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2019-03-27
La banda dei falsari degli esami di lingua. A 6.000 stranieri l’attestato di italiano
Ansa
Nemmeno il tempo di chiudere i conti con le coop dell'accoglienza, che il business dell'immigrazione conta già nuovi attori.
Un giro illecito da due milioni di euro è stato scoperto a Modena: almeno 6.000 stranieri hanno pagato cifre importanti per comprare la promozione alla prova di italiano, che garantisce la certificazione obbligatoria per ottenere il permesso di soggiorno di lunga durata. I finti esami si tenevano in tutta Italia e ad organizzarli era un sedicente centro di formazione che, ben inserito nel sistema, reclutava gli immigrati presso gli uffici per il rilascio dei permessi di soggiorno e poi, dietro pagamento in contanti, forniva loro le risposte esatte ai test che avrebbero dovuto certificare la capacità di comprendere e parlare la nostra lingua.
L'indagine è partita dal capoluogo emiliano e ha portato in carcere quattro persone, tra cui due italiani, un marocchino e un tunisino, tutti accusati a vario titolo di corruzione, falsità ideologica, truffa, contraffazione di documenti e indebita percezione di erogazioni ai danni dello Stato. Ma l'organizzazione aveva dimensioni ben più grandi e tra Lombardia, Veneto, Friuli, Toscana e Lazio, per gli stessi reati, sono state indagate altre 25 persone.
Il sistema faceva capo a un Centro di formazione linguistico, l'agenzia Diffusion World di Marghera, accreditato presso l'Università per Stranieri di Perugia (risultata però estranea ai fatti) per rilasciare la certificazione linguistica (Celi) di livello A2, fondamentale per il rilascio del permesso di soggiorno di lungo periodo.
Questo tipo di permesso, infatti, sostanzialmente a tempo indeterminato, viene concesso agli immigrati che hanno un reddito dimostrabile, che risiedono da almeno cinque anni in Italia e che dimostrano di saper parlare la nostra lingua. L'indagine è partita dall'Ufficio Immigrazione di Modena quando gli agenti addetti allo sportello si sono accorti di un fatto strano: molti degli immigrati che si presentavano per fare richiesta del permesso, ed esibivano fra i documenti anche la certificazione Celi, non erano in realtà assolutamente in grado di comprendere o rispondere in modo corretto nemmeno alla domanda più semplice. Insospettiti dal numero crescente di casi simili gli agenti hanno intercettato un volantino, molto diffuso tra i frequentatori dell'ufficio, che offriva proprio esami di abilitazione in lingua italiana per immigrati e hanno messo sotto intercettazione i numeri telefonici riportati sul messaggio promozionale. A quel punto non è stato difficile di risalire all'agenzia Diffusion World e smascherare il sistema.
Le menti del business erano i due italiani marito e moglie di 41 e 47 anni, titolari di varie cooperative e attività di ricezione e a quanto pare degli habituè al lucro illecito sugli immigrati, (tanto che l'uomo si trovava già in carcere): a loro rimaneva la maggior parte dei proventi grazie ai quali conducevano una vita di lusso e agi.
Ai due sodali stranieri, invece, spettava il compito di adescare i potenziali clienti, spiegando loro i vantaggi della promozione assicurata. Il metodo era semplice: forti della possibilità di scegliere le batterie di domande da sottoporre agli esaminandi, i complici fornivano agli immigrati più preparati le risposte alle domande del test chiedendo loro semplicemente di copiarle, mentre per quelli completamente analfabeti, compilavano direttamente i moduli del test. Stessa cosa accadeva per la prova orale, per la quale venivano concordate, in precedenza, le risposte. Per poter superare i finti esami ogni straniero pagava tra i 450 e i 700 euro rigorosamente in nero, a fronte di un costo di iscrizione per l'esame di idoneità alla lingua che sarebbe stato di soli 35 euro. Di norma le sessioni di prova si svolgevano all'interno di hotel o sale congressi ma è emerso che alcuni cittadini stranieri avevano falsificato anche i luoghi e le date delle prove: per sostenere la farsa si recavano presso un phone center di Modena (di proprietà di uno degli arrestati) e poi facevano figurare la sessione in un altro Comune. Dopo aver videoregistrato diverse sessioni e raccolto le prove dei pagamenti, per avere certezza assoluta della truffa gli inquirenti hanno fatto anche la prova del nove. Improvvisamente, lo scorso novembre, si sono presentati presso le sedi del centro sostituendo, a sorpresa, i fascicoli d'esame il giorno stesso della prova. Il risultato è stato inequivocabile: nemmeno un candidato, tra quelli iscritti e presenti al test, è risultato idoneo alla certificazione di livello A2. E quando la stessa operazione è stata condotta in altre sedi d'esame in diverse sessioni, appena 34 esaminandi hanno superato la prova sui 700 che si erano presentati.
Secondo i dati forniti agli inquirenti dall'Università degli Stranieri di Perugia (slegata da Diffusion World dal dicembre dello scorso anno) relativi agli ultimi due anni, circa 6.000 stranieri sarebbero entrati in possesso di un titolo falso attraverso questo canale.
La fabbrica di «trans» cittadinanze. E 800 brasiliani diventano italiani
Pagavano ognuno 7.000 euro, per un tour del Lago Maggiore, ma il viaggio era all inclusive perché oltre al soggiorno e alla degustazione di prodotti tipici garantiva anche l'ottenimento della cittadinanza italiana con tanto di avi inesistenti, falsi certificati di nascita e foto ricordo davanti al municipio del nuovo Comune di residenza.
Sono 800 i cittadini brasiliani a cui verrà annullato il passaporto comunitario dopo che la squadra mobile di Verbania ha scoperto un giro d'affari da almeno 5 milioni di euro basato sulla falsificazione delle origini italiane di centinaia di famiglie brasiliane, gestito da titolari di agenzie di viaggio, brasiliani a loro volta. Sei persone sono state arrestate con l'accusa di falsi ideologici in atto pubblico, tra cui anche un parroco di Padova per cui è scattato l'obbligo di firma.
A gestire il giro erano, secondo gli inquirenti, due coppie residenti in provincia di Verbano-Cusio-Ossola e a Domodossola e un ventiduenne, residente nel novarese, accusato anche di corruzione, per aver a suo tempo convinto il parroco, pagandolo poche decine di euro, a falsificare un certificato di battesimo in modo che fosse favorevole a provare l'origine italiana dell'avo di un brasiliano che aveva fatto richiesta di cittadinanza. Ma il giro d'affari era ben più ampio. L'indagine è partita da un esposto del sindaco di Macugnaga, che un paio d'anni fa, si era insospettito per un incremento improvviso di brasiliani che richiedevano ed ottenevano la cittadinanza italiana nel suo borgo ai piedi del Monte Rosa, vantando avi residenti in zona.
Ottenere la cittadinanza italiana attraverso il riconoscimento dello iure sanguinis, cioè attraverso la linea di sangue, è possibile per i discendenti di cittadini italiani, nati all'estero, in uno Stato che preveda lo ius soli. In Brasile, come in molti altri Paesi americani, a contrario di quello che accade in Italia, chi nasce in quello Stato, ne è cittadino e perde automaticamente la cittadinanza passata dai genitori per linea di sangue. Per avere il certificato è necessario dimostrare di avere avi in Italia e dimostrare di risiedere all'interno dei confini nazionali e Macugnaga era, evidentemente, uno dei luoghi prediletti dalla banda per queste operazioni.
In pratica funzionava così: gli arrestati in accordo con i connazionali desiderosi di acquisire la cittadinanza italiana si occupavano di creare per i clienti fittizi antenati italiani, ricostruendo parentele inesistenti e producendo documentazioni false.
Poi una volta che i documenti erano pronti invitavano in Italia gli aspiranti cittadini, fornendo loro ospitalità e accompagnandoli nell'espletamento della richiesta di residenza. I complici gestivano, infatti, una sessantina di appartamenti dislocati in ben 34 Comuni tra le province di Novara e Verbania. Qui facevano soggiornare i clienti nella fase conclusiva dell'operazione, giusto per il tempo necessario a completare i riscontri della polizia locale.
Durante il soggiorno affinché tutto risultasse il più piacevole possibile offrivano ai brasiliani anche un tour del lago e, per tutti era d'obbligo, una foto di rito davanti al municipio del Comune prescelto, da pubblicare poi sui social. Finite le pratiche i clienti ripartivano per le loro destinazioni reali: Unione europea, Stati Uniti o in Canada, dove potevano entrare, più facilmente, come cittadini italiani.
Si stima che il sistema abbia fruttato all'organizzazione guadagni milionari e nei prossimi giorni verrà bloccato il rilascio, tuttora in corso, di 200 passaporti. Tra i clienti degli arrestati c'era anche uno dei giovani calciatori della Chapecoense, la squadra quasi del tutto sterminata da un incidente aereo nel 2016 in Colombia. La promessa del calcio risultava residente in un comune dell'Ossola.
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Gli immigrati «analfabeti» pagavano le risposte 700 euro. E così ottenevano il certificato per richiedere il permesso di soggiorno.Finti parenti e residenze venduti a 7.000 euro. Nei guai anche un parroco di Padova.Lo speciale contiene due articoli.Nemmeno il tempo di chiudere i conti con le coop dell'accoglienza, che il business dell'immigrazione conta già nuovi attori. Un giro illecito da due milioni di euro è stato scoperto a Modena: almeno 6.000 stranieri hanno pagato cifre importanti per comprare la promozione alla prova di italiano, che garantisce la certificazione obbligatoria per ottenere il permesso di soggiorno di lunga durata. I finti esami si tenevano in tutta Italia e ad organizzarli era un sedicente centro di formazione che, ben inserito nel sistema, reclutava gli immigrati presso gli uffici per il rilascio dei permessi di soggiorno e poi, dietro pagamento in contanti, forniva loro le risposte esatte ai test che avrebbero dovuto certificare la capacità di comprendere e parlare la nostra lingua. L'indagine è partita dal capoluogo emiliano e ha portato in carcere quattro persone, tra cui due italiani, un marocchino e un tunisino, tutti accusati a vario titolo di corruzione, falsità ideologica, truffa, contraffazione di documenti e indebita percezione di erogazioni ai danni dello Stato. Ma l'organizzazione aveva dimensioni ben più grandi e tra Lombardia, Veneto, Friuli, Toscana e Lazio, per gli stessi reati, sono state indagate altre 25 persone. Il sistema faceva capo a un Centro di formazione linguistico, l'agenzia Diffusion World di Marghera, accreditato presso l'Università per Stranieri di Perugia (risultata però estranea ai fatti) per rilasciare la certificazione linguistica (Celi) di livello A2, fondamentale per il rilascio del permesso di soggiorno di lungo periodo. Questo tipo di permesso, infatti, sostanzialmente a tempo indeterminato, viene concesso agli immigrati che hanno un reddito dimostrabile, che risiedono da almeno cinque anni in Italia e che dimostrano di saper parlare la nostra lingua. L'indagine è partita dall'Ufficio Immigrazione di Modena quando gli agenti addetti allo sportello si sono accorti di un fatto strano: molti degli immigrati che si presentavano per fare richiesta del permesso, ed esibivano fra i documenti anche la certificazione Celi, non erano in realtà assolutamente in grado di comprendere o rispondere in modo corretto nemmeno alla domanda più semplice. Insospettiti dal numero crescente di casi simili gli agenti hanno intercettato un volantino, molto diffuso tra i frequentatori dell'ufficio, che offriva proprio esami di abilitazione in lingua italiana per immigrati e hanno messo sotto intercettazione i numeri telefonici riportati sul messaggio promozionale. A quel punto non è stato difficile di risalire all'agenzia Diffusion World e smascherare il sistema. Le menti del business erano i due italiani marito e moglie di 41 e 47 anni, titolari di varie cooperative e attività di ricezione e a quanto pare degli habituè al lucro illecito sugli immigrati, (tanto che l'uomo si trovava già in carcere): a loro rimaneva la maggior parte dei proventi grazie ai quali conducevano una vita di lusso e agi. Ai due sodali stranieri, invece, spettava il compito di adescare i potenziali clienti, spiegando loro i vantaggi della promozione assicurata. Il metodo era semplice: forti della possibilità di scegliere le batterie di domande da sottoporre agli esaminandi, i complici fornivano agli immigrati più preparati le risposte alle domande del test chiedendo loro semplicemente di copiarle, mentre per quelli completamente analfabeti, compilavano direttamente i moduli del test. Stessa cosa accadeva per la prova orale, per la quale venivano concordate, in precedenza, le risposte. Per poter superare i finti esami ogni straniero pagava tra i 450 e i 700 euro rigorosamente in nero, a fronte di un costo di iscrizione per l'esame di idoneità alla lingua che sarebbe stato di soli 35 euro. Di norma le sessioni di prova si svolgevano all'interno di hotel o sale congressi ma è emerso che alcuni cittadini stranieri avevano falsificato anche i luoghi e le date delle prove: per sostenere la farsa si recavano presso un phone center di Modena (di proprietà di uno degli arrestati) e poi facevano figurare la sessione in un altro Comune. Dopo aver videoregistrato diverse sessioni e raccolto le prove dei pagamenti, per avere certezza assoluta della truffa gli inquirenti hanno fatto anche la prova del nove. Improvvisamente, lo scorso novembre, si sono presentati presso le sedi del centro sostituendo, a sorpresa, i fascicoli d'esame il giorno stesso della prova. Il risultato è stato inequivocabile: nemmeno un candidato, tra quelli iscritti e presenti al test, è risultato idoneo alla certificazione di livello A2. E quando la stessa operazione è stata condotta in altre sedi d'esame in diverse sessioni, appena 34 esaminandi hanno superato la prova sui 700 che si erano presentati. Secondo i dati forniti agli inquirenti dall'Università degli Stranieri di Perugia (slegata da Diffusion World dal dicembre dello scorso anno) relativi agli ultimi due anni, circa 6.000 stranieri sarebbero entrati in possesso di un titolo falso attraverso questo canale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-banda-dei-falsari-degli-esami-di-lingua-a-6-000-stranieri-lattestato-di-italiano-2632871742.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-fabbrica-di-trans-cittadinanze-e-800-brasiliani-diventano-italiani" data-post-id="2632871742" data-published-at="1780665426" data-use-pagination="False"> La fabbrica di «trans» cittadinanze. E 800 brasiliani diventano italiani Pagavano ognuno 7.000 euro, per un tour del Lago Maggiore, ma il viaggio era all inclusive perché oltre al soggiorno e alla degustazione di prodotti tipici garantiva anche l'ottenimento della cittadinanza italiana con tanto di avi inesistenti, falsi certificati di nascita e foto ricordo davanti al municipio del nuovo Comune di residenza. Sono 800 i cittadini brasiliani a cui verrà annullato il passaporto comunitario dopo che la squadra mobile di Verbania ha scoperto un giro d'affari da almeno 5 milioni di euro basato sulla falsificazione delle origini italiane di centinaia di famiglie brasiliane, gestito da titolari di agenzie di viaggio, brasiliani a loro volta. Sei persone sono state arrestate con l'accusa di falsi ideologici in atto pubblico, tra cui anche un parroco di Padova per cui è scattato l'obbligo di firma. A gestire il giro erano, secondo gli inquirenti, due coppie residenti in provincia di Verbano-Cusio-Ossola e a Domodossola e un ventiduenne, residente nel novarese, accusato anche di corruzione, per aver a suo tempo convinto il parroco, pagandolo poche decine di euro, a falsificare un certificato di battesimo in modo che fosse favorevole a provare l'origine italiana dell'avo di un brasiliano che aveva fatto richiesta di cittadinanza. Ma il giro d'affari era ben più ampio. L'indagine è partita da un esposto del sindaco di Macugnaga, che un paio d'anni fa, si era insospettito per un incremento improvviso di brasiliani che richiedevano ed ottenevano la cittadinanza italiana nel suo borgo ai piedi del Monte Rosa, vantando avi residenti in zona. Ottenere la cittadinanza italiana attraverso il riconoscimento dello iure sanguinis, cioè attraverso la linea di sangue, è possibile per i discendenti di cittadini italiani, nati all'estero, in uno Stato che preveda lo ius soli. In Brasile, come in molti altri Paesi americani, a contrario di quello che accade in Italia, chi nasce in quello Stato, ne è cittadino e perde automaticamente la cittadinanza passata dai genitori per linea di sangue. Per avere il certificato è necessario dimostrare di avere avi in Italia e dimostrare di risiedere all'interno dei confini nazionali e Macugnaga era, evidentemente, uno dei luoghi prediletti dalla banda per queste operazioni. In pratica funzionava così: gli arrestati in accordo con i connazionali desiderosi di acquisire la cittadinanza italiana si occupavano di creare per i clienti fittizi antenati italiani, ricostruendo parentele inesistenti e producendo documentazioni false. Poi una volta che i documenti erano pronti invitavano in Italia gli aspiranti cittadini, fornendo loro ospitalità e accompagnandoli nell'espletamento della richiesta di residenza. I complici gestivano, infatti, una sessantina di appartamenti dislocati in ben 34 Comuni tra le province di Novara e Verbania. Qui facevano soggiornare i clienti nella fase conclusiva dell'operazione, giusto per il tempo necessario a completare i riscontri della polizia locale. Durante il soggiorno affinché tutto risultasse il più piacevole possibile offrivano ai brasiliani anche un tour del lago e, per tutti era d'obbligo, una foto di rito davanti al municipio del Comune prescelto, da pubblicare poi sui social. Finite le pratiche i clienti ripartivano per le loro destinazioni reali: Unione europea, Stati Uniti o in Canada, dove potevano entrare, più facilmente, come cittadini italiani. Si stima che il sistema abbia fruttato all'organizzazione guadagni milionari e nei prossimi giorni verrà bloccato il rilascio, tuttora in corso, di 200 passaporti. Tra i clienti degli arrestati c'era anche uno dei giovani calciatori della Chapecoense, la squadra quasi del tutto sterminata da un incidente aereo nel 2016 in Colombia. La promessa del calcio risultava residente in un comune dell'Ossola.
Ansa
Un circuito verticale e gerarchico in cui il giudizio di un docente può pesare più di quanto accada in un normale liceo. In questo microcosmo la Procura di Milano colloca una storiaccia in cui la cifra penale, almeno secondo l’impostazione accusatoria, non sarebbe soltanto quella della sessualità o dell’invadenza fisica, ma soprattutto quella dell’abuso di potere. Perché nelle 24 pagine dell’ordinanza cautelare non sono centrali solo le palpatine o le fotografie intime richieste. L’inchiesta ruota principalmente attorno al presunto utilizzo della cattedra come strumento di pressione psicologica, del voto come leva e della maturità come elemento di condizionamento. Accuse che hanno portato un professore di italiano e latino in forza alla scuola militare dal 2024 (ma non un militare, lui) agli arresti domiciliari.
«Quanto ce l’hai lungo?», chiese, annota l’accusa, a uno degli alunni. E subito dopo: «Ho corretto il compito di italiano, è da otto, ma se mi racconti dettagli intimi con la tua fidanzata diventa otto e mezzo». L’indagato, scrive il gip del Tribunale di Milano Elio Sparacino nella sua ordinanza, «era solito, secondo quanto emerso, avvicinare gli studenti maschi, cingerli da dietro e accarezzarli sul collo, sulle spalle simulando un massaggio per scendere fino al petto e, come raccontato da tutte le persone offese, stringere per alcuni secondi i pettorali dei giovani facendo anche sovente apprezzamenti sulla loro tonicità muscolare». Un comportamento che per il gip «già di per sé» integrerebbe «pienamente» il reato di violenza sessuale. La Procura, poi, porta anche il conto delle vittime: «Sette». Ma, con due studenti in particolare, il prof avrebbe adottato «una condotta particolarmente aggressiva». Il loro «andamento scolastico traballante», secondo l’accusa, li avrebbe resi «più esposti alle azioni dell’indagato». E, così, sono scattate anche le accuse di «concussione e maltrattamenti». Gli studenti, infatti, stando alle accuse, non l’avrebbero percepito come un professore un po’ invadente. Ma come uno che poteva aiutarti o crearti problemi scolasticamente. Che avrebbe potuto «darti una mano» alla maturità. O lasciarti solo.
In una telefonata intercettata, il prof, un po’ spazientito, dice a uno studente che se non si fosse mostrato accondiscendente alle sue richieste «avrebbe dovuto farcela con le proprie forze». Nelle carte compare spesso la parola «aiuto». Aiuto con i voti, per i debiti, durante le verifiche, per arrivare all’esame. E poi c’erano «le lezioni private gratuite, dietro l’invio di foto e video a carattere erotico». Uno degli studenti ha raccontato che il prof gli avrebbe inviato dei bonifici e un «buono Amazon da cento euro». Un altro riferisce di essere stato portato in un’aula vuota e palpeggiato. Un altro ancora parla di richieste continue di video sessuali e fotografie intime. Oppure delle foto dei preservativi usati durante i suoi rapporti sessuali. Tutto sempre dentro un clima ambiguo, tra il paternalismo, la protezione e la pressione psicologica. «L’anno prossimo», avrebbe detto il prof, «quando sarai promosso mi racconterai le tue cose sconce». E lo studente, evidentemente preoccupato, ha ammesso in Procura: «Quest’anno abbiamo la maturità e lui è un membro interno».
Nel corso di chiacchierate private, con messaggi su Telegram, in chat che si autodistruggono. «Una volta, per esempio», racconta una delle vittime, «durante la lezione si è avvicinato e mi ha chiesto se avessi fatto sesso con la mia ragazza la notte precedente, con battute del tipo “Ma quanto sei durato?”». Un’intercettazione riportata nell’ordinanza colpisce per la normalità con cui viene evocato il rapporto di dipendenza. Il prof ricorda allo studente tutto quello che avrebbe fatto per lui durante l’anno scolastico. Gli parla dei voti, gli ricorda di essergli «sempre stato vicino». Fino alla frase che per gli investigatori rappresenta il cuore della vicenda: «Un po’ di gratitudine la potresti concretamente mostrare ogni tanto». Un modo di fare che, secondo l’accusa, avrebbe prodotto negli studenti la percezione che il professore potesse influenzare il loro futuro. Uno dei ragazzi verbalizza proprio questa paura: «Io non vado molto bene a scuola e quindi potrei rischiare la bocciatura ed essere estromesso dalla scuola».
C’è però chi, nel marzo scorso, ha parlato con i superiori (con un colonnello), raccontando i comportamenti del professore. Addirittura scatta le fotografie degli abbracci. Finché alcuni studenti non hanno raccontato che il prof avrebbe fatto capire di essere già a conoscenza dell’attività investigativa grazie a «non precisati informatori». Solo un mese fa uno dei ragazzi è tornato dagli inquirenti per precisare che, «mentre si trovava con un compagno di scuola fuori dalla caserma», il prof si sarebbe avvicinato e, «dopo avergli offerto un lecca-lecca», gli avrebbe proposto «di distruggere il suo telefono dietro il pagamento della somma di 400 o 500 euro». Il gip tira le somme: «Pare evidente che, dopo aver saputo dell’indagine a suo carico» e «nella convinzione» che l’alunno «gli sarebbe rimasto fedele, ha cercato in tutti i modi di ostacolare gli accertamenti degli inquirenti». I domiciliari vengono motivati con l’assenza di precedenti penali e perché i fatti contestati sarebbero legati esclusivamente all’ambiente scolastico. Ma il rischio di inquinamento probatorio viene considerato concreto.
L’Esercito italiano ha assicurato «il proprio sostegno all’operato della magistratura e la massima disponibilità nei confronti delle autorità inquirenti». Poi ha condannato in modo fermo «ogni forma di abuso, prevaricazione o comportamento contrario e incompatibile con i propri valori e con la propria missione istituzionale». Tradita, secondo l’accusa, dal prof di italiano e latino.
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Come già noto, sono a disposizione per il triennio 2026-2028 circa 14 miliardi, cioè lo 0,3% del Pil annuo. La deroga, però, non riguarda le accise e qui si pone un problema. Anche se i prezzi dei carburanti sono in calo (in base ai dati del Mimit, il ministero delle Imprese, il prezzo medio del diesel self è di 1,988 euro/litro rispetto a 1,994 del 3 giugno e quello della benzina self è 1,930 euro contro 1,934 euro del 3 giugno), senza interventi il costo alla pompa domani subirebbe uno scatto al rialzo. La verde salirebbe a due euro il litro mentre il diesel a circa 2,1 euro. Il governo, però, ha intenzione di non lasciar cadere gli interventi contro il caro carburanti che, come annunciato dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, saranno rinnovati con un decreto ministeriale direttamente sabato, al momento della scadenza del taglio delle accise.
Escludendo un decreto legge o un disegno di legge, si avrebbe una attivazione rapida, demandando l’attuazione pratica al ministero dell’Economia. Questi verificherebbe le maggiori entrate Iva del mese precedente dovute al rincaro dei carburanti, sfruttando il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Ciò sarebbe possibile perché non si verrebbe a creare un extra deficit e quindi rientrerebbe nel solco delle indicazioni di Bruxelles. Il messaggio politico del governo è chiaro: al di là delle condizioni dettate dalla Ue, per abbattere i rincari dei carburanti useremo le risorse aggiuntive. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando viene contabilizzata la cifra del periodo precedente. Fino ad ora, dal 18 marzo, data del primo intervento, sono stati spesi circa 2 miliardi di euro.
Ancora, però, non è chiaro il risultato finale per il consumatore, cioè come l’intervento sarà modulato. «Dobbiamo effettivamente valutare quant’è la disponibilità e fino al giorno 6 non l’abbiamo per motivi tecnici. In base a quello e alle condizioni di mercato, vedremo come prorogare queste forme di intervento», ha detto Giorgetti al question time in aula al Senato in risposta a un’interrogazione del Pd sugli interventi per contrastare l’aumento del costo dei carburanti. Poi ha precisato che «l’esatto dimensionamento economico dello sgravio necessita di un monitoraggio in tempo reale, in modo da incrociare i margini di bilancio accertati alla scadenza esatta con i trend dei listini petroliferi globali, garantendo la sostenibilità dei conti pubblici».
Nei giorni scorsi si era diffusa l’ipotesi dell’introduzione di un contributo una tantum da 100 euro destinato ai nuclei con un Isee non superiore a 15.000 euro. La platea potenziale sarebbe di circa 1,2 milioni di famiglie. Il sostegno verrebbe erogato tramite il sistema della social card, già utilizzato per altre misure di contrasto al caro vita, con l’obiettivo di indirizzare le risorse verso chi risente maggiormente dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti. La differenza rispetto al taglio delle accise sarebbe significativa anche sotto il profilo finanziario. Il nuovo bonus avrebbe un costo stimato intorno ai 120 milioni di euro, una cifra decisamente inferiore rispetto ai circa 2 miliardi spesi dall’esecutivo negli ultimi mesi per mantenere ridotte le imposte sui carburanti.
La copertura potrebbe arrivare dall’incremento del gettito Iva generato proprio dall’aumento dei prezzi alla pompa. Di questa misura, però, Giorgetti ieri non ha parlato né è entrata all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri. Quanto ai 14 miliardi di flessibilità concessi da Bruxelles solo, però, per potenziare le rinnovabili, siccome l’Italia è ancora sotto procedura Ue sui conti, andrebbero contabilizzate nel deficit. Oppure, secondo ipotetico scenario, l’Italia potrebbe aspettare le nuove stime sul disavanzo a settembre e, si osserva nella maggioranza, se confermassero una soglia sotto il 3% e l’uscita dalla procedura, scorporare le spese. Il tutto, a ogni modo, solo dopo che la flessibilità sia operativa, dopo il via libera dell’Ecofin. Una scelta politica che, stando alle parole del ministro Giorgetti, «non avverrà nel chiuso del ministero» ma «imporrà un confronto con il Parlamento», e sulla quale c’è da immaginare che peseranno gli effetti dello choc energetico sulle famiglie e sulle imprese, effetti che «non si sono ancora pienamente manifestati».
Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida ha sottolineato che, «oltre al taglio generalizzato delle accise, del quale beneficia in maniera proporzionale anche il settore agricolo, il governo ha previsto, con gli ultimi decreti legge, un contributo straordinario sotto forma di credito d’imposta per l’acquisto di carburante a beneficio del comparto e della pesca con uno stanziamento di oltre 100 milioni di euro».
L’Unione consumatori lamenta la vaghezza delle dichiarazioni di Giorgetti: «Mancano due giorni è ancora non sono stati chiariti i termini della proroga», ha affermato ieri il presidente Massimiliano Dona. «Non vorremmo che, dopo la riduzione dello sconto sulla benzina da 20 a 5 centesimi previsto dal decreto-legge numero 63 del 30 aprile 2026, dopo quella sul gasolio da 20 a 10 centesimi introdotto con il decreto legge numero 89 del 22 maggio 2026, ora seguisse un terzo taglio».
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Il recupero degli immobili pubblici è destinato principalmente alle fasce economicamente più fragili. L’housing sociale, invece, è rivolto a quelle famiglie che non possiedono i requisiti per accedere alle case popolari ma che, allo stesso tempo, hanno difficoltà a sostenere i prezzi del mercato immobiliare.
Il Piano prevede l’impiego di circa 10 miliardi di euro di risorse pubbliche, ai quali si aggiungeranno investimenti privati. Per incentivare la partecipazione degli operatori privati, lo Stato offre procedure burocratiche semplificate. In cambio, almeno il 70% degli alloggi realizzati dovrà essere assegnato a prezzi calmierati, garantendo uno sconto minimo del 33% rispetto ai valori di mercato.
L’obiettivo dichiarato è aumentare l’offerta di abitazioni accessibili, ridurre il disagio abitativo e facilitare l’accesso alla casa per famiglie, giovani lavoratori e cittadini con redditi medio-bassi.
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