La Corte dei conti contro il governo
Lettera al Colle per sventare l’ipotesi di cancellare la colpa grave nel danno erariale: «Si rischia un’area di immunità in contrasto con i principi della Costituzione».

Non ci sta la Corte dei conti a vedere limitata la sua funzione di giudice della responsabilità amministrativa per danno all’erario. Come, sembra, vorrebbe il governo con la non punibilità dei comportamenti e delle omissioni compiute con «colpa grave» che, insieme al dolo, costituisce la condizione soggettiva per la condanna al risarcimento del danno causato allo Stato o a un ente pubblico.

Non ci sta e spiega al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, le ragioni per le quali sarebbe gravissimo escludere la responsabilità di coloro i quali hanno causato un danno con con quella negligenza che i latini definivano «nimia» (eccessiva, smodata) specificando che significa «non intelligere quod omnes intelligunt» (Ulpiano). Non serve conoscere il latino per comprendere che parliamo di una gravissima negligenza, di una trascuratezza non scusabile che produce un rilevante pregiudizio alla finanza o al patrimonio pubblico. Per intenderci una spesa non dovuta, l’acquisto di un bene a un prezzo maggiore del dovuto, una minore entrata (per chi fosse complice di evasori fiscali), un danno al patrimonio, in particolare a quello storico artistico, come nel caso di chi favorisse con sue omissioni il furto o il deterioramento di un bene o mancasse di intervenire per evitare il crollo di un immobile o una cinta muraria carica di memorie storiche, la cui manutenzione sia stata colposamente trascurata nel tempo.

Insomma, eliminando la ipotesi di responsabilità per colpa grave lo Stato e gli enti pubblici dovrebbero tenersi sul groppone danni compiuti con quella grave trascuratezza che da sempre è punita. Sarebbe impossibile perseguire gli sprechi che l’opinione pubblica denuncia quotidianamente e che indigna tutti i cittadini onesti, quelli, per intenderci, che pagano tasse e imposte perché è il loro dovere.

Del disagio dei magistrati della Corte dei conti, eredi delle istituzioni che fin dall’antichità sono deputate a proteggere le sostanze pubbliche, si è fatto interprete il presidente di questa magistratura che fu la prima, all’atto dell’unità d’Italia, a estendere la sua giurisdizione su tutto il territorio nazionale, come volle precisare Quintino Sella, ministro delle Finanze, incaricato di presenziare all’inaugurazione della Corte, a Torino, il 1° ottobre 1862. E così Angelo Buscema, primo presidente, ha preso carta e penna e ha scritto al capo dello Stato, Sergio Martarella, che in più occasioni ha dimostrato speciale attenzione per la magistratura contabile. E facendo riferimento alle notizie che, informalmente, indicano in un prossimo decreto legge (che Mattarella dovrebbe emanare su deliberazione del Consiglio dei ministri) l’abolizione della colpa grave quale elemento costitutivo della responsabilità amministrativa, ha voluto ribadire, riferendo ai colleghi il senso della sua lettera, «che un’attività amministrativa gravemente negligente o imprudente implica sempre un dispendio di risorse pubbliche con conseguente violazione dei principi basilari di buon andamento della pubblica amministrazione, di sana gestione finanziaria e di equilibrio di bilancio». E ha aggiunto, con riferimento a una opinione diffusa in sede politica e amministrativa, che «l’incertezza in cui operano i funzionari pubblici non può essere imputata alla Corte dei conti, ma discende, piuttosto, da una certa farraginosità e contraddittorietà di testi normativi, circostanza di cui, comunque, la magistratura contabile tiene conto ai fini dell’esclusione della colpa grave o, eventualmente, ai fini dell’esercizio del potere riduttivo». Cioè con limitazione dell’ammontare del risarcimento a carico del responsabile del danno che la Corte può decidere di applicare, tenendo conto delle condizioni nelle quali ha operato, che non escludono la responsabilità ma la riducono.

Buscema riferisce di aver segnalato al capo dello Stato che «l’abolizione della colpa grave e la configurabilità della responsabilità amministrativa soltanto nelle ipotesi di dolo potrebbe indurre funzionari pubblici a tenere una condotta negligente o imprudente, confidando sul fatto che la colpa grave impedirebbe la possibilità di ravvisare la responsabilità. Si creerebbe così un’area di immunità in contrasto con i principi costituzionali».

Questo giornale, che costantemente segue le vicende della pubblica amministrazione segnalando le poche buone pratiche ma denunciando le tante, gravi inefficienze delle quali tutti sono consapevoli, ritiene che non c’è assolutamente bisogno di estendere le già troppe aree di impunità che in questo Paese sono state consentite dalla politica, preoccupata soprattutto di difendere quanti, invece di essere al servizio dello Stato, hanno dimostrato di volersene servire.

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