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2023-01-22
Kiev reclama i tank e attacca Berlino: «L’indecisione uccide»
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Dopo il sostanziale stallo al vertice di Ramstein sulla questione dei carri armati tedeschi, si sono registrate alcune significative tensioni tra Kiev e Berlino.
«L’indecisione odierna sta uccidendo sempre più persone. Ogni giorno di ritardo è la morte degli ucraini. Pensate più velocemente», ha twittato ieri il consigliere presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak: un’evidente stoccata alla Germania, che ha mostrato titubanza sull’invio di tank Leopard 2 a sostegno di Kiev. È d’altronde in questo quadro che, sempre ieri, il ministro della Difesa ucraino, Oleksii Reznikov ha reso noto di aver avuto una «discussione franca» con l’omologo tedesco, Boris Pistorius. «Abbiamo avuto una discussione franca sui Leopard 2. Da continuare», ha dichiarato. Non a caso, pressioni su Berlino sono arrivate anche dalle repubbliche baltiche. «Noi ministri degli Esteri di Lettonia, Estonia e Lituania chiediamo alla Germania di fornire ora carri armati Leopard all’Ucraina. Ciò è necessario per fermare l’aggressione russa, aiutare l’Ucraina e ripristinare rapidamente la pace in Europa», ha twittato il ministro degli Esteri lettone, Edgars Rinkevics, per poi aggiungere: «La Germania, in quanto prima potenza europea, ha una responsabilità speciale in questo senso». Sulle stesse posizioni si è collocato il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola. «È importante che gli alleati si coordino e procedano uniti. Sono stati presi altri impegni importanti e resto ottimista anche per quanto riguarda i carri armati, poiché questo è ciò che è necessario: sarà il logico passo successivo», ha dichiarato. In tal senso, la Metsola si è detta favorevole a un rapido invio dei Leopard 2 all’Ucraina.
«[I Leopard, ndr] sono stati indicati perché sono numerosi, perché relativamente facili da mantenere, perché molti Paesi europei li hanno e semplicemente perché l’Ucraina ne ha bisogno», ha affermato, per poi aggiungere: «Accolgo con favore la prontezza e gli impegni di Ramstein. Tuttavia, ciò di cui abbiamo urgente bisogno è leadership, accordo e un approccio unito per fornire carri armati Leopard 2 all’Ucraina. Ci sono molti Paesi europei pronti a farlo. Gli ucraini stanno coraggiosamente combattendo per la loro libertà e i nostri valori comuni. Non possiamo deluderli».
Reznikov ha comunque reso noto che le forze ucraine inizieranno ad addestrarsi all’uso dei Leopard in Polonia. «I Paesi che hanno già carri armati Leopard possono iniziare le missioni di addestramento per i nostri equipaggi. Inizieremo con quello e partiremo da lì», ha detto. «Spero che la Germania segua il processo, conduca le consultazioni interne e arrivi alla decisione di trasferire carri armati. Sono ottimista riguardo a questo perché il primo passo è stato fatto», ha proseguito.
Ricordiamo che il nodo dei carri armati risiede in una sorta di braccio di ferro tra Berlino e Washington. Il governo tedesco avrebbe intenzione di inviare i Leopard 2 a Kiev solo nel momento in cui gli Stati Uniti facessero altrettanto con i loro tank M1 Abrams: uno scenario, quest’ultimo, tuttavia respinto dall’amministrazione Biden. Secondo il Pentagono, gli Abrams presenterebbero infatti una manutenzione troppo complessa, oltre a tempi lunghi per l’addestramento. Tuttavia, al di là delle questioni di carattere tecnico, se ne scorgono anche altre di natura politica. Non è un mistero che, da quando la Russia ha invaso l’Ucraina lo scorso febbraio, la Germania è stata tra i Paesi che ha spesso premuto per la linea morbida nei confronti del Cremlino: un approccio molto distante dalla severità invocata invece da Polonia, Regno Unito e repubbliche baltiche. Pur a fronte di malumori nel governo di Berlino, è sempre più evidente come il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, non voglia arrivare a fratture insanabili con Mosca (visti i loro profondi legami economici ed energetici). Dall’altra parte, due giorni fa la Cnn riferiva di tensioni crescenti anche tra Washington e Londra. I britannici vorrebbero infatti inviare in Ucraina dei missili a lunga gittata Atacms: una prospettiva che, almeno al momento, gli Stati Uniti respingono (nonostante il loro recente annuncio di un nuovo pacchetto di aiuti militari da 2,5 miliardi di dollari). Insomma, è abbastanza chiaro che, anziché avere una strategia definita, Joe Biden sta cercando di barcamenarsi tra le posizioni contrastanti che attraversano la Nato: tra la linea morbida tedesca e quella dura, promossa soprattutto da Londra e Varsavia. Un Biden che, sulla questione ucraina, deve fare anche i conti, in patria, con le divisioni interne ai repubblicani e agli stessi democratici.
Mentre, secondo l’account Twitter Ukraine Weapons Tracker, il nostro Paese avrebbe inviato all’Ucraina degli obici semoventi Pzh 2000. Sarebbero utilizzati dalla 43esima brigata di artiglieria ucraina. In questo quadro, ieri Washington ha stimato che, dall’inizio dell’invasione, sarebbero rimasti uccisi circa 188.000 tra soldati russi e mercenari del Wagner Group: quel Wagner Group che, l’altro ieri, gli Stati Uniti hanno designato come «organizzazione criminale transnazionale». Del resto, proprio questa organizzazione rappresenta un pericoloso anello di congiunzione tra la crisi ucraina e l’aumento dell’influenza militare e politica russa sulla Libia orientale e sul Sahel. Nel frattempo, ieri l’esercito russo ha reso noto di aver avviato un’offensiva nella regione di Zaporizhia. La Russia ha inoltre annunciato di aver condotto esercitazioni di difesa aerea nell’area di Mosca, mentre l’ex presidente Dmitry Medvedev ha paragonato il conflitto in corso alla Guerra patriottica.
Ai russi i missili della Corea del Nord Gli States mettono al bando Wagner
Le immagini parlano chiaro, mostrando treni russi che arrivano in Corea del Nord e poi rientrano in patria, carichi di armi e missili. Gli Stati Uniti hanno rilasciato una serie di scatti in cui si vedono vagoni ferroviari della Federazione che vanno a fare «rifornimento» di armi destinate al Gruppo Wagner, l’organizzazione di mercenari che combatte al fianco di Mosca in Ucraina. Le foto satellitari risalgono a novembre e hanno allarmato non poco gli Usa. «Queste azioni riconoscono la minaccia transcontinentale rappresentata da Wagner», ha detto John Kirby, portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americana, che ha chiesto a Pyongyang di mettere fine alle forniture belliche per Mosca. A parere di Kirby le armi nordcoreane non avrebbero cambiato, al momento, le dinamiche sul campo in Ucraina, ma sono avvenute in diretta violazione delle «risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu». Ma più che la violazione dei principi Onu, a preoccupare sono due aspetti. L’Occidente non può dormire sonni tranquilli se pensa che la Corea del Nord possa pianificare di espandersi e fornire più attrezzature militari alla Russia o sostenere tali consegne. Inoltre, c’è da chiedersi se tutto questo possa avvenire senza che la Cina ne sappia nulla o dia una forma di consenso tacito. Un’amicizia «salda e di lungo corso» è quella che lega Cina e Corea del Nord nelle parole dello stesso presidente cinese, Xi Jinping. I legami tra Xi e Kim si sono rinsaldati dopo la crisi missilistica del 2017 con gli Stati Uniti di Trump e sono stati segnati da «importanti consensi» sullo sviluppo delle relazioni e dall’avanzamento della cooperazione e degli scambi. La posizione critica di Pechino verso le sanzioni alla Corea del Nord è stata ribadita poi più volte: difficile credere che Pyongyang sia disposta a giocarsi tutto per fare una fuga in avanti rispetto all’alleata Pechino. Finora, però, quest’ultima ha scelto la strada dell’equilibrio sulla guerra in Ucraina e anzi ha fatto illudere Zelensky di avere un appoggio su cui contare. Le foto pubblicate, i rapporti con Pyongyang e la contiguità territoriale con la stessa, che rendono difficile all’intelligence cinese non cogliere movimenti di treni «sospetti», mettono un grosso punto interrogativo sulle intenzioni del Dragone.
Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti osserva e, intanto, annuncia che designerà la società di mercenari russa Wagner, che conta 50.000 uomini in Ucraina, come «organizzazione criminale transnazionale» e che imporrà ulteriori sanzioni contro il gruppo e la sua rete di supporto in tutto il mondo.
Il ministero della Difesa russo ha intanto riferito di aver condotto esercitazioni di difesa aerea nella regione di Mosca. La dichiarazione giunge dopo la comparsa di video e foto di sistemi antiaerei montati a Mosca che fanno pensare ad un allarme delle autorità per possibili attacchi dal cielo. Un enorme incendio, l’ennesimo che interessa strutture russe strategiche, è scoppiato invece in un deposito di carburante nella regione di Angarsk, in Siberia: hanno preso fuoco vagoni colmi di carburante. Secondo i media ucraini la benzina era destinata a scopi militari. L’esercito russo intanto avanza nella regione ucraina di Zaporizhzhia e, in base alla valutazione dell’intelligence britannica, esiste la reale possibilità che lo stesso avvenga intorno a Bakhmut, dove ieri sono morti due civili in un attacco.
Intanto, arriva la replica del ministero della Difesa al post dell’ambasciata russa che su Facebook aveva condivido la foto di un mezzo blindato distrutto, spacciandolo per un Lince italiano. «L'ambasciata russa in Italia continua a mentire nella sua quotidiana propaganda pubblicando evidenti fake news», si legge nella nota del ministero. «Le immagini dell'ultimo post non ritraggono dei mezzi Lince 4x4 Iveco, bensì blindati Mls Shield, come deducibile dal simbolo “Venom” riportato sulla fiancata. Mezzi mai inviati all'Ucraina nei diversi pacchetti aiuti».
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Le repubbliche baltiche incalzano la Germania sulle forniture. Fonti ucraine: «Mortai italiani in mano alla nostra artiglieria».Offensiva di Mosca che però teme attacchi aerei. Misterioso incendio in Siberia.Lo speciale contiene due articoliDopo il sostanziale stallo al vertice di Ramstein sulla questione dei carri armati tedeschi, si sono registrate alcune significative tensioni tra Kiev e Berlino.«L’indecisione odierna sta uccidendo sempre più persone. Ogni giorno di ritardo è la morte degli ucraini. Pensate più velocemente», ha twittato ieri il consigliere presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak: un’evidente stoccata alla Germania, che ha mostrato titubanza sull’invio di tank Leopard 2 a sostegno di Kiev. È d’altronde in questo quadro che, sempre ieri, il ministro della Difesa ucraino, Oleksii Reznikov ha reso noto di aver avuto una «discussione franca» con l’omologo tedesco, Boris Pistorius. «Abbiamo avuto una discussione franca sui Leopard 2. Da continuare», ha dichiarato. Non a caso, pressioni su Berlino sono arrivate anche dalle repubbliche baltiche. «Noi ministri degli Esteri di Lettonia, Estonia e Lituania chiediamo alla Germania di fornire ora carri armati Leopard all’Ucraina. Ciò è necessario per fermare l’aggressione russa, aiutare l’Ucraina e ripristinare rapidamente la pace in Europa», ha twittato il ministro degli Esteri lettone, Edgars Rinkevics, per poi aggiungere: «La Germania, in quanto prima potenza europea, ha una responsabilità speciale in questo senso». Sulle stesse posizioni si è collocato il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola. «È importante che gli alleati si coordino e procedano uniti. Sono stati presi altri impegni importanti e resto ottimista anche per quanto riguarda i carri armati, poiché questo è ciò che è necessario: sarà il logico passo successivo», ha dichiarato. In tal senso, la Metsola si è detta favorevole a un rapido invio dei Leopard 2 all’Ucraina.«[I Leopard, ndr] sono stati indicati perché sono numerosi, perché relativamente facili da mantenere, perché molti Paesi europei li hanno e semplicemente perché l’Ucraina ne ha bisogno», ha affermato, per poi aggiungere: «Accolgo con favore la prontezza e gli impegni di Ramstein. Tuttavia, ciò di cui abbiamo urgente bisogno è leadership, accordo e un approccio unito per fornire carri armati Leopard 2 all’Ucraina. Ci sono molti Paesi europei pronti a farlo. Gli ucraini stanno coraggiosamente combattendo per la loro libertà e i nostri valori comuni. Non possiamo deluderli».Reznikov ha comunque reso noto che le forze ucraine inizieranno ad addestrarsi all’uso dei Leopard in Polonia. «I Paesi che hanno già carri armati Leopard possono iniziare le missioni di addestramento per i nostri equipaggi. Inizieremo con quello e partiremo da lì», ha detto. «Spero che la Germania segua il processo, conduca le consultazioni interne e arrivi alla decisione di trasferire carri armati. Sono ottimista riguardo a questo perché il primo passo è stato fatto», ha proseguito.Ricordiamo che il nodo dei carri armati risiede in una sorta di braccio di ferro tra Berlino e Washington. Il governo tedesco avrebbe intenzione di inviare i Leopard 2 a Kiev solo nel momento in cui gli Stati Uniti facessero altrettanto con i loro tank M1 Abrams: uno scenario, quest’ultimo, tuttavia respinto dall’amministrazione Biden. Secondo il Pentagono, gli Abrams presenterebbero infatti una manutenzione troppo complessa, oltre a tempi lunghi per l’addestramento. Tuttavia, al di là delle questioni di carattere tecnico, se ne scorgono anche altre di natura politica. Non è un mistero che, da quando la Russia ha invaso l’Ucraina lo scorso febbraio, la Germania è stata tra i Paesi che ha spesso premuto per la linea morbida nei confronti del Cremlino: un approccio molto distante dalla severità invocata invece da Polonia, Regno Unito e repubbliche baltiche. Pur a fronte di malumori nel governo di Berlino, è sempre più evidente come il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, non voglia arrivare a fratture insanabili con Mosca (visti i loro profondi legami economici ed energetici). Dall’altra parte, due giorni fa la Cnn riferiva di tensioni crescenti anche tra Washington e Londra. I britannici vorrebbero infatti inviare in Ucraina dei missili a lunga gittata Atacms: una prospettiva che, almeno al momento, gli Stati Uniti respingono (nonostante il loro recente annuncio di un nuovo pacchetto di aiuti militari da 2,5 miliardi di dollari). Insomma, è abbastanza chiaro che, anziché avere una strategia definita, Joe Biden sta cercando di barcamenarsi tra le posizioni contrastanti che attraversano la Nato: tra la linea morbida tedesca e quella dura, promossa soprattutto da Londra e Varsavia. Un Biden che, sulla questione ucraina, deve fare anche i conti, in patria, con le divisioni interne ai repubblicani e agli stessi democratici. Mentre, secondo l’account Twitter Ukraine Weapons Tracker, il nostro Paese avrebbe inviato all’Ucraina degli obici semoventi Pzh 2000. Sarebbero utilizzati dalla 43esima brigata di artiglieria ucraina. In questo quadro, ieri Washington ha stimato che, dall’inizio dell’invasione, sarebbero rimasti uccisi circa 188.000 tra soldati russi e mercenari del Wagner Group: quel Wagner Group che, l’altro ieri, gli Stati Uniti hanno designato come «organizzazione criminale transnazionale». Del resto, proprio questa organizzazione rappresenta un pericoloso anello di congiunzione tra la crisi ucraina e l’aumento dell’influenza militare e politica russa sulla Libia orientale e sul Sahel. Nel frattempo, ieri l’esercito russo ha reso noto di aver avviato un’offensiva nella regione di Zaporizhia. La Russia ha inoltre annunciato di aver condotto esercitazioni di difesa aerea nell’area di Mosca, mentre l’ex presidente Dmitry Medvedev ha paragonato il conflitto in corso alla Guerra patriottica.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kiev-reclama-i-tank-e-attacca-berlino-lindecisione-uccide-2659292270.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ai-russi-i-missili-della-corea-del-nord-gli-states-mettono-al-bando-wagner" data-post-id="2659292270" data-published-at="1674376900" data-use-pagination="False"> Ai russi i missili della Corea del Nord Gli States mettono al bando Wagner Le immagini parlano chiaro, mostrando treni russi che arrivano in Corea del Nord e poi rientrano in patria, carichi di armi e missili. Gli Stati Uniti hanno rilasciato una serie di scatti in cui si vedono vagoni ferroviari della Federazione che vanno a fare «rifornimento» di armi destinate al Gruppo Wagner, l’organizzazione di mercenari che combatte al fianco di Mosca in Ucraina. Le foto satellitari risalgono a novembre e hanno allarmato non poco gli Usa. «Queste azioni riconoscono la minaccia transcontinentale rappresentata da Wagner», ha detto John Kirby, portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americana, che ha chiesto a Pyongyang di mettere fine alle forniture belliche per Mosca. A parere di Kirby le armi nordcoreane non avrebbero cambiato, al momento, le dinamiche sul campo in Ucraina, ma sono avvenute in diretta violazione delle «risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu». Ma più che la violazione dei principi Onu, a preoccupare sono due aspetti. L’Occidente non può dormire sonni tranquilli se pensa che la Corea del Nord possa pianificare di espandersi e fornire più attrezzature militari alla Russia o sostenere tali consegne. Inoltre, c’è da chiedersi se tutto questo possa avvenire senza che la Cina ne sappia nulla o dia una forma di consenso tacito. Un’amicizia «salda e di lungo corso» è quella che lega Cina e Corea del Nord nelle parole dello stesso presidente cinese, Xi Jinping. I legami tra Xi e Kim si sono rinsaldati dopo la crisi missilistica del 2017 con gli Stati Uniti di Trump e sono stati segnati da «importanti consensi» sullo sviluppo delle relazioni e dall’avanzamento della cooperazione e degli scambi. La posizione critica di Pechino verso le sanzioni alla Corea del Nord è stata ribadita poi più volte: difficile credere che Pyongyang sia disposta a giocarsi tutto per fare una fuga in avanti rispetto all’alleata Pechino. Finora, però, quest’ultima ha scelto la strada dell’equilibrio sulla guerra in Ucraina e anzi ha fatto illudere Zelensky di avere un appoggio su cui contare. Le foto pubblicate, i rapporti con Pyongyang e la contiguità territoriale con la stessa, che rendono difficile all’intelligence cinese non cogliere movimenti di treni «sospetti», mettono un grosso punto interrogativo sulle intenzioni del Dragone. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti osserva e, intanto, annuncia che designerà la società di mercenari russa Wagner, che conta 50.000 uomini in Ucraina, come «organizzazione criminale transnazionale» e che imporrà ulteriori sanzioni contro il gruppo e la sua rete di supporto in tutto il mondo. Il ministero della Difesa russo ha intanto riferito di aver condotto esercitazioni di difesa aerea nella regione di Mosca. La dichiarazione giunge dopo la comparsa di video e foto di sistemi antiaerei montati a Mosca che fanno pensare ad un allarme delle autorità per possibili attacchi dal cielo. Un enorme incendio, l’ennesimo che interessa strutture russe strategiche, è scoppiato invece in un deposito di carburante nella regione di Angarsk, in Siberia: hanno preso fuoco vagoni colmi di carburante. Secondo i media ucraini la benzina era destinata a scopi militari. L’esercito russo intanto avanza nella regione ucraina di Zaporizhzhia e, in base alla valutazione dell’intelligence britannica, esiste la reale possibilità che lo stesso avvenga intorno a Bakhmut, dove ieri sono morti due civili in un attacco. Intanto, arriva la replica del ministero della Difesa al post dell’ambasciata russa che su Facebook aveva condivido la foto di un mezzo blindato distrutto, spacciandolo per un Lince italiano. «L'ambasciata russa in Italia continua a mentire nella sua quotidiana propaganda pubblicando evidenti fake news», si legge nella nota del ministero. «Le immagini dell'ultimo post non ritraggono dei mezzi Lince 4x4 Iveco, bensì blindati Mls Shield, come deducibile dal simbolo “Venom” riportato sulla fiancata. Mezzi mai inviati all'Ucraina nei diversi pacchetti aiuti».
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Getty images
Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».