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2019-07-29
La difesa dei cocainomani americani: «Pensavamo fosse uno spacciatore»
Ansa
Una folla composta, oltre all'inconsolabile moglie, i familiari, gli amici, ha dato ieri l'ultimo saluto nella camera ardente nella cappella di piazza Monte della Pietà, a Roma, al vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, morto per l'emorragia causata da 11 coltellate quasi certamente inferte da Elder Finnegan Lee, americano di 19 anni che avrebbe confessato di essere l'autore dell'aggressione avvenuta giovedì notte a Trastevere, quartiere romano della movida. È quanto emerso dall'autopsia: sarebbero stati inferti 11 colpi, il primo avrebbe raggiunto il carabiniere al cuore, non dandogli la possibilità di difendersi. Tanto che sul corpo non ci sarebbero altri segni di colluttazione. Pare sia stato usato un serramanico simile al tipo in dotazione al corpo dei Marine.
Sempre ieri i carabinieri hanno individuato il pusher che ha venduto aspirina al posto della droga a Elder e al suo amico Gabriel Hjorth. Si tratterebbe di un italiano, ora indagato per reati di droga al pari di Sergio Brugiatelli, 45 anni. Quest'ultimo è il tramite, l'uomo derubato dello zainetto che giovedì sera chiamò il 112. A quanto ricostruito, Brugiatelli accompagnò personalmente i ragazzi dal pusher. Intanto, come sollecitato dalla Procura, il gip di Roma, Chiara Gallo, ha convalidato il fermo di Elder Finnegan Lee e Christian Gabriel Natale Hjort, per l'uccisione di Cerciello Rega. I ragazzi, cittadini americani di San Francisco, in vacanza da una settimana nella Capitale, sono accusati di concorso in omicidio e tentata estorsione. Nell'ambito dell'inchiesta che sta celermente ricostruendo i fatti è stato diffuso anche l'audio delle due telefonate tra Brugiatelli e i carabinieri. Nella chiamata l'uomo dice che deve denunciare il furto del suo zainetto, con soldi e documenti, e che i due che glielo hanno rubato, scappati a piedi, pretendono soldi per restituirlo. Il carabiniere del centralino chiede dettagli sul riscatto, e parla della possibilità di inviare dei colleghi in borghese. Brugiatelli non fa alcun riferimento, però, al fatto di avere conosciuto prima quei due ragazzi, né al fatto di averli accompagnati da uno spacciatore, e nemmeno alla truffa dietro al furto del borsello: gli americani avevano pagato 80 euro per della cocaina, ricevendo in cambio aspirina sbriciolata. Durante la compravendita, però, sono stati circondati da altre 6-7 persone e ne è nata una zuffa, finché i due americani sono scappati via portandosi dietro la borsa di Brugiatelli. Il quale è anche responsabile della confusione iniziale sulla nazionalità dei due giovani. L'uomo, infatti, una volta interrogato avrebbe ammesso di aver dichiarato che i due sospettati erano magrebini allo scopo di depistare i militari, per paura della reazione degli statunitensi cui aveva «tirato il pacco». Era consapevole, quindi, della pericolosità del duo, confermata non solo dal furto dello zaino ma anche delle 11 coltellate. Peraltro tali indicazioni hanno influenzato anche la testimonianza del secondo carabiniere, Andrea Varriale, che ha effettivamente fatto cenno a nordafricani. Tuttavia era buio, i ragazzi avevano il cappuccio sulla testa e il momento era piuttosto concitato.
Quanto all'incontro tra i due californiani e i carabinieri, Elder Lee avrebbe scambiato Cerciello con il pusher che lo avrebbe truffato, giustificando quindi l'aggressione con una sorta di incomprensione: «Non parlo italiano». Per la verità, proprio dagli Usa cominciano ad arrivare ritratti foschi dei ragazzi. Elder Lee sarebbe il più benestante e avrebbe raggiunto Gabriel Hjorth, 18 anni, già in vacanza a Roma, perché ha una parente a Fiumicino: proprio per questo conosce qualche parola di italiano. Di Gabriel, detto Gabe, parla una ex compagna di classe all'emittente americana Abc 7 news: «Quando è sotto l'effetto della droga è matto, ha molta rabbia. È noto qui per essere uno spacciatore». Secondo la giovane, inoltre, «si spinge dove vuole perché pensa di potersela cavare sempre con tutto».
Elder Lee invece viene definito da un'amica di famiglia come «un ragazzo normale: non l'ho mai visto così violento. Non ho mai visto nulla che portasse a credere che sarebbe potuta succedere una cosa del genere. Lo conosco da quando è nato, il ragazzo più carino, uno dei vicini più carini». Non tutti la pensano così, però. Altri due vicini di casa alla tv locale Kpix lo definiscono un «piantagrane» visto più volte ubriaco. «Si è sempre saputo che fosse un cattivo ragazzo», ha raccontato un ex compagno di scuola, Tommy Flynn, «Si cacciava in storie in cui non vorresti che i tuoi figli si cacciassero. Era noto per avere il carattere di un delinquente». Ma ieri sono arrivate anche le condoglianze dalla famiglia di Elder Lee: «Siamo scioccati. Esprimiamo le più profonde condoglianze alla famiglia del brigadiere Cerciello Rega. Non abbiamo informazioni indipendenti sull'accaduto, non siamo stati in grado di avere comunicazioni con nostro figlio. Chiediamo il rispetto della nostra privacy durante questo momento difficile. I nostri pensieri vanno a coloro che sono stati colpiti da questa tragedia».
Questa mattina, a Somma Vesuviana, la città natale di Mario Cerciello Rega, saranno celebrati i funerali nella chiesa di Santa Croce a Santa Maria del Pozzo, dove 45 giorni fa Mario e Rosa Maria furono uniti in matrimonio.
Sospesa la prof che esultava: «Uno in meno»
«È dolce e dignitoso morire per la patria», scriveva più di 2.000 anni fa il poeta latino Orazio. Non la pensa così, evidentemente, la professoressa Eliana Frontini, docente di storia dell'arte all'istituto Pascale di Romentino (Novara), la quale subito dopo la morte del carabiniere Mario Cerciello Rega così commentava su Facebook: «Uno in meno e chiaramente con sguardo poco intelligente. Non ne sentiremo la mancanza». Uno sfogo indifendibile nei confronti di chi, come il giovane vicebrigadiere dell'Arma, ha dato la propria vita servendo lo Stato. La notizia è che da oggi, con l'avvio del procedimento disciplinare da voluto dal ministro dell'Istruzione Marco Bussetti in persona - e avviato dall'ufficio scolastico regionale del Piemonte - Eliana Frontini è formalmente sospesa dal servizio. Una misura invocata a gran voce da più parti, a cominciare dal nostro quotidiano che proprio ieri, attraverso un editoriale del direttore Maurizio Belpietro, ha richiamato la necessità di rimuovere la docente dall'incarico.
Le scuse della professoressa sono servite a poco. Sulla vicenda, infatti, lo stesso ministro Bussetti è stato categorico: «Non è ammissibile che, di fronte alla morte di un carabiniere, una professoressa si permetta di scrivere “uno di meno". Abbiamo subito proceduto per le sanzioni disciplinari di conseguenza, questo è inammissibile, intollerabile, irrispettoso e vergognoso». Così da oggi per la docente arriva il primo stop, quello relativo al pagamento dello stipendio, in attesa della pronuncia definitiva che con tutta probabilità porterà al licenziamento. Di conseguenza, alla ripresa delle lezioni a settembre, la professoressa Frontini rischia seriamente di non comparire di fronte ai suoi allievi. E proprio gli studenti, dopo la vergognosa uscita della loro docente, sono stati tra i primi a scaricarla. Secondo quanto riporta Repubblica, il rappresentante degli studenti del Pascal ha dichiarato: «Ci allontaniamo da questa assurda dichiarazione. La politica non c'entra nulla, che tu sia di sinistra o di destra è fondamentale il rispetto per le forze dell'ordine. So che la professoressa è già stata denunciata e penso che il licenziamento sarà la conseguenza, in caso contrario faremo le nostre considerazioni». Nel frattempo, ci ha pensato anche l'ordine dei giornalisti del Piemonte - al quale la docente risulta iscritta come pubblicista dal 1996 - a prendere le distanze dall'accaduto: «Il suo è un commento indegno a maggior ragione per chi è iscritto a un albo professionale, con delle scuse che assomigliano a lacrime di coccodrillo».
A quanto pare, tuttavia, la Frontini sarebbe tutt'altro che nuova in tema di insulti al personale in divisa. È stata Maria Giovanna Maglie, con una lettera a Dagospia, a mettere in luce un post pubblicato su Facebook da Aldo Arena, agente di polizia penitenziaria di Novara: «Ho conosciuto questa persona circa un anno fa! Appena finito il turno di servizio sono passato a prendere la mia compagna dal lavoro, e prima di tornare a casa ci siamo fermati in un supermercato di Novara per fare un po' di spesa!». Circostanza nella quale, come precisa lo stesso Arena, questi portava ancora l'uniforme e l'arma di ordinanza. «Ad un certo punto sentivo dietro di me questa persona borbottare con il figlio dicendo: ma che schifo è questo, come si fa ad andare in giro cosi è una vergogna e altre frasi simili. Quindi mi sono girato e ho chiesto: “Signora ma c'è qualche problema?". E lei mi ha aggredito verbalmente dicendomi che non potevo andare in giro in quel modo». Solo dopo aver ricevuto le scuse del responsabile del punto vendita, Arena avrebbe capito di avere a che fare con una professoressa: «E questi dovrebbero insegnare ai nostri e vostri figli il rispetto delle leggi dello stato o l'educazione? Poi ci lamentiamo che i ragazzi di oggi non hanno nessun rispetto! Non ho più parole». Nel caso anche questa vicenda fosse confermata, creerebbe un preoccupante precedente sul curriculum della professoressa Frontini.
Una foto scatena la sindrome di Guantanamo
Ammanettato con le mani dietro la schiena, il capo chinato, gli occhi bendati da una sciarpa. Così appare Gabriel Christian Natale Hjorth, il diciottenne californiano accusato di concorso nell'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, nella foto che lo ritrae nella caserma di Roma, in via in Selci, in uno degli uffici del reparto investigativo dei carabinieri. Da quanto risulta alla Verità, l'immagine sarebbe stata scattata da carabinieri di grado basso (il responsabile sarebbe stato già trasferito ad altro incarico) e avrebbe iniziato a circolare in una chat, per poi finire sui giornali. A cominciare da Repubblica, che ieri ha giustificato la scelta di pubblicarla per denunciare «il contesto emotivamente stravolto in cui un indiziato di reato è stato fermato e l'effetto a catena che ha prodotto». Ovvero, il preteso legame tra i tweet sui «lavori forzati» di Matteo Salvini e la perdita di «ogni diritto di habeas corpus» patita da Natale Hjorth. Come se, con i suoi cinguettii, Salvini avesse istigato i carabinieri a sospendere lo Stato di diritto.
Una tesi un po' ardita. Nondimeno, l'immagine dell'indiziato, in evidente stato di prostrazione, può servire un assist ai difensori dei due ragazzi americani. Il giovane accusato di aver sferrato le 11 coltellate a Cerciello Rega, il diciannovenne Elder Finnegan Lee, ha confessato agli inquirenti l'omicidio, ma davanti al gip si è avvalso della facoltà di non rispondere. Anche solo il sospetto che gli interrogatori possano essersi svolti in condizioni tali da intimidire i presunti assassini offrirebbe un insperato appiglio ai legali degli statunitensi. Non a caso, la foto è finita sulla Cnn e il New York Times ha già rievocato l'odissea giudiziaria di Amanda Knox. Potrebbe nascere pure un incidente diplomatico, mentre l'ambasciata americana si muove - come da prassi - per assistere gli indagati. In sintesi: è comprensibile che l'Arma abbia fatto di tutto per inchiodare il prima possibile i presunti responsabili dell'assassinio del vicebrigadiere; trattandosi però di una situazione ingarbugliata, che vede coinvolti due cittadini di una superpotenza, qualche cautela in più avrebbe certamente giovato. Almeno, non avrebbe imbarazzato i vertici dei carabinieri (il generale Roberto Ricciardi, raggiunto da Repubblica, ha subito riconosciuto che la foto è «intollerabile», mentre il comando generale s'è visto costretto ad avviare un'indagine interna, cui probabilmente seguirà quella della Procura). E non avrebbe alimentato le speculazioni politiche di chi cerca la «Guantanamo» romana.
Invece, a scatto diffuso, Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, si è espressa sulla vicenda. E, pur manifestando solidarietà alla famiglia di Cerciello Rega, sulla foto di Natale Hjorth ha detto: «Queste sono cose che non devono accadere». Il suo avvocato, Fabio Anselmo, ha rincarato la dose: «Uno Stato vero», ha commentato, «deve proteggere gli operatori delle forze dell'ordine ma anche garantire chiunque, qualunque cosa abbia commesso». È intervenuta anche la madre di Federico Aldrovandi, il ragazzo morto nel 2005 in seguito a un controllo di polizia: «Legittimo» che l'indiziato «debba essere interrogato, ma perché una benda? Le modalità delle persone fermate, e purtroppo lo sappiamo perché ci siamo passati, può essere pericolosa e illegale». Una frase piuttosto ingenerosa, cui lo scivolone dei carabinieri ha prestato il fianco.
Molto netto, nel prendere le parti dell'Arma, è stato invece il ministro dell'Interno, che ha twittato la foto allegando un'eloquente didascalia: «Vittima? L'unica vittima è un uomo, un figlio, un marito, un carabiniere, un servitore della patria». Il cinguettio ha indignato il deputato renziano Luigi Marattin: «Penso che il Paese in cui il ministro dell'Interno esibisce una foto del genere come trofeo per aizzare gli istinti peggiori del popolo non è il Paese in cui sono nato».
Renzi, che forse è rimasto a quando gli inquirenti e, di conseguenza, tutti i media, parlavano di due nordafricani ricercati, ha accusato Salvini di far «partire sempre la caccia all'immigrato». E invece, per l'ex premier, «in tutte le vicende più tragiche di questi mesi la costante non è il colore della pelle, ma la droga».
Quale sia veramente il punto, però, lo ha ben spiegato il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri: non sarebbe nemmeno giusto se quello che al momento appare come un incidente di percorso, sicuramente da chiarire, ma che non inficia minimamente la professionalità di chi, nell'Arma, è al servizio dello Stato e degli italiani, diventasse il prodromo al ribaltamento della realtà. Che venisse usato per dipingere le vittime come carnefici e i carnefici come vittime: «Su questo episodio della foto dell'indagato», ha osservato Gasparri, «le parole dei vertici dell'Arma sono chiare e definitive. Non vorrei però che questo episodio trasformi questo caso in una inchiesta sui carabinieri. Ricordiamoci che la tragedia e l'atto di efferata criminalità da punire presto e in modo ultra severo è l'omicidio del vicebrigadiere Cerciello. Attenzione a non seminare confusione, perché questo sarebbe intollerabile». Ecco: tolta la benda, Natale Hjorth ha riaperto gli occhi. Il carabiniere eroe non li riaprirà mai più.
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I due turisti sostengono di aver attaccato il carabiniere in borghese per sbaglio: «Non capiamo l'italiano». La telefonata al 112 dell'uomo che indicò loro il pusher: «Venite, vogliono soldi per ridarmi la mia borsa». Sospesa la prof che esultava: «Uno in meno». Eliana Frontini ora rischia il licenziamento. È anche giornalista, l'ordine promette: «Ne dovrà rispondere». Una foto scatena la sindrome di Guantanamo. In caserma i militari hanno fasciato gli occhi a uno dei fermati, e qualcuno ha scattato un'immagine che è stata divulgata. I vertici dell'Arma rimuovono il responsabile e sarà avviata un'inchiesta. La sinistra parla di brutalità e incolpa Matteo Savini. Lo speciale comprende tre articoli. Una folla composta, oltre all'inconsolabile moglie, i familiari, gli amici, ha dato ieri l'ultimo saluto nella camera ardente nella cappella di piazza Monte della Pietà, a Roma, al vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, morto per l'emorragia causata da 11 coltellate quasi certamente inferte da Elder Finnegan Lee, americano di 19 anni che avrebbe confessato di essere l'autore dell'aggressione avvenuta giovedì notte a Trastevere, quartiere romano della movida. È quanto emerso dall'autopsia: sarebbero stati inferti 11 colpi, il primo avrebbe raggiunto il carabiniere al cuore, non dandogli la possibilità di difendersi. Tanto che sul corpo non ci sarebbero altri segni di colluttazione. Pare sia stato usato un serramanico simile al tipo in dotazione al corpo dei Marine. Sempre ieri i carabinieri hanno individuato il pusher che ha venduto aspirina al posto della droga a Elder e al suo amico Gabriel Hjorth. Si tratterebbe di un italiano, ora indagato per reati di droga al pari di Sergio Brugiatelli, 45 anni. Quest'ultimo è il tramite, l'uomo derubato dello zainetto che giovedì sera chiamò il 112. A quanto ricostruito, Brugiatelli accompagnò personalmente i ragazzi dal pusher. Intanto, come sollecitato dalla Procura, il gip di Roma, Chiara Gallo, ha convalidato il fermo di Elder Finnegan Lee e Christian Gabriel Natale Hjort, per l'uccisione di Cerciello Rega. I ragazzi, cittadini americani di San Francisco, in vacanza da una settimana nella Capitale, sono accusati di concorso in omicidio e tentata estorsione. Nell'ambito dell'inchiesta che sta celermente ricostruendo i fatti è stato diffuso anche l'audio delle due telefonate tra Brugiatelli e i carabinieri. Nella chiamata l'uomo dice che deve denunciare il furto del suo zainetto, con soldi e documenti, e che i due che glielo hanno rubato, scappati a piedi, pretendono soldi per restituirlo. Il carabiniere del centralino chiede dettagli sul riscatto, e parla della possibilità di inviare dei colleghi in borghese. Brugiatelli non fa alcun riferimento, però, al fatto di avere conosciuto prima quei due ragazzi, né al fatto di averli accompagnati da uno spacciatore, e nemmeno alla truffa dietro al furto del borsello: gli americani avevano pagato 80 euro per della cocaina, ricevendo in cambio aspirina sbriciolata. Durante la compravendita, però, sono stati circondati da altre 6-7 persone e ne è nata una zuffa, finché i due americani sono scappati via portandosi dietro la borsa di Brugiatelli. Il quale è anche responsabile della confusione iniziale sulla nazionalità dei due giovani. L'uomo, infatti, una volta interrogato avrebbe ammesso di aver dichiarato che i due sospettati erano magrebini allo scopo di depistare i militari, per paura della reazione degli statunitensi cui aveva «tirato il pacco». Era consapevole, quindi, della pericolosità del duo, confermata non solo dal furto dello zaino ma anche delle 11 coltellate. Peraltro tali indicazioni hanno influenzato anche la testimonianza del secondo carabiniere, Andrea Varriale, che ha effettivamente fatto cenno a nordafricani. Tuttavia era buio, i ragazzi avevano il cappuccio sulla testa e il momento era piuttosto concitato. Quanto all'incontro tra i due californiani e i carabinieri, Elder Lee avrebbe scambiato Cerciello con il pusher che lo avrebbe truffato, giustificando quindi l'aggressione con una sorta di incomprensione: «Non parlo italiano». Per la verità, proprio dagli Usa cominciano ad arrivare ritratti foschi dei ragazzi. Elder Lee sarebbe il più benestante e avrebbe raggiunto Gabriel Hjorth, 18 anni, già in vacanza a Roma, perché ha una parente a Fiumicino: proprio per questo conosce qualche parola di italiano. Di Gabriel, detto Gabe, parla una ex compagna di classe all'emittente americana Abc 7 news: «Quando è sotto l'effetto della droga è matto, ha molta rabbia. È noto qui per essere uno spacciatore». Secondo la giovane, inoltre, «si spinge dove vuole perché pensa di potersela cavare sempre con tutto». Elder Lee invece viene definito da un'amica di famiglia come «un ragazzo normale: non l'ho mai visto così violento. Non ho mai visto nulla che portasse a credere che sarebbe potuta succedere una cosa del genere. Lo conosco da quando è nato, il ragazzo più carino, uno dei vicini più carini». Non tutti la pensano così, però. Altri due vicini di casa alla tv locale Kpix lo definiscono un «piantagrane» visto più volte ubriaco. «Si è sempre saputo che fosse un cattivo ragazzo», ha raccontato un ex compagno di scuola, Tommy Flynn, «Si cacciava in storie in cui non vorresti che i tuoi figli si cacciassero. Era noto per avere il carattere di un delinquente». Ma ieri sono arrivate anche le condoglianze dalla famiglia di Elder Lee: «Siamo scioccati. Esprimiamo le più profonde condoglianze alla famiglia del brigadiere Cerciello Rega. Non abbiamo informazioni indipendenti sull'accaduto, non siamo stati in grado di avere comunicazioni con nostro figlio. Chiediamo il rispetto della nostra privacy durante questo momento difficile. I nostri pensieri vanno a coloro che sono stati colpiti da questa tragedia». Questa mattina, a Somma Vesuviana, la città natale di Mario Cerciello Rega, saranno celebrati i funerali nella chiesa di Santa Croce a Santa Maria del Pozzo, dove 45 giorni fa Mario e Rosa Maria furono uniti in matrimonio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-difesa-dei-cocainomani-americani-pensavamo-fosse-uno-spacciatore-2639423737.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sospesa-la-prof-che-esultava-uno-in-meno" data-post-id="2639423737" data-published-at="1778072940" data-use-pagination="False"> Sospesa la prof che esultava: «Uno in meno» «È dolce e dignitoso morire per la patria», scriveva più di 2.000 anni fa il poeta latino Orazio. Non la pensa così, evidentemente, la professoressa Eliana Frontini, docente di storia dell'arte all'istituto Pascale di Romentino (Novara), la quale subito dopo la morte del carabiniere Mario Cerciello Rega così commentava su Facebook: «Uno in meno e chiaramente con sguardo poco intelligente. Non ne sentiremo la mancanza». Uno sfogo indifendibile nei confronti di chi, come il giovane vicebrigadiere dell'Arma, ha dato la propria vita servendo lo Stato. La notizia è che da oggi, con l'avvio del procedimento disciplinare da voluto dal ministro dell'Istruzione Marco Bussetti in persona - e avviato dall'ufficio scolastico regionale del Piemonte - Eliana Frontini è formalmente sospesa dal servizio. Una misura invocata a gran voce da più parti, a cominciare dal nostro quotidiano che proprio ieri, attraverso un editoriale del direttore Maurizio Belpietro, ha richiamato la necessità di rimuovere la docente dall'incarico. Le scuse della professoressa sono servite a poco. Sulla vicenda, infatti, lo stesso ministro Bussetti è stato categorico: «Non è ammissibile che, di fronte alla morte di un carabiniere, una professoressa si permetta di scrivere “uno di meno". Abbiamo subito proceduto per le sanzioni disciplinari di conseguenza, questo è inammissibile, intollerabile, irrispettoso e vergognoso». Così da oggi per la docente arriva il primo stop, quello relativo al pagamento dello stipendio, in attesa della pronuncia definitiva che con tutta probabilità porterà al licenziamento. Di conseguenza, alla ripresa delle lezioni a settembre, la professoressa Frontini rischia seriamente di non comparire di fronte ai suoi allievi. E proprio gli studenti, dopo la vergognosa uscita della loro docente, sono stati tra i primi a scaricarla. Secondo quanto riporta Repubblica, il rappresentante degli studenti del Pascal ha dichiarato: «Ci allontaniamo da questa assurda dichiarazione. La politica non c'entra nulla, che tu sia di sinistra o di destra è fondamentale il rispetto per le forze dell'ordine. So che la professoressa è già stata denunciata e penso che il licenziamento sarà la conseguenza, in caso contrario faremo le nostre considerazioni». Nel frattempo, ci ha pensato anche l'ordine dei giornalisti del Piemonte - al quale la docente risulta iscritta come pubblicista dal 1996 - a prendere le distanze dall'accaduto: «Il suo è un commento indegno a maggior ragione per chi è iscritto a un albo professionale, con delle scuse che assomigliano a lacrime di coccodrillo». A quanto pare, tuttavia, la Frontini sarebbe tutt'altro che nuova in tema di insulti al personale in divisa. È stata Maria Giovanna Maglie, con una lettera a Dagospia, a mettere in luce un post pubblicato su Facebook da Aldo Arena, agente di polizia penitenziaria di Novara: «Ho conosciuto questa persona circa un anno fa! Appena finito il turno di servizio sono passato a prendere la mia compagna dal lavoro, e prima di tornare a casa ci siamo fermati in un supermercato di Novara per fare un po' di spesa!». Circostanza nella quale, come precisa lo stesso Arena, questi portava ancora l'uniforme e l'arma di ordinanza. «Ad un certo punto sentivo dietro di me questa persona borbottare con il figlio dicendo: ma che schifo è questo, come si fa ad andare in giro cosi è una vergogna e altre frasi simili. Quindi mi sono girato e ho chiesto: “Signora ma c'è qualche problema?". E lei mi ha aggredito verbalmente dicendomi che non potevo andare in giro in quel modo». Solo dopo aver ricevuto le scuse del responsabile del punto vendita, Arena avrebbe capito di avere a che fare con una professoressa: «E questi dovrebbero insegnare ai nostri e vostri figli il rispetto delle leggi dello stato o l'educazione? Poi ci lamentiamo che i ragazzi di oggi non hanno nessun rispetto! Non ho più parole». 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Da quanto risulta alla Verità, l'immagine sarebbe stata scattata da carabinieri di grado basso (il responsabile sarebbe stato già trasferito ad altro incarico) e avrebbe iniziato a circolare in una chat, per poi finire sui giornali. A cominciare da Repubblica, che ieri ha giustificato la scelta di pubblicarla per denunciare «il contesto emotivamente stravolto in cui un indiziato di reato è stato fermato e l'effetto a catena che ha prodotto». Ovvero, il preteso legame tra i tweet sui «lavori forzati» di Matteo Salvini e la perdita di «ogni diritto di habeas corpus» patita da Natale Hjorth. Come se, con i suoi cinguettii, Salvini avesse istigato i carabinieri a sospendere lo Stato di diritto. Una tesi un po' ardita. Nondimeno, l'immagine dell'indiziato, in evidente stato di prostrazione, può servire un assist ai difensori dei due ragazzi americani. Il giovane accusato di aver sferrato le 11 coltellate a Cerciello Rega, il diciannovenne Elder Finnegan Lee, ha confessato agli inquirenti l'omicidio, ma davanti al gip si è avvalso della facoltà di non rispondere. Anche solo il sospetto che gli interrogatori possano essersi svolti in condizioni tali da intimidire i presunti assassini offrirebbe un insperato appiglio ai legali degli statunitensi. Non a caso, la foto è finita sulla Cnn e il New York Times ha già rievocato l'odissea giudiziaria di Amanda Knox. Potrebbe nascere pure un incidente diplomatico, mentre l'ambasciata americana si muove - come da prassi - per assistere gli indagati. In sintesi: è comprensibile che l'Arma abbia fatto di tutto per inchiodare il prima possibile i presunti responsabili dell'assassinio del vicebrigadiere; trattandosi però di una situazione ingarbugliata, che vede coinvolti due cittadini di una superpotenza, qualche cautela in più avrebbe certamente giovato. Almeno, non avrebbe imbarazzato i vertici dei carabinieri (il generale Roberto Ricciardi, raggiunto da Repubblica, ha subito riconosciuto che la foto è «intollerabile», mentre il comando generale s'è visto costretto ad avviare un'indagine interna, cui probabilmente seguirà quella della Procura). E non avrebbe alimentato le speculazioni politiche di chi cerca la «Guantanamo» romana. Invece, a scatto diffuso, Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, si è espressa sulla vicenda. E, pur manifestando solidarietà alla famiglia di Cerciello Rega, sulla foto di Natale Hjorth ha detto: «Queste sono cose che non devono accadere». Il suo avvocato, Fabio Anselmo, ha rincarato la dose: «Uno Stato vero», ha commentato, «deve proteggere gli operatori delle forze dell'ordine ma anche garantire chiunque, qualunque cosa abbia commesso». È intervenuta anche la madre di Federico Aldrovandi, il ragazzo morto nel 2005 in seguito a un controllo di polizia: «Legittimo» che l'indiziato «debba essere interrogato, ma perché una benda? Le modalità delle persone fermate, e purtroppo lo sappiamo perché ci siamo passati, può essere pericolosa e illegale». Una frase piuttosto ingenerosa, cui lo scivolone dei carabinieri ha prestato il fianco. Molto netto, nel prendere le parti dell'Arma, è stato invece il ministro dell'Interno, che ha twittato la foto allegando un'eloquente didascalia: «Vittima? L'unica vittima è un uomo, un figlio, un marito, un carabiniere, un servitore della patria». Il cinguettio ha indignato il deputato renziano Luigi Marattin: «Penso che il Paese in cui il ministro dell'Interno esibisce una foto del genere come trofeo per aizzare gli istinti peggiori del popolo non è il Paese in cui sono nato». Renzi, che forse è rimasto a quando gli inquirenti e, di conseguenza, tutti i media, parlavano di due nordafricani ricercati, ha accusato Salvini di far «partire sempre la caccia all'immigrato». E invece, per l'ex premier, «in tutte le vicende più tragiche di questi mesi la costante non è il colore della pelle, ma la droga». Quale sia veramente il punto, però, lo ha ben spiegato il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri: non sarebbe nemmeno giusto se quello che al momento appare come un incidente di percorso, sicuramente da chiarire, ma che non inficia minimamente la professionalità di chi, nell'Arma, è al servizio dello Stato e degli italiani, diventasse il prodromo al ribaltamento della realtà. Che venisse usato per dipingere le vittime come carnefici e i carnefici come vittime: «Su questo episodio della foto dell'indagato», ha osservato Gasparri, «le parole dei vertici dell'Arma sono chiare e definitive. Non vorrei però che questo episodio trasformi questo caso in una inchiesta sui carabinieri. Ricordiamoci che la tragedia e l'atto di efferata criminalità da punire presto e in modo ultra severo è l'omicidio del vicebrigadiere Cerciello. Attenzione a non seminare confusione, perché questo sarebbe intollerabile». Ecco: tolta la benda, Natale Hjorth ha riaperto gli occhi. Il carabiniere eroe non li riaprirà mai più.
Operazioni di soccorso a Osoppo (Udine) la mattina del 7 maggio 1976 (Getty Images)
L’«Orcolat», il mostro mitologico della tradizione popolare carnica, si era risvegliato con tutta la sua ferocia da un lungo sonno durato dal 25 gennaio 1348, l’anno del flagello della peste nera. Quel giorno un devastante sisma con epicentro nella vicina Carinzia colpì il Friuli con una magnitudo di circa 6,6 gradi Richter, che causò gravissimi danni a Gemona, San Daniele, Tolmezzo e Venzone. Altre volte nei secoli quell’essere spaventoso terrorizzò il Friuli: nel 1511, 1690, 1776, 1928 con eventi sismici meno potenti ma non meno terrorizzanti.
Giovedì 6 maggio 1976 alle ore 21:06 quando l’ultima luce del giorno ancora accarezzava i monti, le colline e la pianura friulana, l’«Orcolat» si svegliò di colpo dal suo antro sul monte San Simeone, in Carnia.
Il rilievo che affaccia sull’abitato di Venzone fu l’epicentro di un terremoto della magnitudo di 6,4 gradi Richter che generò una lunga scossa della durata di 59 secondi, in grado di radere al suolo quasi completamente 45 comuni e di danneggiarne gravemente altri 92, seminando morte e distruzione su un’area di oltre 5.000 km/q. Le vittime del sisma del maggio 1976 furono 990, di cui 400 solo a Gemona del Friuli, uno dei simboli del dramma di 50 anni fa. E poi Buja, Venzone, Trasaghis, Osoppo, Artegna, Bordano e tanti altri centri abitati in pochi istanti non esistevano più. I feriti furono 4.000 e Il numero dei sinistrati altrettanto impressionante: oltre 100.000 su un totale di 600.000 persone danneggiate dal sisma. 18.000 le abitazioni colpite. La rete elettrica e quella idrica erano interrotte. Migliaia di persone, soprattutto nei paesi di montagna, rimasero isolate e minacciate dalle frane. Le strade erano interrotte in più punti. La macchina dei soccorsi si mosse subito, grazie anche alla presenza massiccia dell’Esercito nella regione. Le caserme furono immediatamente mobilitate, nonostante i militari fossero stati gravemente colpiti, con 32 soldati morti e 242 feriti nei crolli. Già nella notte tra il 6 e il 7 maggio si mossero verso le zone maggiormente colpite le brigate «Mantova», «Ariete» e «Julia» che con tutti gli uomini e i mezzi a disposizione scavarono disperatamente per cercare di estrarre dalle macerie i vivi e i morti. Le caserme ed i loro magazzini furono aperti e messi a disposizione come primo riparo per i superstiti. Il giorno seguente nelle zone terremotate giunsero il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il premier Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Mentre da tutta Italia affluivano gli aiuti (l’esercito arriverà ed impiegare più di 14.000 uomini) il governo nominò Commissario straordinario per l’emergenza in Friuli il sottosegretario all’Interno, il varesino Giuseppe Zamberletti. Fu sotto la sua supervisione che nacque il cosiddetto «modello Friuli», considerato in seguito come un modello di efficienza nell’assistenza alla popolazione e nella ricostruzione integrale delle zone devastate dal sisma. Zamberletti, che rimase in Friuli per tutta la durata delle operazioni, concepì nel 1976 il principio che negli anni successivi sarà alla base della futura Protezione Civile. Considerata l’efficienza delle amministrazioni locali e dello spirito di resilienza dei friulani che da subito, pur colpiti da lutti e perdite materiali, si misero al lavoro, il commissario organizzò un sistema gestionale che prevedeva un organico misto tra istituzioni locali (i sindaci e le associazioni) e militari. Per la prima volta le forze armate vennero messe ai comandi delle amministrazioni civili, con il merito di aumentare l’efficienza dei soccorsi e la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni e delle forze armate. Zamberletti, sentiti i sindaci e le rappresentanze civili, capì che i friulani volevano ricostruire ciò che avevano perso esattamente com’era prima del sisma e negli stessi luoghi, evitando la costruzione di nuovi comuni in pianura come avvenuto pochi anni prima in occasione del sisma del Belice. Quando gli americani, che inviarono subito aiuti materiali dalla vicina base di Aviano, offrirono finanziamenti per circa 100 milioni di dollari, Zamberletti ne affidò la gestione all’Associazione Nazionale Alpini, come garanzia di onestà morale di una realtà profondamente radicata e amata dai friulani. Gli Alpini in congedo affluirono come volontari da tutta Italia, organizzando da subito una febbrile opera di ricostruzione con la costituzione di 11 cantieri, coordinati da un ingegnere o da un geometra, ognuno formato da circa 100 persone. Tutte le industrie locali misero a disposizione uomini e materiali che andarono ad alimentare le risorse già attivate dall’Esercito.
Nei tre mesi successivi, mentre erano ancora in atto le operazioni di sgombero e messa in sicurezza di abitazioni e infrastrutture, dalle tendopoli i friulani cominciavano a credere in un rapido ritorno alla normalità. Le speranze furono bruscamente interrotte il 15 settembre 1976 quando un violento sciame sismico colpì nuovamente generando altre vittime e altri crolli. Il nuovo sisma generò un esodo della popolazione che generò un’emergenza nell’emergenza. Zamberletti e i vertici delle autorità preposte al soccorso si trovarono in gravi difficoltà nella gestione dello sfollamento. Fu in questa occasione che il commissario e sottosegretario della Dc prese alcune decisioni radicali, che per sua stessa ammissione misero a rischio la sua figura all’interno del governo e del partito. Per fare rapidamente fronte alla seconda emergenza relativa allo sgombero della popolazione di giovani e anziani, visto anche l’avvicinarsi della stagione fredda, Zamberletti ordinò la requisizione di abitazioni e di roulottes per poter dare rifugio a chi non poteva rientrare nella propria casa, dando garanzie di restituzione ed eventuale risarcimento che fecero temere un’emorragia di voti nella Dc. L’appello ebbe successo e 15.000 caravan giunsero in breve tempo nei luoghi sinistrati, per poter accogliere chi doveva restare per non paralizzare il lavoro soprattutto nei campi. Ancora una volta i militari furono decisivi per la riuscita delle operazioni. In particolare grazie al generale Giovanni De Acutis, allora comandante della Brigata alpina «Julia», che fu decisivo nella logistica per il trasferimento dei terremotati nelle zone del litorale friulano, dove le temperature erano più miti. Ad una diffidenza iniziale di fronte ai mezzi offerti dal commissario all’emergenza, alla vista delle penne nere le famiglie di montagna si affidarono senza esitazione, salendo sui pullman per raggiungere le località di sfollamento.
La ricostruzione dei paesi fu il fiore all’occhiello della determinazione e della forza dei friulani. Come dichiarato fermamente fin dai primi giorni dopo il sisma del 6 maggio 1976, gli abitanti rifiutarono lo spostamento in centri abitati ricostruiti ex novo in luoghi diversi. Tutto avrebbe dovuto essere ricostruito «com’era, dov’era». Zamberletti e le autorità assecondarono il desiderio, appoggiando una difficile ricostruzione tecnicamente chiamata «anastilosi». In termini semplificati, si trattava di una meticolosa operazione di catalogazione delle macerie, applicata alle abitazioni storiche e alle chiese prevalentemente in pietra che, una volta numerate, furono riposizionate singolarmente nella stessa posizione precedente il crollo. Uno degli esempi più significativi fu la ricostruzione del duomo di Venzone, le cui macerie furono stese sul letto del fiume Tagliamento e numerate ad una ad una.
L’opera di ricostruzione dei comuni proseguì per un decennio sotto la supervisione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia dopo il termine del mandato a Giuseppe Zamberletti, che, per la sua opera e per il successivo ruolo nella costituzione della Protezione Civile, sarà insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito nel 1996. Il commissario straordinario è ancora oggi ricordato con gratitudine dai friulani, assieme agli Alpini in armi e in congedo che in quei drammatici mesi di 50 anni fa aiutarono la popolazione a sconfiggere l’«Orcolat», cancellando le ferite del terremoto con il lavoro e la dignità caratteristiche di quel popolo che, soffocando il dolore, dimostrò in silenzio un amore sconfinato per la propria terra, sapendo ringraziare per sempre chi venne per aiutare.
In una frase, coniata in quei giorni dal prete e linguista don Francesco Placereani, sta tutta la determinazione dei friulani dimostrata nell’affrontare la catastrofe del 1976: «Il Friûl al à di vignî fûr dal taramot pal cjâf, no pai pîts» («Il Friuli deve venir fuori dal terremoto con la testa, non con i piedi»). E così è stato.
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