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2018-06-06
La Corte Ue decide: le nozze gay valgono anche nei Paesi che non le prevedono
ANSA
Da ieri la nozione di coniuge comprende l'unione tra due persone dello stesso sesso. Non solo: il coniuge rimane tale anche se appartiene a uno Stato che non riconosce i matrimoni tra due uomini o tra due donne. La sentenza, che si porterà dietro non poche polemiche, è della Corte di giustizia dell'Unione Europea. E prevede che gli Stati membri, pur essendo liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, non possano ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell'Unione, rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di un Paese non Ue, un diritto di soggiorno sul loro territorio. A presentare il ricorso, alcuni mesi fa, sono stati un cittadino romeno, Relu Adrian Coman, e il suo consorte americano, Robert Clabourn Hamilton. I due, Romania, si erano visti rifiutare il diritto di soggiorno con questa motivazione: la Romania non riconosce i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Le autorità romene avevano quindi respinto la richiesta di soggiorno oltre i tre mesi del signor Hamilton, perché per la legislazione nazionale non poteva essere qualificato come «coniuge» di un cittadino Ue.
Ma Coman e Hamilton, impugnando la decisione, hanno fatto leva sull'esistenza di una discriminazione fondata sull'orientamento sessuale per quanto riguarda l'esercizio del diritto di libera circolazione nell'Ue. La Corte costituzionale romena ha dunque chiesto alla Corte di giustizia dell'Ue se la posizione del signor Hamilton rientrasse nella nozione di «coniuge» e se lo stesso dovesse ottenere di conseguenza la concessione di un diritto di soggiorno permanente in Romania. I giudici della corte di Lussemburgo, rispondendo al quesito, hanno stabilito che la nozione di coniuge, ai sensi delle disposizioni del diritto dell'Unione sulla libertà di soggiorno dei cittadini e dei loro familiari, comprende anche i coniugi dello stesso sesso.
La Corte ha ritenuto, inoltre, che lo stato civile delle persone a cui sono riconducibili le norme relative al matrimonio sia una materia che rientra nella competenza degli Stati membri e che il diritto dell'Ue non pregiudichi questa competenza. Spetta dunque agli Stati membri decidere se prevedere o meno il matrimonio omosessuale. L'indicazione giuridica che deriva dalla decisione, quindi, è questa: gli Stati dell'Ue sono liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, quello che non possono fare è ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell'Unione rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino extracomunitario, un diritto di soggiorno sul loro territorio.
In Italia c'è un precedente che risale al 2012 e che fonda le proprie basi esattamente su questo principio giuridico: il Tribunale di Reggio Emilia aveva riconosciuto il permesso di soggiorno a un giovane uruguayano sposato con un italiano in Spagna, proprio facendo riferimento alla libera circolazione dei cittadini europei e dei loro familiari. Sentenza a cui era seguita poi una circolare del ministero dell'Interno.
Secondo Marco Gattuso, giudice del tribunale di Bologna e fondatore del sito web Articolo 29, specializzato in temi giuridici su famiglia, orientamento sessuale e identità di genere «si tratta di una sentenza che dimostra quanto ormai la strada del matrimonio egualitario per persone dello stesso sesso sia tracciata e non si torni indietro».
Dalla Conferenza episcopale r0mena, però, sottolineano che «il matrimonio è definito come l'unione esclusiva e duratura tra un uomo e una donna al fine di fondare una famiglia e di accompagnare i loro figli al loro sviluppo integrale umano». E infatti, i coniugi dello stesso sesso, anche dopo questa sentenza, avranno la possibilità di ricongiungersi e di circolare liberamente negli Stati ma, almeno al momento, non potranno far trascrivere il loro matrimonio nei Paesi che non lo riconoscono.
C'è un'altra sentenza, anche questa recente (del 14 maggio), nella quale i giudici della corte di Cassazione civile italiana hanno stabilito che «nel caso di matrimonio contratto all'estero da un cittadino italiano con un cittadino straniero dello stesso sesso, l'atto, convertendosi automaticamente in unione civile, non può essere trascritto come matrimonio». I giudici hanno argomentato spiegando che «il limite effettivo al riconoscimento o alla trascrizione di un atto, in ordine ai rapporti di famiglia, è costituito dal complesso dei principi anche di natura valoriale, costituzionale e convenzionale, che, sul fondamento della dignità della persona, della uguaglianza di genere e della non discriminazione tra generi e in relazione all'orientamento sessuale, determinano l'orizzonte non oltrepassabile dell'ordine pubblico internazionale». Insomma, ricongiungimento sì, ma senza matrimonio.
Fabio Amendolara
Roma censura i manifesti contro l’aborto ma quelli Lgbt rimangono
«Non voglio supporto, mi basterebbe smettere di sentirmi invisibile». Suonano paradossali le parole usate da Tiziano Ferro per rispondere al ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, che ha osato dire che le «famiglie gay» non esistono per il semplice motivo che ogni essere umano ha padre e una madre. Al di là di come la si pensi sull'argomento, risulta difficile affermare che l'universo Lgbt sia costretto a vivere in uno stato catacombale. Di fatto è praticamente impossibile aprire la tv o sfogliare un giornale senza essere esposti alle rivendicazioni delle istanze Lgbt. In questi giorni, a Roma, non si può fare a meno di imbattersi nei manifesti del Gay Village 2018, sui quali campeggia una coppia di uomini che si bacia. La campagna promozionale del villaggio della comunità gay capitolina è proposta anche sui bandoni pubblicitari affissi sulle fiancate dei bus Atac (l'azienda di trasporto pubblico romana).
Insomma le iniziative del movimento Lgbt hanno autostrade spianate, mentre nella Capitale non si riconosce lo stesso diritto a chi vuole ricordare che un feto di 11 settimane ha tutti gli organi formati e che l'aborto selettivo è la prima causa di femminicidio in molte parti del mondo. Tutti ricordano infatti la recente rimozione, operata dal Comune di Roma, dei manifesti di Pro Vita e Citizengo, regolarmente affissi e privi di immagini esplicite, violente o lesive di alcuna libertà.
Un gruppo di genitori ha lanciato una petizione sulla piattaforma web Citizengo per la rimozione dei manifesti con il bacio omo, facendo leva sullo stesso regolamento comunale usato per rimuovere i manifesti pro life. «Siamo convinti che il diritto dei genitori di poter liberamente scegliere quando e come parlare ai loro figli di un tema così delicato come l'omosessualità vada tutelato e rispettato», si legge nel testo della petizione, «così come vada rispettata la sensibilità individuale di ogni bambino, soprattutto riguardo a tematiche così importanti e contro l'utilizzo di immagini così esplicite e che possono turbare i più piccoli».
Il mondo pro family passa all'attacco anche in Toscana, dove l'associazione Difesa dei valori Valdarno ha presentato un esposto alla Procura della corte dei Conti di Firenze contro la Regione, i Comuni, le Province che hanno concesso il patrocinio al Toscana Pride. L'associazione, presieduta da Filippo Fiani, ha chiesto di verificare «se i patrocini, anche se gratuiti, che prevedano la partecipazione di assessori e sindaci con fasce e gonfaloni, non siano lesivi del diritto dei cittadini a non sentirsi rappresentati da una manifestazione che chiede la legittimazione della poligamia, la ridefinizione di famiglia, l'adozione per single e coppie di ogni tipo, la legalizzazione dell'utero in affitto e delle pratiche di inseminazione vietate dalla legge 40».
Marco Guerra
Più Ivg e teorie gender per tutti: le grandi priorità del G7 in Canada
In vista del G7 in programma venerdì e sabato in Canada, il governo di casa ha deciso di mettere sul tavolo i problemi che sono in cima alla lista di priorità dell'esecutivo di Justin Trudeau: femminismo, gender e aborto.
Un'agenda ideologica che verrà sostenuta, in particolar modo, dal ministro canadese per lo Sviluppo internazionale, Marie Claude Bibeau. Cosa faccia, nello specifico, un ministro «per lo Sviluppo internazionale» non è già chiaro di per sé: un governo nazionale, in genere, si occupa dello sviluppo del proprio Stato, a quello altrui ci pensano gli altri. Ma evidentemente il Canada di Trudeau ha pretese missionarie. E quali armi metterà in campo, per portare lo sviluppo nel mondo? Presto detto. «Come possiamo trasformare quella che chiamiamo architettura globale dell'assistenza umanitaria e dello sviluppo? Come possiamo portare i nostri partner principali come l'Onu, le Ong e i Paesi locali a intraprendere progetti in un modo che sia trasformativo in materia di gender?», si è chiesta Bibeau, secondo quanto riportato da Cbc News. Poi, per essere più chiara, il ministro ha spiegato di considerare l'aborto «uno strumento per porre fine alla povertà». In realtà l'aborto può al massimo porre fine ai poveri.
E del resto è proprio nei Paesi poveri che questa propaganda abortista imposta dall'Occidente non va giù, come si è visto con le recenti proteste all'Onu di alcune associazioni di donne africane. Insomma, i Paesi in via di sviluppo non intendono seguire i consigli canadesi per «svilupparsi» grazie a pratiche non volute. Eppure, per l'esponente del governo Trudeau, è proprio l'aborto che dà alle donne «il controllo sulle loro vite».
Per capire l'importanza che ha il tema da quelle parti, bisogna ricordare che il governo canadese ha stabilito una politica che stabilisce che i gruppi che fanno richiesta di sussidi per l'occupazione spuntino, nei moduli, anche una casella in cui affermano di sostenere i diritti umani, inclusi i «diritti riproduttivi» della donna. Cioè, in pratica, di dichiararsi pro aborto. Il Canada di Trudeau va così. Si tratta pur sempre del Paese che ha recentemente approvato una modifica del testo dell'inno nazionale, al fine di renderlo «gender neutral»: nella frase «L'amore della patria riempie il cuore dei figli che l'hanno costruita», i «figli» sono stati sostituiti con un generico «tutti noi». Non è un'iniziativa isolata: durante un incontro che Trudeau ha avuto all'università di Edmonton, qualche mese fa, una ragazza ha preso la parola e, nel formulare la sua domanda, ha usato la parola «mankind», cioè «umanità».
Trudeau l'ha interrotta e ha precisato: «Molto meglio dire “Peoplekind", che è più inclusivo». Sebbene la parola «umanità» in inglese sia di genere neutro, contiene la parola «man», uomo, che per Trudeau ha una connotazione sessista. Sarà con questi argomenti e con questi contenuti che, probabilmente, il Canada cercherà di portare lo sviluppo nel mondo.
Fabrizio La Rocca
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I giudici europei hanno esteso la nozione di «coniuge» alle persone dello stesso sesso. E gli Stati membri non potranno opporsi. A Roma Il cartellone pro vita di Citizengo è stato rimosso dal Comune ma sugli autobus della Capitale campeggia lo spot omo. Più gender e aborto al G7 in Canada. Secondo il governo nordamericano, la povertà si batte con le interruzioni di gravidanza. Lo speciale contiene tre articoli Da ieri la nozione di coniuge comprende l'unione tra due persone dello stesso sesso. Non solo: il coniuge rimane tale anche se appartiene a uno Stato che non riconosce i matrimoni tra due uomini o tra due donne. La sentenza, che si porterà dietro non poche polemiche, è della Corte di giustizia dell'Unione Europea. E prevede che gli Stati membri, pur essendo liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, non possano ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell'Unione, rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di un Paese non Ue, un diritto di soggiorno sul loro territorio. A presentare il ricorso, alcuni mesi fa, sono stati un cittadino romeno, Relu Adrian Coman, e il suo consorte americano, Robert Clabourn Hamilton. I due, Romania, si erano visti rifiutare il diritto di soggiorno con questa motivazione: la Romania non riconosce i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Le autorità romene avevano quindi respinto la richiesta di soggiorno oltre i tre mesi del signor Hamilton, perché per la legislazione nazionale non poteva essere qualificato come «coniuge» di un cittadino Ue. Ma Coman e Hamilton, impugnando la decisione, hanno fatto leva sull'esistenza di una discriminazione fondata sull'orientamento sessuale per quanto riguarda l'esercizio del diritto di libera circolazione nell'Ue. La Corte costituzionale romena ha dunque chiesto alla Corte di giustizia dell'Ue se la posizione del signor Hamilton rientrasse nella nozione di «coniuge» e se lo stesso dovesse ottenere di conseguenza la concessione di un diritto di soggiorno permanente in Romania. I giudici della corte di Lussemburgo, rispondendo al quesito, hanno stabilito che la nozione di coniuge, ai sensi delle disposizioni del diritto dell'Unione sulla libertà di soggiorno dei cittadini e dei loro familiari, comprende anche i coniugi dello stesso sesso. La Corte ha ritenuto, inoltre, che lo stato civile delle persone a cui sono riconducibili le norme relative al matrimonio sia una materia che rientra nella competenza degli Stati membri e che il diritto dell'Ue non pregiudichi questa competenza. Spetta dunque agli Stati membri decidere se prevedere o meno il matrimonio omosessuale. L'indicazione giuridica che deriva dalla decisione, quindi, è questa: gli Stati dell'Ue sono liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, quello che non possono fare è ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell'Unione rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino extracomunitario, un diritto di soggiorno sul loro territorio. In Italia c'è un precedente che risale al 2012 e che fonda le proprie basi esattamente su questo principio giuridico: il Tribunale di Reggio Emilia aveva riconosciuto il permesso di soggiorno a un giovane uruguayano sposato con un italiano in Spagna, proprio facendo riferimento alla libera circolazione dei cittadini europei e dei loro familiari. Sentenza a cui era seguita poi una circolare del ministero dell'Interno. Secondo Marco Gattuso, giudice del tribunale di Bologna e fondatore del sito web Articolo 29, specializzato in temi giuridici su famiglia, orientamento sessuale e identità di genere «si tratta di una sentenza che dimostra quanto ormai la strada del matrimonio egualitario per persone dello stesso sesso sia tracciata e non si torni indietro». Dalla Conferenza episcopale r0mena, però, sottolineano che «il matrimonio è definito come l'unione esclusiva e duratura tra un uomo e una donna al fine di fondare una famiglia e di accompagnare i loro figli al loro sviluppo integrale umano». E infatti, i coniugi dello stesso sesso, anche dopo questa sentenza, avranno la possibilità di ricongiungersi e di circolare liberamente negli Stati ma, almeno al momento, non potranno far trascrivere il loro matrimonio nei Paesi che non lo riconoscono. C'è un'altra sentenza, anche questa recente (del 14 maggio), nella quale i giudici della corte di Cassazione civile italiana hanno stabilito che «nel caso di matrimonio contratto all'estero da un cittadino italiano con un cittadino straniero dello stesso sesso, l'atto, convertendosi automaticamente in unione civile, non può essere trascritto come matrimonio». I giudici hanno argomentato spiegando che «il limite effettivo al riconoscimento o alla trascrizione di un atto, in ordine ai rapporti di famiglia, è costituito dal complesso dei principi anche di natura valoriale, costituzionale e convenzionale, che, sul fondamento della dignità della persona, della uguaglianza di genere e della non discriminazione tra generi e in relazione all'orientamento sessuale, determinano l'orizzonte non oltrepassabile dell'ordine pubblico internazionale». Insomma, ricongiungimento sì, ma senza matrimonio. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-corte-ue-decide-le-nozze-gay-valgono-anche-nei-paesi-che-non-le-prevedono-2575461824.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="roma-censura-i-manifesti-contro-laborto-ma-quelli-lgbt-rimangono" data-post-id="2575461824" data-published-at="1781672262" data-use-pagination="False"> Roma censura i manifesti contro l’aborto ma quelli Lgbt rimangono «Non voglio supporto, mi basterebbe smettere di sentirmi invisibile». Suonano paradossali le parole usate da Tiziano Ferro per rispondere al ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, che ha osato dire che le «famiglie gay» non esistono per il semplice motivo che ogni essere umano ha padre e una madre. Al di là di come la si pensi sull'argomento, risulta difficile affermare che l'universo Lgbt sia costretto a vivere in uno stato catacombale. Di fatto è praticamente impossibile aprire la tv o sfogliare un giornale senza essere esposti alle rivendicazioni delle istanze Lgbt. In questi giorni, a Roma, non si può fare a meno di imbattersi nei manifesti del Gay Village 2018, sui quali campeggia una coppia di uomini che si bacia. La campagna promozionale del villaggio della comunità gay capitolina è proposta anche sui bandoni pubblicitari affissi sulle fiancate dei bus Atac (l'azienda di trasporto pubblico romana). Insomma le iniziative del movimento Lgbt hanno autostrade spianate, mentre nella Capitale non si riconosce lo stesso diritto a chi vuole ricordare che un feto di 11 settimane ha tutti gli organi formati e che l'aborto selettivo è la prima causa di femminicidio in molte parti del mondo. Tutti ricordano infatti la recente rimozione, operata dal Comune di Roma, dei manifesti di Pro Vita e Citizengo, regolarmente affissi e privi di immagini esplicite, violente o lesive di alcuna libertà. Un gruppo di genitori ha lanciato una petizione sulla piattaforma web Citizengo per la rimozione dei manifesti con il bacio omo, facendo leva sullo stesso regolamento comunale usato per rimuovere i manifesti pro life. «Siamo convinti che il diritto dei genitori di poter liberamente scegliere quando e come parlare ai loro figli di un tema così delicato come l'omosessualità vada tutelato e rispettato», si legge nel testo della petizione, «così come vada rispettata la sensibilità individuale di ogni bambino, soprattutto riguardo a tematiche così importanti e contro l'utilizzo di immagini così esplicite e che possono turbare i più piccoli». Il mondo pro family passa all'attacco anche in Toscana, dove l'associazione Difesa dei valori Valdarno ha presentato un esposto alla Procura della corte dei Conti di Firenze contro la Regione, i Comuni, le Province che hanno concesso il patrocinio al Toscana Pride. L'associazione, presieduta da Filippo Fiani, ha chiesto di verificare «se i patrocini, anche se gratuiti, che prevedano la partecipazione di assessori e sindaci con fasce e gonfaloni, non siano lesivi del diritto dei cittadini a non sentirsi rappresentati da una manifestazione che chiede la legittimazione della poligamia, la ridefinizione di famiglia, l'adozione per single e coppie di ogni tipo, la legalizzazione dell'utero in affitto e delle pratiche di inseminazione vietate dalla legge 40». Marco Guerra <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-corte-ue-decide-le-nozze-gay-valgono-anche-nei-paesi-che-non-le-prevedono-2575461824.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="piu-ivg-e-teorie-gender-per-tutti-le-grandi-priorita-del-g7-in-canada" data-post-id="2575461824" data-published-at="1781672262" data-use-pagination="False"> Più Ivg e teorie gender per tutti: le grandi priorità del G7 in Canada In vista del G7 in programma venerdì e sabato in Canada, il governo di casa ha deciso di mettere sul tavolo i problemi che sono in cima alla lista di priorità dell'esecutivo di Justin Trudeau: femminismo, gender e aborto. Un'agenda ideologica che verrà sostenuta, in particolar modo, dal ministro canadese per lo Sviluppo internazionale, Marie Claude Bibeau. Cosa faccia, nello specifico, un ministro «per lo Sviluppo internazionale» non è già chiaro di per sé: un governo nazionale, in genere, si occupa dello sviluppo del proprio Stato, a quello altrui ci pensano gli altri. Ma evidentemente il Canada di Trudeau ha pretese missionarie. E quali armi metterà in campo, per portare lo sviluppo nel mondo? Presto detto. «Come possiamo trasformare quella che chiamiamo architettura globale dell'assistenza umanitaria e dello sviluppo? Come possiamo portare i nostri partner principali come l'Onu, le Ong e i Paesi locali a intraprendere progetti in un modo che sia trasformativo in materia di gender?», si è chiesta Bibeau, secondo quanto riportato da Cbc News. Poi, per essere più chiara, il ministro ha spiegato di considerare l'aborto «uno strumento per porre fine alla povertà». In realtà l'aborto può al massimo porre fine ai poveri. E del resto è proprio nei Paesi poveri che questa propaganda abortista imposta dall'Occidente non va giù, come si è visto con le recenti proteste all'Onu di alcune associazioni di donne africane. Insomma, i Paesi in via di sviluppo non intendono seguire i consigli canadesi per «svilupparsi» grazie a pratiche non volute. Eppure, per l'esponente del governo Trudeau, è proprio l'aborto che dà alle donne «il controllo sulle loro vite». Per capire l'importanza che ha il tema da quelle parti, bisogna ricordare che il governo canadese ha stabilito una politica che stabilisce che i gruppi che fanno richiesta di sussidi per l'occupazione spuntino, nei moduli, anche una casella in cui affermano di sostenere i diritti umani, inclusi i «diritti riproduttivi» della donna. Cioè, in pratica, di dichiararsi pro aborto. Il Canada di Trudeau va così. Si tratta pur sempre del Paese che ha recentemente approvato una modifica del testo dell'inno nazionale, al fine di renderlo «gender neutral»: nella frase «L'amore della patria riempie il cuore dei figli che l'hanno costruita», i «figli» sono stati sostituiti con un generico «tutti noi». Non è un'iniziativa isolata: durante un incontro che Trudeau ha avuto all'università di Edmonton, qualche mese fa, una ragazza ha preso la parola e, nel formulare la sua domanda, ha usato la parola «mankind», cioè «umanità». Trudeau l'ha interrotta e ha precisato: «Molto meglio dire “Peoplekind", che è più inclusivo». Sebbene la parola «umanità» in inglese sia di genere neutro, contiene la parola «man», uomo, che per Trudeau ha una connotazione sessista. Sarà con questi argomenti e con questi contenuti che, probabilmente, il Canada cercherà di portare lo sviluppo nel mondo. Fabrizio La Rocca
La polizia svedese durante le operazioni di gestione di un flusso di migranti (Ansa)
Entrate in vigore dal 6 giugno, festa nazionale nel Paese scandinavo, fanno piazza pulita dell’illusione che sia una mera formalità entrarne a far parte in pieno titolo. «Le nuove norme vengono introdotte senza disposizioni transitorie», ha fatto sapere l’Ufficio svedese per l’immigrazione, avvertendo che le richieste non completate entro quella data seguiranno le nuove regole.
A stretto giro, lunedì è stata approvata anche una legge, voluta dal ministro dell’Immigrazione Johan Forssell, che consentirà alle autorità di revocare il permesso di soggiorno agli immigrati non soltanto in caso di reati, ma anche sulla base di comportamenti ritenuti incompatibili con la permanenza nel Paese. La volontà è chiara, ridurre gli ingressi, verificare la volontà di integrazione e semplificare le misure per togliere la cittadinanza ai non meritevoli.
Partiamo dai nuovi requisiti deliberati al Riksdag, sede del Parlamento a Stoccolma. Viene innalzata da cinque a otto anni la durata minima di residenza in Svezia, per poter chiedere la cittadinanza, e l’autosufficienza economica diventa requisito indispensabile (non per i minori, ovviamente). Questo significa avere un reddito annuo pari ad almeno tre importi base di reddito di circa 20.000 corone svedesi (l’equivalente di 1.839 euro) al mese, al lordo delle imposte; avere un reddito fisso derivante da lavoro o attività imprenditoriale e non aver usufruito di sussidi di sostegno al reddito per un periodo complessivo superiore a sei mesi negli ultimi tre anni. Tutto il contrario di quello che vuole la sinistra italiana per gli immigrati che chiedono la cittadinanza. La legge svedese contempla delle eccezioni, in caso di pensionati, di invalidi, di studenti impegnati in corsi universitari. Fondamentale è dimostrare di conoscere la lingua e la cultura civica svedese e questi nuovi paletti per gli immigrati dai 16 ai 66 anni la dicono lunga sulla volontà del governo di Stoccolma di controllare l’effettiva integrazione.
Si parte ad agosto, il giorno 15, con i test di conoscenza della società svedese (circa 60 domande per iscritto, nella solo lingua ufficiale del Paese) all’interno di un esame approntato dal Consiglio svedese per l’istruzione superiore (Uhr). Il materiale didattico sul quale prepararsi e che sarà oggetto della prova riguarda la storia della Svezia, il suo ordinamento politico, legge e giustizia, diritti umani, tradizioni, festività e molto altro. Per i test di conoscenza della lingua, ancora non è stata fissata una data.
Per quanto riguarda la legge appena approvata in materia di permessi di soggiorno, che consente una più facile espulsione degli immigrati che si comportano male ed entrerà in vigore il prossimo 13 luglio, tra i comportamenti che ora possono comportare il rifiuto o la revoca di un permesso figurano debiti non pagati, lavoro nero, incapacità di provvedere al proprio sostentamento, infrazioni minori ripetute o legami con organizzazioni estremiste.
Il governo svedese sottolinea «che la limitata possibilità, prevista dalle norme attuali, di valutare anche condotte illecite diverse da quelle criminali non appare giustificata e ritiene che non debba essere necessario che uno straniero abbia commesso un reato affinché altre condotte illecite vengano prese in considerazione». Forssell l’aveva annunciato, presentando la riforma di legge: «Chi non si impegna a fare la cosa giusta non dovrebbe poter contare sul fatto di restare nel Paese». Chi trasgredisce va fermato, non giustificato come fa la sinistra che continuerebbe a spalancare le braccia all’immigrazione irregolare, facendo credere che l’accoglienza illimitata sia dimostrazione di progresso e umanità.
E anche l’Ue si muove. Dopo il via libera della commissione Libertà civili del Parlamento europeo all’accordo sul regolamento rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno nell’Unione è irregolare, oggi alle 12.30 è infatti previsto il voto in plenaria. Malgrado posizioni a volte divergenti tra i rappresentanti del centrodestra, l’Italia oggi voterà compatta, portando a compimento un lungo lavoro svolto dal governo Meloni. Un lavoro «made in Italy», per costruire a Bruxelles una maggioranza sui temi migratori. Tra le nuove regole, dovrebbe essere autorizzato il trattenimento fino a 24 mesi, prorogabile in casi specifici, e la possibilità di utilizzare «hub di rimpatrio» situati in Paesi terzi al di fuori dell’Ue.
A tal proposito, Germania e Italia starebbero spingendo affinché il prossimo bilancio pluriennale dell’Ue 2028-2034 includa la possibilità di finanziare le strutture in Paesi terzi destinati ai richiedenti asilo respinti, che non possono essere rimpatriati nei Paesi d’origine.
Intanto, ieri la Camera con 147 sì, 93 no e 3 astenuti ha dato il via libera alla legge sui rimpatri volontari assistiti. La norma ha corretto l’emendamento inizialmente proposto al dl Sicurezza. Nel nuovo testo, il contributo di 615 euro viene destinato all’avvocato a «conclusione del procedimento», non vincolandolo alla partenza dello straniero.
Farà discutere, nel frattempo, la presa di posizione di papa Leone XIV. Uscendo da Castel Gandolfo e rispondendo ad una domanda sulla remigrazione, ha detto: «Semplicemente dire questo lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema, non mi sembra una risposta cristiana».
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Nelle carte dell’inchiesta coordinata dalla Procura antiterrorismo di Roma e condotta dalla Digos sugli ambienti anarco-insurrezionalisti c’è una frase pronunciata con quella cadenza sporca da conversazione informale tra militanti romani. Per il gip Rosalba Liso, che ieri ha privato della libertà sette persone (cinque in carcere e due ai domiciliari), gli squat che si riunivano in un casolare di Vicovaro, alle porte della Capitale, pianificavano azioni contro infrastrutture e obiettivi strategici.
«Un’associazione con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico» che cercava di rilanciare la mobilitazione in favore di Alfredo Cospito (è lui l’unico anarchico in 41 bis) con una strategia di «escalation» e pratiche di sabotaggio. Come quelle messe in pratica sulla linea ferroviaria dell’alta velocità Roma-Firenze il 14 febbraio scorso da Nico Aurigemma e Micol Marino che, secondo l’accusa, erano anche i coordinatori della presunta cellula. Con loro sono finiti nei guai Francesco Benedetti, Stefano Marri, Arnau Vallet i Casadevall, Giulia Vidotto e Luna Fratini. Avrebbero operato, secondo gli inquirenti, attraverso una struttura definita come un «gruppo di affinità», sviluppando progetti comuni e tentando di reclutare nuove leve nell’area della protesta pro Pal.
Perché dalle intercettazioni emerge la convinzione che bastino pochi uomini, organizzati in nuclei mobili e autonomi, per costringere lo Stato a «fare i conti» con una pressione continua fatta di sabotaggi, propaganda e azioni dimostrative. «Effettivamente se rifletto su cosa», afferma la Marino durante una chiacchierata intercettata, «penso (si, ndr) possa applicare una pressione tale da essere esercitata in pochi contro (lo Stato, ndr) [...] se non per dire ricatto [...] verso i decisori politici diciamo, con i loro apparati». Pochi probabilmente. Ma a dire di Aurigemma «sparsi per tutta Italia» e «disposti» a «mettere in campo un certo tipo di intervento». Un passaggio che, secondo gli inquirenti, sembrerebbe dimostrare che gli indagati avrebbero superato lo spontaneismo antagonista per cercare di tirare su una rete che ragionava in termini operativi. E tutto ruoterebbe attorno a quel casolare isolato di Vicovaro, trasformato, secondo gli investigatori, in una sorta di base logistica dove si discuteva di azioni dirette, sabotaggi, propaganda e reclutamento.
Durante le perquisizioni, disposte a carico di 18 indagati, sono stati sequestrati manuali e altri documenti ritenuti sensibili ma è anche stato sgomberato il Bencivenga Occupato, centro sociale sulle sponde dell’Aniene. Ed è arrivato il plauso della premier Giorgia Meloni: «L’operazione infligge un duro colpo a chi pensa di poter minacciare la sicurezza della nazione, colpire infrastrutture strategiche e mettere in discussione i principi della convivenza democratica».
In una delle intercettazioni due indagati discutono perfino di un sopralluogo che potrebbe riguardare la catena di fast food McDonald’s (ma nel mirino c’erano anche società attive nel settore della difesa e i Cpr). Aurigemma avrebbe deciso di condividere «il know how per la realizzazione di ordigni esplosivi», proponendo «di portare con sé tutta la componentistica necessaria per «provare, provare e provare!»». Benedetti, dal canto suo, avrebbe messo a disposizione «la propria abitazione a Terni» e si sarebbe proposto «per reperire la componentistica necessaria per la costruzione di ordigni». Ma gli indagati non parlano solo dell’obiettivo. Ragionano soprattutto sul metodo: «Pensiamo che sia meglio partire piano […] renderla pubblica in una sorta di escalation!». La finalità? Secondo gli inquirenti «l’escalation di violenza» doveva essere «capace di condizionare gli organi deputati a decidere sul rinnovo del 41 bis per Cospito».
E allora si colpisce l’alta velocità. Poi arriva la rivendicazione: «Fuoco alle Olimpiadi! Oggi non si viaggia». Una frase costruita per circolare. Perché, secondo gli investigatori, le Olimpiadi Milano-Cortina venivano considerate dagli indagati un simbolo del capitalismo. Ma leggendo le carte emerge soprattutto un altro elemento: l’ossessione per la «riproducibilità» delle azioni. E, per questo, il gruppetto avrebbe anche cercato di diffondere competenze e creare emulazione. Nei comunicati compare infatti questa frase: «Servono soltanto pochi ingredienti per agire contro il mondo della strumentazione, dell’oppressione e della devastazione, un po’ di studio, precauzione, qualche complice, qualche litro di combustibile e… tutto è possibile! Buona fortuna!». Con un richiamo preciso: «Il potere si prepara alla guerra e anche noi anarchici, rivoluzionari, individui coscienti vorremmo fare lo stesso». La propaganda viaggiava di pari passo con l’azione.
E, così, i due anarchici saltati in aria nel casolare del Parco degli Acquedotti, sono diventati dei martiri: «Morti in azione», dicono gli indagati. «Sono morti combattendo contro sto mondo di merda». Fino alla frase (questa volta messa per iscritto) che, più di tutte, sintetizza l’impostazione ideologica contestata dalla Procura: «Non ci interessa sapere cosa sia successo in quel casolare dove hanno trovato la morte. Sappiamo per certo che non loro cuore c’era quell’idea di libertà e anarchia che sentiamo anche noi, sappiamo per certo che in questo mondo dove la guerra fa sempre più vittime innocenti, per agire contro di essa serve anche la violenza rivoluzionaria».
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