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2019-02-20
La linea, i dissidenti, la realpolitik. Ora i 5 stelle si scoprono un partito
Ansa
Non era scontato il voto compatto dei pentastellati in giunta per le autorizzazioni. Non era scontato il voto di avvocati e tecnici che spesso, su questioni di giustizia hanno posizioni di principio personali e non negoziabili. E alla fine, anche con i problemi tecnici della piattaforma Rousseau, «abbiamo dimostrato che siamo un gruppo dove la democrazia esiste per davvero». Poco dopo il voto «pro Salvini» della giunta, tra i senatori grillini c'è la stessa convinzione: «Siamo usciti rafforzati» da queste 48 ore sulla Diciotti. Il grande incubo iniziato venti giorni fa con il colpo di scena di Matteo Salvini che cambia idea di fronte ai pm, insomma, sembra finito.
Eppure il risultato di lunedì, con quel 41% degli elettori grillini comunque favorevole a lasciare il ministro degli Interni in balia del Tribunale dei ministri per un presunto maxi sequestro di persona, sembra dipingere un partito diviso. Non solo sul fatto specifico, ma anche sull'alleanza di governo con il capo del Carroccio e sulla difesa dei valori storici del Movimento come l'uguaglianza di tutti di fronte alla giustizia. Partito spaccato in due, quasi come una mela?
Né Luigi Di Maio né i suoi ministri accettano questa ricostruzione. Il ragionamento più ricorrente tra i vertici di M5s è questo: «Come fanno a dire che siamo spaccati dopo un referendum? Il giorno dopo le elezioni, si dice forse che l'Italia è spaccata o che c'è la guerra civile perché un partito ha preso il 30%, l'altro il 20% e l'altro ancora il 5%?»
Il dato che più interessa il Movimento è che ieri tutti i suoi sette senatori della giunta si siano conformati al voto sulla piattaforma Rousseau, accettando il responso della maggioranza espressa dalla «base». In particolare, c'erano alcuni avvocati come Grazia D'Angelo, Elvira Evangelista o Mattia Crucioli, che in teoria avrebbero potuto pensarla diversamente, magari sulla scorta di una valutazione più approfondita in quanto tecnica. E invece ha prevalso l'idea che Salvini, sulla Diciotti, abbia lavorato nell'interesse generale, in sintonia con il resto del governo e rispondendo con un atto di politica estera a una grave omissione di Malta.
Ma soprattutto, sottolineano dal gruppo grillino di Palazzo Madama, anche i «tecnici» hanno rispettato il principio di maggioranza. E come andrà in aula? Nel Movimento sanno che non ci sarà la medesima unanimità della giunta, ma sono convinti di perdersi per strada due o tre voti e non di più.
Se questo è l'umore che emerge dal Senato e dallo stato maggiore, fuori dal bunker qualche voce dissonante c'è eccome. Beppe Grillo, il più temuto da Di Maio and company, entrando al teatro Brancaccio di Roma per uno spettacolo dei suoi, non ha parlato. Un gruppo di ex attivisti, però, lo ha accolto con una contestazione: «Da mai con i partiti ad alleati di governo della Lega padrona», hanno protestato.
Tra i malpancisti c'è sicuramente Doriana Sarli, veterinaria napoletana, che su Facebook ha scritto con una certa amarezza: «Talebani, così ci hanno definito ieri in assemblea. Io non sono talebana, non voglio portare avanti il bagaglio politico e culturale dell'islam. Forse mi definirei più coerente con dei principi che mi sembrano alla base del nostro progetto politico. Ora in Parlamento siamo minoranza, fuori non credo». Con lei anche Luigi Gallo, informatico pratese, che sempre sui social ha invitato a non dimenticare i numeri del «dissenso»: «Il 41% degli iscritti al M5s chiedono ai vertici un cambio di passo e il ritorno ai principi del M5s. Il 41% è un numero enorme. È un 41% fatto di cittadini attivi che credono in un sogno da almeno 10 anni». Entrambi, però, sono stati eletti a Montecitorio, e quindi il dossier Salvini non se lo vedranno arrivare tra le mani. Lo stesso non si può dire per altre due critiche come Paola Nugnes ed Elena Fattori, entrambe senatrici, ma i loro due voti sono già dati per «persi» da tempo.
Sullo sfondo della soddisfazione per la prova di compattezza, resta però un grande nodo irrisolto, ovvero la sindrome di Calimero nei confronti della Lega e il pensiero costante che l'alleato ex padano faccia di tutto per erodere la montagna fragile del consenso grillino.
Nelle ultime settimane, gran parte del dibattito interno al M5s ha ruotato, per forza di cose, su come comportarsi con un alleato percepito finora come «leale ma ingombrante», che vola nei sondaggi e che comunque potrebbe non aver rotto mai veramente con Silvio Berlusconi.
E la diffidenza è stata aiutata dal repentino cambio d'idea di Salvini stesso, che nel giro di poche ore passò dal «Mi farò processare» al paventare conseguenze sulla stabilità del governo in caso di autorizzazione a procedere. Ebbene, ancora ieri sera, tra i deputati di M5s si discuteva se quel cambio improvviso di linea da parte del leader del Carroccio nascondesse o meno la volontà di tendere una trappola ai grillini.
Ma sempre a proposito di trappole, Manlio Di Stefano, sottosegretario grillino agli Esteri, tira fuori un precedente imbarazzante per la magistratura e per il Parlamento, e che riguarda un intoccabile come Romano Prodi.
Intervistato da Un giorno da Pecora, su Rai radio 1, Di Stefano ha ricordato: «Salvini ha agito sulla base di una decisione presa collegialmente. La sua vicenda è un unicum. Non ci si attivò perfino quando su mandato politico, con Prodi presidente, speronammo un gommone che veniva dall'Albania causando sei morti». E chi invece verrebbe messo volentieri su un gommone è Federico Pizzarotti, che ieri ha fatto un milione di visualizzazioni su Facebook. Il sindaco di Parma, uscito da M5s già nel 2016, ha stilato un lungo elenco di impegni «traditi» con gli elettori da parte del Movimento, partendo dal «niente indagati» in lista e arrivando fino al «mai al governo con altri partiti, specialmente con la Lega».
I grillini «garantisti» fanno ammattire il Pd
La giunta per le immunità del Senato ieri ha respinto la richiesta del Tribunale dei ministri di Catania di poter processare il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, con l'accusa di sequestro di persona aggravato per non aver fatto sbarcare per 5 giorni 177 migranti dalla nave Diciotti. I voti a favore della proposta del presidente della giunta Maurizio Gasparri di Forza Italia di dire no all'autorizzazione sono stati 16, i contrari 6. Dopo il risultato della consultazione on line degli iscritti al M5s, che si sono espressi l'altro ieri contro l'autorizzazione a procedere, 6 sui 7 esponenti del M5s presenti in giunta hanno votato per il no al processo (la senatrice Grazia D'Angelo ha appena partorito ed era assente). I favorevoli alla proposta di Gasparri di negare l'autorizzazione a procedere contro Salvini sono stati, oltre ai grillini, i 4 senatori di Fi, i 4 della Lega, Meinhard Durnwalder del gruppo Autonomie e Alberto Balboni di Fdi; hanno votato invece a favore dell'autorizzazione a procedere i 4 senatori del Pd, Pietro Grasso di Leu e Gregorio De Falco, ex M5s e ora al gruppo Misto.
«Sono molto soddisfatto», ha commentato Gasparri, del voto della giunta. I 5 stelle hanno voluto leggere il mio testo. Sono anche molto contento dell'apprezzamento generale che ho avuto per la gestione di una vicenda così delicata. È stato chiaro a tutti che le polemiche estranee alla vicenda non hanno influito in un voto che ha valutato in modo approfondito i documenti. Ora», ha spiegato Gasparri, «la Giunta chiederà all'Aula del Senato di non autorizzare il processo a Salvini. Ho avuto il mandato, come relatore, di depositare la relazione, e l'Aula entro 30 giorni dovrà votare. Io ho applicato una legge, mi dichiaro estraneo alle polemiche tra Pd e M5s».
Le polemiche alle quali fa riferimento Gasparri sono state scatenate dai senatori del Pd, che hanno atteso l'uscita dei membri pentastellati della giunta per abbandonarsi a una vera e propria sceneggiata propagandistica. Al grido di «vergogna, vergogna!» e «onestà, onestà!» i senatori del Pd hanno preso di mira soprattutto il senatore del M5s Mario Michele Giarrusso, membro della Giunta. Giarrusso, di carattere fumantino, ha risposto per le rime: prima ha fatto il gesto delle manette verso i dem, poi ha commentato, facendo riferimento ai genitori di Matteo Renzi: «Mio padre e mia madre sono regolarmente a casa, altri sono ai domiciliari. E poi sono loro che parlano di onestà».
Soddisfazione per l'esito del voto è stata espressa da Anna Maria Bernini, capogruppo di Forza Italia al Senato: «Con il no alla richiesta di autorizzazione a procedere per il ministro Salvini», ha detto la Bernini, «la giunta per le immunità del Senato ha respinto l'indebita invasione di campo della magistratura su una questione, il contrasto all'immigrazione irregolare, che in ogni democrazia è di competenza dei governi».
Più articolato il ragionamento di Silvio Berlusconi: «Il nostro», ha detto il Cav a Rai Radio 1, «è un no indipendente. Siamo dei garantisti, non riteniamo che ci debbano essere incursioni della magistratura in politica. Il M5s ha dimostrato ancora una volta che la giustizia è un fatto politico. Anche ammesso che il voto sia stato autentico, perché il parere di quelle persone, che nessuno ha eletto, deve decidere al posto dei parlamentari? Io credo», ha aggiunto Berlusconi, «che i vertici del M5s siano innamorati del potere e vogliano rimanere al governo. Questo voto è una presa in giro di tutti i loro sostenitori perché questo voto è contrario ai principi del movimento e contro quello che hanno sempre dichiarato».
A chi ha accusato il M5s di essere improvvisamente diventato garantista, ha risposto il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: «Nessuna svolta garantista, parliamo di una situazione nuova rispetto al passato», ha sottolineato Bonafede, «il M5s ha voluto interrogare i propri iscritti e la risposta è condivisibile. Andiamo avanti a testa alta, portando avanti i principi del M5s. Siamo di fronte a una situazione nuova rispetto al passato, alla votazione su Rousseau ha partecipato il numero più elevato di persone nella storia delle votazioni. Questo», ha aggiunto Bonafede, «è il metodo che il M5s ha adottato quando ha sentito l'esigenza di condividere una decisione da prendere, delicata e per tanti versi nuova rispetto alle situazione del passato. Questo è un caso che abbiamo ritenuto eccezionale».
Non poteva mancare il controcanto di Paola Nugnes, senatrice pentastellata vicina a Roberto Fico, onnipresente sui media, pronta come di consueto a criticare le scelte del M5s e del governo, ma sempre e comunque incollata alla comoda poltrona di parlamentare: «Ritengo», ha detto ieri la Nugnes a Circo Massimo, su Radio Capital, «che il voto sulla piattaforma Rousseau sia stato inopportuno. È una votazione fuori regolamento. Bisogna trovare un altro mezzo, un altro strumento, per trovare le convergenze, e non cedere a ricatti. Condivido», ha aggiunto la Nugnes, «l'idea di voler andare avanti, ma questo cedere può essere deleterio per il M5s ma anche per il paese». La Nugnes, così come l'altra fedelissima di Fico, la senatrice Elena Fattori, voterà (salvo imprevisti) in aula contro l'indicazione della base del M5s. A quel punto, potrebbe scattare l'espulsione. «Se accadrà», ha commentalo la Nugnes, «non sarò stata cacciata dal movimento ma dal partito di qualcuno che ha preso il posto del movimento».
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I vertici pentastellati si ritengono rafforzati dal voto su Matteo Salvini, ma quel 41% della base che chiedeva di mandare l'alleato a processo pesa. Beppe Grillo contestato a teatro dagli ex attivisti: «Venduto alla Lega».La giunta per le immunità del Senato dice no al procedimento contro il leader leghista. Il M5s vota compatto secondo le indicazioni arrivate da Rousseau: finisce 16 a 6. I dem sbraitano: «La chiamavano onestà». E Mario Michele Giarrusso li irride facendo il gesto delle manette.Lo speciale contiene due articoliNon era scontato il voto compatto dei pentastellati in giunta per le autorizzazioni. Non era scontato il voto di avvocati e tecnici che spesso, su questioni di giustizia hanno posizioni di principio personali e non negoziabili. E alla fine, anche con i problemi tecnici della piattaforma Rousseau, «abbiamo dimostrato che siamo un gruppo dove la democrazia esiste per davvero». Poco dopo il voto «pro Salvini» della giunta, tra i senatori grillini c'è la stessa convinzione: «Siamo usciti rafforzati» da queste 48 ore sulla Diciotti. Il grande incubo iniziato venti giorni fa con il colpo di scena di Matteo Salvini che cambia idea di fronte ai pm, insomma, sembra finito.Eppure il risultato di lunedì, con quel 41% degli elettori grillini comunque favorevole a lasciare il ministro degli Interni in balia del Tribunale dei ministri per un presunto maxi sequestro di persona, sembra dipingere un partito diviso. Non solo sul fatto specifico, ma anche sull'alleanza di governo con il capo del Carroccio e sulla difesa dei valori storici del Movimento come l'uguaglianza di tutti di fronte alla giustizia. Partito spaccato in due, quasi come una mela? Né Luigi Di Maio né i suoi ministri accettano questa ricostruzione. Il ragionamento più ricorrente tra i vertici di M5s è questo: «Come fanno a dire che siamo spaccati dopo un referendum? Il giorno dopo le elezioni, si dice forse che l'Italia è spaccata o che c'è la guerra civile perché un partito ha preso il 30%, l'altro il 20% e l'altro ancora il 5%?»Il dato che più interessa il Movimento è che ieri tutti i suoi sette senatori della giunta si siano conformati al voto sulla piattaforma Rousseau, accettando il responso della maggioranza espressa dalla «base». In particolare, c'erano alcuni avvocati come Grazia D'Angelo, Elvira Evangelista o Mattia Crucioli, che in teoria avrebbero potuto pensarla diversamente, magari sulla scorta di una valutazione più approfondita in quanto tecnica. E invece ha prevalso l'idea che Salvini, sulla Diciotti, abbia lavorato nell'interesse generale, in sintonia con il resto del governo e rispondendo con un atto di politica estera a una grave omissione di Malta. Ma soprattutto, sottolineano dal gruppo grillino di Palazzo Madama, anche i «tecnici» hanno rispettato il principio di maggioranza. E come andrà in aula? Nel Movimento sanno che non ci sarà la medesima unanimità della giunta, ma sono convinti di perdersi per strada due o tre voti e non di più.Se questo è l'umore che emerge dal Senato e dallo stato maggiore, fuori dal bunker qualche voce dissonante c'è eccome. Beppe Grillo, il più temuto da Di Maio and company, entrando al teatro Brancaccio di Roma per uno spettacolo dei suoi, non ha parlato. Un gruppo di ex attivisti, però, lo ha accolto con una contestazione: «Da mai con i partiti ad alleati di governo della Lega padrona», hanno protestato. Tra i malpancisti c'è sicuramente Doriana Sarli, veterinaria napoletana, che su Facebook ha scritto con una certa amarezza: «Talebani, così ci hanno definito ieri in assemblea. Io non sono talebana, non voglio portare avanti il bagaglio politico e culturale dell'islam. Forse mi definirei più coerente con dei principi che mi sembrano alla base del nostro progetto politico. Ora in Parlamento siamo minoranza, fuori non credo». Con lei anche Luigi Gallo, informatico pratese, che sempre sui social ha invitato a non dimenticare i numeri del «dissenso»: «Il 41% degli iscritti al M5s chiedono ai vertici un cambio di passo e il ritorno ai principi del M5s. Il 41% è un numero enorme. È un 41% fatto di cittadini attivi che credono in un sogno da almeno 10 anni». Entrambi, però, sono stati eletti a Montecitorio, e quindi il dossier Salvini non se lo vedranno arrivare tra le mani. Lo stesso non si può dire per altre due critiche come Paola Nugnes ed Elena Fattori, entrambe senatrici, ma i loro due voti sono già dati per «persi» da tempo. Sullo sfondo della soddisfazione per la prova di compattezza, resta però un grande nodo irrisolto, ovvero la sindrome di Calimero nei confronti della Lega e il pensiero costante che l'alleato ex padano faccia di tutto per erodere la montagna fragile del consenso grillino. Nelle ultime settimane, gran parte del dibattito interno al M5s ha ruotato, per forza di cose, su come comportarsi con un alleato percepito finora come «leale ma ingombrante», che vola nei sondaggi e che comunque potrebbe non aver rotto mai veramente con Silvio Berlusconi. E la diffidenza è stata aiutata dal repentino cambio d'idea di Salvini stesso, che nel giro di poche ore passò dal «Mi farò processare» al paventare conseguenze sulla stabilità del governo in caso di autorizzazione a procedere. Ebbene, ancora ieri sera, tra i deputati di M5s si discuteva se quel cambio improvviso di linea da parte del leader del Carroccio nascondesse o meno la volontà di tendere una trappola ai grillini. Ma sempre a proposito di trappole, Manlio Di Stefano, sottosegretario grillino agli Esteri, tira fuori un precedente imbarazzante per la magistratura e per il Parlamento, e che riguarda un intoccabile come Romano Prodi. Intervistato da Un giorno da Pecora, su Rai radio 1, Di Stefano ha ricordato: «Salvini ha agito sulla base di una decisione presa collegialmente. La sua vicenda è un unicum. Non ci si attivò perfino quando su mandato politico, con Prodi presidente, speronammo un gommone che veniva dall'Albania causando sei morti». E chi invece verrebbe messo volentieri su un gommone è Federico Pizzarotti, che ieri ha fatto un milione di visualizzazioni su Facebook. Il sindaco di Parma, uscito da M5s già nel 2016, ha stilato un lungo elenco di impegni «traditi» con gli elettori da parte del Movimento, partendo dal «niente indagati» in lista e arrivando fino al «mai al governo con altri partiti, specialmente con la Lega». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-linea-i-dissidenti-la-realpolitik-ora-i-5-stelle-si-scoprono-un-partito-2629427416.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-grillini-garantisti-fanno-ammattire-il-pd" data-post-id="2629427416" data-published-at="1767936265" data-use-pagination="False"> I grillini «garantisti» fanno ammattire il Pd La giunta per le immunità del Senato ieri ha respinto la richiesta del Tribunale dei ministri di Catania di poter processare il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, con l'accusa di sequestro di persona aggravato per non aver fatto sbarcare per 5 giorni 177 migranti dalla nave Diciotti. I voti a favore della proposta del presidente della giunta Maurizio Gasparri di Forza Italia di dire no all'autorizzazione sono stati 16, i contrari 6. Dopo il risultato della consultazione on line degli iscritti al M5s, che si sono espressi l'altro ieri contro l'autorizzazione a procedere, 6 sui 7 esponenti del M5s presenti in giunta hanno votato per il no al processo (la senatrice Grazia D'Angelo ha appena partorito ed era assente). I favorevoli alla proposta di Gasparri di negare l'autorizzazione a procedere contro Salvini sono stati, oltre ai grillini, i 4 senatori di Fi, i 4 della Lega, Meinhard Durnwalder del gruppo Autonomie e Alberto Balboni di Fdi; hanno votato invece a favore dell'autorizzazione a procedere i 4 senatori del Pd, Pietro Grasso di Leu e Gregorio De Falco, ex M5s e ora al gruppo Misto. «Sono molto soddisfatto», ha commentato Gasparri, del voto della giunta. I 5 stelle hanno voluto leggere il mio testo. Sono anche molto contento dell'apprezzamento generale che ho avuto per la gestione di una vicenda così delicata. È stato chiaro a tutti che le polemiche estranee alla vicenda non hanno influito in un voto che ha valutato in modo approfondito i documenti. Ora», ha spiegato Gasparri, «la Giunta chiederà all'Aula del Senato di non autorizzare il processo a Salvini. Ho avuto il mandato, come relatore, di depositare la relazione, e l'Aula entro 30 giorni dovrà votare. Io ho applicato una legge, mi dichiaro estraneo alle polemiche tra Pd e M5s». Le polemiche alle quali fa riferimento Gasparri sono state scatenate dai senatori del Pd, che hanno atteso l'uscita dei membri pentastellati della giunta per abbandonarsi a una vera e propria sceneggiata propagandistica. Al grido di «vergogna, vergogna!» e «onestà, onestà!» i senatori del Pd hanno preso di mira soprattutto il senatore del M5s Mario Michele Giarrusso, membro della Giunta. Giarrusso, di carattere fumantino, ha risposto per le rime: prima ha fatto il gesto delle manette verso i dem, poi ha commentato, facendo riferimento ai genitori di Matteo Renzi: «Mio padre e mia madre sono regolarmente a casa, altri sono ai domiciliari. E poi sono loro che parlano di onestà». Soddisfazione per l'esito del voto è stata espressa da Anna Maria Bernini, capogruppo di Forza Italia al Senato: «Con il no alla richiesta di autorizzazione a procedere per il ministro Salvini», ha detto la Bernini, «la giunta per le immunità del Senato ha respinto l'indebita invasione di campo della magistratura su una questione, il contrasto all'immigrazione irregolare, che in ogni democrazia è di competenza dei governi». Più articolato il ragionamento di Silvio Berlusconi: «Il nostro», ha detto il Cav a Rai Radio 1, «è un no indipendente. Siamo dei garantisti, non riteniamo che ci debbano essere incursioni della magistratura in politica. Il M5s ha dimostrato ancora una volta che la giustizia è un fatto politico. Anche ammesso che il voto sia stato autentico, perché il parere di quelle persone, che nessuno ha eletto, deve decidere al posto dei parlamentari? Io credo», ha aggiunto Berlusconi, «che i vertici del M5s siano innamorati del potere e vogliano rimanere al governo. Questo voto è una presa in giro di tutti i loro sostenitori perché questo voto è contrario ai principi del movimento e contro quello che hanno sempre dichiarato». A chi ha accusato il M5s di essere improvvisamente diventato garantista, ha risposto il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: «Nessuna svolta garantista, parliamo di una situazione nuova rispetto al passato», ha sottolineato Bonafede, «il M5s ha voluto interrogare i propri iscritti e la risposta è condivisibile. Andiamo avanti a testa alta, portando avanti i principi del M5s. Siamo di fronte a una situazione nuova rispetto al passato, alla votazione su Rousseau ha partecipato il numero più elevato di persone nella storia delle votazioni. Questo», ha aggiunto Bonafede, «è il metodo che il M5s ha adottato quando ha sentito l'esigenza di condividere una decisione da prendere, delicata e per tanti versi nuova rispetto alle situazione del passato. Questo è un caso che abbiamo ritenuto eccezionale». Non poteva mancare il controcanto di Paola Nugnes, senatrice pentastellata vicina a Roberto Fico, onnipresente sui media, pronta come di consueto a criticare le scelte del M5s e del governo, ma sempre e comunque incollata alla comoda poltrona di parlamentare: «Ritengo», ha detto ieri la Nugnes a Circo Massimo, su Radio Capital, «che il voto sulla piattaforma Rousseau sia stato inopportuno. È una votazione fuori regolamento. Bisogna trovare un altro mezzo, un altro strumento, per trovare le convergenze, e non cedere a ricatti. Condivido», ha aggiunto la Nugnes, «l'idea di voler andare avanti, ma questo cedere può essere deleterio per il M5s ma anche per il paese». La Nugnes, così come l'altra fedelissima di Fico, la senatrice Elena Fattori, voterà (salvo imprevisti) in aula contro l'indicazione della base del M5s. A quel punto, potrebbe scattare l'espulsione. «Se accadrà», ha commentalo la Nugnes, «non sarò stata cacciata dal movimento ma dal partito di qualcuno che ha preso il posto del movimento».
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».