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2019-03-27
La banda dei falsari degli esami di lingua. A 6.000 stranieri l’attestato di italiano
Ansa
Nemmeno il tempo di chiudere i conti con le coop dell'accoglienza, che il business dell'immigrazione conta già nuovi attori.
Un giro illecito da due milioni di euro è stato scoperto a Modena: almeno 6.000 stranieri hanno pagato cifre importanti per comprare la promozione alla prova di italiano, che garantisce la certificazione obbligatoria per ottenere il permesso di soggiorno di lunga durata. I finti esami si tenevano in tutta Italia e ad organizzarli era un sedicente centro di formazione che, ben inserito nel sistema, reclutava gli immigrati presso gli uffici per il rilascio dei permessi di soggiorno e poi, dietro pagamento in contanti, forniva loro le risposte esatte ai test che avrebbero dovuto certificare la capacità di comprendere e parlare la nostra lingua.
L'indagine è partita dal capoluogo emiliano e ha portato in carcere quattro persone, tra cui due italiani, un marocchino e un tunisino, tutti accusati a vario titolo di corruzione, falsità ideologica, truffa, contraffazione di documenti e indebita percezione di erogazioni ai danni dello Stato. Ma l'organizzazione aveva dimensioni ben più grandi e tra Lombardia, Veneto, Friuli, Toscana e Lazio, per gli stessi reati, sono state indagate altre 25 persone.
Il sistema faceva capo a un Centro di formazione linguistico, l'agenzia Diffusion World di Marghera, accreditato presso l'Università per Stranieri di Perugia (risultata però estranea ai fatti) per rilasciare la certificazione linguistica (Celi) di livello A2, fondamentale per il rilascio del permesso di soggiorno di lungo periodo.
Questo tipo di permesso, infatti, sostanzialmente a tempo indeterminato, viene concesso agli immigrati che hanno un reddito dimostrabile, che risiedono da almeno cinque anni in Italia e che dimostrano di saper parlare la nostra lingua. L'indagine è partita dall'Ufficio Immigrazione di Modena quando gli agenti addetti allo sportello si sono accorti di un fatto strano: molti degli immigrati che si presentavano per fare richiesta del permesso, ed esibivano fra i documenti anche la certificazione Celi, non erano in realtà assolutamente in grado di comprendere o rispondere in modo corretto nemmeno alla domanda più semplice. Insospettiti dal numero crescente di casi simili gli agenti hanno intercettato un volantino, molto diffuso tra i frequentatori dell'ufficio, che offriva proprio esami di abilitazione in lingua italiana per immigrati e hanno messo sotto intercettazione i numeri telefonici riportati sul messaggio promozionale. A quel punto non è stato difficile di risalire all'agenzia Diffusion World e smascherare il sistema.
Le menti del business erano i due italiani marito e moglie di 41 e 47 anni, titolari di varie cooperative e attività di ricezione e a quanto pare degli habituè al lucro illecito sugli immigrati, (tanto che l'uomo si trovava già in carcere): a loro rimaneva la maggior parte dei proventi grazie ai quali conducevano una vita di lusso e agi.
Ai due sodali stranieri, invece, spettava il compito di adescare i potenziali clienti, spiegando loro i vantaggi della promozione assicurata. Il metodo era semplice: forti della possibilità di scegliere le batterie di domande da sottoporre agli esaminandi, i complici fornivano agli immigrati più preparati le risposte alle domande del test chiedendo loro semplicemente di copiarle, mentre per quelli completamente analfabeti, compilavano direttamente i moduli del test. Stessa cosa accadeva per la prova orale, per la quale venivano concordate, in precedenza, le risposte. Per poter superare i finti esami ogni straniero pagava tra i 450 e i 700 euro rigorosamente in nero, a fronte di un costo di iscrizione per l'esame di idoneità alla lingua che sarebbe stato di soli 35 euro. Di norma le sessioni di prova si svolgevano all'interno di hotel o sale congressi ma è emerso che alcuni cittadini stranieri avevano falsificato anche i luoghi e le date delle prove: per sostenere la farsa si recavano presso un phone center di Modena (di proprietà di uno degli arrestati) e poi facevano figurare la sessione in un altro Comune. Dopo aver videoregistrato diverse sessioni e raccolto le prove dei pagamenti, per avere certezza assoluta della truffa gli inquirenti hanno fatto anche la prova del nove. Improvvisamente, lo scorso novembre, si sono presentati presso le sedi del centro sostituendo, a sorpresa, i fascicoli d'esame il giorno stesso della prova. Il risultato è stato inequivocabile: nemmeno un candidato, tra quelli iscritti e presenti al test, è risultato idoneo alla certificazione di livello A2. E quando la stessa operazione è stata condotta in altre sedi d'esame in diverse sessioni, appena 34 esaminandi hanno superato la prova sui 700 che si erano presentati.
Secondo i dati forniti agli inquirenti dall'Università degli Stranieri di Perugia (slegata da Diffusion World dal dicembre dello scorso anno) relativi agli ultimi due anni, circa 6.000 stranieri sarebbero entrati in possesso di un titolo falso attraverso questo canale.
La fabbrica di «trans» cittadinanze. E 800 brasiliani diventano italiani
Pagavano ognuno 7.000 euro, per un tour del Lago Maggiore, ma il viaggio era all inclusive perché oltre al soggiorno e alla degustazione di prodotti tipici garantiva anche l'ottenimento della cittadinanza italiana con tanto di avi inesistenti, falsi certificati di nascita e foto ricordo davanti al municipio del nuovo Comune di residenza.
Sono 800 i cittadini brasiliani a cui verrà annullato il passaporto comunitario dopo che la squadra mobile di Verbania ha scoperto un giro d'affari da almeno 5 milioni di euro basato sulla falsificazione delle origini italiane di centinaia di famiglie brasiliane, gestito da titolari di agenzie di viaggio, brasiliani a loro volta. Sei persone sono state arrestate con l'accusa di falsi ideologici in atto pubblico, tra cui anche un parroco di Padova per cui è scattato l'obbligo di firma.
A gestire il giro erano, secondo gli inquirenti, due coppie residenti in provincia di Verbano-Cusio-Ossola e a Domodossola e un ventiduenne, residente nel novarese, accusato anche di corruzione, per aver a suo tempo convinto il parroco, pagandolo poche decine di euro, a falsificare un certificato di battesimo in modo che fosse favorevole a provare l'origine italiana dell'avo di un brasiliano che aveva fatto richiesta di cittadinanza. Ma il giro d'affari era ben più ampio. L'indagine è partita da un esposto del sindaco di Macugnaga, che un paio d'anni fa, si era insospettito per un incremento improvviso di brasiliani che richiedevano ed ottenevano la cittadinanza italiana nel suo borgo ai piedi del Monte Rosa, vantando avi residenti in zona.
Ottenere la cittadinanza italiana attraverso il riconoscimento dello iure sanguinis, cioè attraverso la linea di sangue, è possibile per i discendenti di cittadini italiani, nati all'estero, in uno Stato che preveda lo ius soli. In Brasile, come in molti altri Paesi americani, a contrario di quello che accade in Italia, chi nasce in quello Stato, ne è cittadino e perde automaticamente la cittadinanza passata dai genitori per linea di sangue. Per avere il certificato è necessario dimostrare di avere avi in Italia e dimostrare di risiedere all'interno dei confini nazionali e Macugnaga era, evidentemente, uno dei luoghi prediletti dalla banda per queste operazioni.
In pratica funzionava così: gli arrestati in accordo con i connazionali desiderosi di acquisire la cittadinanza italiana si occupavano di creare per i clienti fittizi antenati italiani, ricostruendo parentele inesistenti e producendo documentazioni false.
Poi una volta che i documenti erano pronti invitavano in Italia gli aspiranti cittadini, fornendo loro ospitalità e accompagnandoli nell'espletamento della richiesta di residenza. I complici gestivano, infatti, una sessantina di appartamenti dislocati in ben 34 Comuni tra le province di Novara e Verbania. Qui facevano soggiornare i clienti nella fase conclusiva dell'operazione, giusto per il tempo necessario a completare i riscontri della polizia locale.
Durante il soggiorno affinché tutto risultasse il più piacevole possibile offrivano ai brasiliani anche un tour del lago e, per tutti era d'obbligo, una foto di rito davanti al municipio del Comune prescelto, da pubblicare poi sui social. Finite le pratiche i clienti ripartivano per le loro destinazioni reali: Unione europea, Stati Uniti o in Canada, dove potevano entrare, più facilmente, come cittadini italiani.
Si stima che il sistema abbia fruttato all'organizzazione guadagni milionari e nei prossimi giorni verrà bloccato il rilascio, tuttora in corso, di 200 passaporti. Tra i clienti degli arrestati c'era anche uno dei giovani calciatori della Chapecoense, la squadra quasi del tutto sterminata da un incidente aereo nel 2016 in Colombia. La promessa del calcio risultava residente in un comune dell'Ossola.
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Gli immigrati «analfabeti» pagavano le risposte 700 euro. E così ottenevano il certificato per richiedere il permesso di soggiorno.Finti parenti e residenze venduti a 7.000 euro. Nei guai anche un parroco di Padova.Lo speciale contiene due articoli.Nemmeno il tempo di chiudere i conti con le coop dell'accoglienza, che il business dell'immigrazione conta già nuovi attori. Un giro illecito da due milioni di euro è stato scoperto a Modena: almeno 6.000 stranieri hanno pagato cifre importanti per comprare la promozione alla prova di italiano, che garantisce la certificazione obbligatoria per ottenere il permesso di soggiorno di lunga durata. I finti esami si tenevano in tutta Italia e ad organizzarli era un sedicente centro di formazione che, ben inserito nel sistema, reclutava gli immigrati presso gli uffici per il rilascio dei permessi di soggiorno e poi, dietro pagamento in contanti, forniva loro le risposte esatte ai test che avrebbero dovuto certificare la capacità di comprendere e parlare la nostra lingua. L'indagine è partita dal capoluogo emiliano e ha portato in carcere quattro persone, tra cui due italiani, un marocchino e un tunisino, tutti accusati a vario titolo di corruzione, falsità ideologica, truffa, contraffazione di documenti e indebita percezione di erogazioni ai danni dello Stato. Ma l'organizzazione aveva dimensioni ben più grandi e tra Lombardia, Veneto, Friuli, Toscana e Lazio, per gli stessi reati, sono state indagate altre 25 persone. Il sistema faceva capo a un Centro di formazione linguistico, l'agenzia Diffusion World di Marghera, accreditato presso l'Università per Stranieri di Perugia (risultata però estranea ai fatti) per rilasciare la certificazione linguistica (Celi) di livello A2, fondamentale per il rilascio del permesso di soggiorno di lungo periodo. Questo tipo di permesso, infatti, sostanzialmente a tempo indeterminato, viene concesso agli immigrati che hanno un reddito dimostrabile, che risiedono da almeno cinque anni in Italia e che dimostrano di saper parlare la nostra lingua. L'indagine è partita dall'Ufficio Immigrazione di Modena quando gli agenti addetti allo sportello si sono accorti di un fatto strano: molti degli immigrati che si presentavano per fare richiesta del permesso, ed esibivano fra i documenti anche la certificazione Celi, non erano in realtà assolutamente in grado di comprendere o rispondere in modo corretto nemmeno alla domanda più semplice. Insospettiti dal numero crescente di casi simili gli agenti hanno intercettato un volantino, molto diffuso tra i frequentatori dell'ufficio, che offriva proprio esami di abilitazione in lingua italiana per immigrati e hanno messo sotto intercettazione i numeri telefonici riportati sul messaggio promozionale. A quel punto non è stato difficile di risalire all'agenzia Diffusion World e smascherare il sistema. Le menti del business erano i due italiani marito e moglie di 41 e 47 anni, titolari di varie cooperative e attività di ricezione e a quanto pare degli habituè al lucro illecito sugli immigrati, (tanto che l'uomo si trovava già in carcere): a loro rimaneva la maggior parte dei proventi grazie ai quali conducevano una vita di lusso e agi. Ai due sodali stranieri, invece, spettava il compito di adescare i potenziali clienti, spiegando loro i vantaggi della promozione assicurata. Il metodo era semplice: forti della possibilità di scegliere le batterie di domande da sottoporre agli esaminandi, i complici fornivano agli immigrati più preparati le risposte alle domande del test chiedendo loro semplicemente di copiarle, mentre per quelli completamente analfabeti, compilavano direttamente i moduli del test. Stessa cosa accadeva per la prova orale, per la quale venivano concordate, in precedenza, le risposte. Per poter superare i finti esami ogni straniero pagava tra i 450 e i 700 euro rigorosamente in nero, a fronte di un costo di iscrizione per l'esame di idoneità alla lingua che sarebbe stato di soli 35 euro. Di norma le sessioni di prova si svolgevano all'interno di hotel o sale congressi ma è emerso che alcuni cittadini stranieri avevano falsificato anche i luoghi e le date delle prove: per sostenere la farsa si recavano presso un phone center di Modena (di proprietà di uno degli arrestati) e poi facevano figurare la sessione in un altro Comune. Dopo aver videoregistrato diverse sessioni e raccolto le prove dei pagamenti, per avere certezza assoluta della truffa gli inquirenti hanno fatto anche la prova del nove. Improvvisamente, lo scorso novembre, si sono presentati presso le sedi del centro sostituendo, a sorpresa, i fascicoli d'esame il giorno stesso della prova. Il risultato è stato inequivocabile: nemmeno un candidato, tra quelli iscritti e presenti al test, è risultato idoneo alla certificazione di livello A2. E quando la stessa operazione è stata condotta in altre sedi d'esame in diverse sessioni, appena 34 esaminandi hanno superato la prova sui 700 che si erano presentati. Secondo i dati forniti agli inquirenti dall'Università degli Stranieri di Perugia (slegata da Diffusion World dal dicembre dello scorso anno) relativi agli ultimi due anni, circa 6.000 stranieri sarebbero entrati in possesso di un titolo falso attraverso questo canale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-banda-dei-falsari-degli-esami-di-lingua-a-6-000-stranieri-lattestato-di-italiano-2632871742.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-fabbrica-di-trans-cittadinanze-e-800-brasiliani-diventano-italiani" data-post-id="2632871742" data-published-at="1776777738" data-use-pagination="False"> La fabbrica di «trans» cittadinanze. E 800 brasiliani diventano italiani Pagavano ognuno 7.000 euro, per un tour del Lago Maggiore, ma il viaggio era all inclusive perché oltre al soggiorno e alla degustazione di prodotti tipici garantiva anche l'ottenimento della cittadinanza italiana con tanto di avi inesistenti, falsi certificati di nascita e foto ricordo davanti al municipio del nuovo Comune di residenza. Sono 800 i cittadini brasiliani a cui verrà annullato il passaporto comunitario dopo che la squadra mobile di Verbania ha scoperto un giro d'affari da almeno 5 milioni di euro basato sulla falsificazione delle origini italiane di centinaia di famiglie brasiliane, gestito da titolari di agenzie di viaggio, brasiliani a loro volta. Sei persone sono state arrestate con l'accusa di falsi ideologici in atto pubblico, tra cui anche un parroco di Padova per cui è scattato l'obbligo di firma. A gestire il giro erano, secondo gli inquirenti, due coppie residenti in provincia di Verbano-Cusio-Ossola e a Domodossola e un ventiduenne, residente nel novarese, accusato anche di corruzione, per aver a suo tempo convinto il parroco, pagandolo poche decine di euro, a falsificare un certificato di battesimo in modo che fosse favorevole a provare l'origine italiana dell'avo di un brasiliano che aveva fatto richiesta di cittadinanza. Ma il giro d'affari era ben più ampio. L'indagine è partita da un esposto del sindaco di Macugnaga, che un paio d'anni fa, si era insospettito per un incremento improvviso di brasiliani che richiedevano ed ottenevano la cittadinanza italiana nel suo borgo ai piedi del Monte Rosa, vantando avi residenti in zona. Ottenere la cittadinanza italiana attraverso il riconoscimento dello iure sanguinis, cioè attraverso la linea di sangue, è possibile per i discendenti di cittadini italiani, nati all'estero, in uno Stato che preveda lo ius soli. In Brasile, come in molti altri Paesi americani, a contrario di quello che accade in Italia, chi nasce in quello Stato, ne è cittadino e perde automaticamente la cittadinanza passata dai genitori per linea di sangue. Per avere il certificato è necessario dimostrare di avere avi in Italia e dimostrare di risiedere all'interno dei confini nazionali e Macugnaga era, evidentemente, uno dei luoghi prediletti dalla banda per queste operazioni. In pratica funzionava così: gli arrestati in accordo con i connazionali desiderosi di acquisire la cittadinanza italiana si occupavano di creare per i clienti fittizi antenati italiani, ricostruendo parentele inesistenti e producendo documentazioni false. Poi una volta che i documenti erano pronti invitavano in Italia gli aspiranti cittadini, fornendo loro ospitalità e accompagnandoli nell'espletamento della richiesta di residenza. I complici gestivano, infatti, una sessantina di appartamenti dislocati in ben 34 Comuni tra le province di Novara e Verbania. Qui facevano soggiornare i clienti nella fase conclusiva dell'operazione, giusto per il tempo necessario a completare i riscontri della polizia locale. Durante il soggiorno affinché tutto risultasse il più piacevole possibile offrivano ai brasiliani anche un tour del lago e, per tutti era d'obbligo, una foto di rito davanti al municipio del Comune prescelto, da pubblicare poi sui social. Finite le pratiche i clienti ripartivano per le loro destinazioni reali: Unione europea, Stati Uniti o in Canada, dove potevano entrare, più facilmente, come cittadini italiani. Si stima che il sistema abbia fruttato all'organizzazione guadagni milionari e nei prossimi giorni verrà bloccato il rilascio, tuttora in corso, di 200 passaporti. Tra i clienti degli arrestati c'era anche uno dei giovani calciatori della Chapecoense, la squadra quasi del tutto sterminata da un incidente aereo nel 2016 in Colombia. La promessa del calcio risultava residente in un comune dell'Ossola.
Vannacci e Renzi con Fedez durante la puntata di Pulp Podcast
Venerdì aveva già punzecchiato l’ex generale sulla sua eNews: «Se Vannacci crede in quello che dice, deve rompere con Meloni». È l’asso nella manica che serve alla sinistra per tornare in partita.
Sulla sicurezza, Renzi apre il discorso dicendo: «Io gioco all’attacco, non sono in difesa». Vannacci replica che le problematiche che ci sono oggi sono «figlie dei governi precedenti» e di «quella mentalità di sinistra del giustificazionismo in nome della giustizia sociale, del “facciamoli entrare tutti perché poverini”».
Renzi risponde che negli ultimi 25 anni al governo «c’è stata molto più la destra che la sinistra e Meloni è stata al governo sette anni, quattro anni da premier e tre da ministra».
Vannacci manda un alert al governo Meloni: «Ho tracciato delle linee rosse belle chiare, da destra pura… Una volta che si è stabilito che quelle non sono valicabili o sono d’accordo con me o me ne vado da solo. Se non seguiranno la linea di Futuro nazionale su sicurezza e immigrazione, correremo da soli». E chiede «più poteri alle forze dell’ordine, revisione della legittima difesa, uso meno vincolato della forza e rimpatri più rapidi. Gli esponenti di questo governo hanno agito con timidezza».
Renzi è in un brodo di giuggiole e si comporta come un comico sul palco di Zelig: «Generale, sei un doroteo. Anzi: un paraculo. La verità è che se vai da solo, la destra perde». Vannacci lo sa e ribatte: «Vedi? Hai capito». E l’ex premier replica: «Sembro scemo, ma non sono mica come tutti quelli che frequenti tu. O molli la destra e la destra perde le elezioni. O stai con la destra e perdi la faccia».
Il generale (in pensione) ribadisce: «Io voglio far vincere la destra, c’è una destra forte che però si è slavata, è sbiadita, allora bisogna riportare la barra dritta». Renzi pungola: «Prima tu sei l’invincibile Hulk, non ne sbagli mezza. Io ero così, ve lo ricordate, prima del referendum? Poi sbagli la prima e ti fanno un mazzo tanto, ti accoltellano alle spalle, soprattutto quelli che ti erano più vicini. Alla Meloni sta accadendo la stessa cosa. Meloni non è più invincibile. Vannacci fa un’operazione intelligente: li costringe o a spostarsi a destra o a perdere quel pezzo di destra incazzato nero con Meloni su sicurezza e immigrazione. Vuole essere quello che sposta a destra l’alleanza, così come io voglio spostare al centro la mia. Io faccio la scommessa che alla fine al generale converrà andare da solo».
Il punto è se il centrodestra sceglierà di allearsi con Vannacci, e viceversa. La strana coppia fa ridere, ma non troppo. Renzi rivendica il ruolo del centro per la vittoria alle prossime elezioni, «con opposizioni unite alle prossime elezioni, Meloni va a casa», mentre Vannacci, tronfio di ego, dice di «sognare la doppia cifra, intercettando un elettorato critico nei confronti di questo governo», con la possibilità di «correre anche fuori dalle logiche di coalizione. Sono stupefatto perché il nostro è un partito che è nato 45 giorni fa e siamo oggi a 26.000 iscritti, con sondaggi che ci danno al 4%».
Su Donald Trump sono tutti e due d’accordo. Viene indicato da Renzi come «una variabile negativa capace di ribaltare gli equilibri politici globali. Ne combina una più di Bertoldo. Trump ha fatto vincere la sinistra anche in Canada, Australia e Groenlandia. Se riesce a fare anche il miracolo di far vincere la sinistra in Italia, Donald santo subito». Anche Vannacci critica il presidente americano, affermando che: «Non mi innamoro delle persone ma dei principi, dei valori. A me andava bene il Trump sovranista del “Make America great again”, non mi piace il Trump che fa il gendarme del mondo».
Talmente diversi che sembrano uguali.
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Mentre il Papa torna a essere l'unica autorità morale che parla di pace e teologia, per il tycoon esiste un solo "scelto da Dio" che non siede a Roma ma nello Studio Ovale.
L’obiettivo è ambizioso: sviluppare una serra multipiano adattiva capace di funzionare sia su stazioni orbitali sia sulla Luna. «Entro maggio concluderemo lo studio di fattibilità», ha spiegato Malerba.
Le piante, ha sottolineato, saranno fondamentali per il futuro dell’esplorazione spaziale: non solo per migliorare la dieta degli astronauti nelle missioni di lunga durata in orbita terrestre, ma soprattutto per garantire autonomia nelle missioni lunari.
«Sulla Luna non avremo a disposizione il fruttivendolo — ha osservato — quindi ci converrà portare dei semi, farli crescere gradualmente e costruire una forma di sostenibilità anche in un ambiente così difficile».
Il progetto punta dunque a rendere più autosufficienti le missioni spaziali, integrando produzione alimentare e supporto alla vita in condizioni estreme.
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Il neopresidente bulgaro Rumen Radev (Ansa)
L’ex presidente della repubblica Rumen Radev, sostenuto dal nuovo partito Bulgaria Progressista (Progresivna Bulgariya - Pb, fondato a marzo), ha infatti vinto le elezioni parlamentari di domenica, ottenendo la maggioranza assoluta con il 44,7% dei voti (130 seggi sui 240 totali): 30 punti percentuali in più rispetto al partito conservatore Gerb di Boyko Borissov, che ha riscosso il consenso di appena il 13% degli elettori, dopo una legislatura che ha visto ben otto cambi di governo.
Non è sicuro, per usare un eufemismo, che la vittoria di Radev sia una buona notizia per Von der Leyen, la presidente che, dopo una prima legislatura orientata a sinistra, dopo le elezioni europee del 2024 ha cercato di barcamenarsi virando il timone del suo esecutivo più verso il centrodestra. Di fatto, la vittoria del neo premier bulgaro rappresenta un cortocircuito per Bruxelles, essendo stata accolta con favore sia dalla Russia che dall’Unione europea. Il Cremlino ha definito «positive» le dichiarazioni di Radev a favore del dialogo con la Russia. Ma anche donna Ursula gli ha espresso le sue vive congratulazioni, facendo buon viso a cattivo gioco: «La Bulgaria è un membro orgoglioso della famiglia europea e svolge un ruolo importante nell’affrontare le nostre sfide comuni. Non vedo l’ora di collaborare con lui (Radev, ndr) per la prosperità e la sicurezza della Bulgaria e dell’Europa». Quasi le stesse parole usate dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che su X ha scritto: «Congratulazioni a Rumen Radev per la sua vittoria. Non vedo l’ora di lavorare assieme a voi nel Consiglio sulla nostra agenda condivisa per un’Europa prospera, autonoma e sicura».
Non vedranno l’ora, ma l’elezione di Radev rischia di essere una bella patata bollente per Von der Leyen e tutta l’eurocrazia europea, che temono più della morte l’avvento di un nuovo Orbán e di nuovi veti al Consiglio: non così improbabili, dato che il vincitore delle elezioni ha espressamente manifestato idee euroscettiche e non ostili a Mosca nel corso della campagna elettorale.
Il neo premier ha auspicato infatti il ripristino di relazioni «pratiche e pragmatiche» con la Russia, basate sul rispetto reciproco e sul libero flusso di gas e petrolio russo verso l’Europa, che passa proprio per il territorio bulgaro. Ha ripetutamente dichiarato che le sanzioni europee contro Putin sono «inefficaci» e dannose per l’economia Ue, definendo «immorale», da parte dell’Europa, la pressione sull’Ucraina per il proseguimento della guerra. «Queste politiche stanno portando l’Ucraina al disastro e l’Europa a un vicolo cieco», ha detto.
Ma il fattore forse decisivo che ha condotto alla vittoria di domenica è stata l’ondata di proteste, per tutto il 2025, all’adesione, fortemente sostenuta dalla Bce e dalla Commissione, della Bulgaria alla zona euro, scattata a gennaio 2026: anche Radev, che all’epoca era presidente della repubblica, si è schierato contro, chiedendo che la voce del popolo fosse ascoltata. Il 9 maggio dello scorso anno, data simbolica per l’Europa, il neo premier ha proposto, inascoltato, di indire un referendum per decidere l’ingresso nell’eurozona. Sulla notizia è caduto l’occhio attento dell’economista Alberto Bagnai, deputato e responsabile economico della Lega che, affiancando i dati del Pil pro capite di Bulgaria e Italia rispetto alla media europea dal 2000 ad oggi (in euro e a parità di potere d’acquisto), ha osservato che la percentuale bulgara è andata in costante aumento, mentre quella italiana in declino. È vero che il lev bulgaro era già agganciato all’euro da tempo ma, ha commentato Bagnai sul suo blog goofynomics, «quanto può far schifo il “progetto europeo” se perfino quelli che ne hanno tratto un discreto vantaggio fanno così tanta resistenza a un definitivo ingresso in esso? Di cosa hanno paura i bulgari? Sospetto che temano che l’entrata nell’euro interrompa la fase di catch-up, di recupero di posizioni rispetto alla media. Sarà un timore fondato, o è un’ondata di irrazionalità fomentata dai soliti populisti irresponsabili?», ha ironizzato il deputato leghista.
Toccherà a Ursula & Co. sbrogliare la matassa. Le elezioni di domenica, che hanno riunito sotto lo stesso tetto un pot-pourri di elettori di diversa estrazione politica (socialisti anti-sistema ma anche sovranisti), accomunati dal malcontento, stanno riposizionando Sofia anche sul piano geopolitico: pur mantenendo formalmente gli impegni dell’Ue e della Nato, Radev cerca relazioni equilibrate sia con l’Occidente che con Mosca, con buona pace della vacuità bruxellese.
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