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2019-02-20
La linea, i dissidenti, la realpolitik. Ora i 5 stelle si scoprono un partito
Ansa
Non era scontato il voto compatto dei pentastellati in giunta per le autorizzazioni. Non era scontato il voto di avvocati e tecnici che spesso, su questioni di giustizia hanno posizioni di principio personali e non negoziabili. E alla fine, anche con i problemi tecnici della piattaforma Rousseau, «abbiamo dimostrato che siamo un gruppo dove la democrazia esiste per davvero». Poco dopo il voto «pro Salvini» della giunta, tra i senatori grillini c'è la stessa convinzione: «Siamo usciti rafforzati» da queste 48 ore sulla Diciotti. Il grande incubo iniziato venti giorni fa con il colpo di scena di Matteo Salvini che cambia idea di fronte ai pm, insomma, sembra finito.
Eppure il risultato di lunedì, con quel 41% degli elettori grillini comunque favorevole a lasciare il ministro degli Interni in balia del Tribunale dei ministri per un presunto maxi sequestro di persona, sembra dipingere un partito diviso. Non solo sul fatto specifico, ma anche sull'alleanza di governo con il capo del Carroccio e sulla difesa dei valori storici del Movimento come l'uguaglianza di tutti di fronte alla giustizia. Partito spaccato in due, quasi come una mela?
Né Luigi Di Maio né i suoi ministri accettano questa ricostruzione. Il ragionamento più ricorrente tra i vertici di M5s è questo: «Come fanno a dire che siamo spaccati dopo un referendum? Il giorno dopo le elezioni, si dice forse che l'Italia è spaccata o che c'è la guerra civile perché un partito ha preso il 30%, l'altro il 20% e l'altro ancora il 5%?»
Il dato che più interessa il Movimento è che ieri tutti i suoi sette senatori della giunta si siano conformati al voto sulla piattaforma Rousseau, accettando il responso della maggioranza espressa dalla «base». In particolare, c'erano alcuni avvocati come Grazia D'Angelo, Elvira Evangelista o Mattia Crucioli, che in teoria avrebbero potuto pensarla diversamente, magari sulla scorta di una valutazione più approfondita in quanto tecnica. E invece ha prevalso l'idea che Salvini, sulla Diciotti, abbia lavorato nell'interesse generale, in sintonia con il resto del governo e rispondendo con un atto di politica estera a una grave omissione di Malta.
Ma soprattutto, sottolineano dal gruppo grillino di Palazzo Madama, anche i «tecnici» hanno rispettato il principio di maggioranza. E come andrà in aula? Nel Movimento sanno che non ci sarà la medesima unanimità della giunta, ma sono convinti di perdersi per strada due o tre voti e non di più.
Se questo è l'umore che emerge dal Senato e dallo stato maggiore, fuori dal bunker qualche voce dissonante c'è eccome. Beppe Grillo, il più temuto da Di Maio and company, entrando al teatro Brancaccio di Roma per uno spettacolo dei suoi, non ha parlato. Un gruppo di ex attivisti, però, lo ha accolto con una contestazione: «Da mai con i partiti ad alleati di governo della Lega padrona», hanno protestato.
Tra i malpancisti c'è sicuramente Doriana Sarli, veterinaria napoletana, che su Facebook ha scritto con una certa amarezza: «Talebani, così ci hanno definito ieri in assemblea. Io non sono talebana, non voglio portare avanti il bagaglio politico e culturale dell'islam. Forse mi definirei più coerente con dei principi che mi sembrano alla base del nostro progetto politico. Ora in Parlamento siamo minoranza, fuori non credo». Con lei anche Luigi Gallo, informatico pratese, che sempre sui social ha invitato a non dimenticare i numeri del «dissenso»: «Il 41% degli iscritti al M5s chiedono ai vertici un cambio di passo e il ritorno ai principi del M5s. Il 41% è un numero enorme. È un 41% fatto di cittadini attivi che credono in un sogno da almeno 10 anni». Entrambi, però, sono stati eletti a Montecitorio, e quindi il dossier Salvini non se lo vedranno arrivare tra le mani. Lo stesso non si può dire per altre due critiche come Paola Nugnes ed Elena Fattori, entrambe senatrici, ma i loro due voti sono già dati per «persi» da tempo.
Sullo sfondo della soddisfazione per la prova di compattezza, resta però un grande nodo irrisolto, ovvero la sindrome di Calimero nei confronti della Lega e il pensiero costante che l'alleato ex padano faccia di tutto per erodere la montagna fragile del consenso grillino.
Nelle ultime settimane, gran parte del dibattito interno al M5s ha ruotato, per forza di cose, su come comportarsi con un alleato percepito finora come «leale ma ingombrante», che vola nei sondaggi e che comunque potrebbe non aver rotto mai veramente con Silvio Berlusconi.
E la diffidenza è stata aiutata dal repentino cambio d'idea di Salvini stesso, che nel giro di poche ore passò dal «Mi farò processare» al paventare conseguenze sulla stabilità del governo in caso di autorizzazione a procedere. Ebbene, ancora ieri sera, tra i deputati di M5s si discuteva se quel cambio improvviso di linea da parte del leader del Carroccio nascondesse o meno la volontà di tendere una trappola ai grillini.
Ma sempre a proposito di trappole, Manlio Di Stefano, sottosegretario grillino agli Esteri, tira fuori un precedente imbarazzante per la magistratura e per il Parlamento, e che riguarda un intoccabile come Romano Prodi.
Intervistato da Un giorno da Pecora, su Rai radio 1, Di Stefano ha ricordato: «Salvini ha agito sulla base di una decisione presa collegialmente. La sua vicenda è un unicum. Non ci si attivò perfino quando su mandato politico, con Prodi presidente, speronammo un gommone che veniva dall'Albania causando sei morti». E chi invece verrebbe messo volentieri su un gommone è Federico Pizzarotti, che ieri ha fatto un milione di visualizzazioni su Facebook. Il sindaco di Parma, uscito da M5s già nel 2016, ha stilato un lungo elenco di impegni «traditi» con gli elettori da parte del Movimento, partendo dal «niente indagati» in lista e arrivando fino al «mai al governo con altri partiti, specialmente con la Lega».
I grillini «garantisti» fanno ammattire il Pd
La giunta per le immunità del Senato ieri ha respinto la richiesta del Tribunale dei ministri di Catania di poter processare il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, con l'accusa di sequestro di persona aggravato per non aver fatto sbarcare per 5 giorni 177 migranti dalla nave Diciotti. I voti a favore della proposta del presidente della giunta Maurizio Gasparri di Forza Italia di dire no all'autorizzazione sono stati 16, i contrari 6. Dopo il risultato della consultazione on line degli iscritti al M5s, che si sono espressi l'altro ieri contro l'autorizzazione a procedere, 6 sui 7 esponenti del M5s presenti in giunta hanno votato per il no al processo (la senatrice Grazia D'Angelo ha appena partorito ed era assente). I favorevoli alla proposta di Gasparri di negare l'autorizzazione a procedere contro Salvini sono stati, oltre ai grillini, i 4 senatori di Fi, i 4 della Lega, Meinhard Durnwalder del gruppo Autonomie e Alberto Balboni di Fdi; hanno votato invece a favore dell'autorizzazione a procedere i 4 senatori del Pd, Pietro Grasso di Leu e Gregorio De Falco, ex M5s e ora al gruppo Misto.
«Sono molto soddisfatto», ha commentato Gasparri, del voto della giunta. I 5 stelle hanno voluto leggere il mio testo. Sono anche molto contento dell'apprezzamento generale che ho avuto per la gestione di una vicenda così delicata. È stato chiaro a tutti che le polemiche estranee alla vicenda non hanno influito in un voto che ha valutato in modo approfondito i documenti. Ora», ha spiegato Gasparri, «la Giunta chiederà all'Aula del Senato di non autorizzare il processo a Salvini. Ho avuto il mandato, come relatore, di depositare la relazione, e l'Aula entro 30 giorni dovrà votare. Io ho applicato una legge, mi dichiaro estraneo alle polemiche tra Pd e M5s».
Le polemiche alle quali fa riferimento Gasparri sono state scatenate dai senatori del Pd, che hanno atteso l'uscita dei membri pentastellati della giunta per abbandonarsi a una vera e propria sceneggiata propagandistica. Al grido di «vergogna, vergogna!» e «onestà, onestà!» i senatori del Pd hanno preso di mira soprattutto il senatore del M5s Mario Michele Giarrusso, membro della Giunta. Giarrusso, di carattere fumantino, ha risposto per le rime: prima ha fatto il gesto delle manette verso i dem, poi ha commentato, facendo riferimento ai genitori di Matteo Renzi: «Mio padre e mia madre sono regolarmente a casa, altri sono ai domiciliari. E poi sono loro che parlano di onestà».
Soddisfazione per l'esito del voto è stata espressa da Anna Maria Bernini, capogruppo di Forza Italia al Senato: «Con il no alla richiesta di autorizzazione a procedere per il ministro Salvini», ha detto la Bernini, «la giunta per le immunità del Senato ha respinto l'indebita invasione di campo della magistratura su una questione, il contrasto all'immigrazione irregolare, che in ogni democrazia è di competenza dei governi».
Più articolato il ragionamento di Silvio Berlusconi: «Il nostro», ha detto il Cav a Rai Radio 1, «è un no indipendente. Siamo dei garantisti, non riteniamo che ci debbano essere incursioni della magistratura in politica. Il M5s ha dimostrato ancora una volta che la giustizia è un fatto politico. Anche ammesso che il voto sia stato autentico, perché il parere di quelle persone, che nessuno ha eletto, deve decidere al posto dei parlamentari? Io credo», ha aggiunto Berlusconi, «che i vertici del M5s siano innamorati del potere e vogliano rimanere al governo. Questo voto è una presa in giro di tutti i loro sostenitori perché questo voto è contrario ai principi del movimento e contro quello che hanno sempre dichiarato».
A chi ha accusato il M5s di essere improvvisamente diventato garantista, ha risposto il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: «Nessuna svolta garantista, parliamo di una situazione nuova rispetto al passato», ha sottolineato Bonafede, «il M5s ha voluto interrogare i propri iscritti e la risposta è condivisibile. Andiamo avanti a testa alta, portando avanti i principi del M5s. Siamo di fronte a una situazione nuova rispetto al passato, alla votazione su Rousseau ha partecipato il numero più elevato di persone nella storia delle votazioni. Questo», ha aggiunto Bonafede, «è il metodo che il M5s ha adottato quando ha sentito l'esigenza di condividere una decisione da prendere, delicata e per tanti versi nuova rispetto alle situazione del passato. Questo è un caso che abbiamo ritenuto eccezionale».
Non poteva mancare il controcanto di Paola Nugnes, senatrice pentastellata vicina a Roberto Fico, onnipresente sui media, pronta come di consueto a criticare le scelte del M5s e del governo, ma sempre e comunque incollata alla comoda poltrona di parlamentare: «Ritengo», ha detto ieri la Nugnes a Circo Massimo, su Radio Capital, «che il voto sulla piattaforma Rousseau sia stato inopportuno. È una votazione fuori regolamento. Bisogna trovare un altro mezzo, un altro strumento, per trovare le convergenze, e non cedere a ricatti. Condivido», ha aggiunto la Nugnes, «l'idea di voler andare avanti, ma questo cedere può essere deleterio per il M5s ma anche per il paese». La Nugnes, così come l'altra fedelissima di Fico, la senatrice Elena Fattori, voterà (salvo imprevisti) in aula contro l'indicazione della base del M5s. A quel punto, potrebbe scattare l'espulsione. «Se accadrà», ha commentalo la Nugnes, «non sarò stata cacciata dal movimento ma dal partito di qualcuno che ha preso il posto del movimento».
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I vertici pentastellati si ritengono rafforzati dal voto su Matteo Salvini, ma quel 41% della base che chiedeva di mandare l'alleato a processo pesa. Beppe Grillo contestato a teatro dagli ex attivisti: «Venduto alla Lega».La giunta per le immunità del Senato dice no al procedimento contro il leader leghista. Il M5s vota compatto secondo le indicazioni arrivate da Rousseau: finisce 16 a 6. I dem sbraitano: «La chiamavano onestà». E Mario Michele Giarrusso li irride facendo il gesto delle manette.Lo speciale contiene due articoliNon era scontato il voto compatto dei pentastellati in giunta per le autorizzazioni. Non era scontato il voto di avvocati e tecnici che spesso, su questioni di giustizia hanno posizioni di principio personali e non negoziabili. E alla fine, anche con i problemi tecnici della piattaforma Rousseau, «abbiamo dimostrato che siamo un gruppo dove la democrazia esiste per davvero». Poco dopo il voto «pro Salvini» della giunta, tra i senatori grillini c'è la stessa convinzione: «Siamo usciti rafforzati» da queste 48 ore sulla Diciotti. Il grande incubo iniziato venti giorni fa con il colpo di scena di Matteo Salvini che cambia idea di fronte ai pm, insomma, sembra finito.Eppure il risultato di lunedì, con quel 41% degli elettori grillini comunque favorevole a lasciare il ministro degli Interni in balia del Tribunale dei ministri per un presunto maxi sequestro di persona, sembra dipingere un partito diviso. Non solo sul fatto specifico, ma anche sull'alleanza di governo con il capo del Carroccio e sulla difesa dei valori storici del Movimento come l'uguaglianza di tutti di fronte alla giustizia. Partito spaccato in due, quasi come una mela? Né Luigi Di Maio né i suoi ministri accettano questa ricostruzione. Il ragionamento più ricorrente tra i vertici di M5s è questo: «Come fanno a dire che siamo spaccati dopo un referendum? Il giorno dopo le elezioni, si dice forse che l'Italia è spaccata o che c'è la guerra civile perché un partito ha preso il 30%, l'altro il 20% e l'altro ancora il 5%?»Il dato che più interessa il Movimento è che ieri tutti i suoi sette senatori della giunta si siano conformati al voto sulla piattaforma Rousseau, accettando il responso della maggioranza espressa dalla «base». In particolare, c'erano alcuni avvocati come Grazia D'Angelo, Elvira Evangelista o Mattia Crucioli, che in teoria avrebbero potuto pensarla diversamente, magari sulla scorta di una valutazione più approfondita in quanto tecnica. E invece ha prevalso l'idea che Salvini, sulla Diciotti, abbia lavorato nell'interesse generale, in sintonia con il resto del governo e rispondendo con un atto di politica estera a una grave omissione di Malta. Ma soprattutto, sottolineano dal gruppo grillino di Palazzo Madama, anche i «tecnici» hanno rispettato il principio di maggioranza. E come andrà in aula? Nel Movimento sanno che non ci sarà la medesima unanimità della giunta, ma sono convinti di perdersi per strada due o tre voti e non di più.Se questo è l'umore che emerge dal Senato e dallo stato maggiore, fuori dal bunker qualche voce dissonante c'è eccome. Beppe Grillo, il più temuto da Di Maio and company, entrando al teatro Brancaccio di Roma per uno spettacolo dei suoi, non ha parlato. Un gruppo di ex attivisti, però, lo ha accolto con una contestazione: «Da mai con i partiti ad alleati di governo della Lega padrona», hanno protestato. Tra i malpancisti c'è sicuramente Doriana Sarli, veterinaria napoletana, che su Facebook ha scritto con una certa amarezza: «Talebani, così ci hanno definito ieri in assemblea. Io non sono talebana, non voglio portare avanti il bagaglio politico e culturale dell'islam. Forse mi definirei più coerente con dei principi che mi sembrano alla base del nostro progetto politico. Ora in Parlamento siamo minoranza, fuori non credo». Con lei anche Luigi Gallo, informatico pratese, che sempre sui social ha invitato a non dimenticare i numeri del «dissenso»: «Il 41% degli iscritti al M5s chiedono ai vertici un cambio di passo e il ritorno ai principi del M5s. Il 41% è un numero enorme. È un 41% fatto di cittadini attivi che credono in un sogno da almeno 10 anni». Entrambi, però, sono stati eletti a Montecitorio, e quindi il dossier Salvini non se lo vedranno arrivare tra le mani. Lo stesso non si può dire per altre due critiche come Paola Nugnes ed Elena Fattori, entrambe senatrici, ma i loro due voti sono già dati per «persi» da tempo. Sullo sfondo della soddisfazione per la prova di compattezza, resta però un grande nodo irrisolto, ovvero la sindrome di Calimero nei confronti della Lega e il pensiero costante che l'alleato ex padano faccia di tutto per erodere la montagna fragile del consenso grillino. Nelle ultime settimane, gran parte del dibattito interno al M5s ha ruotato, per forza di cose, su come comportarsi con un alleato percepito finora come «leale ma ingombrante», che vola nei sondaggi e che comunque potrebbe non aver rotto mai veramente con Silvio Berlusconi. E la diffidenza è stata aiutata dal repentino cambio d'idea di Salvini stesso, che nel giro di poche ore passò dal «Mi farò processare» al paventare conseguenze sulla stabilità del governo in caso di autorizzazione a procedere. Ebbene, ancora ieri sera, tra i deputati di M5s si discuteva se quel cambio improvviso di linea da parte del leader del Carroccio nascondesse o meno la volontà di tendere una trappola ai grillini. Ma sempre a proposito di trappole, Manlio Di Stefano, sottosegretario grillino agli Esteri, tira fuori un precedente imbarazzante per la magistratura e per il Parlamento, e che riguarda un intoccabile come Romano Prodi. Intervistato da Un giorno da Pecora, su Rai radio 1, Di Stefano ha ricordato: «Salvini ha agito sulla base di una decisione presa collegialmente. La sua vicenda è un unicum. Non ci si attivò perfino quando su mandato politico, con Prodi presidente, speronammo un gommone che veniva dall'Albania causando sei morti». E chi invece verrebbe messo volentieri su un gommone è Federico Pizzarotti, che ieri ha fatto un milione di visualizzazioni su Facebook. Il sindaco di Parma, uscito da M5s già nel 2016, ha stilato un lungo elenco di impegni «traditi» con gli elettori da parte del Movimento, partendo dal «niente indagati» in lista e arrivando fino al «mai al governo con altri partiti, specialmente con la Lega». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-linea-i-dissidenti-la-realpolitik-ora-i-5-stelle-si-scoprono-un-partito-2629427416.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-grillini-garantisti-fanno-ammattire-il-pd" data-post-id="2629427416" data-published-at="1774136688" data-use-pagination="False"> I grillini «garantisti» fanno ammattire il Pd La giunta per le immunità del Senato ieri ha respinto la richiesta del Tribunale dei ministri di Catania di poter processare il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, con l'accusa di sequestro di persona aggravato per non aver fatto sbarcare per 5 giorni 177 migranti dalla nave Diciotti. I voti a favore della proposta del presidente della giunta Maurizio Gasparri di Forza Italia di dire no all'autorizzazione sono stati 16, i contrari 6. Dopo il risultato della consultazione on line degli iscritti al M5s, che si sono espressi l'altro ieri contro l'autorizzazione a procedere, 6 sui 7 esponenti del M5s presenti in giunta hanno votato per il no al processo (la senatrice Grazia D'Angelo ha appena partorito ed era assente). I favorevoli alla proposta di Gasparri di negare l'autorizzazione a procedere contro Salvini sono stati, oltre ai grillini, i 4 senatori di Fi, i 4 della Lega, Meinhard Durnwalder del gruppo Autonomie e Alberto Balboni di Fdi; hanno votato invece a favore dell'autorizzazione a procedere i 4 senatori del Pd, Pietro Grasso di Leu e Gregorio De Falco, ex M5s e ora al gruppo Misto. «Sono molto soddisfatto», ha commentato Gasparri, del voto della giunta. I 5 stelle hanno voluto leggere il mio testo. Sono anche molto contento dell'apprezzamento generale che ho avuto per la gestione di una vicenda così delicata. È stato chiaro a tutti che le polemiche estranee alla vicenda non hanno influito in un voto che ha valutato in modo approfondito i documenti. Ora», ha spiegato Gasparri, «la Giunta chiederà all'Aula del Senato di non autorizzare il processo a Salvini. Ho avuto il mandato, come relatore, di depositare la relazione, e l'Aula entro 30 giorni dovrà votare. Io ho applicato una legge, mi dichiaro estraneo alle polemiche tra Pd e M5s». Le polemiche alle quali fa riferimento Gasparri sono state scatenate dai senatori del Pd, che hanno atteso l'uscita dei membri pentastellati della giunta per abbandonarsi a una vera e propria sceneggiata propagandistica. Al grido di «vergogna, vergogna!» e «onestà, onestà!» i senatori del Pd hanno preso di mira soprattutto il senatore del M5s Mario Michele Giarrusso, membro della Giunta. Giarrusso, di carattere fumantino, ha risposto per le rime: prima ha fatto il gesto delle manette verso i dem, poi ha commentato, facendo riferimento ai genitori di Matteo Renzi: «Mio padre e mia madre sono regolarmente a casa, altri sono ai domiciliari. E poi sono loro che parlano di onestà». Soddisfazione per l'esito del voto è stata espressa da Anna Maria Bernini, capogruppo di Forza Italia al Senato: «Con il no alla richiesta di autorizzazione a procedere per il ministro Salvini», ha detto la Bernini, «la giunta per le immunità del Senato ha respinto l'indebita invasione di campo della magistratura su una questione, il contrasto all'immigrazione irregolare, che in ogni democrazia è di competenza dei governi». Più articolato il ragionamento di Silvio Berlusconi: «Il nostro», ha detto il Cav a Rai Radio 1, «è un no indipendente. Siamo dei garantisti, non riteniamo che ci debbano essere incursioni della magistratura in politica. Il M5s ha dimostrato ancora una volta che la giustizia è un fatto politico. Anche ammesso che il voto sia stato autentico, perché il parere di quelle persone, che nessuno ha eletto, deve decidere al posto dei parlamentari? Io credo», ha aggiunto Berlusconi, «che i vertici del M5s siano innamorati del potere e vogliano rimanere al governo. Questo voto è una presa in giro di tutti i loro sostenitori perché questo voto è contrario ai principi del movimento e contro quello che hanno sempre dichiarato». A chi ha accusato il M5s di essere improvvisamente diventato garantista, ha risposto il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: «Nessuna svolta garantista, parliamo di una situazione nuova rispetto al passato», ha sottolineato Bonafede, «il M5s ha voluto interrogare i propri iscritti e la risposta è condivisibile. Andiamo avanti a testa alta, portando avanti i principi del M5s. Siamo di fronte a una situazione nuova rispetto al passato, alla votazione su Rousseau ha partecipato il numero più elevato di persone nella storia delle votazioni. Questo», ha aggiunto Bonafede, «è il metodo che il M5s ha adottato quando ha sentito l'esigenza di condividere una decisione da prendere, delicata e per tanti versi nuova rispetto alle situazione del passato. Questo è un caso che abbiamo ritenuto eccezionale». Non poteva mancare il controcanto di Paola Nugnes, senatrice pentastellata vicina a Roberto Fico, onnipresente sui media, pronta come di consueto a criticare le scelte del M5s e del governo, ma sempre e comunque incollata alla comoda poltrona di parlamentare: «Ritengo», ha detto ieri la Nugnes a Circo Massimo, su Radio Capital, «che il voto sulla piattaforma Rousseau sia stato inopportuno. È una votazione fuori regolamento. Bisogna trovare un altro mezzo, un altro strumento, per trovare le convergenze, e non cedere a ricatti. Condivido», ha aggiunto la Nugnes, «l'idea di voler andare avanti, ma questo cedere può essere deleterio per il M5s ma anche per il paese». La Nugnes, così come l'altra fedelissima di Fico, la senatrice Elena Fattori, voterà (salvo imprevisti) in aula contro l'indicazione della base del M5s. A quel punto, potrebbe scattare l'espulsione. «Se accadrà», ha commentalo la Nugnes, «non sarò stata cacciata dal movimento ma dal partito di qualcuno che ha preso il posto del movimento».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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