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2019-03-06
Coop rossa sotto inchiesta per corruzione in Kenya. Al vaglio il contratto firmato ai tempi di Renzi
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Ansa
C'è una nuova indagine in arrivo dall'Africa e questa volta riguarda uno dei nostri colossi delle costruzioni, la Cmc (Cooperativa Muratori & Cementisti di Ravenna) travolta dagli scandali in Kenya. L'ipotesi di reato è quella di corruzione internazionale. A indagare è la Directorate of Criminal Investigations (Dci), un corpo speciale di polizia investigativa kenyota, insieme ad altri organi inquirenti dentro e fuori il Paese africano. Sotto accusa c'è appunto la Cmc, storica coop rossa che rischia il fallimento se l'Anas non dovesse sbloccare alcuni cantieri ormai fermi in tutta Italia: con il nostro ente di gestione delle autostrade la storica coop romagnola ha infatti una serie di contenziosi aperti (dati di dicembre) per la cifra monstre di 1,2 miliardi di euro. Nelle ultime settimane ci sono stati diversi incontri che fanno ben sperare. Ma anche per questo motivo l'impresa è in concordato preventivo da dicembre, con debiti pari a 900 milioni di euro. Ma se in Italia la situazione è, più o meno, sotto controllo, grossi problemi sono in arrivo da Nairobi dove, secondo le accuse delle autorità investigative kenyote, Cmc avrebbe pagato una tangente per ottenere gli appalti per tre dighe. L'Italia, non va dimenticato, è uno dei più importanti partner commerciali del Kenya, basti pensare che nel solo 2018 gli scambi commerciali sulle esportazioni dal nostro Paese sono stati pari a 180 milioni di euro
Ma andiamo con ordine. Un contratto è stato siglato nel 2014, gli altri due nel 2015, durante la visita dell'ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, quando fu immortalato con un giubbotto anti proiettili insieme con il presidente Uhuru Kenyatta. Il valore complessivo delle tre dighe è di oltre 800 milioni di euro. Le opere di Cmc - in joint venture con la società Itinera (gruppo Gavio) - rientrano in un mega piano di ridistribuzione dell'acqua in Kenya, una delle promesse elettorali proprio di Kenyatta. Ma solo nella diga di Itare, secondo i media locali, sarebbero cominciati i lavori. Nelle altre due, ad Arror e Kimwarer, invece, è ancora tutto fermo. Il caso è cominciato con un presunta tangente, di cui non è stato definito l'importo da parte degli investigatori, ma che farebbe parte dei 4,9 miliardi di scellini (corrispondente a circa 44 milioni di euro) transitati da una banca di Westland, quartiere di Nairobi dove vivono gli expat e hanno sede le principali multinazionali. Dopo i primi approfondimenti sulla banca, a metà febbraio circa, è cominciata l'inchiesta che coinvolge anche quattro ministri in Kenya: Simon Chelugui dell'Acqua, Henry Rotich del Tesoro, Najib Balala del Turismo e Mwangi Kiunjuri dell'Agricoltura.
Oltre a Cmc, la Dci di Nairobi ha convocato altre 106 aziende per quello che potrebbe essere uno delle più grosse distrazioni di fondi pubblici nella storia dello stato africano. L'azienda italiana, dal canto suo, ha smentito le ricostruzioni dei giornali del Kenya, che la danno già per fallita e prossima ad abbandonare il Paese. E ha spiegato in una nota stampa di aver ricevuto un primo pagamento per la diga di Itare da 7,8 miliardi di scellini (69 milioni di euro) per i lavori preliminari. Dal 25 settembre, viste le condizioni economiche in Italia, Cmc «si è vista costretta a interrompere i lavori in attesa del pagamento dei residui dovuti che alla data odierna non sono ancora stati emessi», ha aggiunto. L'azienda ha anche precisato di «essere pienamente impegnata a completare il progetto della diga prima o entro i tempi previsti», si legge in un'altra dichiarazione rilasciata alla stampa. Non solo. Rispetto alle accuse di corruzione internazionale, sempre il colosso delle costruzioni ravennate, spiega che rispetto alle ipotesi apparse in questi giorni sui media keniani tutte «le procedure contrattuali di aggiudicazione e quelle di perfezionamento dei finanziamenti hanno aderito a degli standard internazionali. In particolare i finanziamenti sono stati coperti da polizze Sace». Il finanziamento, a quanto apprende la Verità, è stato di Intesa San Paolo.
Nel frattempo nelle scorse settimane è passato in Italia Noordin Haji, che per diciannove anni è stato avvocato generale del Kenya per poi passare nel National Intelligence Service, dove ha percorso tutto il cursus honorum fino a diventarne vice direttore della sezione dedicata al contrasto della criminalità organizzata e della criminalità economica. Nel marzo 2018 Haji è stato nominato Director of Public Prosecutions (Dpp). Si tratta di un ruolo indipendente da ogni altro potere dello Stato, ha il compito di sovrintendere a tutte le inchieste e i casi penali del Paese e rende conto solo una volta all'anno al Parlamento, attraverso un rapporto che sintetizza le sue attività considerate di interesse nazionale. La priorità attuale del Dpp è proprio la lotta alla corruzione.
Non solo. Haji sta cercando di sviluppare rapporti bilaterali con gli altri paesi, tra cui in particolare l'Italia, dal momento che i nostri connazionali sono molto impegnati dal punto di vista imprenditoriale tra Nairobi e Malindi. Non a caso in questi giorni il suo viaggio a Roma e Palermo sta facendo rumore sui giornali africani perché durante la visita avrebbe trovato riscontri sul ruolo che avrebbe avuto «nell'affare Cmc» l'attuale ministro del Tesoro Rotich che, secondo le indagini, risulterebbe in società con Rita Ricciardi, presidente dell'Associazione per il Commercio tra Italia e Kenya.
La situazione è molto complessa. Da quando l'affaire Cmc è scoppiato, le stesse autorità del Paese africano hanno cominciato a smentirsi a vicenda rispetto al volume di denaro coinvolto nello scandalo, rimpallandosi responsabilità come l'effettivo valore degli appalti. Il vice presidente William Ruto ha sostenuto infatti che l'indagine riguardasse in tutto 7,1 miliardi di scellini, pagati a Cmc per le dighe di Kamwarer (4,9 miliardi) e Arror (3.2 miliardi), nonostante i lavori siano fermi. Al contrario il ministro dell'Acqua, Chelugui, sostiene invece che l'incasso di Cmc sia tre volte superiore e ha preso le distanze pubblicamente dal progetto, deciso dal Ministero della Cooperazione regionale: quest'ultimo non risulta coinvolto perché la trattativa nel 2015 era stata gestita direttamente dal Tesoro. La confusione è molta sotto il cielo. Il motivo è soprattutto politico: l'opposizione sta cercando di utilizzare il caso per screditare il presidente Kenyatta, sempre più solo e criticato.
Dalla sede dei servizi segreti al fratello della Boschi: storia di un anno difficile
La Cmc di Ravenna è una delle cooperative più antiche in Italia, da sempre vicine all'area politica del centrosinistra. Fondato a Ravenna nel 1901 da un gruppo di 35 lavoratori edili che per primi istituirono la «Società anonima cooperativa fra operai, muratori e manovali del Comune di Ravenna», è da quasi un secolo una delle più importanti ditte di costruzioni in Italia. Fermarla significa anche fermare il nostro paese, dal momento che le infrastrutture più importanti e strategiche sono di sua competenza. Persino la nuova sede dei servizi segreti di piazza Dante a Roma è nelle mani della cooperativa romagnola, i lavoro dovevano chiudersi due anni fa mentre ora si parla della fine del 2019. Cmc vanta oggi circa 7.000 dipendenti nel mondo, di cui 400 operano solo a Ravenna.
Dal 2018, la società genera oltre il 70% del suo fatturato dalle sue attività all'estero. Ha un portafoglio ordini che è salito a 4,5 miliardi di euro ed è attualmente presente in circa 40 paesi in 4 continenti, con oltre 30 filiali nei diversi paesi in cui opera. Ma in Italia negli ultimi anni le cose sono iniziate ad andare male. Lo ha spiegato bene l'istanza di concordato preventivo con riserva depositata il 4 dicembre al tribunale di Ravenna. In quella richiesta di aiuto si riassume lo stato di sofferenza soprattutto finanziaria dell'azienda. Dal momento che nell'ultimo anno il volume della produzione è sceso da 549 a 514 milioni di euro, il margine operativo da 45 a 37 milioni, la disponibilità liquida da 181 milioni a 89 milioni. Il problema è la liquidità. Ma come fare se Anas, la nostra stazione appaltante sulle autostrade, non paga?
I contenziosi con via Monzambano sono aumentati a dismisura negli ultimi tempi. Il più imponente riguardava in particolare i lavori per il primo lotto della strada Agrigento-Caltanissetta, per quasi 600 milioni di euro. Ora pare essersi sbloccato qualcosa. Ci sono stati diversi incontri e c'è ottimismo sulla ripartenza dei lavori. La situazione resta sempre critica. E per una parte dei lavoratori è già scattata la cassa integrazione. Del resto già alla fine dello scorso anno erano previste entrate per 137 milioni mentre ne sono arrivate solo per 52 e la società non ha potuto far fronte a tutti gli obblighi. Fra cui il pagamento della famosa cedola in scadenza il 15 novembre scorso per uno dei due bond contratti (obbligazioni per un importo complessivo di 575 milioni di euro). Questa situazione di sofferenza ha portato allo scattare di decreti ingiuntivi da parte dei creditori stessi e all'avvio dei meccanismi per la dichiarazione di fallimento.
A quanto risulta al Sole24 ore, dovrebbe trattarsi di concordato misto, «sul tavolo ci sarà anche la cessione di asset, dismissioni che saranno uno dei punti del piano concordatario per il quale è stata chiesta una proroga di 60 giorni dagli advisor Mediobanca e studio Trombone». Durante il governo Renzi aveva creato non poche polemiche l'attivismo dei renziani intorno al colosso delle costruzioni. Persino il fratello più piccolo dell'ex ministro delle riforme Maria Elena Boschi, Pier Francesco, trovò posto in Cmc in quegli anni. La trattativa per salvarla era stata portata avanti anche dall'ex tesoriere Francesco Bonifazi, ma si vede che gli sforzi non sono bastati.
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Cmc finisce sui quotidiani di Nairobi. Si indaga su quattro ministri del governo di Uhuru Kenyatta. Al centro la costruzione di tre dighe del valore di 800 milioni di euro, due in joint venture con la società Itinera (gruppo Gavio). La Directorate of criminal investigations (Dci) sta effettuando verifiche su un conto alla banca Westland in cerca di presunte tangenti. «Le procedure contrattuali di aggiudicazione e quelle di perfezionamento dei finanziamenti», spiegano gli interessati, «aderiscono agli standard internazionali. In particolare i finanziamenti sono stati coperti da polizze Sace».Tutte le difficoltà della cooperativa che ha dato lavoro al fratello di Maria Elena Boschi. I contenziosi con Anas per 1,2 miliardi e la richiesta di concordato preventivo a dicembre 2018. La sede dei servizi segreti in piazza Dante ancora da completare...La replica dell'azienda: «Cmc rende noto di non aver ricevuto a oggi alcuna comunicazione ufficiale relativa all'indagine riferita nell'articolo. Cmc precisa inoltre che la notizia secondo cui sarebbe al vaglio un contratto firmato ai tempi di Matteo Renzi è falsa e destituita di ogni fondamento».Lo speciale contiene due articoliC'è una nuova indagine in arrivo dall'Africa e questa volta riguarda uno dei nostri colossi delle costruzioni, la Cmc (Cooperativa Muratori & Cementisti di Ravenna) travolta dagli scandali in Kenya. L'ipotesi di reato è quella di corruzione internazionale. A indagare è la Directorate of Criminal Investigations (Dci), un corpo speciale di polizia investigativa kenyota, insieme ad altri organi inquirenti dentro e fuori il Paese africano. Sotto accusa c'è appunto la Cmc, storica coop rossa che rischia il fallimento se l'Anas non dovesse sbloccare alcuni cantieri ormai fermi in tutta Italia: con il nostro ente di gestione delle autostrade la storica coop romagnola ha infatti una serie di contenziosi aperti (dati di dicembre) per la cifra monstre di 1,2 miliardi di euro. Nelle ultime settimane ci sono stati diversi incontri che fanno ben sperare. Ma anche per questo motivo l'impresa è in concordato preventivo da dicembre, con debiti pari a 900 milioni di euro. Ma se in Italia la situazione è, più o meno, sotto controllo, grossi problemi sono in arrivo da Nairobi dove, secondo le accuse delle autorità investigative kenyote, Cmc avrebbe pagato una tangente per ottenere gli appalti per tre dighe. L'Italia, non va dimenticato, è uno dei più importanti partner commerciali del Kenya, basti pensare che nel solo 2018 gli scambi commerciali sulle esportazioni dal nostro Paese sono stati pari a 180 milioni di euroMa andiamo con ordine. Un contratto è stato siglato nel 2014, gli altri due nel 2015, durante la visita dell'ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, quando fu immortalato con un giubbotto anti proiettili insieme con il presidente Uhuru Kenyatta. Il valore complessivo delle tre dighe è di oltre 800 milioni di euro. Le opere di Cmc - in joint venture con la società Itinera (gruppo Gavio) - rientrano in un mega piano di ridistribuzione dell'acqua in Kenya, una delle promesse elettorali proprio di Kenyatta. Ma solo nella diga di Itare, secondo i media locali, sarebbero cominciati i lavori. Nelle altre due, ad Arror e Kimwarer, invece, è ancora tutto fermo. Il caso è cominciato con un presunta tangente, di cui non è stato definito l'importo da parte degli investigatori, ma che farebbe parte dei 4,9 miliardi di scellini (corrispondente a circa 44 milioni di euro) transitati da una banca di Westland, quartiere di Nairobi dove vivono gli expat e hanno sede le principali multinazionali. Dopo i primi approfondimenti sulla banca, a metà febbraio circa, è cominciata l'inchiesta che coinvolge anche quattro ministri in Kenya: Simon Chelugui dell'Acqua, Henry Rotich del Tesoro, Najib Balala del Turismo e Mwangi Kiunjuri dell'Agricoltura. Oltre a Cmc, la Dci di Nairobi ha convocato altre 106 aziende per quello che potrebbe essere uno delle più grosse distrazioni di fondi pubblici nella storia dello stato africano. L'azienda italiana, dal canto suo, ha smentito le ricostruzioni dei giornali del Kenya, che la danno già per fallita e prossima ad abbandonare il Paese. E ha spiegato in una nota stampa di aver ricevuto un primo pagamento per la diga di Itare da 7,8 miliardi di scellini (69 milioni di euro) per i lavori preliminari. Dal 25 settembre, viste le condizioni economiche in Italia, Cmc «si è vista costretta a interrompere i lavori in attesa del pagamento dei residui dovuti che alla data odierna non sono ancora stati emessi», ha aggiunto. L'azienda ha anche precisato di «essere pienamente impegnata a completare il progetto della diga prima o entro i tempi previsti», si legge in un'altra dichiarazione rilasciata alla stampa. Non solo. Rispetto alle accuse di corruzione internazionale, sempre il colosso delle costruzioni ravennate, spiega che rispetto alle ipotesi apparse in questi giorni sui media keniani tutte «le procedure contrattuali di aggiudicazione e quelle di perfezionamento dei finanziamenti hanno aderito a degli standard internazionali. In particolare i finanziamenti sono stati coperti da polizze Sace». Il finanziamento, a quanto apprende la Verità, è stato di Intesa San Paolo. Nel frattempo nelle scorse settimane è passato in Italia Noordin Haji, che per diciannove anni è stato avvocato generale del Kenya per poi passare nel National Intelligence Service, dove ha percorso tutto il cursus honorum fino a diventarne vice direttore della sezione dedicata al contrasto della criminalità organizzata e della criminalità economica. Nel marzo 2018 Haji è stato nominato Director of Public Prosecutions (Dpp). Si tratta di un ruolo indipendente da ogni altro potere dello Stato, ha il compito di sovrintendere a tutte le inchieste e i casi penali del Paese e rende conto solo una volta all'anno al Parlamento, attraverso un rapporto che sintetizza le sue attività considerate di interesse nazionale. La priorità attuale del Dpp è proprio la lotta alla corruzione. Non solo. Haji sta cercando di sviluppare rapporti bilaterali con gli altri paesi, tra cui in particolare l'Italia, dal momento che i nostri connazionali sono molto impegnati dal punto di vista imprenditoriale tra Nairobi e Malindi. Non a caso in questi giorni il suo viaggio a Roma e Palermo sta facendo rumore sui giornali africani perché durante la visita avrebbe trovato riscontri sul ruolo che avrebbe avuto «nell'affare Cmc» l'attuale ministro del Tesoro Rotich che, secondo le indagini, risulterebbe in società con Rita Ricciardi, presidente dell'Associazione per il Commercio tra Italia e Kenya. La situazione è molto complessa. Da quando l'affaire Cmc è scoppiato, le stesse autorità del Paese africano hanno cominciato a smentirsi a vicenda rispetto al volume di denaro coinvolto nello scandalo, rimpallandosi responsabilità come l'effettivo valore degli appalti. Il vice presidente William Ruto ha sostenuto infatti che l'indagine riguardasse in tutto 7,1 miliardi di scellini, pagati a Cmc per le dighe di Kamwarer (4,9 miliardi) e Arror (3.2 miliardi), nonostante i lavori siano fermi. Al contrario il ministro dell'Acqua, Chelugui, sostiene invece che l'incasso di Cmc sia tre volte superiore e ha preso le distanze pubblicamente dal progetto, deciso dal Ministero della Cooperazione regionale: quest'ultimo non risulta coinvolto perché la trattativa nel 2015 era stata gestita direttamente dal Tesoro. La confusione è molta sotto il cielo. Il motivo è soprattutto politico: l'opposizione sta cercando di utilizzare il caso per screditare il presidente Kenyatta, sempre più solo e criticato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-coop-rossa-indagata-per-corruzione-in-kenya-il-contratto-firmato-con-il-governo-renzi-2630832098.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dalla-sede-dei-servizi-segreti-al-fratello-della-boschi-storia-di-un-anno-difficile" data-post-id="2630832098" data-published-at="1767525744" data-use-pagination="False"> Dalla sede dei servizi segreti al fratello della Boschi: storia di un anno difficile La Cmc di Ravenna è una delle cooperative più antiche in Italia, da sempre vicine all'area politica del centrosinistra. Fondato a Ravenna nel 1901 da un gruppo di 35 lavoratori edili che per primi istituirono la «Società anonima cooperativa fra operai, muratori e manovali del Comune di Ravenna», è da quasi un secolo una delle più importanti ditte di costruzioni in Italia. Fermarla significa anche fermare il nostro paese, dal momento che le infrastrutture più importanti e strategiche sono di sua competenza. Persino la nuova sede dei servizi segreti di piazza Dante a Roma è nelle mani della cooperativa romagnola, i lavoro dovevano chiudersi due anni fa mentre ora si parla della fine del 2019. Cmc vanta oggi circa 7.000 dipendenti nel mondo, di cui 400 operano solo a Ravenna.Dal 2018, la società genera oltre il 70% del suo fatturato dalle sue attività all'estero. Ha un portafoglio ordini che è salito a 4,5 miliardi di euro ed è attualmente presente in circa 40 paesi in 4 continenti, con oltre 30 filiali nei diversi paesi in cui opera. Ma in Italia negli ultimi anni le cose sono iniziate ad andare male. Lo ha spiegato bene l'istanza di concordato preventivo con riserva depositata il 4 dicembre al tribunale di Ravenna. In quella richiesta di aiuto si riassume lo stato di sofferenza soprattutto finanziaria dell'azienda. Dal momento che nell'ultimo anno il volume della produzione è sceso da 549 a 514 milioni di euro, il margine operativo da 45 a 37 milioni, la disponibilità liquida da 181 milioni a 89 milioni. Il problema è la liquidità. Ma come fare se Anas, la nostra stazione appaltante sulle autostrade, non paga? I contenziosi con via Monzambano sono aumentati a dismisura negli ultimi tempi. Il più imponente riguardava in particolare i lavori per il primo lotto della strada Agrigento-Caltanissetta, per quasi 600 milioni di euro. Ora pare essersi sbloccato qualcosa. Ci sono stati diversi incontri e c'è ottimismo sulla ripartenza dei lavori. La situazione resta sempre critica. E per una parte dei lavoratori è già scattata la cassa integrazione. Del resto già alla fine dello scorso anno erano previste entrate per 137 milioni mentre ne sono arrivate solo per 52 e la società non ha potuto far fronte a tutti gli obblighi. Fra cui il pagamento della famosa cedola in scadenza il 15 novembre scorso per uno dei due bond contratti (obbligazioni per un importo complessivo di 575 milioni di euro). Questa situazione di sofferenza ha portato allo scattare di decreti ingiuntivi da parte dei creditori stessi e all'avvio dei meccanismi per la dichiarazione di fallimento. A quanto risulta al Sole24 ore, dovrebbe trattarsi di concordato misto, «sul tavolo ci sarà anche la cessione di asset, dismissioni che saranno uno dei punti del piano concordatario per il quale è stata chiesta una proroga di 60 giorni dagli advisor Mediobanca e studio Trombone». Durante il governo Renzi aveva creato non poche polemiche l'attivismo dei renziani intorno al colosso delle costruzioni. Persino il fratello più piccolo dell'ex ministro delle riforme Maria Elena Boschi, Pier Francesco, trovò posto in Cmc in quegli anni. La trattativa per salvarla era stata portata avanti anche dall'ex tesoriere Francesco Bonifazi, ma si vede che gli sforzi non sono bastati.
Getty Images
Ogni volta che un’area del mondo si infiamma, Bitcoin si ripresenta come l’oro dei tempi moderni, ma senza miniere, senza cave e soprattutto senza bandiere. Non è una valuta, non è un asset rifugio tradizionale, non è nemmeno più una ribellione: è un riflesso del mercato quando la politica decide di alzare la voce. Subito dietro, con passo più lento ma con la solennità di chi sa di essere eterno, arriva l’oro. Che in realtà non arriva: c’era già. L’oro viaggia sui massimi, attorno ai 4.500 dollari l’oncia, e guarda il mondo con l’aria di chi ha già visto imperi cadere, presidenti rovesciati e guerre annunciate come «interventi chirurgici». Gli acquisti sono previsti, attesi, quasi scontati. Perché quando la geopolitica tossisce, l’oro non si ammala: ingrassa. E poi c’è il petrolio, che in queste storie gioca sempre una doppia partita. Nel breve periodo, il copione è noto: tensioni, rischio geopolitico, qualche spunto rialzista. Basta evocare il Venezuela, basta ricordare che lì sotto la terra ci sono le maggiori riserve di greggio del pianeta, per far tremare le quotazioni. Ma attenzione, perché sul lungo periodo il film potrebbe ribaltarsi. Se davvero il petrolio venezuelano dovesse tornare sul mercato in modo strutturale, con volumi significativi, l’effetto potrebbe essere l’opposto: più offerta, più concorrenza, prezzi sotto pressione. Insomma, oggi il petrolio sale per paura, domani potrebbe scendere per abbondanza. È la schizofrenia tipica delle materie prime quando la politica internazionale decide di rimettere mano alla mappa.
Nel frattempo, mentre Bitcoin corre, l’oro brilla e il petrolio tentenna, c’è un settore che ringrazia in silenzio e incassa. È quello della difesa. Perché ogni volta che il mondo si complica, qualcuno deve pur vendere ordine, sicurezza, deterrenza. E possibilmente fatturare. Titoli come Leonardo, Rheinmetall o Fincantieri sono i veri beneficiari di questa confusione globale. Non perché amino la guerra - almeno ufficialmente - ma perché prosperano nella sua possibilità permanente. Non serve il conflitto aperto: basta l’idea, l’ipotesi, il rischio. È il paradosso dei mercati moderni: più cresce l’instabilità, più aumenta il valore di chi promette stabilità armata. Le borse lo sanno, gli investitori anche. E così, mentre i comunicati ufficiali parlano di «preoccupazione» e «monitoraggio della situazione», i listini fanno esattamente l’opposto: scelgono, puntano, scommettono. Alla fine, il blitz Usa su Maduro è l’ennesimo promemoria di una verità scomoda: la geopolitica non è solo diplomazia e carri armati, è anche un gigantesco market mover. E i mercati, come sempre, non giudicano. Reagiscono. Con cinismo, con rapidità, con memoria corta. Oggi Bitcoin, oro e difesa. Domani chissà. Ma una cosa è certa: quando la storia accelera, la finanza non resta mai ferma a guardare. Anzi, corre. E spesso arriva prima.
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Xi Jinping (Ansa)
La cattura del leader bolivariano ha innescato una raffica di reazioni internazionali, mettendo in luce una frattura geopolitica profonda. La Cina ha condannato «fermamente» l’operazione militare statunitense, definendola una palese violazione del diritto internazionale. In una nota ufficiale, il ministero degli Esteri di Pechino ha parlato di «uso egemonico della forza contro uno Stato sovrano», sostenendo che l’azione «lede gravemente la sovranità del Venezuela e minaccia la pace e la sicurezza in America Latina e nei Caraibi». Sulla stessa linea si è collocata la Russia. Il ministro degli Esteri, Sergey Lavrov, ha espresso «ferma solidarietà al popolo venezuelano di fronte all’aggressione armata» durante un colloquio con la vicepresidente Delcy Rodríguez, ribadendo il sostegno di Mosca al governo bolivariano. Nelle ore successive, il ministero degli Esteri russo ha chiesto agli Stati Uniti di liberare il presidente venezuelano, definito «legittimamente eletto», e sua moglie, invocando una soluzione «attraverso il dialogo e non con l’uso della forza». Il ministero degli Esteri iraniano ha invece dichiarato che l’attacco degli Stati Uniti contro il Venezuela «viola la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale». Preoccupazione è stata espressa anche dalle Nazioni Unite. Il segretario generale, Antonio Guterres, tramite il suo portavoce, ha parlato di «mancato rispetto del diritto internazionale» e di un «pericoloso precedente», invitando tutte le parti a impegnarsi in un dialogo inclusivo nel rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto.
In America Latina le reazioni sono state in larga parte critiche verso Washington. Il Messico ha denunciato l’intervento militare come una minaccia alla stabilità regionale, mentre il presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, ha definito la cattura di Maduro «inaccettabile» e un «precedente pericoloso», evocando «i peggiori momenti di interferenza nella storia dell’America Latina». Particolare attenzione arriva dalla Colombia, direttamente esposta agli effetti della crisi. Il presidente Gustavo Petro ha annunciato il dispiegamento dell’esercito lungo la frontiera, spiegando che «se si dispiega la forza pubblica alla frontiera, si dispiega anche tutta la forza assistenziale nel caso di un ingresso massiccio di rifugiati». Petro ha aggiunto che «l’ambasciata della Colombia in Venezuela è attiva per le chiamate di assistenza dei colombiani presenti nel Paese».
A schierarsi apertamente a fianco di Caracas è stata anche Cuba, storico alleato regionale del chavismo che senza il supporto di Caracas rischia di crollare in pochi mesi. Il ministro degli Esteri dell’Avana, Bruno Rodríguez, ha condannato l’azione militare statunitense definendola un «attacco criminale» e sollecitando una risposta «urgente» della comunità internazionale. In un messaggio pubblicato su X, Rodríguez ha affermato che Cuba «denuncia e chiede un’immediata risposta internazionale contro l’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela», sostenendo che la «Zona di pace» dell’America Latina e dei Caraibi sia stata «brutalmente assaltata». Il capo della diplomazia cubana ha parlato di «terrorismo di Stato» contro il «coraggioso popolo venezuelano» e contro la «Nostra America», concludendo il messaggio con lo slogan «Patria o Morte, vinceremo!». Di segno opposto la posizione dell’Argentina. Il presidente Javier Milei ha salutato la cattura di Maduro scrivendo sui social: «La libertà avanza» e rilanciando il suo slogan: «Viva la libertad, carajo!».
Più prudente il Regno Unito. Il primo ministro, Keir Starmer, ha assicurato che Londra «non ha avuto alcun ruolo» nell’operazione e ha ribadito l’importanza di «rispettare il diritto internazionale». Israele ha salutato con soddisfazione, parlando di Donald Trump come «leader mondo libero».
Sul fronte europeo, la Spagna ha lanciato «un appello alla de-escalation e alla moderazione», offrendo i «buoni uffici» di Madrid per una soluzione pacifica, mentre la Germania segue la situazione «con grande preoccupazione». Emmanuel Macron si è detto «soddisfatto» della cacciata del caudillo e ha invitato a una «transizione pacifica» e «democratica».
Al termine di una giornata convulsa il leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel, María Corina Machado, ha annunciato che «è giunto il tempo della libertà» e si è detta pronta ad assumere la guida del Paese. «Riporterò ordine e democrazia, libererò tutti i prigionieri politici», ha dichiarato. Machado ha quindi rivolto un appello diretto ai cittadini, sottolineando che «questo è il momento di chi ha rischiato tutto per la democrazia il 28 luglio», e ribadendo la legittimità del risultato elettorale. «Abbiamo eletto Edmundo González Urrutia come legittimo presidente del Venezuela», ha affermato, «ed egli deve assumere immediatamente il suo mandato costituzionale ed essere riconosciuto da tutti gli ufficiali e i soldati come comandante in capo delle Forze armate nazionali».
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Arriva la Befana e dicono che si porta via tutte le feste, ma non è così: se in cucina siete attenti e precisi potete prolungare il godimento del buon cibo all’infinito. Magari approfittando di ciò che resta nel forno tanto per scimmiottare un film capolavoro di James Ivory. Così dopo avervi fatto gli auguri per un 2026 ottimo di sapore e di prospettive abbiamo pensato a una ricetta di riuso che scimmiotta un grande classico (per nulla facile da fare al contrario della nostra preparazione): il filetto alla Wellington. Al posto del filetto un cotechino e al posto dei funghi le lenticchie e il gioco è fatto.
Ingredienti – Un cotechino precotto di circa 400 gr; 200 gr di lenticchie, prendete quelle che non hanno bisogno di ammollo; una confezione di pasta brisé; 100 gr di prosciutto crudo (meglio se Parma o San Daniele che sono più dolci) affettato non troppo sottilmente; un uovo; uno scalogno,; due foglie di alloro e due di salvia; sei cucchiai di olio extravergine di oliva; sale qb.
Procedimento – In due pentole separate mettete a bollire il cotechino senza estrarlo dalla busta di confezionamento e le lenticchie con le foglie di alloro, di slava e lo scalogno che averte opportunamente mondato. Il tempo di cottura è uguale: circa 20 minuti. Trascorso il tempo, aprite il cotechino e fatelo raffreddare in un piatto, scolate le lenticchie: togliete solo le foglie di alloro e frullate tre quarti delle lenticchie col mixer condendo con quattro cucchiai di olio extravergine e aggiustando di sale. Se frullate le lenticchie ancora calde l’operazione sarà più facile. Ora stendete la pasta brisé su una placca da forno conservando la carta forno, stendete sulla pasta le fette di prosciutto e su una metà circa del disco sopra al prosciutto stendete il paté di lenticchie. Poggiate a tre quarti del disco di pasta il cotechino e avvolgetelo avendo cura che lenticchie e prosciutto aderiscano bene alla superficie del cotechino. Sigillate bene il rotolo. Sbattete l’uovo. Con un coltellino fate delle incisioni in diagonale (a formare una specie di reticolo) sulla parte superiore del rotolo e pennellatelo tutto con l’uovo sbattuto. Andate inforno a 180/190° per una ventina di minuti. Sfornate e portate in tavola con contorno delle altre lenticchie condite con l’extravergine rimasto, il sale e se volete con qualche goccia di aceto balsamico tradizionale di Modena e Reggio.
Come far divertire i bambini – Fate guarnire ai piccoli la pasta brisé con il prosciutto e il paté di lenticchie.
Abbinamenti – Noi abbiamo scelto un Bolgheri Doc uvaggio bordolese di Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot, ne trovate di ottimi anche in Alto Adige e in Veneto. In alternativa vanno benissimo un ottimo Lambrusco o una Bonarda frizzante dell’Oltrepò.
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