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2020-04-28
La messa ricompatta il centrodestra. La Lombardia verso il «sì» al culto
Ansa
Apriranno progressivamente le toelettature per cani, negozi vari e poi anche bar e ristoranti, infine parrucchieri, ma per le messe con popolo si rimanda a data da destinarsi.
Una doccia fredda che deve essere piovuta addosso anche al ministro della famiglia Elena Bonetti che, mentre Conte stava ancora parlando, twittava: «In sicurezza si potrà visitare un museo ma non si può celebrare una funzione religiosa? Questa decisione è incomprensibile. Va cambiata». Eppure la ministra Pd con un passato negli scout fa parte del governo. Ma l'acqua gelata è piovuta pesante sulle teste dei vescovi, visto che qualche decina di minuti dopo la conferenza di Giuseppi hanno prontamente (uno sprint che sembra esprimere un tradimento) diramato un comunicato durissimo che parla di lesa libertà di culto e di «propria autonomia» nell'organizzare la vita cristiana.
Tanto tuonò che piovve, e Giuseppi, forse tremante per aver svelato che più che la Chiesa poté la task force di Vittorio Colao, ha subito risposto dicendo che «già nei prossimi giorni si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza».
La ferita però è aperta e brucia molto in casa Cei, visto che pochi giorni fa il presidente dei vescovi Gualtiero Bassetti aveva chiaramente detto che «è arrivato il tempo di riprendere la celebrazione dell'Eucarestia domenicale». E forse qualche rassicurazione sul buon fine della trattativa in corso era stata data alla cabina di regia dei vescovi. Ma la task force di Colao ha dato il suo niet e Giuseppi ha eseguito. La faccenda ora apre un canale di dialogo inaspettato della Chiesa verso quel centrodestra fino a ieri non considerato come interlocutore.
Prova è che la Lombardia, come indicato ieri in una nota della Regione, «è al lavoro con prefettura, comune e arcidiocesi di Milano per sostenere la possibilità di riaprire le chiese per le celebrazioni religiose in una cornice di massima sicurezza». E forse la stessa cosa potrà accadere anche in Veneto. Anche Silvio Berlusconi con una nota ha detto che gli «pare irragionevole e addirittura inutilmente persecutorio mantenere il divieto alle cerimonie religiose».
Ed «è un grave errore sottovalutare non soltanto l'importanza della libertà di culto, (…) ma anche la rilevanza del senso religioso di tante persone, che trovano nella partecipazione alla Messa e nell'accostarsi ai sacramenti il momento più importante e più denso di significato della propria vita».
Non a caso Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, all'«Huffpost» ieri richiamava il governo a non spegnere la vita spirituale della comunità cristiana e notava, dal suo punto di vista, che questo atteggiamento di chiusura è «un grave errore politico» proprio perché offre spazio di agibilità agli avversari del governo. E anche il Pd sembra correre ai ripari visto che ieri ha annunciato che giovedì presenterà in aula alla Camera un emendamento per la celebrazione delle Messe domenicali.
La doccia gelata di Giuseppi sui vescovi non produrrà solo un semplice raffreddore, ma qualcosa di più serio e che lascerà un segno, soprattutto perché c'è una base popolare molto sensibile. Un gruppo di associazioni, tra cui anche il Family day - difendiamo i nostri figli, ha sottoscritto un appello per la libertà di culto, appello firmato anche da alcune personalità politiche di area cattolica. La Conferenza episcopale toscana ha diramato una nota in cui fa presente che è pronta a rispettare tutte le richieste di sicurezza sanitaria, ma ferma nel ritenere che «le ragioni economiche, culturali e sociali, in base alle quali vengono o verranno presto riaperti fabbriche, negozi e musei, parchi, ville e giardini pubblici, non possono avere una prevalenza rispetto all'esercizio della libertà religiosa, che è tra i principi fondamentali della Costituzione e definita dal Concordato tra Stato e Chiesa». Anche i vescovi siciliani hanno diramato una nota congiunta in cui vogliono che si lavori al più presto per riprendere nella massima sicurezza le celebrazioni con il popolo.
«Viene da chiedersi», ha detto il vescovo di Livorno, monsignor Simone Giusti, «se non ci sia una tale ignoranza da parte di alcuni cosiddetti “esperti", da essersi lasciati guidare nel formulare queste norme solo dall'emozione riguardante il commiato del congiunto, come ha fatto tra l'altro intendere lo stesso presidente del Consiglio. Questi sono veri e propri soprusi e avvengono quando l'ignoranza religiosa è tale da non comprendere più cos'è la Chiesa e le sue 26.000 comunità parrocchiali».
«Il governo ha davvero esagerato»
Per oltre 25 anni presidente dei vescovi italiani, il cardinale Camillo Ruini è certamente una delle personalità più rilevanti della Chiesa italiana, capace anche di leggere in profondità il magma politico e sociale che si muove intorno all'altare. Di fronte al Dpcm del premier Giuseppe Conte che apre ai servizi di toelettatura per cani e progressivamente a musei, parchi e parrucchieri, ma rimanda a data da destinarsi le Messe con il popolo, dice la sua.
«Pur nella doverosa preoccupazione per la tutela della salute dei cittadini», dice Ruini alla Verità, «il governo ha ecceduto non tenendo abbastanza conto della libertà di culto e della reciproca autonomia tra Stato e Chiesa. Infatti, una volta assicurato il rispetto delle prescrizioni sanitarie, il governo non può decidere sulla vita interna della comunità cristiana». Una affermazione importante quella di Ruini che viene condivisa anche da monsignor Giovanni D'Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, il quale non comprende la logica di questa scelta del governo. «È difficile capire cosa abbia guidato il cosiddetto comitato tecnico», dice il vescovo alla Verità. «Sembra quasi che nella loro idea le chiese siano il luogo del contagio. Per cui: le Messe no, ma i parchi sì, i supermercati sì, i tabaccai sì e così via».
«C'è questa logica», continua, «per cui sembra che loro ritengano che le nostre chiese siano il luogo privilegiato per gli untori, cosa che secondo me non solo è sbagliata, ma è pericolosamente inficiante le relazioni e l'immagine della Chiesa. Che ci debba essere la massima prudenza siamo tutti d'accordo, ma non si può far passare l'idea che tutto gradualmente si può aprire, ma le Messe no».
Sia Ruini che D'Ercole sottoscrivono il comunicato diramato domenica sera dalla Conferenza episcopale. «La Cei ha fatto molto bene a protestare pubblicamente», dice il cardinale. «Non credo proprio che una sua precedente eccessiva condiscendenza abbia provocato questo intervento del governo: la Cei ha a cuore non meno del governo la salute dei cittadini, che può senz'altro essere tutelata senza interventi impropri delle autorità civili». Monsignor D'Ercole non sa giudicare se l'atteggiamento della Cei in precedenza sia stato troppo accondiscendente, anche «perché non faccio parte del gruppo di lavoro e quindi non so come siano andate le cose. Tuttavia dall'esterno mi è parso di intravvedere un rischio: se si concede una mano pretenderanno tutto il corpo e noi dovremo dipendere da loro. Se si scalfisce il principio per cui lo Stato deve fornire indicazioni di sicurezza sanitaria, ma la decisione ultima è della Chiesa, allora il rischio diventa concreto. Io nella mia diocesi non ho mai chiuso una chiesa, ho rispettato le norme, ma ora mi batterò perché si possa ricominciare quanto prima a celebrare le Messe con il popolo».
Monsignor D'Ercole ritiene «che non solo sia possibile, ma anche doveroso riprendere a celebrare le Messe con il popolo perché è un diritto fondamentale. Ci deve essere la possibilità di celebrare l'Eucaristia con tutte quelle precauzioni che permettono di ridurre i rischi. Comunque poi, diciamolo francamente, è molto probabile che nel cosiddetto comitato tecnico ci siano persone che non credono e assumono un atteggiamento esclusivamente razionalista».
Quindi, prosegue, «la fede è ridotta a optional, talmente inutile che certe volte se ne può fare tranquillamente a meno. Ma questa per noi cristiani è un'offesa; sappiamo di non essere più maggioranza e sappiamo, purtroppo, che non siamo più nemmeno troppo fervorosi, però questa situazione, che io reputo di accanimento, deve davvero chiamarci a riscoprire la fede. E poi a scoprire anche che esiste l'obiezione di coscienza: come leggiamo nella Bibbia sappiamo che bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. E ci sono stati martiri che si sono fatti ammazzare perché gli impedivano di celebrare la Messa. Non dimentichiamolo».
Il punto lo sintetizza da par suo il cardinale Ruini, quando gli domandiamo perché, come ha detto papa Francesco, è così importante per un cattolico andare a Messa. «Il motivo è semplice: la Messa è il culmine e la fonte della vita della Chiesa, come dice il Concilio Vaticano II. In altre parole, l'Eucarestia è, per i credenti, il pane della vita».
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Perfino Silvio Berlusconi «abbandona» Giuseppi e critica assieme a Cei e alleati il divieto di celebrare con i fedeli durante la Fase 2: «Inutilmente persecutorio». E la regione più colpita studia una soluzione per riaprire.L'ex presidente della Cei, Camillo Ruini, alla «Verità»: «Non può decidere della vita della Chiesa». D'Ercole, vescovo di Ascoli Piceno: «Pronti all'obiezione di coscienza».Lo speciale contiene due articoliApriranno progressivamente le toelettature per cani, negozi vari e poi anche bar e ristoranti, infine parrucchieri, ma per le messe con popolo si rimanda a data da destinarsi.Una doccia fredda che deve essere piovuta addosso anche al ministro della famiglia Elena Bonetti che, mentre Conte stava ancora parlando, twittava: «In sicurezza si potrà visitare un museo ma non si può celebrare una funzione religiosa? Questa decisione è incomprensibile. Va cambiata». Eppure la ministra Pd con un passato negli scout fa parte del governo. Ma l'acqua gelata è piovuta pesante sulle teste dei vescovi, visto che qualche decina di minuti dopo la conferenza di Giuseppi hanno prontamente (uno sprint che sembra esprimere un tradimento) diramato un comunicato durissimo che parla di lesa libertà di culto e di «propria autonomia» nell'organizzare la vita cristiana. Tanto tuonò che piovve, e Giuseppi, forse tremante per aver svelato che più che la Chiesa poté la task force di Vittorio Colao, ha subito risposto dicendo che «già nei prossimi giorni si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza». La ferita però è aperta e brucia molto in casa Cei, visto che pochi giorni fa il presidente dei vescovi Gualtiero Bassetti aveva chiaramente detto che «è arrivato il tempo di riprendere la celebrazione dell'Eucarestia domenicale». E forse qualche rassicurazione sul buon fine della trattativa in corso era stata data alla cabina di regia dei vescovi. Ma la task force di Colao ha dato il suo niet e Giuseppi ha eseguito. La faccenda ora apre un canale di dialogo inaspettato della Chiesa verso quel centrodestra fino a ieri non considerato come interlocutore. Prova è che la Lombardia, come indicato ieri in una nota della Regione, «è al lavoro con prefettura, comune e arcidiocesi di Milano per sostenere la possibilità di riaprire le chiese per le celebrazioni religiose in una cornice di massima sicurezza». E forse la stessa cosa potrà accadere anche in Veneto. Anche Silvio Berlusconi con una nota ha detto che gli «pare irragionevole e addirittura inutilmente persecutorio mantenere il divieto alle cerimonie religiose». Ed «è un grave errore sottovalutare non soltanto l'importanza della libertà di culto, (…) ma anche la rilevanza del senso religioso di tante persone, che trovano nella partecipazione alla Messa e nell'accostarsi ai sacramenti il momento più importante e più denso di significato della propria vita».Non a caso Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, all'«Huffpost» ieri richiamava il governo a non spegnere la vita spirituale della comunità cristiana e notava, dal suo punto di vista, che questo atteggiamento di chiusura è «un grave errore politico» proprio perché offre spazio di agibilità agli avversari del governo. E anche il Pd sembra correre ai ripari visto che ieri ha annunciato che giovedì presenterà in aula alla Camera un emendamento per la celebrazione delle Messe domenicali.La doccia gelata di Giuseppi sui vescovi non produrrà solo un semplice raffreddore, ma qualcosa di più serio e che lascerà un segno, soprattutto perché c'è una base popolare molto sensibile. Un gruppo di associazioni, tra cui anche il Family day - difendiamo i nostri figli, ha sottoscritto un appello per la libertà di culto, appello firmato anche da alcune personalità politiche di area cattolica. La Conferenza episcopale toscana ha diramato una nota in cui fa presente che è pronta a rispettare tutte le richieste di sicurezza sanitaria, ma ferma nel ritenere che «le ragioni economiche, culturali e sociali, in base alle quali vengono o verranno presto riaperti fabbriche, negozi e musei, parchi, ville e giardini pubblici, non possono avere una prevalenza rispetto all'esercizio della libertà religiosa, che è tra i principi fondamentali della Costituzione e definita dal Concordato tra Stato e Chiesa». Anche i vescovi siciliani hanno diramato una nota congiunta in cui vogliono che si lavori al più presto per riprendere nella massima sicurezza le celebrazioni con il popolo. «Viene da chiedersi», ha detto il vescovo di Livorno, monsignor Simone Giusti, «se non ci sia una tale ignoranza da parte di alcuni cosiddetti “esperti", da essersi lasciati guidare nel formulare queste norme solo dall'emozione riguardante il commiato del congiunto, come ha fatto tra l'altro intendere lo stesso presidente del Consiglio. Questi sono veri e propri soprusi e avvengono quando l'ignoranza religiosa è tale da non comprendere più cos'è la Chiesa e le sue 26.000 comunità parrocchiali».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-messa-ricompatta-il-centrodestra-la-lombardia-verso-il-si-al-culto-2645857054.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-governo-ha-davvero-esagerato" data-post-id="2645857054" data-published-at="1588011156" data-use-pagination="False"> «Il governo ha davvero esagerato» Per oltre 25 anni presidente dei vescovi italiani, il cardinale Camillo Ruini è certamente una delle personalità più rilevanti della Chiesa italiana, capace anche di leggere in profondità il magma politico e sociale che si muove intorno all'altare. Di fronte al Dpcm del premier Giuseppe Conte che apre ai servizi di toelettatura per cani e progressivamente a musei, parchi e parrucchieri, ma rimanda a data da destinarsi le Messe con il popolo, dice la sua. «Pur nella doverosa preoccupazione per la tutela della salute dei cittadini», dice Ruini alla Verità, «il governo ha ecceduto non tenendo abbastanza conto della libertà di culto e della reciproca autonomia tra Stato e Chiesa. Infatti, una volta assicurato il rispetto delle prescrizioni sanitarie, il governo non può decidere sulla vita interna della comunità cristiana». Una affermazione importante quella di Ruini che viene condivisa anche da monsignor Giovanni D'Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, il quale non comprende la logica di questa scelta del governo. «È difficile capire cosa abbia guidato il cosiddetto comitato tecnico», dice il vescovo alla Verità. «Sembra quasi che nella loro idea le chiese siano il luogo del contagio. Per cui: le Messe no, ma i parchi sì, i supermercati sì, i tabaccai sì e così via». «C'è questa logica», continua, «per cui sembra che loro ritengano che le nostre chiese siano il luogo privilegiato per gli untori, cosa che secondo me non solo è sbagliata, ma è pericolosamente inficiante le relazioni e l'immagine della Chiesa. Che ci debba essere la massima prudenza siamo tutti d'accordo, ma non si può far passare l'idea che tutto gradualmente si può aprire, ma le Messe no». Sia Ruini che D'Ercole sottoscrivono il comunicato diramato domenica sera dalla Conferenza episcopale. «La Cei ha fatto molto bene a protestare pubblicamente», dice il cardinale. «Non credo proprio che una sua precedente eccessiva condiscendenza abbia provocato questo intervento del governo: la Cei ha a cuore non meno del governo la salute dei cittadini, che può senz'altro essere tutelata senza interventi impropri delle autorità civili». Monsignor D'Ercole non sa giudicare se l'atteggiamento della Cei in precedenza sia stato troppo accondiscendente, anche «perché non faccio parte del gruppo di lavoro e quindi non so come siano andate le cose. Tuttavia dall'esterno mi è parso di intravvedere un rischio: se si concede una mano pretenderanno tutto il corpo e noi dovremo dipendere da loro. Se si scalfisce il principio per cui lo Stato deve fornire indicazioni di sicurezza sanitaria, ma la decisione ultima è della Chiesa, allora il rischio diventa concreto. Io nella mia diocesi non ho mai chiuso una chiesa, ho rispettato le norme, ma ora mi batterò perché si possa ricominciare quanto prima a celebrare le Messe con il popolo». Monsignor D'Ercole ritiene «che non solo sia possibile, ma anche doveroso riprendere a celebrare le Messe con il popolo perché è un diritto fondamentale. Ci deve essere la possibilità di celebrare l'Eucaristia con tutte quelle precauzioni che permettono di ridurre i rischi. Comunque poi, diciamolo francamente, è molto probabile che nel cosiddetto comitato tecnico ci siano persone che non credono e assumono un atteggiamento esclusivamente razionalista». Quindi, prosegue, «la fede è ridotta a optional, talmente inutile che certe volte se ne può fare tranquillamente a meno. Ma questa per noi cristiani è un'offesa; sappiamo di non essere più maggioranza e sappiamo, purtroppo, che non siamo più nemmeno troppo fervorosi, però questa situazione, che io reputo di accanimento, deve davvero chiamarci a riscoprire la fede. E poi a scoprire anche che esiste l'obiezione di coscienza: come leggiamo nella Bibbia sappiamo che bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. E ci sono stati martiri che si sono fatti ammazzare perché gli impedivano di celebrare la Messa. Non dimentichiamolo». Il punto lo sintetizza da par suo il cardinale Ruini, quando gli domandiamo perché, come ha detto papa Francesco, è così importante per un cattolico andare a Messa. «Il motivo è semplice: la Messa è il culmine e la fonte della vita della Chiesa, come dice il Concilio Vaticano II. In altre parole, l'Eucarestia è, per i credenti, il pane della vita».
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
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Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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