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2023-01-22
Kiev reclama i tank e attacca Berlino: «L’indecisione uccide»
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Dopo il sostanziale stallo al vertice di Ramstein sulla questione dei carri armati tedeschi, si sono registrate alcune significative tensioni tra Kiev e Berlino.
«L’indecisione odierna sta uccidendo sempre più persone. Ogni giorno di ritardo è la morte degli ucraini. Pensate più velocemente», ha twittato ieri il consigliere presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak: un’evidente stoccata alla Germania, che ha mostrato titubanza sull’invio di tank Leopard 2 a sostegno di Kiev. È d’altronde in questo quadro che, sempre ieri, il ministro della Difesa ucraino, Oleksii Reznikov ha reso noto di aver avuto una «discussione franca» con l’omologo tedesco, Boris Pistorius. «Abbiamo avuto una discussione franca sui Leopard 2. Da continuare», ha dichiarato. Non a caso, pressioni su Berlino sono arrivate anche dalle repubbliche baltiche. «Noi ministri degli Esteri di Lettonia, Estonia e Lituania chiediamo alla Germania di fornire ora carri armati Leopard all’Ucraina. Ciò è necessario per fermare l’aggressione russa, aiutare l’Ucraina e ripristinare rapidamente la pace in Europa», ha twittato il ministro degli Esteri lettone, Edgars Rinkevics, per poi aggiungere: «La Germania, in quanto prima potenza europea, ha una responsabilità speciale in questo senso». Sulle stesse posizioni si è collocato il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola. «È importante che gli alleati si coordino e procedano uniti. Sono stati presi altri impegni importanti e resto ottimista anche per quanto riguarda i carri armati, poiché questo è ciò che è necessario: sarà il logico passo successivo», ha dichiarato. In tal senso, la Metsola si è detta favorevole a un rapido invio dei Leopard 2 all’Ucraina.
«[I Leopard, ndr] sono stati indicati perché sono numerosi, perché relativamente facili da mantenere, perché molti Paesi europei li hanno e semplicemente perché l’Ucraina ne ha bisogno», ha affermato, per poi aggiungere: «Accolgo con favore la prontezza e gli impegni di Ramstein. Tuttavia, ciò di cui abbiamo urgente bisogno è leadership, accordo e un approccio unito per fornire carri armati Leopard 2 all’Ucraina. Ci sono molti Paesi europei pronti a farlo. Gli ucraini stanno coraggiosamente combattendo per la loro libertà e i nostri valori comuni. Non possiamo deluderli».
Reznikov ha comunque reso noto che le forze ucraine inizieranno ad addestrarsi all’uso dei Leopard in Polonia. «I Paesi che hanno già carri armati Leopard possono iniziare le missioni di addestramento per i nostri equipaggi. Inizieremo con quello e partiremo da lì», ha detto. «Spero che la Germania segua il processo, conduca le consultazioni interne e arrivi alla decisione di trasferire carri armati. Sono ottimista riguardo a questo perché il primo passo è stato fatto», ha proseguito.
Ricordiamo che il nodo dei carri armati risiede in una sorta di braccio di ferro tra Berlino e Washington. Il governo tedesco avrebbe intenzione di inviare i Leopard 2 a Kiev solo nel momento in cui gli Stati Uniti facessero altrettanto con i loro tank M1 Abrams: uno scenario, quest’ultimo, tuttavia respinto dall’amministrazione Biden. Secondo il Pentagono, gli Abrams presenterebbero infatti una manutenzione troppo complessa, oltre a tempi lunghi per l’addestramento. Tuttavia, al di là delle questioni di carattere tecnico, se ne scorgono anche altre di natura politica. Non è un mistero che, da quando la Russia ha invaso l’Ucraina lo scorso febbraio, la Germania è stata tra i Paesi che ha spesso premuto per la linea morbida nei confronti del Cremlino: un approccio molto distante dalla severità invocata invece da Polonia, Regno Unito e repubbliche baltiche. Pur a fronte di malumori nel governo di Berlino, è sempre più evidente come il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, non voglia arrivare a fratture insanabili con Mosca (visti i loro profondi legami economici ed energetici). Dall’altra parte, due giorni fa la Cnn riferiva di tensioni crescenti anche tra Washington e Londra. I britannici vorrebbero infatti inviare in Ucraina dei missili a lunga gittata Atacms: una prospettiva che, almeno al momento, gli Stati Uniti respingono (nonostante il loro recente annuncio di un nuovo pacchetto di aiuti militari da 2,5 miliardi di dollari). Insomma, è abbastanza chiaro che, anziché avere una strategia definita, Joe Biden sta cercando di barcamenarsi tra le posizioni contrastanti che attraversano la Nato: tra la linea morbida tedesca e quella dura, promossa soprattutto da Londra e Varsavia. Un Biden che, sulla questione ucraina, deve fare anche i conti, in patria, con le divisioni interne ai repubblicani e agli stessi democratici.
Mentre, secondo l’account Twitter Ukraine Weapons Tracker, il nostro Paese avrebbe inviato all’Ucraina degli obici semoventi Pzh 2000. Sarebbero utilizzati dalla 43esima brigata di artiglieria ucraina. In questo quadro, ieri Washington ha stimato che, dall’inizio dell’invasione, sarebbero rimasti uccisi circa 188.000 tra soldati russi e mercenari del Wagner Group: quel Wagner Group che, l’altro ieri, gli Stati Uniti hanno designato come «organizzazione criminale transnazionale». Del resto, proprio questa organizzazione rappresenta un pericoloso anello di congiunzione tra la crisi ucraina e l’aumento dell’influenza militare e politica russa sulla Libia orientale e sul Sahel. Nel frattempo, ieri l’esercito russo ha reso noto di aver avviato un’offensiva nella regione di Zaporizhia. La Russia ha inoltre annunciato di aver condotto esercitazioni di difesa aerea nell’area di Mosca, mentre l’ex presidente Dmitry Medvedev ha paragonato il conflitto in corso alla Guerra patriottica.
Ai russi i missili della Corea del Nord Gli States mettono al bando Wagner
Le immagini parlano chiaro, mostrando treni russi che arrivano in Corea del Nord e poi rientrano in patria, carichi di armi e missili. Gli Stati Uniti hanno rilasciato una serie di scatti in cui si vedono vagoni ferroviari della Federazione che vanno a fare «rifornimento» di armi destinate al Gruppo Wagner, l’organizzazione di mercenari che combatte al fianco di Mosca in Ucraina. Le foto satellitari risalgono a novembre e hanno allarmato non poco gli Usa. «Queste azioni riconoscono la minaccia transcontinentale rappresentata da Wagner», ha detto John Kirby, portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americana, che ha chiesto a Pyongyang di mettere fine alle forniture belliche per Mosca. A parere di Kirby le armi nordcoreane non avrebbero cambiato, al momento, le dinamiche sul campo in Ucraina, ma sono avvenute in diretta violazione delle «risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu». Ma più che la violazione dei principi Onu, a preoccupare sono due aspetti. L’Occidente non può dormire sonni tranquilli se pensa che la Corea del Nord possa pianificare di espandersi e fornire più attrezzature militari alla Russia o sostenere tali consegne. Inoltre, c’è da chiedersi se tutto questo possa avvenire senza che la Cina ne sappia nulla o dia una forma di consenso tacito. Un’amicizia «salda e di lungo corso» è quella che lega Cina e Corea del Nord nelle parole dello stesso presidente cinese, Xi Jinping. I legami tra Xi e Kim si sono rinsaldati dopo la crisi missilistica del 2017 con gli Stati Uniti di Trump e sono stati segnati da «importanti consensi» sullo sviluppo delle relazioni e dall’avanzamento della cooperazione e degli scambi. La posizione critica di Pechino verso le sanzioni alla Corea del Nord è stata ribadita poi più volte: difficile credere che Pyongyang sia disposta a giocarsi tutto per fare una fuga in avanti rispetto all’alleata Pechino. Finora, però, quest’ultima ha scelto la strada dell’equilibrio sulla guerra in Ucraina e anzi ha fatto illudere Zelensky di avere un appoggio su cui contare. Le foto pubblicate, i rapporti con Pyongyang e la contiguità territoriale con la stessa, che rendono difficile all’intelligence cinese non cogliere movimenti di treni «sospetti», mettono un grosso punto interrogativo sulle intenzioni del Dragone.
Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti osserva e, intanto, annuncia che designerà la società di mercenari russa Wagner, che conta 50.000 uomini in Ucraina, come «organizzazione criminale transnazionale» e che imporrà ulteriori sanzioni contro il gruppo e la sua rete di supporto in tutto il mondo.
Il ministero della Difesa russo ha intanto riferito di aver condotto esercitazioni di difesa aerea nella regione di Mosca. La dichiarazione giunge dopo la comparsa di video e foto di sistemi antiaerei montati a Mosca che fanno pensare ad un allarme delle autorità per possibili attacchi dal cielo. Un enorme incendio, l’ennesimo che interessa strutture russe strategiche, è scoppiato invece in un deposito di carburante nella regione di Angarsk, in Siberia: hanno preso fuoco vagoni colmi di carburante. Secondo i media ucraini la benzina era destinata a scopi militari. L’esercito russo intanto avanza nella regione ucraina di Zaporizhzhia e, in base alla valutazione dell’intelligence britannica, esiste la reale possibilità che lo stesso avvenga intorno a Bakhmut, dove ieri sono morti due civili in un attacco.
Intanto, arriva la replica del ministero della Difesa al post dell’ambasciata russa che su Facebook aveva condivido la foto di un mezzo blindato distrutto, spacciandolo per un Lince italiano. «L'ambasciata russa in Italia continua a mentire nella sua quotidiana propaganda pubblicando evidenti fake news», si legge nella nota del ministero. «Le immagini dell'ultimo post non ritraggono dei mezzi Lince 4x4 Iveco, bensì blindati Mls Shield, come deducibile dal simbolo “Venom” riportato sulla fiancata. Mezzi mai inviati all'Ucraina nei diversi pacchetti aiuti».
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Le repubbliche baltiche incalzano la Germania sulle forniture. Fonti ucraine: «Mortai italiani in mano alla nostra artiglieria».Offensiva di Mosca che però teme attacchi aerei. Misterioso incendio in Siberia.Lo speciale contiene due articoliDopo il sostanziale stallo al vertice di Ramstein sulla questione dei carri armati tedeschi, si sono registrate alcune significative tensioni tra Kiev e Berlino.«L’indecisione odierna sta uccidendo sempre più persone. Ogni giorno di ritardo è la morte degli ucraini. Pensate più velocemente», ha twittato ieri il consigliere presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak: un’evidente stoccata alla Germania, che ha mostrato titubanza sull’invio di tank Leopard 2 a sostegno di Kiev. È d’altronde in questo quadro che, sempre ieri, il ministro della Difesa ucraino, Oleksii Reznikov ha reso noto di aver avuto una «discussione franca» con l’omologo tedesco, Boris Pistorius. «Abbiamo avuto una discussione franca sui Leopard 2. Da continuare», ha dichiarato. Non a caso, pressioni su Berlino sono arrivate anche dalle repubbliche baltiche. «Noi ministri degli Esteri di Lettonia, Estonia e Lituania chiediamo alla Germania di fornire ora carri armati Leopard all’Ucraina. Ciò è necessario per fermare l’aggressione russa, aiutare l’Ucraina e ripristinare rapidamente la pace in Europa», ha twittato il ministro degli Esteri lettone, Edgars Rinkevics, per poi aggiungere: «La Germania, in quanto prima potenza europea, ha una responsabilità speciale in questo senso». Sulle stesse posizioni si è collocato il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola. «È importante che gli alleati si coordino e procedano uniti. Sono stati presi altri impegni importanti e resto ottimista anche per quanto riguarda i carri armati, poiché questo è ciò che è necessario: sarà il logico passo successivo», ha dichiarato. In tal senso, la Metsola si è detta favorevole a un rapido invio dei Leopard 2 all’Ucraina.«[I Leopard, ndr] sono stati indicati perché sono numerosi, perché relativamente facili da mantenere, perché molti Paesi europei li hanno e semplicemente perché l’Ucraina ne ha bisogno», ha affermato, per poi aggiungere: «Accolgo con favore la prontezza e gli impegni di Ramstein. Tuttavia, ciò di cui abbiamo urgente bisogno è leadership, accordo e un approccio unito per fornire carri armati Leopard 2 all’Ucraina. Ci sono molti Paesi europei pronti a farlo. Gli ucraini stanno coraggiosamente combattendo per la loro libertà e i nostri valori comuni. Non possiamo deluderli».Reznikov ha comunque reso noto che le forze ucraine inizieranno ad addestrarsi all’uso dei Leopard in Polonia. «I Paesi che hanno già carri armati Leopard possono iniziare le missioni di addestramento per i nostri equipaggi. Inizieremo con quello e partiremo da lì», ha detto. «Spero che la Germania segua il processo, conduca le consultazioni interne e arrivi alla decisione di trasferire carri armati. Sono ottimista riguardo a questo perché il primo passo è stato fatto», ha proseguito.Ricordiamo che il nodo dei carri armati risiede in una sorta di braccio di ferro tra Berlino e Washington. Il governo tedesco avrebbe intenzione di inviare i Leopard 2 a Kiev solo nel momento in cui gli Stati Uniti facessero altrettanto con i loro tank M1 Abrams: uno scenario, quest’ultimo, tuttavia respinto dall’amministrazione Biden. Secondo il Pentagono, gli Abrams presenterebbero infatti una manutenzione troppo complessa, oltre a tempi lunghi per l’addestramento. Tuttavia, al di là delle questioni di carattere tecnico, se ne scorgono anche altre di natura politica. Non è un mistero che, da quando la Russia ha invaso l’Ucraina lo scorso febbraio, la Germania è stata tra i Paesi che ha spesso premuto per la linea morbida nei confronti del Cremlino: un approccio molto distante dalla severità invocata invece da Polonia, Regno Unito e repubbliche baltiche. Pur a fronte di malumori nel governo di Berlino, è sempre più evidente come il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, non voglia arrivare a fratture insanabili con Mosca (visti i loro profondi legami economici ed energetici). Dall’altra parte, due giorni fa la Cnn riferiva di tensioni crescenti anche tra Washington e Londra. I britannici vorrebbero infatti inviare in Ucraina dei missili a lunga gittata Atacms: una prospettiva che, almeno al momento, gli Stati Uniti respingono (nonostante il loro recente annuncio di un nuovo pacchetto di aiuti militari da 2,5 miliardi di dollari). Insomma, è abbastanza chiaro che, anziché avere una strategia definita, Joe Biden sta cercando di barcamenarsi tra le posizioni contrastanti che attraversano la Nato: tra la linea morbida tedesca e quella dura, promossa soprattutto da Londra e Varsavia. Un Biden che, sulla questione ucraina, deve fare anche i conti, in patria, con le divisioni interne ai repubblicani e agli stessi democratici. Mentre, secondo l’account Twitter Ukraine Weapons Tracker, il nostro Paese avrebbe inviato all’Ucraina degli obici semoventi Pzh 2000. Sarebbero utilizzati dalla 43esima brigata di artiglieria ucraina. In questo quadro, ieri Washington ha stimato che, dall’inizio dell’invasione, sarebbero rimasti uccisi circa 188.000 tra soldati russi e mercenari del Wagner Group: quel Wagner Group che, l’altro ieri, gli Stati Uniti hanno designato come «organizzazione criminale transnazionale». Del resto, proprio questa organizzazione rappresenta un pericoloso anello di congiunzione tra la crisi ucraina e l’aumento dell’influenza militare e politica russa sulla Libia orientale e sul Sahel. Nel frattempo, ieri l’esercito russo ha reso noto di aver avviato un’offensiva nella regione di Zaporizhia. La Russia ha inoltre annunciato di aver condotto esercitazioni di difesa aerea nell’area di Mosca, mentre l’ex presidente Dmitry Medvedev ha paragonato il conflitto in corso alla Guerra patriottica.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kiev-reclama-i-tank-e-attacca-berlino-lindecisione-uccide-2659292270.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ai-russi-i-missili-della-corea-del-nord-gli-states-mettono-al-bando-wagner" data-post-id="2659292270" data-published-at="1674376900" data-use-pagination="False"> Ai russi i missili della Corea del Nord Gli States mettono al bando Wagner Le immagini parlano chiaro, mostrando treni russi che arrivano in Corea del Nord e poi rientrano in patria, carichi di armi e missili. Gli Stati Uniti hanno rilasciato una serie di scatti in cui si vedono vagoni ferroviari della Federazione che vanno a fare «rifornimento» di armi destinate al Gruppo Wagner, l’organizzazione di mercenari che combatte al fianco di Mosca in Ucraina. Le foto satellitari risalgono a novembre e hanno allarmato non poco gli Usa. «Queste azioni riconoscono la minaccia transcontinentale rappresentata da Wagner», ha detto John Kirby, portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americana, che ha chiesto a Pyongyang di mettere fine alle forniture belliche per Mosca. A parere di Kirby le armi nordcoreane non avrebbero cambiato, al momento, le dinamiche sul campo in Ucraina, ma sono avvenute in diretta violazione delle «risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu». Ma più che la violazione dei principi Onu, a preoccupare sono due aspetti. L’Occidente non può dormire sonni tranquilli se pensa che la Corea del Nord possa pianificare di espandersi e fornire più attrezzature militari alla Russia o sostenere tali consegne. Inoltre, c’è da chiedersi se tutto questo possa avvenire senza che la Cina ne sappia nulla o dia una forma di consenso tacito. Un’amicizia «salda e di lungo corso» è quella che lega Cina e Corea del Nord nelle parole dello stesso presidente cinese, Xi Jinping. I legami tra Xi e Kim si sono rinsaldati dopo la crisi missilistica del 2017 con gli Stati Uniti di Trump e sono stati segnati da «importanti consensi» sullo sviluppo delle relazioni e dall’avanzamento della cooperazione e degli scambi. La posizione critica di Pechino verso le sanzioni alla Corea del Nord è stata ribadita poi più volte: difficile credere che Pyongyang sia disposta a giocarsi tutto per fare una fuga in avanti rispetto all’alleata Pechino. Finora, però, quest’ultima ha scelto la strada dell’equilibrio sulla guerra in Ucraina e anzi ha fatto illudere Zelensky di avere un appoggio su cui contare. Le foto pubblicate, i rapporti con Pyongyang e la contiguità territoriale con la stessa, che rendono difficile all’intelligence cinese non cogliere movimenti di treni «sospetti», mettono un grosso punto interrogativo sulle intenzioni del Dragone. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti osserva e, intanto, annuncia che designerà la società di mercenari russa Wagner, che conta 50.000 uomini in Ucraina, come «organizzazione criminale transnazionale» e che imporrà ulteriori sanzioni contro il gruppo e la sua rete di supporto in tutto il mondo. Il ministero della Difesa russo ha intanto riferito di aver condotto esercitazioni di difesa aerea nella regione di Mosca. La dichiarazione giunge dopo la comparsa di video e foto di sistemi antiaerei montati a Mosca che fanno pensare ad un allarme delle autorità per possibili attacchi dal cielo. Un enorme incendio, l’ennesimo che interessa strutture russe strategiche, è scoppiato invece in un deposito di carburante nella regione di Angarsk, in Siberia: hanno preso fuoco vagoni colmi di carburante. Secondo i media ucraini la benzina era destinata a scopi militari. L’esercito russo intanto avanza nella regione ucraina di Zaporizhzhia e, in base alla valutazione dell’intelligence britannica, esiste la reale possibilità che lo stesso avvenga intorno a Bakhmut, dove ieri sono morti due civili in un attacco. Intanto, arriva la replica del ministero della Difesa al post dell’ambasciata russa che su Facebook aveva condivido la foto di un mezzo blindato distrutto, spacciandolo per un Lince italiano. «L'ambasciata russa in Italia continua a mentire nella sua quotidiana propaganda pubblicando evidenti fake news», si legge nella nota del ministero. «Le immagini dell'ultimo post non ritraggono dei mezzi Lince 4x4 Iveco, bensì blindati Mls Shield, come deducibile dal simbolo “Venom” riportato sulla fiancata. Mezzi mai inviati all'Ucraina nei diversi pacchetti aiuti».
Getty Images
Siamo in Valsesia, meta di trekking ad alta quota e di escursioni a piedi o in mountain-bike fra i boschi, in un territorio che per l’abbondante vegetazione molti considerano la «valle più verde» d’Italia. Ma qui c’è molto più della natura. Questa è stata, e per certi aspetti è ancora, la terra dei Walser: l’antica popolazione di lingua germanica dell’alto Vallese che, a partire dal 1200, attraversò le Alpi alla ricerca di nuovi pascoli, nuove terre da coltivare, nuove opportunità di vita comunitaria.
«Pensiamo al Medioevo come a qualcosa di estraneo alla montagna, invece in Europa è stato un periodo di grandi spostamenti e migrazioni. A quel tempo le valli svizzere cominciavano ad essere molto popolate e i Walser, che di animo erano un po’ nomadi, decisero di spostarsi verso sud, stabilendosi in questi luoghi che sopra i 1.100 metri di quota erano disabitati». A raccontare la storia di come i Walser cambiarono il destino della valle è Davide Zambrino, guida ambientale-escursionistica dell’hotel NH Collection Alagna Mirtillo Rosso in località Riva Valdobbia, ai piedi di Alagna. Arrivando, lo riconosci subito: è un mosaico di quattro grandi chalet (per un totale di 56 camere) ispirati all’architettura walser, di proprietà della famiglia Ponti - quella dell’aceto - oggi sotto il cappello del brand NH Collection Hotels & Resorts, parte del gruppo Minor Hotels (www.minorhotels.com). Un hotel innovativo fin dall’apertura, nel 2015, per via della filosofia eco-sostenibile che sposa i criteri della bioedilizia, con pareti in legno, rivestimenti coibentati, pannelli solari, il recupero dell’acqua piovana. «Nel rispetto dell’ambiente, chiediamo agli ospiti se vogliono rinunciare alla pulizia quotidiana della camera, in cambio di un drink omaggio. E al ristorante Biancospino lo chef Omar Bonecchi utilizza prevalentemente prodotti bio e sostenibili, con grande attenzione ai piccoli produttori del territorio», precisa il direttore Stefano Cerutti.
La vocazione dell’hotel è decisamente family, ma non mancano spazi riservati alle coppie, come la spa di 300 mq (accanto a quella di poco più grande destinata alle famiglie), con piscina interna ed esterna, la vasca di galleggiamento, la sauna, il bagno turco e le cabine per massaggi al profumo di montagna. Anche le escursioni in compagnia di Davide Zambrino sono a misura di ospite: «Organizziamo passeggiate facili per le famiglie e camminate più impegnative fino alle alte vette, al confine fra Piemonte e Valle d’Aosta».
Fra le camminate impegnative, la più famosa è quella al rifugio Margherita, il più alto d’Europa, accoccolato a 4.554 metri di quota sulla vetta della Punta Gnifetti, nel gruppo del Monte Rosa. Ci si arriva per gradi: il primo pezzo è facile, con gli impianti del Monterosa Ski fino a quota 3.300 metri. Poi si cammina fino alla Capanna Gnifetti, chiamata così in onore di Giovanni Gnifetti, il parroco-alpinista di Alagna che, nel XIX secolo, fu fra i primi a scalare quelle montagne. All’ultimo tratto, la salita al rifugio Margherita, una volta all’anno si aggiunge il direttore Cerutti, grande appassionato di montagna, per condividere con i suoi ospiti l’incanto di quell’orizzonte increspato di roccia e di neve. Una meraviglia che richiede passione e un po’ di allenamento. Al contrario, la scoperta delle antiche frazioni Walser di Alagna, è alla portata di tutti. «Consiglio di partire da Pedemonte, perché è lì che sono arrivati i primi Walser, come ci racconta il museo a loro dedicato nel cuore del paese», continua Davide Zambrino. Il museo, altro non è che un piccolo nucleo di case dell’antico popolo vallese, identiche a quando furono costruite, con le pareti in pietra e in legno, i grandi ballatoi esterni, il solaio dove si raccoglieva il fieno, i letti con il materasso di foglie di faggio secco rivestito di canapa.
Un’altra escursione da non perdere è al Sacro Monte di Varallo, struttura immensa che domina dall’alto l’imbocco della valle. «I villaggi Walser sono una poesia delicata, il Sacro Monte è un capolavoro imponente di arte e spiritualità, in un luogo di grande suggestione», conclude la guida. Non a caso, l’Unesco l’ha dichiarato Patrimonio mondiale dell’umanità.
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Le città di pianura @Lucky Red
Per la lagna di Matilda De Angelis sull’impoverimento intellettuale eccetera. Per gli svarioni di Valeria Bruni Tedeschi, ignara dei fondamenti nel tragico Ventennio delle grandi istituzioni cinematografiche italiane. E per i proclami di Lino Musella e i moniti di Rosella Pastorino, autrice di Le assaggiatrici («Si può essere colpevoli per inerzia») che vorrebbero trasporre nel presente la pedagogia resistenziale e antinazista. Non solo per tutto questo che, pure, è già abbastanza per abbatterli.
Anche per altro, molto altro. Da rivedere potrebbe essere il regolamento del premio, reso noto nell’imminenza dell’assegnazione e rimasto tuttora opaco. Da abbattere, appunto, per poi ricostruire è la composizione della giuria. Che stabilisce un circolo di prestigio, non l’unica delle incongruenze di questo sistema autoreferenziale come ha notato Ciak, la bibbia della materia in questione. Una giuria nella quale si entra versando un canone di 90 euro. E, a proposito di conflitti di interesse, una giuria nella quale ci sono tutti gli attori e le attrici, i registi, gli sceneggiatori e i produttori italiani del circoletto. Fate un nome, uno qualsiasi, e lo troverete. Roberto Benigni, Walter Veltroni, Stefano Accorsi, Valeria Golino, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Gianni e Giampaolo Letta, Sabrina Ferilli, Paolo Sorrentino, Ferzan Ozpetek, Silvio Soldini e Gianni Amelio, Aurelio De Laurentiis, Alba e Alice Rohrwacher, non solo un componente, ma intere famiglie dal cognome celebre. Mi fermo, la lista è infinita, oltre 1.600 persone da Abatantuono Diego a Zurolo Davide. Si fa prima a dire chi non c’è: Pupi Avati, per esempio. E Luca Medici e Gennaro Nunziante. Assenze significative. Per il resto, si premiano e si autopremiano. Con l’eccezione di Francesco Sossai, forse troppo periferico, il regista di Feltre travolto da otto David con il suo film outsider che ha sbaragliato i più accreditati Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino, portandosi a casa le statuette per miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Sergio Romano), brano originale, eccetera.
Non l’avevo visto Le città di pianura quand’era uscito qualche mese fa perché avevo intuito di che cosa si trattasse. Sono veneto, originario di Treviso, la città dove ora vive Sossai, e sono grato alla mia terra, alle mie strade e ai miei borghi. E avevo intuito che in quest’opera dominava un nichilismo neanche tanto camuffato. Una dispersione confinante con la disperazione. La filosofia dell’ultimo bicchiere di due spiantati. Dopo la messe di David sono andato a vederlo per capire se sono vittima di un pregiudizio. E se c’è un motivo valido per ignorare La grazia di Sorrentino oltre a quello accennato su X da Antonio Polito, cioè che è stato Sergio Mattarella con la grazia concessa a Nicole Minetti a farlo bocciare in tutte le sue 14 candidature. E dopo aver visto il film di Sossai, ho concluso che no, non c’è: il provvedimento di clemenza diramato dal capo dello Stato che, pure, ha ricevuto tutto il cinema italiano al Quirinale, è diventato ingombrante anche per il film del nostro ultimo premio Oscar.
Dunque, Le città di pianura è la storia formalmente ben raccontata di una gigantesca negazione. Una negazione consapevole e ribadita. È il Veneto dei non luoghi, caselli autostradali, autogrill, parcheggi sotto le tangenziali, case viste di sguincio, spesso sgangherate, capannoni, garage, osterie dove la gente indossa cappelli da cow boy per gli addii al nubilato, campielli veneziani deserti e dove anche uno degli aeroporti di Venezia si trova appena fuori Treviso e la stessa Venezia è una fondamenta periferica. Un Veneto dall’urbanistica sconclusionata, metafora di vite sgangherate e fatiscenti. Perché, ovviamente, quello di Sossai è un film sull’esistenza persa dispersa e perdente.
L’unico posto strutturato è il Memoriale Brion, ovvero il non cimitero, il «complesso funebre» di Carlo Scarpa, il grande architetto morto in Giappone. Un altro tassello dell’anticartolina perlustrata da due antiprotagonisti. Due che si trascinano e sopravvivono senza meta. Due erranti. Tutto accompagnato da una musica minimal country, chitarra e armonica, come in un west americano, ma desolato e desolante. Si vaga di giorno e di notte, senza fuso orario, per bere l’ultimo bicchiere, birra o gin tonic più che vino e anche questo è un controsenso, una negazione storica. Si vaga nella pianura cancellata dalla grande pittura che privilegia le montagne e la laguna, mentre invece è anch’essa piena di storia e di piccole patrie, che Sossai depenna per dipingere il suo affresco della sconfitta. C’è un segreto della vita e del mondo che i due antiprotagonisti inseguono per tutto il film, non se lo ricordano, perso nei fumi dell’alcol e delle piccole truffe con cui la sfangano. Un segreto che riemerge alla fine, con una discreta trovata di sceneggiatura e regia. L’unico vero colpo d’ala della trama. Ma è un colpo d’ala alla rovescia e si esce intristiti dalla sala. Perché, ahimè, l’assenza di fellinismi e di estetismi neorealisti non basta certo a farne un capolavoro.
Mi spiace, il mio pregiudizio ha trovato conferma. E anche la diagnosi di Sergio Castellitto.
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Richard Hawkins (Getty Images)
Ma mentre Veltroni arriva alle conclusioni di Veltroni - e meno male che non è arrivato a quelle di Corrado Augias, già in passato in difficoltà con alcune mail - il genetista Richard Dawkins, in una sorta di ebbrezza dionisiaca provocata dalle gratificazioni che Claude gli elargisce, prorompe ammettendo che l’IA ha «una coscienza».
La questione non è affatto secondaria perché Dawkins ha dedicato la propria vita alla riduzione della coscienza umana a epifenomeno di una macchina genetica, in particolare con Il gene egoista del 1976. Non solo, in realtà si può sostenere che tutto il pensiero di Dawkins non stesse aspettando altro che l’incontro con un’IA basata sul Large language model per confermare le proprie tesi. Secondo Dawkins, pensatore di riferimento per tutto il materialismo darwinista di fine Novecento, i geni non sarebbero altro che «replicatori egoisti» e gli organismi «semplici macchine di sopravvivenza» prive di scopo intrinseco. Il comportamento complesso ci appare come intelligente ma nasce in realtà da algoritmi ciechi e inconsci frutto della selezione naturale: non serve una mente o una coscienza al livello del gene o dell’organismo per spiegare le dighe dei castori, la danze delle api, l’altruismo e, soprattutto, la trascendenza e l’idea di Dio.
La coscienza umana altro non sarebbe che un prodotto tardivo e misterioso dell’evoluzione cerebrale, priva di qualsiasi addentellato spirituale e di intenzionalità; un banale fenomeno emergente da processi fisici: in pratica Dawkins ha sempre teorizzato che gli organismi funzionino come una sorta di Large language model. Appare così paradossale che lo scrittore de L’illusione di Dio, una volta trovatosi di fronte a ciò che può servire a rafforzare tutto il proprio impianto teorico, si metta a parlare proprio di ciò che ha cercato di confutare per tutta la vita: la coscienza. Ma, forse, non siamo di fronte a un’occasione persa bensì allo smascheramento dell’ossessione antispirituale come reale obiettivo teorico del materialismo darwinista. Forse per tutta la corrente teorica che si è presentata per decenni come la nuova, grande e vera religione scientista, la vera depositaria della verità ultima sulla vita, il fine non è mai stato descrivere la realtà bensì attaccare l’idea di trascendenza, di spiritualità e di Dio.
Se uno scienziato, di fronte alla coscienza umana, ribadisce incessantemente che si tratta solo di un meccanismo ma di fronte ad una macchina che simula una coscienza ammette la plausibilità della coscienza, allora la costante teorica è la volontà di impedire che la coscienza possa essere segno di trascendenza. In sostanza Dawkins, di fronte a ciò che simula una coscienza, ammette di poterla riconoscere come tale perché sa di essere di fronte a un Llm, ma quando si è trovato di fronte a una coscienza umana si è sempre visto costretto a negarne l’esistenza proprio perché non poteva esimersi dal riconoscerne la natura spirituale. E non è un caso se in questi giorni i principali esponenti dello scientismo ateista, da Sam Harris a Daniel Dennett, stiano gridando al crimine di «leso woke» a proposito del dialogo tra Dawkins e Claude: se l’ateo più rigoroso concede la coscienza a un algoritmo, crolla il monopolio materialista sulla spiegazione del mondo.
L’IA emerge, dunque, come specchio dell’inestinguibile nostalgia degli atei per Dio: gli eredi di quell’Illuminismo che dichiarò Dio un’illusione dalla quale liberarsi non riescono a vivere senza un sostituto divino e quando trovano un «automa sapiente» che simula la coscienza, riesplode tutta la loro nostalgia per qualcosa che vada oltre, che fornisca significato, che getti una luce calda sul gelo di cui si sono contornati, ma per farlo vogliono la garanzia di non star parlando di Dio quanto di un neutro meccanismo, il tutto per avere la garanzia di non trasgredire il dogma della religione che impone loro di non alzare mai la testa verso il cielo.
A partire dal positivismo ingenuo sino al behaviorismo ed al funzionalismo, il Novecento ha sempre tentato di dissolvere la coscienza nella computazione per dover tuttavia giungere a constatare che la computazione dell’IA generativa in realtà non dissolve nulla, riproduce solo la forma esteriore della coscienza umana e del suo pensiero e costringe i materialisti a reintrodurre surrettiziamente il termine «coscienza»: Dawkins può riconoscere in Claude una coscienza perché Claude sta simulando quella umana. D’altra parte, se la coscienza è un algoritmo selettivo allora anche i diritti umani lo sono: la dignità, la libertà, la giustizia sociale diventano tutte etichette utili ma arbitrarie, termini che riportano, dopo quasi tre secoli, all’origine kantiana del paradosso: la fonte del valore non può trovarsi nel valore stesso, c’è sempre bisogno di un «di più» al quale riferirsi. Dopo un po’ che parli con Claude, questa cosa ti scappa.
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Una terra molto diversa, sconfinata, abitata da strani esseri (ci vollero circa una cinquantina di anni, e pagine e pagine di discussioni sulla loro natura, affinché gli indios fossero riconosciuti come «veri uomini», dunque dotati di pieni diritti e non riducibili in schiavitù). Pochi anni dopo, nel 1516, Tommaso Moro (poi martire e santo) inventò il termine «utopia», giocando su una possibile doppia etimologia greca: «non-luogo» o «buon luogo». E non è un caso che, proprio in quel periodo, nella cultura occidentale si insinuò l’idea che fosse possibile ripartire da zero, costruire un «mondo nuovo», più giusto e più libero. Per Moro era il tratteggio di uno Stato ideale, ma per molti fu la speranza, al di là degli esiti, di un «altrove» esistente, una nuova terra appena scoperta. E la rottura di una gabbia ideologica che aveva, nel tardo Medioevo, forse un po’ soffocato il mondo in un sistema di pensiero - benché straordinario - come quello scolastico.
Nemmeno può essere un caso, dunque, che gli Stati Uniti, nazione nata dall’incontro di avventurieri e immigrati in cerca di fortuna, siano diventati i grandi produttori globali di narrazioni sugli alieni (dal latino «altrui», ma anche «estraneo») e sull’ignoto, a volte sotto il segno della minaccia a volte sotto quello della curiosità e del mistero. Anche altre culture, naturalmente, hanno raccontato mondi altri, con forme di vita extraterrestri, ma è nella natura stessa degli Stati Uniti una tensione a scoprire e colonizzare l’ignoto. Sono gli Usa la patria di Star Wars, di Et e Isaac Asimov, solo per citarne alcuni. È evidente che queste storie toccano corde profonde dell’inconscio collettivo americano, rinnovano uno slancio originario. Ecco perché, forse, l’amministrazione Maga ha deciso di desecretare i file governativi relativi «alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo)» (Donald Trump, 19 febbraio 2026, su Truth). Per alcuni si tratta del solito vecchio espediente, cioè distrarre la popolazione dai fallimenti del governo, ma sicuramente per gli americani - e non solo - è un tema che va a sollecitare le fibre più intime.
Venerdì il ministero della Guerra ha rilasciato la prima tranche di file. Si tratta di documenti - report, immagini, filmati, audio - che arrivano fino agli anni recenti ma partono già dal 1947. Per esempio, la registrazione delle comunicazioni aria-terra durante il volo della missione Gemini 7. L’astronauta Frank Borman riferisce al centro di controllo missione Nasa a Houston, il 5 dicembre 1965, di aver avvistato un oggetto non identificato che ha chiamato «bogey». Durante lo scambio, Borman descrive tre elementi: il booster (il razzo che ha portato la navicella in orbita), centinaia di piccole particelle e, appunto, un terzo oggetto non identificato.
Una foto della superficie lunare vista dal sito di allunaggio dell’Apollo 12, quindi nel 1969, presenta fenomeni visibili non identificati sopra l’orizzonte. Nel debriefing dell’Apollo 11, reso pubblico per la prima volta dopo quasi 60 anni, l’astronauta Buzz Aldrin descrive la vista di un oggetto «di dimensioni considerevoli» vicino alla superficie lunare e una fonte di luce così intensa da sembrare un laser.
Tra i file figurano video ripresi da sensori militari in diverse aree del mondo. Uno mostra un oggetto a forma di «pallone da football» avvistato nel Mar Cinese Orientale nel 2022, ma in molti altri filmati si vedono «puntini» che si muovono in modo erratico sopra Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha inviato un rapporto su un fenomeno anomalo non identificato ripreso in cinque secondi di filmato da un sensore a infrarossi installato su una piattaforma militare a maggio del 2022. Nel video, un oggetto simile a un missile attraversa lo schermo per pochi secondi a velocità molto sostenuta. «I lettori non devono interpretare alcuna parte di questa descrizione come un giudizio analitico, una conclusione investigativa o una determinazione fattuale riguardo alla validità, natura o rilevanza dell’evento descritto», si legge in fondo al commento del filmato. Eppure, evidentemente, gli esperti Oltreoceano non riescono a spiegare il fenomeno.
Tra i file c’è anche una foto elaborata dall’Fbi che ricrea i resoconti concordanti di testimoni oculari del settembre 2023 riguardanti un apparente oggetto metallico di colore bronzo a forma ellissoidale, lungo tra i 130 e i 195 piedi, che si materializzò da una luce brillante nel cielo e scomparve istantaneamente. In generale, non vi è alcunché di inequivocabile, ed è anzi verosimile che la maggior parte le anomalie registrate dalle videocamere abbiano spiegazioni plausibili da parte degli addetti ai lavori.
Si tratta, comunque, solo della prima tranche: altri rilasci avverranno nei prossimi mesi, in quello che è un immaginario senz’altro molto americano, capace però di affascinare anche il Vecchio continente. E che forse riflette, oggi come allora, un po’ l’archetipo del cercatore/esploratore (antico almeno quanto Ulisse), un po’ la possibilità di un’evasione. E forse anche la speranza, attraverso l’incontro con l’Altro, di scoprire qualcosa di più su noi stessi.
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