True
2020-04-28
La messa ricompatta il centrodestra. La Lombardia verso il «sì» al culto
Ansa
Apriranno progressivamente le toelettature per cani, negozi vari e poi anche bar e ristoranti, infine parrucchieri, ma per le messe con popolo si rimanda a data da destinarsi.
Una doccia fredda che deve essere piovuta addosso anche al ministro della famiglia Elena Bonetti che, mentre Conte stava ancora parlando, twittava: «In sicurezza si potrà visitare un museo ma non si può celebrare una funzione religiosa? Questa decisione è incomprensibile. Va cambiata». Eppure la ministra Pd con un passato negli scout fa parte del governo. Ma l'acqua gelata è piovuta pesante sulle teste dei vescovi, visto che qualche decina di minuti dopo la conferenza di Giuseppi hanno prontamente (uno sprint che sembra esprimere un tradimento) diramato un comunicato durissimo che parla di lesa libertà di culto e di «propria autonomia» nell'organizzare la vita cristiana.
Tanto tuonò che piovve, e Giuseppi, forse tremante per aver svelato che più che la Chiesa poté la task force di Vittorio Colao, ha subito risposto dicendo che «già nei prossimi giorni si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza».
La ferita però è aperta e brucia molto in casa Cei, visto che pochi giorni fa il presidente dei vescovi Gualtiero Bassetti aveva chiaramente detto che «è arrivato il tempo di riprendere la celebrazione dell'Eucarestia domenicale». E forse qualche rassicurazione sul buon fine della trattativa in corso era stata data alla cabina di regia dei vescovi. Ma la task force di Colao ha dato il suo niet e Giuseppi ha eseguito. La faccenda ora apre un canale di dialogo inaspettato della Chiesa verso quel centrodestra fino a ieri non considerato come interlocutore.
Prova è che la Lombardia, come indicato ieri in una nota della Regione, «è al lavoro con prefettura, comune e arcidiocesi di Milano per sostenere la possibilità di riaprire le chiese per le celebrazioni religiose in una cornice di massima sicurezza». E forse la stessa cosa potrà accadere anche in Veneto. Anche Silvio Berlusconi con una nota ha detto che gli «pare irragionevole e addirittura inutilmente persecutorio mantenere il divieto alle cerimonie religiose».
Ed «è un grave errore sottovalutare non soltanto l'importanza della libertà di culto, (…) ma anche la rilevanza del senso religioso di tante persone, che trovano nella partecipazione alla Messa e nell'accostarsi ai sacramenti il momento più importante e più denso di significato della propria vita».
Non a caso Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, all'«Huffpost» ieri richiamava il governo a non spegnere la vita spirituale della comunità cristiana e notava, dal suo punto di vista, che questo atteggiamento di chiusura è «un grave errore politico» proprio perché offre spazio di agibilità agli avversari del governo. E anche il Pd sembra correre ai ripari visto che ieri ha annunciato che giovedì presenterà in aula alla Camera un emendamento per la celebrazione delle Messe domenicali.
La doccia gelata di Giuseppi sui vescovi non produrrà solo un semplice raffreddore, ma qualcosa di più serio e che lascerà un segno, soprattutto perché c'è una base popolare molto sensibile. Un gruppo di associazioni, tra cui anche il Family day - difendiamo i nostri figli, ha sottoscritto un appello per la libertà di culto, appello firmato anche da alcune personalità politiche di area cattolica. La Conferenza episcopale toscana ha diramato una nota in cui fa presente che è pronta a rispettare tutte le richieste di sicurezza sanitaria, ma ferma nel ritenere che «le ragioni economiche, culturali e sociali, in base alle quali vengono o verranno presto riaperti fabbriche, negozi e musei, parchi, ville e giardini pubblici, non possono avere una prevalenza rispetto all'esercizio della libertà religiosa, che è tra i principi fondamentali della Costituzione e definita dal Concordato tra Stato e Chiesa». Anche i vescovi siciliani hanno diramato una nota congiunta in cui vogliono che si lavori al più presto per riprendere nella massima sicurezza le celebrazioni con il popolo.
«Viene da chiedersi», ha detto il vescovo di Livorno, monsignor Simone Giusti, «se non ci sia una tale ignoranza da parte di alcuni cosiddetti “esperti", da essersi lasciati guidare nel formulare queste norme solo dall'emozione riguardante il commiato del congiunto, come ha fatto tra l'altro intendere lo stesso presidente del Consiglio. Questi sono veri e propri soprusi e avvengono quando l'ignoranza religiosa è tale da non comprendere più cos'è la Chiesa e le sue 26.000 comunità parrocchiali».
«Il governo ha davvero esagerato»
Per oltre 25 anni presidente dei vescovi italiani, il cardinale Camillo Ruini è certamente una delle personalità più rilevanti della Chiesa italiana, capace anche di leggere in profondità il magma politico e sociale che si muove intorno all'altare. Di fronte al Dpcm del premier Giuseppe Conte che apre ai servizi di toelettatura per cani e progressivamente a musei, parchi e parrucchieri, ma rimanda a data da destinarsi le Messe con il popolo, dice la sua.
«Pur nella doverosa preoccupazione per la tutela della salute dei cittadini», dice Ruini alla Verità, «il governo ha ecceduto non tenendo abbastanza conto della libertà di culto e della reciproca autonomia tra Stato e Chiesa. Infatti, una volta assicurato il rispetto delle prescrizioni sanitarie, il governo non può decidere sulla vita interna della comunità cristiana». Una affermazione importante quella di Ruini che viene condivisa anche da monsignor Giovanni D'Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, il quale non comprende la logica di questa scelta del governo. «È difficile capire cosa abbia guidato il cosiddetto comitato tecnico», dice il vescovo alla Verità. «Sembra quasi che nella loro idea le chiese siano il luogo del contagio. Per cui: le Messe no, ma i parchi sì, i supermercati sì, i tabaccai sì e così via».
«C'è questa logica», continua, «per cui sembra che loro ritengano che le nostre chiese siano il luogo privilegiato per gli untori, cosa che secondo me non solo è sbagliata, ma è pericolosamente inficiante le relazioni e l'immagine della Chiesa. Che ci debba essere la massima prudenza siamo tutti d'accordo, ma non si può far passare l'idea che tutto gradualmente si può aprire, ma le Messe no».
Sia Ruini che D'Ercole sottoscrivono il comunicato diramato domenica sera dalla Conferenza episcopale. «La Cei ha fatto molto bene a protestare pubblicamente», dice il cardinale. «Non credo proprio che una sua precedente eccessiva condiscendenza abbia provocato questo intervento del governo: la Cei ha a cuore non meno del governo la salute dei cittadini, che può senz'altro essere tutelata senza interventi impropri delle autorità civili». Monsignor D'Ercole non sa giudicare se l'atteggiamento della Cei in precedenza sia stato troppo accondiscendente, anche «perché non faccio parte del gruppo di lavoro e quindi non so come siano andate le cose. Tuttavia dall'esterno mi è parso di intravvedere un rischio: se si concede una mano pretenderanno tutto il corpo e noi dovremo dipendere da loro. Se si scalfisce il principio per cui lo Stato deve fornire indicazioni di sicurezza sanitaria, ma la decisione ultima è della Chiesa, allora il rischio diventa concreto. Io nella mia diocesi non ho mai chiuso una chiesa, ho rispettato le norme, ma ora mi batterò perché si possa ricominciare quanto prima a celebrare le Messe con il popolo».
Monsignor D'Ercole ritiene «che non solo sia possibile, ma anche doveroso riprendere a celebrare le Messe con il popolo perché è un diritto fondamentale. Ci deve essere la possibilità di celebrare l'Eucaristia con tutte quelle precauzioni che permettono di ridurre i rischi. Comunque poi, diciamolo francamente, è molto probabile che nel cosiddetto comitato tecnico ci siano persone che non credono e assumono un atteggiamento esclusivamente razionalista».
Quindi, prosegue, «la fede è ridotta a optional, talmente inutile che certe volte se ne può fare tranquillamente a meno. Ma questa per noi cristiani è un'offesa; sappiamo di non essere più maggioranza e sappiamo, purtroppo, che non siamo più nemmeno troppo fervorosi, però questa situazione, che io reputo di accanimento, deve davvero chiamarci a riscoprire la fede. E poi a scoprire anche che esiste l'obiezione di coscienza: come leggiamo nella Bibbia sappiamo che bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. E ci sono stati martiri che si sono fatti ammazzare perché gli impedivano di celebrare la Messa. Non dimentichiamolo».
Il punto lo sintetizza da par suo il cardinale Ruini, quando gli domandiamo perché, come ha detto papa Francesco, è così importante per un cattolico andare a Messa. «Il motivo è semplice: la Messa è il culmine e la fonte della vita della Chiesa, come dice il Concilio Vaticano II. In altre parole, l'Eucarestia è, per i credenti, il pane della vita».
Continua a leggereRiduci
Perfino Silvio Berlusconi «abbandona» Giuseppi e critica assieme a Cei e alleati il divieto di celebrare con i fedeli durante la Fase 2: «Inutilmente persecutorio». E la regione più colpita studia una soluzione per riaprire.L'ex presidente della Cei, Camillo Ruini, alla «Verità»: «Non può decidere della vita della Chiesa». D'Ercole, vescovo di Ascoli Piceno: «Pronti all'obiezione di coscienza».Lo speciale contiene due articoliApriranno progressivamente le toelettature per cani, negozi vari e poi anche bar e ristoranti, infine parrucchieri, ma per le messe con popolo si rimanda a data da destinarsi.Una doccia fredda che deve essere piovuta addosso anche al ministro della famiglia Elena Bonetti che, mentre Conte stava ancora parlando, twittava: «In sicurezza si potrà visitare un museo ma non si può celebrare una funzione religiosa? Questa decisione è incomprensibile. Va cambiata». Eppure la ministra Pd con un passato negli scout fa parte del governo. Ma l'acqua gelata è piovuta pesante sulle teste dei vescovi, visto che qualche decina di minuti dopo la conferenza di Giuseppi hanno prontamente (uno sprint che sembra esprimere un tradimento) diramato un comunicato durissimo che parla di lesa libertà di culto e di «propria autonomia» nell'organizzare la vita cristiana. Tanto tuonò che piovve, e Giuseppi, forse tremante per aver svelato che più che la Chiesa poté la task force di Vittorio Colao, ha subito risposto dicendo che «già nei prossimi giorni si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza». La ferita però è aperta e brucia molto in casa Cei, visto che pochi giorni fa il presidente dei vescovi Gualtiero Bassetti aveva chiaramente detto che «è arrivato il tempo di riprendere la celebrazione dell'Eucarestia domenicale». E forse qualche rassicurazione sul buon fine della trattativa in corso era stata data alla cabina di regia dei vescovi. Ma la task force di Colao ha dato il suo niet e Giuseppi ha eseguito. La faccenda ora apre un canale di dialogo inaspettato della Chiesa verso quel centrodestra fino a ieri non considerato come interlocutore. Prova è che la Lombardia, come indicato ieri in una nota della Regione, «è al lavoro con prefettura, comune e arcidiocesi di Milano per sostenere la possibilità di riaprire le chiese per le celebrazioni religiose in una cornice di massima sicurezza». E forse la stessa cosa potrà accadere anche in Veneto. Anche Silvio Berlusconi con una nota ha detto che gli «pare irragionevole e addirittura inutilmente persecutorio mantenere il divieto alle cerimonie religiose». Ed «è un grave errore sottovalutare non soltanto l'importanza della libertà di culto, (…) ma anche la rilevanza del senso religioso di tante persone, che trovano nella partecipazione alla Messa e nell'accostarsi ai sacramenti il momento più importante e più denso di significato della propria vita».Non a caso Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, all'«Huffpost» ieri richiamava il governo a non spegnere la vita spirituale della comunità cristiana e notava, dal suo punto di vista, che questo atteggiamento di chiusura è «un grave errore politico» proprio perché offre spazio di agibilità agli avversari del governo. E anche il Pd sembra correre ai ripari visto che ieri ha annunciato che giovedì presenterà in aula alla Camera un emendamento per la celebrazione delle Messe domenicali.La doccia gelata di Giuseppi sui vescovi non produrrà solo un semplice raffreddore, ma qualcosa di più serio e che lascerà un segno, soprattutto perché c'è una base popolare molto sensibile. Un gruppo di associazioni, tra cui anche il Family day - difendiamo i nostri figli, ha sottoscritto un appello per la libertà di culto, appello firmato anche da alcune personalità politiche di area cattolica. La Conferenza episcopale toscana ha diramato una nota in cui fa presente che è pronta a rispettare tutte le richieste di sicurezza sanitaria, ma ferma nel ritenere che «le ragioni economiche, culturali e sociali, in base alle quali vengono o verranno presto riaperti fabbriche, negozi e musei, parchi, ville e giardini pubblici, non possono avere una prevalenza rispetto all'esercizio della libertà religiosa, che è tra i principi fondamentali della Costituzione e definita dal Concordato tra Stato e Chiesa». Anche i vescovi siciliani hanno diramato una nota congiunta in cui vogliono che si lavori al più presto per riprendere nella massima sicurezza le celebrazioni con il popolo. «Viene da chiedersi», ha detto il vescovo di Livorno, monsignor Simone Giusti, «se non ci sia una tale ignoranza da parte di alcuni cosiddetti “esperti", da essersi lasciati guidare nel formulare queste norme solo dall'emozione riguardante il commiato del congiunto, come ha fatto tra l'altro intendere lo stesso presidente del Consiglio. Questi sono veri e propri soprusi e avvengono quando l'ignoranza religiosa è tale da non comprendere più cos'è la Chiesa e le sue 26.000 comunità parrocchiali».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-messa-ricompatta-il-centrodestra-la-lombardia-verso-il-si-al-culto-2645857054.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-governo-ha-davvero-esagerato" data-post-id="2645857054" data-published-at="1588011156" data-use-pagination="False"> «Il governo ha davvero esagerato» Per oltre 25 anni presidente dei vescovi italiani, il cardinale Camillo Ruini è certamente una delle personalità più rilevanti della Chiesa italiana, capace anche di leggere in profondità il magma politico e sociale che si muove intorno all'altare. Di fronte al Dpcm del premier Giuseppe Conte che apre ai servizi di toelettatura per cani e progressivamente a musei, parchi e parrucchieri, ma rimanda a data da destinarsi le Messe con il popolo, dice la sua. «Pur nella doverosa preoccupazione per la tutela della salute dei cittadini», dice Ruini alla Verità, «il governo ha ecceduto non tenendo abbastanza conto della libertà di culto e della reciproca autonomia tra Stato e Chiesa. Infatti, una volta assicurato il rispetto delle prescrizioni sanitarie, il governo non può decidere sulla vita interna della comunità cristiana». Una affermazione importante quella di Ruini che viene condivisa anche da monsignor Giovanni D'Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, il quale non comprende la logica di questa scelta del governo. «È difficile capire cosa abbia guidato il cosiddetto comitato tecnico», dice il vescovo alla Verità. «Sembra quasi che nella loro idea le chiese siano il luogo del contagio. Per cui: le Messe no, ma i parchi sì, i supermercati sì, i tabaccai sì e così via». «C'è questa logica», continua, «per cui sembra che loro ritengano che le nostre chiese siano il luogo privilegiato per gli untori, cosa che secondo me non solo è sbagliata, ma è pericolosamente inficiante le relazioni e l'immagine della Chiesa. Che ci debba essere la massima prudenza siamo tutti d'accordo, ma non si può far passare l'idea che tutto gradualmente si può aprire, ma le Messe no». Sia Ruini che D'Ercole sottoscrivono il comunicato diramato domenica sera dalla Conferenza episcopale. «La Cei ha fatto molto bene a protestare pubblicamente», dice il cardinale. «Non credo proprio che una sua precedente eccessiva condiscendenza abbia provocato questo intervento del governo: la Cei ha a cuore non meno del governo la salute dei cittadini, che può senz'altro essere tutelata senza interventi impropri delle autorità civili». Monsignor D'Ercole non sa giudicare se l'atteggiamento della Cei in precedenza sia stato troppo accondiscendente, anche «perché non faccio parte del gruppo di lavoro e quindi non so come siano andate le cose. Tuttavia dall'esterno mi è parso di intravvedere un rischio: se si concede una mano pretenderanno tutto il corpo e noi dovremo dipendere da loro. Se si scalfisce il principio per cui lo Stato deve fornire indicazioni di sicurezza sanitaria, ma la decisione ultima è della Chiesa, allora il rischio diventa concreto. Io nella mia diocesi non ho mai chiuso una chiesa, ho rispettato le norme, ma ora mi batterò perché si possa ricominciare quanto prima a celebrare le Messe con il popolo». Monsignor D'Ercole ritiene «che non solo sia possibile, ma anche doveroso riprendere a celebrare le Messe con il popolo perché è un diritto fondamentale. Ci deve essere la possibilità di celebrare l'Eucaristia con tutte quelle precauzioni che permettono di ridurre i rischi. Comunque poi, diciamolo francamente, è molto probabile che nel cosiddetto comitato tecnico ci siano persone che non credono e assumono un atteggiamento esclusivamente razionalista». Quindi, prosegue, «la fede è ridotta a optional, talmente inutile che certe volte se ne può fare tranquillamente a meno. Ma questa per noi cristiani è un'offesa; sappiamo di non essere più maggioranza e sappiamo, purtroppo, che non siamo più nemmeno troppo fervorosi, però questa situazione, che io reputo di accanimento, deve davvero chiamarci a riscoprire la fede. E poi a scoprire anche che esiste l'obiezione di coscienza: come leggiamo nella Bibbia sappiamo che bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. E ci sono stati martiri che si sono fatti ammazzare perché gli impedivano di celebrare la Messa. Non dimentichiamolo». Il punto lo sintetizza da par suo il cardinale Ruini, quando gli domandiamo perché, come ha detto papa Francesco, è così importante per un cattolico andare a Messa. «Il motivo è semplice: la Messa è il culmine e la fonte della vita della Chiesa, come dice il Concilio Vaticano II. In altre parole, l'Eucarestia è, per i credenti, il pane della vita».
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
Continua a leggereRiduci
Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.