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2018-06-06
La Corte Ue decide: le nozze gay valgono anche nei Paesi che non le prevedono
ANSA
Da ieri la nozione di coniuge comprende l'unione tra due persone dello stesso sesso. Non solo: il coniuge rimane tale anche se appartiene a uno Stato che non riconosce i matrimoni tra due uomini o tra due donne. La sentenza, che si porterà dietro non poche polemiche, è della Corte di giustizia dell'Unione Europea. E prevede che gli Stati membri, pur essendo liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, non possano ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell'Unione, rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di un Paese non Ue, un diritto di soggiorno sul loro territorio. A presentare il ricorso, alcuni mesi fa, sono stati un cittadino romeno, Relu Adrian Coman, e il suo consorte americano, Robert Clabourn Hamilton. I due, Romania, si erano visti rifiutare il diritto di soggiorno con questa motivazione: la Romania non riconosce i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Le autorità romene avevano quindi respinto la richiesta di soggiorno oltre i tre mesi del signor Hamilton, perché per la legislazione nazionale non poteva essere qualificato come «coniuge» di un cittadino Ue.
Ma Coman e Hamilton, impugnando la decisione, hanno fatto leva sull'esistenza di una discriminazione fondata sull'orientamento sessuale per quanto riguarda l'esercizio del diritto di libera circolazione nell'Ue. La Corte costituzionale romena ha dunque chiesto alla Corte di giustizia dell'Ue se la posizione del signor Hamilton rientrasse nella nozione di «coniuge» e se lo stesso dovesse ottenere di conseguenza la concessione di un diritto di soggiorno permanente in Romania. I giudici della corte di Lussemburgo, rispondendo al quesito, hanno stabilito che la nozione di coniuge, ai sensi delle disposizioni del diritto dell'Unione sulla libertà di soggiorno dei cittadini e dei loro familiari, comprende anche i coniugi dello stesso sesso.
La Corte ha ritenuto, inoltre, che lo stato civile delle persone a cui sono riconducibili le norme relative al matrimonio sia una materia che rientra nella competenza degli Stati membri e che il diritto dell'Ue non pregiudichi questa competenza. Spetta dunque agli Stati membri decidere se prevedere o meno il matrimonio omosessuale. L'indicazione giuridica che deriva dalla decisione, quindi, è questa: gli Stati dell'Ue sono liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, quello che non possono fare è ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell'Unione rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino extracomunitario, un diritto di soggiorno sul loro territorio.
In Italia c'è un precedente che risale al 2012 e che fonda le proprie basi esattamente su questo principio giuridico: il Tribunale di Reggio Emilia aveva riconosciuto il permesso di soggiorno a un giovane uruguayano sposato con un italiano in Spagna, proprio facendo riferimento alla libera circolazione dei cittadini europei e dei loro familiari. Sentenza a cui era seguita poi una circolare del ministero dell'Interno.
Secondo Marco Gattuso, giudice del tribunale di Bologna e fondatore del sito web Articolo 29, specializzato in temi giuridici su famiglia, orientamento sessuale e identità di genere «si tratta di una sentenza che dimostra quanto ormai la strada del matrimonio egualitario per persone dello stesso sesso sia tracciata e non si torni indietro».
Dalla Conferenza episcopale r0mena, però, sottolineano che «il matrimonio è definito come l'unione esclusiva e duratura tra un uomo e una donna al fine di fondare una famiglia e di accompagnare i loro figli al loro sviluppo integrale umano». E infatti, i coniugi dello stesso sesso, anche dopo questa sentenza, avranno la possibilità di ricongiungersi e di circolare liberamente negli Stati ma, almeno al momento, non potranno far trascrivere il loro matrimonio nei Paesi che non lo riconoscono.
C'è un'altra sentenza, anche questa recente (del 14 maggio), nella quale i giudici della corte di Cassazione civile italiana hanno stabilito che «nel caso di matrimonio contratto all'estero da un cittadino italiano con un cittadino straniero dello stesso sesso, l'atto, convertendosi automaticamente in unione civile, non può essere trascritto come matrimonio». I giudici hanno argomentato spiegando che «il limite effettivo al riconoscimento o alla trascrizione di un atto, in ordine ai rapporti di famiglia, è costituito dal complesso dei principi anche di natura valoriale, costituzionale e convenzionale, che, sul fondamento della dignità della persona, della uguaglianza di genere e della non discriminazione tra generi e in relazione all'orientamento sessuale, determinano l'orizzonte non oltrepassabile dell'ordine pubblico internazionale». Insomma, ricongiungimento sì, ma senza matrimonio.
Fabio Amendolara
Roma censura i manifesti contro l’aborto ma quelli Lgbt rimangono
«Non voglio supporto, mi basterebbe smettere di sentirmi invisibile». Suonano paradossali le parole usate da Tiziano Ferro per rispondere al ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, che ha osato dire che le «famiglie gay» non esistono per il semplice motivo che ogni essere umano ha padre e una madre. Al di là di come la si pensi sull'argomento, risulta difficile affermare che l'universo Lgbt sia costretto a vivere in uno stato catacombale. Di fatto è praticamente impossibile aprire la tv o sfogliare un giornale senza essere esposti alle rivendicazioni delle istanze Lgbt. In questi giorni, a Roma, non si può fare a meno di imbattersi nei manifesti del Gay Village 2018, sui quali campeggia una coppia di uomini che si bacia. La campagna promozionale del villaggio della comunità gay capitolina è proposta anche sui bandoni pubblicitari affissi sulle fiancate dei bus Atac (l'azienda di trasporto pubblico romana).
Insomma le iniziative del movimento Lgbt hanno autostrade spianate, mentre nella Capitale non si riconosce lo stesso diritto a chi vuole ricordare che un feto di 11 settimane ha tutti gli organi formati e che l'aborto selettivo è la prima causa di femminicidio in molte parti del mondo. Tutti ricordano infatti la recente rimozione, operata dal Comune di Roma, dei manifesti di Pro Vita e Citizengo, regolarmente affissi e privi di immagini esplicite, violente o lesive di alcuna libertà.
Un gruppo di genitori ha lanciato una petizione sulla piattaforma web Citizengo per la rimozione dei manifesti con il bacio omo, facendo leva sullo stesso regolamento comunale usato per rimuovere i manifesti pro life. «Siamo convinti che il diritto dei genitori di poter liberamente scegliere quando e come parlare ai loro figli di un tema così delicato come l'omosessualità vada tutelato e rispettato», si legge nel testo della petizione, «così come vada rispettata la sensibilità individuale di ogni bambino, soprattutto riguardo a tematiche così importanti e contro l'utilizzo di immagini così esplicite e che possono turbare i più piccoli».
Il mondo pro family passa all'attacco anche in Toscana, dove l'associazione Difesa dei valori Valdarno ha presentato un esposto alla Procura della corte dei Conti di Firenze contro la Regione, i Comuni, le Province che hanno concesso il patrocinio al Toscana Pride. L'associazione, presieduta da Filippo Fiani, ha chiesto di verificare «se i patrocini, anche se gratuiti, che prevedano la partecipazione di assessori e sindaci con fasce e gonfaloni, non siano lesivi del diritto dei cittadini a non sentirsi rappresentati da una manifestazione che chiede la legittimazione della poligamia, la ridefinizione di famiglia, l'adozione per single e coppie di ogni tipo, la legalizzazione dell'utero in affitto e delle pratiche di inseminazione vietate dalla legge 40».
Marco Guerra
Più Ivg e teorie gender per tutti: le grandi priorità del G7 in Canada
In vista del G7 in programma venerdì e sabato in Canada, il governo di casa ha deciso di mettere sul tavolo i problemi che sono in cima alla lista di priorità dell'esecutivo di Justin Trudeau: femminismo, gender e aborto.
Un'agenda ideologica che verrà sostenuta, in particolar modo, dal ministro canadese per lo Sviluppo internazionale, Marie Claude Bibeau. Cosa faccia, nello specifico, un ministro «per lo Sviluppo internazionale» non è già chiaro di per sé: un governo nazionale, in genere, si occupa dello sviluppo del proprio Stato, a quello altrui ci pensano gli altri. Ma evidentemente il Canada di Trudeau ha pretese missionarie. E quali armi metterà in campo, per portare lo sviluppo nel mondo? Presto detto. «Come possiamo trasformare quella che chiamiamo architettura globale dell'assistenza umanitaria e dello sviluppo? Come possiamo portare i nostri partner principali come l'Onu, le Ong e i Paesi locali a intraprendere progetti in un modo che sia trasformativo in materia di gender?», si è chiesta Bibeau, secondo quanto riportato da Cbc News. Poi, per essere più chiara, il ministro ha spiegato di considerare l'aborto «uno strumento per porre fine alla povertà». In realtà l'aborto può al massimo porre fine ai poveri.
E del resto è proprio nei Paesi poveri che questa propaganda abortista imposta dall'Occidente non va giù, come si è visto con le recenti proteste all'Onu di alcune associazioni di donne africane. Insomma, i Paesi in via di sviluppo non intendono seguire i consigli canadesi per «svilupparsi» grazie a pratiche non volute. Eppure, per l'esponente del governo Trudeau, è proprio l'aborto che dà alle donne «il controllo sulle loro vite».
Per capire l'importanza che ha il tema da quelle parti, bisogna ricordare che il governo canadese ha stabilito una politica che stabilisce che i gruppi che fanno richiesta di sussidi per l'occupazione spuntino, nei moduli, anche una casella in cui affermano di sostenere i diritti umani, inclusi i «diritti riproduttivi» della donna. Cioè, in pratica, di dichiararsi pro aborto. Il Canada di Trudeau va così. Si tratta pur sempre del Paese che ha recentemente approvato una modifica del testo dell'inno nazionale, al fine di renderlo «gender neutral»: nella frase «L'amore della patria riempie il cuore dei figli che l'hanno costruita», i «figli» sono stati sostituiti con un generico «tutti noi». Non è un'iniziativa isolata: durante un incontro che Trudeau ha avuto all'università di Edmonton, qualche mese fa, una ragazza ha preso la parola e, nel formulare la sua domanda, ha usato la parola «mankind», cioè «umanità».
Trudeau l'ha interrotta e ha precisato: «Molto meglio dire “Peoplekind", che è più inclusivo». Sebbene la parola «umanità» in inglese sia di genere neutro, contiene la parola «man», uomo, che per Trudeau ha una connotazione sessista. Sarà con questi argomenti e con questi contenuti che, probabilmente, il Canada cercherà di portare lo sviluppo nel mondo.
Fabrizio La Rocca
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I giudici europei hanno esteso la nozione di «coniuge» alle persone dello stesso sesso. E gli Stati membri non potranno opporsi. A Roma Il cartellone pro vita di Citizengo è stato rimosso dal Comune ma sugli autobus della Capitale campeggia lo spot omo. Più gender e aborto al G7 in Canada. Secondo il governo nordamericano, la povertà si batte con le interruzioni di gravidanza. Lo speciale contiene tre articoli Da ieri la nozione di coniuge comprende l'unione tra due persone dello stesso sesso. Non solo: il coniuge rimane tale anche se appartiene a uno Stato che non riconosce i matrimoni tra due uomini o tra due donne. La sentenza, che si porterà dietro non poche polemiche, è della Corte di giustizia dell'Unione Europea. E prevede che gli Stati membri, pur essendo liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, non possano ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell'Unione, rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di un Paese non Ue, un diritto di soggiorno sul loro territorio. A presentare il ricorso, alcuni mesi fa, sono stati un cittadino romeno, Relu Adrian Coman, e il suo consorte americano, Robert Clabourn Hamilton. I due, Romania, si erano visti rifiutare il diritto di soggiorno con questa motivazione: la Romania non riconosce i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Le autorità romene avevano quindi respinto la richiesta di soggiorno oltre i tre mesi del signor Hamilton, perché per la legislazione nazionale non poteva essere qualificato come «coniuge» di un cittadino Ue. Ma Coman e Hamilton, impugnando la decisione, hanno fatto leva sull'esistenza di una discriminazione fondata sull'orientamento sessuale per quanto riguarda l'esercizio del diritto di libera circolazione nell'Ue. La Corte costituzionale romena ha dunque chiesto alla Corte di giustizia dell'Ue se la posizione del signor Hamilton rientrasse nella nozione di «coniuge» e se lo stesso dovesse ottenere di conseguenza la concessione di un diritto di soggiorno permanente in Romania. I giudici della corte di Lussemburgo, rispondendo al quesito, hanno stabilito che la nozione di coniuge, ai sensi delle disposizioni del diritto dell'Unione sulla libertà di soggiorno dei cittadini e dei loro familiari, comprende anche i coniugi dello stesso sesso. La Corte ha ritenuto, inoltre, che lo stato civile delle persone a cui sono riconducibili le norme relative al matrimonio sia una materia che rientra nella competenza degli Stati membri e che il diritto dell'Ue non pregiudichi questa competenza. Spetta dunque agli Stati membri decidere se prevedere o meno il matrimonio omosessuale. L'indicazione giuridica che deriva dalla decisione, quindi, è questa: gli Stati dell'Ue sono liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, quello che non possono fare è ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell'Unione rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino extracomunitario, un diritto di soggiorno sul loro territorio. In Italia c'è un precedente che risale al 2012 e che fonda le proprie basi esattamente su questo principio giuridico: il Tribunale di Reggio Emilia aveva riconosciuto il permesso di soggiorno a un giovane uruguayano sposato con un italiano in Spagna, proprio facendo riferimento alla libera circolazione dei cittadini europei e dei loro familiari. Sentenza a cui era seguita poi una circolare del ministero dell'Interno. Secondo Marco Gattuso, giudice del tribunale di Bologna e fondatore del sito web Articolo 29, specializzato in temi giuridici su famiglia, orientamento sessuale e identità di genere «si tratta di una sentenza che dimostra quanto ormai la strada del matrimonio egualitario per persone dello stesso sesso sia tracciata e non si torni indietro». Dalla Conferenza episcopale r0mena, però, sottolineano che «il matrimonio è definito come l'unione esclusiva e duratura tra un uomo e una donna al fine di fondare una famiglia e di accompagnare i loro figli al loro sviluppo integrale umano». E infatti, i coniugi dello stesso sesso, anche dopo questa sentenza, avranno la possibilità di ricongiungersi e di circolare liberamente negli Stati ma, almeno al momento, non potranno far trascrivere il loro matrimonio nei Paesi che non lo riconoscono. C'è un'altra sentenza, anche questa recente (del 14 maggio), nella quale i giudici della corte di Cassazione civile italiana hanno stabilito che «nel caso di matrimonio contratto all'estero da un cittadino italiano con un cittadino straniero dello stesso sesso, l'atto, convertendosi automaticamente in unione civile, non può essere trascritto come matrimonio». I giudici hanno argomentato spiegando che «il limite effettivo al riconoscimento o alla trascrizione di un atto, in ordine ai rapporti di famiglia, è costituito dal complesso dei principi anche di natura valoriale, costituzionale e convenzionale, che, sul fondamento della dignità della persona, della uguaglianza di genere e della non discriminazione tra generi e in relazione all'orientamento sessuale, determinano l'orizzonte non oltrepassabile dell'ordine pubblico internazionale». Insomma, ricongiungimento sì, ma senza matrimonio. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-corte-ue-decide-le-nozze-gay-valgono-anche-nei-paesi-che-non-le-prevedono-2575461824.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="roma-censura-i-manifesti-contro-laborto-ma-quelli-lgbt-rimangono" data-post-id="2575461824" data-published-at="1779263751" data-use-pagination="False"> Roma censura i manifesti contro l’aborto ma quelli Lgbt rimangono «Non voglio supporto, mi basterebbe smettere di sentirmi invisibile». Suonano paradossali le parole usate da Tiziano Ferro per rispondere al ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, che ha osato dire che le «famiglie gay» non esistono per il semplice motivo che ogni essere umano ha padre e una madre. Al di là di come la si pensi sull'argomento, risulta difficile affermare che l'universo Lgbt sia costretto a vivere in uno stato catacombale. Di fatto è praticamente impossibile aprire la tv o sfogliare un giornale senza essere esposti alle rivendicazioni delle istanze Lgbt. In questi giorni, a Roma, non si può fare a meno di imbattersi nei manifesti del Gay Village 2018, sui quali campeggia una coppia di uomini che si bacia. La campagna promozionale del villaggio della comunità gay capitolina è proposta anche sui bandoni pubblicitari affissi sulle fiancate dei bus Atac (l'azienda di trasporto pubblico romana). Insomma le iniziative del movimento Lgbt hanno autostrade spianate, mentre nella Capitale non si riconosce lo stesso diritto a chi vuole ricordare che un feto di 11 settimane ha tutti gli organi formati e che l'aborto selettivo è la prima causa di femminicidio in molte parti del mondo. Tutti ricordano infatti la recente rimozione, operata dal Comune di Roma, dei manifesti di Pro Vita e Citizengo, regolarmente affissi e privi di immagini esplicite, violente o lesive di alcuna libertà. Un gruppo di genitori ha lanciato una petizione sulla piattaforma web Citizengo per la rimozione dei manifesti con il bacio omo, facendo leva sullo stesso regolamento comunale usato per rimuovere i manifesti pro life. «Siamo convinti che il diritto dei genitori di poter liberamente scegliere quando e come parlare ai loro figli di un tema così delicato come l'omosessualità vada tutelato e rispettato», si legge nel testo della petizione, «così come vada rispettata la sensibilità individuale di ogni bambino, soprattutto riguardo a tematiche così importanti e contro l'utilizzo di immagini così esplicite e che possono turbare i più piccoli». Il mondo pro family passa all'attacco anche in Toscana, dove l'associazione Difesa dei valori Valdarno ha presentato un esposto alla Procura della corte dei Conti di Firenze contro la Regione, i Comuni, le Province che hanno concesso il patrocinio al Toscana Pride. L'associazione, presieduta da Filippo Fiani, ha chiesto di verificare «se i patrocini, anche se gratuiti, che prevedano la partecipazione di assessori e sindaci con fasce e gonfaloni, non siano lesivi del diritto dei cittadini a non sentirsi rappresentati da una manifestazione che chiede la legittimazione della poligamia, la ridefinizione di famiglia, l'adozione per single e coppie di ogni tipo, la legalizzazione dell'utero in affitto e delle pratiche di inseminazione vietate dalla legge 40». Marco Guerra <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-corte-ue-decide-le-nozze-gay-valgono-anche-nei-paesi-che-non-le-prevedono-2575461824.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="piu-ivg-e-teorie-gender-per-tutti-le-grandi-priorita-del-g7-in-canada" data-post-id="2575461824" data-published-at="1779263751" data-use-pagination="False"> Più Ivg e teorie gender per tutti: le grandi priorità del G7 in Canada In vista del G7 in programma venerdì e sabato in Canada, il governo di casa ha deciso di mettere sul tavolo i problemi che sono in cima alla lista di priorità dell'esecutivo di Justin Trudeau: femminismo, gender e aborto. Un'agenda ideologica che verrà sostenuta, in particolar modo, dal ministro canadese per lo Sviluppo internazionale, Marie Claude Bibeau. Cosa faccia, nello specifico, un ministro «per lo Sviluppo internazionale» non è già chiaro di per sé: un governo nazionale, in genere, si occupa dello sviluppo del proprio Stato, a quello altrui ci pensano gli altri. Ma evidentemente il Canada di Trudeau ha pretese missionarie. E quali armi metterà in campo, per portare lo sviluppo nel mondo? Presto detto. «Come possiamo trasformare quella che chiamiamo architettura globale dell'assistenza umanitaria e dello sviluppo? Come possiamo portare i nostri partner principali come l'Onu, le Ong e i Paesi locali a intraprendere progetti in un modo che sia trasformativo in materia di gender?», si è chiesta Bibeau, secondo quanto riportato da Cbc News. Poi, per essere più chiara, il ministro ha spiegato di considerare l'aborto «uno strumento per porre fine alla povertà». In realtà l'aborto può al massimo porre fine ai poveri. E del resto è proprio nei Paesi poveri che questa propaganda abortista imposta dall'Occidente non va giù, come si è visto con le recenti proteste all'Onu di alcune associazioni di donne africane. Insomma, i Paesi in via di sviluppo non intendono seguire i consigli canadesi per «svilupparsi» grazie a pratiche non volute. Eppure, per l'esponente del governo Trudeau, è proprio l'aborto che dà alle donne «il controllo sulle loro vite». Per capire l'importanza che ha il tema da quelle parti, bisogna ricordare che il governo canadese ha stabilito una politica che stabilisce che i gruppi che fanno richiesta di sussidi per l'occupazione spuntino, nei moduli, anche una casella in cui affermano di sostenere i diritti umani, inclusi i «diritti riproduttivi» della donna. Cioè, in pratica, di dichiararsi pro aborto. Il Canada di Trudeau va così. Si tratta pur sempre del Paese che ha recentemente approvato una modifica del testo dell'inno nazionale, al fine di renderlo «gender neutral»: nella frase «L'amore della patria riempie il cuore dei figli che l'hanno costruita», i «figli» sono stati sostituiti con un generico «tutti noi». Non è un'iniziativa isolata: durante un incontro che Trudeau ha avuto all'università di Edmonton, qualche mese fa, una ragazza ha preso la parola e, nel formulare la sua domanda, ha usato la parola «mankind», cioè «umanità». Trudeau l'ha interrotta e ha precisato: «Molto meglio dire “Peoplekind", che è più inclusivo». Sebbene la parola «umanità» in inglese sia di genere neutro, contiene la parola «man», uomo, che per Trudeau ha una connotazione sessista. Sarà con questi argomenti e con questi contenuti che, probabilmente, il Canada cercherà di portare lo sviluppo nel mondo. Fabrizio La Rocca
Un momento della fiaccolata in memoria di Saman Abbas, uccisa dai suoi familiari a Novellara il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà (Ansa)
Gli amministratori locali (stra)parlano di tentativo di una parte politica di lucrare sulla tragedia per soffiare sul fuoco del razzismo e della xenofobia, alimentando fake news sulle origini dell’attentatore (l’italianissimo Salim El Koudri), mentre la procura di Modena dice no all’aggravante terrorismo. «Insieme contro l’odio», invocano i sindaci: sì, ma quale? I crimini efferati degli ultimi tempi e i dati statistici sulla sicurezza pubblica documentano un’ostilità a senso unico, che non è quella denunciata dai primi cittadini, l’inefficacia delle politiche di integrazione regionali e l’approccio assistenziale. La storia della povera Saman Abbas, la ragazza pakistana di 18 anni uccisa dai suoi familiari a Novellara (Reggio Emilia) il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà, è stato uno dei primi esempi del fallimento delle politiche di «inclusione» locali: il padre di Saman viveva in Emilia da 15 anni. Tra le brutali aggressioni fisiche, rapine e abusi sessuali perpetrati ad agosto 2017 a Rimini da una banda di extracomunitari minorenni a danno di passanti e turisti, fino alla tentata strage di Modena di sabato, In Emilia Romagna ci sono stati tanti altri crimini. La gestione dei minori (minori stranieri non accompagnati o Msna) è l’esempio più evidente del collasso strutturale delle politiche di accoglienza della regione: a novembre del 2023 una 15enne è rimasta vittima di una violenza sessuale in pieno giorno, a opera di due minori tunisini, sull’autobus che la stava portando a casa a Medicina (Bo). Ed è finita su tutti i giornali la vicenda della 66enne stuprata, riempita di botte e quasi uccisa da un 17enne tunisino a Formigine, in provincia di Modena, ad aprile del 2025. A Ravenna, a febbraio dello scorso anno, un agente della polizia municipale è stato ferito cercando di bloccare un cittadino marocchino che aveva aggredito un uomo con un coltello da cucina; ad agosto, nella stessa città, un immigrato irregolare proveniente dalla Guinea, ubriaco, ha attaccato il titolare di un bar sfregiandolo al volto con un coltello, per poi vandalizzare le auto in sosta e scagliarsi contro i Carabinieri. A Cesena, nell’ottobre del 2025, un bengalese ha aggredito una ragazza sul treno, ferendo poi uno dei carabinieri che aveva cercato di bloccarlo. Ad aprile del 2026 nel centro storico di Parma un nordafricano ha aggredito una donna in strada e colpito poi con i vetri di una bottiglia un uomo che era intervenuto per difenderla. Nello stesso mese, alla Darsena di Ravenna, un 29enne senegalese è stato ucciso con una coltellata mortale al collo da un 15enne originario del Mali dopo una discussione per un debito di 25 euro. E ancora ieri, veniva da Modena l’uomo originario del Gambia, con precedenti penali e un permesso di soggiorno scaduto, che è arrivato alla stazione di Milano armato di un machete.
Oltre ai fatti di cronaca, sono i dati ufficiali a smentire clamorosamente la narrazione dell’Emilia-Romagna come oasi felice di integrazione: secondo l’Indice della Criminalità elaborato con i dati ufficiali del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, le province di Bologna, Rimini e Modena occupano stabilmente le posizioni più alte in Italia per furti, rapine e violenze sessuali. Modena è al 17esimo posto in Italia su 107 province per tasso di criminalità complessivo; Bologna registra percentuali critiche sul fronte delle violenze sessuali (spesso seconda solo a Milano) e delle rapine. La surreale giustificazione degli amministratori locali è che l’alto posizionamento è proporzionale all’elevato numero di denunce da parte dei cittadini «che si fidano delle istituzioni», come se nelle altre regioni i reati restassero sommersi: la chiamano «propensione alla trasparenza», sic. Città come Modena, Parma e Reggio Emilia mostrano aree urbane interamente sottratte al controllo statale. Nei dati sulla criminalità, l’incidenza di reati attribuibili a cittadini stranieri, spesso minorenni, risulta sproporzionata rispetto alla loro presenza demografica. Inoltre, la saturazione delle strutture di accoglienza - con criticità particolari a Bologna - e la mancanza di solidi percorsi di integrazione hanno favorito la formazione di baby gang che controllano zone centrali e stazioni. Del resto, le comunità di accoglienza per minori e i centri diurni sono strutture aperte e non detentive, gli «educatori» non hanno poteri di polizia, non possono trattenere i ragazzi con la forza, perquisirli o impedirne l’uscita notturna. Molti giovani, di conseguenza, usano i centri solo come «alberghi», per poi dedicarsi al crimine sul territorio durante il giorno. La natura assistenziale del welfare emiliano romagnolo impedisce, di fatto, interventi sanzionatori efficaci, trasformando l’accoglienza in una zona franca per la microcriminalità e lo spaccio. L’approccio rimane dunque ideologico, come dimostra la sfilata buonista dei sindaci dopo i tragici fatti di Modena: la «tolleranza» e la «mediazione culturale» vengono sempre prima del rigore e del controllo del territorio. E gli appelli delle anime belle che siedono nei municipi della regione finiscono per incoraggiare chi rifiuta i valori fondamentali dello Stato.
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Monsignor Erio Castellucci (Ansa)
L’odio, per Avvenire, è quello di chi, dopo l’attentato di sabato scorso, dice che qualcosa è andato storto non solo nel seguire, nel corso degli anni, il disagio psicologico dell’attentatore, ma anche (e soprattutto) nel sistema dell’accoglienza e che quindi è bene correre ai ripari.
Per il quotidiano dei vescovi, quei corpi a terra nel centro di Modena sono frutto della «fragilità senza rete» provata da El Koudri. «La capitale italiana del volontariato 2026», scrive Avvenire, «sta reagendo, non ci sta a subire speculazioni politiche, a sentir parlare di jihadismo, di problemi di sicurezza e integrazione, di remigrazione, sentendo risuonare slogan fuori luogo come la proposta di togliere la cittadinanza a una persona di seconda generazione». Reagisce Modena e, ovviamente, ha gli «anticorpi per reagire a questa tragedia». Un’espressione, quella degli anticorpi, che va bene per tutte le stagioni. L’Italia ha gli anticorpi per salvarsi dal fascismo di ritorno. Gli italiani hanno gli anticorpi per salvare la magistratura minacciata dal governo. Ma la verità è che il nostro Paese gli anticorpi non li ha più da un pezzo quando si parla di immigrazione. Perché è fiacca. Perché ha paura di dire che così non si può più andare avanti e che c’è un problema di immigrazione. Chi osa farlo viene tacciato di razzismo o ridotto a macchietta.
La strage, secondo il quotidiano dei vescovi, sarebbe stata provocata unicamente dalla «follia». Anzi: da una «follia senza rete», visto che El Koudri sarebbe stato abbandonato. È la stessa tesi dell’arcivescovo di Modena-Nonantola, monsignor Erio Castellucci, interpellato ieri sia dal Corriere sia da Avvenire. Il presule ha spiegato che, per il momento, «il perno del dramma è la solitudine». Come se questa da sola bastasse a giustificare la volontà di uccidere e la disponibilità ad essere ucciso (questo il programma di El Koudri quando è salito sulla sua C3). Quella della solitudine, prosegue l’arcivescovo, «è una condizione purtroppo molto diffusa, alla quale si legano tanti disagi e tante reazioni negative, fino alle violenze. Spesso incolpiamo il Covid, che certamente ha un ruolo: ma dovremmo tutti incentivare il monitoraggio sociale». Più che il Covid sarebbe meglio dire le folli restrizioni prese durante la pandemia, che hanno lasciato ferite che, soprattutto i giovani, si portano appresso ancora oggi. Ma tutto questo non basta. Certo, il disagio è aumentato, così come le insicurezze e i problemi psichici. Ma per desiderare una strage simile ci vuole ben altro e provare a nascondere il problema non fa che peggiorare la situazione.
La realtà è molto diversa rispetto a quanto affermato da monsignor Castellucci e Avvenire. In questa vicenda le polemiche politiche c’entrano ben poco. Così come i problemi psichici dell’aspirante killer visto che gran parte delle persone che si trovano in queste condizioni non compiono attentati. E quello di Modena lo è. Certo, si può discutere sulla matrice, ma modalità e intenzione sono chiare. Così come è palese il disagio provato dallo stesso El Koudri di fronte a una società che, secondo lui, non gli dava ciò che gli spettava. Ed è proprio questo il grande inganno di una certa propaganda immigrazionista: far credere che qui si otterrà tutto e subito. Anche il lavoro vicino casa, come reclamava lo stesso attentatore. Ma non è così. Vittima dell’inganno ha trasformato il suo odio in altre vittime. Questa volta vere. E a brandelli.
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Nel riquadro Salim El Koudri, il trentunenne che sabato 16 maggio ha investito i passanti a Modena (Ansa)
Forse a tentare la strada delle criptovalute, considerato che, tra i vari scritti in arabo che sono stati sequestrati nella sua abitazione dagli inquirenti insieme ai tanti dispositivi elettronici e digitali, c’è anche quella che sembra essere una password criptata di un wallet elettronico.
Comunque sia, negli ultimi anni della vita di Salim El Koudri, classe 1995 di origine marocchina, nato a Bergamo e cresciuto a Ravarino, che sabato scorso si è messo a bordo della sua auto e ha tentato di compiere una strage lanciandosi a 100 chilometri orari sulle persone che passeggiavano nell’area pedonale del centro di Modena e colpendone otto di cui quattro ferite in modo gravissimo, ci sono parecchi buchi.
E data l’età (l’uomo ha 31 anni) è difficile immaginarli come semplici periodi di crisi di un giovane neolaureato alla ricerca del primo impiego.
Se è vero che nel paesino di 6.000 anime della profonda provincia modenese in cui abitava da anni nessuno lo conosceva se non per la sua scontrosità e per i comportamenti spesso molesti con le ragazze, chi lo frequentava dai tempi del liceo e aveva continuato a incontrarlo anche fuori dalle aule, ha raccontato di un ragazzo «normale» e persino «socievole ai tempi della scuola», che «era cambiato, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo».
Dopo aver studiato presso il liceo Tassoni di Modena si era laureato in economia aziendale alla triennale Unimore e, nei mesi successivi, aveva lavorato presso diverse aziende del territorio, tra cui anche la Philip Morris di Crespellano. Magazziniere, spedizioniere, impiegato: tutti incarichi di breve durata che non gli avevano restituito quella immagine di sé e quei riconoscimenti che El Koudri riteneva gli spettassero di diritto. Da qui l’ormai nota mail del 2021, con la frase «Bastardi cristiani di merda voi e il vostro Gesù Cristo in croce lo brucio», indirizzata all’ateneo modenese, colpevole di non garantirgli un posto fisso e ben pagato. Tentata la strada della laurea magistrale (nello stesso anno si era iscritto al corso di International management per lasciare poi dopo il primo semestre), tra una ricerca e l’altra si era informato anche presso alcune basi Nato per sapere come fare per arruolarsi, chiedendo, tra le prime informazioni, quale fosse il menù riservato alle reclute. Nel 2022 si era spontaneamente rivolto al Centro di salute mentale di Castelfranco, dove gli era stato diagnosticato un disturbo schizoide di personalità (che molti emeriti psichiatri hanno pubblicamente chiarito, in questi giorni, non motiva in nessun modo il gesto compiuto da El Koudri), poi, dal 2024 a oggi, di lui nessuna traccia.
Salvo, probabilmente, nel Web: dai vari post cancellati da Meta perché ritenuti inappropriati (tra cui uno riguardante Chiara Ferragni, annoverata tra le «persone disoneste che fanno i soldi mentre chi fa sacrifici niente») alle attività che l’inchiesta dovrà appurare e che prevedevano evidentemente l’utilizzo di più pc e telefoni.
Quello che, comunque, sembra emergere come un filo conduttore tra le poche informazioni chiare raccolte fino a oggi sull’attentatore è che El Koudri era rimasto intimamente fedele alla sua cultura d’origine. Se è vero che non pareva frequentare assiduamente il centro islamico di Ravarino, la sua presenza era stata registrata presso la moschea di Crevalcore (importante realtà in provincia di Bologna che ha come motto all’ingresso: «Il migliore tra voi è chi impara il Corano e lo insegna»). Tra i pochi post recuperati dal suo profilo spicca la frase: «Vorrei capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba» (e non di quella italiana), mentre tra gli effetti personali sequestrati in casa del trentunenne, dagli inquirenti risultano quaderni e notes, con testi manoscritti in lingua araba, ancora da tradurre.
Per gli inquirenti, a prescindere dal movente, l’azione di El Koudri sarebbe inoltre stata «deliberata e preparata», prova ne sia anche il fatto che l’uomo si è messo in auto armato di coltello e convinto, per sua stessa ammissione, che quel giorno «sarebbe morto».
I genitori, dopo la strage di sabato scorso, hanno lasciato la casa di Ravarino in cui vivevano insieme al figlio. Nella giornata di ieri, a parlare è stata la sorella maggiore, residente a Sala Bolognese: «Di fronte a quello che è successo sabato è difficile trovare le parole per esprimere il dolore e l’enorme sofferenza che io e la mia famiglia proviamo», ha dichiarato tramite il suo legale. «È per noi qualcosa di inimmaginabile, pensando al ragazzo che è cresciuto con me, al fratellino studioso che non sgarrava mai», ha spiegato. «Io non so dove abbiamo sbagliato. Non avevamo capito la sua malattia e quanto fosse grave invece il male che covava dentro», ha aggiunto la madre. «Però, chissà perché queste persone italiane di seconda generazione, che a un certo punto impazziscono o hanno problemi psichiatrici e decidono di fare del male, guarda caso colpiscono solo ed esclusivamente occidentali...», si domanda con sagacia un utente Facebook, commentando proprio le parole dei genitori dell’assalitore. «Mi chiedo, perché non è andato vicino alla moschea per investire, per esempio, le tante persone che uscivano da lì?».
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