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2020-04-28
La messa ricompatta il centrodestra. La Lombardia verso il «sì» al culto
Ansa
Apriranno progressivamente le toelettature per cani, negozi vari e poi anche bar e ristoranti, infine parrucchieri, ma per le messe con popolo si rimanda a data da destinarsi.
Una doccia fredda che deve essere piovuta addosso anche al ministro della famiglia Elena Bonetti che, mentre Conte stava ancora parlando, twittava: «In sicurezza si potrà visitare un museo ma non si può celebrare una funzione religiosa? Questa decisione è incomprensibile. Va cambiata». Eppure la ministra Pd con un passato negli scout fa parte del governo. Ma l'acqua gelata è piovuta pesante sulle teste dei vescovi, visto che qualche decina di minuti dopo la conferenza di Giuseppi hanno prontamente (uno sprint che sembra esprimere un tradimento) diramato un comunicato durissimo che parla di lesa libertà di culto e di «propria autonomia» nell'organizzare la vita cristiana.
Tanto tuonò che piovve, e Giuseppi, forse tremante per aver svelato che più che la Chiesa poté la task force di Vittorio Colao, ha subito risposto dicendo che «già nei prossimi giorni si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza».
La ferita però è aperta e brucia molto in casa Cei, visto che pochi giorni fa il presidente dei vescovi Gualtiero Bassetti aveva chiaramente detto che «è arrivato il tempo di riprendere la celebrazione dell'Eucarestia domenicale». E forse qualche rassicurazione sul buon fine della trattativa in corso era stata data alla cabina di regia dei vescovi. Ma la task force di Colao ha dato il suo niet e Giuseppi ha eseguito. La faccenda ora apre un canale di dialogo inaspettato della Chiesa verso quel centrodestra fino a ieri non considerato come interlocutore.
Prova è che la Lombardia, come indicato ieri in una nota della Regione, «è al lavoro con prefettura, comune e arcidiocesi di Milano per sostenere la possibilità di riaprire le chiese per le celebrazioni religiose in una cornice di massima sicurezza». E forse la stessa cosa potrà accadere anche in Veneto. Anche Silvio Berlusconi con una nota ha detto che gli «pare irragionevole e addirittura inutilmente persecutorio mantenere il divieto alle cerimonie religiose».
Ed «è un grave errore sottovalutare non soltanto l'importanza della libertà di culto, (…) ma anche la rilevanza del senso religioso di tante persone, che trovano nella partecipazione alla Messa e nell'accostarsi ai sacramenti il momento più importante e più denso di significato della propria vita».
Non a caso Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, all'«Huffpost» ieri richiamava il governo a non spegnere la vita spirituale della comunità cristiana e notava, dal suo punto di vista, che questo atteggiamento di chiusura è «un grave errore politico» proprio perché offre spazio di agibilità agli avversari del governo. E anche il Pd sembra correre ai ripari visto che ieri ha annunciato che giovedì presenterà in aula alla Camera un emendamento per la celebrazione delle Messe domenicali.
La doccia gelata di Giuseppi sui vescovi non produrrà solo un semplice raffreddore, ma qualcosa di più serio e che lascerà un segno, soprattutto perché c'è una base popolare molto sensibile. Un gruppo di associazioni, tra cui anche il Family day - difendiamo i nostri figli, ha sottoscritto un appello per la libertà di culto, appello firmato anche da alcune personalità politiche di area cattolica. La Conferenza episcopale toscana ha diramato una nota in cui fa presente che è pronta a rispettare tutte le richieste di sicurezza sanitaria, ma ferma nel ritenere che «le ragioni economiche, culturali e sociali, in base alle quali vengono o verranno presto riaperti fabbriche, negozi e musei, parchi, ville e giardini pubblici, non possono avere una prevalenza rispetto all'esercizio della libertà religiosa, che è tra i principi fondamentali della Costituzione e definita dal Concordato tra Stato e Chiesa». Anche i vescovi siciliani hanno diramato una nota congiunta in cui vogliono che si lavori al più presto per riprendere nella massima sicurezza le celebrazioni con il popolo.
«Viene da chiedersi», ha detto il vescovo di Livorno, monsignor Simone Giusti, «se non ci sia una tale ignoranza da parte di alcuni cosiddetti “esperti", da essersi lasciati guidare nel formulare queste norme solo dall'emozione riguardante il commiato del congiunto, come ha fatto tra l'altro intendere lo stesso presidente del Consiglio. Questi sono veri e propri soprusi e avvengono quando l'ignoranza religiosa è tale da non comprendere più cos'è la Chiesa e le sue 26.000 comunità parrocchiali».
«Il governo ha davvero esagerato»
Per oltre 25 anni presidente dei vescovi italiani, il cardinale Camillo Ruini è certamente una delle personalità più rilevanti della Chiesa italiana, capace anche di leggere in profondità il magma politico e sociale che si muove intorno all'altare. Di fronte al Dpcm del premier Giuseppe Conte che apre ai servizi di toelettatura per cani e progressivamente a musei, parchi e parrucchieri, ma rimanda a data da destinarsi le Messe con il popolo, dice la sua.
«Pur nella doverosa preoccupazione per la tutela della salute dei cittadini», dice Ruini alla Verità, «il governo ha ecceduto non tenendo abbastanza conto della libertà di culto e della reciproca autonomia tra Stato e Chiesa. Infatti, una volta assicurato il rispetto delle prescrizioni sanitarie, il governo non può decidere sulla vita interna della comunità cristiana». Una affermazione importante quella di Ruini che viene condivisa anche da monsignor Giovanni D'Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, il quale non comprende la logica di questa scelta del governo. «È difficile capire cosa abbia guidato il cosiddetto comitato tecnico», dice il vescovo alla Verità. «Sembra quasi che nella loro idea le chiese siano il luogo del contagio. Per cui: le Messe no, ma i parchi sì, i supermercati sì, i tabaccai sì e così via».
«C'è questa logica», continua, «per cui sembra che loro ritengano che le nostre chiese siano il luogo privilegiato per gli untori, cosa che secondo me non solo è sbagliata, ma è pericolosamente inficiante le relazioni e l'immagine della Chiesa. Che ci debba essere la massima prudenza siamo tutti d'accordo, ma non si può far passare l'idea che tutto gradualmente si può aprire, ma le Messe no».
Sia Ruini che D'Ercole sottoscrivono il comunicato diramato domenica sera dalla Conferenza episcopale. «La Cei ha fatto molto bene a protestare pubblicamente», dice il cardinale. «Non credo proprio che una sua precedente eccessiva condiscendenza abbia provocato questo intervento del governo: la Cei ha a cuore non meno del governo la salute dei cittadini, che può senz'altro essere tutelata senza interventi impropri delle autorità civili». Monsignor D'Ercole non sa giudicare se l'atteggiamento della Cei in precedenza sia stato troppo accondiscendente, anche «perché non faccio parte del gruppo di lavoro e quindi non so come siano andate le cose. Tuttavia dall'esterno mi è parso di intravvedere un rischio: se si concede una mano pretenderanno tutto il corpo e noi dovremo dipendere da loro. Se si scalfisce il principio per cui lo Stato deve fornire indicazioni di sicurezza sanitaria, ma la decisione ultima è della Chiesa, allora il rischio diventa concreto. Io nella mia diocesi non ho mai chiuso una chiesa, ho rispettato le norme, ma ora mi batterò perché si possa ricominciare quanto prima a celebrare le Messe con il popolo».
Monsignor D'Ercole ritiene «che non solo sia possibile, ma anche doveroso riprendere a celebrare le Messe con il popolo perché è un diritto fondamentale. Ci deve essere la possibilità di celebrare l'Eucaristia con tutte quelle precauzioni che permettono di ridurre i rischi. Comunque poi, diciamolo francamente, è molto probabile che nel cosiddetto comitato tecnico ci siano persone che non credono e assumono un atteggiamento esclusivamente razionalista».
Quindi, prosegue, «la fede è ridotta a optional, talmente inutile che certe volte se ne può fare tranquillamente a meno. Ma questa per noi cristiani è un'offesa; sappiamo di non essere più maggioranza e sappiamo, purtroppo, che non siamo più nemmeno troppo fervorosi, però questa situazione, che io reputo di accanimento, deve davvero chiamarci a riscoprire la fede. E poi a scoprire anche che esiste l'obiezione di coscienza: come leggiamo nella Bibbia sappiamo che bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. E ci sono stati martiri che si sono fatti ammazzare perché gli impedivano di celebrare la Messa. Non dimentichiamolo».
Il punto lo sintetizza da par suo il cardinale Ruini, quando gli domandiamo perché, come ha detto papa Francesco, è così importante per un cattolico andare a Messa. «Il motivo è semplice: la Messa è il culmine e la fonte della vita della Chiesa, come dice il Concilio Vaticano II. In altre parole, l'Eucarestia è, per i credenti, il pane della vita».
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Perfino Silvio Berlusconi «abbandona» Giuseppi e critica assieme a Cei e alleati il divieto di celebrare con i fedeli durante la Fase 2: «Inutilmente persecutorio». E la regione più colpita studia una soluzione per riaprire.L'ex presidente della Cei, Camillo Ruini, alla «Verità»: «Non può decidere della vita della Chiesa». D'Ercole, vescovo di Ascoli Piceno: «Pronti all'obiezione di coscienza».Lo speciale contiene due articoliApriranno progressivamente le toelettature per cani, negozi vari e poi anche bar e ristoranti, infine parrucchieri, ma per le messe con popolo si rimanda a data da destinarsi.Una doccia fredda che deve essere piovuta addosso anche al ministro della famiglia Elena Bonetti che, mentre Conte stava ancora parlando, twittava: «In sicurezza si potrà visitare un museo ma non si può celebrare una funzione religiosa? Questa decisione è incomprensibile. Va cambiata». Eppure la ministra Pd con un passato negli scout fa parte del governo. Ma l'acqua gelata è piovuta pesante sulle teste dei vescovi, visto che qualche decina di minuti dopo la conferenza di Giuseppi hanno prontamente (uno sprint che sembra esprimere un tradimento) diramato un comunicato durissimo che parla di lesa libertà di culto e di «propria autonomia» nell'organizzare la vita cristiana. Tanto tuonò che piovve, e Giuseppi, forse tremante per aver svelato che più che la Chiesa poté la task force di Vittorio Colao, ha subito risposto dicendo che «già nei prossimi giorni si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza». La ferita però è aperta e brucia molto in casa Cei, visto che pochi giorni fa il presidente dei vescovi Gualtiero Bassetti aveva chiaramente detto che «è arrivato il tempo di riprendere la celebrazione dell'Eucarestia domenicale». E forse qualche rassicurazione sul buon fine della trattativa in corso era stata data alla cabina di regia dei vescovi. Ma la task force di Colao ha dato il suo niet e Giuseppi ha eseguito. La faccenda ora apre un canale di dialogo inaspettato della Chiesa verso quel centrodestra fino a ieri non considerato come interlocutore. Prova è che la Lombardia, come indicato ieri in una nota della Regione, «è al lavoro con prefettura, comune e arcidiocesi di Milano per sostenere la possibilità di riaprire le chiese per le celebrazioni religiose in una cornice di massima sicurezza». E forse la stessa cosa potrà accadere anche in Veneto. Anche Silvio Berlusconi con una nota ha detto che gli «pare irragionevole e addirittura inutilmente persecutorio mantenere il divieto alle cerimonie religiose». Ed «è un grave errore sottovalutare non soltanto l'importanza della libertà di culto, (…) ma anche la rilevanza del senso religioso di tante persone, che trovano nella partecipazione alla Messa e nell'accostarsi ai sacramenti il momento più importante e più denso di significato della propria vita».Non a caso Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, all'«Huffpost» ieri richiamava il governo a non spegnere la vita spirituale della comunità cristiana e notava, dal suo punto di vista, che questo atteggiamento di chiusura è «un grave errore politico» proprio perché offre spazio di agibilità agli avversari del governo. E anche il Pd sembra correre ai ripari visto che ieri ha annunciato che giovedì presenterà in aula alla Camera un emendamento per la celebrazione delle Messe domenicali.La doccia gelata di Giuseppi sui vescovi non produrrà solo un semplice raffreddore, ma qualcosa di più serio e che lascerà un segno, soprattutto perché c'è una base popolare molto sensibile. Un gruppo di associazioni, tra cui anche il Family day - difendiamo i nostri figli, ha sottoscritto un appello per la libertà di culto, appello firmato anche da alcune personalità politiche di area cattolica. La Conferenza episcopale toscana ha diramato una nota in cui fa presente che è pronta a rispettare tutte le richieste di sicurezza sanitaria, ma ferma nel ritenere che «le ragioni economiche, culturali e sociali, in base alle quali vengono o verranno presto riaperti fabbriche, negozi e musei, parchi, ville e giardini pubblici, non possono avere una prevalenza rispetto all'esercizio della libertà religiosa, che è tra i principi fondamentali della Costituzione e definita dal Concordato tra Stato e Chiesa». Anche i vescovi siciliani hanno diramato una nota congiunta in cui vogliono che si lavori al più presto per riprendere nella massima sicurezza le celebrazioni con il popolo. «Viene da chiedersi», ha detto il vescovo di Livorno, monsignor Simone Giusti, «se non ci sia una tale ignoranza da parte di alcuni cosiddetti “esperti", da essersi lasciati guidare nel formulare queste norme solo dall'emozione riguardante il commiato del congiunto, come ha fatto tra l'altro intendere lo stesso presidente del Consiglio. Questi sono veri e propri soprusi e avvengono quando l'ignoranza religiosa è tale da non comprendere più cos'è la Chiesa e le sue 26.000 comunità parrocchiali».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-messa-ricompatta-il-centrodestra-la-lombardia-verso-il-si-al-culto-2645857054.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-governo-ha-davvero-esagerato" data-post-id="2645857054" data-published-at="1588011156" data-use-pagination="False"> «Il governo ha davvero esagerato» Per oltre 25 anni presidente dei vescovi italiani, il cardinale Camillo Ruini è certamente una delle personalità più rilevanti della Chiesa italiana, capace anche di leggere in profondità il magma politico e sociale che si muove intorno all'altare. Di fronte al Dpcm del premier Giuseppe Conte che apre ai servizi di toelettatura per cani e progressivamente a musei, parchi e parrucchieri, ma rimanda a data da destinarsi le Messe con il popolo, dice la sua. «Pur nella doverosa preoccupazione per la tutela della salute dei cittadini», dice Ruini alla Verità, «il governo ha ecceduto non tenendo abbastanza conto della libertà di culto e della reciproca autonomia tra Stato e Chiesa. Infatti, una volta assicurato il rispetto delle prescrizioni sanitarie, il governo non può decidere sulla vita interna della comunità cristiana». Una affermazione importante quella di Ruini che viene condivisa anche da monsignor Giovanni D'Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, il quale non comprende la logica di questa scelta del governo. «È difficile capire cosa abbia guidato il cosiddetto comitato tecnico», dice il vescovo alla Verità. «Sembra quasi che nella loro idea le chiese siano il luogo del contagio. Per cui: le Messe no, ma i parchi sì, i supermercati sì, i tabaccai sì e così via». «C'è questa logica», continua, «per cui sembra che loro ritengano che le nostre chiese siano il luogo privilegiato per gli untori, cosa che secondo me non solo è sbagliata, ma è pericolosamente inficiante le relazioni e l'immagine della Chiesa. Che ci debba essere la massima prudenza siamo tutti d'accordo, ma non si può far passare l'idea che tutto gradualmente si può aprire, ma le Messe no». Sia Ruini che D'Ercole sottoscrivono il comunicato diramato domenica sera dalla Conferenza episcopale. «La Cei ha fatto molto bene a protestare pubblicamente», dice il cardinale. «Non credo proprio che una sua precedente eccessiva condiscendenza abbia provocato questo intervento del governo: la Cei ha a cuore non meno del governo la salute dei cittadini, che può senz'altro essere tutelata senza interventi impropri delle autorità civili». Monsignor D'Ercole non sa giudicare se l'atteggiamento della Cei in precedenza sia stato troppo accondiscendente, anche «perché non faccio parte del gruppo di lavoro e quindi non so come siano andate le cose. Tuttavia dall'esterno mi è parso di intravvedere un rischio: se si concede una mano pretenderanno tutto il corpo e noi dovremo dipendere da loro. Se si scalfisce il principio per cui lo Stato deve fornire indicazioni di sicurezza sanitaria, ma la decisione ultima è della Chiesa, allora il rischio diventa concreto. Io nella mia diocesi non ho mai chiuso una chiesa, ho rispettato le norme, ma ora mi batterò perché si possa ricominciare quanto prima a celebrare le Messe con il popolo». Monsignor D'Ercole ritiene «che non solo sia possibile, ma anche doveroso riprendere a celebrare le Messe con il popolo perché è un diritto fondamentale. Ci deve essere la possibilità di celebrare l'Eucaristia con tutte quelle precauzioni che permettono di ridurre i rischi. Comunque poi, diciamolo francamente, è molto probabile che nel cosiddetto comitato tecnico ci siano persone che non credono e assumono un atteggiamento esclusivamente razionalista». Quindi, prosegue, «la fede è ridotta a optional, talmente inutile che certe volte se ne può fare tranquillamente a meno. Ma questa per noi cristiani è un'offesa; sappiamo di non essere più maggioranza e sappiamo, purtroppo, che non siamo più nemmeno troppo fervorosi, però questa situazione, che io reputo di accanimento, deve davvero chiamarci a riscoprire la fede. E poi a scoprire anche che esiste l'obiezione di coscienza: come leggiamo nella Bibbia sappiamo che bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. E ci sono stati martiri che si sono fatti ammazzare perché gli impedivano di celebrare la Messa. Non dimentichiamolo». Il punto lo sintetizza da par suo il cardinale Ruini, quando gli domandiamo perché, come ha detto papa Francesco, è così importante per un cattolico andare a Messa. «Il motivo è semplice: la Messa è il culmine e la fonte della vita della Chiesa, come dice il Concilio Vaticano II. In altre parole, l'Eucarestia è, per i credenti, il pane della vita».
Lapo Elkann (Ansa)
Non proprio un esilio, ma un manifesto di stile come spiega in un intervista al Luzerner Zeitung. «Ogni città apparteneva a una fase della mia vita. A 25 anni Lucerna non sarebbe stato il posto giusto. Oggi sì». Insomma meno lunghe notti con amici non sempre presentabili e più albe sul lago.
E qui arriva la cartolina del Mulino Bianco: moglie portoghese, Joana Lemos, e un San Bernardo da 85 chili di nome Everest a presidiare la svolta esistenziale. «Quando guardiamo lago e montagne al mattino, è molto più piacevole che a New York». Le montagne come alternativa ai grattacieli.
Un trasferimento per stare lontano dal fisco? Ma quando mai. «Forse altri luoghi sarebbero stati più convenienti, ma abbiamo scelto un posto che ci rende felici». Il portafoglio non c’entra: conta il pasto dell’anima.
Poi però l’intervista cambia tono. Perché Commissione europea e industria dell’auto sono temi che, in famiglia, non si trattano mai davvero da semplici osservatori. E infatti Lapo affonda: «A mio avviso, la Commissione europea ha commesso gravi errori e ha contribuito alla crisi». Innesta il turbo contro Green deal: «Spingendo l’elettrificazione in modo troppo aggressivo, l’Europa ha distrutto il proprio vantaggio competitivo . Di fatto ha aiutato la Cina». Non proprio una carezza. Piuttosto un’accusa che suona come un avviso ai naviganti: attenzione a fare i talebani del Green, perché il rischio è ritrovarsi senza industria. con le fabbriche chiuse e gli operai in piazza. «Non credo che i motori elettrici siano l’unica soluzione», aggiunge, mentre cita la Germania - ex locomotiva - oggi alle prese con «grandi sfide» e, soprattutto, con «cattiva regolamentazione» che ha prodotto «chiusure e licenziamenti».
Tra un attacco a Bruxelles e una passeggiata sul lago, resta una vena dichiaratamente tricolore. «Resto italiano», assicura. E si concede persino un momento da curva sud istituzionale: «Mi sono commosso fino alle lacrime quando è stato suonato l’inno alle Olimpiadi».
Non manca nemmeno un endorsement politico: applausi a Giorgia Meloni («ha fatto molto di buono per l’Italia») e stima per Sergio Mattarella. Un patriottismo a ventiquattro carati.
Il risultato è un ritratto perfettamente lapiano: cosmopolita ma sentimentale, critico ma affezionato, elitario ma con improvvise nostalgie da supermercato. E soprattutto libero - di cambiare casa, idea, latitudine.
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Ansa
Questa era costituita dall’art. 6, comma 2 bis del decreto legislativo n. 142/2015, nella parte in cui prevede che, qualora nei confronti dello straniero già trattenuto in un Cpr (Centro per il rimpatrio) in vista della sua espulsione dal territorio dello Stato sia stato disposto il trattenimento ad altro titolo, sostitutivo del primo, costituito dalla ritenuta pretestuosità della domanda di protezione internazionale da lui avanzata, e il relativo provvedimento non sia stato convalidato dal giudice, lo straniero non venga rilasciato ma resti trattenuto fino alla decisione sulla convalida dell’ulteriore provvedimento di trattenimento che, entro 48 ore dalla comunicazione della mancata convalida del precedente, il questore può adottare per taluna delle diverse ragioni previste dal comma 2 dello stesso, citato art. 6 del decreto legislativo n. 142/2015, tra le quali (come nel caso di specie) figura quella costituita dalla ritenuta pericolosità del soggetto desunta da precedenti condanne, anche non definitive. L’incostituzionalità di tale previsione - secondo la Cassazione, dalla quale era stata sollevata la relativa questione - derivava essenzialmente dal fatto che essa comportava il superamento del limite delle 96 ore complessive entro il quale, ai sensi dell’art. 13, secondo comma, della Costituzione, deve intervenire la convalida di qualsiasi provvedimento restrittivo della libertà personale adottato dall’autorità di pubblica sicurezza.
La Corte costituzionale non ha esaminato nel merito la suddetta questione, ma si è limitata a dichiararne l’inammissibilità per difetto di rilevanza ai fini della decisione che la Cassazione avrebbe dovuto adottare sul ricorso che, avverso la convalida del secondo provvedimento di trattenimento, era stato proposto dall’interessato; decisione il cui oggetto doveva essere soltanto la legittimità o meno di detta convalida e non anche l’avvenuto protrarsi del trattenimento fino al momento in cui essa era stata adottata. Nella parte finale della stessa sentenza, però («in cauda venenum») la Corte costituzionale ha chiaramente fatto capire che la medesima questione, se sollevata in un procedimento avente ad oggetto proprio la legittimità del protrarsi del trattenimento dopo la mancata convalida del primo provvedimento (quale proponibile, ad esempio, mediante un ricorso d’urgenza in sede civile) avrebbe buone probabilità di essere accolta. Di qui il suggerimento, da parte della stessa Corte, di un sollecito intervento del legislatore perché, pur perseguendo la legittima finalità di impedire un uso strumentale delle procedure in materia di protezione internazionale, venga assicurato il pieno rispetto delle esigenze di tutela della libertà personale a garanzia delle quali è posto l’articolo 13 della Costituzione.
Ad avviso di chi scrive il suggerimento meriterebbe, in questo caso, di essere accolto giacché, in effetti, la norma sospettata di incostituzionalità (introdotta nell’originario testo del decreto legislativo n. 142/2015 con un provvedimento di modifica emanato nello scorso anno), appare difficilmente conciliabile con il tassativo disposto dell’articolo 13, secondo comma, della Costituzione.
Il contrasto potrebbe, tuttavia, essere facilmente eliminato prevedendo, ad esempio, che, nel caso in cui già in partenza ricorrano tanto una o più delle condizioni indicate nell’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo n. 142/2015, quanto l’ulteriore condizione, indicata nel successivo comma 3 e costituita dalla ritenuta pretestuosità della richiesta di protezione internazionale, il trattenimento del richiedente venga disposto con unico provvedimento, motivato con riferimento ad entrambe le condizioni e soggetto, quindi, ad un’unica procedura di convalida.
L’ occasione potrebbe essere, tuttavia, propizia per chiedersi se, più in generale, sia davvero imprescindibile modellare, come ora avviene, l’intera disciplina dei trattenimenti previsti, a vario titolo, dalle norme sull’immigrazione, secondo lo schema dettato dall’articolo 13 della Costituzione, nonostante che ciò non sia richiesto dalle direttive dettate dall’Unione europea. Tanto l’articolo 9 dell’ancora vigente direttiva n. 33/2013 quanto l’articolo 11 di quella n. 1346/2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, prevedono, infatti, espressamente, che, ai fini del controllo giurisdizionale sui provvedimenti che dispongono il trattenimento di stranieri in apposite strutture, in attesa della definizione della loro posizione, possano prevedersi, in alternativa a procedure d’ufficio - quali sono, in Italia, quelle di convalida modellate sull’articolo 13 della Costituzione - procedure da attivarsi solo su richiesta dell’interessato e da definirsi entro determinati, ristretti termini. Procedure, quelle ora dette, che, peraltro, sarebbero perfettamente in linea anche con l’articolo 6 della Cedu (Convenzione europea sui diritti dell’uomo) recepita in Italia con la legge n. 848/1955, in base al quale solo chi sia stato arrestato per essere messo a disposizione di un’autorità giudiziaria dev’essere «al più presto» condotto davanti a quest’ultima per l’esame della sua posizione mentre in ogni altro caso di privazione della libertà personale, ivi compreso quello dell’arresto o della detenzione di uno straniero nei cui confronti sia in corso un procedimento di espulsione (lett. F), è solo previsto «il diritto di presentare un ricorso davanti ad un tribunale».
Non sembra potersi dubitare che prevedere la sola possibilità di un tale ricorso da parte dell’interessato in luogo della procedura obbligatoria di convalida, da attivarsi d’ufficio e da concludersi entro ristrettissimi limiti temporali, a pena di caducazione dei provvedimenti di trattenimento, gioverebbe non poco alla efficacia del sistema di controllo dell’immigrazione irregolare. Né sembra potersi dire che in tal modo si creerebbe inevitabilmente un contrasto con l’articolo 13 della Costituzione. Va infatti osservato, a quest’ultimo riguardo, che l’articolo 117 della Costituzione pone sullo stesso piano, nel fissare gli obblighi cui deve attenersi il legislatore ordinario, il rispetto della Costituzione e quello «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». Ne deriva che una norma ordinaria che si attenga a quanto previsto dalle direttive europee e dalla Cedu non potrebbe mai essere ritenuta contraria alla Costituzione salvo il caso (stando alla teoria dei cosiddetti «controlimiti» elaborata proprio dalla Corte costituzionale) in cui cozzi manifestamente con taluno dei principi costituzionali da considerarsi come fondamentali e inderogabili. E non sembra che tra essi possano comprendersi le modalità ed i termini stabiliti dall’articolo 13 della Costituzione ai fini del controllo giudiziario sui provvedimenti limitativi della libertà personale adottati dall’autorità di pubblica sicurezza, quando quel controllo, in determinate materie disciplinate da fonti comunitarie o convenzionali, sia, comunque, adeguatamente assicurato ad eventuale iniziativa dell’interessato.
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«Non abbiam bisogno di parole» (Netflix)
Quel film, poi, avrebbe fatto il giro del mondo, accolto con meno clamore e lacrime di quelle riscosse in patria, ma con gli stessi sorrisi. Un po' dolci e inebetiti, quei sorrisi che, un decennio più tardi, sarebbero comparsi sui volti della dirigenza Netflix, inducendola a produrre una versione inedita de La famiglia Bélier, una versione italiana.
Non abbiam bisogno di parole, disponibile online a partire da venerdì 3 aprile, è pressoché identico al corrispettivo francese. E, come l'originale, porta chi guardi all'interno di una famiglia unica, dove le parole non sono chiamate a codificare (e decodificare) la comunicazione. La famiglia Musso è fatta di genitori affetti da una sordità profonda. Non parlano, né esiste apparecchio che possa aiutarli a farlo. I due comunicano a gesti e sono questi gesti che hanno insegnato ai figli. Uno, come loro affetto da sordità profonda. L'altra, dotata di un udito e di una capacità linguistica ordinaria. Elettra, all'interno della famiglia Musso, è l'unica persona che possa capire e parlare, e a lei i genitori, proprietari di una fattoria, hanno demandato i rapporti con l'esterno. Elettra, pur studentessa in un liceo, gestisce gli affari della fattoria, i rapporti con i commercianti. Vende, tratta, parla. E, intanto, cerca di trovare una propria strada nel mondo.
Pensava avrebbe finito per vivere in eterno con i genitori, così da arrivare dove loro non possono. Invece, l'incontro fortuito con un'insegnante di canto - Serena Rossi, nella pellicola di Netflix - le spariglia le carte. Elettra, una Sarah Toscano al suo esordio da attrice, scopre di avere una voce fuori dal comune, un talento immenso. Sembra nata per cantare, ed è questo che cerca di spiegare ai genitori, scegliendo da sé di sostenere un provino per entrare all'interno di una scuola di canto. Se la prendessero, si trasferirebbe altrove, la valigia piena di sogni che mamma e papà, in prima battuta, non paiono capire. Elettra piange, s'arrabbia e dispera. I Musso storcono il naso, la accusano di abbandono, di incuria, di non avere a cuore l'interesse della famiglia. Poi, come spesso accade nelle commedie di genere, fanno retromarcia e con Elettra si incontrano a metà strada, dove ha luogo il compromesso. Un'epifania in musica, più trascinante di quella che ha segnato La Famiglia Bélier accompagna Non abbiam bisogno di parole, leggero e trascinante come solo i musical sanno essere.
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Getty Images
Ma in tempi di prezzi del petrolio impazziti, di inflazione in rampa di lancio e bollette pronte a riprendere la corsa, la preoccupazione prevale sulla speranza per il futuro che per forze di cose dovrà basarsi sulle nuove tecnologie.
Al di là dell’aspetto comunicativo resta il dato di fatto: con l’accordo che ha coinvolto direttamente Mimit e Invitalia (lo Stato ci mette 1,3 miliardi) l’Italia fa un passo in avanti fondamentale nella corsa all’Ia e ai nuovi software che rappresentano il campo di battaglia della nuova competizione industriale. Sanità, automotive, telecomunicazioni, data center dipendono dai semiconduttori e nel maxi impianto piemontese si lavorerà alla trasformazione del wafer grezzo (il disco di silicio) in un chip funzionante attraverso le varie fasi: dai test fino ad arrivare ai processo finali di packaging e back end.
Non è un mistero che l’Europa sia partita nettissimo in ritardo rispetto al resto del mondo e che per recuperare terreno abbia bisogno di investimenti ambiziosi. Oggi i numeri dicono che il Vecchio Continente è completamente dipendente dalla produzione si semiconduttori asiatici e la sfida (ai limiti dell’impossibile) e passare dal 10 al 20% della fabbricazione di chip mondiali entro il 2030.
Ecco perché Novara può diventare centrale.
Il lavoro sul packaging (una sorta di rivestimento per il disco di silicio) rappresenta un unicum e una volta che il sito piemontese sarà andato a regime (la data per l’inizio della produzione è il 2028) potrebbe contribuire in modo decisivo ad affrancare Roma, Parigi e Berlino dalla loro «sottomissione».
E visto che parliamo di know how, viene difficile non evidenziare il ruolo di Silicon Box. Prima che finanziario, determinante per le conoscenza tecnologiche avanzate. La startup di Singapore, nata nel 2021, è un unicum nel suo genere perché riunisce le storie e le esperienze parallele di tre tra i massimi esperti mondiali in materia di semiconduttori: Byung Joon Han, Sehat Sutardja e Weili Dai. Il focus è quello sui chiplet - piccoli chip modulari che vengono combinati per creare processori più potenti ed efficienti con una funzione essenziale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dell’high-performance computing. Tre anni fa Silicon Box ha inaugurato a Singapore uno stabilimento avanzato da 2 miliardi di dollari: una struttura di 73.000 metri tra le più avanzate al mondo. E pochi mesi dopo si è immediatamente messo a raccogliere altri capitali da investire.
Circa un paio di miliardi sono andati verso l’Italia che ha avuto il grande merito di crederci sempre. Anche perché in diversi momenti l’affare (che era stato annunciato ufficialmente nel giugno del 2024) sembrava sul punto di saltare.
Ora, per il ministro Urso e il governo, è il momento di raccogliere i frutti di un’operazione che restituisce centralità al Paese e rafforza il suo ruolo strategico per l’Europa.
Parliamo di 1.600 posti di lavoro diretti (tra ingegneri, tecnici specializzati e operatori di linee di produzione avanzate) e di altre centinaia di posizioni legati all’indotto: dai fornitori fino alla logistica. Con previsioni che arrivano a stimare la nascita complessiva di circa 3.000 nuovi impieghi.
Non solo. Perché la Commissione Europea ha riconosciuto al progetto lo status di “Open EU Foundry”. Che vuol dire avere una posizione privilegiata nell’ambito del piano per rafforzare la produzione di semiconduttori in Europa (l’European Chips Act). Che si sostanzia in procedure amministrative accelerate, accesso prioritario alle infrastrutture di ricerca finanziate dall’Ue e più visibilità e sostegno strategico da parte di Bruxelles.
Insomma, la strada si è messa in discesa. E il governo, che nel 2024 è arrivato ad attrarre circa 35 miliardi di investimenti esteri greenfield (impianti costruiti ex novo) ed è balzato di tre posizioni nel Fdi Confidence Index, il principale indicatore internazionale sulle operazioni transfrontaliere (dall’undicesimo all’ottavo posto), non vuol perdere l’abbrivio. A breve sono infatti attesi nuovi importanti accordi di sviluppo sulla microelettronica.
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