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2023-07-29
La Meloni flirta con Biden ma tiene aperta la porta del Gop
Giorgia Meloni e Joe Biden (Ansa)
L’alleanza con gli Stati Uniti si spinge un po’ più in là, fino a lambire la Cina e tutta la zona attorno a Taiwan. Durante l’incontro di giovedì sera, il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, hanno ribadito l’impegno dei rispettivi Paesi «a garantire la libertà, la prosperità e la sicurezza nella regione indopacifica». In una dichiarazione congiunta pubblicata al termine del bilaterale, Biden ha affermato che gli Stati Uniti «accolgono positivamente la rinnovata presenza italiana nella regione». Entrambe le parti hanno sottolineato l’importanza di garantire la pace nello stretto di Taiwan, che rappresenta una componente «cruciale» per la sicurezza regionale e globale. Infine, i due leader hanno ribadito la determinazione a rafforzare il coordinamento bilaterale per gestire al meglio le sfide relative alla competizione con la Cina. Il riferimento è duplice. Da un lato alla via della Seta, accordo con Pechino di cui è previsto il giro di boa a fine anno, e dall’altro alla nostra presenza militare nell’Indopacifico. Tra la fine di quest’anno e l’inizio del 2024 avremo da quelle parti il pattugliatore d’Altura «Francesco Morosini», la celebre «Amerigo Vespucci», ma soprattutto la nostra ammiraglia, la portaerei «Cavour». Un impegno non da poco che trasforma l’Italia in una punta avanzata per l’Europa, visto che Bruxelles già dal 2021 ha aggiornato i propri quaderni strategici inserendo per la prima volta il quadrante del Sudest asiatico. E come ribadito da Biden, rende i nostri militari partner in una realtà proiettata militarmente al 2040. Lì si sperimenteranno le armi cyber del futuro e la quinta dimensione della sicurezza. Insomma, sembra una contropartita (al di là dell’impegno in Ucraina) al fatto di poter ottenere un riconoscimento diretto nel Mediterraneo e nel Sahel che a partire dal prossimo anno diventeranno il vero terreno di scontro con la Russia. Non a caso la Meloni, nel corso della bilaterale a Washington, ha incassato anche la benedizione della Casa Bianca e soprattutto del Pentagono sul piano Mattei. Ottenedno anche un incontro riservato con Henry Kissinger , «una delle menti più lucide, punto di riferimento della politica strategica e della diplomazia», ha detto dopo averlo ringraziato per l’incontro e «l’onore di di aver dialogato sui temi della contemporaneità». Questo dopo aver ottenuto il visto d’ingresso a Tunisi.
«Italia e Stati Uniti sostengono il popolo tunisino, alla luce delle sfide economiche e politiche che il Paese sta affrontando», si legge in una nota con la quale i due leader hanno ribadito la loro determinazione a «garantire la prosperità, la sicurezza e la democrazia in Tunisia». Biden ha anche valutato positivamente la Conferenza internazionale sullo sviluppo e sulle migrazioni, così come «il processo avviato da Roma per promuovere la collaborazione tra Paesi di origine, di transito e di arrivo dei migranti nel Mediterraneo». Su questo fronte, gli Stati Uniti hanno «preso atto del piano Mattei» del governo italiano sull’Africa. ovviamente, al di là delle parole retoriche e un po’ ampollose si legge il chiaro messaggio di affidamento. Affidamento nel senso che gli Usa sembrano darci onori e oneri. Basti vedere quanto sta accadendo in queste ore con il colpo di Stato in Niger. La Francia è ormai fuori da tutto il Sahel e qualcuno dovrà prendere il suo posto. Altrimenti i buchi saranno riempiti da russi, cinesi o se va meglio dai sauditi. Nel corso del punto stampa in ambasciata che ha fatto seguito al colloquio con il presidente Usa, la Meloni ha spiegato che è stato «un lungo incontro», «un appuntamento nel quale abbiamo ribadito la nostra solida alleanza, il partenariato strategico e la profonda amicizia che uniscono Usa e Italia». «Con Biden abbiamo discusso della prossima presidenza italiana del G7», ha aggiunto la Meloni. Da parte degli Usa c’è grande aspettativa e grande sostegno. La ricostruzione dell’Ucraina e il rapporto con l’Africa saranno al centro della presidenza del G7. All’Africa in passato l’Europa e l’Occidente non hanno dato abbastanza peso. L’Africa non è un continente povero ma ricco». Per il premier è un «errore fatale», in politica estera, «non vedere tutta la scacchiera», aggiungendo di aver «trovato condivisione e voglia di collaborare al nostro piano Mattei per l’Africa». A questo punto e con il termine della pausa di Ferragosto sarà importante entrare nella scacchiera con tutti e due i piedi. Un modo per essere più efficaci potrebbe essere quello di rivedere il sistema della cooperazione e dello sviluppo. Invertire la percentuale destinata ai progetti multilaterali (circa il 70% su quasi 4 miliardi stanziati) con la quota destinata ai progetti bilaterali. Destinare circa 3 miliardi alle relazioni dirette con Stati o tribù è il modo migliore per controllare non solo i progetti, ma per accertarsi che i nostri soldi vadano a nostri amici e non a sostenitori di altri Paesi. È un tema di buon senso che riesce anche a coniugare la ragion di Stato.
Il premier ottiene la fiducia di Biden ma si accredita con i repubblicani
C’è un aspetto del viaggio a Washington di Giorgia Meloni a cui si è prestata minore attenzione: il fatto che il presidente del Consiglio, oltre a rafforzare i legami con la Casa Bianca attualmente a guida dem, ha consolidato la sponda con il Partito repubblicano. Si tratta di un fattore non esattamente di poco conto. La Meloni ha infatti avuto modo di incontrare sia lo Speaker della Camera, Kevin McCarthy, sia il capogruppo al Senato, Mitch McConnell. Da entrambi ha riscosso delle notevoli aperture di credito.
«La visita del primo ministro, Giorgia Meloni, è molto importante. Sostengo le azioni dell’Italia per ridurre la dipendenza dal gas naturale russo e per affrontare la crisi dei migranti nell’Europa meridionale. E lodo i suoi sforzi per affrontare la crescente aggressione dalla Cina comunista», ha twittato McCarthy, che era stato ricevuto a Palazzo Chigi a maggio. Inoltre, già mercoledì McConnell aveva pronunciato delle parole piuttosto positive nei confronti della Meloni. «Il premier Meloni è entrato in carica mentre l’Europa affrontava la sua prima guerra terrestre su larga scala da decenni e l’Italia affrontava le crescenti vulnerabilità economiche dovute alla dipendenza dalla Cina. E, a detta di tutti, ha affrontato queste sfide frontalmente», aveva affermato in una nota. «Il presidente del Consiglio ha ribadito più volte l’impegno dell’Italia ad aiutare l’Ucraina a sconfiggere l’aggressione russa e a ricostruire la sua economia. E, cosa importante, a differenza di alcuni leader, lo ha fatto con fresca chiarezza al popolo italiano sugli interessi concreti del proprio Paese nell’aiutare l’Ucraina a difendersi», aveva aggiunto.
Va da sé che gli incontri con McCarthy e McConnell hanno avuto una natura principalmente istituzionale (d’altronde la Meloni ha visto anche vari parlamentari dem, oltre a ribadire che i rapporti tra Italia e Usa vanno al di là del colore dei rispettivi governi). Il risvolto politico tuttavia è (almeno indirettamente) ineludibile, anche perché con lo Speaker della Camera la Meloni ha avuto un vero e proprio colloquio in cui sono stati discussi vari temi: la guerra in Ucraina, la stabilità del Mediterraneo, la situazione dell’Indo-Pacifico e la prossima presidenza italiana del G7.
Negli anni, Fdi ha stretto vari legami con il Partito repubblicano americano e, prima di arrivare a Palazzo Chigi, la Meloni ha più volte preso parte alla Conservative political action conference: rapporti, quelli con i conservatori d’Oltreatlantico, storicamente curati dal capodelegazione di Fdi-Ecr al Parlamento europeo, Carlo Fidanza, che proprio ieri ha detto: «Con Giorgia Meloni a Washington ha vinto l’Italia che esce ancora più forte nel suo posizionamento internazionale». Vale poi la pena sottolineare che, al di là dei rispettivi incarichi istituzionali, McConnell e McCarthy rappresentano due differenti aree del mondo repubblicano. Il primo è più vicino all’establishment storico e sull’Ucraina sposa una posizione particolarmente proattiva e interventista. Il secondo è più vicino all’area trumpista (nonostante abbia avuto qualche tensione con alcuni settori di quest’ultima negli scorsi mesi). Inoltre, venendo al dossier ucraino, è favorevole a mantenere il sostegno militare a Kiev, ma a determinate condizioni e a fronte di una strategia americana più chiara di quella attuale.
Continuare a coltivare il canale con il variegato mondo dei repubblicani è utilissimo alla Meloni. E non è soltanto una questione di affinità ideologica. Si tratta di un tema molto più pragmatico. L’anno prossimo negli Usa si terranno le elezioni presidenziali. E, al momento, Biden è politicamente assai debole: molte sue misure sono impopolari, è sotto inchiesta da parte di un procuratore speciale e i guai giudiziari del figlio rischiano di azzopparlo ulteriormente. Senza contare che profonde spaccature dividono il Partito democratico americano. Insomma, sembra proprio che Palazzo Chigi voglia tenersi (comprensibilmente) pronto nel caso, non certo improbabile, di un cambio di guardia alla Casa Bianca.
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Palazzo Chigi e Casa Bianca rilanciano la collaborazione per garantire la pace nello stretto di Taiwan. Con l’impegno militare di Roma, come punta avanzata dell’Europa. Il nostro Paese tornerà a contare nel Mediterraneo e avrà l’appoggio americano nel G7Colloqui positivi con lo Speaker Kevin McCarthy e il capogruppo al Senato Mitch McConnellLo speciale contiene due articoliL’alleanza con gli Stati Uniti si spinge un po’ più in là, fino a lambire la Cina e tutta la zona attorno a Taiwan. Durante l’incontro di giovedì sera, il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, hanno ribadito l’impegno dei rispettivi Paesi «a garantire la libertà, la prosperità e la sicurezza nella regione indopacifica». In una dichiarazione congiunta pubblicata al termine del bilaterale, Biden ha affermato che gli Stati Uniti «accolgono positivamente la rinnovata presenza italiana nella regione». Entrambe le parti hanno sottolineato l’importanza di garantire la pace nello stretto di Taiwan, che rappresenta una componente «cruciale» per la sicurezza regionale e globale. Infine, i due leader hanno ribadito la determinazione a rafforzare il coordinamento bilaterale per gestire al meglio le sfide relative alla competizione con la Cina. Il riferimento è duplice. Da un lato alla via della Seta, accordo con Pechino di cui è previsto il giro di boa a fine anno, e dall’altro alla nostra presenza militare nell’Indopacifico. Tra la fine di quest’anno e l’inizio del 2024 avremo da quelle parti il pattugliatore d’Altura «Francesco Morosini», la celebre «Amerigo Vespucci», ma soprattutto la nostra ammiraglia, la portaerei «Cavour». Un impegno non da poco che trasforma l’Italia in una punta avanzata per l’Europa, visto che Bruxelles già dal 2021 ha aggiornato i propri quaderni strategici inserendo per la prima volta il quadrante del Sudest asiatico. E come ribadito da Biden, rende i nostri militari partner in una realtà proiettata militarmente al 2040. Lì si sperimenteranno le armi cyber del futuro e la quinta dimensione della sicurezza. Insomma, sembra una contropartita (al di là dell’impegno in Ucraina) al fatto di poter ottenere un riconoscimento diretto nel Mediterraneo e nel Sahel che a partire dal prossimo anno diventeranno il vero terreno di scontro con la Russia. Non a caso la Meloni, nel corso della bilaterale a Washington, ha incassato anche la benedizione della Casa Bianca e soprattutto del Pentagono sul piano Mattei. Ottenedno anche un incontro riservato con Henry Kissinger , «una delle menti più lucide, punto di riferimento della politica strategica e della diplomazia», ha detto dopo averlo ringraziato per l’incontro e «l’onore di di aver dialogato sui temi della contemporaneità». Questo dopo aver ottenuto il visto d’ingresso a Tunisi. «Italia e Stati Uniti sostengono il popolo tunisino, alla luce delle sfide economiche e politiche che il Paese sta affrontando», si legge in una nota con la quale i due leader hanno ribadito la loro determinazione a «garantire la prosperità, la sicurezza e la democrazia in Tunisia». Biden ha anche valutato positivamente la Conferenza internazionale sullo sviluppo e sulle migrazioni, così come «il processo avviato da Roma per promuovere la collaborazione tra Paesi di origine, di transito e di arrivo dei migranti nel Mediterraneo». Su questo fronte, gli Stati Uniti hanno «preso atto del piano Mattei» del governo italiano sull’Africa. ovviamente, al di là delle parole retoriche e un po’ ampollose si legge il chiaro messaggio di affidamento. Affidamento nel senso che gli Usa sembrano darci onori e oneri. Basti vedere quanto sta accadendo in queste ore con il colpo di Stato in Niger. La Francia è ormai fuori da tutto il Sahel e qualcuno dovrà prendere il suo posto. Altrimenti i buchi saranno riempiti da russi, cinesi o se va meglio dai sauditi. Nel corso del punto stampa in ambasciata che ha fatto seguito al colloquio con il presidente Usa, la Meloni ha spiegato che è stato «un lungo incontro», «un appuntamento nel quale abbiamo ribadito la nostra solida alleanza, il partenariato strategico e la profonda amicizia che uniscono Usa e Italia». «Con Biden abbiamo discusso della prossima presidenza italiana del G7», ha aggiunto la Meloni. Da parte degli Usa c’è grande aspettativa e grande sostegno. La ricostruzione dell’Ucraina e il rapporto con l’Africa saranno al centro della presidenza del G7. All’Africa in passato l’Europa e l’Occidente non hanno dato abbastanza peso. L’Africa non è un continente povero ma ricco». Per il premier è un «errore fatale», in politica estera, «non vedere tutta la scacchiera», aggiungendo di aver «trovato condivisione e voglia di collaborare al nostro piano Mattei per l’Africa». A questo punto e con il termine della pausa di Ferragosto sarà importante entrare nella scacchiera con tutti e due i piedi. Un modo per essere più efficaci potrebbe essere quello di rivedere il sistema della cooperazione e dello sviluppo. Invertire la percentuale destinata ai progetti multilaterali (circa il 70% su quasi 4 miliardi stanziati) con la quota destinata ai progetti bilaterali. Destinare circa 3 miliardi alle relazioni dirette con Stati o tribù è il modo migliore per controllare non solo i progetti, ma per accertarsi che i nostri soldi vadano a nostri amici e non a sostenitori di altri Paesi. È un tema di buon senso che riesce anche a coniugare la ragion di Stato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-meloni-flirta-con-biden-ma-tiene-aperta-la-porta-del-gop-2662545404.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-premier-ottiene-la-fiducia-di-biden-ma-si-accredita-con-i-repubblicani" data-post-id="2662545404" data-published-at="1690620275" data-use-pagination="False"> Il premier ottiene la fiducia di Biden ma si accredita con i repubblicani C’è un aspetto del viaggio a Washington di Giorgia Meloni a cui si è prestata minore attenzione: il fatto che il presidente del Consiglio, oltre a rafforzare i legami con la Casa Bianca attualmente a guida dem, ha consolidato la sponda con il Partito repubblicano. Si tratta di un fattore non esattamente di poco conto. La Meloni ha infatti avuto modo di incontrare sia lo Speaker della Camera, Kevin McCarthy, sia il capogruppo al Senato, Mitch McConnell. Da entrambi ha riscosso delle notevoli aperture di credito. «La visita del primo ministro, Giorgia Meloni, è molto importante. Sostengo le azioni dell’Italia per ridurre la dipendenza dal gas naturale russo e per affrontare la crisi dei migranti nell’Europa meridionale. E lodo i suoi sforzi per affrontare la crescente aggressione dalla Cina comunista», ha twittato McCarthy, che era stato ricevuto a Palazzo Chigi a maggio. Inoltre, già mercoledì McConnell aveva pronunciato delle parole piuttosto positive nei confronti della Meloni. «Il premier Meloni è entrato in carica mentre l’Europa affrontava la sua prima guerra terrestre su larga scala da decenni e l’Italia affrontava le crescenti vulnerabilità economiche dovute alla dipendenza dalla Cina. E, a detta di tutti, ha affrontato queste sfide frontalmente», aveva affermato in una nota. «Il presidente del Consiglio ha ribadito più volte l’impegno dell’Italia ad aiutare l’Ucraina a sconfiggere l’aggressione russa e a ricostruire la sua economia. E, cosa importante, a differenza di alcuni leader, lo ha fatto con fresca chiarezza al popolo italiano sugli interessi concreti del proprio Paese nell’aiutare l’Ucraina a difendersi», aveva aggiunto. Va da sé che gli incontri con McCarthy e McConnell hanno avuto una natura principalmente istituzionale (d’altronde la Meloni ha visto anche vari parlamentari dem, oltre a ribadire che i rapporti tra Italia e Usa vanno al di là del colore dei rispettivi governi). Il risvolto politico tuttavia è (almeno indirettamente) ineludibile, anche perché con lo Speaker della Camera la Meloni ha avuto un vero e proprio colloquio in cui sono stati discussi vari temi: la guerra in Ucraina, la stabilità del Mediterraneo, la situazione dell’Indo-Pacifico e la prossima presidenza italiana del G7. Negli anni, Fdi ha stretto vari legami con il Partito repubblicano americano e, prima di arrivare a Palazzo Chigi, la Meloni ha più volte preso parte alla Conservative political action conference: rapporti, quelli con i conservatori d’Oltreatlantico, storicamente curati dal capodelegazione di Fdi-Ecr al Parlamento europeo, Carlo Fidanza, che proprio ieri ha detto: «Con Giorgia Meloni a Washington ha vinto l’Italia che esce ancora più forte nel suo posizionamento internazionale». Vale poi la pena sottolineare che, al di là dei rispettivi incarichi istituzionali, McConnell e McCarthy rappresentano due differenti aree del mondo repubblicano. Il primo è più vicino all’establishment storico e sull’Ucraina sposa una posizione particolarmente proattiva e interventista. Il secondo è più vicino all’area trumpista (nonostante abbia avuto qualche tensione con alcuni settori di quest’ultima negli scorsi mesi). Inoltre, venendo al dossier ucraino, è favorevole a mantenere il sostegno militare a Kiev, ma a determinate condizioni e a fronte di una strategia americana più chiara di quella attuale. Continuare a coltivare il canale con il variegato mondo dei repubblicani è utilissimo alla Meloni. E non è soltanto una questione di affinità ideologica. Si tratta di un tema molto più pragmatico. L’anno prossimo negli Usa si terranno le elezioni presidenziali. E, al momento, Biden è politicamente assai debole: molte sue misure sono impopolari, è sotto inchiesta da parte di un procuratore speciale e i guai giudiziari del figlio rischiano di azzopparlo ulteriormente. Senza contare che profonde spaccature dividono il Partito democratico americano. Insomma, sembra proprio che Palazzo Chigi voglia tenersi (comprensibilmente) pronto nel caso, non certo improbabile, di un cambio di guardia alla Casa Bianca.
Un uomo, un aeroplano, il freddo da domare per stabilire un record. Ma soprattutto il tentativo di capire come gli aeroplani avrebbero potuto volare più in alto per sfuggire alla contraerea.
Nicole Minetti (Getty Images)
In pratica, la testimone chiave smonta le accuse che secondo il giornale di Marco Travaglio lei stessa aveva formulato e fa intendere che le sue parole siano state strumentalizzate. Ovviamente non fa cenno a chi sia l’autore della manipolazione, ma si capisce che l’ex dipendente del ranch non ha alcuna intenzione di puntellare le traballanti accuse del Fatto, lasciando dunque il quotidiano con il cerino in mano.
E la fiammella ora rischia di scottare i polpastrelli di Travaglio e compagni, prova ne sia che il giornale, dopo aver letto la relazione con cui la Procura generale della corte d’appello di Milano spazzava via le insinuazioni circa la vita di Minetti in Spagna e Uruguay, ha spedito un cronista direttamente a Punta dell’Est, alla disperata ricerca di nuovi testimoni. La lettera della procuratrice Francesca Nanni non era infatti tenerissima nei confronti del Fatto.
Anche se con un linguaggio burocratico, la magistratura incaricata dal Quirinale di verificare se Minetti continuasse la vita di prima, e dunque non fosse meritevole di un provvedimento di clemenza da parte del presidente della Repubblica, ha accusato il giornale di aver diffuso «notizie non veritiere». Un pugno in faccia per quello che un tempo era definito l’organo delle Procure, che ha costretto Travaglio a pronunciare, come un Oscar Luigi Scalfaro qualsiasi, «non ci sto», minacciando querela nei confronti della stessa Procura generale.
Tuttavia, il problema non è quanto ha scritto Francesca Nanni, ma che cosa ha firmato Graciela di fronte al notaio. Per questo l’inviato in Uruguay insegue tassisti, cronisti e poliziotti, nella speranza non soltanto di riuscire a parlare con Graciela e strapparle la smentita della smentita, ma anche nel tentativo di trovare altri che possano confermare che nel ranch di Cipriani e Minetti si svolgessero incontri a luci rosse. Al momento, il cronista in trasferta è costretto a registrare solo mezze frasi e qualche suggestione: troppo poco per riuscire a ribaltare la «sentenza» della procuratrice generale.
Forse Graciela si è spaventata del clamore della faccenda e teme di fare la fine del vaso di coccio fra vasi di ferro. Forse qualcuno l’ha minacciata. Forse è stata inghiottita dal mare. Insomma, gli scenari evocati sono misteriosi. L’unico non preso in considerazione è che la donna, magari risentita per essere stata licenziata, abbia voluto vendicarsi di Cipriani e pure di Minetti. Un’ipotesi che certo lascerebbe ancor più esposto il Fatto, che in questa storia sembra giocarsi la partita della vita.
Già, perché oltre a doversi difendere dalle accuse che la procuratrice generale Francesca Nanni ha rivolto contro la testata, Travaglio e compagni hanno un grosso problema costituito dalla causa che l’ex igienista dentale e il compagno hanno intentato contro il giornale. Non in Italia ma di fronte al tribunale di New York. I procedimenti giudiziari per diffamazione e per danni, in America non seguono l’iter a cui siamo abituati da noi. E nemmeno vengono applicati i parametri risarcitori in vigore a Milano o Roma. Dover ingaggiare uno studio legale rischia di costare molte centinaia di migliaia di euro e in caso di condanna l’esborso potrebbe essere pesantissimo. Insomma, oltre alla reputazione del giornale, che secondo Travaglio sarebbe stata lesa dalla relazione di Francesca Nanni, in gioco c’è la sopravvivenza stessa del quotidiano. Il caso dunque non è più costituito dalla grazia a Minetti, ma dalla disgrazia che rischia di abbattersi sul Fatto. L’aspetto paradossale della faccenda è che il giornale, dopo aver a lungo beneficiato dei guai giudiziari di Berlusconi, ora da una costola dei processi a Berlusconi rischia di subire il danno più grave nei suoi vent’anni di storia. Per la sinistra e per la corrente giudiziaria dei compagni sarebbe un colpo mortale.
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Pina Picierno (Ansa)
Campana di Santa Maria Capua a Vetere, figlia di un segretario cittadino della Margherita, nipote di un notabile Dc poi passato al Pd, lei è riuscita ad arrivare a 45 anni senza aver mai fatto alcun lavoro oltre la politica, fin dalla laurea, in scienza delle comunicazioni, che prese con una tesi sul linguaggio di Ciriaco De Mita. «Il mio mito», disse, anche se poi lo mise da parte per schierarsi con Renzi che quel mito lo voleva rottamare. Ma, insomma, fin da ragazzina lei ha frequentato la politica e ne ha accompagnato lo scadimento passando da una poltrona all’altra: presidente dei giovani della Margherita (2005), responsabile giovani del Pd (2007), parlamentare (2008), europarlamentare (2014), vicepresidente del Parlamento Ue (2022). Man mano che la politica scadeva lei ascendeva. Sarà un caso?
Nella sua carriera è stata veltroniana, franceschiniana, bersaniana contro Renzi poi renziana contro Bersani, un po’ per Epifani e poi per Zingaretti. L’unica che proprio non le va a genio è Elly Schlein: con lei alla guida ha iniziato a fare opposizione al Pd fino ad uscirne con un’idea originale: «Penso ad un’iniziativa nuova al centro», ha detto. In effetti, non ci ha ancora pensato nessuno. A parte Calenda, Renzi, Bonino, Magi, Marattin, Lupi, Tabacci, Gentiloni e decine di altri. Comunque noi le crediamo, cara Picierno, anche se cosa sia questa nuova iniziativa non si sa perché, come scrive il Corriere, lei «misura le parole». Le misura a tal punto che Il Foglio le ha chiesto un’intervista e ci ha riempito tre pagine. Tre pagine di parole misurando le parole. Non male. Però è riuscita a non dire nulla lo stesso.
Che la nuova iniziativa sia in sintonia col popolo, però, non v’è dubbio. Lei in questo è maestra. Lo dimostrò, una volta per tutte, quando disse che con i famosi 80 euro di Renzi «una famiglia ci riempie il carrello della spesa per due settimane». Ma certo: con 100 euro sono garantite pure le vacanze alle Maldive, non è vero? Poco dopo sparò che l’Europa aveva investito 2.372 miliardi in vaccini Covid. Erano due miliardi, ma che differenza fa? In pandemia, per altro, prese posizioni durissime: «Sanzioni pecuniarie per chi non si vaccina», tuonò non bastandole il green pass. Sull’Ucraina non parliamone: chiunque osi dissociarsi dalla linea «Zelensky santo subito» viene da lei bollato come putiniano. «Non siamo per la politica del dolce forno», disse un giorno. Forse voleva dire due forni, ma chissà perché le è venuto in mente il giocattolo Herbert. Forse perché la politica è scaduta. O forse perché lei è proprio come le torte del dolce forno. Cotta al punto giusto.
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