2019-03-07
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2026-01-08
Il killer del capotreno sfasciò un negozio, molestava e rapinava. Nessuno l’ha cacciato
Alessandro Ambrosio, il capotreno ucciso alla stazione di Bologna. Nel riquadro Marin Jelenic, il croato accusato dell'omicidio (Ansa)
Fermato a Desenzano il croato che avrebbe ammazzato Alessandro Ambrosio. L’uomo seminava terrore da anni.
Viveva da barbone, ma si muoveva come un killer. Sempre almeno con un coltello addosso. Inarrestabile. La fuga del collezionista di lame, Marin Jelenic, croato di 36 anni, fermato l’altra sera a Desenzano del Garda con l’accusa di aver ucciso, la sera prima, per motivi abietti, il capotreno Alessandro Ambrosio, 34 anni, aggredendolo alle spalle nel parcheggio riservato ai dipendenti della stazione di Bologna, è stata ricostruita pezzo per pezzo dagli investigatori.
Dopo l’omicidio, Jelenic, pur avendo in tasca un biglietto per l’Austria (da Tarvisio a Villach, con partenza prevista alle 10.30 del mattino successivo al delitto), non scappa subito all’estero. Resta in Italia. Si sposta come fa di solito: con i treni. La notte successiva al delitto la trascorre in una sala d’aspetto dell’ospedale Niguarda di Milano. È lì che arriva poco dopo la mezzanotte, seguendo una traiettoria che gli investigatori delle Squadre mobili di Milano e Bologna, insieme alla Polfer, riescono a ricostruire grazie alle immagini di videosorveglianza. Dopo l’omicidio viene controllato una prima volta dalla Polfer alla stazione di Bologna. È un passaggio decisivo: quell’identificazione permette di dare un nome alla sagoma ripresa dalle telecamere. Poi prende un treno verso Piacenza, viene fatto scendere a Fiorenzuola perché molesto e senza biglietto, identificato di nuovo e rilasciato dai carabinieri, che in quel momento non hanno ancora l’alert di ricerca per l’omicidio. Riparte. Arriva a Milano Rogoredo. Poco dopo le telecamere lo riprendono in piazza Duca d’Aosta, all’uscita della stazione Centrale milanese. Sempre in transito. Sempre armato. A mezzanotte e un quarto prende il tram della linea 4, quello che lo porta al Niguarda. Si riposa. Prende fiato. Poi parte per Desenzano. Quando viene fermato ha con sé due coltelli. Due strumenti compatibili con una vita passata a collezionare armi bianche e a uscire indenne da ogni controllo. Ora quelle lame verranno analizzate per accertare se abbia tenuto con sé l’arma del delitto. Se una delle due è la stessa che ha colpito alle spalle il capotreno. Al momento, spiegano gli investigatori, il movente non è stato individuato. La Procura di Bologna, però, gli contesta l’omicidio volontario con due aggravanti: aver agito per motivi abietti e aver commesso il fatto all’interno o nelle immediate adiacenze di una stazione ferroviaria (quest’ultima è stata introdotta lo scorso anno, proprio per rafforzare la tutela negli scali ferroviari). Una norma pensata per fermare chi trasforma le stazioni in territori di caccia. L’udienza di convalida del fermo sarà fissata a Brescia. Poi il pm di Bologna Michele Martorelli affiderà l’autopsia al medico legale Elena Giovannini. A raccontare il momento del fermo è il questore di Brescia Paolo Sartori: «Il suo atteggiamento aveva insospettito la pattuglia della polizia di Stato che lo ha individuato e fermato nelle vicinanze della stazione di Desenzano». Jelenic non aveva uno smartphone. Durante la fuga, però, avrebbe chiesto in prestito cellulari a diverse persone e contattato utenze croate, ora al vaglio degli investigatori. Ma non è tanto la nonchalance con la quale dopo il delitto è riuscito a spostarsi per mezza Italia a sorprendere. È la facilità con cui, per anni, ha continuato a girare armato senza che nessuno riuscisse a fermarlo. Il suo passato è zeppo di avvenimenti che avrebbero dovuto permettere di renderlo inoffensivo. Pendeva un ordine di allontanamento emesso dal prefetto di Milano, dopo che il 22 dicembre era stato sorpreso con un coltello in via Scheiwiller, in zona Corvetto. Avrebbe dovuto lasciare il territorio nazionale entro dieci giorni. E i controlli di questo tipo sono una costante nel recente passato di Jelenic. Dal 2023 è stato fermato e denunciato almeno cinque volte per porto illegale di coltelli. Alcuni procedimenti sono finiti archiviati per la speciale tenuità del fatto. A giugno 2025, a Bologna, viene controllato di nuovo: i carabinieri gli sequestrano un cutter e un astuccio con 20 lame. Un kit da killer tascabile. Sempre a Bologna ma il 3 dicembre scorso viene fermato di nuovo con un coltello in tasca. A Milano semina terrore in un condominio con un coltello da cucina. E alla fine a suo carico risulta una sola condanna (ma con pena sospesa) per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni a Vercelli. Sempre a piede libero. Negli ultimi giorni di dicembre si trova a Pavia. Il 30 dicembre le forze dell’ordine lo fermano con un coltello di 24 centimetri. Sequestro, denuncia, poi di nuovo libero. Alcuni automobilisti riferiscono di averlo visto anche nei giorni precedenti, nella zona di piazza Minerva. La stazione di Pavia è una delle tappe abituali dei suoi continui spostamenti in treno. C’è poi un episodio a Udine, il 18 ottobre. Un supermercato messo sottosopra dopo che Jelenic viene scoperto a nascondere birre nello zaino. Lattine lanciate contro una bilancia, calci contro gli espositori. Quando arrivano i carabinieri viene ammanettato. Prima di uscire sputa contro un dipendente. Il titolare decide di non denunciare: «Mi avevano detto», ammette, «che non avrebbero potuto fare nulla». Ore dopo torna di nuovo nelle vicinanze del supermercato. Ancora libero. Per anni ha attraversato indenne (ma armato) stazioni e città. Fino a quando uno di quei coltelli non ha smesso di essere un «fatto di lieve entità» e ha prodotto un morto. Solo a quel punto l’uomo che nessuno era riuscito a fermare non ha continuato a essere un inarrestabile.
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Ansa
Il clandestino accusato di aver ucciso Aurora Livoli fu già condannato ed era imputato in un altro procedimento per violenza carnale. Eppure non si trovava in custodia.
Aveva diversi precedenti penali, ma il suo casellario giudiziario risultava «illibato», così Emilio Gabriel Valdez Velazco circolava liberamente nonostante fosse stato già denunciato nel 2025 per una violenza sessuale commessa a Cologno Monzese ai danni di una diciannovenne. È quanto emerge sul peruviano di 57 anni indagato per l’omicidio di Aurora Livoli, la diciannovenne trovata senza vita a Milano lo scorso 29 dicembre. Nei confronti dell’uomo era stata avanzata una richiesta di rinvio a giudizio per violenza sessuale aggravata nel 2025 che si aggiungeva a una condanna già ottenuta nel 2019, ma probabilmente per un «errore», quest’ultima non risultava.
Il particolare si evince anche dalle pagine dell’ordinanza di custodia cautelare del fermo firmata dalla giudice per le indagini preliminari di Milano Nora Lisa Passoni in cui è evidenziata la pericolosità dell’uomo e la sua «errata incensuratezza». «L’indagato, a specifica domanda in merito ai precedenti a suo carico», ha messo nero su bianco il giudice. «ha dichiarato di averne, sicché è più che probabile che la ragione della mancata indicazione di condanne nel certificato del casellario giudiziale non sia l’incensuratezza di Valdez Velazco, ma il mancato aggiornamento del certificato a suo carico». Il peruviano, irregolare sul territorio italiano, sarà ascoltato oggi nel carcere di San Vittore dal pm Antonio Pansa. Secondo l’accusa, il carcere è l’unica misura adeguata per prevenire le sue azioni «aggressive e violente». Gli arresti domiciliari, anche se applicati con il dispositivo di controllo elettronico, «non potrebbero scongiurare né il pericolo di fuga, né il pericolo di reiterazioni di simili manifestazioni di violenza contro la persona e, in particolare, contro le giovani donne, specie considerato che avendo l’indagato sostenuto di essere stato sotto l’effetto di alcool e droghe, di cui abusa». Adesso, gli inquirenti stanno cercando di fare luce sull’omicidio della giovanissima Aurora Livoli, tenendo conto anche del «curriculum» di Velazco: ha numerosi alias e precedenti penali per rapina aggravata, violenza sessuale e immigrazione clandestina. I precedenti per le violenze sono relativi al 2019, al 2024 e al 2025, ma l’uomo ha scontato il carcere a Pavia solo per la violenza sessuale commessa nel 2019. Il peruviano, entrato in Italia dalla frontiera di Linate nel 2017, si è trattenuto oltre i termini consentiti, diventando quindi irregolare dal 4 agosto del 2019. Nei suoi confronti il prefetto di Milano aveva emesso il primo provvedimento di espulsione, eseguito dal questore di Milano con decreto di accompagnamento coattivo alla frontiera il 6 agosto dello stesso anno. Ma il 16 giugno del 2023, Valdez Velazco ha richiesto con kit postale il rilascio del permesso di soggiorno, in qualità di fratello di una cittadina italiana, permesso che gli è stato negato dal questore di Milano per motivi di pericolosità sociale, l’11 gennaio del 2024. Il 25 marzo del 2024 era stato arrestato perché rientrato in Italia prima che fossero decorsi cinque anni dall’esecuzione dell’espulsione. Nei suoi confronti era stato nuovamente adottato un provvedimento di espulsione, per motivi di pericolosità sociale, emesso il 26 marzo del 2024 dal prefetto di Milano.
Ma in occasione della seconda espulsione, non era stato possibile procedere al rimpatrio immediato di Velazco perché il passaporto risultava scaduto. Era stato assegnato a un Centro temporaneamente, ma per motivi di salute era stata decretata «l’inidoneità alla vita in comunità», quindi gli era stato imposto di lasciare l’Italia entro sette giorni. Ma così non è stato.
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Assurda sentenza contro un militare dell’Arma che ha sparato a un clandestino siriano sorpreso a rubare e che aveva aggredito un vicebrigadiere. E il giudice inasprisce persino la richiesta dell’accusa, che riteneva congrua una condanna a due anni e sei mesi.
È stato condannato in primo grado a tre anni il carabiniere della radiomobile di Roma che, nel settembre del 2020, mentre sventava un furto, aveva ucciso Jamal Badawi, delinquente siriano di 56 anni che doveva essere espulso già nel 2020. La Procura aveva chiesto due anni e sei mesi, ma per il giudice Claudio Politi della sezione decima del Tribunale di Roma la pena andava inasprita. Il vicebrigadiere Emanuele Marroccella, 44 anni, sposato con figli, originario di Napoli e residente ad Ardea, si sarebbe reso colpevole di «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi». Ancora una volta, un appartenente alle forze dell’ordine subisce un processo ingiusto e una condanna eccessiva.
Il 20 settembre del 2020, poco dopo le 4 del mattino tre pattuglie nel nucleo radiomobile avevano risposto alla segnalazione di un possibile furto in un condominio della Capitale, in via Paolo di Dono, zona Eur. Il custode aveva dato l’allarme, riferendo di due persone con il volto coperto che avevano scavalcato il muro di cinta.
Nello stabile entrano Marroccella assieme al collega Lorenzo Grasso, gli altri carabinieri restano fuori. Vedono una persona correre giù dalle scale «con le braccia chiuse a protezione del busto, come un pugile che tiene la guardia alta», dirà durante l’interrogatorio Marroccella. Il vice brigadiere gli intima due volte «Fermo, carabinieri», ma l’uomo tenta di scappare e colpisce Grasso che urla «mi ha accoltellato».
In realtà era stato colpito da un grosso cacciavite che il malvivente aveva continuato a impugnare con la mano destra, malgrado fosse caduto perdendo l’equilibrio. Subito si era rialzato riprendendo a correre ma non in posizione eretta, come dimostrarono i video delle telecamere di sorveglianza.
Il carabiniere esplode due colpi «forse per via dell’adrenalina non sono riuscito a trattenere il dito sul grilletto», dirà, ma i rilievi dei Ris hanno dimostrato che la traiettoria del proiettile che aveva colpito Badawi era rivolta verso il basso. Quindi il carabiniere aveva puntato alle gambe per bloccarlo, non al busto. «Non era mia intenzione ucciderlo», ha ripetuto più volte.
Non si era trattato di eccesso colposo nell’uso legittimo di armi, come ha stabilito il giudice del Tribunale penale di Roma. Il vicebrigadiere si era mosso dietro «percezione di un pericolo imminente, concreto e perdurante» e la reazione «pur risultata, ex post, mortale», è stata «proporzionata e necessaria, secondo la percezione dell’operatore delle forze dell’ordine al momento dell’azione», si legge nella memoria difensiva presentata dagli avvocati Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo, legali di Marroccella.
Per il giudice sarebbe stata «una reazione non proporzionata», ma la proporzionalità va misurata non in astratto bensì alla luce del contesto specifico. La stessa Corte di Cassazione ha affermato con sentenza del febbraio 2011 che «la valutazione della condotta dell’operatore di polizia deve essere compiuta avendo riguardo alle concrete circostanze in cui l’azione si svolge e alla percezione immediata del pericolo da parte dell’agente, non potendosi pretendere, a posteriori, una ricostruzione fredda e distaccata». Spiega l’avvocato Gallinelli che ricorrerà in appello: «La reazione fu proporzionata e l’uso dell’arma costituì l’unica opzione concretamente praticabile data la concitazione dell’azione, la natura dell’aggressione e l’impossibilità di predisporre rimedi alternativi che non esponessero anche ulteriori soggetti al pericolo per la loro incolumità».
Jamal Badawi era giunto in Italia alla fine degli anni Novanta, dopo aver svolto per anni in Siria la carriera militare «che gli aveva conferito specifiche competenze nell’uso delle armi e nelle tecniche di combattimento facendo di lui un soggetto altamente addestrato», era emerso dagli atti come sottolineato dalla difesa.
Incarcerato più volte, nei suoi confronti erano stati emessi diversi decreti di espulsione: dal prefetto di Roma il 6 luglio 2011 e nuovamente l’8 giugno 2024; in precedenza, dal prefetto di Catanzaro il 22 gennaio 2020; il 21 febbraio 2020 un’ordinanza del magistrato di Sorveglianza di Catanzaro ne disponeva l’espulsione immediata in quanto soggetto socialmente pericoloso per aver commesso reati quali rapina, estorsione, lesioni, evasione, violazione leggi armi, danneggiamento.
Pochi giorni prima della sua morte, Jamal Badawi in data 4 agosto 2020 era stato fermato e trasferito al commissariato Borgo, per essere identificato dopo una lite con la sua affittacamere. Si scopre che avrebbe già dovuto essere espulso dall’Italia, viene verificata la disponibilità di posti presso un Centro di Permanenza per i Rimpatri (Cpr) «ma ricevuta risposta negativa gli agenti di polizia di Stato rimettevano in libertà il Badawi», spiegano gli avvocati della difesa. Al siriano era stata tolta la potestà genitoriale, eppure uno dei cinque figli si è costituito parte civile per ottenere il risarcimento. «Punire penalmente chi ha reagito per fermare una minaccia concreta significa capovolgere il principio stesso di tutela della sicurezza», interviene Antonio Nicolosi, segretario generale Unarma, associazione sindacale carabinieri. «Questa sentenza rischia di diventare un precedente gravissimo: chi indossa una divisa capisce che, anche agendo per difendere un collega e adempiere al proprio dovere, può finire condannato come un criminale. È un messaggio devastante che alimenta l’inerzia operativa e la paura di intervenire, con conseguenze dirette sulla sicurezza dei cittadini».
Il vice premier e leader della Lega, Matteo Salvini, ha dichiarato sui social: «La mia totale vicinanza e solidarietà al carabiniere condannato per aver fatto il suo dovere e aver difeso un collega. A temere una condanna devono essere i criminali, non forze dell’ordine e cittadini perbene».
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Gian Domenico Caiazza (Imagoeconomica)
Gian Domenico Caiazza, presidente di «Sì separa» della Fondazione Einaudi: «Sulla data del referendum si sta trovando una mediazione tra governo e Quirinale, probabile il 22-23 marzo. L’Anm strepita perché perderà potere».
Intervistiamo Gian Domenico Caiazza, presidente del Comitato «Sì separa» della Fondazione Einaudi.
L’impasse sulla decisione delle date del voto ha destato molti sospetti, circola l’ipotesi che si tiri avanti per arrivare al rinnovo del Csm con le vecchie regole. Impedire che ciò avvenga ha messo, come scrive il direttore Maurizio Belpietro, il presidente della Repubblica e capo del Csm Sergio Mattarella di fronte a un bivio: difendere la volontà degli italiani o quella delle toghe. Esiste un conflitto di interessi?
«L’impressione, poi potrò sbagliare, è che Mattarella stia lavorando a una mediazione per arrivare a una sintesi. Le date più probabili sono quelle del 22-23 marzo e va considerato che da parte del “No” vorrebbero arrivare a dopo Pasqua. Bisogna anche dire che anche noi, come Comitato del “Sì”, abbiamo bisogno di tempo per dimostrare che questi signori stanno portando avanti una battaglia basata su mistificazioni, rivolgendoci alle persone con elementi tecnici di cui la maggior parte delle persone sa poco o nulla. Poi, se questo diventasse un gioco per buttare la palla in tribuna per ottenere che il Csm venga rinnovato con le vecchie regole, perché questa è la partita vera, allora è un’operazione che non deve essere consentita. C’è una riforma costituzionale che il Parlamento ha approvato e, se gli italiani decideranno di confermarla, bisogna avere il tempo per legiferare i decreti attuativi».
Cosa accadrebbe alla riforma con il rinnovo senza sorteggio?
«Non entrerebbe sostanzialmente in vigore. Si porrebbero dei problemi di tipo costituzionale. Che fai, revochi il Consiglio? Per fare i decreti attuativi ci vuole del tempo. Insomma, a me pare chiarissimo che l’obiettivo dell’allungamento dei tempi sia questo. Per noi nessun problema che si voti a metà marzo, se si andasse più avanti assisteremmo a qualcosa di più grave».
La campagna referendaria del Comitato del “No” è partita in maniera quantomeno aggressiva. Dal punto di vista dei finanziamenti e dal punto di vista comunicativo ( sui manifesti del comitato finanziato dall’Anm c’è scritto «Volete giudici sottomessi alla politica? Vota No!»). Vale tutto?
«Quella del “No” è una campagna mistificatoria. Se scrivono che il giudice, attenzione, non il pm, si sottopone alla politica, si dà un’informazione che è l’esatto contrario del senso della riforma che, sappiamo, mantiene il divieto costituzionale di subordino alla politica. Questo non è un punto di vista. È una falsità, efficace perché l’opinione pubblica va in allarme con un messaggio del genere. È un inganno agli elettori».
Quale è la strategia di risposta del “Sì”?
«Vogliamo capire se questo è il piano su cui scivola il confronto, vogliamo capire se le nostre valutazioni possono diventare informazioni: se queste sono le intenzioni, dovremo adattarci. Oltretutto l’Anm è un’associazione di magistrati. Indossano la toga, giudicano i cittadini e se mettono in campo una campagna fatta di inganni ai danni degli stessi questo rende tutto ancora più grave. Noi riteniamo che la riforma ci restituisca un giudice più indipendente e forte e, quindi, diremo che certe, gravi ingiustizie non sarebbero avvenute se ci fosse stata la separazione delle carriere».
I casi di passaggio dalla funzione di pm alla funzione di giudice sono molto rari e questo è un argomento del “No” per spiegare che la separazione delle carriere è inutile. Ma esiste una differenza tra separazione delle carriere e separazione delle funzioni?
«Sono due cose diverse. Grazie alla riforma Cartabia sostanzialmente non potrà mai più accadere quello che è successo con Piercamillo Davigo, ad esempio, che per trent’anni ha fatto il pubblico ministero e poi chiude la carriera presiedendo una sezione della Corte di cassazione. Questo non accade più, ma nulla ha a che fare con la separazione delle carriere. Oggi giudice e pm hanno lo stesso Consiglio a presiederli, si controllano e si giudicano vicendevolmente, in un assetto nel quale i pm, pur essendo una minoranza dei magistrati, non più del 20%, sono quelli che hanno maggiore leva politica, sia nell’associazionismo sia nel Csm, perché il pm è colui che decide se perseguire l’azione penale».
Il sorteggio metterà fine alle correnti della magistratura?
«La loro formazione è naturale che esista e ha avuto un senso nella storia della magistratura italiana. Se si deve interpretare il senso di oltraggio al pudore, è ovvio che si scontrino idee diverse, intorno anche a queste cose si sono costruite le correnti che dovrebbero essere modi diversi di interpretare le norme. Sono diventate tutt’altro, però, sono centri di potere, dei veri e propri partiti politici che hanno condizionato, tramite l’Anm, e governato un organo di rilievo costituzionale come il Consiglio superiore della magistratura al punto di arrivare a trasfigurarlo in un organo di rappresentanza politica, un Parlamento della magistratura. Ma basta leggere la Costituzione per sapere che il Csm non deve rappresentare nulla, al contrario di quello che dice l’Anm, è un organo di alta amministrazione. La vera ragione per cui Anm è disposta a tutto per combattere la riforma è perché chi si indebolirà con la riforma non sono i magistrati, ma l’Anm. Con il sorteggio perdono la loro forza politica».
A proposito di fondi. Come funziona? Il Comitato del “No” ha già messo 1 milione di euro sulla campagna. È tutto regolare?
«Io non posso credere che ci sia qualcosa che non vada, sono convinto che, come tutti noi, quanto prima renderanno conto dei proventi. Certo, da ex presidente dell’Unione delle Camere penali mi sorprende che abbiano tutti questi denari. Peratro sembrerebbe che la metà di questo milione arrivi dalla Cgil. Aspettiamo di saperne di più, la considerazione politica che posso fare è: la smettano di dire che sono un soggetto che non fa politica».
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