesso: quello di una genitorialità in crisi, di figli incapaci di trovare un'identità rappresentativa, del disperato bisogno di appartenere a qualcosa, a qualcuno.
Salvador, serie tv di origine spagnola, muove dal caso particolare di un padre, un ex medico demansionato, costretto - nonostante gli studi e il curriculum - a guidare le ambulanze. Salvador Aguirre ha un passato complicato, fatto di dipendenze che, piano piano, gli hanno eroso la vita. Ha una figlia, Milena, e con lei un rapporto travagliato. Un rapporto che, come il passato di Salvador, non è, però, al vaglio della serie.
Lo show, come già Adolescence, non sembra andare a ritroso, ma guardare avanti, muovendosi tra strade già battute, già note.
Salvador è la storia di un padre che, in una notte di lavoro, senza nessuna avvisaglia precedente, scopre la figlia essere parte di un gruppo di disadattati, violenti e pericolosi. Decisi, soprattutto, a rivendicare l'esatto opposto di quel che lui, per una vita intera, ha cercato di insegnarle. Milena si è unita ad una frangia di estrema destra, razzista e omofoba, una frangia all'interno della quale si nascondono anche svariati Incel. Odiano gli stranieri, i gay e le donne. Sono neonazisti. Fuor di retorica, però, perché quello che la serie vuole fare è provare ad indagare le ragioni che possano preludere ad una tale scelta.
Salvador cerca di scavare oltre la superficie, andando a fondo delle insicurezze, dei bisogni degli adolescenti. Chiedendosi quali e quante responsabilità abbiano i genitori, quante e quali la società nella quale cresciamo. Il risultato non è perfetto, ma convincente. Gli otto episodi della serie televisiva spagnola sono scorrevoli e ben costruiti, pensati per poter essere visti senza pruriti e ritrosie. Non c'è politica, non c'è grande giudizio. Solo la ricostruzione, piuttosto fedele e dettagliata, di uno spaccato che dimora vicino a tutti noi.
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