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2023-07-29
La Meloni flirta con Biden ma tiene aperta la porta del Gop
Giorgia Meloni e Joe Biden (Ansa)
L’alleanza con gli Stati Uniti si spinge un po’ più in là, fino a lambire la Cina e tutta la zona attorno a Taiwan. Durante l’incontro di giovedì sera, il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, hanno ribadito l’impegno dei rispettivi Paesi «a garantire la libertà, la prosperità e la sicurezza nella regione indopacifica». In una dichiarazione congiunta pubblicata al termine del bilaterale, Biden ha affermato che gli Stati Uniti «accolgono positivamente la rinnovata presenza italiana nella regione». Entrambe le parti hanno sottolineato l’importanza di garantire la pace nello stretto di Taiwan, che rappresenta una componente «cruciale» per la sicurezza regionale e globale. Infine, i due leader hanno ribadito la determinazione a rafforzare il coordinamento bilaterale per gestire al meglio le sfide relative alla competizione con la Cina. Il riferimento è duplice. Da un lato alla via della Seta, accordo con Pechino di cui è previsto il giro di boa a fine anno, e dall’altro alla nostra presenza militare nell’Indopacifico. Tra la fine di quest’anno e l’inizio del 2024 avremo da quelle parti il pattugliatore d’Altura «Francesco Morosini», la celebre «Amerigo Vespucci», ma soprattutto la nostra ammiraglia, la portaerei «Cavour». Un impegno non da poco che trasforma l’Italia in una punta avanzata per l’Europa, visto che Bruxelles già dal 2021 ha aggiornato i propri quaderni strategici inserendo per la prima volta il quadrante del Sudest asiatico. E come ribadito da Biden, rende i nostri militari partner in una realtà proiettata militarmente al 2040. Lì si sperimenteranno le armi cyber del futuro e la quinta dimensione della sicurezza. Insomma, sembra una contropartita (al di là dell’impegno in Ucraina) al fatto di poter ottenere un riconoscimento diretto nel Mediterraneo e nel Sahel che a partire dal prossimo anno diventeranno il vero terreno di scontro con la Russia. Non a caso la Meloni, nel corso della bilaterale a Washington, ha incassato anche la benedizione della Casa Bianca e soprattutto del Pentagono sul piano Mattei. Ottenedno anche un incontro riservato con Henry Kissinger , «una delle menti più lucide, punto di riferimento della politica strategica e della diplomazia», ha detto dopo averlo ringraziato per l’incontro e «l’onore di di aver dialogato sui temi della contemporaneità». Questo dopo aver ottenuto il visto d’ingresso a Tunisi.
«Italia e Stati Uniti sostengono il popolo tunisino, alla luce delle sfide economiche e politiche che il Paese sta affrontando», si legge in una nota con la quale i due leader hanno ribadito la loro determinazione a «garantire la prosperità, la sicurezza e la democrazia in Tunisia». Biden ha anche valutato positivamente la Conferenza internazionale sullo sviluppo e sulle migrazioni, così come «il processo avviato da Roma per promuovere la collaborazione tra Paesi di origine, di transito e di arrivo dei migranti nel Mediterraneo». Su questo fronte, gli Stati Uniti hanno «preso atto del piano Mattei» del governo italiano sull’Africa. ovviamente, al di là delle parole retoriche e un po’ ampollose si legge il chiaro messaggio di affidamento. Affidamento nel senso che gli Usa sembrano darci onori e oneri. Basti vedere quanto sta accadendo in queste ore con il colpo di Stato in Niger. La Francia è ormai fuori da tutto il Sahel e qualcuno dovrà prendere il suo posto. Altrimenti i buchi saranno riempiti da russi, cinesi o se va meglio dai sauditi. Nel corso del punto stampa in ambasciata che ha fatto seguito al colloquio con il presidente Usa, la Meloni ha spiegato che è stato «un lungo incontro», «un appuntamento nel quale abbiamo ribadito la nostra solida alleanza, il partenariato strategico e la profonda amicizia che uniscono Usa e Italia». «Con Biden abbiamo discusso della prossima presidenza italiana del G7», ha aggiunto la Meloni. Da parte degli Usa c’è grande aspettativa e grande sostegno. La ricostruzione dell’Ucraina e il rapporto con l’Africa saranno al centro della presidenza del G7. All’Africa in passato l’Europa e l’Occidente non hanno dato abbastanza peso. L’Africa non è un continente povero ma ricco». Per il premier è un «errore fatale», in politica estera, «non vedere tutta la scacchiera», aggiungendo di aver «trovato condivisione e voglia di collaborare al nostro piano Mattei per l’Africa». A questo punto e con il termine della pausa di Ferragosto sarà importante entrare nella scacchiera con tutti e due i piedi. Un modo per essere più efficaci potrebbe essere quello di rivedere il sistema della cooperazione e dello sviluppo. Invertire la percentuale destinata ai progetti multilaterali (circa il 70% su quasi 4 miliardi stanziati) con la quota destinata ai progetti bilaterali. Destinare circa 3 miliardi alle relazioni dirette con Stati o tribù è il modo migliore per controllare non solo i progetti, ma per accertarsi che i nostri soldi vadano a nostri amici e non a sostenitori di altri Paesi. È un tema di buon senso che riesce anche a coniugare la ragion di Stato.
Il premier ottiene la fiducia di Biden ma si accredita con i repubblicani
C’è un aspetto del viaggio a Washington di Giorgia Meloni a cui si è prestata minore attenzione: il fatto che il presidente del Consiglio, oltre a rafforzare i legami con la Casa Bianca attualmente a guida dem, ha consolidato la sponda con il Partito repubblicano. Si tratta di un fattore non esattamente di poco conto. La Meloni ha infatti avuto modo di incontrare sia lo Speaker della Camera, Kevin McCarthy, sia il capogruppo al Senato, Mitch McConnell. Da entrambi ha riscosso delle notevoli aperture di credito.
«La visita del primo ministro, Giorgia Meloni, è molto importante. Sostengo le azioni dell’Italia per ridurre la dipendenza dal gas naturale russo e per affrontare la crisi dei migranti nell’Europa meridionale. E lodo i suoi sforzi per affrontare la crescente aggressione dalla Cina comunista», ha twittato McCarthy, che era stato ricevuto a Palazzo Chigi a maggio. Inoltre, già mercoledì McConnell aveva pronunciato delle parole piuttosto positive nei confronti della Meloni. «Il premier Meloni è entrato in carica mentre l’Europa affrontava la sua prima guerra terrestre su larga scala da decenni e l’Italia affrontava le crescenti vulnerabilità economiche dovute alla dipendenza dalla Cina. E, a detta di tutti, ha affrontato queste sfide frontalmente», aveva affermato in una nota. «Il presidente del Consiglio ha ribadito più volte l’impegno dell’Italia ad aiutare l’Ucraina a sconfiggere l’aggressione russa e a ricostruire la sua economia. E, cosa importante, a differenza di alcuni leader, lo ha fatto con fresca chiarezza al popolo italiano sugli interessi concreti del proprio Paese nell’aiutare l’Ucraina a difendersi», aveva aggiunto.
Va da sé che gli incontri con McCarthy e McConnell hanno avuto una natura principalmente istituzionale (d’altronde la Meloni ha visto anche vari parlamentari dem, oltre a ribadire che i rapporti tra Italia e Usa vanno al di là del colore dei rispettivi governi). Il risvolto politico tuttavia è (almeno indirettamente) ineludibile, anche perché con lo Speaker della Camera la Meloni ha avuto un vero e proprio colloquio in cui sono stati discussi vari temi: la guerra in Ucraina, la stabilità del Mediterraneo, la situazione dell’Indo-Pacifico e la prossima presidenza italiana del G7.
Negli anni, Fdi ha stretto vari legami con il Partito repubblicano americano e, prima di arrivare a Palazzo Chigi, la Meloni ha più volte preso parte alla Conservative political action conference: rapporti, quelli con i conservatori d’Oltreatlantico, storicamente curati dal capodelegazione di Fdi-Ecr al Parlamento europeo, Carlo Fidanza, che proprio ieri ha detto: «Con Giorgia Meloni a Washington ha vinto l’Italia che esce ancora più forte nel suo posizionamento internazionale». Vale poi la pena sottolineare che, al di là dei rispettivi incarichi istituzionali, McConnell e McCarthy rappresentano due differenti aree del mondo repubblicano. Il primo è più vicino all’establishment storico e sull’Ucraina sposa una posizione particolarmente proattiva e interventista. Il secondo è più vicino all’area trumpista (nonostante abbia avuto qualche tensione con alcuni settori di quest’ultima negli scorsi mesi). Inoltre, venendo al dossier ucraino, è favorevole a mantenere il sostegno militare a Kiev, ma a determinate condizioni e a fronte di una strategia americana più chiara di quella attuale.
Continuare a coltivare il canale con il variegato mondo dei repubblicani è utilissimo alla Meloni. E non è soltanto una questione di affinità ideologica. Si tratta di un tema molto più pragmatico. L’anno prossimo negli Usa si terranno le elezioni presidenziali. E, al momento, Biden è politicamente assai debole: molte sue misure sono impopolari, è sotto inchiesta da parte di un procuratore speciale e i guai giudiziari del figlio rischiano di azzopparlo ulteriormente. Senza contare che profonde spaccature dividono il Partito democratico americano. Insomma, sembra proprio che Palazzo Chigi voglia tenersi (comprensibilmente) pronto nel caso, non certo improbabile, di un cambio di guardia alla Casa Bianca.
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Palazzo Chigi e Casa Bianca rilanciano la collaborazione per garantire la pace nello stretto di Taiwan. Con l’impegno militare di Roma, come punta avanzata dell’Europa. Il nostro Paese tornerà a contare nel Mediterraneo e avrà l’appoggio americano nel G7Colloqui positivi con lo Speaker Kevin McCarthy e il capogruppo al Senato Mitch McConnellLo speciale contiene due articoliL’alleanza con gli Stati Uniti si spinge un po’ più in là, fino a lambire la Cina e tutta la zona attorno a Taiwan. Durante l’incontro di giovedì sera, il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, hanno ribadito l’impegno dei rispettivi Paesi «a garantire la libertà, la prosperità e la sicurezza nella regione indopacifica». In una dichiarazione congiunta pubblicata al termine del bilaterale, Biden ha affermato che gli Stati Uniti «accolgono positivamente la rinnovata presenza italiana nella regione». Entrambe le parti hanno sottolineato l’importanza di garantire la pace nello stretto di Taiwan, che rappresenta una componente «cruciale» per la sicurezza regionale e globale. Infine, i due leader hanno ribadito la determinazione a rafforzare il coordinamento bilaterale per gestire al meglio le sfide relative alla competizione con la Cina. Il riferimento è duplice. Da un lato alla via della Seta, accordo con Pechino di cui è previsto il giro di boa a fine anno, e dall’altro alla nostra presenza militare nell’Indopacifico. Tra la fine di quest’anno e l’inizio del 2024 avremo da quelle parti il pattugliatore d’Altura «Francesco Morosini», la celebre «Amerigo Vespucci», ma soprattutto la nostra ammiraglia, la portaerei «Cavour». Un impegno non da poco che trasforma l’Italia in una punta avanzata per l’Europa, visto che Bruxelles già dal 2021 ha aggiornato i propri quaderni strategici inserendo per la prima volta il quadrante del Sudest asiatico. E come ribadito da Biden, rende i nostri militari partner in una realtà proiettata militarmente al 2040. Lì si sperimenteranno le armi cyber del futuro e la quinta dimensione della sicurezza. Insomma, sembra una contropartita (al di là dell’impegno in Ucraina) al fatto di poter ottenere un riconoscimento diretto nel Mediterraneo e nel Sahel che a partire dal prossimo anno diventeranno il vero terreno di scontro con la Russia. Non a caso la Meloni, nel corso della bilaterale a Washington, ha incassato anche la benedizione della Casa Bianca e soprattutto del Pentagono sul piano Mattei. Ottenedno anche un incontro riservato con Henry Kissinger , «una delle menti più lucide, punto di riferimento della politica strategica e della diplomazia», ha detto dopo averlo ringraziato per l’incontro e «l’onore di di aver dialogato sui temi della contemporaneità». Questo dopo aver ottenuto il visto d’ingresso a Tunisi. «Italia e Stati Uniti sostengono il popolo tunisino, alla luce delle sfide economiche e politiche che il Paese sta affrontando», si legge in una nota con la quale i due leader hanno ribadito la loro determinazione a «garantire la prosperità, la sicurezza e la democrazia in Tunisia». Biden ha anche valutato positivamente la Conferenza internazionale sullo sviluppo e sulle migrazioni, così come «il processo avviato da Roma per promuovere la collaborazione tra Paesi di origine, di transito e di arrivo dei migranti nel Mediterraneo». Su questo fronte, gli Stati Uniti hanno «preso atto del piano Mattei» del governo italiano sull’Africa. ovviamente, al di là delle parole retoriche e un po’ ampollose si legge il chiaro messaggio di affidamento. Affidamento nel senso che gli Usa sembrano darci onori e oneri. Basti vedere quanto sta accadendo in queste ore con il colpo di Stato in Niger. La Francia è ormai fuori da tutto il Sahel e qualcuno dovrà prendere il suo posto. Altrimenti i buchi saranno riempiti da russi, cinesi o se va meglio dai sauditi. Nel corso del punto stampa in ambasciata che ha fatto seguito al colloquio con il presidente Usa, la Meloni ha spiegato che è stato «un lungo incontro», «un appuntamento nel quale abbiamo ribadito la nostra solida alleanza, il partenariato strategico e la profonda amicizia che uniscono Usa e Italia». «Con Biden abbiamo discusso della prossima presidenza italiana del G7», ha aggiunto la Meloni. Da parte degli Usa c’è grande aspettativa e grande sostegno. La ricostruzione dell’Ucraina e il rapporto con l’Africa saranno al centro della presidenza del G7. All’Africa in passato l’Europa e l’Occidente non hanno dato abbastanza peso. L’Africa non è un continente povero ma ricco». Per il premier è un «errore fatale», in politica estera, «non vedere tutta la scacchiera», aggiungendo di aver «trovato condivisione e voglia di collaborare al nostro piano Mattei per l’Africa». A questo punto e con il termine della pausa di Ferragosto sarà importante entrare nella scacchiera con tutti e due i piedi. Un modo per essere più efficaci potrebbe essere quello di rivedere il sistema della cooperazione e dello sviluppo. Invertire la percentuale destinata ai progetti multilaterali (circa il 70% su quasi 4 miliardi stanziati) con la quota destinata ai progetti bilaterali. Destinare circa 3 miliardi alle relazioni dirette con Stati o tribù è il modo migliore per controllare non solo i progetti, ma per accertarsi che i nostri soldi vadano a nostri amici e non a sostenitori di altri Paesi. È un tema di buon senso che riesce anche a coniugare la ragion di Stato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-meloni-flirta-con-biden-ma-tiene-aperta-la-porta-del-gop-2662545404.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-premier-ottiene-la-fiducia-di-biden-ma-si-accredita-con-i-repubblicani" data-post-id="2662545404" data-published-at="1690620275" data-use-pagination="False"> Il premier ottiene la fiducia di Biden ma si accredita con i repubblicani C’è un aspetto del viaggio a Washington di Giorgia Meloni a cui si è prestata minore attenzione: il fatto che il presidente del Consiglio, oltre a rafforzare i legami con la Casa Bianca attualmente a guida dem, ha consolidato la sponda con il Partito repubblicano. Si tratta di un fattore non esattamente di poco conto. La Meloni ha infatti avuto modo di incontrare sia lo Speaker della Camera, Kevin McCarthy, sia il capogruppo al Senato, Mitch McConnell. Da entrambi ha riscosso delle notevoli aperture di credito. «La visita del primo ministro, Giorgia Meloni, è molto importante. Sostengo le azioni dell’Italia per ridurre la dipendenza dal gas naturale russo e per affrontare la crisi dei migranti nell’Europa meridionale. E lodo i suoi sforzi per affrontare la crescente aggressione dalla Cina comunista», ha twittato McCarthy, che era stato ricevuto a Palazzo Chigi a maggio. Inoltre, già mercoledì McConnell aveva pronunciato delle parole piuttosto positive nei confronti della Meloni. «Il premier Meloni è entrato in carica mentre l’Europa affrontava la sua prima guerra terrestre su larga scala da decenni e l’Italia affrontava le crescenti vulnerabilità economiche dovute alla dipendenza dalla Cina. E, a detta di tutti, ha affrontato queste sfide frontalmente», aveva affermato in una nota. «Il presidente del Consiglio ha ribadito più volte l’impegno dell’Italia ad aiutare l’Ucraina a sconfiggere l’aggressione russa e a ricostruire la sua economia. E, cosa importante, a differenza di alcuni leader, lo ha fatto con fresca chiarezza al popolo italiano sugli interessi concreti del proprio Paese nell’aiutare l’Ucraina a difendersi», aveva aggiunto. Va da sé che gli incontri con McCarthy e McConnell hanno avuto una natura principalmente istituzionale (d’altronde la Meloni ha visto anche vari parlamentari dem, oltre a ribadire che i rapporti tra Italia e Usa vanno al di là del colore dei rispettivi governi). Il risvolto politico tuttavia è (almeno indirettamente) ineludibile, anche perché con lo Speaker della Camera la Meloni ha avuto un vero e proprio colloquio in cui sono stati discussi vari temi: la guerra in Ucraina, la stabilità del Mediterraneo, la situazione dell’Indo-Pacifico e la prossima presidenza italiana del G7. Negli anni, Fdi ha stretto vari legami con il Partito repubblicano americano e, prima di arrivare a Palazzo Chigi, la Meloni ha più volte preso parte alla Conservative political action conference: rapporti, quelli con i conservatori d’Oltreatlantico, storicamente curati dal capodelegazione di Fdi-Ecr al Parlamento europeo, Carlo Fidanza, che proprio ieri ha detto: «Con Giorgia Meloni a Washington ha vinto l’Italia che esce ancora più forte nel suo posizionamento internazionale». Vale poi la pena sottolineare che, al di là dei rispettivi incarichi istituzionali, McConnell e McCarthy rappresentano due differenti aree del mondo repubblicano. Il primo è più vicino all’establishment storico e sull’Ucraina sposa una posizione particolarmente proattiva e interventista. Il secondo è più vicino all’area trumpista (nonostante abbia avuto qualche tensione con alcuni settori di quest’ultima negli scorsi mesi). Inoltre, venendo al dossier ucraino, è favorevole a mantenere il sostegno militare a Kiev, ma a determinate condizioni e a fronte di una strategia americana più chiara di quella attuale. Continuare a coltivare il canale con il variegato mondo dei repubblicani è utilissimo alla Meloni. E non è soltanto una questione di affinità ideologica. Si tratta di un tema molto più pragmatico. L’anno prossimo negli Usa si terranno le elezioni presidenziali. E, al momento, Biden è politicamente assai debole: molte sue misure sono impopolari, è sotto inchiesta da parte di un procuratore speciale e i guai giudiziari del figlio rischiano di azzopparlo ulteriormente. Senza contare che profonde spaccature dividono il Partito democratico americano. Insomma, sembra proprio che Palazzo Chigi voglia tenersi (comprensibilmente) pronto nel caso, non certo improbabile, di un cambio di guardia alla Casa Bianca.
(Ansa)
La sottoscrizione serve per avviare il processo della proposta per contenere le migrazioni massive che secondo i promotori (tra cui Casapound) «sono un fenomeno disastroso e deleterio per le nazioni e i popoli» perché generano problemi sociali, culturali ed economici e compromettono la sovranità e l’identità nazionale. L’Italia e l’Europa fronteggiano ormai da decenni un fenomeno migratorio di dimensioni enormi che si inserisce in un quadro più ampio di processi geopolitici ed economici, molto spesso, se non sempre, incentivati da centri di interesse che perseguono interessi e obiettivi contrari a quelli di nazioni e popoli.
Epperò in Europa il clima sta cambiando visto che la stessa Commissione europea ha delineato un nuovo approccio alla gestione delle migrazioni che mette al centro la sicurezza degli ingressi, la cooperazione con i Paesi terzi e un maggiore controllo dei flussi, cercando un equilibrio tra canali legali e contrasto all’irregolarità.
Legalità e sicurezza nazionali restano le priorità per ogni Stato con l’obiettivo di ridurre i disagi per i cittadini. Come spiegato dal direttore Maurizio Belpietro un’idea finalizzata sempre al contenimento della presenza dei migranti arriva dalla socialdemocratica Danimarca dove la premier Mette Frederiksen ha annunciato un irrigidimento delle norme che prevede l’espulsione dei cittadini stranieri condannati ad almeno un anno di carcere per reati gravi, accelerando i meccanismi di allontanamento di soggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza interna. Nei reati gravi ha spiegato il ministero dell’immigrazione rientrano «aggressione aggravata e stupro».
«Le parole di Frederiksen certificano il fallimento di un sistema giunto inesorabilmente al capolinea», dice l’europarlamentare leghista Paolo Borchia. «Se anche le socialdemocrazie scandinave, storicamente generosissime in termini di welfare, si rendono conto di essere diventate un bancomat per migliaia di immigrati che non hanno saputo, o voluto, imbracciare la via dell’integrazione, significa che tutta Europa deve imparare a selezionare chi merita l’accoglienza e chi no», prosegue l’europarlamentare.
In termini generali, al di là delle procedure, aggiunge Borchia, «è evidente che ci sia la necessità di non consentire a chi commette reati di rimanere sui nostri territori. La sicurezza è diventato uno dei diritti principali da tutelare per il futuro. Un approccio più muscolare è necessario, anche a scopi di deterrenza».
Nel frattempo oltre a Danimarca, che ha un 8% di immigrati, Germania, primo paese Ue per immigrazione, Austria, Paesi bassi e Grecia stanno valutando la creazione di centri di rimpatrio al di fuori dell’Unione europea, i cosiddetti «return hub», per trasferire i richiedenti asilo irregolari verso Paesi terzi. Lo riferisce il portale tedesco Tagesschau, citando il ministero dell’Interno di Berlino. Secondo quanto riportato, dai centri verrebbero poi organizzati i rientri nei Paesi d’origine o negli Stati confinanti dei migranti cui è stata respinta la domanda di asilo nell’Ue. I cinque Paesi hanno istituito un gruppo di lavoro dedicato alla questione e, sempre secondo Tagesschau, accordi concreti dovrebbero essere raggiunti nel corso del 2026, confermando quindi che i centri immigrati in Albania voluti dal premier Giorgia Meloni sono un modello che ha anticipato le linee del Patto immigrazione e asilo dell’Unione europea.
Peraltro le politiche di contenimento secondo l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex), hanno provocato nel 2025 una diminuzione degli ingressi irregolari nell’Unione del 26%, il livello più basso registrato dal 2021, con cali significativi lungo le rotte dei Balcani e dell’Africa occidentale, al contrario del Mediterraneo centrale che resta la rotta più attiva verso l’Ue.
Tornando alla proposta di una legge su Remigrazione e riconquista che rafforza la normativa vigente in materia di governo dei flussi migratori, tutela della sicurezza pubblica e politiche demografiche e prevede il rientro volontario e assistito di cittadini stranieri regolarmente presenti, mediante incentivi economici, il presidente del Comitato Luca Marsella, ha rivendicato il risultato come risposta ai tentativi di bloccare politicamente l’iniziativa e ha invitato a proseguire la sottoscrizione per presentarsi in Parlamento con una platea di sostenitori ancora più ampia. La partita ora non è più simbolica ma procedurale: la proposta entra nel perimetro istituzionale e costringe il sistema politico a confrontarsi nel merito.
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C’è poco da fare: pensi gnocchi e ti viene fame. Sono probabilmente il primo piatto più apprezzato dai bambini e sono una ricetta che risolve tutti i problemi. Siamo abituati a pensarli di patate (alla sorrentina sono di una golosità solare!) ma in realtà si possono fare con tanti frutti dell’orto: a esempio in autunno con zucca e castagne e un sugo di funghi diventano sublimi. Noi oggi ve ne proponiamo alcuni leggerissimi, di gran gusto e di sicuro effetto: ingrediente base il cavolfiore!
Ingredienti – Cavolfiore 600 gr, farina tipo0 500 gr, un uovo,150 gr di gorgonzola, 12 noci, 150 gr di Parmigiano reggiano o Grana padano o altro formaggio da grattugia (tipo Montasio stravecchio), un bicchiere scarso di latte, sale e pepe qb
Procedimento – Tagliate a dadoni il cavolfiore e poi col il mixer riducetelo in una sorta di poltiglia. In una ciotola grande unite il cavolfiore grattugiato a ¾ della farina e lavoratelo con energia, aggiungete l’uovo e impastate ben bene, volendo anche con pizzico di sale. Fate riposare l’impasto poi infarinate il tagliere, date una forma cilindrica all’impasto lavorandolo ulteriormente e ricavatene tanti bastoncini che taglierete a pezzetti lunghi circa mezzo centimetro. E gli gnocchi sono fatti, sistemateli in un vassoio spolverizzando con altra farina. Mettete a bollire una pentola capiente con l’acqua e un po’ di sale e nel frattempo in una padella capiente – ci dovrete mantecare gli gnocchi – fate fondere a fiamma moderata il gorgonzola nel latte aggiungendo una metà circa de formaggio grattugiato. Lessate gli gnocchi (sono pronti quando vengono a galla, ci vorranno un paio di minuti) poi passateli nella crema di formaggio aggiungendo un pizzico di pepe se vi va, i gherigli delle noci, che avrete nel frattempo sgusciato, tritati grossolanamente. Aggiungete altro formaggio grattugiato e servite.
Come far divertire i bambini – Fate sistemare a loro gli gnocchi man mano che si fanno, nel piatto dove riposeranno.
Abbinamento – Abbiamo scelto un Teroldego trentino, vanno benissimo Merlot o Cabernet Sauvignon o volendo anche una Barbera.
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Manifesti antiamericani a Teheran. Nel riquadro il titolo di Drop Site sul possibile attacco Usa (Ansa)
«Se il nemico commette un errore, senza dubbio metterà a repentaglio la propria sicurezza, la sicurezza della regione e la sicurezza del regime sionista», ha frattanto dichiarato ieri il capo dell’esercito iraniano, Amir Hatami, aggiungendo che le forze armate del regime sono «in piena prontezza difensiva e militare». Tutto questo, mentre i media statali iraniani pubblicavano foto di Ali Khamenei, per smentire le voci che si fosse nascosto in un bunker. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno espresso irritazione per le esercitazioni militari dei pasdaran in programma oggi e domani nello Stretto di Hormuz: un’area, ricordiamolo, cruciale per quanto concerne il trasporto del petrolio. «Non tollereremo azioni pericolose del corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica», ha dichiarato Centcom. Frattanto, sempre ieri, si sono verificate delle esplosioni in Iran: due funzionari israeliani hanno prontamente smentito il coinvolgimento dello Stato ebraico nell’accaduto. Anche gli Usa, secondo la Cnn, non avrebbero responsabilità.
Insomma, la situazione complessiva è a dir poco tesa. Ed è anche emersa una rivelazione curiosa. Secondo Axios, nella sua recente visita a Washington, il ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, avrebbe detto, nel corso di un incontro privato con think tank e organizzazioni ebraiche, che l’Iran si sentirebbe incoraggiato, qualora gli Stati Uniti non lo attaccassero. Se confermata, questa posizione cozzerebbe con quanto espresso pubblicamente da Riad, che ha finora auspicato di evitare un’escalation. Non è quindi escludibile che quanto riferito da Axios possa determinare degli attriti tra i sauditi e la Turchia: Ankara si sta infatti spendendo per dissuadere la Casa Bianca dall’intraprendere un’azione militare contro l’Iran. Sarà un caso, ma, proprio ieri, una fonte ha riferito all’Afp che probabilmente la Turchia non aderirà al patto di sicurezza tra Arabia Saudita e Pakistan.
Riad sta quindi facendo una sorta di doppio gioco? Non è affatto escludibile. Negli scorsi mesi, i sauditi si sono avvicinati ai turchi, convergendo su vari dossier (a cominciare da quello siriano). Tuttavia, dall’altra parte, Riad non ha mai cessato di temere le ambizioni nucleari di Teheran. E questo potrebbe spiegare il senso di quanto rivelato da Axios. Va comunque da sé che, se i sauditi avessero davvero esortato Washington (per quanto indirettamente) ad agire, la probabilità di un attacco militare americano contro la Repubblica islamica si farebbe assai più concreta.
Teheran ne è consapevole. E per questo spera che Ankara convinca Trump a desistere. «Nelle nostre conversazioni, ho ribadito che l’Iran non ha mai cercato di dotarsi di armi nucleari ed è pronto ad abbracciare un accordo nucleare giusto ed equo che soddisfi i legittimi interessi del nostro popolo; questo include la garanzia di “nessuna arma nucleare” e la revoca delle sanzioni», ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, dopo aver incontrato l’omologo turco, Hakan Fidan, venerdì. Anche il segretario del Supremo consiglio di sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Larijani, ha detto, ieri, che sarebbe «in corso la formazione di una struttura per dei negoziati» con gli Usa. Lo stesso Trump, in serata, ha affermato che la diplomazia sarebbe al lavoro. «L’Iran sta parlando con noi e vedremo se possiamo fare qualcosa, altrimenti vedremo cosa succede», ha affermato. Su Truth, ha rilanciato il post di un attivista che, dei pasdaran, diceva: «Se la stanno facendo sotto». Il punto è che finora il regime khomeinista non ha aperto alle richieste della Casa Bianca sull’arricchimento dell’uranio e sul programma balistico. Il che ha irritato notevolmente il presidente americano che, negli ultimi giorni, è tornato a valutare concretamente l’opzione militare. Bisognerà adesso capire che cosa accadrà nelle prossime ore. Si riapriranno le trattative tra Washington e Teheran? Oppure Trump deciderà di attaccare? Nel momento in cui La Verità andava in stampa, la situazione era significativamente in bilico, ma il presidente americano potrebbe usare la forza militare come leva negoziale con gli ayatollah.
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(IStock)
Una carrellata di fatti di cronaca spesso messi da parte ma che, se uniti, descrivono un problema che tocca tutto il Paese, da Torino a Napoli passando ovviamente per Milano.
Il 22 febbraio del 2025 tre studenti spagnoli, impegnati in Erasmus con la Bocconi, stanno tornando a casa. È notte fonda e i locali hanno già chiuso. I tre decidono di prendere prima un taxi e a seguire il filobus 90. Poi, come si legge in Piumini e catene, «salgono quattro ragazzi con i cappucci tirati su. Nessuno dice una parola. Il più alto si sistema il giubbotto, si avvicina agli spagnoli, uno scambio di sguardi, poi un urto. La collanina si spezza, parte una spinta, il coltello lampeggia. Uno dei tre studenti cade, colpito al fianco. Il pavimento si macchia di sangue».
I quattro, maranza appunto, scappano. È a questo punto, sottolineano Arditti e Gallicola, che le forze dell’ordine cominciano a parlare di «“bande fluide”, gruppi che nascono e si sciolgono in poche settimane, collegati fra loro dai social». Branchi che si riuniscono per colpire e poi si lasciano. Non hanno legami. Non hanno rapporti. Hanno solo un obiettivo: rubare e ferire. Non era, questo, l’ultimo caso. E non sarà nemmeno l’ultimo. Sui mezzi pubblici di Milano rapine e attacchi con l’arma bianca sono in netto aumento.
Questi gruppi di déraciné, di senza radici, sono tenuti insieme da poco o nulla. Quel poco, oltre alla violenza, è la musica rap. Baby Gang, il cui vero nome è Zaccaria Mouhib, su tutti. È il «prototipo» del maranza. Infanzia difficile, poi il carcere minorile. «Non ho paura di morire, ho paura di non vivere», canta in Cella 101. Diventa famoso sfruttando Youtube e l’hype che le sue canzoni generano. Ma non è il solo, come notano Arditti e Gallicola. Ci sono anche Rondo Da Sosa, Simba la Rue, Neima Ezza, Vale Pain, Sacky, Touché. «Giovani, figli di migranti o di famiglie modeste, cresciuti nelle stesse piazze e negli stessi cortili. Tutti raccontano la stessa città: Milano come campo di battaglia, come sogno e condanna insieme».
Sono i volti e i canti di una generazione che non si è integrata perché non ha voluto farlo. Che urla un disagio che ha cercato da sé o quantomeno che non ha mai provato a combattere. E che cerca lo scontro, non solo verbale ma soprattutto fisico. Sono i giovani del Maghreb che indossano i piumini e le catene. E che tengono nascosto il coltello. Ma, soprattutto, è la generazione che tinge di sangue le nostre vie. Al ritmo del rap.
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