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2019-02-20
La linea, i dissidenti, la realpolitik. Ora i 5 stelle si scoprono un partito
Ansa
Non era scontato il voto compatto dei pentastellati in giunta per le autorizzazioni. Non era scontato il voto di avvocati e tecnici che spesso, su questioni di giustizia hanno posizioni di principio personali e non negoziabili. E alla fine, anche con i problemi tecnici della piattaforma Rousseau, «abbiamo dimostrato che siamo un gruppo dove la democrazia esiste per davvero». Poco dopo il voto «pro Salvini» della giunta, tra i senatori grillini c'è la stessa convinzione: «Siamo usciti rafforzati» da queste 48 ore sulla Diciotti. Il grande incubo iniziato venti giorni fa con il colpo di scena di Matteo Salvini che cambia idea di fronte ai pm, insomma, sembra finito.
Eppure il risultato di lunedì, con quel 41% degli elettori grillini comunque favorevole a lasciare il ministro degli Interni in balia del Tribunale dei ministri per un presunto maxi sequestro di persona, sembra dipingere un partito diviso. Non solo sul fatto specifico, ma anche sull'alleanza di governo con il capo del Carroccio e sulla difesa dei valori storici del Movimento come l'uguaglianza di tutti di fronte alla giustizia. Partito spaccato in due, quasi come una mela?
Né Luigi Di Maio né i suoi ministri accettano questa ricostruzione. Il ragionamento più ricorrente tra i vertici di M5s è questo: «Come fanno a dire che siamo spaccati dopo un referendum? Il giorno dopo le elezioni, si dice forse che l'Italia è spaccata o che c'è la guerra civile perché un partito ha preso il 30%, l'altro il 20% e l'altro ancora il 5%?»
Il dato che più interessa il Movimento è che ieri tutti i suoi sette senatori della giunta si siano conformati al voto sulla piattaforma Rousseau, accettando il responso della maggioranza espressa dalla «base». In particolare, c'erano alcuni avvocati come Grazia D'Angelo, Elvira Evangelista o Mattia Crucioli, che in teoria avrebbero potuto pensarla diversamente, magari sulla scorta di una valutazione più approfondita in quanto tecnica. E invece ha prevalso l'idea che Salvini, sulla Diciotti, abbia lavorato nell'interesse generale, in sintonia con il resto del governo e rispondendo con un atto di politica estera a una grave omissione di Malta.
Ma soprattutto, sottolineano dal gruppo grillino di Palazzo Madama, anche i «tecnici» hanno rispettato il principio di maggioranza. E come andrà in aula? Nel Movimento sanno che non ci sarà la medesima unanimità della giunta, ma sono convinti di perdersi per strada due o tre voti e non di più.
Se questo è l'umore che emerge dal Senato e dallo stato maggiore, fuori dal bunker qualche voce dissonante c'è eccome. Beppe Grillo, il più temuto da Di Maio and company, entrando al teatro Brancaccio di Roma per uno spettacolo dei suoi, non ha parlato. Un gruppo di ex attivisti, però, lo ha accolto con una contestazione: «Da mai con i partiti ad alleati di governo della Lega padrona», hanno protestato.
Tra i malpancisti c'è sicuramente Doriana Sarli, veterinaria napoletana, che su Facebook ha scritto con una certa amarezza: «Talebani, così ci hanno definito ieri in assemblea. Io non sono talebana, non voglio portare avanti il bagaglio politico e culturale dell'islam. Forse mi definirei più coerente con dei principi che mi sembrano alla base del nostro progetto politico. Ora in Parlamento siamo minoranza, fuori non credo». Con lei anche Luigi Gallo, informatico pratese, che sempre sui social ha invitato a non dimenticare i numeri del «dissenso»: «Il 41% degli iscritti al M5s chiedono ai vertici un cambio di passo e il ritorno ai principi del M5s. Il 41% è un numero enorme. È un 41% fatto di cittadini attivi che credono in un sogno da almeno 10 anni». Entrambi, però, sono stati eletti a Montecitorio, e quindi il dossier Salvini non se lo vedranno arrivare tra le mani. Lo stesso non si può dire per altre due critiche come Paola Nugnes ed Elena Fattori, entrambe senatrici, ma i loro due voti sono già dati per «persi» da tempo.
Sullo sfondo della soddisfazione per la prova di compattezza, resta però un grande nodo irrisolto, ovvero la sindrome di Calimero nei confronti della Lega e il pensiero costante che l'alleato ex padano faccia di tutto per erodere la montagna fragile del consenso grillino.
Nelle ultime settimane, gran parte del dibattito interno al M5s ha ruotato, per forza di cose, su come comportarsi con un alleato percepito finora come «leale ma ingombrante», che vola nei sondaggi e che comunque potrebbe non aver rotto mai veramente con Silvio Berlusconi.
E la diffidenza è stata aiutata dal repentino cambio d'idea di Salvini stesso, che nel giro di poche ore passò dal «Mi farò processare» al paventare conseguenze sulla stabilità del governo in caso di autorizzazione a procedere. Ebbene, ancora ieri sera, tra i deputati di M5s si discuteva se quel cambio improvviso di linea da parte del leader del Carroccio nascondesse o meno la volontà di tendere una trappola ai grillini.
Ma sempre a proposito di trappole, Manlio Di Stefano, sottosegretario grillino agli Esteri, tira fuori un precedente imbarazzante per la magistratura e per il Parlamento, e che riguarda un intoccabile come Romano Prodi.
Intervistato da Un giorno da Pecora, su Rai radio 1, Di Stefano ha ricordato: «Salvini ha agito sulla base di una decisione presa collegialmente. La sua vicenda è un unicum. Non ci si attivò perfino quando su mandato politico, con Prodi presidente, speronammo un gommone che veniva dall'Albania causando sei morti». E chi invece verrebbe messo volentieri su un gommone è Federico Pizzarotti, che ieri ha fatto un milione di visualizzazioni su Facebook. Il sindaco di Parma, uscito da M5s già nel 2016, ha stilato un lungo elenco di impegni «traditi» con gli elettori da parte del Movimento, partendo dal «niente indagati» in lista e arrivando fino al «mai al governo con altri partiti, specialmente con la Lega».
I grillini «garantisti» fanno ammattire il Pd
La giunta per le immunità del Senato ieri ha respinto la richiesta del Tribunale dei ministri di Catania di poter processare il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, con l'accusa di sequestro di persona aggravato per non aver fatto sbarcare per 5 giorni 177 migranti dalla nave Diciotti. I voti a favore della proposta del presidente della giunta Maurizio Gasparri di Forza Italia di dire no all'autorizzazione sono stati 16, i contrari 6. Dopo il risultato della consultazione on line degli iscritti al M5s, che si sono espressi l'altro ieri contro l'autorizzazione a procedere, 6 sui 7 esponenti del M5s presenti in giunta hanno votato per il no al processo (la senatrice Grazia D'Angelo ha appena partorito ed era assente). I favorevoli alla proposta di Gasparri di negare l'autorizzazione a procedere contro Salvini sono stati, oltre ai grillini, i 4 senatori di Fi, i 4 della Lega, Meinhard Durnwalder del gruppo Autonomie e Alberto Balboni di Fdi; hanno votato invece a favore dell'autorizzazione a procedere i 4 senatori del Pd, Pietro Grasso di Leu e Gregorio De Falco, ex M5s e ora al gruppo Misto.
«Sono molto soddisfatto», ha commentato Gasparri, del voto della giunta. I 5 stelle hanno voluto leggere il mio testo. Sono anche molto contento dell'apprezzamento generale che ho avuto per la gestione di una vicenda così delicata. È stato chiaro a tutti che le polemiche estranee alla vicenda non hanno influito in un voto che ha valutato in modo approfondito i documenti. Ora», ha spiegato Gasparri, «la Giunta chiederà all'Aula del Senato di non autorizzare il processo a Salvini. Ho avuto il mandato, come relatore, di depositare la relazione, e l'Aula entro 30 giorni dovrà votare. Io ho applicato una legge, mi dichiaro estraneo alle polemiche tra Pd e M5s».
Le polemiche alle quali fa riferimento Gasparri sono state scatenate dai senatori del Pd, che hanno atteso l'uscita dei membri pentastellati della giunta per abbandonarsi a una vera e propria sceneggiata propagandistica. Al grido di «vergogna, vergogna!» e «onestà, onestà!» i senatori del Pd hanno preso di mira soprattutto il senatore del M5s Mario Michele Giarrusso, membro della Giunta. Giarrusso, di carattere fumantino, ha risposto per le rime: prima ha fatto il gesto delle manette verso i dem, poi ha commentato, facendo riferimento ai genitori di Matteo Renzi: «Mio padre e mia madre sono regolarmente a casa, altri sono ai domiciliari. E poi sono loro che parlano di onestà».
Soddisfazione per l'esito del voto è stata espressa da Anna Maria Bernini, capogruppo di Forza Italia al Senato: «Con il no alla richiesta di autorizzazione a procedere per il ministro Salvini», ha detto la Bernini, «la giunta per le immunità del Senato ha respinto l'indebita invasione di campo della magistratura su una questione, il contrasto all'immigrazione irregolare, che in ogni democrazia è di competenza dei governi».
Più articolato il ragionamento di Silvio Berlusconi: «Il nostro», ha detto il Cav a Rai Radio 1, «è un no indipendente. Siamo dei garantisti, non riteniamo che ci debbano essere incursioni della magistratura in politica. Il M5s ha dimostrato ancora una volta che la giustizia è un fatto politico. Anche ammesso che il voto sia stato autentico, perché il parere di quelle persone, che nessuno ha eletto, deve decidere al posto dei parlamentari? Io credo», ha aggiunto Berlusconi, «che i vertici del M5s siano innamorati del potere e vogliano rimanere al governo. Questo voto è una presa in giro di tutti i loro sostenitori perché questo voto è contrario ai principi del movimento e contro quello che hanno sempre dichiarato».
A chi ha accusato il M5s di essere improvvisamente diventato garantista, ha risposto il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: «Nessuna svolta garantista, parliamo di una situazione nuova rispetto al passato», ha sottolineato Bonafede, «il M5s ha voluto interrogare i propri iscritti e la risposta è condivisibile. Andiamo avanti a testa alta, portando avanti i principi del M5s. Siamo di fronte a una situazione nuova rispetto al passato, alla votazione su Rousseau ha partecipato il numero più elevato di persone nella storia delle votazioni. Questo», ha aggiunto Bonafede, «è il metodo che il M5s ha adottato quando ha sentito l'esigenza di condividere una decisione da prendere, delicata e per tanti versi nuova rispetto alle situazione del passato. Questo è un caso che abbiamo ritenuto eccezionale».
Non poteva mancare il controcanto di Paola Nugnes, senatrice pentastellata vicina a Roberto Fico, onnipresente sui media, pronta come di consueto a criticare le scelte del M5s e del governo, ma sempre e comunque incollata alla comoda poltrona di parlamentare: «Ritengo», ha detto ieri la Nugnes a Circo Massimo, su Radio Capital, «che il voto sulla piattaforma Rousseau sia stato inopportuno. È una votazione fuori regolamento. Bisogna trovare un altro mezzo, un altro strumento, per trovare le convergenze, e non cedere a ricatti. Condivido», ha aggiunto la Nugnes, «l'idea di voler andare avanti, ma questo cedere può essere deleterio per il M5s ma anche per il paese». La Nugnes, così come l'altra fedelissima di Fico, la senatrice Elena Fattori, voterà (salvo imprevisti) in aula contro l'indicazione della base del M5s. A quel punto, potrebbe scattare l'espulsione. «Se accadrà», ha commentalo la Nugnes, «non sarò stata cacciata dal movimento ma dal partito di qualcuno che ha preso il posto del movimento».
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I vertici pentastellati si ritengono rafforzati dal voto su Matteo Salvini, ma quel 41% della base che chiedeva di mandare l'alleato a processo pesa. Beppe Grillo contestato a teatro dagli ex attivisti: «Venduto alla Lega».La giunta per le immunità del Senato dice no al procedimento contro il leader leghista. Il M5s vota compatto secondo le indicazioni arrivate da Rousseau: finisce 16 a 6. I dem sbraitano: «La chiamavano onestà». E Mario Michele Giarrusso li irride facendo il gesto delle manette.Lo speciale contiene due articoliNon era scontato il voto compatto dei pentastellati in giunta per le autorizzazioni. Non era scontato il voto di avvocati e tecnici che spesso, su questioni di giustizia hanno posizioni di principio personali e non negoziabili. E alla fine, anche con i problemi tecnici della piattaforma Rousseau, «abbiamo dimostrato che siamo un gruppo dove la democrazia esiste per davvero». Poco dopo il voto «pro Salvini» della giunta, tra i senatori grillini c'è la stessa convinzione: «Siamo usciti rafforzati» da queste 48 ore sulla Diciotti. Il grande incubo iniziato venti giorni fa con il colpo di scena di Matteo Salvini che cambia idea di fronte ai pm, insomma, sembra finito.Eppure il risultato di lunedì, con quel 41% degli elettori grillini comunque favorevole a lasciare il ministro degli Interni in balia del Tribunale dei ministri per un presunto maxi sequestro di persona, sembra dipingere un partito diviso. Non solo sul fatto specifico, ma anche sull'alleanza di governo con il capo del Carroccio e sulla difesa dei valori storici del Movimento come l'uguaglianza di tutti di fronte alla giustizia. Partito spaccato in due, quasi come una mela? Né Luigi Di Maio né i suoi ministri accettano questa ricostruzione. Il ragionamento più ricorrente tra i vertici di M5s è questo: «Come fanno a dire che siamo spaccati dopo un referendum? Il giorno dopo le elezioni, si dice forse che l'Italia è spaccata o che c'è la guerra civile perché un partito ha preso il 30%, l'altro il 20% e l'altro ancora il 5%?»Il dato che più interessa il Movimento è che ieri tutti i suoi sette senatori della giunta si siano conformati al voto sulla piattaforma Rousseau, accettando il responso della maggioranza espressa dalla «base». In particolare, c'erano alcuni avvocati come Grazia D'Angelo, Elvira Evangelista o Mattia Crucioli, che in teoria avrebbero potuto pensarla diversamente, magari sulla scorta di una valutazione più approfondita in quanto tecnica. E invece ha prevalso l'idea che Salvini, sulla Diciotti, abbia lavorato nell'interesse generale, in sintonia con il resto del governo e rispondendo con un atto di politica estera a una grave omissione di Malta. Ma soprattutto, sottolineano dal gruppo grillino di Palazzo Madama, anche i «tecnici» hanno rispettato il principio di maggioranza. E come andrà in aula? Nel Movimento sanno che non ci sarà la medesima unanimità della giunta, ma sono convinti di perdersi per strada due o tre voti e non di più.Se questo è l'umore che emerge dal Senato e dallo stato maggiore, fuori dal bunker qualche voce dissonante c'è eccome. Beppe Grillo, il più temuto da Di Maio and company, entrando al teatro Brancaccio di Roma per uno spettacolo dei suoi, non ha parlato. Un gruppo di ex attivisti, però, lo ha accolto con una contestazione: «Da mai con i partiti ad alleati di governo della Lega padrona», hanno protestato. Tra i malpancisti c'è sicuramente Doriana Sarli, veterinaria napoletana, che su Facebook ha scritto con una certa amarezza: «Talebani, così ci hanno definito ieri in assemblea. Io non sono talebana, non voglio portare avanti il bagaglio politico e culturale dell'islam. Forse mi definirei più coerente con dei principi che mi sembrano alla base del nostro progetto politico. Ora in Parlamento siamo minoranza, fuori non credo». Con lei anche Luigi Gallo, informatico pratese, che sempre sui social ha invitato a non dimenticare i numeri del «dissenso»: «Il 41% degli iscritti al M5s chiedono ai vertici un cambio di passo e il ritorno ai principi del M5s. Il 41% è un numero enorme. È un 41% fatto di cittadini attivi che credono in un sogno da almeno 10 anni». Entrambi, però, sono stati eletti a Montecitorio, e quindi il dossier Salvini non se lo vedranno arrivare tra le mani. Lo stesso non si può dire per altre due critiche come Paola Nugnes ed Elena Fattori, entrambe senatrici, ma i loro due voti sono già dati per «persi» da tempo. Sullo sfondo della soddisfazione per la prova di compattezza, resta però un grande nodo irrisolto, ovvero la sindrome di Calimero nei confronti della Lega e il pensiero costante che l'alleato ex padano faccia di tutto per erodere la montagna fragile del consenso grillino. Nelle ultime settimane, gran parte del dibattito interno al M5s ha ruotato, per forza di cose, su come comportarsi con un alleato percepito finora come «leale ma ingombrante», che vola nei sondaggi e che comunque potrebbe non aver rotto mai veramente con Silvio Berlusconi. E la diffidenza è stata aiutata dal repentino cambio d'idea di Salvini stesso, che nel giro di poche ore passò dal «Mi farò processare» al paventare conseguenze sulla stabilità del governo in caso di autorizzazione a procedere. Ebbene, ancora ieri sera, tra i deputati di M5s si discuteva se quel cambio improvviso di linea da parte del leader del Carroccio nascondesse o meno la volontà di tendere una trappola ai grillini. Ma sempre a proposito di trappole, Manlio Di Stefano, sottosegretario grillino agli Esteri, tira fuori un precedente imbarazzante per la magistratura e per il Parlamento, e che riguarda un intoccabile come Romano Prodi. Intervistato da Un giorno da Pecora, su Rai radio 1, Di Stefano ha ricordato: «Salvini ha agito sulla base di una decisione presa collegialmente. La sua vicenda è un unicum. Non ci si attivò perfino quando su mandato politico, con Prodi presidente, speronammo un gommone che veniva dall'Albania causando sei morti». E chi invece verrebbe messo volentieri su un gommone è Federico Pizzarotti, che ieri ha fatto un milione di visualizzazioni su Facebook. Il sindaco di Parma, uscito da M5s già nel 2016, ha stilato un lungo elenco di impegni «traditi» con gli elettori da parte del Movimento, partendo dal «niente indagati» in lista e arrivando fino al «mai al governo con altri partiti, specialmente con la Lega». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-linea-i-dissidenti-la-realpolitik-ora-i-5-stelle-si-scoprono-un-partito-2629427416.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-grillini-garantisti-fanno-ammattire-il-pd" data-post-id="2629427416" data-published-at="1780820329" data-use-pagination="False"> I grillini «garantisti» fanno ammattire il Pd La giunta per le immunità del Senato ieri ha respinto la richiesta del Tribunale dei ministri di Catania di poter processare il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, con l'accusa di sequestro di persona aggravato per non aver fatto sbarcare per 5 giorni 177 migranti dalla nave Diciotti. I voti a favore della proposta del presidente della giunta Maurizio Gasparri di Forza Italia di dire no all'autorizzazione sono stati 16, i contrari 6. Dopo il risultato della consultazione on line degli iscritti al M5s, che si sono espressi l'altro ieri contro l'autorizzazione a procedere, 6 sui 7 esponenti del M5s presenti in giunta hanno votato per il no al processo (la senatrice Grazia D'Angelo ha appena partorito ed era assente). I favorevoli alla proposta di Gasparri di negare l'autorizzazione a procedere contro Salvini sono stati, oltre ai grillini, i 4 senatori di Fi, i 4 della Lega, Meinhard Durnwalder del gruppo Autonomie e Alberto Balboni di Fdi; hanno votato invece a favore dell'autorizzazione a procedere i 4 senatori del Pd, Pietro Grasso di Leu e Gregorio De Falco, ex M5s e ora al gruppo Misto. «Sono molto soddisfatto», ha commentato Gasparri, del voto della giunta. I 5 stelle hanno voluto leggere il mio testo. Sono anche molto contento dell'apprezzamento generale che ho avuto per la gestione di una vicenda così delicata. È stato chiaro a tutti che le polemiche estranee alla vicenda non hanno influito in un voto che ha valutato in modo approfondito i documenti. Ora», ha spiegato Gasparri, «la Giunta chiederà all'Aula del Senato di non autorizzare il processo a Salvini. Ho avuto il mandato, come relatore, di depositare la relazione, e l'Aula entro 30 giorni dovrà votare. Io ho applicato una legge, mi dichiaro estraneo alle polemiche tra Pd e M5s». Le polemiche alle quali fa riferimento Gasparri sono state scatenate dai senatori del Pd, che hanno atteso l'uscita dei membri pentastellati della giunta per abbandonarsi a una vera e propria sceneggiata propagandistica. Al grido di «vergogna, vergogna!» e «onestà, onestà!» i senatori del Pd hanno preso di mira soprattutto il senatore del M5s Mario Michele Giarrusso, membro della Giunta. Giarrusso, di carattere fumantino, ha risposto per le rime: prima ha fatto il gesto delle manette verso i dem, poi ha commentato, facendo riferimento ai genitori di Matteo Renzi: «Mio padre e mia madre sono regolarmente a casa, altri sono ai domiciliari. E poi sono loro che parlano di onestà». Soddisfazione per l'esito del voto è stata espressa da Anna Maria Bernini, capogruppo di Forza Italia al Senato: «Con il no alla richiesta di autorizzazione a procedere per il ministro Salvini», ha detto la Bernini, «la giunta per le immunità del Senato ha respinto l'indebita invasione di campo della magistratura su una questione, il contrasto all'immigrazione irregolare, che in ogni democrazia è di competenza dei governi». Più articolato il ragionamento di Silvio Berlusconi: «Il nostro», ha detto il Cav a Rai Radio 1, «è un no indipendente. Siamo dei garantisti, non riteniamo che ci debbano essere incursioni della magistratura in politica. Il M5s ha dimostrato ancora una volta che la giustizia è un fatto politico. Anche ammesso che il voto sia stato autentico, perché il parere di quelle persone, che nessuno ha eletto, deve decidere al posto dei parlamentari? Io credo», ha aggiunto Berlusconi, «che i vertici del M5s siano innamorati del potere e vogliano rimanere al governo. Questo voto è una presa in giro di tutti i loro sostenitori perché questo voto è contrario ai principi del movimento e contro quello che hanno sempre dichiarato». A chi ha accusato il M5s di essere improvvisamente diventato garantista, ha risposto il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: «Nessuna svolta garantista, parliamo di una situazione nuova rispetto al passato», ha sottolineato Bonafede, «il M5s ha voluto interrogare i propri iscritti e la risposta è condivisibile. Andiamo avanti a testa alta, portando avanti i principi del M5s. Siamo di fronte a una situazione nuova rispetto al passato, alla votazione su Rousseau ha partecipato il numero più elevato di persone nella storia delle votazioni. Questo», ha aggiunto Bonafede, «è il metodo che il M5s ha adottato quando ha sentito l'esigenza di condividere una decisione da prendere, delicata e per tanti versi nuova rispetto alle situazione del passato. Questo è un caso che abbiamo ritenuto eccezionale». Non poteva mancare il controcanto di Paola Nugnes, senatrice pentastellata vicina a Roberto Fico, onnipresente sui media, pronta come di consueto a criticare le scelte del M5s e del governo, ma sempre e comunque incollata alla comoda poltrona di parlamentare: «Ritengo», ha detto ieri la Nugnes a Circo Massimo, su Radio Capital, «che il voto sulla piattaforma Rousseau sia stato inopportuno. È una votazione fuori regolamento. Bisogna trovare un altro mezzo, un altro strumento, per trovare le convergenze, e non cedere a ricatti. Condivido», ha aggiunto la Nugnes, «l'idea di voler andare avanti, ma questo cedere può essere deleterio per il M5s ma anche per il paese». La Nugnes, così come l'altra fedelissima di Fico, la senatrice Elena Fattori, voterà (salvo imprevisti) in aula contro l'indicazione della base del M5s. A quel punto, potrebbe scattare l'espulsione. «Se accadrà», ha commentalo la Nugnes, «non sarò stata cacciata dal movimento ma dal partito di qualcuno che ha preso il posto del movimento».
Il re di Spagna Felipe VI, la regina Letizia, la principessa Leonor e la principessa Sofia accolgono Papa Leone XIV al Palazzo Reale di Madrid (Ansa)
Il pontefice americano, come riportato dal giornale iberico El País, ha scandito: «Lì non c’è una guerra giusta. Il problema è che la teoria della guerra giusta proviene dai secoli passati; non contemplava nemmeno le armi e la capacità di distruzione di cui dispone l’essere umano al giorno d’oggi».
Criticato più volte nelle scorse settimane dal presidente Donald Trump e da Vance, che forse si aspettavano da lui, in quanto anch’egli cittadino americano, almeno un tacito assenso all’offensiva contro Teheran, il Santo Padre non indietreggia, né china il capo di fronte «all’imperatore», evocando lo spettro di un’antica contrapposizione tradizionale nella storia della cristianità. Appena arrivato nella capitale spagnola, accolto dal re Felipe VI, dalla regina Letizia, dal premier Pedro Sánchez e da vari ministri del governo, ha non a caso lodato la posizione ufficiale della Spagna, contraria al conflitto nel Golfo Persico: «Esprimo il mio apprezzamento alla Spagna per la fedeltà al diritto internazionale e al multilateralismo, che si traduce in un attivo impegno per la pace e la solidarietà fra i popoli». Allo stesso modo, ha anche espresso la speranza per negoziati di pace fra Russia e Ucraina e assicurato che la Chiesa cattolica monitora la situazione in Libano.
Prevost, dapprima ospite a Palazzo reale, ha avuto un colloquio privato con il sovrano nel Salón de los espejos, per poi incontrare le altre autorità e il corpo diplomatico nel Salón de columnas. La visita pontificia avviene in un contesto particolare, con un governo di sinistra che su molti temi ha visioni diverse da quelle della Chiesa, mentre il clero spagnolo ha recentemente fatto i conti con uno scandalo legato a prelati pedofili. Il tutto in una nazione, la Spagna, per secoli campione del mondo cattolico anche in fatto di espansione nelle Americhe, ma che negli ultimi 150 anni ha subito spesso spaccature politico-sociali per l’avvento di correnti anticlericali e progressiste.
Basti ricordare la guerra civile del 1936-1939, con la contrapposizione feroce tra «rossi» e «franchisti», per non parlare delle precedenti rivoluzioni. Re Felipe ha assicurato al Papa: «La fede cattolica è radicata nel nostro Paese e senza di essa la nostra storia e la nostra cultura non si comprenderebbero. I casi di abuso nella Chiesa non sono rappresentativi, né possono essere rappresentativi, della vasta comunità ecclesiale». Prevost gli ha ribattuto che la pedofilia «è una ferita ancora aperta» e che nel corso della visita «incontrerò alcune vittime dei sacerdoti pedofili». Il pontefice aveva già anticipato che fra gli scopi della sua visita in Spagna ci sono «evangelizzazione e riconciliazione», riferimento alle contrapposizioni interne al Paese. Prima di lui, bisogna risalire indietro di 15 anni, al 2011, con l’arrivo di Benedetto XVI per la Giornata mondiale della gioventù, per l’ultima visita papale. Fra gli impegni previsti, Prevost terrà un discorso al Parlamento di Madrid, primo Papa in assoluto, e inaugurerà la Torre di Gesù Cristo, la più alta della Sagrada Familia di Barcellona, il 10 giugno, nel centesimo anniversario della morte dell’architetto Antoni Gaudí che progettò il tempio.
Farà tappa anche alle Canarie, incontrando un gruppo di migranti al molo di Arguineguín, nell’isola di Gran Canaria, detto «molo della vergogna». Il premier socialista Sánchez ha auspicato che la visita «serva a continuare a costruire ponti di dialogo, comprensione e speranza». Ma non sono mancate le polemiche politiche, legate alle indagini per corruzione su molti esponenti del Partito socialista spagnolo, fra cui l’ex-premier José Zapatero. Il presidente del partito di destra Vox, Santiago Abascal, non ha usato mezze misure: «È abbastanza vergognoso dover ricevere Leone XIV con un governo che sguazza nella corruzione e mafia. Ed è grottesco come P.S. (Pedro Sánchez, ndr) tenti di ripulirsi, mentendo, e nascondendosi dietro la visita». Più cauto il commento del leader del Partito popolare, Alberto Núñez Feijóo: «Il mondo e la Spagna di oggi hanno bisogno di punti di riferimento morali e il Papa è uno di questi. La sua voce non grida nel deserto: viene ascoltata e infonde speranza». Lasciato il Palazzo reale, Leone XIV è poi sfilato con la Papamobile per Madrid, attorniato da 130.000 persone, facendo fermare il veicolo per benedire un bambino e arrivando infine al Centro di informazione e accoglienza Cedia 24 Horas, che aiuta i senzatetto. Spazio anche per una confessione sportiva. Leone XIV tiferà Usa ai Mondiali e, stuzzicato in aereo dalla cronista iberica sull’eterna contesa tra Real e Barcellona, se l’è cavata così: «Il Papa è per tutte le squadre, ma Prevost è del Real Madrid».
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Il monumento dedicato a Stepan Bandera a Leopoli (Ansa)
Come riportato da Euronews, «l’Esercito insurrezionale ucraino (Upa) fu una formazione armata attiva tra il 1942 e il 1949». «La Polonia», ha specificato la testata, «ritiene che l’Upa sia responsabile del genocidio della popolazione polacca in Volinia e Galizia orientale tra il 1943 e il 1945. Secondo le stime dell’Istituto per la memoria nazionale e degli storici polacchi, tra i 100.000 e i 120.000 polacchi furono uccisi in operazioni legate all’Upa». L’Ucraina, dal canto suo, ha sovente rifiutato la definizione polacca di «genocidio», considerando in gran parte l’Upa come una forza che si è opposta sia al Terzo Reich sia, dopo essersi de facto alleata con quest’ultimo nel 1944, all’Urss.
«Polonia e Ucraina sono partner in materia di sicurezza. Ma quando si tratta di storia, dobbiamo dirci la verità», ha dichiarato freddamente Kosiniak-Kamysz dopo l’incontro di ieri con Budanov. «Oggi, durante un incontro con il generale Kyrylo Budanov, capo dell’ufficio del presidente Zelensky, ho espresso chiaramente le aspettative della Polonia riguardo alla decisione di intitolare una delle unità militari all’Upa. La memoria delle vittime della Volinia non è negoziabile. Ci sono dei limiti che non devono essere oltrepassati», ha proseguito. Del resto, dopo che Zelensky aveva deciso di celebrare la memoria dell’Upa, il presidente polacco, Karol Nawrocki, aveva annunciato che avrebbe chiesto di revocare al leader ucraino l’Ordine dell’Aquila Bianca: un’onorificenza che Zelensky aveva ricevuto, nel 2023, dal predecessore dello stesso Nawrocki, Andrzej Duda.
D’altronde, a creare scalpore, sempre a fine maggio, è stata anche la cerimonia, presieduta dal presidente ucraino, per il rientro delle spoglie di Andriy Melnyk, che fu uno dei leader dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini: una realtà i cui membri, secondo Le Monde, «collaborarono con la Germania nazista e presero parte all’Olocausto». La decisione di Zelensky ha irritato Israele, tanto che il ministero degli Esteri dello Stato ebraico dichiarò che «non c’è posto per ignorare la verità storica e la memoria delle vittime assassinate dai nazisti e dai loro collaboratori». Circola inoltre da tempo anche l’indiscrezione, secondo cui il governo ucraino punterebbe a riportare in patria la salma del leader nazionalista Stepan Bandera, attualmente situata a Monaco, per collocarla in un pantheon a Kiev. Tuttavia, parlando con Polskie Radio il 28 maggio, il capo dell’Istituto ucraino per la memoria nazionale, Oleksandr Alfiorov, ha, almeno per ora, smentito questa intenzione. «Per quanto ne so, la famiglia ritiene che i resti di Bandera non debbano essere spostati durante la guerra», ha detto, pur non escludendo la possibilità di una traslazione in futuro.
Zelensky sta celebrando questo controverso passato per rilanciare lo spirito antisovietico nel mezzo della guerra di Kiev contro Mosca. Inoltre, sempre secondo Le Monde, questo tipo di linea certificherebbe un crescente peso politico dell’Ucraina occidentale oltre che di «alcuni comandanti di spicco in prima linea». Il punto è che, sul piano diplomatico, il presidente ucraino rischia seriamente l’effetto boomerang. Al netto dei problemi sulla questione agricola, Varsavia è sempre stata uno dei principali alleati di Kiev contro Mosca: una posizione, quella polacca, che punta strategicamente a indebolire il più possibile la Russia. La questione dell’Upa potrebbe tuttavia creare delle tensioni difficilmente sanabili tra Ucraina e Polonia. Il che potrebbe indebolire la posizione di Kiev in vista di eventuali negoziati con Mosca. Non solo. A rischio potrebbe esserci anche il percorso di adesione dell’Ucraina all’Unione europea: percorso che potrebbe essere ulteriormente complicato dalle fibrillazioni tra Zelensky e Varsavia.
Un discorso analogo vale per Israele. Già a fine aprile, l’Ucraina aveva accusato lo Stato ebraico di ricevere dalla Russia grano ucraino rubato. Le tensioni su Melnyk potrebbero quindi finire con lo spingere Gerusalemme più vicino alla Russia, indebolendo l’influenza di Kiev in un’area strategica come quella mediorientale. Del resto, a fine marzo, Zelensky affermò, non senza disappunto, che Benjamin Netanyahu intendeva «mantenere un equilibrio tra Russia e Ucraina». Insomma, le tensioni con Polonia e Israele potrebbero ridurre significativamente i margini di manovra del presidente ucraino davanti a un Vladimir Putin che sta, a sua volta, attraversando delle difficoltà sul fronte bellico.
Nel frattempo, Emmanuel Macron ha annunciato un nuovo vertice dei volenterosi a Parigi per luglio. «Con Regno Unito e Germania siamo in stretto coordinamento. Ci incontreremo con il presidente Zelensky tra qualche giorno. E stiamo organizzando il sostegno nell’ambito della coalizione dei volenterosi, per strutturarlo. A tal proposito, ho invitato tutti i contributori alla coalizione dei volontari a venire a Parigi il 13 e 14 luglio prossimi per la nostra festa nazionale del 14 luglio e per tenere una riunione strutturata di questa coalizione», ha dichiarato. In tutto questo, ieri mattina, Kiev ha lanciato attacchi di droni contro raffinerie e installazioni militari russe.
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Ansa
Secondo il ministero degli Esteri, i bombardamenti hanno preso di mira infrastrutture radar e altre installazioni militari.
Gli Stati Uniti sostengono, invece, di aver agito per motivi difensivi. Il Comando centrale americano ha spiegato di aver colpito postazioni radar nell’area di Goruk e sull’isola di Qeshm per prevenire possibili attacchi contro il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz, dove a maggio oltre 100 navi sono passate sotto la protezione degli Usa.
Washington ha inoltre dichiarato di aver abbattuto quattro droni iraniani considerati una minaccia immediata per la navigazione. La risposta di Teheran è arrivata poche ore dopo. I pasdaran hanno annunciato attacchi contro «basi nemiche» nella regione del Golfo, provocando l’attivazione degli allarmi in Kuwait e Bahrein, due Paesi che ospitano importanti installazioni militari Usa. Il Kuwait ha riferito di aver intercettato missili e droni e ha denunciato la caduta di un velivolo senza pilota nei pressi del proprio aeroporto internazionale, attribuendo l’episodio all’Iran.
Sul piano politico, Donald Trump ha sostenuto che le operazioni americane abbiano ridotto significativamente le capacità militari iraniane e che Teheran possiede ancora tra il 21 e il 22% del proprio arsenale missilistico e che numerose infrastrutture per il lancio di droni e la produzione di missili sarebbero state distrutte. Trump avrebbe informato i mediatori che i colloqui non devono durare più di 60 giorni e che Teheran deve rispondere rapidamente. Lo riferisce Al Arabiya, secondo cui sono stati compiuti progressi sulla questione dei beni congelati, ma restano divergenze sull’ammontare e sulle tempistiche del loro sblocco. Secondo l’Iran, una possibile intesa dipende dallo sblocco di 24 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati. Lo ha dichiarato alla Cnn Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema Mojtaba Khamenei.
Sul dossier nucleare restano forti tensioni tra l’Iran e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha accusato l’Aiea di utilizzare le conseguenze degli attacchi statunitensi e israeliani contro i siti nucleari iraniani per alimentare dubbi sul programma atomico di Teheran.
In questo contesto continua a deteriorarsi la situazione sul fronte libanese, dove ieri Israele ha emesso nuovi ordini di evacuazione per alcune aree del Libano meridionale, mentre Hezbollah ha continuato a lanciare droni contro obiettivi militari e comunità israeliane lungo il confine settentrionale. L’esercito di Beirut ha denunciato un attacco israeliano nel Libano meridionale che ha provocato la morte di un generale di brigata, di un capitano e di un soldato.
Secondo le autorità libanesi, il raid ha colpito un veicolo militare lungo la strada che collega Nabatieh e Marjayoun. Le Forze di difesa israeliane hanno confermato l’operazione, sostenendo che il mezzo si muovesse in modo sospetto all’interno di un’area di combattimento attiva.
Israele ha spiegato che le proprie truppe erano in stato di massima allerta dopo segnalazioni di intelligence relative a possibili attacchi di Hezbollah e alla presenza di miliziani nella zona. Il New York Times afferma che l’esercito israeliano avrebbe utilizzato munizioni al fosforo bianco in diverse aree abitate del Libano durante il conflitto con Hezbollah, citando foto e video verificati.
Il fosforo bianco, impiegato per creare cortine fumogene o incendi, è legale in ambito militare, ma il suo utilizzo contro civili o in zone densamente popolate può violare il diritto internazionale. Israele respinge le accuse e sostiene che le proprie procedure ne vietano l’impiego nelle aree abitate, salvo eccezioni conformi alle norme internazionali.
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Magari ci si aspettava qualcosa di più ma è il massimo che le risorse in campo permettono, dopo il veto di Bruxelles alla flessibilità per le spese contro il caro energia. Ieri è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto ministeriale dei ministeri dell’Economia e dell’Ambiente che prolunga fino al 3 luglio il taglio delle accise sui carburanti, a decorrere da oggi. Lo sconto è solo di 5 centesimi. Per la benzina è una conferma rispetto a quello già in vigore con il precedente decreto, mentre per il gasolio il taglio di 5 centesimi è un dimezzamento dagli attuali 10 centesimi (12,2 contando anche l’Iva). È il quinto intervento del governo per calmierare i prezzi dei carburanti dopo la crisi energetica per la guerra nel Golfo.
Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, nel corso della scorsa settimana, ha detto più volte che le decisioni sarebbero state prese in base ai listini nelle stazioni di servizio. I lenti e continui ribassi lasciavano già presagire una riduzione dello sconto. In particolare, negli ultimi giorni, secondo il monitoraggio del Mimit, i prezzi medi alla pompa in modalità self service lungo la rete stradale nazionale sono rimasti sotto la soglia dei 2 euro al litro, registrando un valore pari a 1,921 euro/l per la benzina (era 1,926 venerdì) e 1,980 euro/l per il gasolio (in calo rispetto ai 1,984 euro del giorno prima). Come anticipato alla vigilia, il meccanismo adottato è quello delle accise mobili, che tiene conto dell’extra gettito dell’Iva dovuto ai rincari. Un sistema obbligato, alla luce del divieto della Commissione Ue di utilizzare la flessibilità di bilancio per misure che non siano le fonti rinnovabili, quindi per il taglio delle accise. Non è consentito fare più deficit. Nel decreto è precisato che «al fine di compensare le maggiori entrate dell’imposta sul valore aggiunto rispetto all’ultima previsione, derivanti dall’aumento del prezzo internazionale del petrolio greggio, a decorrere dal 7 giugno 2026 e fino al 3 luglio 2026, le aliquote di accisa vengono rideterminate per la benzina a 622,90 euro per mille litri; per gli oli da gas o gasolio usato come carburante a 622,90 euro per mille litri; per i gas di petrolio liquefatti (GPL) usati come carburanti a 242,77 euro per mille chilogrammi; per il gas naturale usato come carburante: zero euro per metro cubo». Quanto alla copertura finanziaria del provvedimento, «pari a 149,4 milioni di euro, è garantita dal maggior gettito conseguito nel periodo dal 1 maggio al 31 maggio 2026 in relazione ai versamenti periodici dell’imposta sul valore aggiunto».
Considerando che il taglio durerà per altri 27 giorni, il costo quotidiano è di circa 5,5 milioni. Molto meno del periodo iniziale in cui, per finanziare lo sconto di 24,4 centesimi sia per la benzina che per il gasolio, sono serviti centinaia di milioni per periodi anche più brevi.
Il prezzo della benzina quindi rimarrà invariato, intorno a 1,920 euro al litro nei prossimi giorni. Per il diesel, invece, bisogna aspettarsi una risalita sopra la soglia dei due euro litro, seppur di poco. Con il taglio dimezzato, si dovrebbe arrivare intorno a 2,040 euro al litro. Per entrambi, comunque, c’è un andamento al ribasso.
Con ogni probabilità questo sarà l’ultimo intervento generalizzato. Sia la Ue che il Fondo monetario internazionale hanno auspicato interventi mirati in favore delle famiglie più vulnerabili e delle imprese più esposte ai rincari, e non un taglio indiscriminato che contrasta con la politica di riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. Nei giorni scorsi era emersa la possibilità di voucher per le famiglie sotto i 15.000 euro di reddito. Ipotesi che a questo punto potrebbe essere valutata in un successivo intervento.
Le associazioni di consumatori sono rimaste deluse dal decreto.
Il Codacons ha stimato che «per effetto del minor sconto fiscale un pieno di diesel costerà 3,05 euro in più, considerata l’Iva. Maggior costo che raggiunge +9,1 euro al litro se il confronto è col precedente taglio da 20 centesimi del 18 marzo».
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