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2019-02-20
La linea, i dissidenti, la realpolitik. Ora i 5 stelle si scoprono un partito
Ansa
Non era scontato il voto compatto dei pentastellati in giunta per le autorizzazioni. Non era scontato il voto di avvocati e tecnici che spesso, su questioni di giustizia hanno posizioni di principio personali e non negoziabili. E alla fine, anche con i problemi tecnici della piattaforma Rousseau, «abbiamo dimostrato che siamo un gruppo dove la democrazia esiste per davvero». Poco dopo il voto «pro Salvini» della giunta, tra i senatori grillini c'è la stessa convinzione: «Siamo usciti rafforzati» da queste 48 ore sulla Diciotti. Il grande incubo iniziato venti giorni fa con il colpo di scena di Matteo Salvini che cambia idea di fronte ai pm, insomma, sembra finito.
Eppure il risultato di lunedì, con quel 41% degli elettori grillini comunque favorevole a lasciare il ministro degli Interni in balia del Tribunale dei ministri per un presunto maxi sequestro di persona, sembra dipingere un partito diviso. Non solo sul fatto specifico, ma anche sull'alleanza di governo con il capo del Carroccio e sulla difesa dei valori storici del Movimento come l'uguaglianza di tutti di fronte alla giustizia. Partito spaccato in due, quasi come una mela?
Né Luigi Di Maio né i suoi ministri accettano questa ricostruzione. Il ragionamento più ricorrente tra i vertici di M5s è questo: «Come fanno a dire che siamo spaccati dopo un referendum? Il giorno dopo le elezioni, si dice forse che l'Italia è spaccata o che c'è la guerra civile perché un partito ha preso il 30%, l'altro il 20% e l'altro ancora il 5%?»
Il dato che più interessa il Movimento è che ieri tutti i suoi sette senatori della giunta si siano conformati al voto sulla piattaforma Rousseau, accettando il responso della maggioranza espressa dalla «base». In particolare, c'erano alcuni avvocati come Grazia D'Angelo, Elvira Evangelista o Mattia Crucioli, che in teoria avrebbero potuto pensarla diversamente, magari sulla scorta di una valutazione più approfondita in quanto tecnica. E invece ha prevalso l'idea che Salvini, sulla Diciotti, abbia lavorato nell'interesse generale, in sintonia con il resto del governo e rispondendo con un atto di politica estera a una grave omissione di Malta.
Ma soprattutto, sottolineano dal gruppo grillino di Palazzo Madama, anche i «tecnici» hanno rispettato il principio di maggioranza. E come andrà in aula? Nel Movimento sanno che non ci sarà la medesima unanimità della giunta, ma sono convinti di perdersi per strada due o tre voti e non di più.
Se questo è l'umore che emerge dal Senato e dallo stato maggiore, fuori dal bunker qualche voce dissonante c'è eccome. Beppe Grillo, il più temuto da Di Maio and company, entrando al teatro Brancaccio di Roma per uno spettacolo dei suoi, non ha parlato. Un gruppo di ex attivisti, però, lo ha accolto con una contestazione: «Da mai con i partiti ad alleati di governo della Lega padrona», hanno protestato.
Tra i malpancisti c'è sicuramente Doriana Sarli, veterinaria napoletana, che su Facebook ha scritto con una certa amarezza: «Talebani, così ci hanno definito ieri in assemblea. Io non sono talebana, non voglio portare avanti il bagaglio politico e culturale dell'islam. Forse mi definirei più coerente con dei principi che mi sembrano alla base del nostro progetto politico. Ora in Parlamento siamo minoranza, fuori non credo». Con lei anche Luigi Gallo, informatico pratese, che sempre sui social ha invitato a non dimenticare i numeri del «dissenso»: «Il 41% degli iscritti al M5s chiedono ai vertici un cambio di passo e il ritorno ai principi del M5s. Il 41% è un numero enorme. È un 41% fatto di cittadini attivi che credono in un sogno da almeno 10 anni». Entrambi, però, sono stati eletti a Montecitorio, e quindi il dossier Salvini non se lo vedranno arrivare tra le mani. Lo stesso non si può dire per altre due critiche come Paola Nugnes ed Elena Fattori, entrambe senatrici, ma i loro due voti sono già dati per «persi» da tempo.
Sullo sfondo della soddisfazione per la prova di compattezza, resta però un grande nodo irrisolto, ovvero la sindrome di Calimero nei confronti della Lega e il pensiero costante che l'alleato ex padano faccia di tutto per erodere la montagna fragile del consenso grillino.
Nelle ultime settimane, gran parte del dibattito interno al M5s ha ruotato, per forza di cose, su come comportarsi con un alleato percepito finora come «leale ma ingombrante», che vola nei sondaggi e che comunque potrebbe non aver rotto mai veramente con Silvio Berlusconi.
E la diffidenza è stata aiutata dal repentino cambio d'idea di Salvini stesso, che nel giro di poche ore passò dal «Mi farò processare» al paventare conseguenze sulla stabilità del governo in caso di autorizzazione a procedere. Ebbene, ancora ieri sera, tra i deputati di M5s si discuteva se quel cambio improvviso di linea da parte del leader del Carroccio nascondesse o meno la volontà di tendere una trappola ai grillini.
Ma sempre a proposito di trappole, Manlio Di Stefano, sottosegretario grillino agli Esteri, tira fuori un precedente imbarazzante per la magistratura e per il Parlamento, e che riguarda un intoccabile come Romano Prodi.
Intervistato da Un giorno da Pecora, su Rai radio 1, Di Stefano ha ricordato: «Salvini ha agito sulla base di una decisione presa collegialmente. La sua vicenda è un unicum. Non ci si attivò perfino quando su mandato politico, con Prodi presidente, speronammo un gommone che veniva dall'Albania causando sei morti». E chi invece verrebbe messo volentieri su un gommone è Federico Pizzarotti, che ieri ha fatto un milione di visualizzazioni su Facebook. Il sindaco di Parma, uscito da M5s già nel 2016, ha stilato un lungo elenco di impegni «traditi» con gli elettori da parte del Movimento, partendo dal «niente indagati» in lista e arrivando fino al «mai al governo con altri partiti, specialmente con la Lega».
I grillini «garantisti» fanno ammattire il Pd
La giunta per le immunità del Senato ieri ha respinto la richiesta del Tribunale dei ministri di Catania di poter processare il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, con l'accusa di sequestro di persona aggravato per non aver fatto sbarcare per 5 giorni 177 migranti dalla nave Diciotti. I voti a favore della proposta del presidente della giunta Maurizio Gasparri di Forza Italia di dire no all'autorizzazione sono stati 16, i contrari 6. Dopo il risultato della consultazione on line degli iscritti al M5s, che si sono espressi l'altro ieri contro l'autorizzazione a procedere, 6 sui 7 esponenti del M5s presenti in giunta hanno votato per il no al processo (la senatrice Grazia D'Angelo ha appena partorito ed era assente). I favorevoli alla proposta di Gasparri di negare l'autorizzazione a procedere contro Salvini sono stati, oltre ai grillini, i 4 senatori di Fi, i 4 della Lega, Meinhard Durnwalder del gruppo Autonomie e Alberto Balboni di Fdi; hanno votato invece a favore dell'autorizzazione a procedere i 4 senatori del Pd, Pietro Grasso di Leu e Gregorio De Falco, ex M5s e ora al gruppo Misto.
«Sono molto soddisfatto», ha commentato Gasparri, del voto della giunta. I 5 stelle hanno voluto leggere il mio testo. Sono anche molto contento dell'apprezzamento generale che ho avuto per la gestione di una vicenda così delicata. È stato chiaro a tutti che le polemiche estranee alla vicenda non hanno influito in un voto che ha valutato in modo approfondito i documenti. Ora», ha spiegato Gasparri, «la Giunta chiederà all'Aula del Senato di non autorizzare il processo a Salvini. Ho avuto il mandato, come relatore, di depositare la relazione, e l'Aula entro 30 giorni dovrà votare. Io ho applicato una legge, mi dichiaro estraneo alle polemiche tra Pd e M5s».
Le polemiche alle quali fa riferimento Gasparri sono state scatenate dai senatori del Pd, che hanno atteso l'uscita dei membri pentastellati della giunta per abbandonarsi a una vera e propria sceneggiata propagandistica. Al grido di «vergogna, vergogna!» e «onestà, onestà!» i senatori del Pd hanno preso di mira soprattutto il senatore del M5s Mario Michele Giarrusso, membro della Giunta. Giarrusso, di carattere fumantino, ha risposto per le rime: prima ha fatto il gesto delle manette verso i dem, poi ha commentato, facendo riferimento ai genitori di Matteo Renzi: «Mio padre e mia madre sono regolarmente a casa, altri sono ai domiciliari. E poi sono loro che parlano di onestà».
Soddisfazione per l'esito del voto è stata espressa da Anna Maria Bernini, capogruppo di Forza Italia al Senato: «Con il no alla richiesta di autorizzazione a procedere per il ministro Salvini», ha detto la Bernini, «la giunta per le immunità del Senato ha respinto l'indebita invasione di campo della magistratura su una questione, il contrasto all'immigrazione irregolare, che in ogni democrazia è di competenza dei governi».
Più articolato il ragionamento di Silvio Berlusconi: «Il nostro», ha detto il Cav a Rai Radio 1, «è un no indipendente. Siamo dei garantisti, non riteniamo che ci debbano essere incursioni della magistratura in politica. Il M5s ha dimostrato ancora una volta che la giustizia è un fatto politico. Anche ammesso che il voto sia stato autentico, perché il parere di quelle persone, che nessuno ha eletto, deve decidere al posto dei parlamentari? Io credo», ha aggiunto Berlusconi, «che i vertici del M5s siano innamorati del potere e vogliano rimanere al governo. Questo voto è una presa in giro di tutti i loro sostenitori perché questo voto è contrario ai principi del movimento e contro quello che hanno sempre dichiarato».
A chi ha accusato il M5s di essere improvvisamente diventato garantista, ha risposto il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: «Nessuna svolta garantista, parliamo di una situazione nuova rispetto al passato», ha sottolineato Bonafede, «il M5s ha voluto interrogare i propri iscritti e la risposta è condivisibile. Andiamo avanti a testa alta, portando avanti i principi del M5s. Siamo di fronte a una situazione nuova rispetto al passato, alla votazione su Rousseau ha partecipato il numero più elevato di persone nella storia delle votazioni. Questo», ha aggiunto Bonafede, «è il metodo che il M5s ha adottato quando ha sentito l'esigenza di condividere una decisione da prendere, delicata e per tanti versi nuova rispetto alle situazione del passato. Questo è un caso che abbiamo ritenuto eccezionale».
Non poteva mancare il controcanto di Paola Nugnes, senatrice pentastellata vicina a Roberto Fico, onnipresente sui media, pronta come di consueto a criticare le scelte del M5s e del governo, ma sempre e comunque incollata alla comoda poltrona di parlamentare: «Ritengo», ha detto ieri la Nugnes a Circo Massimo, su Radio Capital, «che il voto sulla piattaforma Rousseau sia stato inopportuno. È una votazione fuori regolamento. Bisogna trovare un altro mezzo, un altro strumento, per trovare le convergenze, e non cedere a ricatti. Condivido», ha aggiunto la Nugnes, «l'idea di voler andare avanti, ma questo cedere può essere deleterio per il M5s ma anche per il paese». La Nugnes, così come l'altra fedelissima di Fico, la senatrice Elena Fattori, voterà (salvo imprevisti) in aula contro l'indicazione della base del M5s. A quel punto, potrebbe scattare l'espulsione. «Se accadrà», ha commentalo la Nugnes, «non sarò stata cacciata dal movimento ma dal partito di qualcuno che ha preso il posto del movimento».
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I vertici pentastellati si ritengono rafforzati dal voto su Matteo Salvini, ma quel 41% della base che chiedeva di mandare l'alleato a processo pesa. Beppe Grillo contestato a teatro dagli ex attivisti: «Venduto alla Lega».La giunta per le immunità del Senato dice no al procedimento contro il leader leghista. Il M5s vota compatto secondo le indicazioni arrivate da Rousseau: finisce 16 a 6. I dem sbraitano: «La chiamavano onestà». E Mario Michele Giarrusso li irride facendo il gesto delle manette.Lo speciale contiene due articoliNon era scontato il voto compatto dei pentastellati in giunta per le autorizzazioni. Non era scontato il voto di avvocati e tecnici che spesso, su questioni di giustizia hanno posizioni di principio personali e non negoziabili. E alla fine, anche con i problemi tecnici della piattaforma Rousseau, «abbiamo dimostrato che siamo un gruppo dove la democrazia esiste per davvero». Poco dopo il voto «pro Salvini» della giunta, tra i senatori grillini c'è la stessa convinzione: «Siamo usciti rafforzati» da queste 48 ore sulla Diciotti. Il grande incubo iniziato venti giorni fa con il colpo di scena di Matteo Salvini che cambia idea di fronte ai pm, insomma, sembra finito.Eppure il risultato di lunedì, con quel 41% degli elettori grillini comunque favorevole a lasciare il ministro degli Interni in balia del Tribunale dei ministri per un presunto maxi sequestro di persona, sembra dipingere un partito diviso. Non solo sul fatto specifico, ma anche sull'alleanza di governo con il capo del Carroccio e sulla difesa dei valori storici del Movimento come l'uguaglianza di tutti di fronte alla giustizia. Partito spaccato in due, quasi come una mela? Né Luigi Di Maio né i suoi ministri accettano questa ricostruzione. Il ragionamento più ricorrente tra i vertici di M5s è questo: «Come fanno a dire che siamo spaccati dopo un referendum? Il giorno dopo le elezioni, si dice forse che l'Italia è spaccata o che c'è la guerra civile perché un partito ha preso il 30%, l'altro il 20% e l'altro ancora il 5%?»Il dato che più interessa il Movimento è che ieri tutti i suoi sette senatori della giunta si siano conformati al voto sulla piattaforma Rousseau, accettando il responso della maggioranza espressa dalla «base». In particolare, c'erano alcuni avvocati come Grazia D'Angelo, Elvira Evangelista o Mattia Crucioli, che in teoria avrebbero potuto pensarla diversamente, magari sulla scorta di una valutazione più approfondita in quanto tecnica. E invece ha prevalso l'idea che Salvini, sulla Diciotti, abbia lavorato nell'interesse generale, in sintonia con il resto del governo e rispondendo con un atto di politica estera a una grave omissione di Malta. Ma soprattutto, sottolineano dal gruppo grillino di Palazzo Madama, anche i «tecnici» hanno rispettato il principio di maggioranza. E come andrà in aula? Nel Movimento sanno che non ci sarà la medesima unanimità della giunta, ma sono convinti di perdersi per strada due o tre voti e non di più.Se questo è l'umore che emerge dal Senato e dallo stato maggiore, fuori dal bunker qualche voce dissonante c'è eccome. Beppe Grillo, il più temuto da Di Maio and company, entrando al teatro Brancaccio di Roma per uno spettacolo dei suoi, non ha parlato. Un gruppo di ex attivisti, però, lo ha accolto con una contestazione: «Da mai con i partiti ad alleati di governo della Lega padrona», hanno protestato. Tra i malpancisti c'è sicuramente Doriana Sarli, veterinaria napoletana, che su Facebook ha scritto con una certa amarezza: «Talebani, così ci hanno definito ieri in assemblea. Io non sono talebana, non voglio portare avanti il bagaglio politico e culturale dell'islam. Forse mi definirei più coerente con dei principi che mi sembrano alla base del nostro progetto politico. Ora in Parlamento siamo minoranza, fuori non credo». Con lei anche Luigi Gallo, informatico pratese, che sempre sui social ha invitato a non dimenticare i numeri del «dissenso»: «Il 41% degli iscritti al M5s chiedono ai vertici un cambio di passo e il ritorno ai principi del M5s. Il 41% è un numero enorme. È un 41% fatto di cittadini attivi che credono in un sogno da almeno 10 anni». Entrambi, però, sono stati eletti a Montecitorio, e quindi il dossier Salvini non se lo vedranno arrivare tra le mani. Lo stesso non si può dire per altre due critiche come Paola Nugnes ed Elena Fattori, entrambe senatrici, ma i loro due voti sono già dati per «persi» da tempo. Sullo sfondo della soddisfazione per la prova di compattezza, resta però un grande nodo irrisolto, ovvero la sindrome di Calimero nei confronti della Lega e il pensiero costante che l'alleato ex padano faccia di tutto per erodere la montagna fragile del consenso grillino. Nelle ultime settimane, gran parte del dibattito interno al M5s ha ruotato, per forza di cose, su come comportarsi con un alleato percepito finora come «leale ma ingombrante», che vola nei sondaggi e che comunque potrebbe non aver rotto mai veramente con Silvio Berlusconi. E la diffidenza è stata aiutata dal repentino cambio d'idea di Salvini stesso, che nel giro di poche ore passò dal «Mi farò processare» al paventare conseguenze sulla stabilità del governo in caso di autorizzazione a procedere. Ebbene, ancora ieri sera, tra i deputati di M5s si discuteva se quel cambio improvviso di linea da parte del leader del Carroccio nascondesse o meno la volontà di tendere una trappola ai grillini. Ma sempre a proposito di trappole, Manlio Di Stefano, sottosegretario grillino agli Esteri, tira fuori un precedente imbarazzante per la magistratura e per il Parlamento, e che riguarda un intoccabile come Romano Prodi. Intervistato da Un giorno da Pecora, su Rai radio 1, Di Stefano ha ricordato: «Salvini ha agito sulla base di una decisione presa collegialmente. La sua vicenda è un unicum. Non ci si attivò perfino quando su mandato politico, con Prodi presidente, speronammo un gommone che veniva dall'Albania causando sei morti». E chi invece verrebbe messo volentieri su un gommone è Federico Pizzarotti, che ieri ha fatto un milione di visualizzazioni su Facebook. Il sindaco di Parma, uscito da M5s già nel 2016, ha stilato un lungo elenco di impegni «traditi» con gli elettori da parte del Movimento, partendo dal «niente indagati» in lista e arrivando fino al «mai al governo con altri partiti, specialmente con la Lega». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-linea-i-dissidenti-la-realpolitik-ora-i-5-stelle-si-scoprono-un-partito-2629427416.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-grillini-garantisti-fanno-ammattire-il-pd" data-post-id="2629427416" data-published-at="1778154924" data-use-pagination="False"> I grillini «garantisti» fanno ammattire il Pd La giunta per le immunità del Senato ieri ha respinto la richiesta del Tribunale dei ministri di Catania di poter processare il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, con l'accusa di sequestro di persona aggravato per non aver fatto sbarcare per 5 giorni 177 migranti dalla nave Diciotti. I voti a favore della proposta del presidente della giunta Maurizio Gasparri di Forza Italia di dire no all'autorizzazione sono stati 16, i contrari 6. Dopo il risultato della consultazione on line degli iscritti al M5s, che si sono espressi l'altro ieri contro l'autorizzazione a procedere, 6 sui 7 esponenti del M5s presenti in giunta hanno votato per il no al processo (la senatrice Grazia D'Angelo ha appena partorito ed era assente). I favorevoli alla proposta di Gasparri di negare l'autorizzazione a procedere contro Salvini sono stati, oltre ai grillini, i 4 senatori di Fi, i 4 della Lega, Meinhard Durnwalder del gruppo Autonomie e Alberto Balboni di Fdi; hanno votato invece a favore dell'autorizzazione a procedere i 4 senatori del Pd, Pietro Grasso di Leu e Gregorio De Falco, ex M5s e ora al gruppo Misto. «Sono molto soddisfatto», ha commentato Gasparri, del voto della giunta. I 5 stelle hanno voluto leggere il mio testo. Sono anche molto contento dell'apprezzamento generale che ho avuto per la gestione di una vicenda così delicata. È stato chiaro a tutti che le polemiche estranee alla vicenda non hanno influito in un voto che ha valutato in modo approfondito i documenti. Ora», ha spiegato Gasparri, «la Giunta chiederà all'Aula del Senato di non autorizzare il processo a Salvini. Ho avuto il mandato, come relatore, di depositare la relazione, e l'Aula entro 30 giorni dovrà votare. Io ho applicato una legge, mi dichiaro estraneo alle polemiche tra Pd e M5s». Le polemiche alle quali fa riferimento Gasparri sono state scatenate dai senatori del Pd, che hanno atteso l'uscita dei membri pentastellati della giunta per abbandonarsi a una vera e propria sceneggiata propagandistica. Al grido di «vergogna, vergogna!» e «onestà, onestà!» i senatori del Pd hanno preso di mira soprattutto il senatore del M5s Mario Michele Giarrusso, membro della Giunta. Giarrusso, di carattere fumantino, ha risposto per le rime: prima ha fatto il gesto delle manette verso i dem, poi ha commentato, facendo riferimento ai genitori di Matteo Renzi: «Mio padre e mia madre sono regolarmente a casa, altri sono ai domiciliari. E poi sono loro che parlano di onestà». Soddisfazione per l'esito del voto è stata espressa da Anna Maria Bernini, capogruppo di Forza Italia al Senato: «Con il no alla richiesta di autorizzazione a procedere per il ministro Salvini», ha detto la Bernini, «la giunta per le immunità del Senato ha respinto l'indebita invasione di campo della magistratura su una questione, il contrasto all'immigrazione irregolare, che in ogni democrazia è di competenza dei governi». Più articolato il ragionamento di Silvio Berlusconi: «Il nostro», ha detto il Cav a Rai Radio 1, «è un no indipendente. Siamo dei garantisti, non riteniamo che ci debbano essere incursioni della magistratura in politica. Il M5s ha dimostrato ancora una volta che la giustizia è un fatto politico. Anche ammesso che il voto sia stato autentico, perché il parere di quelle persone, che nessuno ha eletto, deve decidere al posto dei parlamentari? Io credo», ha aggiunto Berlusconi, «che i vertici del M5s siano innamorati del potere e vogliano rimanere al governo. Questo voto è una presa in giro di tutti i loro sostenitori perché questo voto è contrario ai principi del movimento e contro quello che hanno sempre dichiarato». A chi ha accusato il M5s di essere improvvisamente diventato garantista, ha risposto il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: «Nessuna svolta garantista, parliamo di una situazione nuova rispetto al passato», ha sottolineato Bonafede, «il M5s ha voluto interrogare i propri iscritti e la risposta è condivisibile. Andiamo avanti a testa alta, portando avanti i principi del M5s. Siamo di fronte a una situazione nuova rispetto al passato, alla votazione su Rousseau ha partecipato il numero più elevato di persone nella storia delle votazioni. Questo», ha aggiunto Bonafede, «è il metodo che il M5s ha adottato quando ha sentito l'esigenza di condividere una decisione da prendere, delicata e per tanti versi nuova rispetto alle situazione del passato. Questo è un caso che abbiamo ritenuto eccezionale». Non poteva mancare il controcanto di Paola Nugnes, senatrice pentastellata vicina a Roberto Fico, onnipresente sui media, pronta come di consueto a criticare le scelte del M5s e del governo, ma sempre e comunque incollata alla comoda poltrona di parlamentare: «Ritengo», ha detto ieri la Nugnes a Circo Massimo, su Radio Capital, «che il voto sulla piattaforma Rousseau sia stato inopportuno. È una votazione fuori regolamento. Bisogna trovare un altro mezzo, un altro strumento, per trovare le convergenze, e non cedere a ricatti. Condivido», ha aggiunto la Nugnes, «l'idea di voler andare avanti, ma questo cedere può essere deleterio per il M5s ma anche per il paese». La Nugnes, così come l'altra fedelissima di Fico, la senatrice Elena Fattori, voterà (salvo imprevisti) in aula contro l'indicazione della base del M5s. A quel punto, potrebbe scattare l'espulsione. «Se accadrà», ha commentalo la Nugnes, «non sarò stata cacciata dal movimento ma dal partito di qualcuno che ha preso il posto del movimento».
Christine Lagarde (Ansa)
Questo contrasto è apparso evidente nel confronto tra diversi report con le preoccupazioni sulla crescita economica dell’Eurozona, da una parte, e dall’altra, un intervento di Piero Cipollone, membro del consiglio esecutivo della Bce, la Banca centrale europea che tiene sotto controllo la dinamica inflazionistica.
È il dilemma con cui si stanno confrontando i diversi decisori nel tentativo di evitare una crisi pesante dell’economia reale - che richiede interventi a favore delle attività produttive e di aiuto alle famiglie - ma anche di non correre il rischio di una spirale inflazionistica che metterebbe in difficoltà non solo famiglie e consumatori ma anche i grandi numeri della finanza pubblica.
Cipollone ha parlato a Milano al Festival dello sviluppo sostenibile e, pur con la cautela propria dei banchieri centrali, non ha escluso l’eventualità di un aumento dei tassi e quindi del costo del denaro. «La situazione attuale sembra discostarsi dalle nostre proiezioni di base di marzo» - ha detto l’esponente Bce - e per questo «aumenta la probabilità che potremmo dover adeguare i nostri tassi di interesse». L’obiettivo è di contenere gli effetti a catena del caro-carburanti per evitare che l’inflazione si discosti eccessivamente dal 2% da sempre indicato come il livello auspicabile a livello europeo. Ma è altrettanto evidente che l’effetto collaterale rischia di essere un impatto pesante sulla crescita. Nulla di deciso, anche perché le implicazioni del conflitto sull’inflazione e sull’attività economica a medio termine «dipenderanno dall’intensità, dalla durata e dalla propagazione dello shock dei prezzi dell’energia».
Ma secondo Piero Cipollone, la divisione dei compiti è chiara: di fronte a uno shock come quello che si sta registrando, «la politica monetaria può ancorare le aspettative e garantire il ritorno dell’inflazione all’obiettivo nel medio termine», mentre è la politica fiscale che «può attenuare l’impatto sull’attività economica». Quindi la palla per la crescita passa ai governi e alla Ue. La preoccupazione per la scarsa crescita e i rischi di recessione sono in aumento. L’indice S&P Global Pmi della produzione composita dell’Eurozona è sceso ad aprile al 48,8 (contro il 50,7 di marzo) toccando il minimo degli ultimi 17 mesi. Anche l’indice che riguarda il terziario ha toccato il minimo degli ultimi 5 anni: al 47,6 contro il 50,2 di marzo. Poiché la soglia 50 separa la crescita dalla contrazione, siamo passati a una fase negativa. Se aggiungiamo un aumento, sempre secondo S&P, dei prezzi di vendita come non si vedeva da almeno tre anni, l’incubo è quello, temutissimo della stagflazione: prezzi in rialzo in una economia depressa. Ora, l’indagine evidenzia un andamento migliore della produzione in Italia e Irlanda (ancora positivo) mentre è negativo per Germania, Francia e Spagna, ma certo il quadro appare preoccupante, con un indice di fiducia dell’Eurozona fortemente peggiorato per i prossimi 12 mesi. Così le proposte italiane di interventi e politiche europee adeguati alla situazione appaiono non solo di buon senso ma obbligati e indispensabili.
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Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Il pensiero ha fatto breccia persino nelle stesse stanze del Mic, da anni cornucopia di prebende e assegni pesantissimi alle opere intellettuali degli amici intellò. Solo che, dalle parti di via del Collegio Romano, devono aver trovato difficile, se non proprio impossibile, estirpare questa prassi, ormai evidentemente ben radicata, dei finanziamenti a pioggia a opere discutibili o firmati dai soliti membri del circoletto rosso. E così il dicastero guidato da Alessandro Giuli e dalla sottosegretaria con delega al Cinema, Lucia Borgonzoni, sì è visto costretto a chiedere l’intervento della Guardia di finanza dopo i risultati (leggasi: contributi e tax credit) delle commissioni preposte alla valutazione delle opere prima del sì o no definitivo al sostegno economico.
La telefonata dagli uffici del ministero in direzione delle Fiamme gialle è partita il 9 aprile scorso. I finanziari si sono presentati nella sede del Mic il successivo lunedì 13 aprile. Hanno ascoltato quello che i loro interlocutori avevano da dire e hanno acquisito la documentazione sui contributi concessi a numerosi film. La Verità è in grado di anticipare qualche nome di pellicola finita nel mirino della Finanza.
Il primo è Tradita, un «thriller sentimentale» (così è definito) diretto da Gabriele Altobelli, girato per tre settimane nelle Marche (anche se è stato bocciato dalla Film commissione regionale) e che segna il ritorno al cinema di Manuela Arcuri come protagonista. Distribuito nei cinema a marzo, è scritto e sceneggiato da Steve Della Casa, ex militante di Lotta continua e coinvolto nell’indagine sull’attentato al bar Angelo azzurro di via Po, a Torino, dove mori bruciato un giovane studente, nel 1977, dopo il lancio di una bomba Molotov. Tradita, finora, ha racimolato 26.074 euro al botteghino, «tenendo incollati» alla poltrona ben 3.631 spettatori. Per questo film che non sta proprio sbancando il box office, lo Stato ha garantito ben 1,2 milioni e rotti di euro di Tax credit, a fronte di un costo complessivo di produzione di 2,9 milioni. Il lungometraggio è stato prodotto dalla Mattia’s film, oscura srl romana di proprietà di Giovanni Di Gianfrancesco e Alfonsina Libroja, amministratrice unica della società che «vanta» un capitale sociale di 40.000 euro.
Le altre pellicole finite nel mirino della Finanza, su segnalazione del Mic, sono Solo se tu canti - L’irresistibile storia di Gigi D’Alessio, diretto da Luca Miniero, che ha portato a casa 1.050.000 milioni su un costo complessivo di 6,8, Tony Pappalardo Investigation di Pier Francesco Pingitore, che ha ottenuto 800.000 euro di sgravi, Il tempo delle mele cotte di Andrea Muzzi, con altri 400.000 euro di aiuti, e La leggenda sul Grappa, misterioso film prodotto dalla Marte Studios di Guglielmo Brancato che è valso ai produttori ben 572.000 euro di contributi.
La cronaca recente ha visto spesso gli uomini delle Fiamme gialle aggirarsi per gli uffici del ministero della Cultura: l’ultima «visita» era avvenuta a marzo, per acquisire la documentazione relativa alla produzione di alcune pellicole targate The Apartment, controllata dal colosso Fremantle: acquisiti documenti, contratti e rapporti economici legati alla produzione della prima stagione della serie M. Il figlio del secolo, diretta da Joe Wright, tratta dall’omonimo libro di Antonio Scurati e incentrata sul primo Benito Mussolini, del film del 2024 Queer, di Luca Guadagnino, con Daniel Craig, e Finalmente l’alba, pellicola sempre del 2024 scritta e diretta da Saverio Costanzo e prodotta direttamente da Fremantle. In precedenza, a ottobre 2025, i finanziari avevano acquisito altri documenti relativi al Tax credit concesso ad alcune pellicole, nell’ambito di un’inchiesta della procura di Roma sul sistema di aiuti al settore messo in piedi dall’ex ministro del Pd, Dario Franceschini: sotto la lente dei pm, erano finiti film come L’immensità di Emanuele Crialese, Siccità di Paolo Virzì e ancora Finalmente l’alba di Saverio Costanzo.
Intanto, a livello politico, le opposizioni cercano di infilarsi nelle difficoltà di Giuli nel gestire la pratica dei finanziamenti al settore. «Giuli ha rivolto un appello a non sprecare l’occasione di una riforma parlamentare condivisa che dia risposte e stabilità al mondo del cinema e dell’audiovisivo. Giova ricordare che se quell’occasione c’è è per una iniziativa delle opposizioni che, sfruttando gli spazi riservati alle minoranze, calendarizzato le proprie proposte di riforma», hanno affermato in una nota i deputati dei gruppi di Pd, M5s, Avs, talia viva e Azione della commissione Cultura della Camera. Dialogo sì, dunque, ma alle condizioni della sinistra: lo ha ribadito anche il segretario del Pd, Elly Schlein: «La disponibilità al confronto c’è, ma a partire dalle nostre proposte già calendarizzate».
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Marco Rubio (Ansa)
Secondo una nota del governo di Washington, oggi si discuterà «della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale». Inoltre, qualche dettaglio in più è stato lo stesso Rubio a fornirlo l’altro ieri sera. «C’è molto di cui parlare con il Vaticano», ha detto il segretario di Stato americano, per poi aggiungere: «Il papa è appena rientrato da un viaggio in Africa, dove la Chiesa sta crescendo in modo molto dinamico, e abbiamo condiviso le preoccupazioni sulla libertà religiosa in diverse parti del mondo. Ci piacerebbe parlarne con loro». «Siamo disposti a fornire ulteriori aiuti umanitari a Cuba, distribuiti tramite la Chiesa, ma il regime cubano deve consentircelo», ha proseguito. «Il Papa è ovviamente il Vicario di Cristo, ma è anche il capo di uno Stato nazionale, un’organizzazione presente in oltre cento Paesi in tutto il mondo, e noi collaboriamo spesso con il Vaticano proprio perché è presente in molti luoghi diversi», ha anche detto.
Insomma, Rubio ha cercato di smorzare la tensione, mentre Parolin, pur bollando ieri come «strane» le critiche di Donald Trump al pontefice, ha definito gli Usa un «interlocutore» e non ha escluso in futuro un colloquio diretto tra i due leader. Da entrambe le parti si sta quindi tentando di rasserenare il clima, dopo i recenti attriti tra il presidente americano e Leone, scoppiati soprattutto a causa della guerra in Iran: guerra rispetto a cui, ieri, Parolin ha invocato il ricorso al «negoziato». Non è del resto un mistero che la Casa Bianca sia ai ferri corti con l’episcopato cattolico statunitense su vari dossier: dalla stessa crisi iraniana all’immigrazione clandestina. Dall’altra parte, il quadro generale ha una sua complessità. Al netto degli attriti con i vescovi, Trump, nel 2024, ha conquistato la maggioranza del voto cattolico, facendo leva sull’irritazione che quel mondo nutriva verso l’ala woke del Partito democratico statunitense. La missione odierna del cattolico Rubio è quindi innanzitutto quella di ricucire i recenti strappi con la Santa Sede.
Tuttavia, è al contempo possibile che sul tavolo ci sarà anche dell’altro. E un’indicazione è arrivata dallo stesso Rubio quando ha affermato che, tra le altre cose, si parlerà di libertà religiosa. E qui torna in mente un precedente. Tra settembre e ottobre 2020, il segretario di Stato americano della prima amministrazione Trump, Mike Pompeo, si recò a Roma. Nell’occasione, tenne un discorso sulla libertà religiosa e, al contempo, ebbe delle tensioni con Parolin a causa dell’accordo che, nel 2018, la Santa Sede aveva firmato con la Cina sulla nomina dei vescovi. Pompeo cercò di convincere il cardinale a bloccare il rinnovo dell’intesa, senza riuscirci. Un’intesa che, nello stesso 2018, era stata criticata proprio da Rubio, all’epoca senatore della Florida.
Il Partito repubblicano ha sempre visto quell’accordo come il fumo negli occhi: un accordo che ha suscitato lo scetticismo anche di vari settori della stessa Chiesa statunitense. «Il mio istinto mi dice anche che non si può negoziare con queste persone. Potrebbe essere straordinariamente controproducente», affermò, nel 2021, il cardinale Timothy Dolan, riferendosi ai vertici del Partito comunista cinese. La stessa Conferenza episcopale statunitense, nel 2024, pur non criticandola apertamente, si mostrò guardinga sull’intesa tra Santa Sede e Cina. «Resta da vedere se la speranza del Vaticano di costruire fiducia e amicizia attraverso il dialogo porterà frutti concreti in miglioramenti della libertà religiosa», dichiarò.
L’accordo -rinnovato per altri quattro anni nel 2024- è stato nuovamente difeso, a ottobre scorso, da Parolin, che fu il suo principale artefice, insieme a gruppi favorevoli alla distensione con Pechino, come la Compagnia di Gesù e la Comunità di S. Egidio: tutte realtà filocinesi che erano uscite sconfitte dal conclave dell’anno scorso. E qui arriviamo al nodo. Nonostante Leone abbia parzialmente raffreddato la spinta pro Pechino del predecessore, l’amministrazione Trump si attendeva un cambio di passo più deciso nella politica estera vaticana. La Casa Bianca teme infatti che la Cina possa approfittare dell’accordo con Roma per rafforzare la propria influenza sull’America Latina, che è notoriamente a maggioranza cattolica. Il che è visto con preoccupazione da Trump, che ha rilanciato la Dottrina Monroe col chiaro intento di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Leone, dal canto suo, sa di doversi muovere con circospezione per evitare strappi traumatici in seno alla Chiesa. Dall’altra parte, però, a ottobre ha sottolineato l’estrema importanza della libertà religiosa, definendola un diritto «essenziale». È quindi su questo terreno che, forse, il Papa e Rubio cercheranno di trovare oggi una convergenza.
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