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La carriera di Giovanni Cottone, un talento nel fiutare buoni affari che lasciano i suoi soci al verde

La carriera di Giovanni Cottone, un talento nel fiutare buoni affari che lasciano i suoi soci al verde

Carismatico, rassicurante, affabile, gentilissimo. E poi elegante, abbronzato, positivo, accompagnato da belle donne e in mezzo a mille affari, che però finiscono quasi sempre male. Per i suoi soci. Se Giovanni Cottone, l'imprenditore cinquantottenne arrestato martedì a Bergamo con l'accusa di evasione fiscale, truffa aggravata ai danni dell'Inps e bancarotta fraudolenta, fosse rimasto nella sua Palermo, probabilmente avrebbe fatto il politico. Oppure sarebbe un uomo morto, perché lì sui soldi non si scherza.

Invece Don Giovanni è salito giovanissimo a Milano, accreditandosi come grande esperto di elettronica di consumo, e ha fatto fortuna. O così pare, visto che l'uomo che nel 2013 portò all'altare Valeria Marini ha sempre esibito una grande ricchezza, ma tra i suoi amici il tormentone è sempre lo stesso: «Ma Cotton (lo chiamano così, ndr) i soldi ce li ha o non ce li ha?»

La risposta è molto semplice: ce li ha e non ce li ha. Qualche squarcio nella vita da rotocalco del Cottone. A giugno dello scorso anno, come reazione alla separazione con la Marini, il bell'uomo si fa vedere in giro con l'ex «meteorina» Dani Samvis, ex Miss Sudamerica e vent'anni di meno della Valeriona nazionale.

Dani è sempre ingioiellata come la Madonna di Pompei e pare appena tornata dalle sfilate di Parigi. «Cotton non ha problemi di soldi e neppure di ormone», sanciscono i suoi amici, dopo che la Marini aveva dichiarato che il matrimonio non era stato neppure consumato. Vada per l'ormone, ma nell'ordinanza di arresto dell'altroieri si legge: «All'ultima compagna di Cottone, la brasiliana Dani Samvis, sarebbero finiti in regalo gioielli e vestiti firmati, molti acquistati nel centro di Bergamo». Dani ovviamente non è l'ultima compagna di «Cotton», perché dopo pochi mesi si è fidanzato con l'attrice Elisabetta Rocchetti e da quest'estate invece gira per Resort romantici con Francesca Cipriani, vecchia gloria del Grande Fratello, che secondo il giornalista Alberto Dandolo vuole da lui anche un pupo.

Già, i pupi. Anche la Marini aveva scelto Don Giovanni per coronare il sogno di un pargolo, perché «Giovanni ispira sicurezza e ti fa sentire protetta», racconta un'amica.

Fecero un matrimonio che all'epoca sbriciolò lo stesso concetto di «trash», all'Ara Coeli, con diretta tv su Domenica in, 700 invitati e una gragnuola di testimoni-testimonial tra cui Ivana Trump, Maria Grazia Cucinotta, Anna Tatangelo, Fausto Bertinotti e Gigi D'Alessio.

Dopo neppure un anno, salta tutto: la Marini scopre che Giovanni si era già sposato in Sicilia e ottiene in quattro mesi l'annullamento della Sacra Rota. E i soldi? C'erano o non c'erano? L'ex compagna di Vittorio Cecchi Gori ha raccontato ai settimanali che dopo le nozze ha scoperto che i soldi non c'erano e, anzi, di averci rimesso per aiutare il bel «Cotton». Lui ha risposto che invece è il contrario e alla fine «è più quello che le ho dato io, di quello che ho ricevuto». Sarà, ma su questo c'è un piccolo retroscena che passa per Ruby, la reginetta del Bunga Bunga. Nel 2013, la ragazza marocchina voleva fare la ristoratrice e aveva messo gli occhi sul Parioli di Milano, dove andava spesso a cena e dove aveva conosciuto la proprietaria, Francesca Leggeri, e visto varie volte la coppia Marini-Cottone. Ruby sondò l'entourage di Silvio Berlusconi per capire se poteva essere «aiutata», ma ricevette un cortese diniego. La quota in vendita era quella della Marini, che aveva detto ai soci di dover recuperare «i soldi persi con Giovanni».

La show girl sarda, però, non è l'unica ad aver avuto sfortuna negli affari con Don Giovanni. Ben peggio di lei è andata a Gigi D'Alessio, che nel 2010 s'era fatto convincere da Cottone a rilevare il marchio Lambretta. Il cantante tenta di comprare due società dell'amico siciliano create per rilanciare le mitiche due ruote e s'indebita per 8 milioni con le banche. Peccato che nel frattempo il Tribunale di Milano impedisca per sentenza l'utilizzo del marchio. Cottone allarga le braccia e D'Alessio resta con il cerino in mano.

Più che un cerino, invece, è quello rimasto tra le dita di Paolo Berlusconi, che negli anni Novanta ha la sfortuna di conoscere Giovanni al Mangia & Ridi di Milano.

Nel 2005 il fratello dell'ex premier imbarca Cottone nella Solari.com, che si mette a distribuire decoder proprio mentre in Italia prende il via il digitale terrestre. Sembra un successo garantito, e invece già nel 2007 la società viene liquidata con 60 milioni di buco. Ovviamente, però, Cottone esce prima e lascia la patata bollente nelle mani di Berlusconi junior. L'ha fregato? Nessuno lo potrà mai dimostrare, nonostante quella che resta la vicenda più oscura nella (resistibile) ascesa di Don Giovanni: il tentato rapimento. Il 4 giugno del 2007, l'Antimafia di Milano arresta cinque siciliani che stavano per rapire il nostro eroe e dicevano al telefono che l'avrebbero anche ammazzato, dopo essersi fatti consegnare «il tesoro».

A organizzare il sequestro erano l'ex moglie Giuseppina Casale e Antonio Cottone, zio di Giovanni, che fantasticavano di «75 milioni rubati a Paolo Berlusconi». I cinque furono poi condannati a sei anni di galera, ma Niccolò Ghedini, legale di Paolo Berlusconi, andò in Procura a smentire che il suo cliente fosse stato truffato. E anche quella volta, come sempre ogni volta che c'è di mezzo Cottone, i soldi un po' c'erano e un po' non c'erano. Ma soprattutto, non c'erano.

Danila Solinas: «Trevallion vessati da chi dovrebbe aiutarli»
Danila Solinas (Getty images)
L’avvocato della famiglia nel bosco, prigioniera del Tribunale perché non potrebbe nemmeno tornare in Australia con i figli, lamenta la «violazione della privacy» dei bimbi: «La struttura esclude persino la nonna ottantenne ma apre le porte alla Rai».

Forse bisognerebbe smettere di chiamarla famiglia nel bosco. La verità è che i Trevallion sono da tempo la famiglia prigioniera. Rapita da uno Stato che la vessa e la svilisce, e che non sembra ascoltare nessuna delle voci che invitano alla ragione. Non i neuropsichiatri della Asl di Vasto che suggeriscono di ricongiungere genitori e figli, non gli appelli del Garante dell’infanzia che chiede la stessa cosa.

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Di tutti i migranti valutati dai medici solo un terzo è finito nei Cpr
Getty images
Continua l’inchiesta sul presunto ostruzionismo verso i rimpatri dei dottori di Ravenna. E gli indagati adesso salgono a otto.

Tra settembre 2024 e gennaio 2026, su 64 persone in attesa di espulsione ben 34 sarebbero state valutate non idonee al trasferimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), 10 avrebbero rifiutato la visita venendo quindi liberate, solo 20 sarebbero entrate nei centri. E diventano otto, sugli undici del reparto Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna, i medici indagati per aver dato parere negativo circa l’idoneità di stranieri irregolari al trasferimento nelle strutture.

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Gli italiani di Crans: «Uscite sbarrate, zero aiuti. Jessica Moretti è fuggita»
Ansa
Le prime testimonianze choc dei giovani sopravvissuti rese alla Procura di Roma: «Gli estintori non sono stati azionati, materiale ignifugo assente. Ci chiedevano 270 euro per una bottiglia, ai minori vendevano alcolici».

Confermano tutto i nostri ragazzi scampati all’incendio de Le Constellation. Dai letti di ospedale dove ancora lottano contro la sofferenza del corpo e dell’anima, sono stati ascoltati dagli investigatori incaricati dalla Procura di Roma per l’inchiesta italiana e hanno raccontato, tutti, la stessa agghiacciante verità: le uscite di sicurezza del locale erano sbarrate, nessuno nel momento del bisogno li ha indirizzati verso l’uscita, gli estintori non sono mai stati azionati. E Jessica Maric, proprietaria del locale insieme al marito Jacques Moretti, la prima che aveva il dovere di intervenire per salvare quelle giovani vite, mentre le fiamme divoravano i pannelli di spugna sul soffitto, è scappata e ha lasciato il locale, perfettamente illesa.

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Il Viminale dovrà pagare 21 milioni per l’occupazione cara a Vip e prelati
Konrad Krajewski (Ansa)
Contribuenti beffati: il ministero dell’Interno è stato condannato a risarcire il danno per il mancato sgombero dello Spin Time, il palazzo in mano all’estrema sinistra a cui don Bolletta riattivò il contatore.

Mentre sindacati, associazioni, comunisti col Rolex e personaggi del mondo dello spettacolo moltiplicano gli appelli per chiedere di non sgomberare Spin Time, la maxi occupazione abitativa all’Esquilino sostenuta anche da don Bolletta, l’elemosiniere di papa Francesco, cardinale Konrad Krajewski, che nel 2019 riattaccò personalmente i contatori che erano stati sigillati dal fornitore (lasciando il suo biglietto da visita per firmare il gesto), i giudici della Seconda sezione civile del tribunale di Roma condannano il ministero dell’Interno al pagamento di oltre 21 milioni di euro per «l’illegittima occupazione del fabbricato a far data dal 12 ottobre 2013» e per «la mancata esecuzione di un provvedimento giudiziario di sequestro preventivo e di quelli amministrativi di sgombero». È il cortocircuito perfetto tra piazza e giustizia.

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