
Con il decreto legge approvato venerdì, il governo italiano ha abbassato l’Iva sulla compravendita di opere d’arte dal 22% al 5%. Una misura che segna un cambio di passo importante per il mercato interno, a lungo frenato da una pressione fiscale più alta rispetto a quella dei principali concorrenti europei. Fino a ieri, acquistare un’opera in Italia significava affrontare un’imposta più che doppia rispetto alla Francia (5,5%) o alla Germania (7%). Ora, con la nuova aliquota, l’Italia diventa per la prima volta il Paese con l’Iva più bassa d’Europa nel settore artistico. Con l’Iva al 22 %, un’opera da 1 milione di euro costava al collezionista italiano anche 220.000 euro di tasse, contro 55.000 euro in Francia o 70.000 euro in Germania - un gap del 16-18 %. Non a caso ormai i collezionisti italiani (quasi il 70% del totale) come quelli internazionali, acquistavano a Parigi o Berlino. E le nostre gallerie subivano un calo di fatturato fino al 50%, con il mercato complessivo tra il -28% e -50%. Che significavano anche minori entrate fiscali per lo Stato. Ora le conseguenze dovrebbero essere immediate. Basta prendere come esempio i numeri emersi dall’ultima edizione di Miart, la fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea di Milano. Tra le opere in esposizione c’era per esempio White Dog + Little Dog di Julian Schnabel, con un prezzo di listino di 300.000 euro. Fino a ieri, l’acquirente avrebbe dovuto versare 66.000 euro solo di Iva; oggi, ne pagherebbe appena 15.000. Il risparmio è netto: 51.000 euro in meno. Lo stesso vale per La ville entière di Max Ernst, valore 280.000 euro: l’Iva scende da 61.600 a 14.000 euro. Anche Flamme Riante di Karel Appel (260.000 euro), Notte vista con figure di Mario Schifano (150.000 euro) e Yvonne and Carmen di Alex Katz (85.000 euro) beneficiano della nuova aliquota con risparmi che oscillano tra i 44.000 e i 14.000 euro.
Dati simili emergono anche dalla Fiera di Bologna. Una delle opere più fotografate dell’evento, La bandiera di Mario Dellavedova, è stata venduta dalla Galleria Mazzoli per 18.000 euro. Se fosse stata venduta con un’Iva al 5%, il collezionista avrebbe risparmiato oltre 2.500 euro.
Ma i numeri diventano ancora più significativi quando si passa ai grandi nomi. Sei disegni degli anni Cinquanta di Giorgio Morandi, venduti dalla galleria Sprovieri a 63.000 euro ciascuno, hanno raggiunto un totale di 378.000 euro. Con una tassazione ridotta, il risparmio complessivo per l’acquirente sarebbe stato di oltre 52.000 euro - una cifra che potrebbe finanziare interamente un’altra opera d’arte.
Come si può notare i prezzi delle opere d’arte non superano il milione di euro come spesso accade in Francia o Germania: la riforma dovrebbe invertire anche questa tendenza.
Il nuovo scenario cambia la traiettoria delle fiere italiane. Manifestazioni come Miart, Arte Fiera Bologna, ArtVerona e la rinnovata Roma Arte in Nuvola possono ora tornare ad attrarre gallerie estere e collezionisti internazionali, invertendo la tendenza che vedeva molti operatori italiani spostarsi all’estero per vendere. Se prima la fiscalità spingeva fuori dal Paese l’interesse e le transazioni, oggi l’Italia torna a essere un luogo in cui vendere e comprare arte: strategico e conveniente.
Secondo l'ultimo rapporto «Arte: il valore dell’industria in Italia», redatto da Nomisma con Intesa Sanpaolo, il comparto artistico nazionale genera un giro d’affari diretto di 1,36 miliardi di euro, con un impatto economico complessivo di 3,86 miliardi. Tuttavia, l’aliquota al 22% rappresentava una zavorra pesante per le 1.618 gallerie e i 1.637 antiquari presenti sul territorio. Nomisma ha calcolato che, in assenza di riforme, il settore avrebbe potuto perdere fino al 28% del proprio fatturato complessivo, con un rischio di dimezzamento per le piccole realtà. Con la nuova Iva al 5%, le prospettive si rovesciano: in tre anni, il fatturato del mercato potrebbe salire a 1,5 miliardi, generando un impatto economico di 4,2 miliardi, con benefici estesi all’intero ecosistema, dalle case d’asta ai musei, dagli artisti agli artigiani, fino ai trasportatori specializzati e agli assicuratori.
Per il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, «da oggi possiamo tornare a competere ad armi pari, offrendo nuove opportunità a galleristi, antiquari, artisti, restauratori, trasportatori e studiosi». Secondo Giuli, «questo provvedimento valorizza l’intero ecosistema dell’arte, uno dei presìdi più vitali dell’identità culturale italiana».
A farsi portavoce della svolta è stato Sirio Ortolani, presidente dell’Angamc e vicepresidente del Gruppo Apollo, che da mesi ha guidato la battaglia per la riforma fiscale: il merito è soprattutto suo. «È una svolta epocale», ha dichiarato Ortolani. «L’Italia può finalmente diventare un grande hub internazionale, forte attrattore per le gallerie di tutta Europa e per le grandi fiere». Il mercato interno, spesso marginalizzato e penalizzato, si trova oggi al centro della scena. Le fiere italiane non solo recuperano competitività, ma possono ambire a giocare un ruolo da protagoniste nel calendario artistico globale».
Secondo Nomisma, oltre all’incremento del fatturato e dell’impatto economico complessivo, la riduzione dell’Iva avrà effetti decisivi anche sulla tenuta occupazionale del settore. L’intervento fiscale contribuirà a preservare centinaia di piccole gallerie a rischio chiusura, soprattutto al Sud e nei centri minori, e a evitare il collasso di un sistema che negli ultimi cinque anni ha visto ridursi sensibilmente il numero di operatori attivi soprattutto dopo l’emergenza Covid. La misura rafforza inoltre la competitività italiana rispetto ai mercati esteri, ponendo fine all’obbligo per molti professionisti di comprimere i margini o spostare transazioni oltre confine.






