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2019-07-29
La difesa dei cocainomani americani: «Pensavamo fosse uno spacciatore»
Ansa
Una folla composta, oltre all'inconsolabile moglie, i familiari, gli amici, ha dato ieri l'ultimo saluto nella camera ardente nella cappella di piazza Monte della Pietà, a Roma, al vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, morto per l'emorragia causata da 11 coltellate quasi certamente inferte da Elder Finnegan Lee, americano di 19 anni che avrebbe confessato di essere l'autore dell'aggressione avvenuta giovedì notte a Trastevere, quartiere romano della movida. È quanto emerso dall'autopsia: sarebbero stati inferti 11 colpi, il primo avrebbe raggiunto il carabiniere al cuore, non dandogli la possibilità di difendersi. Tanto che sul corpo non ci sarebbero altri segni di colluttazione. Pare sia stato usato un serramanico simile al tipo in dotazione al corpo dei Marine.
Sempre ieri i carabinieri hanno individuato il pusher che ha venduto aspirina al posto della droga a Elder e al suo amico Gabriel Hjorth. Si tratterebbe di un italiano, ora indagato per reati di droga al pari di Sergio Brugiatelli, 45 anni. Quest'ultimo è il tramite, l'uomo derubato dello zainetto che giovedì sera chiamò il 112. A quanto ricostruito, Brugiatelli accompagnò personalmente i ragazzi dal pusher. Intanto, come sollecitato dalla Procura, il gip di Roma, Chiara Gallo, ha convalidato il fermo di Elder Finnegan Lee e Christian Gabriel Natale Hjort, per l'uccisione di Cerciello Rega. I ragazzi, cittadini americani di San Francisco, in vacanza da una settimana nella Capitale, sono accusati di concorso in omicidio e tentata estorsione. Nell'ambito dell'inchiesta che sta celermente ricostruendo i fatti è stato diffuso anche l'audio delle due telefonate tra Brugiatelli e i carabinieri. Nella chiamata l'uomo dice che deve denunciare il furto del suo zainetto, con soldi e documenti, e che i due che glielo hanno rubato, scappati a piedi, pretendono soldi per restituirlo. Il carabiniere del centralino chiede dettagli sul riscatto, e parla della possibilità di inviare dei colleghi in borghese. Brugiatelli non fa alcun riferimento, però, al fatto di avere conosciuto prima quei due ragazzi, né al fatto di averli accompagnati da uno spacciatore, e nemmeno alla truffa dietro al furto del borsello: gli americani avevano pagato 80 euro per della cocaina, ricevendo in cambio aspirina sbriciolata. Durante la compravendita, però, sono stati circondati da altre 6-7 persone e ne è nata una zuffa, finché i due americani sono scappati via portandosi dietro la borsa di Brugiatelli. Il quale è anche responsabile della confusione iniziale sulla nazionalità dei due giovani. L'uomo, infatti, una volta interrogato avrebbe ammesso di aver dichiarato che i due sospettati erano magrebini allo scopo di depistare i militari, per paura della reazione degli statunitensi cui aveva «tirato il pacco». Era consapevole, quindi, della pericolosità del duo, confermata non solo dal furto dello zaino ma anche delle 11 coltellate. Peraltro tali indicazioni hanno influenzato anche la testimonianza del secondo carabiniere, Andrea Varriale, che ha effettivamente fatto cenno a nordafricani. Tuttavia era buio, i ragazzi avevano il cappuccio sulla testa e il momento era piuttosto concitato.
Quanto all'incontro tra i due californiani e i carabinieri, Elder Lee avrebbe scambiato Cerciello con il pusher che lo avrebbe truffato, giustificando quindi l'aggressione con una sorta di incomprensione: «Non parlo italiano». Per la verità, proprio dagli Usa cominciano ad arrivare ritratti foschi dei ragazzi. Elder Lee sarebbe il più benestante e avrebbe raggiunto Gabriel Hjorth, 18 anni, già in vacanza a Roma, perché ha una parente a Fiumicino: proprio per questo conosce qualche parola di italiano. Di Gabriel, detto Gabe, parla una ex compagna di classe all'emittente americana Abc 7 news: «Quando è sotto l'effetto della droga è matto, ha molta rabbia. È noto qui per essere uno spacciatore». Secondo la giovane, inoltre, «si spinge dove vuole perché pensa di potersela cavare sempre con tutto».
Elder Lee invece viene definito da un'amica di famiglia come «un ragazzo normale: non l'ho mai visto così violento. Non ho mai visto nulla che portasse a credere che sarebbe potuta succedere una cosa del genere. Lo conosco da quando è nato, il ragazzo più carino, uno dei vicini più carini». Non tutti la pensano così, però. Altri due vicini di casa alla tv locale Kpix lo definiscono un «piantagrane» visto più volte ubriaco. «Si è sempre saputo che fosse un cattivo ragazzo», ha raccontato un ex compagno di scuola, Tommy Flynn, «Si cacciava in storie in cui non vorresti che i tuoi figli si cacciassero. Era noto per avere il carattere di un delinquente». Ma ieri sono arrivate anche le condoglianze dalla famiglia di Elder Lee: «Siamo scioccati. Esprimiamo le più profonde condoglianze alla famiglia del brigadiere Cerciello Rega. Non abbiamo informazioni indipendenti sull'accaduto, non siamo stati in grado di avere comunicazioni con nostro figlio. Chiediamo il rispetto della nostra privacy durante questo momento difficile. I nostri pensieri vanno a coloro che sono stati colpiti da questa tragedia».
Questa mattina, a Somma Vesuviana, la città natale di Mario Cerciello Rega, saranno celebrati i funerali nella chiesa di Santa Croce a Santa Maria del Pozzo, dove 45 giorni fa Mario e Rosa Maria furono uniti in matrimonio.
Sospesa la prof che esultava: «Uno in meno»
«È dolce e dignitoso morire per la patria», scriveva più di 2.000 anni fa il poeta latino Orazio. Non la pensa così, evidentemente, la professoressa Eliana Frontini, docente di storia dell'arte all'istituto Pascale di Romentino (Novara), la quale subito dopo la morte del carabiniere Mario Cerciello Rega così commentava su Facebook: «Uno in meno e chiaramente con sguardo poco intelligente. Non ne sentiremo la mancanza». Uno sfogo indifendibile nei confronti di chi, come il giovane vicebrigadiere dell'Arma, ha dato la propria vita servendo lo Stato. La notizia è che da oggi, con l'avvio del procedimento disciplinare da voluto dal ministro dell'Istruzione Marco Bussetti in persona - e avviato dall'ufficio scolastico regionale del Piemonte - Eliana Frontini è formalmente sospesa dal servizio. Una misura invocata a gran voce da più parti, a cominciare dal nostro quotidiano che proprio ieri, attraverso un editoriale del direttore Maurizio Belpietro, ha richiamato la necessità di rimuovere la docente dall'incarico.
Le scuse della professoressa sono servite a poco. Sulla vicenda, infatti, lo stesso ministro Bussetti è stato categorico: «Non è ammissibile che, di fronte alla morte di un carabiniere, una professoressa si permetta di scrivere “uno di meno". Abbiamo subito proceduto per le sanzioni disciplinari di conseguenza, questo è inammissibile, intollerabile, irrispettoso e vergognoso». Così da oggi per la docente arriva il primo stop, quello relativo al pagamento dello stipendio, in attesa della pronuncia definitiva che con tutta probabilità porterà al licenziamento. Di conseguenza, alla ripresa delle lezioni a settembre, la professoressa Frontini rischia seriamente di non comparire di fronte ai suoi allievi. E proprio gli studenti, dopo la vergognosa uscita della loro docente, sono stati tra i primi a scaricarla. Secondo quanto riporta Repubblica, il rappresentante degli studenti del Pascal ha dichiarato: «Ci allontaniamo da questa assurda dichiarazione. La politica non c'entra nulla, che tu sia di sinistra o di destra è fondamentale il rispetto per le forze dell'ordine. So che la professoressa è già stata denunciata e penso che il licenziamento sarà la conseguenza, in caso contrario faremo le nostre considerazioni». Nel frattempo, ci ha pensato anche l'ordine dei giornalisti del Piemonte - al quale la docente risulta iscritta come pubblicista dal 1996 - a prendere le distanze dall'accaduto: «Il suo è un commento indegno a maggior ragione per chi è iscritto a un albo professionale, con delle scuse che assomigliano a lacrime di coccodrillo».
A quanto pare, tuttavia, la Frontini sarebbe tutt'altro che nuova in tema di insulti al personale in divisa. È stata Maria Giovanna Maglie, con una lettera a Dagospia, a mettere in luce un post pubblicato su Facebook da Aldo Arena, agente di polizia penitenziaria di Novara: «Ho conosciuto questa persona circa un anno fa! Appena finito il turno di servizio sono passato a prendere la mia compagna dal lavoro, e prima di tornare a casa ci siamo fermati in un supermercato di Novara per fare un po' di spesa!». Circostanza nella quale, come precisa lo stesso Arena, questi portava ancora l'uniforme e l'arma di ordinanza. «Ad un certo punto sentivo dietro di me questa persona borbottare con il figlio dicendo: ma che schifo è questo, come si fa ad andare in giro cosi è una vergogna e altre frasi simili. Quindi mi sono girato e ho chiesto: “Signora ma c'è qualche problema?". E lei mi ha aggredito verbalmente dicendomi che non potevo andare in giro in quel modo». Solo dopo aver ricevuto le scuse del responsabile del punto vendita, Arena avrebbe capito di avere a che fare con una professoressa: «E questi dovrebbero insegnare ai nostri e vostri figli il rispetto delle leggi dello stato o l'educazione? Poi ci lamentiamo che i ragazzi di oggi non hanno nessun rispetto! Non ho più parole». Nel caso anche questa vicenda fosse confermata, creerebbe un preoccupante precedente sul curriculum della professoressa Frontini.
Una foto scatena la sindrome di Guantanamo
Ammanettato con le mani dietro la schiena, il capo chinato, gli occhi bendati da una sciarpa. Così appare Gabriel Christian Natale Hjorth, il diciottenne californiano accusato di concorso nell'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, nella foto che lo ritrae nella caserma di Roma, in via in Selci, in uno degli uffici del reparto investigativo dei carabinieri. Da quanto risulta alla Verità, l'immagine sarebbe stata scattata da carabinieri di grado basso (il responsabile sarebbe stato già trasferito ad altro incarico) e avrebbe iniziato a circolare in una chat, per poi finire sui giornali. A cominciare da Repubblica, che ieri ha giustificato la scelta di pubblicarla per denunciare «il contesto emotivamente stravolto in cui un indiziato di reato è stato fermato e l'effetto a catena che ha prodotto». Ovvero, il preteso legame tra i tweet sui «lavori forzati» di Matteo Salvini e la perdita di «ogni diritto di habeas corpus» patita da Natale Hjorth. Come se, con i suoi cinguettii, Salvini avesse istigato i carabinieri a sospendere lo Stato di diritto.
Una tesi un po' ardita. Nondimeno, l'immagine dell'indiziato, in evidente stato di prostrazione, può servire un assist ai difensori dei due ragazzi americani. Il giovane accusato di aver sferrato le 11 coltellate a Cerciello Rega, il diciannovenne Elder Finnegan Lee, ha confessato agli inquirenti l'omicidio, ma davanti al gip si è avvalso della facoltà di non rispondere. Anche solo il sospetto che gli interrogatori possano essersi svolti in condizioni tali da intimidire i presunti assassini offrirebbe un insperato appiglio ai legali degli statunitensi. Non a caso, la foto è finita sulla Cnn e il New York Times ha già rievocato l'odissea giudiziaria di Amanda Knox. Potrebbe nascere pure un incidente diplomatico, mentre l'ambasciata americana si muove - come da prassi - per assistere gli indagati. In sintesi: è comprensibile che l'Arma abbia fatto di tutto per inchiodare il prima possibile i presunti responsabili dell'assassinio del vicebrigadiere; trattandosi però di una situazione ingarbugliata, che vede coinvolti due cittadini di una superpotenza, qualche cautela in più avrebbe certamente giovato. Almeno, non avrebbe imbarazzato i vertici dei carabinieri (il generale Roberto Ricciardi, raggiunto da Repubblica, ha subito riconosciuto che la foto è «intollerabile», mentre il comando generale s'è visto costretto ad avviare un'indagine interna, cui probabilmente seguirà quella della Procura). E non avrebbe alimentato le speculazioni politiche di chi cerca la «Guantanamo» romana.
Invece, a scatto diffuso, Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, si è espressa sulla vicenda. E, pur manifestando solidarietà alla famiglia di Cerciello Rega, sulla foto di Natale Hjorth ha detto: «Queste sono cose che non devono accadere». Il suo avvocato, Fabio Anselmo, ha rincarato la dose: «Uno Stato vero», ha commentato, «deve proteggere gli operatori delle forze dell'ordine ma anche garantire chiunque, qualunque cosa abbia commesso». È intervenuta anche la madre di Federico Aldrovandi, il ragazzo morto nel 2005 in seguito a un controllo di polizia: «Legittimo» che l'indiziato «debba essere interrogato, ma perché una benda? Le modalità delle persone fermate, e purtroppo lo sappiamo perché ci siamo passati, può essere pericolosa e illegale». Una frase piuttosto ingenerosa, cui lo scivolone dei carabinieri ha prestato il fianco.
Molto netto, nel prendere le parti dell'Arma, è stato invece il ministro dell'Interno, che ha twittato la foto allegando un'eloquente didascalia: «Vittima? L'unica vittima è un uomo, un figlio, un marito, un carabiniere, un servitore della patria». Il cinguettio ha indignato il deputato renziano Luigi Marattin: «Penso che il Paese in cui il ministro dell'Interno esibisce una foto del genere come trofeo per aizzare gli istinti peggiori del popolo non è il Paese in cui sono nato».
Renzi, che forse è rimasto a quando gli inquirenti e, di conseguenza, tutti i media, parlavano di due nordafricani ricercati, ha accusato Salvini di far «partire sempre la caccia all'immigrato». E invece, per l'ex premier, «in tutte le vicende più tragiche di questi mesi la costante non è il colore della pelle, ma la droga».
Quale sia veramente il punto, però, lo ha ben spiegato il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri: non sarebbe nemmeno giusto se quello che al momento appare come un incidente di percorso, sicuramente da chiarire, ma che non inficia minimamente la professionalità di chi, nell'Arma, è al servizio dello Stato e degli italiani, diventasse il prodromo al ribaltamento della realtà. Che venisse usato per dipingere le vittime come carnefici e i carnefici come vittime: «Su questo episodio della foto dell'indagato», ha osservato Gasparri, «le parole dei vertici dell'Arma sono chiare e definitive. Non vorrei però che questo episodio trasformi questo caso in una inchiesta sui carabinieri. Ricordiamoci che la tragedia e l'atto di efferata criminalità da punire presto e in modo ultra severo è l'omicidio del vicebrigadiere Cerciello. Attenzione a non seminare confusione, perché questo sarebbe intollerabile». Ecco: tolta la benda, Natale Hjorth ha riaperto gli occhi. Il carabiniere eroe non li riaprirà mai più.
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I due turisti sostengono di aver attaccato il carabiniere in borghese per sbaglio: «Non capiamo l'italiano». La telefonata al 112 dell'uomo che indicò loro il pusher: «Venite, vogliono soldi per ridarmi la mia borsa». Sospesa la prof che esultava: «Uno in meno». Eliana Frontini ora rischia il licenziamento. È anche giornalista, l'ordine promette: «Ne dovrà rispondere». Una foto scatena la sindrome di Guantanamo. In caserma i militari hanno fasciato gli occhi a uno dei fermati, e qualcuno ha scattato un'immagine che è stata divulgata. I vertici dell'Arma rimuovono il responsabile e sarà avviata un'inchiesta. La sinistra parla di brutalità e incolpa Matteo Savini. Lo speciale comprende tre articoli. Una folla composta, oltre all'inconsolabile moglie, i familiari, gli amici, ha dato ieri l'ultimo saluto nella camera ardente nella cappella di piazza Monte della Pietà, a Roma, al vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, morto per l'emorragia causata da 11 coltellate quasi certamente inferte da Elder Finnegan Lee, americano di 19 anni che avrebbe confessato di essere l'autore dell'aggressione avvenuta giovedì notte a Trastevere, quartiere romano della movida. È quanto emerso dall'autopsia: sarebbero stati inferti 11 colpi, il primo avrebbe raggiunto il carabiniere al cuore, non dandogli la possibilità di difendersi. Tanto che sul corpo non ci sarebbero altri segni di colluttazione. Pare sia stato usato un serramanico simile al tipo in dotazione al corpo dei Marine. Sempre ieri i carabinieri hanno individuato il pusher che ha venduto aspirina al posto della droga a Elder e al suo amico Gabriel Hjorth. Si tratterebbe di un italiano, ora indagato per reati di droga al pari di Sergio Brugiatelli, 45 anni. Quest'ultimo è il tramite, l'uomo derubato dello zainetto che giovedì sera chiamò il 112. A quanto ricostruito, Brugiatelli accompagnò personalmente i ragazzi dal pusher. Intanto, come sollecitato dalla Procura, il gip di Roma, Chiara Gallo, ha convalidato il fermo di Elder Finnegan Lee e Christian Gabriel Natale Hjort, per l'uccisione di Cerciello Rega. I ragazzi, cittadini americani di San Francisco, in vacanza da una settimana nella Capitale, sono accusati di concorso in omicidio e tentata estorsione. Nell'ambito dell'inchiesta che sta celermente ricostruendo i fatti è stato diffuso anche l'audio delle due telefonate tra Brugiatelli e i carabinieri. Nella chiamata l'uomo dice che deve denunciare il furto del suo zainetto, con soldi e documenti, e che i due che glielo hanno rubato, scappati a piedi, pretendono soldi per restituirlo. Il carabiniere del centralino chiede dettagli sul riscatto, e parla della possibilità di inviare dei colleghi in borghese. Brugiatelli non fa alcun riferimento, però, al fatto di avere conosciuto prima quei due ragazzi, né al fatto di averli accompagnati da uno spacciatore, e nemmeno alla truffa dietro al furto del borsello: gli americani avevano pagato 80 euro per della cocaina, ricevendo in cambio aspirina sbriciolata. Durante la compravendita, però, sono stati circondati da altre 6-7 persone e ne è nata una zuffa, finché i due americani sono scappati via portandosi dietro la borsa di Brugiatelli. Il quale è anche responsabile della confusione iniziale sulla nazionalità dei due giovani. L'uomo, infatti, una volta interrogato avrebbe ammesso di aver dichiarato che i due sospettati erano magrebini allo scopo di depistare i militari, per paura della reazione degli statunitensi cui aveva «tirato il pacco». Era consapevole, quindi, della pericolosità del duo, confermata non solo dal furto dello zaino ma anche delle 11 coltellate. Peraltro tali indicazioni hanno influenzato anche la testimonianza del secondo carabiniere, Andrea Varriale, che ha effettivamente fatto cenno a nordafricani. Tuttavia era buio, i ragazzi avevano il cappuccio sulla testa e il momento era piuttosto concitato. Quanto all'incontro tra i due californiani e i carabinieri, Elder Lee avrebbe scambiato Cerciello con il pusher che lo avrebbe truffato, giustificando quindi l'aggressione con una sorta di incomprensione: «Non parlo italiano». Per la verità, proprio dagli Usa cominciano ad arrivare ritratti foschi dei ragazzi. Elder Lee sarebbe il più benestante e avrebbe raggiunto Gabriel Hjorth, 18 anni, già in vacanza a Roma, perché ha una parente a Fiumicino: proprio per questo conosce qualche parola di italiano. Di Gabriel, detto Gabe, parla una ex compagna di classe all'emittente americana Abc 7 news: «Quando è sotto l'effetto della droga è matto, ha molta rabbia. È noto qui per essere uno spacciatore». Secondo la giovane, inoltre, «si spinge dove vuole perché pensa di potersela cavare sempre con tutto». Elder Lee invece viene definito da un'amica di famiglia come «un ragazzo normale: non l'ho mai visto così violento. Non ho mai visto nulla che portasse a credere che sarebbe potuta succedere una cosa del genere. Lo conosco da quando è nato, il ragazzo più carino, uno dei vicini più carini». Non tutti la pensano così, però. Altri due vicini di casa alla tv locale Kpix lo definiscono un «piantagrane» visto più volte ubriaco. «Si è sempre saputo che fosse un cattivo ragazzo», ha raccontato un ex compagno di scuola, Tommy Flynn, «Si cacciava in storie in cui non vorresti che i tuoi figli si cacciassero. Era noto per avere il carattere di un delinquente». Ma ieri sono arrivate anche le condoglianze dalla famiglia di Elder Lee: «Siamo scioccati. Esprimiamo le più profonde condoglianze alla famiglia del brigadiere Cerciello Rega. Non abbiamo informazioni indipendenti sull'accaduto, non siamo stati in grado di avere comunicazioni con nostro figlio. Chiediamo il rispetto della nostra privacy durante questo momento difficile. I nostri pensieri vanno a coloro che sono stati colpiti da questa tragedia». Questa mattina, a Somma Vesuviana, la città natale di Mario Cerciello Rega, saranno celebrati i funerali nella chiesa di Santa Croce a Santa Maria del Pozzo, dove 45 giorni fa Mario e Rosa Maria furono uniti in matrimonio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-difesa-dei-cocainomani-americani-pensavamo-fosse-uno-spacciatore-2639423737.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sospesa-la-prof-che-esultava-uno-in-meno" data-post-id="2639423737" data-published-at="1774064850" data-use-pagination="False"> Sospesa la prof che esultava: «Uno in meno» «È dolce e dignitoso morire per la patria», scriveva più di 2.000 anni fa il poeta latino Orazio. Non la pensa così, evidentemente, la professoressa Eliana Frontini, docente di storia dell'arte all'istituto Pascale di Romentino (Novara), la quale subito dopo la morte del carabiniere Mario Cerciello Rega così commentava su Facebook: «Uno in meno e chiaramente con sguardo poco intelligente. Non ne sentiremo la mancanza». Uno sfogo indifendibile nei confronti di chi, come il giovane vicebrigadiere dell'Arma, ha dato la propria vita servendo lo Stato. La notizia è che da oggi, con l'avvio del procedimento disciplinare da voluto dal ministro dell'Istruzione Marco Bussetti in persona - e avviato dall'ufficio scolastico regionale del Piemonte - Eliana Frontini è formalmente sospesa dal servizio. Una misura invocata a gran voce da più parti, a cominciare dal nostro quotidiano che proprio ieri, attraverso un editoriale del direttore Maurizio Belpietro, ha richiamato la necessità di rimuovere la docente dall'incarico. Le scuse della professoressa sono servite a poco. Sulla vicenda, infatti, lo stesso ministro Bussetti è stato categorico: «Non è ammissibile che, di fronte alla morte di un carabiniere, una professoressa si permetta di scrivere “uno di meno". Abbiamo subito proceduto per le sanzioni disciplinari di conseguenza, questo è inammissibile, intollerabile, irrispettoso e vergognoso». Così da oggi per la docente arriva il primo stop, quello relativo al pagamento dello stipendio, in attesa della pronuncia definitiva che con tutta probabilità porterà al licenziamento. Di conseguenza, alla ripresa delle lezioni a settembre, la professoressa Frontini rischia seriamente di non comparire di fronte ai suoi allievi. E proprio gli studenti, dopo la vergognosa uscita della loro docente, sono stati tra i primi a scaricarla. Secondo quanto riporta Repubblica, il rappresentante degli studenti del Pascal ha dichiarato: «Ci allontaniamo da questa assurda dichiarazione. La politica non c'entra nulla, che tu sia di sinistra o di destra è fondamentale il rispetto per le forze dell'ordine. So che la professoressa è già stata denunciata e penso che il licenziamento sarà la conseguenza, in caso contrario faremo le nostre considerazioni». Nel frattempo, ci ha pensato anche l'ordine dei giornalisti del Piemonte - al quale la docente risulta iscritta come pubblicista dal 1996 - a prendere le distanze dall'accaduto: «Il suo è un commento indegno a maggior ragione per chi è iscritto a un albo professionale, con delle scuse che assomigliano a lacrime di coccodrillo». A quanto pare, tuttavia, la Frontini sarebbe tutt'altro che nuova in tema di insulti al personale in divisa. È stata Maria Giovanna Maglie, con una lettera a Dagospia, a mettere in luce un post pubblicato su Facebook da Aldo Arena, agente di polizia penitenziaria di Novara: «Ho conosciuto questa persona circa un anno fa! Appena finito il turno di servizio sono passato a prendere la mia compagna dal lavoro, e prima di tornare a casa ci siamo fermati in un supermercato di Novara per fare un po' di spesa!». Circostanza nella quale, come precisa lo stesso Arena, questi portava ancora l'uniforme e l'arma di ordinanza. «Ad un certo punto sentivo dietro di me questa persona borbottare con il figlio dicendo: ma che schifo è questo, come si fa ad andare in giro cosi è una vergogna e altre frasi simili. Quindi mi sono girato e ho chiesto: “Signora ma c'è qualche problema?". E lei mi ha aggredito verbalmente dicendomi che non potevo andare in giro in quel modo». Solo dopo aver ricevuto le scuse del responsabile del punto vendita, Arena avrebbe capito di avere a che fare con una professoressa: «E questi dovrebbero insegnare ai nostri e vostri figli il rispetto delle leggi dello stato o l'educazione? Poi ci lamentiamo che i ragazzi di oggi non hanno nessun rispetto! Non ho più parole». Nel caso anche questa vicenda fosse confermata, creerebbe un preoccupante precedente sul curriculum della professoressa Frontini. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-difesa-dei-cocainomani-americani-pensavamo-fosse-uno-spacciatore-2639423737.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="una-foto-scatena-la-sindrome-di-guantanamo" data-post-id="2639423737" data-published-at="1774064850" data-use-pagination="False"> Una foto scatena la sindrome di Guantanamo Ammanettato con le mani dietro la schiena, il capo chinato, gli occhi bendati da una sciarpa. Così appare Gabriel Christian Natale Hjorth, il diciottenne californiano accusato di concorso nell'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, nella foto che lo ritrae nella caserma di Roma, in via in Selci, in uno degli uffici del reparto investigativo dei carabinieri. Da quanto risulta alla Verità, l'immagine sarebbe stata scattata da carabinieri di grado basso (il responsabile sarebbe stato già trasferito ad altro incarico) e avrebbe iniziato a circolare in una chat, per poi finire sui giornali. A cominciare da Repubblica, che ieri ha giustificato la scelta di pubblicarla per denunciare «il contesto emotivamente stravolto in cui un indiziato di reato è stato fermato e l'effetto a catena che ha prodotto». Ovvero, il preteso legame tra i tweet sui «lavori forzati» di Matteo Salvini e la perdita di «ogni diritto di habeas corpus» patita da Natale Hjorth. Come se, con i suoi cinguettii, Salvini avesse istigato i carabinieri a sospendere lo Stato di diritto. Una tesi un po' ardita. Nondimeno, l'immagine dell'indiziato, in evidente stato di prostrazione, può servire un assist ai difensori dei due ragazzi americani. Il giovane accusato di aver sferrato le 11 coltellate a Cerciello Rega, il diciannovenne Elder Finnegan Lee, ha confessato agli inquirenti l'omicidio, ma davanti al gip si è avvalso della facoltà di non rispondere. Anche solo il sospetto che gli interrogatori possano essersi svolti in condizioni tali da intimidire i presunti assassini offrirebbe un insperato appiglio ai legali degli statunitensi. Non a caso, la foto è finita sulla Cnn e il New York Times ha già rievocato l'odissea giudiziaria di Amanda Knox. Potrebbe nascere pure un incidente diplomatico, mentre l'ambasciata americana si muove - come da prassi - per assistere gli indagati. In sintesi: è comprensibile che l'Arma abbia fatto di tutto per inchiodare il prima possibile i presunti responsabili dell'assassinio del vicebrigadiere; trattandosi però di una situazione ingarbugliata, che vede coinvolti due cittadini di una superpotenza, qualche cautela in più avrebbe certamente giovato. Almeno, non avrebbe imbarazzato i vertici dei carabinieri (il generale Roberto Ricciardi, raggiunto da Repubblica, ha subito riconosciuto che la foto è «intollerabile», mentre il comando generale s'è visto costretto ad avviare un'indagine interna, cui probabilmente seguirà quella della Procura). E non avrebbe alimentato le speculazioni politiche di chi cerca la «Guantanamo» romana. Invece, a scatto diffuso, Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, si è espressa sulla vicenda. E, pur manifestando solidarietà alla famiglia di Cerciello Rega, sulla foto di Natale Hjorth ha detto: «Queste sono cose che non devono accadere». Il suo avvocato, Fabio Anselmo, ha rincarato la dose: «Uno Stato vero», ha commentato, «deve proteggere gli operatori delle forze dell'ordine ma anche garantire chiunque, qualunque cosa abbia commesso». È intervenuta anche la madre di Federico Aldrovandi, il ragazzo morto nel 2005 in seguito a un controllo di polizia: «Legittimo» che l'indiziato «debba essere interrogato, ma perché una benda? Le modalità delle persone fermate, e purtroppo lo sappiamo perché ci siamo passati, può essere pericolosa e illegale». Una frase piuttosto ingenerosa, cui lo scivolone dei carabinieri ha prestato il fianco. Molto netto, nel prendere le parti dell'Arma, è stato invece il ministro dell'Interno, che ha twittato la foto allegando un'eloquente didascalia: «Vittima? L'unica vittima è un uomo, un figlio, un marito, un carabiniere, un servitore della patria». Il cinguettio ha indignato il deputato renziano Luigi Marattin: «Penso che il Paese in cui il ministro dell'Interno esibisce una foto del genere come trofeo per aizzare gli istinti peggiori del popolo non è il Paese in cui sono nato». Renzi, che forse è rimasto a quando gli inquirenti e, di conseguenza, tutti i media, parlavano di due nordafricani ricercati, ha accusato Salvini di far «partire sempre la caccia all'immigrato». E invece, per l'ex premier, «in tutte le vicende più tragiche di questi mesi la costante non è il colore della pelle, ma la droga». Quale sia veramente il punto, però, lo ha ben spiegato il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri: non sarebbe nemmeno giusto se quello che al momento appare come un incidente di percorso, sicuramente da chiarire, ma che non inficia minimamente la professionalità di chi, nell'Arma, è al servizio dello Stato e degli italiani, diventasse il prodromo al ribaltamento della realtà. Che venisse usato per dipingere le vittime come carnefici e i carnefici come vittime: «Su questo episodio della foto dell'indagato», ha osservato Gasparri, «le parole dei vertici dell'Arma sono chiare e definitive. Non vorrei però che questo episodio trasformi questo caso in una inchiesta sui carabinieri. Ricordiamoci che la tragedia e l'atto di efferata criminalità da punire presto e in modo ultra severo è l'omicidio del vicebrigadiere Cerciello. Attenzione a non seminare confusione, perché questo sarebbe intollerabile». Ecco: tolta la benda, Natale Hjorth ha riaperto gli occhi. Il carabiniere eroe non li riaprirà mai più.
Chuck Norris (Ansa)
Parliamo della cosiddetta «America profonda», generosa e al tempo stesso prepotente, devota alle libertà individuali e pervasa da un senso spiccio della giustizia, cultrice della proprietà privata e sostenitrice del diritto di ogni cittadino a girare armato. Con la trentina di film da lui interpretati e i quasi 200 episodi - tra il 1993 e il 2001 - della celebre serie televisiva Walker Texas Ranger, Chuck (Carlos Ray all’anagrafe) Norris ha realizzato numerose imprese, la principale delle quali, appunto, è quella di avere rafforzato l’egemonia statunitense nell’immaginario globale portando nel contemporaneo la figura sempiterna del cowboy; o meglio ancora dello sceriffo, di colui che si riconosce totalmente nel proprio Paese e nei suoi valori fondanti, nei quali ha una fiducia tale da non essere mai colto da dubbi sulla bontà e sulla portata universale di quei principi e da non conoscere incertezze riguardo a ciò che sia giusto fare e a come si debba agire.
Nato in Oklahoma il 10 marzo del 1940, tre mogli e sette figli (più una figlia, Dina, nata nel 1963 da una relazione extraconiugale), Norris non è stato soltanto un attore ma anche un campione di arti marziali (era cintura nera di svariate discipline tra cui karate, taekwondo e jiu-jitsu brasiliano) e non può quindi essere considerato casuale che la scena più famosa da lui girata al cinema sia quella in cui combatte contro Bruce Lee all’interno del Colosseo (nel film L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente del 1972, diretto dallo stesso Bruce Lee). A suo modo è stato pure un attivista politico, manifestando sempre il proprio supporto al Partito repubblicano e appoggiando da ultimo anche Donald Trump (finendo così per essere scambiato - per motivi di somiglianza fisica - con uno dei partecipanti all’assalto al Campidoglio del 2021).
Dicevamo delle sue tante imprese: essendo uno di quegli attori che, per la loro fisicità e la loro presenza, definiscono i lavori di cui sono protagonisti, facendosi cucire i film addosso da regista e sceneggiatori, si può senz’altro affermare che Norris abbia in qualche modo codificato l’action movie, dato vita al «picchiaduro» prima che divenisse un fortunato genere dei videogiochi, preparato il terreno per suoi famosi epigoni come Steven Seagal, Jean-Claude Van Damme e Dolph Lundgren, ma anche - con pellicole quali Commando Black Tigers (1978), Terrore in città (1982), Una Magnum per McQuade (1983, colonna sonora del compositore romano Francesco De Masi) e Rombo di tuono (1984) - anticipato il Rambo di Sylvester Stallone e il Commando di Arnold Schwarzenegger. Insomma, il tragitto percorso dal walker, dal camminatore, è stato assai movimentato e decisamente lungo, e le orme da lui lasciate sugli schermi sono destinate a rimanere. Piaccia o no.
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«Lucky Luke» (Disney+)
Dal cowboy creato dal fumettista belga Morris (Maurice De Bevere) nel 1946 al debutto su Disney+: la serie live-action prova a ricostruire atmosfere e ironia del fumetto. Tra ambizione visiva e nuove dinamiche narrative, resta la sfida di adattarne lo spirito originale.
L'immagine classica del cowboy, con il cappello a tesa larga a coprire gli occhi furbi e il naso adunco. Lucky Luke, cui Morris in prima battuta cercò di dare un aspetto diverso, tozzo e massiccio, portava stivali e cinturone, le gambe strette e la figura snella. Sparava, più velocemente della propria ombra. Movimenti rapidi, fluidi. Così, prima ancora che il fumettista belga potesse avere il tempo di rendersene conto, diventò un'icona: il cowboy per eccellenza, deputato a scrivere una sorta di canone, cui negli anni a venire si sarebbero rifatti tutti coloro che ambivano a passare per il Far West. Lucky Luke si fece leggenda, lui che era nato per restituire leggerezza alla Francia del dopoguerra. Valicò i confini nazionali e divenne un caso globale, tradotto, venduto, protagonista di decine di fumetti. Oggi, di una serie televisiva.
Lucky Luke, al debutto su Disney+ lunedì 23 marzo, è il primo adattamento live-action della striscia creata da Morris. E, in soli otto episodi, con un impianto scenico mostruoso - nell'accezione migliore che l'aggettivo possa portare con sé - cerca di ritrovarne le atmosfere. L'immensità piena di promesse del Far West, la sua durezza e, pure, il divertimento cui ogni cowboy sembrava aver facile accesso. Lucky Luke, con Alban Lenoir ad interpretarne il protagonista, vorrebbe candidarsi ad essere un western da manuale, costruito per celebrare un personaggio che del genere ha saputo scrivere la storia. E ha saputo farlo con un'ironia tutta europea, dissacrante per quel che all'epoca pareva consentito.Quando Lucky Luke ha fatto la sua prima comparsa, correva l'anno 1946. Il western era statunitense, la prospettiva loro. Morris, però, riuscì in un capolavoro: insinuarsi in quel mondo lontano, sfruttarne l'immaginario e, con un'eleganza tutta francese, farsene beffe. Il risultato fu sorprendente. Lucky Luke sapeva incarnare il cowboy archetipico e, al contempo, ridere dei suoi aspetti più macchiettistici.
Tratto, questo, che ottant'anni più tardi, ha reso complesso e insidioso il lavoro degli sceneggiatori. Se la storia, quella del western, con Calamity Jean e Billy the Kid a popolare le sterpaglie americane, può essere di facile adattamento, altrettanto non può dirsi dell'ironia sottile, maliziosa di Lucky Luke. Un'ironia che gli autori dello show Disney si dice abbiano sperato di stimolare attraverso il confronto con un personaggio femminile.Nei suoi otto episodi, girati per lo più in terra spagnola, la serie vede Lucky Luke farsi carico di Louise, ragazzina la cui madre è scomparsa in circostanze misteriose. Un viaggio lungo li attende, un viaggio che permette loro di scandagliare quei luoghi brulli, incontrando i personaggi - Dalton compresi - che li hanno resi eterni.
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