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2020-04-28
La messa ricompatta il centrodestra. La Lombardia verso il «sì» al culto
Ansa
Apriranno progressivamente le toelettature per cani, negozi vari e poi anche bar e ristoranti, infine parrucchieri, ma per le messe con popolo si rimanda a data da destinarsi.
Una doccia fredda che deve essere piovuta addosso anche al ministro della famiglia Elena Bonetti che, mentre Conte stava ancora parlando, twittava: «In sicurezza si potrà visitare un museo ma non si può celebrare una funzione religiosa? Questa decisione è incomprensibile. Va cambiata». Eppure la ministra Pd con un passato negli scout fa parte del governo. Ma l'acqua gelata è piovuta pesante sulle teste dei vescovi, visto che qualche decina di minuti dopo la conferenza di Giuseppi hanno prontamente (uno sprint che sembra esprimere un tradimento) diramato un comunicato durissimo che parla di lesa libertà di culto e di «propria autonomia» nell'organizzare la vita cristiana.
Tanto tuonò che piovve, e Giuseppi, forse tremante per aver svelato che più che la Chiesa poté la task force di Vittorio Colao, ha subito risposto dicendo che «già nei prossimi giorni si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza».
La ferita però è aperta e brucia molto in casa Cei, visto che pochi giorni fa il presidente dei vescovi Gualtiero Bassetti aveva chiaramente detto che «è arrivato il tempo di riprendere la celebrazione dell'Eucarestia domenicale». E forse qualche rassicurazione sul buon fine della trattativa in corso era stata data alla cabina di regia dei vescovi. Ma la task force di Colao ha dato il suo niet e Giuseppi ha eseguito. La faccenda ora apre un canale di dialogo inaspettato della Chiesa verso quel centrodestra fino a ieri non considerato come interlocutore.
Prova è che la Lombardia, come indicato ieri in una nota della Regione, «è al lavoro con prefettura, comune e arcidiocesi di Milano per sostenere la possibilità di riaprire le chiese per le celebrazioni religiose in una cornice di massima sicurezza». E forse la stessa cosa potrà accadere anche in Veneto. Anche Silvio Berlusconi con una nota ha detto che gli «pare irragionevole e addirittura inutilmente persecutorio mantenere il divieto alle cerimonie religiose».
Ed «è un grave errore sottovalutare non soltanto l'importanza della libertà di culto, (…) ma anche la rilevanza del senso religioso di tante persone, che trovano nella partecipazione alla Messa e nell'accostarsi ai sacramenti il momento più importante e più denso di significato della propria vita».
Non a caso Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, all'«Huffpost» ieri richiamava il governo a non spegnere la vita spirituale della comunità cristiana e notava, dal suo punto di vista, che questo atteggiamento di chiusura è «un grave errore politico» proprio perché offre spazio di agibilità agli avversari del governo. E anche il Pd sembra correre ai ripari visto che ieri ha annunciato che giovedì presenterà in aula alla Camera un emendamento per la celebrazione delle Messe domenicali.
La doccia gelata di Giuseppi sui vescovi non produrrà solo un semplice raffreddore, ma qualcosa di più serio e che lascerà un segno, soprattutto perché c'è una base popolare molto sensibile. Un gruppo di associazioni, tra cui anche il Family day - difendiamo i nostri figli, ha sottoscritto un appello per la libertà di culto, appello firmato anche da alcune personalità politiche di area cattolica. La Conferenza episcopale toscana ha diramato una nota in cui fa presente che è pronta a rispettare tutte le richieste di sicurezza sanitaria, ma ferma nel ritenere che «le ragioni economiche, culturali e sociali, in base alle quali vengono o verranno presto riaperti fabbriche, negozi e musei, parchi, ville e giardini pubblici, non possono avere una prevalenza rispetto all'esercizio della libertà religiosa, che è tra i principi fondamentali della Costituzione e definita dal Concordato tra Stato e Chiesa». Anche i vescovi siciliani hanno diramato una nota congiunta in cui vogliono che si lavori al più presto per riprendere nella massima sicurezza le celebrazioni con il popolo.
«Viene da chiedersi», ha detto il vescovo di Livorno, monsignor Simone Giusti, «se non ci sia una tale ignoranza da parte di alcuni cosiddetti “esperti", da essersi lasciati guidare nel formulare queste norme solo dall'emozione riguardante il commiato del congiunto, come ha fatto tra l'altro intendere lo stesso presidente del Consiglio. Questi sono veri e propri soprusi e avvengono quando l'ignoranza religiosa è tale da non comprendere più cos'è la Chiesa e le sue 26.000 comunità parrocchiali».
«Il governo ha davvero esagerato»
Per oltre 25 anni presidente dei vescovi italiani, il cardinale Camillo Ruini è certamente una delle personalità più rilevanti della Chiesa italiana, capace anche di leggere in profondità il magma politico e sociale che si muove intorno all'altare. Di fronte al Dpcm del premier Giuseppe Conte che apre ai servizi di toelettatura per cani e progressivamente a musei, parchi e parrucchieri, ma rimanda a data da destinarsi le Messe con il popolo, dice la sua.
«Pur nella doverosa preoccupazione per la tutela della salute dei cittadini», dice Ruini alla Verità, «il governo ha ecceduto non tenendo abbastanza conto della libertà di culto e della reciproca autonomia tra Stato e Chiesa. Infatti, una volta assicurato il rispetto delle prescrizioni sanitarie, il governo non può decidere sulla vita interna della comunità cristiana». Una affermazione importante quella di Ruini che viene condivisa anche da monsignor Giovanni D'Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, il quale non comprende la logica di questa scelta del governo. «È difficile capire cosa abbia guidato il cosiddetto comitato tecnico», dice il vescovo alla Verità. «Sembra quasi che nella loro idea le chiese siano il luogo del contagio. Per cui: le Messe no, ma i parchi sì, i supermercati sì, i tabaccai sì e così via».
«C'è questa logica», continua, «per cui sembra che loro ritengano che le nostre chiese siano il luogo privilegiato per gli untori, cosa che secondo me non solo è sbagliata, ma è pericolosamente inficiante le relazioni e l'immagine della Chiesa. Che ci debba essere la massima prudenza siamo tutti d'accordo, ma non si può far passare l'idea che tutto gradualmente si può aprire, ma le Messe no».
Sia Ruini che D'Ercole sottoscrivono il comunicato diramato domenica sera dalla Conferenza episcopale. «La Cei ha fatto molto bene a protestare pubblicamente», dice il cardinale. «Non credo proprio che una sua precedente eccessiva condiscendenza abbia provocato questo intervento del governo: la Cei ha a cuore non meno del governo la salute dei cittadini, che può senz'altro essere tutelata senza interventi impropri delle autorità civili». Monsignor D'Ercole non sa giudicare se l'atteggiamento della Cei in precedenza sia stato troppo accondiscendente, anche «perché non faccio parte del gruppo di lavoro e quindi non so come siano andate le cose. Tuttavia dall'esterno mi è parso di intravvedere un rischio: se si concede una mano pretenderanno tutto il corpo e noi dovremo dipendere da loro. Se si scalfisce il principio per cui lo Stato deve fornire indicazioni di sicurezza sanitaria, ma la decisione ultima è della Chiesa, allora il rischio diventa concreto. Io nella mia diocesi non ho mai chiuso una chiesa, ho rispettato le norme, ma ora mi batterò perché si possa ricominciare quanto prima a celebrare le Messe con il popolo».
Monsignor D'Ercole ritiene «che non solo sia possibile, ma anche doveroso riprendere a celebrare le Messe con il popolo perché è un diritto fondamentale. Ci deve essere la possibilità di celebrare l'Eucaristia con tutte quelle precauzioni che permettono di ridurre i rischi. Comunque poi, diciamolo francamente, è molto probabile che nel cosiddetto comitato tecnico ci siano persone che non credono e assumono un atteggiamento esclusivamente razionalista».
Quindi, prosegue, «la fede è ridotta a optional, talmente inutile che certe volte se ne può fare tranquillamente a meno. Ma questa per noi cristiani è un'offesa; sappiamo di non essere più maggioranza e sappiamo, purtroppo, che non siamo più nemmeno troppo fervorosi, però questa situazione, che io reputo di accanimento, deve davvero chiamarci a riscoprire la fede. E poi a scoprire anche che esiste l'obiezione di coscienza: come leggiamo nella Bibbia sappiamo che bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. E ci sono stati martiri che si sono fatti ammazzare perché gli impedivano di celebrare la Messa. Non dimentichiamolo».
Il punto lo sintetizza da par suo il cardinale Ruini, quando gli domandiamo perché, come ha detto papa Francesco, è così importante per un cattolico andare a Messa. «Il motivo è semplice: la Messa è il culmine e la fonte della vita della Chiesa, come dice il Concilio Vaticano II. In altre parole, l'Eucarestia è, per i credenti, il pane della vita».
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Perfino Silvio Berlusconi «abbandona» Giuseppi e critica assieme a Cei e alleati il divieto di celebrare con i fedeli durante la Fase 2: «Inutilmente persecutorio». E la regione più colpita studia una soluzione per riaprire.L'ex presidente della Cei, Camillo Ruini, alla «Verità»: «Non può decidere della vita della Chiesa». D'Ercole, vescovo di Ascoli Piceno: «Pronti all'obiezione di coscienza».Lo speciale contiene due articoliApriranno progressivamente le toelettature per cani, negozi vari e poi anche bar e ristoranti, infine parrucchieri, ma per le messe con popolo si rimanda a data da destinarsi.Una doccia fredda che deve essere piovuta addosso anche al ministro della famiglia Elena Bonetti che, mentre Conte stava ancora parlando, twittava: «In sicurezza si potrà visitare un museo ma non si può celebrare una funzione religiosa? Questa decisione è incomprensibile. Va cambiata». Eppure la ministra Pd con un passato negli scout fa parte del governo. Ma l'acqua gelata è piovuta pesante sulle teste dei vescovi, visto che qualche decina di minuti dopo la conferenza di Giuseppi hanno prontamente (uno sprint che sembra esprimere un tradimento) diramato un comunicato durissimo che parla di lesa libertà di culto e di «propria autonomia» nell'organizzare la vita cristiana. Tanto tuonò che piovve, e Giuseppi, forse tremante per aver svelato che più che la Chiesa poté la task force di Vittorio Colao, ha subito risposto dicendo che «già nei prossimi giorni si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza». La ferita però è aperta e brucia molto in casa Cei, visto che pochi giorni fa il presidente dei vescovi Gualtiero Bassetti aveva chiaramente detto che «è arrivato il tempo di riprendere la celebrazione dell'Eucarestia domenicale». E forse qualche rassicurazione sul buon fine della trattativa in corso era stata data alla cabina di regia dei vescovi. Ma la task force di Colao ha dato il suo niet e Giuseppi ha eseguito. La faccenda ora apre un canale di dialogo inaspettato della Chiesa verso quel centrodestra fino a ieri non considerato come interlocutore. Prova è che la Lombardia, come indicato ieri in una nota della Regione, «è al lavoro con prefettura, comune e arcidiocesi di Milano per sostenere la possibilità di riaprire le chiese per le celebrazioni religiose in una cornice di massima sicurezza». E forse la stessa cosa potrà accadere anche in Veneto. Anche Silvio Berlusconi con una nota ha detto che gli «pare irragionevole e addirittura inutilmente persecutorio mantenere il divieto alle cerimonie religiose». Ed «è un grave errore sottovalutare non soltanto l'importanza della libertà di culto, (…) ma anche la rilevanza del senso religioso di tante persone, che trovano nella partecipazione alla Messa e nell'accostarsi ai sacramenti il momento più importante e più denso di significato della propria vita».Non a caso Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, all'«Huffpost» ieri richiamava il governo a non spegnere la vita spirituale della comunità cristiana e notava, dal suo punto di vista, che questo atteggiamento di chiusura è «un grave errore politico» proprio perché offre spazio di agibilità agli avversari del governo. E anche il Pd sembra correre ai ripari visto che ieri ha annunciato che giovedì presenterà in aula alla Camera un emendamento per la celebrazione delle Messe domenicali.La doccia gelata di Giuseppi sui vescovi non produrrà solo un semplice raffreddore, ma qualcosa di più serio e che lascerà un segno, soprattutto perché c'è una base popolare molto sensibile. Un gruppo di associazioni, tra cui anche il Family day - difendiamo i nostri figli, ha sottoscritto un appello per la libertà di culto, appello firmato anche da alcune personalità politiche di area cattolica. La Conferenza episcopale toscana ha diramato una nota in cui fa presente che è pronta a rispettare tutte le richieste di sicurezza sanitaria, ma ferma nel ritenere che «le ragioni economiche, culturali e sociali, in base alle quali vengono o verranno presto riaperti fabbriche, negozi e musei, parchi, ville e giardini pubblici, non possono avere una prevalenza rispetto all'esercizio della libertà religiosa, che è tra i principi fondamentali della Costituzione e definita dal Concordato tra Stato e Chiesa». Anche i vescovi siciliani hanno diramato una nota congiunta in cui vogliono che si lavori al più presto per riprendere nella massima sicurezza le celebrazioni con il popolo. «Viene da chiedersi», ha detto il vescovo di Livorno, monsignor Simone Giusti, «se non ci sia una tale ignoranza da parte di alcuni cosiddetti “esperti", da essersi lasciati guidare nel formulare queste norme solo dall'emozione riguardante il commiato del congiunto, come ha fatto tra l'altro intendere lo stesso presidente del Consiglio. 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Di fronte al Dpcm del premier Giuseppe Conte che apre ai servizi di toelettatura per cani e progressivamente a musei, parchi e parrucchieri, ma rimanda a data da destinarsi le Messe con il popolo, dice la sua. «Pur nella doverosa preoccupazione per la tutela della salute dei cittadini», dice Ruini alla Verità, «il governo ha ecceduto non tenendo abbastanza conto della libertà di culto e della reciproca autonomia tra Stato e Chiesa. Infatti, una volta assicurato il rispetto delle prescrizioni sanitarie, il governo non può decidere sulla vita interna della comunità cristiana». Una affermazione importante quella di Ruini che viene condivisa anche da monsignor Giovanni D'Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, il quale non comprende la logica di questa scelta del governo. «È difficile capire cosa abbia guidato il cosiddetto comitato tecnico», dice il vescovo alla Verità. «Sembra quasi che nella loro idea le chiese siano il luogo del contagio. Per cui: le Messe no, ma i parchi sì, i supermercati sì, i tabaccai sì e così via». «C'è questa logica», continua, «per cui sembra che loro ritengano che le nostre chiese siano il luogo privilegiato per gli untori, cosa che secondo me non solo è sbagliata, ma è pericolosamente inficiante le relazioni e l'immagine della Chiesa. Che ci debba essere la massima prudenza siamo tutti d'accordo, ma non si può far passare l'idea che tutto gradualmente si può aprire, ma le Messe no». Sia Ruini che D'Ercole sottoscrivono il comunicato diramato domenica sera dalla Conferenza episcopale. «La Cei ha fatto molto bene a protestare pubblicamente», dice il cardinale. «Non credo proprio che una sua precedente eccessiva condiscendenza abbia provocato questo intervento del governo: la Cei ha a cuore non meno del governo la salute dei cittadini, che può senz'altro essere tutelata senza interventi impropri delle autorità civili». Monsignor D'Ercole non sa giudicare se l'atteggiamento della Cei in precedenza sia stato troppo accondiscendente, anche «perché non faccio parte del gruppo di lavoro e quindi non so come siano andate le cose. Tuttavia dall'esterno mi è parso di intravvedere un rischio: se si concede una mano pretenderanno tutto il corpo e noi dovremo dipendere da loro. Se si scalfisce il principio per cui lo Stato deve fornire indicazioni di sicurezza sanitaria, ma la decisione ultima è della Chiesa, allora il rischio diventa concreto. Io nella mia diocesi non ho mai chiuso una chiesa, ho rispettato le norme, ma ora mi batterò perché si possa ricominciare quanto prima a celebrare le Messe con il popolo». Monsignor D'Ercole ritiene «che non solo sia possibile, ma anche doveroso riprendere a celebrare le Messe con il popolo perché è un diritto fondamentale. Ci deve essere la possibilità di celebrare l'Eucaristia con tutte quelle precauzioni che permettono di ridurre i rischi. Comunque poi, diciamolo francamente, è molto probabile che nel cosiddetto comitato tecnico ci siano persone che non credono e assumono un atteggiamento esclusivamente razionalista». Quindi, prosegue, «la fede è ridotta a optional, talmente inutile che certe volte se ne può fare tranquillamente a meno. Ma questa per noi cristiani è un'offesa; sappiamo di non essere più maggioranza e sappiamo, purtroppo, che non siamo più nemmeno troppo fervorosi, però questa situazione, che io reputo di accanimento, deve davvero chiamarci a riscoprire la fede. E poi a scoprire anche che esiste l'obiezione di coscienza: come leggiamo nella Bibbia sappiamo che bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. E ci sono stati martiri che si sono fatti ammazzare perché gli impedivano di celebrare la Messa. Non dimentichiamolo». Il punto lo sintetizza da par suo il cardinale Ruini, quando gli domandiamo perché, come ha detto papa Francesco, è così importante per un cattolico andare a Messa. «Il motivo è semplice: la Messa è il culmine e la fonte della vita della Chiesa, come dice il Concilio Vaticano II. In altre parole, l'Eucarestia è, per i credenti, il pane della vita».
Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Non soltanto dichiara che «ci sono servi sciocchi talmente sciocchi che poi anche i padroni li prendono in giro», ma addirittura accusa la premier di essere stata prona a Trump per quattro anni, anche se il presidente americano si è insediato a gennaio del 2025.
Giuseppe Conte, appena più misurato del suo capogruppo, a Meloni rimprovera di essere stata ambigua e dunque, ora che i nodi vengono al pettine, di pagare la mancanza di linearità. Gongola invece Matteo Renzi, che su X riporta le parole di Trump, per concludere che se questo è ciò che dice un suo alleato, figuratevi che cosa sostengono gli altri.
Insomma, avete capito che a sinistra fanno festa, nella speranza che in un futuro prossimo questo serva a fare la festa al capo del governo. Dopo aver chiesto per mesi, anzi per un anno (non per quattro come dice Ricciardi) di dichiarare guerra a Trump, adesso gli stessi sprizzano gioia perché Trump dichiara guerra a Meloni, mostrando in qualche caso perfino sorpresa. Volevano che si dissociasse e quando lo ha fatto, ecco la prevedibile reazione. Che c’è da stupirsi? Per mesi abbiamo assistito agli attacchi del presidente americano contro chiunque intralciasse la sua strada. Che fosse per una critica sui dazi o per una obiezione sulle strategie per il Medioriente e l’Ucraina, l’inquilino della Casa Bianca ha sempre reagito allo stesso modo, ovvero con una valanga di insulti. Dunque, invece di riconoscere che per un anno Meloni è stata abile a non portarci in guerra contro il capo della più importante potenza mondiale, sfruttando i fragili equilibri fra Stati Uniti e Europa anche sui temi economici, l’opposizione va all’attacco, non riuscendo a celare l’entusiasmo per un’aggressione che è contro l’Italia e gli interessi nazionali. Trump attacca la premier perché non asseconda la sua guerra contro l’Iran e la sinistra, che dice di voler fermare la guerra, ma anche che Trump è un dittatore pazzo, gode.
È il cortocircuito di partiti e leader che hanno perso i punti cardinali e navigano alla cieca, senza sapere nulla della direzione intrapresa. Nel tentativo di dare la spallata a Meloni sono pronti a usare perfino l’uomo che fino a ieri definivano uno squilibrato al comando. Ma al di là di queste miserie umane e politiche, delle contraddizioni, e tralasciando la pochezza di chi oggi si diverte a vedere insultato il capo del governo dell’Italia, resta un tema di fondo. Dichiarare guerra agli Stati Uniti non si può. E non si può neppure sposare tutte le fesserie di un’Europa che si è dimostrata inesistente anche nell’ora più buia della guerra nel Golfo. Dunque a Giorgia Meloni tocca un compito non facile e cioè trovare, dopo l’attacco di Trump, una terza via, per riuscire a mantenere relazioni con gli Stati Uniti ma senza esserne vittima, come si rende necessario individuare un rapporto con Bruxelles senza subirne le follie. Ci vorrà pazienza e serviranno capacità per non essere schiacciati né sull’America né sull’Europa. La sfida dunque è tutta italiana ed è quella che a sinistra non soltanto non sanno cogliere, ma neppure immaginano. Il loro velleitarismo infatti si esaurisce nel tentare di essere la brutta copia di Pedro Sánchez. Un parolaio rosso simile, ma più furbo, a compagni che a forza di allargare il campo hanno perso la via d’uscita.
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