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2019-02-20
La linea, i dissidenti, la realpolitik. Ora i 5 stelle si scoprono un partito
Ansa
Non era scontato il voto compatto dei pentastellati in giunta per le autorizzazioni. Non era scontato il voto di avvocati e tecnici che spesso, su questioni di giustizia hanno posizioni di principio personali e non negoziabili. E alla fine, anche con i problemi tecnici della piattaforma Rousseau, «abbiamo dimostrato che siamo un gruppo dove la democrazia esiste per davvero». Poco dopo il voto «pro Salvini» della giunta, tra i senatori grillini c'è la stessa convinzione: «Siamo usciti rafforzati» da queste 48 ore sulla Diciotti. Il grande incubo iniziato venti giorni fa con il colpo di scena di Matteo Salvini che cambia idea di fronte ai pm, insomma, sembra finito.
Eppure il risultato di lunedì, con quel 41% degli elettori grillini comunque favorevole a lasciare il ministro degli Interni in balia del Tribunale dei ministri per un presunto maxi sequestro di persona, sembra dipingere un partito diviso. Non solo sul fatto specifico, ma anche sull'alleanza di governo con il capo del Carroccio e sulla difesa dei valori storici del Movimento come l'uguaglianza di tutti di fronte alla giustizia. Partito spaccato in due, quasi come una mela?
Né Luigi Di Maio né i suoi ministri accettano questa ricostruzione. Il ragionamento più ricorrente tra i vertici di M5s è questo: «Come fanno a dire che siamo spaccati dopo un referendum? Il giorno dopo le elezioni, si dice forse che l'Italia è spaccata o che c'è la guerra civile perché un partito ha preso il 30%, l'altro il 20% e l'altro ancora il 5%?»
Il dato che più interessa il Movimento è che ieri tutti i suoi sette senatori della giunta si siano conformati al voto sulla piattaforma Rousseau, accettando il responso della maggioranza espressa dalla «base». In particolare, c'erano alcuni avvocati come Grazia D'Angelo, Elvira Evangelista o Mattia Crucioli, che in teoria avrebbero potuto pensarla diversamente, magari sulla scorta di una valutazione più approfondita in quanto tecnica. E invece ha prevalso l'idea che Salvini, sulla Diciotti, abbia lavorato nell'interesse generale, in sintonia con il resto del governo e rispondendo con un atto di politica estera a una grave omissione di Malta.
Ma soprattutto, sottolineano dal gruppo grillino di Palazzo Madama, anche i «tecnici» hanno rispettato il principio di maggioranza. E come andrà in aula? Nel Movimento sanno che non ci sarà la medesima unanimità della giunta, ma sono convinti di perdersi per strada due o tre voti e non di più.
Se questo è l'umore che emerge dal Senato e dallo stato maggiore, fuori dal bunker qualche voce dissonante c'è eccome. Beppe Grillo, il più temuto da Di Maio and company, entrando al teatro Brancaccio di Roma per uno spettacolo dei suoi, non ha parlato. Un gruppo di ex attivisti, però, lo ha accolto con una contestazione: «Da mai con i partiti ad alleati di governo della Lega padrona», hanno protestato.
Tra i malpancisti c'è sicuramente Doriana Sarli, veterinaria napoletana, che su Facebook ha scritto con una certa amarezza: «Talebani, così ci hanno definito ieri in assemblea. Io non sono talebana, non voglio portare avanti il bagaglio politico e culturale dell'islam. Forse mi definirei più coerente con dei principi che mi sembrano alla base del nostro progetto politico. Ora in Parlamento siamo minoranza, fuori non credo». Con lei anche Luigi Gallo, informatico pratese, che sempre sui social ha invitato a non dimenticare i numeri del «dissenso»: «Il 41% degli iscritti al M5s chiedono ai vertici un cambio di passo e il ritorno ai principi del M5s. Il 41% è un numero enorme. È un 41% fatto di cittadini attivi che credono in un sogno da almeno 10 anni». Entrambi, però, sono stati eletti a Montecitorio, e quindi il dossier Salvini non se lo vedranno arrivare tra le mani. Lo stesso non si può dire per altre due critiche come Paola Nugnes ed Elena Fattori, entrambe senatrici, ma i loro due voti sono già dati per «persi» da tempo.
Sullo sfondo della soddisfazione per la prova di compattezza, resta però un grande nodo irrisolto, ovvero la sindrome di Calimero nei confronti della Lega e il pensiero costante che l'alleato ex padano faccia di tutto per erodere la montagna fragile del consenso grillino.
Nelle ultime settimane, gran parte del dibattito interno al M5s ha ruotato, per forza di cose, su come comportarsi con un alleato percepito finora come «leale ma ingombrante», che vola nei sondaggi e che comunque potrebbe non aver rotto mai veramente con Silvio Berlusconi.
E la diffidenza è stata aiutata dal repentino cambio d'idea di Salvini stesso, che nel giro di poche ore passò dal «Mi farò processare» al paventare conseguenze sulla stabilità del governo in caso di autorizzazione a procedere. Ebbene, ancora ieri sera, tra i deputati di M5s si discuteva se quel cambio improvviso di linea da parte del leader del Carroccio nascondesse o meno la volontà di tendere una trappola ai grillini.
Ma sempre a proposito di trappole, Manlio Di Stefano, sottosegretario grillino agli Esteri, tira fuori un precedente imbarazzante per la magistratura e per il Parlamento, e che riguarda un intoccabile come Romano Prodi.
Intervistato da Un giorno da Pecora, su Rai radio 1, Di Stefano ha ricordato: «Salvini ha agito sulla base di una decisione presa collegialmente. La sua vicenda è un unicum. Non ci si attivò perfino quando su mandato politico, con Prodi presidente, speronammo un gommone che veniva dall'Albania causando sei morti». E chi invece verrebbe messo volentieri su un gommone è Federico Pizzarotti, che ieri ha fatto un milione di visualizzazioni su Facebook. Il sindaco di Parma, uscito da M5s già nel 2016, ha stilato un lungo elenco di impegni «traditi» con gli elettori da parte del Movimento, partendo dal «niente indagati» in lista e arrivando fino al «mai al governo con altri partiti, specialmente con la Lega».
I grillini «garantisti» fanno ammattire il Pd
La giunta per le immunità del Senato ieri ha respinto la richiesta del Tribunale dei ministri di Catania di poter processare il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, con l'accusa di sequestro di persona aggravato per non aver fatto sbarcare per 5 giorni 177 migranti dalla nave Diciotti. I voti a favore della proposta del presidente della giunta Maurizio Gasparri di Forza Italia di dire no all'autorizzazione sono stati 16, i contrari 6. Dopo il risultato della consultazione on line degli iscritti al M5s, che si sono espressi l'altro ieri contro l'autorizzazione a procedere, 6 sui 7 esponenti del M5s presenti in giunta hanno votato per il no al processo (la senatrice Grazia D'Angelo ha appena partorito ed era assente). I favorevoli alla proposta di Gasparri di negare l'autorizzazione a procedere contro Salvini sono stati, oltre ai grillini, i 4 senatori di Fi, i 4 della Lega, Meinhard Durnwalder del gruppo Autonomie e Alberto Balboni di Fdi; hanno votato invece a favore dell'autorizzazione a procedere i 4 senatori del Pd, Pietro Grasso di Leu e Gregorio De Falco, ex M5s e ora al gruppo Misto.
«Sono molto soddisfatto», ha commentato Gasparri, del voto della giunta. I 5 stelle hanno voluto leggere il mio testo. Sono anche molto contento dell'apprezzamento generale che ho avuto per la gestione di una vicenda così delicata. È stato chiaro a tutti che le polemiche estranee alla vicenda non hanno influito in un voto che ha valutato in modo approfondito i documenti. Ora», ha spiegato Gasparri, «la Giunta chiederà all'Aula del Senato di non autorizzare il processo a Salvini. Ho avuto il mandato, come relatore, di depositare la relazione, e l'Aula entro 30 giorni dovrà votare. Io ho applicato una legge, mi dichiaro estraneo alle polemiche tra Pd e M5s».
Le polemiche alle quali fa riferimento Gasparri sono state scatenate dai senatori del Pd, che hanno atteso l'uscita dei membri pentastellati della giunta per abbandonarsi a una vera e propria sceneggiata propagandistica. Al grido di «vergogna, vergogna!» e «onestà, onestà!» i senatori del Pd hanno preso di mira soprattutto il senatore del M5s Mario Michele Giarrusso, membro della Giunta. Giarrusso, di carattere fumantino, ha risposto per le rime: prima ha fatto il gesto delle manette verso i dem, poi ha commentato, facendo riferimento ai genitori di Matteo Renzi: «Mio padre e mia madre sono regolarmente a casa, altri sono ai domiciliari. E poi sono loro che parlano di onestà».
Soddisfazione per l'esito del voto è stata espressa da Anna Maria Bernini, capogruppo di Forza Italia al Senato: «Con il no alla richiesta di autorizzazione a procedere per il ministro Salvini», ha detto la Bernini, «la giunta per le immunità del Senato ha respinto l'indebita invasione di campo della magistratura su una questione, il contrasto all'immigrazione irregolare, che in ogni democrazia è di competenza dei governi».
Più articolato il ragionamento di Silvio Berlusconi: «Il nostro», ha detto il Cav a Rai Radio 1, «è un no indipendente. Siamo dei garantisti, non riteniamo che ci debbano essere incursioni della magistratura in politica. Il M5s ha dimostrato ancora una volta che la giustizia è un fatto politico. Anche ammesso che il voto sia stato autentico, perché il parere di quelle persone, che nessuno ha eletto, deve decidere al posto dei parlamentari? Io credo», ha aggiunto Berlusconi, «che i vertici del M5s siano innamorati del potere e vogliano rimanere al governo. Questo voto è una presa in giro di tutti i loro sostenitori perché questo voto è contrario ai principi del movimento e contro quello che hanno sempre dichiarato».
A chi ha accusato il M5s di essere improvvisamente diventato garantista, ha risposto il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: «Nessuna svolta garantista, parliamo di una situazione nuova rispetto al passato», ha sottolineato Bonafede, «il M5s ha voluto interrogare i propri iscritti e la risposta è condivisibile. Andiamo avanti a testa alta, portando avanti i principi del M5s. Siamo di fronte a una situazione nuova rispetto al passato, alla votazione su Rousseau ha partecipato il numero più elevato di persone nella storia delle votazioni. Questo», ha aggiunto Bonafede, «è il metodo che il M5s ha adottato quando ha sentito l'esigenza di condividere una decisione da prendere, delicata e per tanti versi nuova rispetto alle situazione del passato. Questo è un caso che abbiamo ritenuto eccezionale».
Non poteva mancare il controcanto di Paola Nugnes, senatrice pentastellata vicina a Roberto Fico, onnipresente sui media, pronta come di consueto a criticare le scelte del M5s e del governo, ma sempre e comunque incollata alla comoda poltrona di parlamentare: «Ritengo», ha detto ieri la Nugnes a Circo Massimo, su Radio Capital, «che il voto sulla piattaforma Rousseau sia stato inopportuno. È una votazione fuori regolamento. Bisogna trovare un altro mezzo, un altro strumento, per trovare le convergenze, e non cedere a ricatti. Condivido», ha aggiunto la Nugnes, «l'idea di voler andare avanti, ma questo cedere può essere deleterio per il M5s ma anche per il paese». La Nugnes, così come l'altra fedelissima di Fico, la senatrice Elena Fattori, voterà (salvo imprevisti) in aula contro l'indicazione della base del M5s. A quel punto, potrebbe scattare l'espulsione. «Se accadrà», ha commentalo la Nugnes, «non sarò stata cacciata dal movimento ma dal partito di qualcuno che ha preso il posto del movimento».
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I vertici pentastellati si ritengono rafforzati dal voto su Matteo Salvini, ma quel 41% della base che chiedeva di mandare l'alleato a processo pesa. Beppe Grillo contestato a teatro dagli ex attivisti: «Venduto alla Lega».La giunta per le immunità del Senato dice no al procedimento contro il leader leghista. Il M5s vota compatto secondo le indicazioni arrivate da Rousseau: finisce 16 a 6. I dem sbraitano: «La chiamavano onestà». E Mario Michele Giarrusso li irride facendo il gesto delle manette.Lo speciale contiene due articoliNon era scontato il voto compatto dei pentastellati in giunta per le autorizzazioni. Non era scontato il voto di avvocati e tecnici che spesso, su questioni di giustizia hanno posizioni di principio personali e non negoziabili. E alla fine, anche con i problemi tecnici della piattaforma Rousseau, «abbiamo dimostrato che siamo un gruppo dove la democrazia esiste per davvero». Poco dopo il voto «pro Salvini» della giunta, tra i senatori grillini c'è la stessa convinzione: «Siamo usciti rafforzati» da queste 48 ore sulla Diciotti. Il grande incubo iniziato venti giorni fa con il colpo di scena di Matteo Salvini che cambia idea di fronte ai pm, insomma, sembra finito.Eppure il risultato di lunedì, con quel 41% degli elettori grillini comunque favorevole a lasciare il ministro degli Interni in balia del Tribunale dei ministri per un presunto maxi sequestro di persona, sembra dipingere un partito diviso. Non solo sul fatto specifico, ma anche sull'alleanza di governo con il capo del Carroccio e sulla difesa dei valori storici del Movimento come l'uguaglianza di tutti di fronte alla giustizia. Partito spaccato in due, quasi come una mela? Né Luigi Di Maio né i suoi ministri accettano questa ricostruzione. Il ragionamento più ricorrente tra i vertici di M5s è questo: «Come fanno a dire che siamo spaccati dopo un referendum? Il giorno dopo le elezioni, si dice forse che l'Italia è spaccata o che c'è la guerra civile perché un partito ha preso il 30%, l'altro il 20% e l'altro ancora il 5%?»Il dato che più interessa il Movimento è che ieri tutti i suoi sette senatori della giunta si siano conformati al voto sulla piattaforma Rousseau, accettando il responso della maggioranza espressa dalla «base». In particolare, c'erano alcuni avvocati come Grazia D'Angelo, Elvira Evangelista o Mattia Crucioli, che in teoria avrebbero potuto pensarla diversamente, magari sulla scorta di una valutazione più approfondita in quanto tecnica. E invece ha prevalso l'idea che Salvini, sulla Diciotti, abbia lavorato nell'interesse generale, in sintonia con il resto del governo e rispondendo con un atto di politica estera a una grave omissione di Malta. Ma soprattutto, sottolineano dal gruppo grillino di Palazzo Madama, anche i «tecnici» hanno rispettato il principio di maggioranza. E come andrà in aula? Nel Movimento sanno che non ci sarà la medesima unanimità della giunta, ma sono convinti di perdersi per strada due o tre voti e non di più.Se questo è l'umore che emerge dal Senato e dallo stato maggiore, fuori dal bunker qualche voce dissonante c'è eccome. Beppe Grillo, il più temuto da Di Maio and company, entrando al teatro Brancaccio di Roma per uno spettacolo dei suoi, non ha parlato. Un gruppo di ex attivisti, però, lo ha accolto con una contestazione: «Da mai con i partiti ad alleati di governo della Lega padrona», hanno protestato. Tra i malpancisti c'è sicuramente Doriana Sarli, veterinaria napoletana, che su Facebook ha scritto con una certa amarezza: «Talebani, così ci hanno definito ieri in assemblea. Io non sono talebana, non voglio portare avanti il bagaglio politico e culturale dell'islam. Forse mi definirei più coerente con dei principi che mi sembrano alla base del nostro progetto politico. Ora in Parlamento siamo minoranza, fuori non credo». Con lei anche Luigi Gallo, informatico pratese, che sempre sui social ha invitato a non dimenticare i numeri del «dissenso»: «Il 41% degli iscritti al M5s chiedono ai vertici un cambio di passo e il ritorno ai principi del M5s. Il 41% è un numero enorme. È un 41% fatto di cittadini attivi che credono in un sogno da almeno 10 anni». Entrambi, però, sono stati eletti a Montecitorio, e quindi il dossier Salvini non se lo vedranno arrivare tra le mani. Lo stesso non si può dire per altre due critiche come Paola Nugnes ed Elena Fattori, entrambe senatrici, ma i loro due voti sono già dati per «persi» da tempo. Sullo sfondo della soddisfazione per la prova di compattezza, resta però un grande nodo irrisolto, ovvero la sindrome di Calimero nei confronti della Lega e il pensiero costante che l'alleato ex padano faccia di tutto per erodere la montagna fragile del consenso grillino. Nelle ultime settimane, gran parte del dibattito interno al M5s ha ruotato, per forza di cose, su come comportarsi con un alleato percepito finora come «leale ma ingombrante», che vola nei sondaggi e che comunque potrebbe non aver rotto mai veramente con Silvio Berlusconi. E la diffidenza è stata aiutata dal repentino cambio d'idea di Salvini stesso, che nel giro di poche ore passò dal «Mi farò processare» al paventare conseguenze sulla stabilità del governo in caso di autorizzazione a procedere. Ebbene, ancora ieri sera, tra i deputati di M5s si discuteva se quel cambio improvviso di linea da parte del leader del Carroccio nascondesse o meno la volontà di tendere una trappola ai grillini. Ma sempre a proposito di trappole, Manlio Di Stefano, sottosegretario grillino agli Esteri, tira fuori un precedente imbarazzante per la magistratura e per il Parlamento, e che riguarda un intoccabile come Romano Prodi. Intervistato da Un giorno da Pecora, su Rai radio 1, Di Stefano ha ricordato: «Salvini ha agito sulla base di una decisione presa collegialmente. La sua vicenda è un unicum. Non ci si attivò perfino quando su mandato politico, con Prodi presidente, speronammo un gommone che veniva dall'Albania causando sei morti». E chi invece verrebbe messo volentieri su un gommone è Federico Pizzarotti, che ieri ha fatto un milione di visualizzazioni su Facebook. Il sindaco di Parma, uscito da M5s già nel 2016, ha stilato un lungo elenco di impegni «traditi» con gli elettori da parte del Movimento, partendo dal «niente indagati» in lista e arrivando fino al «mai al governo con altri partiti, specialmente con la Lega». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-linea-i-dissidenti-la-realpolitik-ora-i-5-stelle-si-scoprono-un-partito-2629427416.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-grillini-garantisti-fanno-ammattire-il-pd" data-post-id="2629427416" data-published-at="1770884987" data-use-pagination="False"> I grillini «garantisti» fanno ammattire il Pd La giunta per le immunità del Senato ieri ha respinto la richiesta del Tribunale dei ministri di Catania di poter processare il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, con l'accusa di sequestro di persona aggravato per non aver fatto sbarcare per 5 giorni 177 migranti dalla nave Diciotti. I voti a favore della proposta del presidente della giunta Maurizio Gasparri di Forza Italia di dire no all'autorizzazione sono stati 16, i contrari 6. Dopo il risultato della consultazione on line degli iscritti al M5s, che si sono espressi l'altro ieri contro l'autorizzazione a procedere, 6 sui 7 esponenti del M5s presenti in giunta hanno votato per il no al processo (la senatrice Grazia D'Angelo ha appena partorito ed era assente). I favorevoli alla proposta di Gasparri di negare l'autorizzazione a procedere contro Salvini sono stati, oltre ai grillini, i 4 senatori di Fi, i 4 della Lega, Meinhard Durnwalder del gruppo Autonomie e Alberto Balboni di Fdi; hanno votato invece a favore dell'autorizzazione a procedere i 4 senatori del Pd, Pietro Grasso di Leu e Gregorio De Falco, ex M5s e ora al gruppo Misto. «Sono molto soddisfatto», ha commentato Gasparri, del voto della giunta. I 5 stelle hanno voluto leggere il mio testo. Sono anche molto contento dell'apprezzamento generale che ho avuto per la gestione di una vicenda così delicata. È stato chiaro a tutti che le polemiche estranee alla vicenda non hanno influito in un voto che ha valutato in modo approfondito i documenti. Ora», ha spiegato Gasparri, «la Giunta chiederà all'Aula del Senato di non autorizzare il processo a Salvini. Ho avuto il mandato, come relatore, di depositare la relazione, e l'Aula entro 30 giorni dovrà votare. Io ho applicato una legge, mi dichiaro estraneo alle polemiche tra Pd e M5s». Le polemiche alle quali fa riferimento Gasparri sono state scatenate dai senatori del Pd, che hanno atteso l'uscita dei membri pentastellati della giunta per abbandonarsi a una vera e propria sceneggiata propagandistica. Al grido di «vergogna, vergogna!» e «onestà, onestà!» i senatori del Pd hanno preso di mira soprattutto il senatore del M5s Mario Michele Giarrusso, membro della Giunta. Giarrusso, di carattere fumantino, ha risposto per le rime: prima ha fatto il gesto delle manette verso i dem, poi ha commentato, facendo riferimento ai genitori di Matteo Renzi: «Mio padre e mia madre sono regolarmente a casa, altri sono ai domiciliari. E poi sono loro che parlano di onestà». Soddisfazione per l'esito del voto è stata espressa da Anna Maria Bernini, capogruppo di Forza Italia al Senato: «Con il no alla richiesta di autorizzazione a procedere per il ministro Salvini», ha detto la Bernini, «la giunta per le immunità del Senato ha respinto l'indebita invasione di campo della magistratura su una questione, il contrasto all'immigrazione irregolare, che in ogni democrazia è di competenza dei governi». Più articolato il ragionamento di Silvio Berlusconi: «Il nostro», ha detto il Cav a Rai Radio 1, «è un no indipendente. Siamo dei garantisti, non riteniamo che ci debbano essere incursioni della magistratura in politica. Il M5s ha dimostrato ancora una volta che la giustizia è un fatto politico. Anche ammesso che il voto sia stato autentico, perché il parere di quelle persone, che nessuno ha eletto, deve decidere al posto dei parlamentari? Io credo», ha aggiunto Berlusconi, «che i vertici del M5s siano innamorati del potere e vogliano rimanere al governo. Questo voto è una presa in giro di tutti i loro sostenitori perché questo voto è contrario ai principi del movimento e contro quello che hanno sempre dichiarato». A chi ha accusato il M5s di essere improvvisamente diventato garantista, ha risposto il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: «Nessuna svolta garantista, parliamo di una situazione nuova rispetto al passato», ha sottolineato Bonafede, «il M5s ha voluto interrogare i propri iscritti e la risposta è condivisibile. Andiamo avanti a testa alta, portando avanti i principi del M5s. Siamo di fronte a una situazione nuova rispetto al passato, alla votazione su Rousseau ha partecipato il numero più elevato di persone nella storia delle votazioni. Questo», ha aggiunto Bonafede, «è il metodo che il M5s ha adottato quando ha sentito l'esigenza di condividere una decisione da prendere, delicata e per tanti versi nuova rispetto alle situazione del passato. Questo è un caso che abbiamo ritenuto eccezionale». Non poteva mancare il controcanto di Paola Nugnes, senatrice pentastellata vicina a Roberto Fico, onnipresente sui media, pronta come di consueto a criticare le scelte del M5s e del governo, ma sempre e comunque incollata alla comoda poltrona di parlamentare: «Ritengo», ha detto ieri la Nugnes a Circo Massimo, su Radio Capital, «che il voto sulla piattaforma Rousseau sia stato inopportuno. È una votazione fuori regolamento. Bisogna trovare un altro mezzo, un altro strumento, per trovare le convergenze, e non cedere a ricatti. Condivido», ha aggiunto la Nugnes, «l'idea di voler andare avanti, ma questo cedere può essere deleterio per il M5s ma anche per il paese». La Nugnes, così come l'altra fedelissima di Fico, la senatrice Elena Fattori, voterà (salvo imprevisti) in aula contro l'indicazione della base del M5s. A quel punto, potrebbe scattare l'espulsione. «Se accadrà», ha commentalo la Nugnes, «non sarò stata cacciata dal movimento ma dal partito di qualcuno che ha preso il posto del movimento».
Roberto Vannacci (Ansa)
La fiducia è passata come previsto con 207 voti favorevoli e 119 contrari. Dopo il voto sulla fiducia posta dal governo sono stati presentati 19 ordini del giorno: tre di Futuro nazionale; otto del M5s; quattro di Azione; quattro di Avs. Il tema centrale resta lo stop all’invio di armi, sostenuto da Futuro nazionale e rilanciato anche da M5s e Avs. La maggioranza si è mossa compatta a sostegno della fiducia e del decreto, ma l’opposizione invece continua a procedere divisa. Se era scontato il no alla fiducia, Avs e M5s restano contrari al provvedimento, mentre Pd, Azione e Italia Viva lo appoggiano. «Futuro nazionale oggi ha dimostrato di essere un interlocutore serio e attendibile per il centrodestra. Futuro nazionale però è coerente: noi ribadiamo il nostro no a un decreto che invia per la tredicesima volta armi e soldi a Zelensky», ha detto Sasso in un punto stampa alla Camera, insieme ai colleghi Ziello e Pozzolo. Le ragioni sono «negli ordini del giorno che rimangano in piedi. Sul voto di fiducia, sottolinea, «noi abbiamo votato convintamente sì perché non vogliamo dare alibi a nessuno. Né a chi adesso definisce il suo partito post ideologico e abbandona le posizioni sovraniste identitarie né a chi è moderato, reputa difficile ma non impossibile una interlocuzione con noi. Noi ci siamo, vogliamo rendere il centrodestra attuale, che per noi è morbido, più forte, sicuro, identitario ma è chiaro che ora questo centrodestra ci deve ascoltare. Noi rappresentiamo la voce di tanti italiani di destra, delusi, che magari non vanno più a votare».
Pare chiaro che Futuro nazionale ancora non sappia bene cosa essere, che strada voglia prendere. Un progetto embrionale che però intanto piano piano continua ad allargarsi. Due esponenti della Lega di Firenze, il consigliere Salvatore Sibilla, e il dirigente provinciale del Carroccio, Vito Poma, hanno annunciato di passare dalla Lega a Futuro nazionale. Sarebbero «52 sindaci e circa 300 consiglieri comunali» ad aver chiesto di passare a Fn, ma resta ancora tutto «da valutare».
Fn, la sigla, evoca altri due partiti. Uno francese, il Front National e uno nazionale, Forza Nuova. A quest’ultimo Vannacci si è anche rivolto rispondendo a chi gli chiedeva se terrebbe dentro Forza Nuova e CasaPound: «Non mi piace categorizzare. Questi signori, che sono liberi cittadini e non hanno commesso reati, per quanto rappresentano principi che possono essere criticati, devono poter proporre idee e devono essere aperte tutte le porte». E su Afd: «Vedremo. Per ora sono nel gruppo misto».
Vannacci poi è di nuovo severo con il leader della Lega Matteo Salvini: «Era quello che non avrebbe mai lavorato con i cinque stelle e con Giuseppe Conte, poi ci ha fatto un governo insieme. Io (invece) vorrei essere quello squillo di tromba che richiami l’attenzione e dica: “Signori, abbiamo sbagliato strada”. Dobbiamo tornare sulla direzione vera della destra, in modo da riportare al voto quel 52% di italiani che si astengono; molti di loro sono di destra e non si riconoscono più in questa versione “slavata”. “A sinistra risponde uno squillo”: lo aspettiamo quello della sinistra. Io vado in quella direzione».
Insomma, l’intenzione è chiara ed espressa dallo stesso Sasso: «Sappiamo di non essere gli unici a destra a pensarla così ma noi siamo gli unici a metterci la faccia, a dire basta armi per cui noi saremo consequenziali e voteremo no. Ma non consentiremo mai alle sinistre di andare al governo per cui abbiamo votato la fiducia segnando un perimetro e diamo un segnale: è arrivata la destra, quella vera, che mantiene la parola».
Ieri a Montecitorio questo gioco delle tre carte (votare la fiducia ma non il decreto) ha funzionato. Ma è giusta e puntuale l’osservazione di Luigi Marattin, ex Italia Viva e leader del Partito liberale che suggerisce: «Al Senato, tra pochi giorni, il regolamento è diverso: la votazione è unica. Con un solo voto, esprimi il tuo parere sul provvedimento E sulla fiducia al governo». Come faranno?
Ieri in Aula sono volati gli stracci soprattutto con la sinistra. «Voi pensate che la politica sia un autobus, non lo accettiamo. I nostri odg sono molto chiari e la nostra posizione viene da lontano, voteremo in maniera convinta e forte contro quelli dei “vannacciani”», ha attaccato Angelo Bonelli di Avs. Segno che Futuro nazionale non dà fastidio solo al centrodestra, ma anche a chi, come Avs e M5s, tiene posizioni simili e rischia di farsi erodere consensi.
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La festa degli innamorati da noi si festeggia con i tradizionali cioccolatini, ma altrove - specie in Oriente - riserva curiose sorprese.
(Ansa)
Ferrovie nel mirino degli antagonisti. Un fronte di rabbia contro lo Stato con gli anarchici che, dopo aver rivendicato i sabotaggi alle linee dei treni degli scorsi giorni, ora minacciano di farne altri.
I numeri rivelati dal ministero dell’Interno sono preoccupanti. Solo nel 2025 i sabotaggi alle linee ferroviarie sono stati 49. Contro i 9 del 2024 e nessun caso registratosi invece nel 2023. Un’escalation che dà la misura di una strategia. Di un disegno preciso. Quello di colpire lo Stato e i cittadini, prendendo di mira i treni. Addirittura invocando la costituzione delle «Brigate ferroviarie» e inneggiando al 1977, quando l’estremismo di sinistra abbandonò le forme tradizionali di lotta per passare alla violenza diretta contro l’ordine pubblico.
È questo il quadro che emerge sul numero di attentati alla sicurezza dei trasporti come previsto dall’art. 432 del codice penale. Una ricerca fatta ad hoc dopo i sabotaggi di sabato scorso quando sulla linea Pesaro-Bologna sono stati piazzati ordigni incendiari che hanno mandato in tilt i treni causando pesanti ritardi e cancellazioni con conseguenti disagi per migliaia di viaggiatori e lavoratori. Il tutto «orgogliosamente» rivendicato dagli anarchici per esprimere la propria rabbia sociale che questa volta prende di mira le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, simbolo a loro dire, dell’asservimento degli Stati alle logiche del capitalismo e delle grandi industrie.
«Quest’azione mira a rendere visibili le contraddizioni che si porta con sé lo “spettacolo” delle Olimpiadi», nel caso specifico quelle invernali, come si legge sul blog anarchico La nemesi, che ha rivendicato la firma dell’incendio alla cabina per la movimentazione all’altezza di Pesaro. Nel mirino vi sarebbero grandi aziende come Leonardo, Eni, Gruppo Fs, partner ufficiali dei Giochi, «colpevoli» di collaborare e speculare «su guerre e devastazione della terra, in nome del feroce progresso capitalista».
Poco importa se colpendo i treni si colpiscono migliaia di lavoratori, le presunte vittime del capitalismo che gli anarchici dichiarano di voler combattere. Rigorosamente a danno dei contribuenti. «Libertà per tutt* * ribelli in gabbia», ribadiscono sui blog con tanto di asterischi woke che ben poco sanno di proletariato.
Non si è fatta attendere la reazione del ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, che al Tg1 ha accusato la sinistra di «sottostimare questi danni gravissimi»: «I dati del Viminale sui sabotaggi alle linee ferroviarie sono inquietanti e confermano le preoccupazioni già manifestate nei mesi scorsi. I 49 casi del 2025 rispetto ai 9 dell’anno precedente sono un attacco all’Italia che non resterà impunito», così il vicepremier, che ha promesso che lo Stato non starà fermo a subire ma agirà chiedendo il conto. «Oltre al carcere chiederemo risarcimenti milionari, a tutela dei passeggeri danneggiati», ha dichiarato il leader della Lega.
Dichiarazioni cui fanno eco quelle di Paolo Borchia, capodelegazione della Lega al Parlamento Ue e dell’eurodeputata della Lega, Anna Maria Cisint. Entrambi membri della commissione Trasporti all’Eurocamera in nota congiunta chiedono si proceda per reati di terrorismo, oltre che per interruzione di servizio pubblico. «Il nostro Paese, attraverso l’utilizzo di fondi del Pnrr, negli ultimi anni ha messo in cantiere e realizzato numerose opere per il completamento e l’ammodernamento della rete infrastrutturale dei Trasporti. Con il pretesto delle Olimpiadi, questi signori attaccano le ferrovie per il piacere di creare caos e insicurezza. Ormai non ci sono più dubbi, l’Italia è sotto attacco da parte di collettivi di anarchici, coordinati e organizzati». Una risposta ferma sembra quanto mai necessaria a fronte di uno scontro sociale che pare del tutto intenzionato ad alzare il livello.
Proprio nella notte di ieri si è registrato un altro sabotaggio. Questa volta sulla linea ferroviaria Lecco-Tirano che porta in Valtellina e permette di proseguire con collegamenti su gomma verso Bormio e Livigno, le sedi di gara delle Olimpiadi di Milano-Cortina. Sette cavi di una centralina di scambio sono andati a fuoco mentre 64 centimetri sono stati danneggiati. Dai primi accertamenti effettuati dagli agenti della polizia ferroviaria e della questura di Lecco, si tratterebbe di un episodio doloso, anche se non ci sono stati feriti e conseguenze per il traffico ferroviario.
Fascicoli aperti per associazione con finalità di terrorismo, oltre che per attentato alla sicurezza dei trasporti, sono oggi anche sui tavoli delle Procure di Ancona e Bologna. Mentre, dopo gli episodi di sabato, proseguono le indagini sull’ordigno trovato inesploso a Castel Maggiore, sulla direttrice ferroviaria che da Bologna conduce fino a Venezia. Una bottiglia di plastica riempita di liquido infiammabile e collegata a un timer. Al vaglio possibili tracce biologiche sulle impronte papillari e sui materiali utilizzati. Anche tramite il confronto con altri episodi precedenti sebbene al momento sarebbero da escludersi similarità con altri casi rilevati avvenuti nel Bolognese negli anni recenti. La speranza è di poter rintracciare elementi utili per poter risalire agli autori. E consegnarli alla giustizia. Si spera.
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