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2019-03-27
La banda dei falsari degli esami di lingua. A 6.000 stranieri l’attestato di italiano
Ansa
Nemmeno il tempo di chiudere i conti con le coop dell'accoglienza, che il business dell'immigrazione conta già nuovi attori.
Un giro illecito da due milioni di euro è stato scoperto a Modena: almeno 6.000 stranieri hanno pagato cifre importanti per comprare la promozione alla prova di italiano, che garantisce la certificazione obbligatoria per ottenere il permesso di soggiorno di lunga durata. I finti esami si tenevano in tutta Italia e ad organizzarli era un sedicente centro di formazione che, ben inserito nel sistema, reclutava gli immigrati presso gli uffici per il rilascio dei permessi di soggiorno e poi, dietro pagamento in contanti, forniva loro le risposte esatte ai test che avrebbero dovuto certificare la capacità di comprendere e parlare la nostra lingua.
L'indagine è partita dal capoluogo emiliano e ha portato in carcere quattro persone, tra cui due italiani, un marocchino e un tunisino, tutti accusati a vario titolo di corruzione, falsità ideologica, truffa, contraffazione di documenti e indebita percezione di erogazioni ai danni dello Stato. Ma l'organizzazione aveva dimensioni ben più grandi e tra Lombardia, Veneto, Friuli, Toscana e Lazio, per gli stessi reati, sono state indagate altre 25 persone.
Il sistema faceva capo a un Centro di formazione linguistico, l'agenzia Diffusion World di Marghera, accreditato presso l'Università per Stranieri di Perugia (risultata però estranea ai fatti) per rilasciare la certificazione linguistica (Celi) di livello A2, fondamentale per il rilascio del permesso di soggiorno di lungo periodo.
Questo tipo di permesso, infatti, sostanzialmente a tempo indeterminato, viene concesso agli immigrati che hanno un reddito dimostrabile, che risiedono da almeno cinque anni in Italia e che dimostrano di saper parlare la nostra lingua. L'indagine è partita dall'Ufficio Immigrazione di Modena quando gli agenti addetti allo sportello si sono accorti di un fatto strano: molti degli immigrati che si presentavano per fare richiesta del permesso, ed esibivano fra i documenti anche la certificazione Celi, non erano in realtà assolutamente in grado di comprendere o rispondere in modo corretto nemmeno alla domanda più semplice. Insospettiti dal numero crescente di casi simili gli agenti hanno intercettato un volantino, molto diffuso tra i frequentatori dell'ufficio, che offriva proprio esami di abilitazione in lingua italiana per immigrati e hanno messo sotto intercettazione i numeri telefonici riportati sul messaggio promozionale. A quel punto non è stato difficile di risalire all'agenzia Diffusion World e smascherare il sistema.
Le menti del business erano i due italiani marito e moglie di 41 e 47 anni, titolari di varie cooperative e attività di ricezione e a quanto pare degli habituè al lucro illecito sugli immigrati, (tanto che l'uomo si trovava già in carcere): a loro rimaneva la maggior parte dei proventi grazie ai quali conducevano una vita di lusso e agi.
Ai due sodali stranieri, invece, spettava il compito di adescare i potenziali clienti, spiegando loro i vantaggi della promozione assicurata. Il metodo era semplice: forti della possibilità di scegliere le batterie di domande da sottoporre agli esaminandi, i complici fornivano agli immigrati più preparati le risposte alle domande del test chiedendo loro semplicemente di copiarle, mentre per quelli completamente analfabeti, compilavano direttamente i moduli del test. Stessa cosa accadeva per la prova orale, per la quale venivano concordate, in precedenza, le risposte. Per poter superare i finti esami ogni straniero pagava tra i 450 e i 700 euro rigorosamente in nero, a fronte di un costo di iscrizione per l'esame di idoneità alla lingua che sarebbe stato di soli 35 euro. Di norma le sessioni di prova si svolgevano all'interno di hotel o sale congressi ma è emerso che alcuni cittadini stranieri avevano falsificato anche i luoghi e le date delle prove: per sostenere la farsa si recavano presso un phone center di Modena (di proprietà di uno degli arrestati) e poi facevano figurare la sessione in un altro Comune. Dopo aver videoregistrato diverse sessioni e raccolto le prove dei pagamenti, per avere certezza assoluta della truffa gli inquirenti hanno fatto anche la prova del nove. Improvvisamente, lo scorso novembre, si sono presentati presso le sedi del centro sostituendo, a sorpresa, i fascicoli d'esame il giorno stesso della prova. Il risultato è stato inequivocabile: nemmeno un candidato, tra quelli iscritti e presenti al test, è risultato idoneo alla certificazione di livello A2. E quando la stessa operazione è stata condotta in altre sedi d'esame in diverse sessioni, appena 34 esaminandi hanno superato la prova sui 700 che si erano presentati.
Secondo i dati forniti agli inquirenti dall'Università degli Stranieri di Perugia (slegata da Diffusion World dal dicembre dello scorso anno) relativi agli ultimi due anni, circa 6.000 stranieri sarebbero entrati in possesso di un titolo falso attraverso questo canale.
La fabbrica di «trans» cittadinanze. E 800 brasiliani diventano italiani
Pagavano ognuno 7.000 euro, per un tour del Lago Maggiore, ma il viaggio era all inclusive perché oltre al soggiorno e alla degustazione di prodotti tipici garantiva anche l'ottenimento della cittadinanza italiana con tanto di avi inesistenti, falsi certificati di nascita e foto ricordo davanti al municipio del nuovo Comune di residenza.
Sono 800 i cittadini brasiliani a cui verrà annullato il passaporto comunitario dopo che la squadra mobile di Verbania ha scoperto un giro d'affari da almeno 5 milioni di euro basato sulla falsificazione delle origini italiane di centinaia di famiglie brasiliane, gestito da titolari di agenzie di viaggio, brasiliani a loro volta. Sei persone sono state arrestate con l'accusa di falsi ideologici in atto pubblico, tra cui anche un parroco di Padova per cui è scattato l'obbligo di firma.
A gestire il giro erano, secondo gli inquirenti, due coppie residenti in provincia di Verbano-Cusio-Ossola e a Domodossola e un ventiduenne, residente nel novarese, accusato anche di corruzione, per aver a suo tempo convinto il parroco, pagandolo poche decine di euro, a falsificare un certificato di battesimo in modo che fosse favorevole a provare l'origine italiana dell'avo di un brasiliano che aveva fatto richiesta di cittadinanza. Ma il giro d'affari era ben più ampio. L'indagine è partita da un esposto del sindaco di Macugnaga, che un paio d'anni fa, si era insospettito per un incremento improvviso di brasiliani che richiedevano ed ottenevano la cittadinanza italiana nel suo borgo ai piedi del Monte Rosa, vantando avi residenti in zona.
Ottenere la cittadinanza italiana attraverso il riconoscimento dello iure sanguinis, cioè attraverso la linea di sangue, è possibile per i discendenti di cittadini italiani, nati all'estero, in uno Stato che preveda lo ius soli. In Brasile, come in molti altri Paesi americani, a contrario di quello che accade in Italia, chi nasce in quello Stato, ne è cittadino e perde automaticamente la cittadinanza passata dai genitori per linea di sangue. Per avere il certificato è necessario dimostrare di avere avi in Italia e dimostrare di risiedere all'interno dei confini nazionali e Macugnaga era, evidentemente, uno dei luoghi prediletti dalla banda per queste operazioni.
In pratica funzionava così: gli arrestati in accordo con i connazionali desiderosi di acquisire la cittadinanza italiana si occupavano di creare per i clienti fittizi antenati italiani, ricostruendo parentele inesistenti e producendo documentazioni false.
Poi una volta che i documenti erano pronti invitavano in Italia gli aspiranti cittadini, fornendo loro ospitalità e accompagnandoli nell'espletamento della richiesta di residenza. I complici gestivano, infatti, una sessantina di appartamenti dislocati in ben 34 Comuni tra le province di Novara e Verbania. Qui facevano soggiornare i clienti nella fase conclusiva dell'operazione, giusto per il tempo necessario a completare i riscontri della polizia locale.
Durante il soggiorno affinché tutto risultasse il più piacevole possibile offrivano ai brasiliani anche un tour del lago e, per tutti era d'obbligo, una foto di rito davanti al municipio del Comune prescelto, da pubblicare poi sui social. Finite le pratiche i clienti ripartivano per le loro destinazioni reali: Unione europea, Stati Uniti o in Canada, dove potevano entrare, più facilmente, come cittadini italiani.
Si stima che il sistema abbia fruttato all'organizzazione guadagni milionari e nei prossimi giorni verrà bloccato il rilascio, tuttora in corso, di 200 passaporti. Tra i clienti degli arrestati c'era anche uno dei giovani calciatori della Chapecoense, la squadra quasi del tutto sterminata da un incidente aereo nel 2016 in Colombia. La promessa del calcio risultava residente in un comune dell'Ossola.
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Gli immigrati «analfabeti» pagavano le risposte 700 euro. E così ottenevano il certificato per richiedere il permesso di soggiorno.Finti parenti e residenze venduti a 7.000 euro. Nei guai anche un parroco di Padova.Lo speciale contiene due articoli.Nemmeno il tempo di chiudere i conti con le coop dell'accoglienza, che il business dell'immigrazione conta già nuovi attori. Un giro illecito da due milioni di euro è stato scoperto a Modena: almeno 6.000 stranieri hanno pagato cifre importanti per comprare la promozione alla prova di italiano, che garantisce la certificazione obbligatoria per ottenere il permesso di soggiorno di lunga durata. I finti esami si tenevano in tutta Italia e ad organizzarli era un sedicente centro di formazione che, ben inserito nel sistema, reclutava gli immigrati presso gli uffici per il rilascio dei permessi di soggiorno e poi, dietro pagamento in contanti, forniva loro le risposte esatte ai test che avrebbero dovuto certificare la capacità di comprendere e parlare la nostra lingua. L'indagine è partita dal capoluogo emiliano e ha portato in carcere quattro persone, tra cui due italiani, un marocchino e un tunisino, tutti accusati a vario titolo di corruzione, falsità ideologica, truffa, contraffazione di documenti e indebita percezione di erogazioni ai danni dello Stato. Ma l'organizzazione aveva dimensioni ben più grandi e tra Lombardia, Veneto, Friuli, Toscana e Lazio, per gli stessi reati, sono state indagate altre 25 persone. Il sistema faceva capo a un Centro di formazione linguistico, l'agenzia Diffusion World di Marghera, accreditato presso l'Università per Stranieri di Perugia (risultata però estranea ai fatti) per rilasciare la certificazione linguistica (Celi) di livello A2, fondamentale per il rilascio del permesso di soggiorno di lungo periodo. Questo tipo di permesso, infatti, sostanzialmente a tempo indeterminato, viene concesso agli immigrati che hanno un reddito dimostrabile, che risiedono da almeno cinque anni in Italia e che dimostrano di saper parlare la nostra lingua. L'indagine è partita dall'Ufficio Immigrazione di Modena quando gli agenti addetti allo sportello si sono accorti di un fatto strano: molti degli immigrati che si presentavano per fare richiesta del permesso, ed esibivano fra i documenti anche la certificazione Celi, non erano in realtà assolutamente in grado di comprendere o rispondere in modo corretto nemmeno alla domanda più semplice. Insospettiti dal numero crescente di casi simili gli agenti hanno intercettato un volantino, molto diffuso tra i frequentatori dell'ufficio, che offriva proprio esami di abilitazione in lingua italiana per immigrati e hanno messo sotto intercettazione i numeri telefonici riportati sul messaggio promozionale. A quel punto non è stato difficile di risalire all'agenzia Diffusion World e smascherare il sistema. Le menti del business erano i due italiani marito e moglie di 41 e 47 anni, titolari di varie cooperative e attività di ricezione e a quanto pare degli habituè al lucro illecito sugli immigrati, (tanto che l'uomo si trovava già in carcere): a loro rimaneva la maggior parte dei proventi grazie ai quali conducevano una vita di lusso e agi. Ai due sodali stranieri, invece, spettava il compito di adescare i potenziali clienti, spiegando loro i vantaggi della promozione assicurata. Il metodo era semplice: forti della possibilità di scegliere le batterie di domande da sottoporre agli esaminandi, i complici fornivano agli immigrati più preparati le risposte alle domande del test chiedendo loro semplicemente di copiarle, mentre per quelli completamente analfabeti, compilavano direttamente i moduli del test. Stessa cosa accadeva per la prova orale, per la quale venivano concordate, in precedenza, le risposte. Per poter superare i finti esami ogni straniero pagava tra i 450 e i 700 euro rigorosamente in nero, a fronte di un costo di iscrizione per l'esame di idoneità alla lingua che sarebbe stato di soli 35 euro. Di norma le sessioni di prova si svolgevano all'interno di hotel o sale congressi ma è emerso che alcuni cittadini stranieri avevano falsificato anche i luoghi e le date delle prove: per sostenere la farsa si recavano presso un phone center di Modena (di proprietà di uno degli arrestati) e poi facevano figurare la sessione in un altro Comune. Dopo aver videoregistrato diverse sessioni e raccolto le prove dei pagamenti, per avere certezza assoluta della truffa gli inquirenti hanno fatto anche la prova del nove. Improvvisamente, lo scorso novembre, si sono presentati presso le sedi del centro sostituendo, a sorpresa, i fascicoli d'esame il giorno stesso della prova. Il risultato è stato inequivocabile: nemmeno un candidato, tra quelli iscritti e presenti al test, è risultato idoneo alla certificazione di livello A2. E quando la stessa operazione è stata condotta in altre sedi d'esame in diverse sessioni, appena 34 esaminandi hanno superato la prova sui 700 che si erano presentati. Secondo i dati forniti agli inquirenti dall'Università degli Stranieri di Perugia (slegata da Diffusion World dal dicembre dello scorso anno) relativi agli ultimi due anni, circa 6.000 stranieri sarebbero entrati in possesso di un titolo falso attraverso questo canale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-banda-dei-falsari-degli-esami-di-lingua-a-6-000-stranieri-lattestato-di-italiano-2632871742.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-fabbrica-di-trans-cittadinanze-e-800-brasiliani-diventano-italiani" data-post-id="2632871742" data-published-at="1770929361" data-use-pagination="False"> La fabbrica di «trans» cittadinanze. E 800 brasiliani diventano italiani Pagavano ognuno 7.000 euro, per un tour del Lago Maggiore, ma il viaggio era all inclusive perché oltre al soggiorno e alla degustazione di prodotti tipici garantiva anche l'ottenimento della cittadinanza italiana con tanto di avi inesistenti, falsi certificati di nascita e foto ricordo davanti al municipio del nuovo Comune di residenza. Sono 800 i cittadini brasiliani a cui verrà annullato il passaporto comunitario dopo che la squadra mobile di Verbania ha scoperto un giro d'affari da almeno 5 milioni di euro basato sulla falsificazione delle origini italiane di centinaia di famiglie brasiliane, gestito da titolari di agenzie di viaggio, brasiliani a loro volta. Sei persone sono state arrestate con l'accusa di falsi ideologici in atto pubblico, tra cui anche un parroco di Padova per cui è scattato l'obbligo di firma. A gestire il giro erano, secondo gli inquirenti, due coppie residenti in provincia di Verbano-Cusio-Ossola e a Domodossola e un ventiduenne, residente nel novarese, accusato anche di corruzione, per aver a suo tempo convinto il parroco, pagandolo poche decine di euro, a falsificare un certificato di battesimo in modo che fosse favorevole a provare l'origine italiana dell'avo di un brasiliano che aveva fatto richiesta di cittadinanza. Ma il giro d'affari era ben più ampio. L'indagine è partita da un esposto del sindaco di Macugnaga, che un paio d'anni fa, si era insospettito per un incremento improvviso di brasiliani che richiedevano ed ottenevano la cittadinanza italiana nel suo borgo ai piedi del Monte Rosa, vantando avi residenti in zona. Ottenere la cittadinanza italiana attraverso il riconoscimento dello iure sanguinis, cioè attraverso la linea di sangue, è possibile per i discendenti di cittadini italiani, nati all'estero, in uno Stato che preveda lo ius soli. In Brasile, come in molti altri Paesi americani, a contrario di quello che accade in Italia, chi nasce in quello Stato, ne è cittadino e perde automaticamente la cittadinanza passata dai genitori per linea di sangue. Per avere il certificato è necessario dimostrare di avere avi in Italia e dimostrare di risiedere all'interno dei confini nazionali e Macugnaga era, evidentemente, uno dei luoghi prediletti dalla banda per queste operazioni. In pratica funzionava così: gli arrestati in accordo con i connazionali desiderosi di acquisire la cittadinanza italiana si occupavano di creare per i clienti fittizi antenati italiani, ricostruendo parentele inesistenti e producendo documentazioni false. Poi una volta che i documenti erano pronti invitavano in Italia gli aspiranti cittadini, fornendo loro ospitalità e accompagnandoli nell'espletamento della richiesta di residenza. I complici gestivano, infatti, una sessantina di appartamenti dislocati in ben 34 Comuni tra le province di Novara e Verbania. Qui facevano soggiornare i clienti nella fase conclusiva dell'operazione, giusto per il tempo necessario a completare i riscontri della polizia locale. Durante il soggiorno affinché tutto risultasse il più piacevole possibile offrivano ai brasiliani anche un tour del lago e, per tutti era d'obbligo, una foto di rito davanti al municipio del Comune prescelto, da pubblicare poi sui social. Finite le pratiche i clienti ripartivano per le loro destinazioni reali: Unione europea, Stati Uniti o in Canada, dove potevano entrare, più facilmente, come cittadini italiani. Si stima che il sistema abbia fruttato all'organizzazione guadagni milionari e nei prossimi giorni verrà bloccato il rilascio, tuttora in corso, di 200 passaporti. Tra i clienti degli arrestati c'era anche uno dei giovani calciatori della Chapecoense, la squadra quasi del tutto sterminata da un incidente aereo nel 2016 in Colombia. La promessa del calcio risultava residente in un comune dell'Ossola.
A sorpresa, i dati diffusi martedì da Kering hanno dato una scossa al mercato. Nonostante un calo delle vendite del 10%, il risultato è stato accolto con un balzo del titolo dell’11% a Parigi: un paradosso solo apparente, spiegato dal fatto che gli analisti temevano un tracollo ben peggiore. «Kering ha sorpreso il mercato con risultati migliori delle attese, confermando che il turnaround di Gucci, seppur fragile, sta iniziando a muovere i primi passi», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Il miglioramento nell’area Asia-Pacifico è un segnale incoraggiante dopo dieci trimestri consecutivi di calo. Tuttavia, la redditività di Gucci, oggi al 16%, resta lontana dai fasti del passato. La strategia di Luca de Meo di pulire i bilanci e chiudere decine di boutique è una “cura da cavallo” necessaria, ma la vera sfida per il 2026 sarà trasformare questi segnali di stabilizzazione in crescita reale dei margini».
Se Kering prova a risalire la china, il leader mondiale Lvmh sceglie la via del rigore estremo. Bernard Arnault ha descritto il 2025 come un anno «solido in un contesto turbolento», ma ha già avvertito che il 2026 non sarà una passeggiata. Un elemento tecnico, spesso trascurato, sta infatti pesando enormemente sui profitti: la valuta.
«Il dato più eclatante emerso dai conti di Lvmh riguarda l’impatto dei tassi di cambio», osserva lo strategist di SoldiExpert Scf e co-autore di LetteraSettimanale.it. «Degli 1,8 miliardi di euro di calo dell’utile operativo, ben un miliardo è imputabile alle fluttuazioni valutarie. Senza questo effetto, la discesa sarebbe stata solo del 4%. Questo ci dice che la capacità di gestire il rischio di cambio è oggi determinante quanto il lancio di una nuova collezione».
Il problema strutturale che le Maison devono affrontare è però più profondo di un semplice ciclo economico negativo. Si chiama «luxury fatigue» (stanchezza da lusso), ma nasconde una crisi di fiducia del consumatore. Dal 2019 a oggi, i prezzi di molti beni di lusso sono saliti del 40-50%, spesso senza un corrispondente aumento della qualità o dell’esclusività. «Il settore si trova in una trappola autoinflitta: i prezzi eccessivi hanno allontanato la classe media, che costituiva la base delle vendite», continua l’esperto. Oggi i consumatori, specialmente i più giovani della Gen Z, cercano autenticità e valore reale, non più solo un logo che funga da status symbol. Il 2026 sarà l’anno in cui i brand dovranno riconnettersi con i propri codici originali, offrendo qualcosa che giustifichi i listini attuali, altrimenti il divario tra marchi resilienti e marchi in declino continuerà ad ampliarsi».
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Presentato il Disegno di legge sull’illuminazione pubblica intelligente. I dati Assil-Politecnico parlano chiaro: milioni di impianti da aggiornare e risparmi possibili fino all’80%, con benefici su costi, consumi ed emissioni.
Al Senato si è tornato a parlare di luce, ma non solo in senso figurato. Al centro del confronto, questa volta, c’è l’illuminazione pubblica e il suo possibile ruolo nella transizione energetica e digitale del Paese. Nella Sala Caduti di Nassirya si è tenuta la conferenza stampa dedicata allo «smart lighting», promossa dalla senatrice Clotilde Minasi, partendo dai dati di uno studio di Assil, l’associazione dei produttori di illuminazione, realizzato con il Politecnico di Milano.
Il tema è tutt’altro che tecnico per addetti ai lavori. In Italia ci sono circa 10 milioni di punti luce pubblici e, anche se il 65% è già passato al LED, restano ancora circa 3,5 milioni di impianti da aggiornare. Ed è proprio su questo fronte che si gioca una partita importante, sia in termini di risparmio energetico sia di modernizzazione delle città.
In questo contesto si inserisce il Disegno di legge n. 1700, depositato in Senato, che punta a dare un quadro di riferimento per rendere più efficienti l’illuminazione pubblica e quella degli edifici pubblici attraverso sistemi digitalizzati di ultima generazione. L’obiettivo è chiaro: ridurre consumi ed emissioni, ma anche migliorare la gestione degli impianti, la sicurezza e la qualità del servizio.
La proposta guarda a soluzioni basate su Led, sensori di luminosità e piattaforme di gestione da remoto, capaci di integrare funzioni di monitoraggio, automazione e manutenzione predittiva. In pratica, un’illuminazione che non si limita ad accendersi e spegnersi, ma che può essere controllata in modo intelligente e centralizzato, con benefici anche sui costi di gestione per le amministrazioni.
Lo studio di Assil e Politecnico di Milano disegna tre possibili scenari. Il più prudente prevede la semplice sostituzione degli impianti obsoleti con corpi illuminanti a Led. Quello più avanzato, invece, immagina una vera evoluzione tecnologica, con una diffusione capillare di sistemi intelligenti in linea con l’idea di smart city e con gli obiettivi della direttiva europea Epbd.
I numeri danno la misura dell’impatto. Nello scenario base, il risparmio energetico stimato è di 1,7 GWh, pari a circa 11.950 alberi «equivalenti» piantati ogni anno e a una riduzione di 424 tonnellate di CO2. Nello scenario più avanzato si arriverebbe a 2,4 GWh, con l’equivalente di 17.435 alberi e 619 tonnellate di CO2 in meno.
E non si parla solo di lampioni. L’illuminazione pubblica esterna è un esempio di un approccio che potrebbe estendersi anche alla gestione del patrimonio pubblico. Secondo i dati, l’introduzione di sistemi di smart lighting può portare a risparmi energetici fino al 70-80% rispetto agli impianti tradizionali, a seconda dei contesti.
Il disegno di legge viene presentato come a costo zero per le finanze pubbliche e inserito nel percorso di transizione digitale ed ecologica delle infrastrutture urbane. L’idea è costruire una rete nazionale di illuminazione «intelligente», in linea con gli obiettivi del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima, che punta a una forte riduzione delle emissioni entro il 2030. Se il testo verrà approvato, entro sei mesi la Conferenza Stato-Regioni dovrà adottare le linee guida nazionali, che saranno poi aggiornate ogni tre anni per restare al passo con l’evoluzione tecnologica e le pratiche europee.
Per il settore, si tratta di un passaggio considerato decisivo. «La presentazione di questo Disegno di Legge rappresenta un punto importante per la diffusione delle tecnologie di illuminazione di qualità», ha detto Carlo Comandini, presidente di Assil, sottolineando come il provvedimento possa trasformare l’illuminazione pubblica da semplice voce di spesa a leva strategica per la transizione digitale ed ecologica del Paese.
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Imagoeconomica
È stato confermato che sono in corso le operazioni preliminari per la ripartenza dell’altoforno 2 dopo importanti lavori di ripristino partiti ad agosto e conclusi nei giorni scorsi. L’altoforno 2 dovrebbe riavviarsi intorno al 20 febbraio dopo essere stato fermo due anni e con la sua stabilizzazione, si provvederà a fermare il 4 per lavori di manutenzione che si protrarranno sino a fine aprile. Al termine di questo mese saranno riattivate anche le batterie delle cokerie che intorno al 20 gennaio l’azienda ha bloccato mettendole in preriscaldo, dovendo intervenire sull’impianto di trattamento del gas della cokeria con l’installazione di un nuovo reattore catalitico. In sostanza con le batterie riaccese e due altiforni su tre operativi, da maggio l’azienda raggiungerà una conduzione produttiva migliore. Infine si attende la decisione del Gip di Taranto sulla istanza di dissequestro dell'altoforno 1 presentata dall’azienda. Dall’incidente dello scorso maggio ad Afo1 la Procura non ha ancora assunto una decisione sul dissequestro ma i commissari hanno già acquistato i pezzi necessari per la ripartenza, operazione che potrebbe essere completata in 8-9 mesi (qualche mese in più rispetto al tempo necessario per far ripartire Afo2, danneggiato dalla precedente gestione ArcelorMittal/Morselli).
I commissari straordinari hanno trovato, al loro arrivo, un solo altoforno funzionante e 7 miliardi di danni documentati e periziati, causati dalla precedente gestione.
A partire da febbraio 2024 sono stati destinati oltre 997 milioni alla manutenzione e agli investimenti industriali, a conferma dell’impegno dell’amministrazione straordinaria nel garantire la piena funzionalità degli impianti. Difficile sostenere quindi che non abbia rappresentato una svolta nel corso di questa azienda, fondamentale per l’industria nazionale.
Nel 2025 inoltre il sito industriale ha registrato il più alto numero di ore lavorate negli ultimi anni, sia da parte del personale diretto sia delle imprese terze. Quindi nessuna chiusura imminente, nessuna fine dell’Ilva, come paventato dai sindacati.
Eppure proprio qualche mese fa, a novembre scorso, dopo un vertice a Roma, il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, dichiarando la rottura delle trattative, affermava che il piano presentato dal governo avrebbe portato alla «chiusura definitiva» di tutti gli stabilimenti entro il marzo successivo, con la cassa integrazione di migliaia di lavoratori. Poi criticava il cosiddetto «piano corto» del governo, sostenendo che fosse «corto» non per la durata temporale ma perché «il tempo che rimane alla chiusura totale è molto breve».
Invece il «piano corto» del governo è servito a consentire le necessarie manutenzioni (investimenti da un miliardo nella manutenzioni) per tornare a produrre acciaio, come era sempre stato chiarito dai commissari.
Palombella poi diceva che senza una seria decarbonizzazione, ovvero il passaggio ai forni elettrici, l’azienda sarebbe destinata a sparire, definendo la situazione una «tragedia industriale e umana».
Non meno fosco lo scenario prospettato dalla Cgil, sia a livello nazionale che territoriale. Per Giovanni D’Arcangelo della Cgil Taranto, il governo Meloni era responsabile di «una lenta agonia».
Il leader della Cgil, Maurizio Landini, ha più volte denunciato la mancanza di una strategia pubblica chiara e il rischio di «spezzatino», ovvero la vendita separata dei siti. In generale la Cgil aveva chiesto la nazionalizzazione, unica formula, diceva per garantire la continuità produttiva e la tutela ambientale.
C’è da aprire il capitolo Flacks: il fondo che sta trattando con le amministrazioni straordinarie di Ilva e di Acciaierie d’Italia l’acquisto dell’intera azienda con tutti i suoi stabilimenti, dopo che l’offerta presentata nelle scorse settimane è stata reputata, sia dai commissari che dai comitati di sorveglianza, la migliore.
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Dal 28 al 30 marzo Parma ospita Eos European outdoor show ’26, la fiera italiana più importante di caccia, tiro sportivo e outdoor. Dopo le edizioni veronesi, l’evento si presenta con padiglioni rinnovati, campi prova armi e oltre 350 espositori, promettendo tre giorni di novità per appassionati e operatori del settore.
Dal 28 al 30 marzo Parma sarà il punto di riferimento per chi vive di caccia, tiro sportivo e outdoor. Eos European outdoor show 2026 si prepara a un’edizione che promette di alzare ancora l’asticella, puntando su novità, spazi più funzionali e un’offerta pensata sia per gli appassionati sia per gli operatori del settore.
Il cambio di collocazione nel calendario, a fine marzo, viene presentato come un vantaggio soprattutto per il mondo del turismo venatorio. A fare da cornice sarà Fiere di Parma, che si presenta con un quartiere fieristico rinnovato: tre grandi padiglioni su un unico livello (3, 5 e 6), due ingressi, viabilità migliorata, ristorazione, servizi e ampi parcheggi. Parma, del resto, è facile da raggiungere: dista poco più di un’ora da Milano, Bologna, Verona e Brescia. E porta con sé quasi 80 anni di esperienza fieristica. Una delle carte vincenti dello spostamento a Parma è la possibilità di provare le armi: all’esterno dei padiglioni sarà allestito un campo temporaneo con 13 linee di tiro per testare le novità della canna liscia. Per pistole e carabine, invece, saranno attive navette verso il Tiro a Segno Nazionale di Parma, a circa sette minuti, con linee a 10, 25, 50 e 100 metri. Molte aziende metteranno a disposizione i modelli più recenti, e anche le federazioni di tiro inviteranno i visitatori a cimentarsi con il bersaglio e con diverse discipline.
La fiera è organizzata per aree tematiche: armi, munizioni e accessori per caccia, tiro e outdoor nei padiglioni 5 e 6; associazioni venatorie e federazioni di tiro ancora al 6; lo shopping nel padiglione 3. Gli espositori superano quota 350, con molte nuove presenze rispetto alle edizioni precedenti. In totale, si parla di 60.000 metri quadrati da percorrere, con un’offerta ampia sia per chi cerca viaggi venatori sia per chi vuole acquistare attrezzature e prodotti specializzati.
Eos Show si conferma così come la principale fiera italiana dedicata a caccia, tiro sportivo e outdoor, settori in cui l’Italia vanta un’eccellenza riconosciuta sul piano tecnico, organizzativo e produttivo. Dopo quattro edizioni di successo, Fiere di Parma punta a dare al salone un respiro ancora più internazionale: è in programma un progetto di incoming che dovrebbe portare a Parma circa 250 operatori stranieri da oltre 100 Paesi e 170 giornalisti da tutto il mondo, in collaborazione con le aziende del settore e con le associazioni di categoria, ANPAM e Consorzio Armaioli Italiani.
Nel padiglione 5 ci sarà anche lo spazio di Fondazione Una che, in occasione dei suoi dieci anni, allestirà un’area dedicata alla degustazione di piatti a base di selvaggina, preparati da chef di rilievo. «Fiere di Parma ha un’esperienza ventennale nei grandi eventi di pubblico dedicati anche al settore outdoor», ha spiegato l’amministratore delegato Antonio Cellie, sottolineando come gli spazi, la posizione e la collaborazione con le associazioni siano elementi chiave per far crescere una manifestazione che punta a un ruolo di primo piano in Europa.
Intanto, i numeri dei biglietti venduti online fanno pensare a un’affluenza elevata. L’acquisto anticipato conviene: il biglietto costa 16 euro, 12 per i gruppi da dieci persone, contro i 25 euro alla cassa. Sono già disponibili anche gli abbonamenti da due giorni (30 euro) e da tre giorni (42). L’ingresso è gratuito per i minori di 12 anni, per le forze dell’ordine e per le persone con disabilità con accompagnatore.
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