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2023-01-19
Gli italiani che videro il Giappone dell'Ottocento
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Felice Beato, Samurai dell'impero Meiji (Getty Images)
Alla metà degli anni Sessanta dell’Ottocento, il Giappone apriva timidamente le porte all’Occidente rompendo secoli di isolamento totale. Un giorno di luglio del 1866, nel porto di Yokohama apparve la sagoma di un veliero a vapore. Era una nave battente bandiera del neonato Regno d’Italia, la pirocorvetta «Magenta», appartenente alla Regia Marina. Ai comandi l’ammiraglio sabaudo Vittorio Arminjon, comandante di lungo corso proveniente dalla Marina francese. Il militare e funzionario di Vittorio Emanuele II era a capo di una spedizione italiana con fini scientifici ma soprattutto commerciali. Il Giappone, ancora in massima parte sconosciuto agli occidentali, era una delle tappe che il vapore fiore all’occhiello della Marina, avrebbe dovuto compiere con un giro del mondo. La tappa nella terra del sol Levante, dopo un lunghissimo viaggio che toccò l’India e la Cocincina francese, aveva uno scopo legato alla situazione economica dei primi anni dopo l’Unità d’Italia. Riguardava la grave crisi che aveva colpito l’industria della seta del Nord Italia a causa dell’epidemia di pebrina, un virus che attaccava mortalmente i bachi portando il comparto, che era secondo per produzione solo alla Cina, vicino al collasso. Per iniziativa dell’allora ministro Alfonso Lamarmora e dell’ ambasciatore a Parigi e uomo di Cavour Costantino Nigra (che era peraltro nipote di un orientalista) furono iniziate le trattative per giungere ad un accordo commerciale tra Italia e Giappone con la speranza di guarire l’industria della seta importandone i bachi esenti dall’epidemia.
Negli stessi mesi il Giappone passava attraverso una gigantesca quanto dolorosa trasformazione politica sociale ed economica, i cui risvolti diedero fuoco alla guerra civile tra il governo degli Shogun dell’era Tokugawa (dittatori militari al potere dall’inizio del XVII secolo) e le forze dell’imperatore e dei feudatari ad esso fedeli. Fu alla fine dell’era degli Shogun (che saranno sconfitti dalla dinastia imperiale Meiji) che la lenta disgregazione del potere permise una prima timida penetrazione delle potenze occidentali a scopi commerciali e la città di Yokohama divenne un porto franco per le legazioni straniere, pur accolte con generale ostilità dal popolo giapponese e confinate nella città portuale e guardate a vista dagli Yakunin, le guardie locali. Fu in questo periodo di forti tensioni che la delegazione di Arminjon e del suo vice, il tenente di vascello Cesare Sanfelice, giunse presso la costa giapponese ammaliata dalla prima vista del Monte sacro, Il Fuji. Le trattative con i rappresentanti del morente regno degli Shogun ebbero tempi lunghi. Per circa un mese i rappresentanti del Regno d’Italia rimasero in attesa di una risposta muovendosi nei dintorni di Yokohama e regalando tramite gli appunti di Arminjon una delle prime descrizioni del Giappone dell’ottocento e del suo popolo, degli usi e dei costumi tanto diversi da quelli italiani. Il primo contatto fu con una schiera di giunche di pescatori che vennero incontro alla «Magenta» alla luce delle lanterne. A casa di Monsieur Roches, un rappresentante del governo francese, Arminjon e i suoi rimasero colpiti dalla semplicità degli ambienti e per la prima volta ebbero modo di vedere la splendida perizia nella falegnameria nella realizzazione dei pannelli divisori e nel trattamento particolare della carta utilizzata al posto del vetro alle finestre. Nei pressi dell’abitazione del francese i delegati italiani conobbero l’arte nipponica del benessere. La zona era infatti caratterizzata da fonti di acqua calda di origine vulcanica, che sapientemente convogliate nei bagni termali, offrivano la possibilità di usufruire del rito del massaggio e dell’idroterapia. Ancora più colpì Arminjon ed i suoi la pratica dell’agopuntura, vista per la prima volta, e quella molto diffusa della pratica del «moxa», oggi nota nel mondo come moxibustione. Si trattava dell’applicazione topica di sigari accesi di artemisia vulgaris allo scopo di riscaldare i punti di agopuntura ed il sangue perché ne beneficiassero gli organi malati. Molti giapponesi all’epoca della spedizione italiana mostravano segni di ustioni per l’applicazione del moxa, tanto che il diffusissimo uso del tatuaggio era dovuto anche alla risoluzione dei problemi estetici creati dalle cicatrici da calore.
L’equipaggio del «Magenta» passò parecchio tempo nel porto franco di Yokohama, la città concessa ai diplomatici e ai rappresentanti commerciali europei e americani. Una città nella città, in quanto era difesa da un fossato che la separava dai quartieri dei nativi, spesso ostili con lo straniero. Negli anni Sessanta del XIX secolo, la presenza di occidentali si attestava attorno alle trecento persone, che eleggevano un rappresentante governativo a rotazione tra le nazionalità presenti. Durante l’attesa per la firma del trattato commerciale, Arminjon e i suoi uomini ebbero modo di conoscere da vicino la vita del Giappone al tramonto dell’era Shogun, una terra ancora dominata da regole feudali tuttavia molto differenti dalle forme viste durante il Medioevo europeo. Più libertaria della società feudale occidentale, quella nipponica era un misto di sottomissione (per la divisione in caste), obbedienza militare e svago (erano moltissime le feste religiose e civili durante l’anno) a cui i signori della terra procuravano i beni necessari al loro svolgimento. La città era viva. Nelle botteghe gli italiani videro l’arte del ferro e della spada (un marinaio della «Magenta» fu anche arrestato per aver comprato una katana, pratica vietata agli stranieri), quella delle ceramiche finissime le cui decorazioni includevano anche scene erotiche. Tra le meraviglie di Yokohama i delegati di re Vittorio Emanuele III videro i bonsai, capirono l’arte complessa della loro coltivazione ed i piccoli giardini zen. Al porto videro la caotica e frenetica attività degli uomini di fatica. Seminudi, caricavano e scaricavano le navi con la sola forza delle loro braccia essendo privi di animali da soma o carri merci. Nei vicoli di Yokohama trovarono negozi di animali che, oltre a diverse specie di scimmie addomesticate, gli italiani videro razze canine ignote in Europa, con le fattezze simili a quelle dei cani pechinesi ma totalmente autoctone. Gli europei che frequentavano le case dei dignitari nipponici rimanevano colpiti dalle semplicità dei costumi e degli arredi, la loro sobrietà dovuta anche al fatto che mostrare ricchezza era severamente proibito sotto il dominio degli Shogun. Quello che più colpiva gli stranieri era il contrasto tra una società rigidamente divisa e il senso di solidarietà verso i ceti più bassi. Ai quali erano concessi alcuni vizi molto radicati nella tradizione nipponica, come il teatro popolare e la prostituzione. Era concesso in generale il divorzio, anche se poco praticato per l’alto senso dei Giapponesi di famiglia e onore. Colpivano le donne sposate dei ceti più abbienti, che erano solite dipingersi i denti con uno smalto naturale nero che in caso di separazione dal marito venivano fatti ritornare allo stato originario. La notte un tamburello scandiva l’attività delle ronde degli yakunin, mentre il suono di un fischietto annunciava l’imminente uscita per le strade dei cantastorie ciechi, oggetto quasi di venerazione. I non vedenti, accompagnandosi con gli strumenti tradizionali, allietavano le serate delle famiglie trovato cibo, elemosina ed accoglienza. I ciechi, alla metà dell’ottocento, erano molti perché avevano perso la vista per le conseguenze delle ondate epidemiche di vaiolo. Gli italiani di Arminjon visitarono anche Tokyo (allora Edo o Yeddo) la capitale del morente regno Tokugawa, che all’epoca contava già più di 1,5 milioni di abitanti. A Yeddo fu firmato il trattato con i dignitari di corte. Era il 25 agosto 1866. Prima di suggellare il primo accordo commerciale con il Sol Levante, i rappresentanti italiani mostrarono i doni che avevano tenuto nella stiva della «Magenta». Quasi tutte le regioni dell’Italia unita vi erano rappresentate. Da Torino erano arrivate stoffe, drappi e la cioccolata. Da Milano la seta e l’argenteria, da Bergamo dolci e confetture, da Brescia i fucili da caccia, da Napoli la lava del Vesuvio lavorata con pietre preziose. Non mancò Venezia con i vetri di Murano ed il marmo da Palermo. Poco dopo la firma del documento, ad Arminjon ed i suoi giunse la notizia della sconfitta della Marina italiana a Lissa, dove un compagno di accademia del comandante della spedizione perse la vita. L’Italia chiamò, ed ora nuovamente richiamava.
Il panorama fu lo stesso, la città di Yokohama. Se Arminjon lasciò nei suoi diari di viaggio una preziosa testimonianza scritta delle prime impressioni del Giappone moderno un altro Italiano fissò quella terra lontana e ancora sconosciuta grazie ad una delle scoperte tecnologiche più importanti dell’Ottocento: la fotografia. Felice Beato era nato a Venezia (o forse a Corfù) nel 1823. Figlio di commercianti, si trasferì giovane a Londra (dove fu ribattezzato Felix). Si avvicinò presto allo studio della fotografia e, spirito avventuriero, volle trasportare per il mondo la sua apparecchiatura per testimoniare mondi lontani. L’italiano fu considerato il primo fotoreporter di guerra della storia quando nel 1855 documentò le ultime fasi della guerra di Crimea con la caduta di Sebastopoli. Tre anni dopo fu inviato nell’India britannica dove da Calcutta fece base per testimoniare con la fotografia i moti contro il dominio della Compagnia britannica delle Indie e quindi in Cina dove fu impegnato a documentare le fasi della Guerra dell’Oppio. In Giappone arrivò attorno al 1863, tre anni prima di Arminjon e si stabilì nella città di Yokohama assieme alla legazione britannica. Qui aprì il proprio studio fotografico dal quale nacque una vera e propria scuola di fotografia che influenzò gli allievi giapponesi dell’italiano e i coloristi che rendevano le stampe delle vere e proprie opere d’arte. Mentre Arminjon preparava la spedizione del 1866, Beato già scattava le fasi cruciali della guerra civile giapponese. Famosa la serie di scatti realizzati durante la campagna di Shimonoseki alla fine del 1864 ma anche i ritratti della popolazione di Yokohama, posati di uomini e donne, samurai e dignitari, popolani e feste scattati con un gusto che anticipò di un secolo le copertine dei grandi periodici patinati di tutto il mondo.Il suo studio divenne un punto di riferimento per i giovani giapponesi affascinati dalla fotografia dell'italiano. Tra i suoi allievi i più importanti rappresentanti della scuola di Yokohama, Uchida Kuichi, Ogawa Kazumasa, e Kusakabe Kimbei.
Beato rimase a Yokohama fino al 1884, quando decise di salpare nuovamente, questa volta per il Sudan, dove testimoniò un'altra guerra coloniale britannica al seguito del barone Garnet Wolseley. Si dice che a causa del suo carattere inquieto ed incline al rischio, il fotografo italo-britannico avesse perso tutta la sua fortuna giocando d'azzardo alla borsa dell'argento di Tokyo. Sicuramente un'eredità, dopo la sua morte avvenuta a Firenze nel 1909, l'ha lasciata. Le sue fotografie del Giappone hanno influenzato notevolmente la passione per l'art japonaise che trionfò in Europa alla fine del secolo Diciannovesimo.
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Vittorio Arminjon e Felice Beato. Pionieri di un mondo fino ad allora isolato e ignoto, lasciarono incredibili testimonianze sul tramonto del Giappone feudale che si apriva dopo secoli di isolamento all'Occidente e ai commerci.Alla metà degli anni Sessanta dell’Ottocento, il Giappone apriva timidamente le porte all’Occidente rompendo secoli di isolamento totale. Un giorno di luglio del 1866, nel porto di Yokohama apparve la sagoma di un veliero a vapore. Era una nave battente bandiera del neonato Regno d’Italia, la pirocorvetta «Magenta», appartenente alla Regia Marina. Ai comandi l’ammiraglio sabaudo Vittorio Arminjon, comandante di lungo corso proveniente dalla Marina francese. Il militare e funzionario di Vittorio Emanuele II era a capo di una spedizione italiana con fini scientifici ma soprattutto commerciali. Il Giappone, ancora in massima parte sconosciuto agli occidentali, era una delle tappe che il vapore fiore all’occhiello della Marina, avrebbe dovuto compiere con un giro del mondo. La tappa nella terra del sol Levante, dopo un lunghissimo viaggio che toccò l’India e la Cocincina francese, aveva uno scopo legato alla situazione economica dei primi anni dopo l’Unità d’Italia. Riguardava la grave crisi che aveva colpito l’industria della seta del Nord Italia a causa dell’epidemia di pebrina, un virus che attaccava mortalmente i bachi portando il comparto, che era secondo per produzione solo alla Cina, vicino al collasso. Per iniziativa dell’allora ministro Alfonso Lamarmora e dell’ ambasciatore a Parigi e uomo di Cavour Costantino Nigra (che era peraltro nipote di un orientalista) furono iniziate le trattative per giungere ad un accordo commerciale tra Italia e Giappone con la speranza di guarire l’industria della seta importandone i bachi esenti dall’epidemia. Negli stessi mesi il Giappone passava attraverso una gigantesca quanto dolorosa trasformazione politica sociale ed economica, i cui risvolti diedero fuoco alla guerra civile tra il governo degli Shogun dell’era Tokugawa (dittatori militari al potere dall’inizio del XVII secolo) e le forze dell’imperatore e dei feudatari ad esso fedeli. Fu alla fine dell’era degli Shogun (che saranno sconfitti dalla dinastia imperiale Meiji) che la lenta disgregazione del potere permise una prima timida penetrazione delle potenze occidentali a scopi commerciali e la città di Yokohama divenne un porto franco per le legazioni straniere, pur accolte con generale ostilità dal popolo giapponese e confinate nella città portuale e guardate a vista dagli Yakunin, le guardie locali. Fu in questo periodo di forti tensioni che la delegazione di Arminjon e del suo vice, il tenente di vascello Cesare Sanfelice, giunse presso la costa giapponese ammaliata dalla prima vista del Monte sacro, Il Fuji. Le trattative con i rappresentanti del morente regno degli Shogun ebbero tempi lunghi. Per circa un mese i rappresentanti del Regno d’Italia rimasero in attesa di una risposta muovendosi nei dintorni di Yokohama e regalando tramite gli appunti di Arminjon una delle prime descrizioni del Giappone dell’ottocento e del suo popolo, degli usi e dei costumi tanto diversi da quelli italiani. Il primo contatto fu con una schiera di giunche di pescatori che vennero incontro alla «Magenta» alla luce delle lanterne. A casa di Monsieur Roches, un rappresentante del governo francese, Arminjon e i suoi rimasero colpiti dalla semplicità degli ambienti e per la prima volta ebbero modo di vedere la splendida perizia nella falegnameria nella realizzazione dei pannelli divisori e nel trattamento particolare della carta utilizzata al posto del vetro alle finestre. Nei pressi dell’abitazione del francese i delegati italiani conobbero l’arte nipponica del benessere. La zona era infatti caratterizzata da fonti di acqua calda di origine vulcanica, che sapientemente convogliate nei bagni termali, offrivano la possibilità di usufruire del rito del massaggio e dell’idroterapia. Ancora più colpì Arminjon ed i suoi la pratica dell’agopuntura, vista per la prima volta, e quella molto diffusa della pratica del «moxa», oggi nota nel mondo come moxibustione. Si trattava dell’applicazione topica di sigari accesi di artemisia vulgaris allo scopo di riscaldare i punti di agopuntura ed il sangue perché ne beneficiassero gli organi malati. Molti giapponesi all’epoca della spedizione italiana mostravano segni di ustioni per l’applicazione del moxa, tanto che il diffusissimo uso del tatuaggio era dovuto anche alla risoluzione dei problemi estetici creati dalle cicatrici da calore. L’equipaggio del «Magenta» passò parecchio tempo nel porto franco di Yokohama, la città concessa ai diplomatici e ai rappresentanti commerciali europei e americani. Una città nella città, in quanto era difesa da un fossato che la separava dai quartieri dei nativi, spesso ostili con lo straniero. Negli anni Sessanta del XIX secolo, la presenza di occidentali si attestava attorno alle trecento persone, che eleggevano un rappresentante governativo a rotazione tra le nazionalità presenti. Durante l’attesa per la firma del trattato commerciale, Arminjon e i suoi uomini ebbero modo di conoscere da vicino la vita del Giappone al tramonto dell’era Shogun, una terra ancora dominata da regole feudali tuttavia molto differenti dalle forme viste durante il Medioevo europeo. Più libertaria della società feudale occidentale, quella nipponica era un misto di sottomissione (per la divisione in caste), obbedienza militare e svago (erano moltissime le feste religiose e civili durante l’anno) a cui i signori della terra procuravano i beni necessari al loro svolgimento. La città era viva. Nelle botteghe gli italiani videro l’arte del ferro e della spada (un marinaio della «Magenta» fu anche arrestato per aver comprato una katana, pratica vietata agli stranieri), quella delle ceramiche finissime le cui decorazioni includevano anche scene erotiche. Tra le meraviglie di Yokohama i delegati di re Vittorio Emanuele III videro i bonsai, capirono l’arte complessa della loro coltivazione ed i piccoli giardini zen. Al porto videro la caotica e frenetica attività degli uomini di fatica. Seminudi, caricavano e scaricavano le navi con la sola forza delle loro braccia essendo privi di animali da soma o carri merci. Nei vicoli di Yokohama trovarono negozi di animali che, oltre a diverse specie di scimmie addomesticate, gli italiani videro razze canine ignote in Europa, con le fattezze simili a quelle dei cani pechinesi ma totalmente autoctone. Gli europei che frequentavano le case dei dignitari nipponici rimanevano colpiti dalle semplicità dei costumi e degli arredi, la loro sobrietà dovuta anche al fatto che mostrare ricchezza era severamente proibito sotto il dominio degli Shogun. Quello che più colpiva gli stranieri era il contrasto tra una società rigidamente divisa e il senso di solidarietà verso i ceti più bassi. Ai quali erano concessi alcuni vizi molto radicati nella tradizione nipponica, come il teatro popolare e la prostituzione. Era concesso in generale il divorzio, anche se poco praticato per l’alto senso dei Giapponesi di famiglia e onore. Colpivano le donne sposate dei ceti più abbienti, che erano solite dipingersi i denti con uno smalto naturale nero che in caso di separazione dal marito venivano fatti ritornare allo stato originario. La notte un tamburello scandiva l’attività delle ronde degli yakunin, mentre il suono di un fischietto annunciava l’imminente uscita per le strade dei cantastorie ciechi, oggetto quasi di venerazione. I non vedenti, accompagnandosi con gli strumenti tradizionali, allietavano le serate delle famiglie trovato cibo, elemosina ed accoglienza. I ciechi, alla metà dell’ottocento, erano molti perché avevano perso la vista per le conseguenze delle ondate epidemiche di vaiolo. Gli italiani di Arminjon visitarono anche Tokyo (allora Edo o Yeddo) la capitale del morente regno Tokugawa, che all’epoca contava già più di 1,5 milioni di abitanti. A Yeddo fu firmato il trattato con i dignitari di corte. Era il 25 agosto 1866. Prima di suggellare il primo accordo commerciale con il Sol Levante, i rappresentanti italiani mostrarono i doni che avevano tenuto nella stiva della «Magenta». Quasi tutte le regioni dell’Italia unita vi erano rappresentate. Da Torino erano arrivate stoffe, drappi e la cioccolata. Da Milano la seta e l’argenteria, da Bergamo dolci e confetture, da Brescia i fucili da caccia, da Napoli la lava del Vesuvio lavorata con pietre preziose. Non mancò Venezia con i vetri di Murano ed il marmo da Palermo. Poco dopo la firma del documento, ad Arminjon ed i suoi giunse la notizia della sconfitta della Marina italiana a Lissa, dove un compagno di accademia del comandante della spedizione perse la vita. L’Italia chiamò, ed ora nuovamente richiamava. Il panorama fu lo stesso, la città di Yokohama. Se Arminjon lasciò nei suoi diari di viaggio una preziosa testimonianza scritta delle prime impressioni del Giappone moderno un altro Italiano fissò quella terra lontana e ancora sconosciuta grazie ad una delle scoperte tecnologiche più importanti dell’Ottocento: la fotografia. Felice Beato era nato a Venezia (o forse a Corfù) nel 1823. Figlio di commercianti, si trasferì giovane a Londra (dove fu ribattezzato Felix). Si avvicinò presto allo studio della fotografia e, spirito avventuriero, volle trasportare per il mondo la sua apparecchiatura per testimoniare mondi lontani. L’italiano fu considerato il primo fotoreporter di guerra della storia quando nel 1855 documentò le ultime fasi della guerra di Crimea con la caduta di Sebastopoli. Tre anni dopo fu inviato nell’India britannica dove da Calcutta fece base per testimoniare con la fotografia i moti contro il dominio della Compagnia britannica delle Indie e quindi in Cina dove fu impegnato a documentare le fasi della Guerra dell’Oppio. In Giappone arrivò attorno al 1863, tre anni prima di Arminjon e si stabilì nella città di Yokohama assieme alla legazione britannica. Qui aprì il proprio studio fotografico dal quale nacque una vera e propria scuola di fotografia che influenzò gli allievi giapponesi dell’italiano e i coloristi che rendevano le stampe delle vere e proprie opere d’arte. Mentre Arminjon preparava la spedizione del 1866, Beato già scattava le fasi cruciali della guerra civile giapponese. Famosa la serie di scatti realizzati durante la campagna di Shimonoseki alla fine del 1864 ma anche i ritratti della popolazione di Yokohama, posati di uomini e donne, samurai e dignitari, popolani e feste scattati con un gusto che anticipò di un secolo le copertine dei grandi periodici patinati di tutto il mondo.Il suo studio divenne un punto di riferimento per i giovani giapponesi affascinati dalla fotografia dell'italiano. Tra i suoi allievi i più importanti rappresentanti della scuola di Yokohama, Uchida Kuichi, Ogawa Kazumasa, e Kusakabe Kimbei.Beato rimase a Yokohama fino al 1884, quando decise di salpare nuovamente, questa volta per il Sudan, dove testimoniò un'altra guerra coloniale britannica al seguito del barone Garnet Wolseley. Si dice che a causa del suo carattere inquieto ed incline al rischio, il fotografo italo-britannico avesse perso tutta la sua fortuna giocando d'azzardo alla borsa dell'argento di Tokyo. Sicuramente un'eredità, dopo la sua morte avvenuta a Firenze nel 1909, l'ha lasciata. Le sue fotografie del Giappone hanno influenzato notevolmente la passione per l'art japonaise che trionfò in Europa alla fine del secolo Diciannovesimo.
Achille Lauro e Laura Pausini sul palco dell'Ariston (Ansa)
Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.
Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.
Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?
Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.
Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.
Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.
Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.
Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.
Levante 7 Sei tu, la più difficile delle canzoni in gara. Recitata, sussurrata, commossa. Se l’amore sei tu/ Ma ho già perso il controllo/ Non mi segue più il corpo. Un brano romantico vecchia maniera, scritto da sola. Cantautrice ispirata.
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A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
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Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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