La Francia di Macron perde pezzi in Africa

Dal caso Egitto, con la fine del rapporto privilegiato di Abdel Fatah al Sissi con Parigi, fino al cambio del franco Cfa con la chiusura delle filiali di Bnp Paribas, il presidente francese inizia ad avere seri problemi in una delle zone storicamente più importanti per l’Eliseo.

C’è una Francia che fa fatica in Africa. E un Italia che potrebbe approfittarne. A dimostrarlo non è solo l’ultimo caso dell’Egitto, dove il nostro Paese con Fincantieri è riuscito a stringere accordi per una commessa da 1,2 mliardi di euro, ma anche le difficoltà in Congo, dove Total sta per essere scalzata da Eni o anche in Mali, Burkina Faso e Guinea Bissau, dove Bnp Paribas sta chiudendo le sue filiali con grande difficoltà. La scorsa settimana i giornali francesi non sono stati clementi nei confronti del presidente Emmanuel Macron. La Tribune, quotidiano economico della galassia di Bernard Arnault, non ha risparmiato critiche per la visita in Egitto dello scorso anno. Il giornale ha ricordato che in occasione di una conferenza stampa congiunta con il suo omologo egiziano Abdel Fatah al Sissi, Macron ha voluto dare una «lezione di morale» sul rispetto dei diritti umani. Un «errore fatale» che adesso Parigi rischia di pagare molto caro.

Il Cairo, sostiene La Tribune, avrebbe messo fine alla relazione “privilegiata” che aveva aperto con la Francia nel 2015 attraverso l’allora ministro della Difesa, Jean-Yves Le Drian nel settore della vendita di armamenti. L’Italia, al momento, polemiche a parte, sembra essersene approfittata. Ma c’è di più. Come ricordava il Sole 24 ore il 22 gennaio «dal 2000 la quota di mercato dell’export francese verso l’Africa si è dimezzata passando dall’11 al 5,5 per cento». Non solo «Dal 2017 non è più Parigi a guidare la classifica dei primi fornitori europei dell’Africa. Berlino l’ha scavalcata». L’arrivo dei cinesi ha messo all’angolo i cugini transalpini, che però non vogliono rinunciare alle loro vecchie colonie. In Africa parlano francese 100 milioni di persone. A questo si aggiunge il caos che si sta creando per cambiare il franco africano (Cfa) usato da 8 stati. C’è preoccupazione sia in Francia sia nelle zone interessate, anche perché potrebbe esserci un crollo degli investimenti. La nuova valuta include tre cambiamenti principali: cambio di nome, che cambierà da Cfa a Eco; eliminazione del deposito di almeno il 50% delle riserve internazionali presso la banca centrale francese e ritiro dalla Francia degli organi direttivi delle entità finanziarie Waemu (consiglio di amministrazione, comitato di politica monetaria e commissione bancaria regionale).

Le modifiche all’accordo di cooperazione monetaria sono state annunciate dal Presidente della Costa d’Avorio, Alassane Ouattara, il 21 dicembre scorso. Proprio da qualche mese Bnp Paribas sta cercando di vendere la sua rete in Africa occidentale. Le trattative sono fitte con il Mali, la Guinea Bissau e il Burkina Faso per cedere l’attività finanziaria a un altro gruppo. Bnp vorrebbe che i governi restassero neutrali nelle operazioni. E invece da due mesi il direttore di Bnp per l’Africa subsahariana Patrick Pitton non riesce a trovare la quadra, anche perché gli esecutivi di Burkina Faso e Guinea posseggono azioni tramite le banche territoriali. Il governo guineano, per esempio, come riporta African Intelligence, ha già risposto a Bnp che la sua preferenza è per la Vista Bank di Simon Tiemtoré del Burkina Faso.

La banca, che ha già filiali in Guinea e Sierra Leone, gestisce una banca africana di sviluppo da 8 milioni di dollari, impegnata nel sostegno delle imprese guineane. L’altro candidato, che è favorito da Bnp, è invece Atlantic Financial Group, la società ivoriana di proprietà di Bernard Koné Dossongui. In Congo Eni, grazie ai buoni rapporti dell’amministratore delegato Claudio Descalzi (è sposato con Maria Magdalena Ingoba e conosce da tempo l’ex capo di Stato Denis Sassou Nguesso) dovrebbe assicurarsi ben due blocchi petroliferi da circa 1,5 miliardi di barili tagliando così fuori dai giochi la francese Total, in difficoltà su un altro giacimento. Allo stesso tempo Total si trova in una fase di stallo in Uganda, dove aspetta il via libera dalla Ura (Uganda revenue authority) per la vendita di una percentuale dei giacimenti vicino al lago Albert. Total chiede incentivi fiscali perché sostiene che la zona sia molto difficile da raggiungere e troppo isolata, ma il presidente Yoweri Museveni non ha ancora sciolto i nodi sul tappeto. E Total aspetta.

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