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2018-06-06
La Corte Ue decide: le nozze gay valgono anche nei Paesi che non le prevedono
ANSA
Da ieri la nozione di coniuge comprende l'unione tra due persone dello stesso sesso. Non solo: il coniuge rimane tale anche se appartiene a uno Stato che non riconosce i matrimoni tra due uomini o tra due donne. La sentenza, che si porterà dietro non poche polemiche, è della Corte di giustizia dell'Unione Europea. E prevede che gli Stati membri, pur essendo liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, non possano ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell'Unione, rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di un Paese non Ue, un diritto di soggiorno sul loro territorio. A presentare il ricorso, alcuni mesi fa, sono stati un cittadino romeno, Relu Adrian Coman, e il suo consorte americano, Robert Clabourn Hamilton. I due, Romania, si erano visti rifiutare il diritto di soggiorno con questa motivazione: la Romania non riconosce i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Le autorità romene avevano quindi respinto la richiesta di soggiorno oltre i tre mesi del signor Hamilton, perché per la legislazione nazionale non poteva essere qualificato come «coniuge» di un cittadino Ue.
Ma Coman e Hamilton, impugnando la decisione, hanno fatto leva sull'esistenza di una discriminazione fondata sull'orientamento sessuale per quanto riguarda l'esercizio del diritto di libera circolazione nell'Ue. La Corte costituzionale romena ha dunque chiesto alla Corte di giustizia dell'Ue se la posizione del signor Hamilton rientrasse nella nozione di «coniuge» e se lo stesso dovesse ottenere di conseguenza la concessione di un diritto di soggiorno permanente in Romania. I giudici della corte di Lussemburgo, rispondendo al quesito, hanno stabilito che la nozione di coniuge, ai sensi delle disposizioni del diritto dell'Unione sulla libertà di soggiorno dei cittadini e dei loro familiari, comprende anche i coniugi dello stesso sesso.
La Corte ha ritenuto, inoltre, che lo stato civile delle persone a cui sono riconducibili le norme relative al matrimonio sia una materia che rientra nella competenza degli Stati membri e che il diritto dell'Ue non pregiudichi questa competenza. Spetta dunque agli Stati membri decidere se prevedere o meno il matrimonio omosessuale. L'indicazione giuridica che deriva dalla decisione, quindi, è questa: gli Stati dell'Ue sono liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, quello che non possono fare è ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell'Unione rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino extracomunitario, un diritto di soggiorno sul loro territorio.
In Italia c'è un precedente che risale al 2012 e che fonda le proprie basi esattamente su questo principio giuridico: il Tribunale di Reggio Emilia aveva riconosciuto il permesso di soggiorno a un giovane uruguayano sposato con un italiano in Spagna, proprio facendo riferimento alla libera circolazione dei cittadini europei e dei loro familiari. Sentenza a cui era seguita poi una circolare del ministero dell'Interno.
Secondo Marco Gattuso, giudice del tribunale di Bologna e fondatore del sito web Articolo 29, specializzato in temi giuridici su famiglia, orientamento sessuale e identità di genere «si tratta di una sentenza che dimostra quanto ormai la strada del matrimonio egualitario per persone dello stesso sesso sia tracciata e non si torni indietro».
Dalla Conferenza episcopale r0mena, però, sottolineano che «il matrimonio è definito come l'unione esclusiva e duratura tra un uomo e una donna al fine di fondare una famiglia e di accompagnare i loro figli al loro sviluppo integrale umano». E infatti, i coniugi dello stesso sesso, anche dopo questa sentenza, avranno la possibilità di ricongiungersi e di circolare liberamente negli Stati ma, almeno al momento, non potranno far trascrivere il loro matrimonio nei Paesi che non lo riconoscono.
C'è un'altra sentenza, anche questa recente (del 14 maggio), nella quale i giudici della corte di Cassazione civile italiana hanno stabilito che «nel caso di matrimonio contratto all'estero da un cittadino italiano con un cittadino straniero dello stesso sesso, l'atto, convertendosi automaticamente in unione civile, non può essere trascritto come matrimonio». I giudici hanno argomentato spiegando che «il limite effettivo al riconoscimento o alla trascrizione di un atto, in ordine ai rapporti di famiglia, è costituito dal complesso dei principi anche di natura valoriale, costituzionale e convenzionale, che, sul fondamento della dignità della persona, della uguaglianza di genere e della non discriminazione tra generi e in relazione all'orientamento sessuale, determinano l'orizzonte non oltrepassabile dell'ordine pubblico internazionale». Insomma, ricongiungimento sì, ma senza matrimonio.
Fabio Amendolara
Roma censura i manifesti contro l’aborto ma quelli Lgbt rimangono
«Non voglio supporto, mi basterebbe smettere di sentirmi invisibile». Suonano paradossali le parole usate da Tiziano Ferro per rispondere al ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, che ha osato dire che le «famiglie gay» non esistono per il semplice motivo che ogni essere umano ha padre e una madre. Al di là di come la si pensi sull'argomento, risulta difficile affermare che l'universo Lgbt sia costretto a vivere in uno stato catacombale. Di fatto è praticamente impossibile aprire la tv o sfogliare un giornale senza essere esposti alle rivendicazioni delle istanze Lgbt. In questi giorni, a Roma, non si può fare a meno di imbattersi nei manifesti del Gay Village 2018, sui quali campeggia una coppia di uomini che si bacia. La campagna promozionale del villaggio della comunità gay capitolina è proposta anche sui bandoni pubblicitari affissi sulle fiancate dei bus Atac (l'azienda di trasporto pubblico romana).
Insomma le iniziative del movimento Lgbt hanno autostrade spianate, mentre nella Capitale non si riconosce lo stesso diritto a chi vuole ricordare che un feto di 11 settimane ha tutti gli organi formati e che l'aborto selettivo è la prima causa di femminicidio in molte parti del mondo. Tutti ricordano infatti la recente rimozione, operata dal Comune di Roma, dei manifesti di Pro Vita e Citizengo, regolarmente affissi e privi di immagini esplicite, violente o lesive di alcuna libertà.
Un gruppo di genitori ha lanciato una petizione sulla piattaforma web Citizengo per la rimozione dei manifesti con il bacio omo, facendo leva sullo stesso regolamento comunale usato per rimuovere i manifesti pro life. «Siamo convinti che il diritto dei genitori di poter liberamente scegliere quando e come parlare ai loro figli di un tema così delicato come l'omosessualità vada tutelato e rispettato», si legge nel testo della petizione, «così come vada rispettata la sensibilità individuale di ogni bambino, soprattutto riguardo a tematiche così importanti e contro l'utilizzo di immagini così esplicite e che possono turbare i più piccoli».
Il mondo pro family passa all'attacco anche in Toscana, dove l'associazione Difesa dei valori Valdarno ha presentato un esposto alla Procura della corte dei Conti di Firenze contro la Regione, i Comuni, le Province che hanno concesso il patrocinio al Toscana Pride. L'associazione, presieduta da Filippo Fiani, ha chiesto di verificare «se i patrocini, anche se gratuiti, che prevedano la partecipazione di assessori e sindaci con fasce e gonfaloni, non siano lesivi del diritto dei cittadini a non sentirsi rappresentati da una manifestazione che chiede la legittimazione della poligamia, la ridefinizione di famiglia, l'adozione per single e coppie di ogni tipo, la legalizzazione dell'utero in affitto e delle pratiche di inseminazione vietate dalla legge 40».
Marco Guerra
Più Ivg e teorie gender per tutti: le grandi priorità del G7 in Canada
In vista del G7 in programma venerdì e sabato in Canada, il governo di casa ha deciso di mettere sul tavolo i problemi che sono in cima alla lista di priorità dell'esecutivo di Justin Trudeau: femminismo, gender e aborto.
Un'agenda ideologica che verrà sostenuta, in particolar modo, dal ministro canadese per lo Sviluppo internazionale, Marie Claude Bibeau. Cosa faccia, nello specifico, un ministro «per lo Sviluppo internazionale» non è già chiaro di per sé: un governo nazionale, in genere, si occupa dello sviluppo del proprio Stato, a quello altrui ci pensano gli altri. Ma evidentemente il Canada di Trudeau ha pretese missionarie. E quali armi metterà in campo, per portare lo sviluppo nel mondo? Presto detto. «Come possiamo trasformare quella che chiamiamo architettura globale dell'assistenza umanitaria e dello sviluppo? Come possiamo portare i nostri partner principali come l'Onu, le Ong e i Paesi locali a intraprendere progetti in un modo che sia trasformativo in materia di gender?», si è chiesta Bibeau, secondo quanto riportato da Cbc News. Poi, per essere più chiara, il ministro ha spiegato di considerare l'aborto «uno strumento per porre fine alla povertà». In realtà l'aborto può al massimo porre fine ai poveri.
E del resto è proprio nei Paesi poveri che questa propaganda abortista imposta dall'Occidente non va giù, come si è visto con le recenti proteste all'Onu di alcune associazioni di donne africane. Insomma, i Paesi in via di sviluppo non intendono seguire i consigli canadesi per «svilupparsi» grazie a pratiche non volute. Eppure, per l'esponente del governo Trudeau, è proprio l'aborto che dà alle donne «il controllo sulle loro vite».
Per capire l'importanza che ha il tema da quelle parti, bisogna ricordare che il governo canadese ha stabilito una politica che stabilisce che i gruppi che fanno richiesta di sussidi per l'occupazione spuntino, nei moduli, anche una casella in cui affermano di sostenere i diritti umani, inclusi i «diritti riproduttivi» della donna. Cioè, in pratica, di dichiararsi pro aborto. Il Canada di Trudeau va così. Si tratta pur sempre del Paese che ha recentemente approvato una modifica del testo dell'inno nazionale, al fine di renderlo «gender neutral»: nella frase «L'amore della patria riempie il cuore dei figli che l'hanno costruita», i «figli» sono stati sostituiti con un generico «tutti noi». Non è un'iniziativa isolata: durante un incontro che Trudeau ha avuto all'università di Edmonton, qualche mese fa, una ragazza ha preso la parola e, nel formulare la sua domanda, ha usato la parola «mankind», cioè «umanità».
Trudeau l'ha interrotta e ha precisato: «Molto meglio dire “Peoplekind", che è più inclusivo». Sebbene la parola «umanità» in inglese sia di genere neutro, contiene la parola «man», uomo, che per Trudeau ha una connotazione sessista. Sarà con questi argomenti e con questi contenuti che, probabilmente, il Canada cercherà di portare lo sviluppo nel mondo.
Fabrizio La Rocca
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I giudici europei hanno esteso la nozione di «coniuge» alle persone dello stesso sesso. E gli Stati membri non potranno opporsi. A Roma Il cartellone pro vita di Citizengo è stato rimosso dal Comune ma sugli autobus della Capitale campeggia lo spot omo. Più gender e aborto al G7 in Canada. Secondo il governo nordamericano, la povertà si batte con le interruzioni di gravidanza. Lo speciale contiene tre articoli Da ieri la nozione di coniuge comprende l'unione tra due persone dello stesso sesso. Non solo: il coniuge rimane tale anche se appartiene a uno Stato che non riconosce i matrimoni tra due uomini o tra due donne. La sentenza, che si porterà dietro non poche polemiche, è della Corte di giustizia dell'Unione Europea. E prevede che gli Stati membri, pur essendo liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, non possano ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell'Unione, rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di un Paese non Ue, un diritto di soggiorno sul loro territorio. A presentare il ricorso, alcuni mesi fa, sono stati un cittadino romeno, Relu Adrian Coman, e il suo consorte americano, Robert Clabourn Hamilton. I due, Romania, si erano visti rifiutare il diritto di soggiorno con questa motivazione: la Romania non riconosce i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Le autorità romene avevano quindi respinto la richiesta di soggiorno oltre i tre mesi del signor Hamilton, perché per la legislazione nazionale non poteva essere qualificato come «coniuge» di un cittadino Ue. Ma Coman e Hamilton, impugnando la decisione, hanno fatto leva sull'esistenza di una discriminazione fondata sull'orientamento sessuale per quanto riguarda l'esercizio del diritto di libera circolazione nell'Ue. La Corte costituzionale romena ha dunque chiesto alla Corte di giustizia dell'Ue se la posizione del signor Hamilton rientrasse nella nozione di «coniuge» e se lo stesso dovesse ottenere di conseguenza la concessione di un diritto di soggiorno permanente in Romania. I giudici della corte di Lussemburgo, rispondendo al quesito, hanno stabilito che la nozione di coniuge, ai sensi delle disposizioni del diritto dell'Unione sulla libertà di soggiorno dei cittadini e dei loro familiari, comprende anche i coniugi dello stesso sesso. La Corte ha ritenuto, inoltre, che lo stato civile delle persone a cui sono riconducibili le norme relative al matrimonio sia una materia che rientra nella competenza degli Stati membri e che il diritto dell'Ue non pregiudichi questa competenza. Spetta dunque agli Stati membri decidere se prevedere o meno il matrimonio omosessuale. L'indicazione giuridica che deriva dalla decisione, quindi, è questa: gli Stati dell'Ue sono liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, quello che non possono fare è ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell'Unione rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino extracomunitario, un diritto di soggiorno sul loro territorio. In Italia c'è un precedente che risale al 2012 e che fonda le proprie basi esattamente su questo principio giuridico: il Tribunale di Reggio Emilia aveva riconosciuto il permesso di soggiorno a un giovane uruguayano sposato con un italiano in Spagna, proprio facendo riferimento alla libera circolazione dei cittadini europei e dei loro familiari. Sentenza a cui era seguita poi una circolare del ministero dell'Interno. Secondo Marco Gattuso, giudice del tribunale di Bologna e fondatore del sito web Articolo 29, specializzato in temi giuridici su famiglia, orientamento sessuale e identità di genere «si tratta di una sentenza che dimostra quanto ormai la strada del matrimonio egualitario per persone dello stesso sesso sia tracciata e non si torni indietro». Dalla Conferenza episcopale r0mena, però, sottolineano che «il matrimonio è definito come l'unione esclusiva e duratura tra un uomo e una donna al fine di fondare una famiglia e di accompagnare i loro figli al loro sviluppo integrale umano». E infatti, i coniugi dello stesso sesso, anche dopo questa sentenza, avranno la possibilità di ricongiungersi e di circolare liberamente negli Stati ma, almeno al momento, non potranno far trascrivere il loro matrimonio nei Paesi che non lo riconoscono. C'è un'altra sentenza, anche questa recente (del 14 maggio), nella quale i giudici della corte di Cassazione civile italiana hanno stabilito che «nel caso di matrimonio contratto all'estero da un cittadino italiano con un cittadino straniero dello stesso sesso, l'atto, convertendosi automaticamente in unione civile, non può essere trascritto come matrimonio». I giudici hanno argomentato spiegando che «il limite effettivo al riconoscimento o alla trascrizione di un atto, in ordine ai rapporti di famiglia, è costituito dal complesso dei principi anche di natura valoriale, costituzionale e convenzionale, che, sul fondamento della dignità della persona, della uguaglianza di genere e della non discriminazione tra generi e in relazione all'orientamento sessuale, determinano l'orizzonte non oltrepassabile dell'ordine pubblico internazionale». Insomma, ricongiungimento sì, ma senza matrimonio. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-corte-ue-decide-le-nozze-gay-valgono-anche-nei-paesi-che-non-le-prevedono-2575461824.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="roma-censura-i-manifesti-contro-laborto-ma-quelli-lgbt-rimangono" data-post-id="2575461824" data-published-at="1779906355" data-use-pagination="False"> Roma censura i manifesti contro l’aborto ma quelli Lgbt rimangono «Non voglio supporto, mi basterebbe smettere di sentirmi invisibile». Suonano paradossali le parole usate da Tiziano Ferro per rispondere al ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, che ha osato dire che le «famiglie gay» non esistono per il semplice motivo che ogni essere umano ha padre e una madre. Al di là di come la si pensi sull'argomento, risulta difficile affermare che l'universo Lgbt sia costretto a vivere in uno stato catacombale. Di fatto è praticamente impossibile aprire la tv o sfogliare un giornale senza essere esposti alle rivendicazioni delle istanze Lgbt. In questi giorni, a Roma, non si può fare a meno di imbattersi nei manifesti del Gay Village 2018, sui quali campeggia una coppia di uomini che si bacia. La campagna promozionale del villaggio della comunità gay capitolina è proposta anche sui bandoni pubblicitari affissi sulle fiancate dei bus Atac (l'azienda di trasporto pubblico romana). Insomma le iniziative del movimento Lgbt hanno autostrade spianate, mentre nella Capitale non si riconosce lo stesso diritto a chi vuole ricordare che un feto di 11 settimane ha tutti gli organi formati e che l'aborto selettivo è la prima causa di femminicidio in molte parti del mondo. Tutti ricordano infatti la recente rimozione, operata dal Comune di Roma, dei manifesti di Pro Vita e Citizengo, regolarmente affissi e privi di immagini esplicite, violente o lesive di alcuna libertà. Un gruppo di genitori ha lanciato una petizione sulla piattaforma web Citizengo per la rimozione dei manifesti con il bacio omo, facendo leva sullo stesso regolamento comunale usato per rimuovere i manifesti pro life. «Siamo convinti che il diritto dei genitori di poter liberamente scegliere quando e come parlare ai loro figli di un tema così delicato come l'omosessualità vada tutelato e rispettato», si legge nel testo della petizione, «così come vada rispettata la sensibilità individuale di ogni bambino, soprattutto riguardo a tematiche così importanti e contro l'utilizzo di immagini così esplicite e che possono turbare i più piccoli». Il mondo pro family passa all'attacco anche in Toscana, dove l'associazione Difesa dei valori Valdarno ha presentato un esposto alla Procura della corte dei Conti di Firenze contro la Regione, i Comuni, le Province che hanno concesso il patrocinio al Toscana Pride. L'associazione, presieduta da Filippo Fiani, ha chiesto di verificare «se i patrocini, anche se gratuiti, che prevedano la partecipazione di assessori e sindaci con fasce e gonfaloni, non siano lesivi del diritto dei cittadini a non sentirsi rappresentati da una manifestazione che chiede la legittimazione della poligamia, la ridefinizione di famiglia, l'adozione per single e coppie di ogni tipo, la legalizzazione dell'utero in affitto e delle pratiche di inseminazione vietate dalla legge 40». Marco Guerra <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-corte-ue-decide-le-nozze-gay-valgono-anche-nei-paesi-che-non-le-prevedono-2575461824.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="piu-ivg-e-teorie-gender-per-tutti-le-grandi-priorita-del-g7-in-canada" data-post-id="2575461824" data-published-at="1779906355" data-use-pagination="False"> Più Ivg e teorie gender per tutti: le grandi priorità del G7 in Canada In vista del G7 in programma venerdì e sabato in Canada, il governo di casa ha deciso di mettere sul tavolo i problemi che sono in cima alla lista di priorità dell'esecutivo di Justin Trudeau: femminismo, gender e aborto. Un'agenda ideologica che verrà sostenuta, in particolar modo, dal ministro canadese per lo Sviluppo internazionale, Marie Claude Bibeau. Cosa faccia, nello specifico, un ministro «per lo Sviluppo internazionale» non è già chiaro di per sé: un governo nazionale, in genere, si occupa dello sviluppo del proprio Stato, a quello altrui ci pensano gli altri. Ma evidentemente il Canada di Trudeau ha pretese missionarie. E quali armi metterà in campo, per portare lo sviluppo nel mondo? Presto detto. «Come possiamo trasformare quella che chiamiamo architettura globale dell'assistenza umanitaria e dello sviluppo? Come possiamo portare i nostri partner principali come l'Onu, le Ong e i Paesi locali a intraprendere progetti in un modo che sia trasformativo in materia di gender?», si è chiesta Bibeau, secondo quanto riportato da Cbc News. Poi, per essere più chiara, il ministro ha spiegato di considerare l'aborto «uno strumento per porre fine alla povertà». In realtà l'aborto può al massimo porre fine ai poveri. E del resto è proprio nei Paesi poveri che questa propaganda abortista imposta dall'Occidente non va giù, come si è visto con le recenti proteste all'Onu di alcune associazioni di donne africane. Insomma, i Paesi in via di sviluppo non intendono seguire i consigli canadesi per «svilupparsi» grazie a pratiche non volute. Eppure, per l'esponente del governo Trudeau, è proprio l'aborto che dà alle donne «il controllo sulle loro vite». Per capire l'importanza che ha il tema da quelle parti, bisogna ricordare che il governo canadese ha stabilito una politica che stabilisce che i gruppi che fanno richiesta di sussidi per l'occupazione spuntino, nei moduli, anche una casella in cui affermano di sostenere i diritti umani, inclusi i «diritti riproduttivi» della donna. Cioè, in pratica, di dichiararsi pro aborto. Il Canada di Trudeau va così. Si tratta pur sempre del Paese che ha recentemente approvato una modifica del testo dell'inno nazionale, al fine di renderlo «gender neutral»: nella frase «L'amore della patria riempie il cuore dei figli che l'hanno costruita», i «figli» sono stati sostituiti con un generico «tutti noi». Non è un'iniziativa isolata: durante un incontro che Trudeau ha avuto all'università di Edmonton, qualche mese fa, una ragazza ha preso la parola e, nel formulare la sua domanda, ha usato la parola «mankind», cioè «umanità». Trudeau l'ha interrotta e ha precisato: «Molto meglio dire “Peoplekind", che è più inclusivo». Sebbene la parola «umanità» in inglese sia di genere neutro, contiene la parola «man», uomo, che per Trudeau ha una connotazione sessista. Sarà con questi argomenti e con questi contenuti che, probabilmente, il Canada cercherà di portare lo sviluppo nel mondo. Fabrizio La Rocca
Gabriele D'Annunzio (Getty Images)
Innanzitutto va notata una cosa: D’Annunzio ebbe un vasto popolo di seguaci, imitatori, anche maldestri, tra letterati, dandy e borghesi e tra militari e arditi, ma gli scrittori e intellettuali che vengono a torto o ragione intruppati nella definizione di cultura di destra in larga parte non lo sopportavano. In fondo per D’Annunzio accadde la stessa cosa che avvenne sul piano filosofico con Gentile: un regime autoritario, con tratti totalitari, riconobbe nel primo il Poeta soldato per antonomasia e nel secondo il Filosofo istituzionale del regime. Ma D’Annunzio e Gentile ebbero in ambito letterario e filosofico più nemici che amici, più critici, avversari e perfino denigratori che ammiratori e seguaci.
Nel caso di D’Annunzio la rassegna che fa Parlato è vasta e impietosa. A parte il controverso rapporto con il duce e con il fascismo, che personalmente risolvo in questo modo: D’Annunzio non fu fascista ma il fascismo fu dannunziano, si ispirò a lui. Con Mussolini ebbe poi un rapporto di consonanza, contrasto e competizione.
Ma la parte più interessante è la critica e il sarcasmo che raccolse in quel mondo che pure sembrava cresciuto all’ombra del suo mito. Da l’Italiano di Longanesi al Selvaggio di Mino Maccari, da l’Universale di Berto Ricci agli strali di Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Giuseppe Prezzolini; persino il dannunziano sui generis Curzio Malaparte, che studiò a Prato nello stesso liceo di D’Annunzio, il famoso Cicognini. Anche Luigi Pirandello lo detestava. Che don Benedetto Croce avesse in antipatia D’Annunzio è comprensibile, era il suo esatto contrario, nella vita, nella prosa, nell’interventismo. E poi, come nota Parlato, Croce attaccava D’Annunzio «tutto falso e commediante» non potendo attaccare Mussolini e il regime. Ma che fossero antidannunziani tanti autori in vario modo portatori di idee, militanze e visioni vicine alle sue, quello sì, sorprende. Il problema è che D’Annunzio è troppo ingombrante, occupa intera la scena, oscura gli altri, ha quell’Ego sconfinato, quella prosa ridondante e quella poesia «ampollosa» pur nella grandezza dei versi, da suscitare reazioni di fastidio, ironia e rivolta. Anche chi gli era in apparenza più vicino lo criticava ed era a sua volta da lui criticato: come Marinetti, con cui volarono definizioni come «cretino fosforescente» e «cretino con lampi d’imbecillità». Sulla scia di Marinetti, anche il giovane pittore dadaista Julius Evola definì D’Annunzio «un grande imbecille». E più tardi precisò la sua critica verso il suo culto estetizzante degli eroi e dei geni, il suo esibizionismo, la smania d’originalità e la vanità del suo io.
D’Annunzio influenzò la gioventù della belle époque e quella che fece la Prima guerra mondiale e poi il fascismo; ma la generazione che si formò sotto il fascismo, come notava Augusto del Noce, non lo considerava un riferimento «ideale», lo riteneva al più un precursore ottocentesco, più vicino ai Carducci e ai Pascoli che all’epoca del fascismo e del comunismo. Lo stroncò pure il Dizionario di politica del Partito fascista, con una nota del critico letterario Giovanni Macchia. Perfino l’Omaggio a d’Annunzio, pubblicato in pieno regime dalla rivista Letteratura a un anno dalla sua morte con l’intento di celebrarlo, a cura di Giuseppe de Robertis ed Enrico Falqui, ebbe la metà degli interventi, tra una sessantina in tutto, critici verso di lui. Fu riscoperto in extremis al tempo della Repubblica sociale, ripubblicando i suoi discorsi ai soldati d’Italia e nella passione dannunziana di militari come il principe Junio Valerio Borghese che costituì nella Decima Mas, definizione coniata dal poeta - Memento audere semper - la «Compagnia D’Annunzio». Nel dopoguerra sorse la questione del Vittoriale finito in mani antidannunziane, che sollevò Giovannino Guareschi sul Candido, poi ripresa dall’esponente missino Ezio Maria Gray sul Nazionale. Ma D’Annunzio non fu molto presente nel Msi, se non come icona del combattentismo.
Oggi si insiste molto sul D’Annunzio rivoluzionario, sull’impresa fiumana, sul suo spirito trasgressivo, radicale e antiborghese; ma si deve riconoscere che l’impronta più forte che lasciò D’Annunzio fu quella di poeta-soldato, nazionalista, comandante, aristocratico e superuomo, passione letteraria dei borghesi di provincia, con alcuni imitatori che raggiungevano fasce più umili (come Guido da Verona, definito il «D’Annunzio delle sartine»). Furono rari tra i neofascisti coloro che come Diano Brocchi videro nell’impresa fiumana un annuncio della rivoluzione corporativa e sociale.
Parlato segue il solco di due storici che si erano occupati del D’Annunzio politico: Gioacchino Volpe che ne scrisse un libro-profilo sull’italiano, il politico, il combattente, e Renzo De Felice, di cui Parlato fu allievo. Con la storicizzazione che ne fece De Felice si cominciò a scoprire il D’Annunzio rivoluzionario, a partire da quando in Parlamento lasciò i banchi della destra per andare a sinistra («vado verso la vita», disse, ma non andò verso la sua rielezione). Nota giustamente Parlato: «Mancò alla destra e al neofascismo una riflessione complessiva» su D’Annunzio. Restò il mito dell’eroe e delle sue imprese di guerra, il poeta della Grande Italia e della parola alata, di cui fu fervente apostolo Giorgio Almirante, che non aveva cultura politica ma letteraria e citava Dante e D’Annunzio più che la «cultura di destra». E a sinistra? Prevalse l’anatema politico-ideologico, come - ad esempio - il Processo a D’Annunzio imbastito dall’Espresso con Moravia, Pasolini, Sapegno, e la scontata condanna senza appello. Restò indigesto D’Annunzio, fin nelle scuole, nel tempo della Repubblica italiana.
Tra i pochi, a destra, che cercarono di andare oltre i santini ci fu Adriano Romualdi che lesse D’Annunzio in relazione con Nietzsche, criticando il generico patriottismo dannunziano. Nelle letture critiche più recenti Parlato si riferisce ad alcuni scritti di Giano Accame e miei, a proposito della «rivoluzione conservatrice» e al manifesto per un nuovo comunitarismo che lanciai sulla rivista Pagine Libere. A tenere viva la memoria dannunziana è oggi soprattutto Giordano Bruno Guerri che guida da anni il Vittoriale dannunziano. D’Annunzio restò a cavallo tra passato e futuro, aristocrazia e popoli, rivoluzione e tradizione, come la sua vita si divise come un centauro per metà nell’Ottocento e metà nel Novecento.
Alla fine, Parlato conclude che non è facile rispondere alla domanda se D’Annunzio fu effettivamente un mito per la cultura di destra oppure no. Condivido la sua perplessità al proposito e non imprigionerei il Vate in quella casella. Ammesso poi che si possa parlare della cultura di destra come un’entità reale e coesa. Ma questa è un’altra storia.
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Giovanni Rezza (Imagoeconomica)
Un’audizione interessante, quella di Rezza, perché, nonostante gli strenui tentativi delle opposizioni che allora governavano (Pd e M5S, con in testa l’onorevole Alfonso Colucci, «difensore d’ufficio» dell’allora premier Giuseppe Conte), l’ex dg ha involontariamente confermato che le misure adottate all’epoca - vaccinazioni di massa dei giovani, obblighi vaccinali e green pass - non poggiavano su evidenze scientifiche certe e non erano state indicate dagli scienziati: «Ha deciso la politica, il Cts ha dato soltanto pareri». Colucci si è buttato a pesce sulla presunta logica del green pass e per ben tre volte ha chiesto a Rezza se con la vaccinazione venisse trasmessa una carica virale inferiore, «quindi si induceva una malattia meno severa». Rezza, per altrettante volte, non ha dato conferma, anzi: «Ci sarebbe stato bisogno di maggiori evidenze. Non possiamo escludere il fatto che una persona vaccinata si ammalasse, su questo bisogna essere intellettualmente onesti». Non solo: «Quando è arrivata Omicron (a dicembre 2021, ossia proprio quando il governo di Mario Draghi intensificò la stretta contro chi non si vaccinava con il super green pass, ndr) la protezione della vaccinazione nei confronti di Omicron è diventata più bassa rispetto alle varianti precedenti», ha spiegato. Smentendo il famoso mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali, muori e fai morire»: «L’effetto del lockdown», ha dichiarato l’infettivologo, «non era di evitare il numero totale di casi, ma di distribuire nel tempo i casi di infezione, così da curare non solo i malati Covid ma anche gli altri pazienti». Era un problema di salute pubblica, insomma, con buona pace dei cittadini che sono corsi a vaccinarsi per evitare di ammalarsi.
Il docente ha anche parlato degli effetti collaterali. Il problema, ha osservato, risiedeva nell’incidenza dei casi: «Se va al di sotto di una certa soglia nelle persone più giovani, dato che i vaccini possono causare degli effetti collaterali, allora lì bisogna bilanciare i rischi e benefici. Quando l’incidenza cala, gli effetti collaterali dei vaccini prendono il sopravvento e questo è il motivo per cui noi a un certo punto non abbiamo più vaccinato le persone giovani», ha dichiarato. Senza però spiegare quando esattamente il governo avrebbe smesso di vaccinare le persone più giovani: ancora nel 2022, l’esecutivo Draghi e il ministero della Salute di Speranza stringevano le maglie soprattutto sulla fascia di popolazione da 0 a 20 anni.
«Durante la pandemia, l’allora governo italiano attuò una campagna vaccinale di massa senza conoscere quante persone avevano sviluppato un’immunità naturale. L’assenza della banca dati dei guariti è stata confermata dal professor Rezza. Abbiamo la conferma che le politiche in termini vaccinali hanno ignorato il principio di precauzione e il rapporto tra rischi e benefici», ha commentato Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
Se davvero i governi Conte e Draghi hanno commesso così tanti imperdonabili errori sulla pelle dei cittadini in pandemia, resta da capire per quale motivo scienziati come Rezza scelsero il silenzio anziché la protesta. E c’è sempre chi, come Giuseppe Ippolito (ex direttore scientifico dello Spallanzani di Roma e membro del Cts), non rinuncia a buttarla in politica: «L’epidemia di Ebola in Congo e Uganda risente del limitato supporto dato dagli Stati Uniti. L’uscita degli Usa dall’Oms, decisa da Trump, ha fatto sì che ci sia meno personale sul terreno». La colpa, insomma, è sempre del presidente Usa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 maggio 2026. Con il nostro Stefano Piazza analizziamo gli errori degli Usa in Iran.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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