La Casa Bianca taglia le Ong in Africa e vara un «Piano Mattei» sanitario
Ansa

Nel concreto, il piano prevede lo stanziamento di 11,1 miliardi di dollari in cinque anni, accompagnati da impegni vincolanti dei Paesi beneficiari, che hanno promesso risorse proprie per oltre 12 miliardi di dollari e il raggiungimento di precisi obiettivi di performance. I fondi sono destinati soprattutto alla lotta contro Hiv e Aids, malaria e tubercolosi, oltre al rafforzamento della salute materna e dei sistemi di prevenzione. L’obiettivo è quello di costruire capacità sanitarie stabili a livello locale, riducendo la dipendenza da strutture parallele esterne.

Finora il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha siglato 15 accordi con Paesi africani e il Dipartimento di Stato punta ad arrivare rapidamente a quota 50. Il meccanismo è pensato per snellire l’erogazione dei fondi e rendere misurabili i risultati: forniture centralizzate di farmaci, acquisti su larga scala di test diagnostici e zanzariere antimalariche, accesso a terapie innovative statunitensi e sistemi di controllo affidati a revisori indipendenti, incaricati di monitorare flussi finanziari e risultati clinici.

Come ha spiegato Jeremy Lewin, sottosegretario di Stato per l’assistenza estera, il nuovo piano nasce anche come risposta al fallimento strutturale del modello precedente. L’Usaid, ha sostenuto, ha creato «sistemi sanitari paralleli», spesso gestiti direttamente da personale occidentale, che hanno prodotto tutt’al più risultati temporanei, senza però lasciare infrastrutture durevoli. Secondo Lewin, peraltro, quel modello ha alimentato una mentalità «neocoloniale», fondata sull’idea che «qui ci pensa l’uomo bianco», anziché favorire l’autosufficienza dei governi locali. Il nuovo approccio, al contrario, punta a trasferire competenze, tecnologie e catene di approvvigionamento direttamente agli Stati partner.

Non a caso, l’architettura del programma ricorda da vicino una strategia già sperimentata in altri contesti: un grande piano di cooperazione settoriale, centrato su investimenti mirati e partenariati bilaterali, pensato per rafforzare insieme sviluppo e stabilità. Una sorta di «Piano Mattei americano» applicato alla sanità globale, costruito su accordi politici, risorse certe e obiettivi misurabili.

La nuova strategia , improntata al motto trumpiano «America first», non è ovviamente beneficenza: gli accordi sanitari si intrecciano inestricabilmente con gli interessi geopolitici e industriali degli Stati Uniti. In Zambia, per esempio, un’intesa sulla sanità è stata collegata all’accesso alle risorse minerarie, mentre in Mozambico – Paese poverissimo ma cruciale per il gas naturale liquefatto – il programma si affianca alla presenza di grandi aziende energetiche americane. Stesso discorso per il Ruanda: l’accordo prevede intese sui minerali critici e l’impiego di droni statunitensi per la distribuzione dei farmaci. Insomma, soft power sanitario, sì, ma strettamente legato agli interessi strategici e tecnologici di Washington.

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