La corte del Papa esorcizza il voto e detta il programma al governicchio
Manovra, riduzione dei parlamentari e nuova legge elettorale proporzionale. Sono questi i «compiti» dell’esecutivo di scopo indicati dal politologo gesuita Francesco Occhetta. Dare la parola agli italiani? Troppo rischioso.

La firma di punta sulle vicende politiche della rivista dei gesuiti, La Civiltà cattolica, scende in campo. Padre Francesco Occhetta detta la linea del cattolicesimo democratico per affrontare la crisi di governo ossia, in poche parole, schivare il voto a breve per evitare che il popolo sbagli. Cioè, anathema sit, voti Salvini.

«L’interesse del Paese è superiore a quello delle singole forze politiche, la responsabilità alle urgenze del Paese sarà la prova di maturità della classe politica verso la democrazia parlamentare», dichiara il gesuita esperto di analisi politica all’Ansa. Insomma, ci vuole un governo traghettatore. Dare la parola agli italiani a proposito dell’interesse del Paese? Non subito, per carità, che potrebbero sbagliarsi a votare e dopo i nuovi ottimati devono correre ai ripari.

Allora ecco la ricetta di Occhetta per allontanare il pericolo: «Più urgenti delle elezioni», sottolinea, «sono la legge di bilancio che chiederà sacrifici per compensare le spese fatte, la riforma della riduzione dei parlamentari da tutti invocata e una legge elettorale proporzionale per non ripetere gli errori del passato». È il programma del governo traghettatore che arriva direttamente dalle sacre stanze, subito notato da Repubblica, dove Goffredo De Marchis mette in evidenza che «non è sfuggito poi nei Palazzi il dettagliato programma di un futuribile governo dettato da padre Francesco Occhetta, influentissimo gesuita che si è appellato al mondo cattolico».

Anche se non è chiaro a quale «mondo cattolico» si appelli il gesuita, visto che quello dei praticanti pare voti principalmente per la Lega (così ha rilevato Nando Pagnoncelli su Avvenire), ci si domanda dove sono finiti i pensosi difensori della non ingerenza della Chiesa nella politica. Ai tempi di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI bastava un Family day o una frase del cardinale Camillo Ruini, tanto per dire, per far scaldare gli animi, oggi, invece, non solo si invoca un assetto politico, ma addirittura si detta il programma. Comunque per Occhetta «il mondo cattolico è chiamato non a scontrarsi senza proposte, ma a contribuire con l’arte della mediazione del possibile e la difesa dei più deboli a sostenere questo difficile momento del Paese». Ecco che gli «amici» diventano improvvisamente i «deboli».

La linea di padre Occhetta arriva dopo l’intervista che papa Francesco ha rilasciato al coordinatore del blog Vatican insider della Stampa. Un’intervista che qualcuno in curia ha definito «sfrontatamente politica» sia per quanto riguarda i temi – europeismo, anti sovranismo, ambientalismo, immigrazionismo – sia per la lettura di essi data in molti passaggi. Il Papa è ovviamente libero di esprimersi, anche se non è chiara la genesi di quell’intervista, né chi l’abbia in qualche modo caldeggiata, ma nessuno negli ambienti chic alza la mano per denunciare una certa ingerenza del sacro nel profano.

Su Twitter qualcuno ha fatto notare a padre Occhetta che, invece, di strani giochetti e lungaggini sarebbe opportuno far decidere subito agli elettori, ma lui tetragono resiste: prima nuove regole con una legge elettorale proporzionale. Questa, dice Occhetta, è una questione di «cultura delle garanzie» che «insegna la storia del cattolicesimo democratico». Ma garanzie per chi? Forse per i nuovi ottimati, i quali ritengono disdicevole la via popolare per raggiungere il potere: molto meglio mantenere le differenze tra plebei e patrizi per evitare spiacevoli riforme e risolverla tra le élite.

Sulla questione del popolo si misura tutto il discernimento in punta di forchetta teologica messo in campo dall’entourage del Pontefice. Perché il cardinale Jorge Mario Bergoglio ha abbracciato la variante argentina della teologia del popolo, come lui stesso ha in qualche modo spiegato nell’intervista a Vatican insider, e bisogna prodigarsi in uno slalom tra populismo, popolarismo e sovranismo, che sono tutti -ismi, ma uno solo sarebbe quello buono. Eppure la teologia del popolo è quella che insegna al pastore a non stare davanti o dietro al gregge, ma a stargli in mezzo per sentire l’odore delle pecore e soprattutto per imparare a fidarsi del loro «sensum fidei». Proprio il cardinale Bergoglio, dopo l’incontro della Chiesa sudamericana di Aparecida nel 2007, disse a proposito del popolo cristiano: «Mi dispiace quando qualcuno dice: “Quelli dobbiamo educarli”. Ci perseguita sempre il fantasma dell’Illuminismo, quel riduzionismo ideologico-nominalista che ci porta a non rispettare la realtà concreta».

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