La Appendino condannata per falso
Sei mesi al primo cittadino, che annuncia l’autosospensione dal M5s però resterà in carica: «Aspetto il processo d’appello». Il caso fu sollevato da un esponente dem.

Brutta tegola sulla testa di Chiara Appendino. Nella giornata di ieri il sindaco di Torino, infatti, è stato condannato in primo grado a sei mesi per falso ideologico in atto pubblico nell’ambito del processo legato alla vicenda Ream. La Procura a febbraio aveva chiesto un anno e due mesi. Stessa condanna anche per l’assessore comunale al Bilancio, Sergio Ronaldo, mentre all’ex capo di gabinetto Paolo Giordana è stata inflitta una pena di otto mesi. A differenza di tutti gli altri imputati, il direttore del settore finanza del Comune, Paolo Lubbia, ha invece optato per il procedimento ordinario.

Nonostante la pronuncia negativa, la Appendino ha fatto sapere che non mollerà la poltrona di sindaco, ma di volersi semplicemente autosospendere dal M5s: «Questa sentenza non pregiudica la possibilità di rimanere in carica e, quindi, porterò regolarmente a scadenza il mio mandato, in attesa del giudizio in appello». E in effetti l’assoluzione dal reato di abuso in atti di ufficio ha impedito che scattasse la legge Severino, con la relativa decadenza dall’incarico. «Sono stata assolta per tre reati su quattro perché il fatto non sussiste», ha dichiarato la Appendino, «resta l’episodio del 2016 e aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza ma continuo a essere convinta di aver agito per il bene dell’ente». Il sindaco ha affidato a un lungo post su Facebook la propria difesa, dicendosi «certa» della propria innocenza e della «assoluta buona fede». Contestando la tesi processuale, ha spiegato di non aver «tratto alcun vantaggio personale» dalla vicenda, semmai – ha aggiunto – «l’accusa, nella sostanza, era quella di aver ingiustamente “avvantaggiato” il Comune». Una versione già sostenuta a febbraio, quando a margine della requisitoria dei procuratori aggiunti Enrica Gabetta e Marco Gianoglio il sindaco aveva dichiarato: «Sono fermamente convinta di aver sempre operato nell’interesse della collettività e della città».

L’indagine che ha visto coinvolti la Appendino e gli altri esponenti di Palazzo di Città era partita nel 2017 a seguito di un esposto presentato – ironia della sorte – dal capogruppo del Pd, Stefano Lo Russo, e da Alberto Morano della lista Morano. Curioso notare come fino a ieri, specie a livello locale, dem e pentastellati si facessero la guerra, mentre oggi governano insieme il Paese. Secondo quanto sostenuto dall’accusa, il caso nasce dal mancato versamento e iscrizione a bilancio della restituzione di una caparra a Ream, una partecipata della Fondazione Crt, che nel 2012 aveva acquisito il diritto di prelazione sull’area ex Westinghouse, zona nella quale da anni è prevista la realizzazione di un centro congressi, un’area residenziale, spazi verdi e un centro commerciale. Somme risalenti ai tempi della giunta Fassino, ma che nel 2016 e 2017 la Appendino non registrò correttamente a bilancio, finendo per imputarle solo nel 2018 e provocare così una serie di errori a catena. Una partita complessa, giocata a colpi di carte bollate e resa ancora più oscura e intricata a causa della burocrazia nostrana. Oggi il sindaco parla di situazione «eccezionale» e «peculiare», ma la decisione dei giudici – seppur non ancora definitiva – di condannare la Appendino e soci rimane un fatto. Che fa capire come quella dell’onestà rappresenti solo l’ennesima utopia targata 5 stelle.

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