La giustizia non c’entra. Il caso Salvini è politico
Matteo Salvini (Getty images)
Mandando a processo Salvini per un atto legittimo compiuto nell’esercizio delle sue funzioni, Pd e M5s hanno indebolito le istituzioni per una vendetta. Senza pensare che domani potrebbe toccare a loro.

«Salvini ha ragione sull’immigrazione, ma dobbiamo attaccarlo». La frase è di sei anni fa e come i lettori ricorderanno fu proprio La Verità a rivelarla. Quando scoppiò il caso Palamara, dal nome dell’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, insieme alle manovre per decidere il sostituto di Giuseppe Pignatone alla Procura di Roma, uscirono pure le intercettazioni disposte dai pm di Perugia. E nelle trascrizioni di quelle conversazioni, insieme al resoconto della riunione all’hotel Champagne, finirono le telefonate tra lo stesso Palamara e alcuni suoi colleghi magistrati. In particolare, ce ne fu una che attirò l’attenzione dei nostri cronisti: l’ex capo dell’Anm, al telefono con Paolo Auriemma, suo collega di Viterbo che manifestava perplessità sulle indagini a carico dell’allora ministro dell’Interno, si lasciò andare a un’intemerata contro il leader della Lega: «Salvini sull’immigrazione ha la gente con sé: dobbiamo fermarlo». Detto, fatto. A distanza di tempo, siamo a una richiesta di sei anni di carcere per aver negato lo sbarco immediato di 147 migranti.

La conversazione di Palamara con il collega di Viterbo (che manifestava perplessità circa la fondatezza delle accuse al ministro) si riferiva a un’indagine della Procura di Agrigento, ma aiuta a comprendere il clima che ha accompagnato l’anno in cui Salvini ha cercato di fermare l’immigrazione clandestina anche bloccando i porti. Del resto, che il processo in corso sia politico lo dimostra anche il fatto che senza autorizzazione a procedere del Parlamento il giudizio non si sarebbe mai tenuto. Bisogna ritornare alla rottura del 2019, quando Salvini provò a mandare a casa Giuseppe Conte e l’allora presidente del Consiglio reagì, grazie a Matteo Renzi, con una piroetta, saltando dal cavallo della Lega a quello del Pd. Con un voltafaccia straordinario, il premier grillino si assicurò altri due anni a Palazzo Chigi, dove durante l’epidemia di Covid sequestrò – lui sì, ma senza che nessun magistrato gliene abbia mai chiesto conto – 60 milioni di persone. Da allora, tra Conte e Salvini è guerra aperta e quando se n’è presentata l’occasione l’ex premier e la sua banda grillina, ancora maggioranza in Parlamento, non hanno esitato a piantare un coltello nella schiena all’ex alleato. Un’operazione vigliacca, che ha demandato alla magistratura il compito di fare fuori un avversario. Invece di batterlo nell’urna, i 5 stelle spalleggiati dal Pd e dalla sinistra, hanno pensato che a levare di mezzo il leader leghista ci avrebbero pensato i giudici. E dunque eccoci qui, a distanza di anni, con una condanna che pende sul collo del ministro dei Trasporti per aver preso una decisione politica. Quindi grillini e piddini hanno dato alla magistratura il compito di giudicare e sanzionare con anni di carcere una decisione che compete al governo. Non stiamo parlando di corruzione o concussione, di un reato privato per quanto commesso da un uomo politico. Stiamo parlando di un reato che pretende di censurare l’operato di un rappresentante dell’esecutivo. Se così fosse, la magistratura dovrebbe perseguire anche lo stesso Conte e non soltanto per aver rinchiuso in casa gli italiani, ma anche per aver varato il superbonus, ovvero una misura che ha scassato il bilancio e provocato le dimissioni del Ragioniere generale dello Stato, ma non quelle del leader pentastellato.

Oggi, di fronte alla richiesta di condanna di Salvini e alle reazioni del centrodestra, la sinistra fa quadrato intorno ai magistrati, parlando di grave invasione di campo da parte della politica. Quello di Pd e 5 stelle è un riflesso condizionato e dunque non c’era da attendersi altro. Tuttavia, i compagni non sembrano rendersi conto di una cosa e cioè che aver spedito a processo, e a probabile condanna, un ex ministro per una decisione presa durante l’esercizio del proprio mandato è un pericoloso precedente. Perché così si è indebolita la tutela che la Costituzione assicura a chi governa, che pone un freno alla magistratura proprio per preservare l’indipendenza dell’esecutivo. Ma se oggi si può processare un ministro per una scelta, domani se ne potranno processare altri. E non è detto che siano di centrodestra e che ciò faccia esultare la sinistra.

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