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2018-06-06
La Corte Ue decide: le nozze gay valgono anche nei Paesi che non le prevedono
ANSA
Da ieri la nozione di coniuge comprende l'unione tra due persone dello stesso sesso. Non solo: il coniuge rimane tale anche se appartiene a uno Stato che non riconosce i matrimoni tra due uomini o tra due donne. La sentenza, che si porterà dietro non poche polemiche, è della Corte di giustizia dell'Unione Europea. E prevede che gli Stati membri, pur essendo liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, non possano ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell'Unione, rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di un Paese non Ue, un diritto di soggiorno sul loro territorio. A presentare il ricorso, alcuni mesi fa, sono stati un cittadino romeno, Relu Adrian Coman, e il suo consorte americano, Robert Clabourn Hamilton. I due, Romania, si erano visti rifiutare il diritto di soggiorno con questa motivazione: la Romania non riconosce i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Le autorità romene avevano quindi respinto la richiesta di soggiorno oltre i tre mesi del signor Hamilton, perché per la legislazione nazionale non poteva essere qualificato come «coniuge» di un cittadino Ue.
Ma Coman e Hamilton, impugnando la decisione, hanno fatto leva sull'esistenza di una discriminazione fondata sull'orientamento sessuale per quanto riguarda l'esercizio del diritto di libera circolazione nell'Ue. La Corte costituzionale romena ha dunque chiesto alla Corte di giustizia dell'Ue se la posizione del signor Hamilton rientrasse nella nozione di «coniuge» e se lo stesso dovesse ottenere di conseguenza la concessione di un diritto di soggiorno permanente in Romania. I giudici della corte di Lussemburgo, rispondendo al quesito, hanno stabilito che la nozione di coniuge, ai sensi delle disposizioni del diritto dell'Unione sulla libertà di soggiorno dei cittadini e dei loro familiari, comprende anche i coniugi dello stesso sesso.
La Corte ha ritenuto, inoltre, che lo stato civile delle persone a cui sono riconducibili le norme relative al matrimonio sia una materia che rientra nella competenza degli Stati membri e che il diritto dell'Ue non pregiudichi questa competenza. Spetta dunque agli Stati membri decidere se prevedere o meno il matrimonio omosessuale. L'indicazione giuridica che deriva dalla decisione, quindi, è questa: gli Stati dell'Ue sono liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, quello che non possono fare è ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell'Unione rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino extracomunitario, un diritto di soggiorno sul loro territorio.
In Italia c'è un precedente che risale al 2012 e che fonda le proprie basi esattamente su questo principio giuridico: il Tribunale di Reggio Emilia aveva riconosciuto il permesso di soggiorno a un giovane uruguayano sposato con un italiano in Spagna, proprio facendo riferimento alla libera circolazione dei cittadini europei e dei loro familiari. Sentenza a cui era seguita poi una circolare del ministero dell'Interno.
Secondo Marco Gattuso, giudice del tribunale di Bologna e fondatore del sito web Articolo 29, specializzato in temi giuridici su famiglia, orientamento sessuale e identità di genere «si tratta di una sentenza che dimostra quanto ormai la strada del matrimonio egualitario per persone dello stesso sesso sia tracciata e non si torni indietro».
Dalla Conferenza episcopale r0mena, però, sottolineano che «il matrimonio è definito come l'unione esclusiva e duratura tra un uomo e una donna al fine di fondare una famiglia e di accompagnare i loro figli al loro sviluppo integrale umano». E infatti, i coniugi dello stesso sesso, anche dopo questa sentenza, avranno la possibilità di ricongiungersi e di circolare liberamente negli Stati ma, almeno al momento, non potranno far trascrivere il loro matrimonio nei Paesi che non lo riconoscono.
C'è un'altra sentenza, anche questa recente (del 14 maggio), nella quale i giudici della corte di Cassazione civile italiana hanno stabilito che «nel caso di matrimonio contratto all'estero da un cittadino italiano con un cittadino straniero dello stesso sesso, l'atto, convertendosi automaticamente in unione civile, non può essere trascritto come matrimonio». I giudici hanno argomentato spiegando che «il limite effettivo al riconoscimento o alla trascrizione di un atto, in ordine ai rapporti di famiglia, è costituito dal complesso dei principi anche di natura valoriale, costituzionale e convenzionale, che, sul fondamento della dignità della persona, della uguaglianza di genere e della non discriminazione tra generi e in relazione all'orientamento sessuale, determinano l'orizzonte non oltrepassabile dell'ordine pubblico internazionale». Insomma, ricongiungimento sì, ma senza matrimonio.
Fabio Amendolara
Roma censura i manifesti contro l’aborto ma quelli Lgbt rimangono
«Non voglio supporto, mi basterebbe smettere di sentirmi invisibile». Suonano paradossali le parole usate da Tiziano Ferro per rispondere al ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, che ha osato dire che le «famiglie gay» non esistono per il semplice motivo che ogni essere umano ha padre e una madre. Al di là di come la si pensi sull'argomento, risulta difficile affermare che l'universo Lgbt sia costretto a vivere in uno stato catacombale. Di fatto è praticamente impossibile aprire la tv o sfogliare un giornale senza essere esposti alle rivendicazioni delle istanze Lgbt. In questi giorni, a Roma, non si può fare a meno di imbattersi nei manifesti del Gay Village 2018, sui quali campeggia una coppia di uomini che si bacia. La campagna promozionale del villaggio della comunità gay capitolina è proposta anche sui bandoni pubblicitari affissi sulle fiancate dei bus Atac (l'azienda di trasporto pubblico romana).
Insomma le iniziative del movimento Lgbt hanno autostrade spianate, mentre nella Capitale non si riconosce lo stesso diritto a chi vuole ricordare che un feto di 11 settimane ha tutti gli organi formati e che l'aborto selettivo è la prima causa di femminicidio in molte parti del mondo. Tutti ricordano infatti la recente rimozione, operata dal Comune di Roma, dei manifesti di Pro Vita e Citizengo, regolarmente affissi e privi di immagini esplicite, violente o lesive di alcuna libertà.
Un gruppo di genitori ha lanciato una petizione sulla piattaforma web Citizengo per la rimozione dei manifesti con il bacio omo, facendo leva sullo stesso regolamento comunale usato per rimuovere i manifesti pro life. «Siamo convinti che il diritto dei genitori di poter liberamente scegliere quando e come parlare ai loro figli di un tema così delicato come l'omosessualità vada tutelato e rispettato», si legge nel testo della petizione, «così come vada rispettata la sensibilità individuale di ogni bambino, soprattutto riguardo a tematiche così importanti e contro l'utilizzo di immagini così esplicite e che possono turbare i più piccoli».
Il mondo pro family passa all'attacco anche in Toscana, dove l'associazione Difesa dei valori Valdarno ha presentato un esposto alla Procura della corte dei Conti di Firenze contro la Regione, i Comuni, le Province che hanno concesso il patrocinio al Toscana Pride. L'associazione, presieduta da Filippo Fiani, ha chiesto di verificare «se i patrocini, anche se gratuiti, che prevedano la partecipazione di assessori e sindaci con fasce e gonfaloni, non siano lesivi del diritto dei cittadini a non sentirsi rappresentati da una manifestazione che chiede la legittimazione della poligamia, la ridefinizione di famiglia, l'adozione per single e coppie di ogni tipo, la legalizzazione dell'utero in affitto e delle pratiche di inseminazione vietate dalla legge 40».
Marco Guerra
Più Ivg e teorie gender per tutti: le grandi priorità del G7 in Canada
In vista del G7 in programma venerdì e sabato in Canada, il governo di casa ha deciso di mettere sul tavolo i problemi che sono in cima alla lista di priorità dell'esecutivo di Justin Trudeau: femminismo, gender e aborto.
Un'agenda ideologica che verrà sostenuta, in particolar modo, dal ministro canadese per lo Sviluppo internazionale, Marie Claude Bibeau. Cosa faccia, nello specifico, un ministro «per lo Sviluppo internazionale» non è già chiaro di per sé: un governo nazionale, in genere, si occupa dello sviluppo del proprio Stato, a quello altrui ci pensano gli altri. Ma evidentemente il Canada di Trudeau ha pretese missionarie. E quali armi metterà in campo, per portare lo sviluppo nel mondo? Presto detto. «Come possiamo trasformare quella che chiamiamo architettura globale dell'assistenza umanitaria e dello sviluppo? Come possiamo portare i nostri partner principali come l'Onu, le Ong e i Paesi locali a intraprendere progetti in un modo che sia trasformativo in materia di gender?», si è chiesta Bibeau, secondo quanto riportato da Cbc News. Poi, per essere più chiara, il ministro ha spiegato di considerare l'aborto «uno strumento per porre fine alla povertà». In realtà l'aborto può al massimo porre fine ai poveri.
E del resto è proprio nei Paesi poveri che questa propaganda abortista imposta dall'Occidente non va giù, come si è visto con le recenti proteste all'Onu di alcune associazioni di donne africane. Insomma, i Paesi in via di sviluppo non intendono seguire i consigli canadesi per «svilupparsi» grazie a pratiche non volute. Eppure, per l'esponente del governo Trudeau, è proprio l'aborto che dà alle donne «il controllo sulle loro vite».
Per capire l'importanza che ha il tema da quelle parti, bisogna ricordare che il governo canadese ha stabilito una politica che stabilisce che i gruppi che fanno richiesta di sussidi per l'occupazione spuntino, nei moduli, anche una casella in cui affermano di sostenere i diritti umani, inclusi i «diritti riproduttivi» della donna. Cioè, in pratica, di dichiararsi pro aborto. Il Canada di Trudeau va così. Si tratta pur sempre del Paese che ha recentemente approvato una modifica del testo dell'inno nazionale, al fine di renderlo «gender neutral»: nella frase «L'amore della patria riempie il cuore dei figli che l'hanno costruita», i «figli» sono stati sostituiti con un generico «tutti noi». Non è un'iniziativa isolata: durante un incontro che Trudeau ha avuto all'università di Edmonton, qualche mese fa, una ragazza ha preso la parola e, nel formulare la sua domanda, ha usato la parola «mankind», cioè «umanità».
Trudeau l'ha interrotta e ha precisato: «Molto meglio dire “Peoplekind", che è più inclusivo». Sebbene la parola «umanità» in inglese sia di genere neutro, contiene la parola «man», uomo, che per Trudeau ha una connotazione sessista. Sarà con questi argomenti e con questi contenuti che, probabilmente, il Canada cercherà di portare lo sviluppo nel mondo.
Fabrizio La Rocca
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I giudici europei hanno esteso la nozione di «coniuge» alle persone dello stesso sesso. E gli Stati membri non potranno opporsi. A Roma Il cartellone pro vita di Citizengo è stato rimosso dal Comune ma sugli autobus della Capitale campeggia lo spot omo. Più gender e aborto al G7 in Canada. Secondo il governo nordamericano, la povertà si batte con le interruzioni di gravidanza. Lo speciale contiene tre articoli Da ieri la nozione di coniuge comprende l'unione tra due persone dello stesso sesso. Non solo: il coniuge rimane tale anche se appartiene a uno Stato che non riconosce i matrimoni tra due uomini o tra due donne. La sentenza, che si porterà dietro non poche polemiche, è della Corte di giustizia dell'Unione Europea. E prevede che gli Stati membri, pur essendo liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, non possano ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell'Unione, rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di un Paese non Ue, un diritto di soggiorno sul loro territorio. A presentare il ricorso, alcuni mesi fa, sono stati un cittadino romeno, Relu Adrian Coman, e il suo consorte americano, Robert Clabourn Hamilton. I due, Romania, si erano visti rifiutare il diritto di soggiorno con questa motivazione: la Romania non riconosce i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Le autorità romene avevano quindi respinto la richiesta di soggiorno oltre i tre mesi del signor Hamilton, perché per la legislazione nazionale non poteva essere qualificato come «coniuge» di un cittadino Ue. Ma Coman e Hamilton, impugnando la decisione, hanno fatto leva sull'esistenza di una discriminazione fondata sull'orientamento sessuale per quanto riguarda l'esercizio del diritto di libera circolazione nell'Ue. La Corte costituzionale romena ha dunque chiesto alla Corte di giustizia dell'Ue se la posizione del signor Hamilton rientrasse nella nozione di «coniuge» e se lo stesso dovesse ottenere di conseguenza la concessione di un diritto di soggiorno permanente in Romania. I giudici della corte di Lussemburgo, rispondendo al quesito, hanno stabilito che la nozione di coniuge, ai sensi delle disposizioni del diritto dell'Unione sulla libertà di soggiorno dei cittadini e dei loro familiari, comprende anche i coniugi dello stesso sesso. La Corte ha ritenuto, inoltre, che lo stato civile delle persone a cui sono riconducibili le norme relative al matrimonio sia una materia che rientra nella competenza degli Stati membri e che il diritto dell'Ue non pregiudichi questa competenza. Spetta dunque agli Stati membri decidere se prevedere o meno il matrimonio omosessuale. L'indicazione giuridica che deriva dalla decisione, quindi, è questa: gli Stati dell'Ue sono liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, quello che non possono fare è ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell'Unione rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino extracomunitario, un diritto di soggiorno sul loro territorio. In Italia c'è un precedente che risale al 2012 e che fonda le proprie basi esattamente su questo principio giuridico: il Tribunale di Reggio Emilia aveva riconosciuto il permesso di soggiorno a un giovane uruguayano sposato con un italiano in Spagna, proprio facendo riferimento alla libera circolazione dei cittadini europei e dei loro familiari. Sentenza a cui era seguita poi una circolare del ministero dell'Interno. Secondo Marco Gattuso, giudice del tribunale di Bologna e fondatore del sito web Articolo 29, specializzato in temi giuridici su famiglia, orientamento sessuale e identità di genere «si tratta di una sentenza che dimostra quanto ormai la strada del matrimonio egualitario per persone dello stesso sesso sia tracciata e non si torni indietro». Dalla Conferenza episcopale r0mena, però, sottolineano che «il matrimonio è definito come l'unione esclusiva e duratura tra un uomo e una donna al fine di fondare una famiglia e di accompagnare i loro figli al loro sviluppo integrale umano». E infatti, i coniugi dello stesso sesso, anche dopo questa sentenza, avranno la possibilità di ricongiungersi e di circolare liberamente negli Stati ma, almeno al momento, non potranno far trascrivere il loro matrimonio nei Paesi che non lo riconoscono. C'è un'altra sentenza, anche questa recente (del 14 maggio), nella quale i giudici della corte di Cassazione civile italiana hanno stabilito che «nel caso di matrimonio contratto all'estero da un cittadino italiano con un cittadino straniero dello stesso sesso, l'atto, convertendosi automaticamente in unione civile, non può essere trascritto come matrimonio». I giudici hanno argomentato spiegando che «il limite effettivo al riconoscimento o alla trascrizione di un atto, in ordine ai rapporti di famiglia, è costituito dal complesso dei principi anche di natura valoriale, costituzionale e convenzionale, che, sul fondamento della dignità della persona, della uguaglianza di genere e della non discriminazione tra generi e in relazione all'orientamento sessuale, determinano l'orizzonte non oltrepassabile dell'ordine pubblico internazionale». Insomma, ricongiungimento sì, ma senza matrimonio. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-corte-ue-decide-le-nozze-gay-valgono-anche-nei-paesi-che-non-le-prevedono-2575461824.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="roma-censura-i-manifesti-contro-laborto-ma-quelli-lgbt-rimangono" data-post-id="2575461824" data-published-at="1778683226" data-use-pagination="False"> Roma censura i manifesti contro l’aborto ma quelli Lgbt rimangono «Non voglio supporto, mi basterebbe smettere di sentirmi invisibile». Suonano paradossali le parole usate da Tiziano Ferro per rispondere al ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, che ha osato dire che le «famiglie gay» non esistono per il semplice motivo che ogni essere umano ha padre e una madre. Al di là di come la si pensi sull'argomento, risulta difficile affermare che l'universo Lgbt sia costretto a vivere in uno stato catacombale. Di fatto è praticamente impossibile aprire la tv o sfogliare un giornale senza essere esposti alle rivendicazioni delle istanze Lgbt. In questi giorni, a Roma, non si può fare a meno di imbattersi nei manifesti del Gay Village 2018, sui quali campeggia una coppia di uomini che si bacia. La campagna promozionale del villaggio della comunità gay capitolina è proposta anche sui bandoni pubblicitari affissi sulle fiancate dei bus Atac (l'azienda di trasporto pubblico romana). Insomma le iniziative del movimento Lgbt hanno autostrade spianate, mentre nella Capitale non si riconosce lo stesso diritto a chi vuole ricordare che un feto di 11 settimane ha tutti gli organi formati e che l'aborto selettivo è la prima causa di femminicidio in molte parti del mondo. Tutti ricordano infatti la recente rimozione, operata dal Comune di Roma, dei manifesti di Pro Vita e Citizengo, regolarmente affissi e privi di immagini esplicite, violente o lesive di alcuna libertà. Un gruppo di genitori ha lanciato una petizione sulla piattaforma web Citizengo per la rimozione dei manifesti con il bacio omo, facendo leva sullo stesso regolamento comunale usato per rimuovere i manifesti pro life. «Siamo convinti che il diritto dei genitori di poter liberamente scegliere quando e come parlare ai loro figli di un tema così delicato come l'omosessualità vada tutelato e rispettato», si legge nel testo della petizione, «così come vada rispettata la sensibilità individuale di ogni bambino, soprattutto riguardo a tematiche così importanti e contro l'utilizzo di immagini così esplicite e che possono turbare i più piccoli». Il mondo pro family passa all'attacco anche in Toscana, dove l'associazione Difesa dei valori Valdarno ha presentato un esposto alla Procura della corte dei Conti di Firenze contro la Regione, i Comuni, le Province che hanno concesso il patrocinio al Toscana Pride. L'associazione, presieduta da Filippo Fiani, ha chiesto di verificare «se i patrocini, anche se gratuiti, che prevedano la partecipazione di assessori e sindaci con fasce e gonfaloni, non siano lesivi del diritto dei cittadini a non sentirsi rappresentati da una manifestazione che chiede la legittimazione della poligamia, la ridefinizione di famiglia, l'adozione per single e coppie di ogni tipo, la legalizzazione dell'utero in affitto e delle pratiche di inseminazione vietate dalla legge 40». Marco Guerra <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-corte-ue-decide-le-nozze-gay-valgono-anche-nei-paesi-che-non-le-prevedono-2575461824.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="piu-ivg-e-teorie-gender-per-tutti-le-grandi-priorita-del-g7-in-canada" data-post-id="2575461824" data-published-at="1778683226" data-use-pagination="False"> Più Ivg e teorie gender per tutti: le grandi priorità del G7 in Canada In vista del G7 in programma venerdì e sabato in Canada, il governo di casa ha deciso di mettere sul tavolo i problemi che sono in cima alla lista di priorità dell'esecutivo di Justin Trudeau: femminismo, gender e aborto. Un'agenda ideologica che verrà sostenuta, in particolar modo, dal ministro canadese per lo Sviluppo internazionale, Marie Claude Bibeau. Cosa faccia, nello specifico, un ministro «per lo Sviluppo internazionale» non è già chiaro di per sé: un governo nazionale, in genere, si occupa dello sviluppo del proprio Stato, a quello altrui ci pensano gli altri. Ma evidentemente il Canada di Trudeau ha pretese missionarie. E quali armi metterà in campo, per portare lo sviluppo nel mondo? Presto detto. «Come possiamo trasformare quella che chiamiamo architettura globale dell'assistenza umanitaria e dello sviluppo? Come possiamo portare i nostri partner principali come l'Onu, le Ong e i Paesi locali a intraprendere progetti in un modo che sia trasformativo in materia di gender?», si è chiesta Bibeau, secondo quanto riportato da Cbc News. Poi, per essere più chiara, il ministro ha spiegato di considerare l'aborto «uno strumento per porre fine alla povertà». In realtà l'aborto può al massimo porre fine ai poveri. E del resto è proprio nei Paesi poveri che questa propaganda abortista imposta dall'Occidente non va giù, come si è visto con le recenti proteste all'Onu di alcune associazioni di donne africane. Insomma, i Paesi in via di sviluppo non intendono seguire i consigli canadesi per «svilupparsi» grazie a pratiche non volute. Eppure, per l'esponente del governo Trudeau, è proprio l'aborto che dà alle donne «il controllo sulle loro vite». Per capire l'importanza che ha il tema da quelle parti, bisogna ricordare che il governo canadese ha stabilito una politica che stabilisce che i gruppi che fanno richiesta di sussidi per l'occupazione spuntino, nei moduli, anche una casella in cui affermano di sostenere i diritti umani, inclusi i «diritti riproduttivi» della donna. Cioè, in pratica, di dichiararsi pro aborto. Il Canada di Trudeau va così. Si tratta pur sempre del Paese che ha recentemente approvato una modifica del testo dell'inno nazionale, al fine di renderlo «gender neutral»: nella frase «L'amore della patria riempie il cuore dei figli che l'hanno costruita», i «figli» sono stati sostituiti con un generico «tutti noi». Non è un'iniziativa isolata: durante un incontro che Trudeau ha avuto all'università di Edmonton, qualche mese fa, una ragazza ha preso la parola e, nel formulare la sua domanda, ha usato la parola «mankind», cioè «umanità». Trudeau l'ha interrotta e ha precisato: «Molto meglio dire “Peoplekind", che è più inclusivo». Sebbene la parola «umanità» in inglese sia di genere neutro, contiene la parola «man», uomo, che per Trudeau ha una connotazione sessista. Sarà con questi argomenti e con questi contenuti che, probabilmente, il Canada cercherà di portare lo sviluppo nel mondo. Fabrizio La Rocca
Friedrich Merz (Ansa)
Davanti a lui, a Berlino, i 400 delegati sindacali fremono, contestano e rimandano al mittente la ricetta; nessuna voglia di lacrime e sangue dopo 30 anni di benessere diffuso. La scena mai vista prima nella storia è il fulcro dello speech del cancelliere al congresso della Federazione dei Sindacati (Dgb) e segna due punti critici: il no alle riforme e il crollo della popolarità dopo solo un anno di governo.
«Aumentare la produttività, diminuire l’assenteismo, riformare la Sanità pubblica, tagliare le pensioni». Lo scenario molto italiano (do you remember la stagione Mario Monti?) fa sanguinare le orecchie di chi ascolta. Ma la verità di Merz non può aspettare oltre. «Abbiamo fallito nel modernizzare il nostro Paese, adesso ne paghiamo le conseguenze. La sfida più difficile sarà la riforma del sistema pensionistico obbligatorio. La commissione di esperti incaricata presenterà le sue proposte fra qualche settimana, le decisioni arriveranno in estate. Un lavoratore non può sostenere il costo di due pensionati. Nulla di tutto ciò è dovuto a cattiveria da parte mia o del governo federale, si tratta semplicemente di demografia e matematica. I problemi strutturali rimandati per anni si sono aggravati».
In una tumultuosa mattina di maggio la Germania scende definitivamente dal piedistallo. E scopre che le otto ore giornaliere di lavoro sono poche (la proposta è di arrivare a 12 con compensazioni settimanali), che la leggendaria produttività è crollata a livelli mediterranei. E che, come sottolinea un Merz sempre più in imbarazzo, «gli alti costi e la burocrazia stanno danneggiando le imprese mettendo a rischio i posti di lavoro e la prosperità delle generazioni future». Per i rappresentanti dei lavoratori è uno shock senza precedenti. Da sempre favorevoli alle riforme nei convegni, nei Paesi ad alto tasso di sviluppo i sindacati di ogni latitudine sono i garanti dell’immobilismo, del corporativismo, del privilegio. Così, dopo avere dormito sugli allori, fischiano, urlano e andranno in piazza.
Dopo due anni di recessione, gli indicatori hanno fatto segnare una crescita troppo flebile per essere rassicurante. E la prima conseguenza del giro di vite annunciato a Berlino è il crollo dei consensi. L’ultimo sondaggio Forsa, pubblicato dalla Bild, è una sentenza: dopo soli 12 mesi di governo la coalizione annaspa, con i conservatori di Cdu-Csu al 22% e i socialisti di Spd (responsabili del ballo sul Titanic) al 12%. Tutto ciò mentre Alternative für Deutschland vola al 27%. A livello personale Merz è al 13%. Commento dei sondaggisti: «Ci sono stati picchi negativi anche per i cancellieri precedenti, ma che qualcuno scendesse sotto il 15% non si era mai visto. I partiti di governo hanno perso un terzo della loro già risicata sostanza, un altro dato mai visto».
Sembra uno scherzo della nemesi. Qualche giorno fa il cancelliere, che a differenza di molti suoi colleghi ha il pregio di dire ciò che pensa (più o meno come Giancarlo Giorgetti), ha dichiarato con aria depressa: «Mi capita di svegliarmi la mattina e chiedermi se questo non sia solo un brutto sogno». La locomotiva si è fermata su un binario morto per quattro motivi sotto gli occhi di tutti, che riguardano anche la geopolitica internazionale.
Ecco i pilastri della prosperità che oggi vacillano. 1) La sovranità energetica è un ricordo, il gas russo a basso costo non c’è più e l’attentato angloamericano al Nordstream 2 (con manovalanza ucraina) ha dato il colpo di grazia; 2) l’ombrello militare americano sta sparendo per via del disimpegno di Donald Trump e gli investimenti sono concentrati sulla difesa (1.000 miliardi); 3) la potenza esclusivamente economica mostra la corda per il crollo delle esportazioni e dell’automotive; 4) la supremazia politica nei confronti dell’Unione europea con diktat di indirizzo (regole draconiane per gli altri, solo sviluppo per Berlino) è diventata un boomerang. A tal punto che il Bundestag ha dovuto sconfessare l’amato Patto di stabilità e iniziare la stagione del debito, sconfessando le strategie di Angela Merkel e del falco Wolfgang Schauble.
Gli errori a ripetizione sul Green deal alla base del suicidio energetico (rinnovabili) e di quello industriale (auto elettriche) hanno fatto il resto. Con l’ottusa complicità di Ursula von del Leyen, peraltro teleguidata da Berlino mentre si gettava dal balcone. Come va ripetendo da anni Alberto Bagnai, «i tedeschi non tornano indietro solo per non ammettere di avere sbagliato, esattamente come 85 anni fa». Questa volta hanno tagliato il ramo sul quale erano seduti. E le bordate di fischi dei sindacati a Merz hanno il rumore di un tonfo.
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Keir Starmer (Ansa)
Lui, per ora, resiste, attaccandosi a un cavillo: per farlo fuori da segretario serve che il 20% dei deputati lo sfiduci e candidino un altro leader. Come numeri ci siamo, ma formalmente non sarebbe stata ancora avviata la procedura formale prevista dallo statuto. E il soldato Keir, finché non lo mandano a casa dalla guida del partito, non esce neppure dal bunker del governo.
Starmer ha riunito il suo governo alle 10 del mattino e raccontano che sia stata una riunione tesa, con alcuni ministri che manco guardavano negli occhi il premier, arrabbiato perché anche i suoi alleati più fedeli da due giorni gli stavano consigliando di annunciare la data delle dimissioni, se non altro per placare le acque. Ma questa soluzione a Starmer non piace perché teme che gli sia concesso solo il tempo necessario a uno dei suoi possibili rivali di partito, il popolarissimo sindaco di Manchester Andy Burnham, per ottenere un seggio alle suppletive (basterebbe far dimettere un fedelissimo), tornare deputato (come da regolamento) e poi soffiargli la segreteria.
Mentre faceva tutti questi calcoli, il premier veniva mollato da quattro membri del governo: tre donne e un figlio di immigrati. Se ne sono andate Alex Davies-Jones, ministro per le Vittime e la violenza contro donne e ragazze, Jess Phillips, ministro per la Tutela dei minori, e Miatta Fahnbulleh, ministro per le Comunità. E a fine pomeriggio molla anche un pezzo da novanta come il vice della Salute, Zubir Ahmed, chirurgo, cinque figli, scozzese di nascita e figlio di un tassista pakistano. Ahmed era il simbolo del tentativo di rimettere in piedi la sanità pubblica, ma ieri se n’è andato scrivendo a Starmer: «È chiaro ormai da un po’ di giorni che la gente ha irrimediabilmente perso fiducia in te come primo ministero». Meno duro, ma comunque micidiale, l’addio per lettera di una fedelissima come Jess Phillips: «Sei una brava persona, ma ho toccato con mano che questo non basta». E poi gli spiega chiaramente che il suo tempo è finito quando aggiunge: «Non vedo quel cambiamento che volevo e quindi non posso continuare a fare il ministro sotto l’attuale leadership». Mentre l’ex collega Miatta Fahnbulleh, economista e liberiana di nascita, invitava il premier a «organizzare una transizione ordinata». Transizione che al momento il premier non ha nessuna intenzione di assecondare. Anche se l’Economist, per dire, ieri pomeriggio lo dava già per perso («Sir Starmer is on the way out») e il Guardian si divertiva a dedicare il suo approfondimento del giorno al seguente tema: «Perché tutti odiano Keir Starmer?».
Con i sondaggi che danno sempre il partito di Nigel Farage dieci punti sopra il Labour, si può provare a spiegare questa crisi, con il partito spaccato in due. Il motivo più immediato è la sconfitta elettorale rimediata la scorsa settimana, con i laburisti che hanno perso 1.500 consiglieri nelle elezioni locali in Inghilterra e che hanno ceduto il Galles, oltre ad aver registrato il peggior risultato di sempre al Parlamento scozzese. E poi c’è lo scandalo per la disgraziata nomina ad ambasciatore Usa di un vecchio arnese come Peter Mandelson, travolto dallo scandalo Epstein. Molti deputati laburisti, quando hanno scoperto i legami dell’ex ministro con il finanziere pedofilo, si sono rivoltati con Starmer. E forse non è un caso che tre ministri dimessi su quattro siano donne, più restie a perdonare certi comportamenti. La Phillips, ministro per la Tutela dei minori, non ci è passata sopra: «La saga di Mandelson quando è venuta a galla ha spinto il premier ad agire per renderci più credibili (su quei temi, ndr). Io non perderò mai l’occasione di una crisi per portare a casa progressi in favore delle donne e delle ragazze e quindi sono state fatte richieste e alcune sono state soddisfatte».
Se la giornata campale di Starmer e del suo governo non ha toccato più di tanto sterlina e Borsa, che hanno chiuso sostanzialmente invariate, i titoli pubblici a 10 anni sono saliti al 5,1% di rendimento, ovvero sui massimi dal luglio 2008, mentre i rendimenti delle obbligazioni trentennali sono schizzati al 5,8%, record dal lontano 1998. I mercati temono che un nuovo leader laburista non sappia fare a meno, per vincere, di promettere un aumento della spesa pubblica. Oppure che metta nuove tasse. Chi possa prendere il posto di Starmer, ammesso che non sia necessario mandargli il notaio del partito per schiodarlo dall’ufficio, non è ancora chiaro. Il rivale che teme di più è il sindaco di Manchester, Burnham (56 anni) , ma il premier si guarda le spalle anche dal rampante ministro della Salute Wes Streeting (43 anni), ala destra del partito e con un solo handicap: è anche lui vicino a Mandelson. Oggi Starmer e Streeting si incontreranno, dopo che ieri non si sono quasi rivolti la parola.
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(IStock)
Come quella di Marco Cavaleri, direttore del dipartimento rischi per la salute pubblica e della task force emergenze dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema), pubblicata ieri su Repubblica. «I vaccini a mRna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario», ha sostenuto il già responsabile dell’area vaccini e prevenzione delle malattie infettive dell’agenzia europea.
Un’affermazione in netto contrasto con la ricerca di coorte pubblicata su The Lancet nel febbraio 2022 e basata sui registri dell’intera popolazione svedese, che dimostrò come l’efficacia pratica dei vaccini Covid contro l’infezione sintomatica fosse svanita nel tempo, passando dal 92% nei giorni da 15 a 30 dopo la 2° dose fino alla perdita di efficacia significativa a partire dai 7 mesi.
In Italia, una pubblicazione dell’Istituto superiore di sanità (Iss) sul British Medical Journal (BMJ) nel febbraio 2022, mostrava come nell’arco di 8-9 mesi anche nella media della popolazione italiana di età 40-59 anni la protezione dei vaccinati con 2 dosi scendeva appena sopra al livello dei non vaccinati, e dai 60 anni in poi addirittura sotto a quel livello. Un declino anche maggiore si è avuto nella popolazione ad alto rischio, con una discesa di un significativo -44% sotto al livello dei non vaccinati, a 8-9 mesi dalla 2° dose.
Nel Regno Unito, prendendo in esame le settimane dalla 36° del 2021 alla 13° 2022, la crescita di infezioni tra i vaccinati è stata impressionante, fino al +275% degli ultimi sette giorni resi disponibili. Poi, la Uk Health Security Agency comunicò di non pubblicare più questa tabella; però intanto, per chi voleva capire, era evidente che la protezione non solo calava ma diventava negativa.
La Commissione medico-scientifica indipendente (Cmsi) ha cercato di comprendere il perché di questa inversione, non certo addebitabile a un allentamento delle precauzioni individuali, e l’ipotesi ritenuta più plausibile è che sia dovuta a un deterioramento del sistema immunitario. Un deterioramento che «andrebbe incluso tra gli effetti avversi molto gravi di queste vaccinazioni ripetute», fa notare da anni la Cmsi.
Pure in Italia, secondo i dati dell’Iss, ad esempio con 3 dosi i vaccinati tra 40 e 59 anni si infettarono rapidamente di più, fino a superare le infezioni dei non vaccinati entro aprile 2022, e arrivare alla prima settimana del 2023 a +70% di casi positivi rispetto ai non vaccinati. Quindi, già a gennaio-marzo 2022 era chiaro che i vaccini non riducevano affatto la trasmissione, anzi. Dopo poche settimane dall’ultima dose trasmettevano l’infezione più dei non vaccinati. Altro che vaccinazione che riduce un po’ la trasmissione del virus, come ha dichiarato in audizione l’ex dg dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Nicola Magrini.
Quindi, come si fa a proporre oggi ancora la narrazione che «i vaccini a mRna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario»? Non solo. Nell’audizione in commissione parlamentare d’inchiesta di Eugenio Serravalle, presidente dell’Associazione di studi e informazioni sulla salute, il medico ha evidenziato i danni provocati alla popolazione in età pediatrica con la vaccinazione Covid.
Eppure, i segnali non mancavano. Nell’analisi retrospettiva nazionale su dati individuali di tutti i bambini italiani (3,6 milioni) pubblicata su The Lancet e relativa all’efficacia del vaccino BNT162b2 contro l’infezione da Sars-CoV-2 e il Covid-19 grave, con il monitoraggio dal 17 gennaio al 13 aprile 2022 si ammetteva che in fascia 5-11 anni i vaccini hanno efficacia pratica (Ve) inferiore rispetto ad altre età, e che la protezione dall’infezione scende al 38,7% tra 0 e 14 giorni dal completamento del ciclo primario, per calare al 21,2% «tra 43 e 84 giorni».
Serviva almeno a proteggere dal Covid grave? Niente affatto, si fermava al 41,1%. Invece, nel report esteso dell’Iss del 6 aprile 2022, i bambini tra 5-11 anni si infettavano il 21,6 % in più rispetto ai non vaccinati, non 21,2% in meno come si è fatto credere su Lancet. Se la vaccinazione Covid per i giovanissimi era inutile, mai abbastanza si parla degli eventi avversi che ha prodotto. Il dottor Serravalle ha citato diversi studi, ma soprattutto ha insistito sulla non attendibilità della farmacovigilanza passiva dell’Aifa che riporta una frequenza di segnalazioni più di 1.000 volte inferiore al sistema di monitoraggio v-safe gestito dai Cdc statunitensi.
«Serravalle ha spiegato che nelle persone in età pediatrica il rischio legato alla contrazione del virus era molto basso, ma nonostante ciò furono oggetto, dai 12 anni in su, della campagna vaccinale di massa impostata dall’allora governo», ha dichiarato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, ricordando che «attraverso il super green pass fu impedito a ragazzi molto giovani, “colpevoli” di non essere vaccinati, di poter svolgere attività sportive […] questa politica sproporzionata rispetto al beneficio atteso fu estremamente grave».
Intanto, il gup di Roma ha dichiarato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione per l’ex numero due dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ed ex direttore generale del ministero della Salute Ranieri Guerra, per l’allora direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute Giuseppe Ruocco e per la dirigente del ministero della Salute Maria Grazia Pompa. La decisione riguarda lo stralcio delle indagini, trasmesse dai pm di Bergamo e Brescia per competenza territoriale nella capitale, relative al piano pandemico e alla gestione dell’emergenza Covid.
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Barbara Berlusconi (Ansa)
La terzogenita di Silvio Berlusconi esce dalla compagine societaria della Cardi Gallery, storica galleria d’arte contemporanea con sedi a Milano e Londra. Continuerà a occuparsi di cultura attraverso la fondazione no profit che porta il suo nome.
Dopo diciassette anni, Barbara Berlusconi lascia la compagine societaria della Cardi Gallery, storica galleria d’arte contemporanea guidata dal gallerista Nicolò Cardi.
La terzogenita di Silvio Berlusconi era entrata nella società nel 2009, affiancando il progetto artistico della galleria fondata a Milano nel 1972 da Renato Cardi. Nel corso degli anni, la Cardi Gallery si è affermata nel panorama internazionale dell’arte contemporanea, partecipando alle principali fiere di settore in Asia, Europa e Nord America, oltre a organizzare mostre museali e attività espositive tra Milano e Londra. L’uscita di Barbara Berlusconi dalla società non segna però un allontanamento dal mondo culturale. Come spiegato in una nota, continuerà infatti a occuparsi di arte e cultura attraverso la fondazione no profit che porta il suo nome.
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