La Francia usa la scusa del riarmo per prenderci pure i cantieri navali

C’è un asse franco-tedesco al quale noi italiani dobbiamo fare molta attenzione. Con l’ok al piano di finanziamento della Difesa tedesca da 100 milioni di euro firmato Friedrich Merz, le velleità di costruire il nuovo euro carro armato e trovare una quadra su come spartirsi la ricostruzione dell’Ucraina, Parigi e Berlino non pensano certo di fare qualche favore a noi. Semmai di prendersi le nostre aziende e capacità.
Parigi vorrebbe costituire l’Airbus del mare, ovvero fondere i cantieri che fanno navi militari e unificare le esigenze a quelle transalpine. In pratica dopo aerei, auto, supermercati e banche, la Francia mira a controllare anche la produzione di corvette e fregate fondendo diversi cantieri navali per creare un gruppo unico, guarda caso controllato dall’Eliseo. Ma se con gli aerei commerciali la Francia è riuscita a prendere il controllo dell’industria aerospaziale europea mettendo la capitale a Tolosa, oggi soltanto Leonardo e Bae possono in qualche modo essere concorrenti ma per il solo settore militare. Fessi noi italiani che di Airbus non volemmo entrare a far parte oltre mezzo secolo fa, ma oggi è necessario valutare bene i rischi di una tendenza ad accorpare aziende, fatto che, se da un lato è europeista, dall’altro rischia di svuotare le fabbriche italiane di progetti, fondi e competenze.
Per la Francia l’Europa ha troppi cantieri navali che competono tra loro e per i francesi è difficile concludere i contratti d’esportazione. Questa la tesi esposta la scorsa settimana dal capo di Stato maggiore della Marina francese, l’ammiraglio Nicolas Vaujour, durante un’audizione alla commissione Difesa dell’Assemblea nazionale avvenuta mercoledì 22 maggio. Secondo lui la joint venture Naviris creata nel 2020 tra la nostra Fincantieri e la francese Naval group, pensata per un consolidamento navale europeo, «non avrebbe soddisfatto le aspettative». Vaujour ha dichiarato: «Oggi in Europa abbiamo 14 cantieri navali che competono tra loro; in un mondo ideale ne avremmo tre o quattro che si sfidano ma che conquisterebbero maggiori quote di mercato all’estero».
Se da un lato la dimensione dei gruppi industriali conta nella forza con la quale possono competere con i concorrenti asiatici e americani, è però innegabile che l’Europa non ha un’unica strategia in campo navale: ogni nazione segue la propria politica nazionale. Il comandante della Marina francese dice anche che con i governi desiderosi di salvaguardare l’attività industriale e le economie regionali, le iniziative politiche probabilmente non sono la strada giusta per consolidare la cantieristica. Quale sia l’alternativa però non è chiaro. L’ammiraglio spiega: «Abbiamo l’ambizione politica di essere più coerenti e di suddividere un po’ il mercato, ma siamo tutti d’accordo sul fatto che se dobbiamo scegliere tra Naval group e Fincantieri, noi preferiamo la prima e gli italiani la seconda». Inoltre, i francesi vogliono anche proteggere i loro cantieri più piccoli e ciò significa che la creazione di un equivalente navale di Airbus dipenderebbe dalle aziende cantieristiche «che riusciranno a fondersi», dice Vaujour, ricordando anche che «non ci siamo riusciti con Fincantieri». Vero è che quando Naval e Fincantieri crearono Naviris dichiararono che la joint venture avrebbe servito la Marina militare francese e italiana, ma anche fatto esportazioni. Ma, sebbene Naviris nel 2023 si sia aggiudicata parte di un contratto da 1,5 miliardi di euro per l’ammodernamento delle fregate franco-italiane di classe Horizon, per l’ammiraglio il successo è stato limitato. Secondo lui esistono problemi culturali e di tradizioni, infatti Francia e Italia hanno strategie molto diverse in quanto a costruzione e dimensioni delle navi, e ha spiegato alla testata specializzata Defense24: «Noi ci stiamo orientando verso fregate più piccole, con la più recente Frégate de Défense et d’Intervention,(Fdi) da 4.500 tonnellate, mentre il nuovo pattugliatore d’altura italiano disloca 7.000 tonnellate e il cacciatorpediniere Ddx per 14.000, dimensioni eccessive». La Fdi sta suscitando interesse da parte dei Paesi europei perché è adatta a piccole marine, essendo più economica e gestibile con un equipaggio ridotto. «Quindi abbiamo una visione divergente della nave del futuro» dice l’ammiraglio, «inoltre, Francia e Italia utilizzano modelli economici diversi, gli italiani costruiscono e acquistano molte navi per la loro Marina che possono poi rivendere, consentendo di evadere rapidamente potenziali ordini d’esportazione», conclude Vaujour.
Naval group ha ora un tasso di produzione minimo, ovvero una Fdi all’anno presso il suo cantiere di Lorient, ma afferma di poter raddoppiare la capacità. Vaujour osserva: «La domanda che fanno i potenziali clienti delle Fdi, come svedesi, norvegesi e danesi è: quanto tempo ci vuole per avere una fregata? Certamente dobbiamo essere in grado di accelerare i nuovi contratti». Allude al recente ingaggio tra Naval group e la norvegese Kongsberg per la potenziale vendita di fregate alla Marina reale di Stoccolma, fornitura in concorrenza con inglesi, tedeschi e italiani. Ma se la Francia si aggiudicasse l’appalto ci sarebbe una condivisione del lavoro con Kongsberg e non con noi; mentre se nascesse l’Airbus del mare, tedeschi permettendo, noi italiani avremmo più probabilità di fare qualcosa con continuità, ma quel qualcosa sarebbe davvero poco o nulla. A fronte del sacrificio di aziende che oggi sono libere di muoversi sui mercati.





