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2020-10-27
La Commissione Ue lo ammette: il vaccino è un vero affare
(Pavlo Gonchar/SOPA Images/LightRocket via Getty Images)
Rimane top secret il contratto stipulato il 27 agosto scorso tra la Commissione e Astrazeneca per la fornitura di 300 milioni di dosi (più un'opzione per altri 100 milioni) del vaccino anti Covid. Noi ci abbiamo provato, inviando il 14 settembre una richiesta di accesso agli atti nella quale chiedevamo una copia completa dell'intesa. Ci è voluto un mese e mezzo, ma alla fine Bruxelles ha risposto. Picche, ovviamente. Quattro pagine spesse come un muro di gomma, che testimoniano la precisa volontà politica di non lasciar trapelare alcun dettaglio sui termini dell'accordo con la casa produttrice britannico-svedese.
Problemi legati alla sicurezza sanitaria, potrà pensare qualcuno. E invece no. Molto più banalmente, si tratta di una questione di soldi. Nella risposta inviata alla Verità, la Commissione fa appello all'articolo 4 del regolamento 1049/2001, la norma cioè che regola l'accesso agli atti. «I documenti che contengono informazioni commerciali sensibili, la cui diffusione al pubblico potrebbe compromettere la protezione dei legittimi interessi delle aziende, sono coperte dalla protezione degli interessi commerciali», si legge nella lettera. Qualche decina di righe più avanti ci imbattiamo in una spiegazione ancora più eloquente: «I potenziali concorrenti potrebbero avere accesso sia alle informazioni commerciali riguardanti Astrazeneca, sia a qualsiasi altro elemento che permetta loro di ottenere un vantaggio competitivo». Ciò «non solo danneggerebbe gli interessi commerciali di Astrazeneca, ma anche l'imparzialità della competizione». Un'eventualità che, stando al giudizio di Bruxelles, potrebbe far saltare i negoziati e la conseguente distribuzione del vaccino agli Stati membri.
Gli accordi preliminari di acquisto - oltre ad Astrazeneca, l'Ue ha sottoscritto intese con Sanofi-Gsk e Johnson&Johnson, mentre altri colloqui esplorativi risultano conclusi - sono finanziati tramite lo Strumento per il sostegno di emergenza, il quale a sua volta si regge sui contributi degli Stati. Ma quando si tratta di scegliere tra il fondamentale diritto a essere informati sulle modalità con cui vengono spesi i soldi dei contribuenti e la difesa del tornaconto di Big Pharma, la Commissione sembra non avere dubbi e sceglie la seconda. La cosa ci stupisce fino a un certo punto. Già lo scorso 20 agosto un portavoce di Bruxelles ci aveva anticipato che il contratto non sarebbe stato reso pubblico per «ragioni di riservatezza». Identico trattamento riservato al Parlamento europeo, che a più riprese ha chiesto di conoscere i dettagli degli accordi. Anche in questo caso gli euroburocrati si sono trincerati dietro la necessità di tutelare «i negoziati sensibili e le informazioni commerciali, come le informazioni finanziarie e i piani di sviluppo e produzione». Forte del suo potere negoziale, lo scorso 22 settembre Astrazeneca si è perfino rifiutata di partecipare a un'audizione convocata dall'Europarlamento proprio al fine di dissipare la nebbia sui contratti.
«Il Berlaymont ha intavolato un dialogo con le case farmaceutiche da mesi, eppure ad oggi risulta impossibile avere accesso a qualunque tipo di informazione riguardi il vaccino che potrebbe cambiare le nostre vite», lamenta alla Verità il capogruppo di Identità e democrazia Marco Zanni, «su dosi disponibili, prezzi, entità degli accordi e clausole di responsabilità, nulla è dato sapere». Secondo Zanni occorre «oggi più che mai, coinvolgere il Parlamento e i suoi esponenti nelle decisioni che incideranno sulla salute dei cittadini e sul futuro dell'intero continente». «Confidando in un cambio di rotta suggeriremo alla Commissione di imboccare la strada del buonsenso», conclude Zanni, «la Lega sarà presente e non mancherà di chiedere conto alla Direzione incaricata di tutelare i progressi raggiunti con i Big Pharma, ma nel frattempo dispiace constatare che, anche di fronte a una pandemia, l'Europa voglia correre il rischio di non essere all'altezza del suo compito».
In calce al documento che blinda il testo del contratto con Astrazeneca c'è la firma di Sandra Gallina, direttore generale della direzione generale Salute e sicurezza alimentare. «Ho una bella notizia da dare», aveva annunciato trionfante appena dieci giorni fa il ministro per gli Affari europei, Vincenzo Amendola, «la direttrice generale della commissione Ue che sta seguendo il lavoro sui vaccini è una italiana ed è al centro della macchina». Lasciando così sottintendere una sorta di corsia preferenziale per il nostro Paese. E invece era una delle tante sparate del governo giallorosso. Un po' come la storiella del vaccino disponibile a dicembre, ribadita domenica dal premier, Giuseppe Conte, nonostante le smentite arrivate da più parti. Già a giugno la Commissione motivava l'incarico alla Gallina in virtù della pregressa «notevole esperienza come negoziatore, che ha acquisito in una serie di incarichi di alta dirigenza nella direzione generale del Commercio». Posizione dalla quale non si occupa certo di perorare la causa dei giallorossi, bensì gli interessi della Commissione. Che oggi, a dire la verità, sembrano coincidere con quelli delle case farmaceutiche.
Tolleranza zero sulle mascherine. Però solo con i cittadini italiani
Paese chiuso per Covid, ma non per tutti. Mentre a Firenze fa scandalo l'arresto all'americana di un donna che si rifiutava di indossare la mascherina, non si ferma la macchina degli sbarchi illegali. Dall'inizio dell'anno a ieri mattina, secondo i dati ufficiali del Viminale, siamo già a 26.914 migranti sbarcati, contro i 9.454 di un anno fa. Va bene l'emergenza per la pandemia cinese, ma forse il controllo del territorio è altra cosa da inseguire le signore senza mascherina.
Non si sarebbe probabilmente saputo nulla della sceneggiata da telefilm di domenica in centro a Firenze, città governata dal centrosinistra, se non ci fosse stato un testimone che ha immediatamente postato su Youtube il video della valorosa operazione di polizia, con tanto di sei volanti accorse sul posto e corpulento vigile urbano che stringe le mani al collo di una signora di mezz'età, a passeggio con il cane. Tre agenti della municipale l'avevano seguita per un tratto di strada in via Pellicceria, a quell'ora piena di gente. La donna non aveva la mascherina e probabilmente non aveva neppure una valida ragione per violare così platealmente una norma anche di elementare buon senso. E anche quando è stata invitata a indossarla, si è rifiutata per motivi oscuri. La pattuglia era composta da due donne e un uomo. Il racconto che segue è stato fatto dall'autore del video a Ilgiornale.it. La pattuglia ha contestato alla signora il reato e lei si sarebbe rifiutata di fornire documenti e generalità. A quel punto, il vigile urbano le ha messo le mani addosso manco fosse una rapinatrice. E qui, nel video, si vede la cittadina, fermissima e assai calma, che si limita a chiedere che le vengano tolte le mani di dosso. Dalle immagini, non sembra né che insulti né che picchi qualcuno. Ma gli agenti l'hanno presa per un braccio, strattonata, messo le mani al collo e chiamato rinforzi. A quel punto si è radunata una piccola folla che ha cominciato a urlare ai vigili «Vergogna, vergogna». Anziché prendere la donna e portarla in caserma, la pattuglia ha fatto arrivare sei macchine di colleghi, tra cui due in borghese tipo film, che l'hanno addirittura ammanettata. A quel punto i cori dei passanti che i vigili volevano tutelare dal Covid-19 si sono trasformati in «Buffoni, buffoni». E più tardi, mentre il sindaco, Dario Nardella, non si è né scusato né spiegato per l'evidente eccesso di zelo, l'assessore competente Stefano Giorgetti (Pd) ha provveduto ad avallare il comportamento dei vigili e a ringraziarli. Va aggiunto che la signora arrestata aveva al guinzaglio un pitbull, ma dalle immagini questo si comporta come un barboncino e, per colmo di imprudenza, è stato mollato da solo in mezzo alla strada e accudito dai passanti, in attesa che arrivasse un parente della padrona.
Bene, dopo questa folle vicenda che ha visto impegnata una ventina di agenti laddove, con le stesse forze, si sarebbe potuto fare un bel controllo nelle fabbriche abusive di Prato, è giusto ricordare che la stessa Italia è sempre più libero pascolo di ogni traffico di umani.
Per fermarci al fine settimana in cui Giuseppe Conte metteva a punto il coprifuoco, sulle coste del Salento si sono registrati tre sbarchi con una quarantina di migranti clandestini e nessun scafista rintracciato. Mentre a Roccella Ionica, nella Locride, sono stati fermati 48 clandestini e due presunti scafisti. Tre dei nuovi arrivati sono risultati positivi al Covid-19. Nella sola Roccella, siamo a sei sbarchi in 18 giorni. E ieri, il contatore ufficiale del Dipartimento di pubblica sicurezza registrava 26.914 migranti sbarcati illegalmente da inizio anno, contro i 9.454 del medesimo periodo del 2019. Ovviamente, essendo dati ufficiali, mancano quelli che non sono stati per nulla intercettati. Quanto ai migranti positivi al Covid, la sensazione è che qui l'Italia si sia già arresa. Più semplice arrestare una picchiatella a spasso con il cane.
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Negato alla Verità l'accesso al contratto con Astrazeneca. Svelare «aspetti commerciali» lede gli interessi di Big Pharma.Donna portata via di peso a Firenze. Sbarchi illegali al Sud: 26.914 migranti nel 2020.Lo speciale contiene due articoli.Rimane top secret il contratto stipulato il 27 agosto scorso tra la Commissione e Astrazeneca per la fornitura di 300 milioni di dosi (più un'opzione per altri 100 milioni) del vaccino anti Covid. Noi ci abbiamo provato, inviando il 14 settembre una richiesta di accesso agli atti nella quale chiedevamo una copia completa dell'intesa. Ci è voluto un mese e mezzo, ma alla fine Bruxelles ha risposto. Picche, ovviamente. Quattro pagine spesse come un muro di gomma, che testimoniano la precisa volontà politica di non lasciar trapelare alcun dettaglio sui termini dell'accordo con la casa produttrice britannico-svedese. Problemi legati alla sicurezza sanitaria, potrà pensare qualcuno. E invece no. Molto più banalmente, si tratta di una questione di soldi. Nella risposta inviata alla Verità, la Commissione fa appello all'articolo 4 del regolamento 1049/2001, la norma cioè che regola l'accesso agli atti. «I documenti che contengono informazioni commerciali sensibili, la cui diffusione al pubblico potrebbe compromettere la protezione dei legittimi interessi delle aziende, sono coperte dalla protezione degli interessi commerciali», si legge nella lettera. Qualche decina di righe più avanti ci imbattiamo in una spiegazione ancora più eloquente: «I potenziali concorrenti potrebbero avere accesso sia alle informazioni commerciali riguardanti Astrazeneca, sia a qualsiasi altro elemento che permetta loro di ottenere un vantaggio competitivo». Ciò «non solo danneggerebbe gli interessi commerciali di Astrazeneca, ma anche l'imparzialità della competizione». Un'eventualità che, stando al giudizio di Bruxelles, potrebbe far saltare i negoziati e la conseguente distribuzione del vaccino agli Stati membri. Gli accordi preliminari di acquisto - oltre ad Astrazeneca, l'Ue ha sottoscritto intese con Sanofi-Gsk e Johnson&Johnson, mentre altri colloqui esplorativi risultano conclusi - sono finanziati tramite lo Strumento per il sostegno di emergenza, il quale a sua volta si regge sui contributi degli Stati. Ma quando si tratta di scegliere tra il fondamentale diritto a essere informati sulle modalità con cui vengono spesi i soldi dei contribuenti e la difesa del tornaconto di Big Pharma, la Commissione sembra non avere dubbi e sceglie la seconda. La cosa ci stupisce fino a un certo punto. Già lo scorso 20 agosto un portavoce di Bruxelles ci aveva anticipato che il contratto non sarebbe stato reso pubblico per «ragioni di riservatezza». Identico trattamento riservato al Parlamento europeo, che a più riprese ha chiesto di conoscere i dettagli degli accordi. Anche in questo caso gli euroburocrati si sono trincerati dietro la necessità di tutelare «i negoziati sensibili e le informazioni commerciali, come le informazioni finanziarie e i piani di sviluppo e produzione». Forte del suo potere negoziale, lo scorso 22 settembre Astrazeneca si è perfino rifiutata di partecipare a un'audizione convocata dall'Europarlamento proprio al fine di dissipare la nebbia sui contratti.«Il Berlaymont ha intavolato un dialogo con le case farmaceutiche da mesi, eppure ad oggi risulta impossibile avere accesso a qualunque tipo di informazione riguardi il vaccino che potrebbe cambiare le nostre vite», lamenta alla Verità il capogruppo di Identità e democrazia Marco Zanni, «su dosi disponibili, prezzi, entità degli accordi e clausole di responsabilità, nulla è dato sapere». Secondo Zanni occorre «oggi più che mai, coinvolgere il Parlamento e i suoi esponenti nelle decisioni che incideranno sulla salute dei cittadini e sul futuro dell'intero continente». «Confidando in un cambio di rotta suggeriremo alla Commissione di imboccare la strada del buonsenso», conclude Zanni, «la Lega sarà presente e non mancherà di chiedere conto alla Direzione incaricata di tutelare i progressi raggiunti con i Big Pharma, ma nel frattempo dispiace constatare che, anche di fronte a una pandemia, l'Europa voglia correre il rischio di non essere all'altezza del suo compito».In calce al documento che blinda il testo del contratto con Astrazeneca c'è la firma di Sandra Gallina, direttore generale della direzione generale Salute e sicurezza alimentare. «Ho una bella notizia da dare», aveva annunciato trionfante appena dieci giorni fa il ministro per gli Affari europei, Vincenzo Amendola, «la direttrice generale della commissione Ue che sta seguendo il lavoro sui vaccini è una italiana ed è al centro della macchina». Lasciando così sottintendere una sorta di corsia preferenziale per il nostro Paese. E invece era una delle tante sparate del governo giallorosso. Un po' come la storiella del vaccino disponibile a dicembre, ribadita domenica dal premier, Giuseppe Conte, nonostante le smentite arrivate da più parti. Già a giugno la Commissione motivava l'incarico alla Gallina in virtù della pregressa «notevole esperienza come negoziatore, che ha acquisito in una serie di incarichi di alta dirigenza nella direzione generale del Commercio». Posizione dalla quale non si occupa certo di perorare la causa dei giallorossi, bensì gli interessi della Commissione. Che oggi, a dire la verità, sembrano coincidere con quelli delle case farmaceutiche.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-commissione-ue-lo-ammette-il-vaccino-e-un-vero-affare-2648504093.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tolleranza-zero-sulle-mascherine-pero-solo-con-i-cittadini-italiani" data-post-id="2648504093" data-published-at="1603742062" data-use-pagination="False"> Tolleranza zero sulle mascherine. Però solo con i cittadini italiani Paese chiuso per Covid, ma non per tutti. Mentre a Firenze fa scandalo l'arresto all'americana di un donna che si rifiutava di indossare la mascherina, non si ferma la macchina degli sbarchi illegali. Dall'inizio dell'anno a ieri mattina, secondo i dati ufficiali del Viminale, siamo già a 26.914 migranti sbarcati, contro i 9.454 di un anno fa. Va bene l'emergenza per la pandemia cinese, ma forse il controllo del territorio è altra cosa da inseguire le signore senza mascherina. Non si sarebbe probabilmente saputo nulla della sceneggiata da telefilm di domenica in centro a Firenze, città governata dal centrosinistra, se non ci fosse stato un testimone che ha immediatamente postato su Youtube il video della valorosa operazione di polizia, con tanto di sei volanti accorse sul posto e corpulento vigile urbano che stringe le mani al collo di una signora di mezz'età, a passeggio con il cane. Tre agenti della municipale l'avevano seguita per un tratto di strada in via Pellicceria, a quell'ora piena di gente. La donna non aveva la mascherina e probabilmente non aveva neppure una valida ragione per violare così platealmente una norma anche di elementare buon senso. E anche quando è stata invitata a indossarla, si è rifiutata per motivi oscuri. La pattuglia era composta da due donne e un uomo. Il racconto che segue è stato fatto dall'autore del video a Ilgiornale.it. La pattuglia ha contestato alla signora il reato e lei si sarebbe rifiutata di fornire documenti e generalità. A quel punto, il vigile urbano le ha messo le mani addosso manco fosse una rapinatrice. E qui, nel video, si vede la cittadina, fermissima e assai calma, che si limita a chiedere che le vengano tolte le mani di dosso. Dalle immagini, non sembra né che insulti né che picchi qualcuno. Ma gli agenti l'hanno presa per un braccio, strattonata, messo le mani al collo e chiamato rinforzi. A quel punto si è radunata una piccola folla che ha cominciato a urlare ai vigili «Vergogna, vergogna». Anziché prendere la donna e portarla in caserma, la pattuglia ha fatto arrivare sei macchine di colleghi, tra cui due in borghese tipo film, che l'hanno addirittura ammanettata. A quel punto i cori dei passanti che i vigili volevano tutelare dal Covid-19 si sono trasformati in «Buffoni, buffoni». E più tardi, mentre il sindaco, Dario Nardella, non si è né scusato né spiegato per l'evidente eccesso di zelo, l'assessore competente Stefano Giorgetti (Pd) ha provveduto ad avallare il comportamento dei vigili e a ringraziarli. Va aggiunto che la signora arrestata aveva al guinzaglio un pitbull, ma dalle immagini questo si comporta come un barboncino e, per colmo di imprudenza, è stato mollato da solo in mezzo alla strada e accudito dai passanti, in attesa che arrivasse un parente della padrona. Bene, dopo questa folle vicenda che ha visto impegnata una ventina di agenti laddove, con le stesse forze, si sarebbe potuto fare un bel controllo nelle fabbriche abusive di Prato, è giusto ricordare che la stessa Italia è sempre più libero pascolo di ogni traffico di umani. Per fermarci al fine settimana in cui Giuseppe Conte metteva a punto il coprifuoco, sulle coste del Salento si sono registrati tre sbarchi con una quarantina di migranti clandestini e nessun scafista rintracciato. Mentre a Roccella Ionica, nella Locride, sono stati fermati 48 clandestini e due presunti scafisti. Tre dei nuovi arrivati sono risultati positivi al Covid-19. Nella sola Roccella, siamo a sei sbarchi in 18 giorni. E ieri, il contatore ufficiale del Dipartimento di pubblica sicurezza registrava 26.914 migranti sbarcati illegalmente da inizio anno, contro i 9.454 del medesimo periodo del 2019. Ovviamente, essendo dati ufficiali, mancano quelli che non sono stati per nulla intercettati. Quanto ai migranti positivi al Covid, la sensazione è che qui l'Italia si sia già arresa. Più semplice arrestare una picchiatella a spasso con il cane.
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Per chi avrà il compito titanico di rifondare il calcio nazionale disperso nelle lande della Bosnia vale lo stesso principio: non servono né fantasia né italica furbizia, basta mettere in pratica i fondamentali che tutta Europa applica, mutuati da due realtà vincenti, Norvegia e Germania. La prima in ascesa, la seconda in declino controllato fra i veleni del calcio iperglobalizzato, ma ai Mondiali ci va in carrozza.
Al di là delle futili promesse che da 12 anni accompagnano rivoluzioni mai neppure immaginate (basta un rigore non dato domenica prossima per tornare alla misera routine) esistono due precondizioni di buonsenso: che il pallone italiano venga innervato da giovani italiani (finanziamento dei vivai con il 10-15% dei fatturati) e che nel campionato italiano giochino mediani, esterni a tutta fascia, centravanti italiani (almeno 3-4 per squadra dal primo minuto). In caso contrario si tratta di chiacchiere e distintivo alla Gabriele Gravina. Sembrano banalità ma non lo sono: deve infortunarsi il mediocre Pervin Estupinan perché il Milan scopra Davide Bartesaghi, deve marcare visita mezzo Napoli perché Antonio Conte mandi in campo Antonio Vergara, deve fare cilecca per un’intera stagione Markus Thuram perché l’Inter punti con decisione su Pio Esposito.
Stilati i punti fermi ecco i modelli vincenti da copiare. Una ventina d’anni fa in Norvegia hanno deciso di investire non solo nello sci ma anche in quella strana sfera che rotola su un prato. E hanno puntato su tre fattori: 1) i ragazzi fino a 13 anni devono divertirsi, quindi nessuna esasperazione tattica ma solo crescita atletica e tecnica; 2) il rinnovamento di tutti gli impianti di base e di vertice (senza comitati e pm «bellaciao» in circolazione è più facile); 3) le scuole calcio affidate a educatori in grado di trasmettere l’etica dello sport e non solo l’urgenza del risultato a tutti i costi e con tutti i mezzucci. Uno schema vincente, anche se per stracciare gli avversari dalle metodologie meno cool bisogna poi avere in squadra Erling Haaland, Alexander Sorloth e Antonio Nusa.
In Germania hanno costruito un modello più centralista, con 366 scuole calcio regionali più 52 d’eccellenza finanziate dalla federazione e piazzate a macchia di leopardo in tutti i länder. Quindi controllo diretto del territorio, dei vivai e delle filosofie di gioco. Si chiama «Programma talenti», è stato varato dopo la disfatta a Euro 2000 e ha portato il Wunderteam a vincere il mondiale 2014 in Brasile. Ogni club ha l’obbligo di schierare una squadra B (in Italia ci arriviamo adesso) e i giovani calciatori fino ai 14 anni devono imparare tutti i fondamentali, le specializzazioni arrivano dopo. Poiché «è sempre vero anche il contrario», il Barcellona si è accaparrato Lamine Yamal a 7 anni e non ha mai pensato di metterlo in porta.
Tornando al modello tedesco, molta importanza è stata data allo scouting dei giovani talenti, alla necessità di farli giocare e non invecchiare in panchina. E alla formazione professionale dei tecnici, con la realizzazione di una vera e propria università del pallone, con l’esplosione di Jürgen Klopp, Hans Dieter Flick, Thomas Tuchel e del simpaticone Julian Nagelsmann. Pur senza raggiungere mai gli abissi italiani, il sistema tedesco conosce alti e bassi per due motivi: la presenza costante di club come Bayern Monaco e Borussia Dortmund nel supermarket dei talenti stranieri e il gap generazionale. Non tutti gli anni nascono i Kroos, i Neuer, i Kimmich.
Mentre Matteo Renzi minaccia di organizzare «una riunione pubblica di Italia Viva in cui daremo le nostre idee sul futuro del calcio» (detto da un ex premier che non ha un’idea di Paese ma solo un’idea di poltrone fa ridere), copiare diventa un dovere. E se guardare agli altri è un atteggiamento troppo esterofilo o provinciale, basta riprendere in mano il dossier di Roberto Baggio. Una decina di anni fa il Divin Codino era stato incaricato dalla federazione di preparare uno studio con l’obiettivo di ripensare dalle fondamenta il calcio italiano. Ne scaturì un lavoro monstre, 900 pagine stilate con 50 collaboratori che finirono sulle scrivanie del Consiglio federale.
Lì dentro c’era tutto. La nuova formazione degli allenatori con una selezione rigorosa e percorsi di studio. La suddivisione dell’Italia in 100 distretti con gli osservatori federali pronti a scoprire i talenti. La necessità di valorizzare i vivai con un indirizzo preciso: sviluppare la tecnica (era Baggio non Gentile) e non solo la fisicità, crescere giovani con cultura sportiva e non solo con la fregola del 4-4-2 o della ripartenza a elastico. Il dossier finì in qualche cassetto e in qualche camino, Baggio tornò a caccia in Patagonia. E la Nazionale a farsi impallinare in Bosnia.
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Stampa francese sul bombardamento austriaco di Venezia con palloni senza pilota (Getty Images)
Il quadro storico è quello dell’assedio austriaco alla città di Venezia, durante la prima guerra d’Indipendenza. Gli austriaci di Radetzky, dopo aver occupato le città dell’entroterra veneto, cingevano d’assedio la Repubblica di San Marco in quei mesi governata da Daniele Manin dopo la rivolta che cacciò temporaneamente gli stessi asburgici. Verso la tarda primavera del 1849, gli austriaci avevano espugnato una delle strutture difensive più importanti della città, il Forte Marghera.
A Treviso, centro logistico militare austriaco da cui passavano le armi per l’assedio di Venezia, fu preparato un esperimento senza precedenti nella storia militare. Il generale dell’artiglieria Franz von Ucathius, militare ed inventore poliedrico (costruì uno dei primi proiettori di immagini in movimento e sperimentò l’autofrettaggio sulle bocche da fuoco) aveva studiato la prima forma di bombardamento aereo al mondo tramite piccoli aerostati senza pilota. Un primo progetto prevedeva l’uso di un pallone-guida dotato di vela per la direzione con equipaggio a bordo. A quest’ultimo sarebbero stati vincolati altri piccoli palloni tramite cavi di rame a loro volta collegati ad una batteria galvanica. Giunti sull’obiettivo, gli aerostati avrebbero sganciato il carico esplosivo tramite un impulso elettrico proveniente dall’aerostato madre.
Dalla base austriaca nel trevigiano, nella primavera dell’assedio, furono svolti i primi esperimenti e i veneziani notarono alcuni aerostati in volo e gli scoppi delle cariche rilasciate. Il fenomeno allarmò i comandi della Repubblica di San Marco che cercarono di studiare un sistema di difesa per quell’arma inedita. Fu la nascita di un primo, sperimentale, sistema di difesa aerea delle città. Il maggiore friulano Leonardo Andervolti, ufficiale del genio al servizio di Manin, portò l’idea di utilizzare un «razzo Congreve», usato dagli inglesi già nel 1811. Si trattava di un tubo riempito di polvere da sparo al quale Andervolti intendeva fissare un arpione legato ad una fune, che avrebbe permesso di agganciare il pallone esplosivo degli austriaci mentre sorvolava la città. Un’idea ancora più originale venne dall’ingegnere milanese Giovanni Battista Piatti. Un pallone ancorato ad una nave, che garantiva agili spostamenti corretti, avrebbe dovuto intercettare gli aerostati nemici e, una volta raggiunti, lanciare un arpione che avrebbe vincolato il pallone esplosivo all’aerostato di difesa. A sua volta richiamato dalla nave madre, il personale avrebbe neutralizzato la carica esplosiva.
Von Ucathius venne a conoscere le contromosse veneziane, senza però desistere dal suo esperimento. Abbandonata l’idea dei palloni portati dall’aerostato madre, mise da parte anche il sistema di sgancio elettrico tramite funi di rame. Fece allora costruire a Treviso palloni più piccoli con l’involucro in carta cerata, simile a quello delle lanterne cinesi. Il sistema di sgancio e detonazione sarebbe stato garantito da una miccia temporizzata, regolata per un volo intorno ai 35 minuti. Senza giuda, i palloni avrebbero dovuto compiere un volo libero calcolato secondo stime metereologiche dopo il decollo da una nave.
Il primo lancio sperimentale avvenne il 7 luglio 1849 durante uno degli assalti austriaci al ponte ferroviario che collegava Mestre a Venezia, condotto di notte dagli uomini di Radetzky anche con barchini esplosivi. Fu in quell’occasione lanciato un solo pallone, decollato da Campalto, che fu probabilmente utilizzato per calcolare la traiettoria per futuri attacchi dal cielo. I veneziani videro nuovamente gli aerostati nemici il 12 ed il 18 luglio, senza che questi recassero danni alla città cinta d’assedio.
Il 25 luglio 1849 fu lanciato il primo vero bombardamento dal cielo, con decine di palloni esplosivi lanciati dalla nave della Marina imperiale «Vulcano», ancorata nei pressi del Lido, che può considerarsi la prima portaerei della storia. Le cronache raccontano del sostanziale fallimento di quei primissimi droni. Il primo pallone scese troppo presto e scoppiò tra la vegetazione a poca distanza dal Lido, altri furono deviati dal vento in direzione opposta alla città. Altri ancora la sorvolarono senza esplodere, dirigendosi in alcuni casi verso le linee austriache a Marghera e Campalto. Le cronache divergono anche sugli effetti del bombardamento: molti cronisti dell’epoca, tra cui Niccolò Tommaseo, affermano che la città non fu danneggiata e che il volo dei palloni costituisse un divertente spettacolo per i veneziani. Altri invece hanno affermato che la nuova arma avesse prodotto un senso di angoscia nella popolazione già provata dall’assedio e che uno dei palloni fosse esploso in Piazza San Marco (ma non vi sono prove certe). Il 29 luglio gli austriaci scelsero di tornare alle armi tradizionali con un violentissimo bombardamento di artiglieria. Complice il colera che colpì Venezia, di fronte alla popolazione stremata dal morbo e dall’assedio, Daniele Manin si arrese agli austriaci il 22 agosto 1849. E sul ponte della ferrovia sventolò la famigerata «bandiera bianca».
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