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2018-11-08
La Boschi attacca il governo sulle nomine. Lei se ne intende: il socio del fratello era in Fs
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LaPresse
Da tempo defilata Maria Elena Boschi è tornata a commentare la politica italiana per il caso di Roberto Battiston, ormai ex presidente dell'Asi, Agenzia spaziale italiana, uscito di scena negli ultimi giorni dopo la richiesta del Miur. «Il Governo del cambiamento colpisce ancora» scrive l'ex ministro per le Riforme. «Hanno revocato senza alcuna ragione il presidente dell'Asi. Lega e M5S sono tenuti insieme solo dalla voracità con cui occupano poltrone. Basta un incarico in più e la pillola va giù che sia un condono edilizio o fiscale». Boschi da Laterina, una vita da avvocato presso lo studio Tombari, dove Umberto è stato in questi anni un impareggiabile collezionista di incarichi nei consigli d'amministrazione, da Firenze mobilità a Ente Cassa di risparmio Firenze, fino a Ferragamo o Prelios Pirelli. Ma legali a parte, le critiche al governo gialloblu della Boschi lasciano davvero il tempo che trovano per ben altri motivi. Anche perchè Battiston sarà sostituito da Pasquale Preziosa, ex capo di Stato maggiore dell'Aeronautica militare, di certo non vicino a partiti o esponenti di governo: per di più lavorerà a titolo gratuito.
Il governo di cui ha fatto parte l'esponente del Partito Democratico è stato tra i più famelici in fatto di nomine nelle partecipate. Lo sa bene l'ex presidente del Consiglio Matteo Renzi che non appena eletto nel 2014 al posto di Enrico Letta ha iniziato a rivoltare come un calzino ogni angolo economico del bel Paese. Non è neppure una notizia ricordare che con tutta probabilità l'ascesa al potere di Renzi fu anche per questo motivo. Lo ha ricordato spesso un caro amico dell'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, cioè l'ex dirigente del Pci Emanuele Macaluso. In quell'anno andavano in scadenza tra i tanti, i consigli di amministrazione di Cassa depositi e prestiti, Eni, Enel, Leonardo, Poste Italiane, Terna e Ferrovie dello Stato. In ballo c'erano 600 poltrone, tra cda o collegi sindacali. Quale occasione migliore per un ricambio della classe dirigente, tale da poter cementificare il proprio potere nei gangli più importanti dello Stato? Così in quella primavera del 2014 Renzi portò nel cane a sei zampe Claudio Descalzi, attuale amministratore delegato poi riconfermato nel 2017, che all'epoca finì indagato in una maxi inchiesta su un giacimento petrolifero in Nigeria e ora è stato rinviato a giudizio. Ma ci fu anche il caso di Mauro Moretti in Leonardo. Ma se il caso di Descalzi può essere particolare, si trattava pur sempre di un interno al gruppo di San Donato, non lo è di certo quello di esponenti di spicco del Giglio magico, come l'avvocato Alberto Bianchi, inserito nel consiglio di amministrazione di Enel, ormai al secondo mandato.
Bianchi non è un semplice renziano, è stato pure il tesoriere della Fondazione open che ha finanziato in questi anni la Leopolda di Firenze. Che dire poi di Fabrizio Landi, primo finanziatore dell'ex segretario dem, finito nel board di Leonardo, la ex Finmeccanica. E ancora. Altro caso di spoil system renziano che fece storcere il naso alle opposizioni fu quello di Federico Lovadina, avvocato messo nel consiglio di amministrazione di Ferrovie dello Stato nel 2014 e ora in Prelios, ex Pirelli Real Estate. Lovadina è un caso che Maria Elena Boschi dovrebbe ricordare molto bene, perché il consigliere delle nostre ferrovie è partner dello Studio Legale BL tributario & societario, in compagnia di Francesco Bonifazi (tesoriere del Pd, già compagno dell'ex ministro) ed Emanuele Boschi (uno dei fratelli della stessa Maria Elena). Anche lui ha chiaramente iniziato la sua carriera nello studio Tombari. Ma la situazione della Boschi è ancora più imbarazzante se si pensa che dopo la caduta del governo Renzi nel 2017 e l'ascesa di Paolo Gentiloni, proprio lei si ritagliò il ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio per poter gestire anche le nomine dello scorso anno. Non a caso ci furono diverse frizioni persino con lo stesso Gentiloni. Fu lei a cercare di confermare tre suoi fedelissimi, Cristiano Ceresani, Roberto Cerrato e Paolo Aquilanti, nei gangli di palazzo Chigi. E ci ha riprovato pure quest'anno in chiusura di legislatura con il governo gialloblu in arrivo. La lista è lunga, infinita. Basti pensare che pure per Cassa depositi e prestiti Renzi fece di tutto per rimuovere Franco Bassanini e nominare Claudio Costamagna, ex banchiere di Goldman Sachs. Ma ce ne sono molti altri. L'ex sindaco di Piacenza, Roberto Reggi, renziano della prima ora, è stato a capo dell'Agenzia del Demanio fino ad agosto. Il governo gialloblu di Conte lo ha sostituito.
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L'ex ministro delle Riforme scrive in un tweet: «Lega e M5S sono tenuti insieme solo dalla voracità con cui occupano poltrone». Peccato che lei negli anni del governo di Matteo Renzi, anche da sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Paolo Gentiloni, abbia sponsorizzato i suoi fedelissimi Cristiano Ceresani, Roberto Cerrato e Paolo Aquilanti. Federico Lovadina, ora nel consiglio di amministrazione di Ferrovie dello stato, è socio dello studio legale dove lavora il fratello Emanuele insieme con il tesoriere del Partito Democratico Francesco Bonifazi. Da tempo defilata Maria Elena Boschi è tornata a commentare la politica italiana per il caso di Roberto Battiston, ormai ex presidente dell'Asi, Agenzia spaziale italiana, uscito di scena negli ultimi giorni dopo la richiesta del Miur. «Il Governo del cambiamento colpisce ancora» scrive l'ex ministro per le Riforme. «Hanno revocato senza alcuna ragione il presidente dell'Asi. Lega e M5S sono tenuti insieme solo dalla voracità con cui occupano poltrone. Basta un incarico in più e la pillola va giù che sia un condono edilizio o fiscale». Boschi da Laterina, una vita da avvocato presso lo studio Tombari, dove Umberto è stato in questi anni un impareggiabile collezionista di incarichi nei consigli d'amministrazione, da Firenze mobilità a Ente Cassa di risparmio Firenze, fino a Ferragamo o Prelios Pirelli. Ma legali a parte, le critiche al governo gialloblu della Boschi lasciano davvero il tempo che trovano per ben altri motivi. Anche perchè Battiston sarà sostituito da Pasquale Preziosa, ex capo di Stato maggiore dell'Aeronautica militare, di certo non vicino a partiti o esponenti di governo: per di più lavorerà a titolo gratuito. Il governo di cui ha fatto parte l'esponente del Partito Democratico è stato tra i più famelici in fatto di nomine nelle partecipate. Lo sa bene l'ex presidente del Consiglio Matteo Renzi che non appena eletto nel 2014 al posto di Enrico Letta ha iniziato a rivoltare come un calzino ogni angolo economico del bel Paese. Non è neppure una notizia ricordare che con tutta probabilità l'ascesa al potere di Renzi fu anche per questo motivo. Lo ha ricordato spesso un caro amico dell'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, cioè l'ex dirigente del Pci Emanuele Macaluso. In quell'anno andavano in scadenza tra i tanti, i consigli di amministrazione di Cassa depositi e prestiti, Eni, Enel, Leonardo, Poste Italiane, Terna e Ferrovie dello Stato. In ballo c'erano 600 poltrone, tra cda o collegi sindacali. Quale occasione migliore per un ricambio della classe dirigente, tale da poter cementificare il proprio potere nei gangli più importanti dello Stato? Così in quella primavera del 2014 Renzi portò nel cane a sei zampe Claudio Descalzi, attuale amministratore delegato poi riconfermato nel 2017, che all'epoca finì indagato in una maxi inchiesta su un giacimento petrolifero in Nigeria e ora è stato rinviato a giudizio. Ma ci fu anche il caso di Mauro Moretti in Leonardo. Ma se il caso di Descalzi può essere particolare, si trattava pur sempre di un interno al gruppo di San Donato, non lo è di certo quello di esponenti di spicco del Giglio magico, come l'avvocato Alberto Bianchi, inserito nel consiglio di amministrazione di Enel, ormai al secondo mandato. Bianchi non è un semplice renziano, è stato pure il tesoriere della Fondazione open che ha finanziato in questi anni la Leopolda di Firenze. Che dire poi di Fabrizio Landi, primo finanziatore dell'ex segretario dem, finito nel board di Leonardo, la ex Finmeccanica. E ancora. Altro caso di spoil system renziano che fece storcere il naso alle opposizioni fu quello di Federico Lovadina, avvocato messo nel consiglio di amministrazione di Ferrovie dello Stato nel 2014 e ora in Prelios, ex Pirelli Real Estate. Lovadina è un caso che Maria Elena Boschi dovrebbe ricordare molto bene, perché il consigliere delle nostre ferrovie è partner dello Studio Legale BL tributario & societario, in compagnia di Francesco Bonifazi (tesoriere del Pd, già compagno dell'ex ministro) ed Emanuele Boschi (uno dei fratelli della stessa Maria Elena). Anche lui ha chiaramente iniziato la sua carriera nello studio Tombari. Ma la situazione della Boschi è ancora più imbarazzante se si pensa che dopo la caduta del governo Renzi nel 2017 e l'ascesa di Paolo Gentiloni, proprio lei si ritagliò il ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio per poter gestire anche le nomine dello scorso anno. Non a caso ci furono diverse frizioni persino con lo stesso Gentiloni. Fu lei a cercare di confermare tre suoi fedelissimi, Cristiano Ceresani, Roberto Cerrato e Paolo Aquilanti, nei gangli di palazzo Chigi. E ci ha riprovato pure quest'anno in chiusura di legislatura con il governo gialloblu in arrivo. La lista è lunga, infinita. Basti pensare che pure per Cassa depositi e prestiti Renzi fece di tutto per rimuovere Franco Bassanini e nominare Claudio Costamagna, ex banchiere di Goldman Sachs. Ma ce ne sono molti altri. L'ex sindaco di Piacenza, Roberto Reggi, renziano della prima ora, è stato a capo dell'Agenzia del Demanio fino ad agosto. Il governo gialloblu di Conte lo ha sostituito.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.