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2023-01-19
Gli italiani che videro il Giappone dell'Ottocento
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Felice Beato, Samurai dell'impero Meiji (Getty Images)
Alla metà degli anni Sessanta dell’Ottocento, il Giappone apriva timidamente le porte all’Occidente rompendo secoli di isolamento totale. Un giorno di luglio del 1866, nel porto di Yokohama apparve la sagoma di un veliero a vapore. Era una nave battente bandiera del neonato Regno d’Italia, la pirocorvetta «Magenta», appartenente alla Regia Marina. Ai comandi l’ammiraglio sabaudo Vittorio Arminjon, comandante di lungo corso proveniente dalla Marina francese. Il militare e funzionario di Vittorio Emanuele II era a capo di una spedizione italiana con fini scientifici ma soprattutto commerciali. Il Giappone, ancora in massima parte sconosciuto agli occidentali, era una delle tappe che il vapore fiore all’occhiello della Marina, avrebbe dovuto compiere con un giro del mondo. La tappa nella terra del sol Levante, dopo un lunghissimo viaggio che toccò l’India e la Cocincina francese, aveva uno scopo legato alla situazione economica dei primi anni dopo l’Unità d’Italia. Riguardava la grave crisi che aveva colpito l’industria della seta del Nord Italia a causa dell’epidemia di pebrina, un virus che attaccava mortalmente i bachi portando il comparto, che era secondo per produzione solo alla Cina, vicino al collasso. Per iniziativa dell’allora ministro Alfonso Lamarmora e dell’ ambasciatore a Parigi e uomo di Cavour Costantino Nigra (che era peraltro nipote di un orientalista) furono iniziate le trattative per giungere ad un accordo commerciale tra Italia e Giappone con la speranza di guarire l’industria della seta importandone i bachi esenti dall’epidemia.
Negli stessi mesi il Giappone passava attraverso una gigantesca quanto dolorosa trasformazione politica sociale ed economica, i cui risvolti diedero fuoco alla guerra civile tra il governo degli Shogun dell’era Tokugawa (dittatori militari al potere dall’inizio del XVII secolo) e le forze dell’imperatore e dei feudatari ad esso fedeli. Fu alla fine dell’era degli Shogun (che saranno sconfitti dalla dinastia imperiale Meiji) che la lenta disgregazione del potere permise una prima timida penetrazione delle potenze occidentali a scopi commerciali e la città di Yokohama divenne un porto franco per le legazioni straniere, pur accolte con generale ostilità dal popolo giapponese e confinate nella città portuale e guardate a vista dagli Yakunin, le guardie locali. Fu in questo periodo di forti tensioni che la delegazione di Arminjon e del suo vice, il tenente di vascello Cesare Sanfelice, giunse presso la costa giapponese ammaliata dalla prima vista del Monte sacro, Il Fuji. Le trattative con i rappresentanti del morente regno degli Shogun ebbero tempi lunghi. Per circa un mese i rappresentanti del Regno d’Italia rimasero in attesa di una risposta muovendosi nei dintorni di Yokohama e regalando tramite gli appunti di Arminjon una delle prime descrizioni del Giappone dell’ottocento e del suo popolo, degli usi e dei costumi tanto diversi da quelli italiani. Il primo contatto fu con una schiera di giunche di pescatori che vennero incontro alla «Magenta» alla luce delle lanterne. A casa di Monsieur Roches, un rappresentante del governo francese, Arminjon e i suoi rimasero colpiti dalla semplicità degli ambienti e per la prima volta ebbero modo di vedere la splendida perizia nella falegnameria nella realizzazione dei pannelli divisori e nel trattamento particolare della carta utilizzata al posto del vetro alle finestre. Nei pressi dell’abitazione del francese i delegati italiani conobbero l’arte nipponica del benessere. La zona era infatti caratterizzata da fonti di acqua calda di origine vulcanica, che sapientemente convogliate nei bagni termali, offrivano la possibilità di usufruire del rito del massaggio e dell’idroterapia. Ancora più colpì Arminjon ed i suoi la pratica dell’agopuntura, vista per la prima volta, e quella molto diffusa della pratica del «moxa», oggi nota nel mondo come moxibustione. Si trattava dell’applicazione topica di sigari accesi di artemisia vulgaris allo scopo di riscaldare i punti di agopuntura ed il sangue perché ne beneficiassero gli organi malati. Molti giapponesi all’epoca della spedizione italiana mostravano segni di ustioni per l’applicazione del moxa, tanto che il diffusissimo uso del tatuaggio era dovuto anche alla risoluzione dei problemi estetici creati dalle cicatrici da calore.
L’equipaggio del «Magenta» passò parecchio tempo nel porto franco di Yokohama, la città concessa ai diplomatici e ai rappresentanti commerciali europei e americani. Una città nella città, in quanto era difesa da un fossato che la separava dai quartieri dei nativi, spesso ostili con lo straniero. Negli anni Sessanta del XIX secolo, la presenza di occidentali si attestava attorno alle trecento persone, che eleggevano un rappresentante governativo a rotazione tra le nazionalità presenti. Durante l’attesa per la firma del trattato commerciale, Arminjon e i suoi uomini ebbero modo di conoscere da vicino la vita del Giappone al tramonto dell’era Shogun, una terra ancora dominata da regole feudali tuttavia molto differenti dalle forme viste durante il Medioevo europeo. Più libertaria della società feudale occidentale, quella nipponica era un misto di sottomissione (per la divisione in caste), obbedienza militare e svago (erano moltissime le feste religiose e civili durante l’anno) a cui i signori della terra procuravano i beni necessari al loro svolgimento. La città era viva. Nelle botteghe gli italiani videro l’arte del ferro e della spada (un marinaio della «Magenta» fu anche arrestato per aver comprato una katana, pratica vietata agli stranieri), quella delle ceramiche finissime le cui decorazioni includevano anche scene erotiche. Tra le meraviglie di Yokohama i delegati di re Vittorio Emanuele III videro i bonsai, capirono l’arte complessa della loro coltivazione ed i piccoli giardini zen. Al porto videro la caotica e frenetica attività degli uomini di fatica. Seminudi, caricavano e scaricavano le navi con la sola forza delle loro braccia essendo privi di animali da soma o carri merci. Nei vicoli di Yokohama trovarono negozi di animali che, oltre a diverse specie di scimmie addomesticate, gli italiani videro razze canine ignote in Europa, con le fattezze simili a quelle dei cani pechinesi ma totalmente autoctone. Gli europei che frequentavano le case dei dignitari nipponici rimanevano colpiti dalle semplicità dei costumi e degli arredi, la loro sobrietà dovuta anche al fatto che mostrare ricchezza era severamente proibito sotto il dominio degli Shogun. Quello che più colpiva gli stranieri era il contrasto tra una società rigidamente divisa e il senso di solidarietà verso i ceti più bassi. Ai quali erano concessi alcuni vizi molto radicati nella tradizione nipponica, come il teatro popolare e la prostituzione. Era concesso in generale il divorzio, anche se poco praticato per l’alto senso dei Giapponesi di famiglia e onore. Colpivano le donne sposate dei ceti più abbienti, che erano solite dipingersi i denti con uno smalto naturale nero che in caso di separazione dal marito venivano fatti ritornare allo stato originario. La notte un tamburello scandiva l’attività delle ronde degli yakunin, mentre il suono di un fischietto annunciava l’imminente uscita per le strade dei cantastorie ciechi, oggetto quasi di venerazione. I non vedenti, accompagnandosi con gli strumenti tradizionali, allietavano le serate delle famiglie trovato cibo, elemosina ed accoglienza. I ciechi, alla metà dell’ottocento, erano molti perché avevano perso la vista per le conseguenze delle ondate epidemiche di vaiolo. Gli italiani di Arminjon visitarono anche Tokyo (allora Edo o Yeddo) la capitale del morente regno Tokugawa, che all’epoca contava già più di 1,5 milioni di abitanti. A Yeddo fu firmato il trattato con i dignitari di corte. Era il 25 agosto 1866. Prima di suggellare il primo accordo commerciale con il Sol Levante, i rappresentanti italiani mostrarono i doni che avevano tenuto nella stiva della «Magenta». Quasi tutte le regioni dell’Italia unita vi erano rappresentate. Da Torino erano arrivate stoffe, drappi e la cioccolata. Da Milano la seta e l’argenteria, da Bergamo dolci e confetture, da Brescia i fucili da caccia, da Napoli la lava del Vesuvio lavorata con pietre preziose. Non mancò Venezia con i vetri di Murano ed il marmo da Palermo. Poco dopo la firma del documento, ad Arminjon ed i suoi giunse la notizia della sconfitta della Marina italiana a Lissa, dove un compagno di accademia del comandante della spedizione perse la vita. L’Italia chiamò, ed ora nuovamente richiamava.
Il panorama fu lo stesso, la città di Yokohama. Se Arminjon lasciò nei suoi diari di viaggio una preziosa testimonianza scritta delle prime impressioni del Giappone moderno un altro Italiano fissò quella terra lontana e ancora sconosciuta grazie ad una delle scoperte tecnologiche più importanti dell’Ottocento: la fotografia. Felice Beato era nato a Venezia (o forse a Corfù) nel 1823. Figlio di commercianti, si trasferì giovane a Londra (dove fu ribattezzato Felix). Si avvicinò presto allo studio della fotografia e, spirito avventuriero, volle trasportare per il mondo la sua apparecchiatura per testimoniare mondi lontani. L’italiano fu considerato il primo fotoreporter di guerra della storia quando nel 1855 documentò le ultime fasi della guerra di Crimea con la caduta di Sebastopoli. Tre anni dopo fu inviato nell’India britannica dove da Calcutta fece base per testimoniare con la fotografia i moti contro il dominio della Compagnia britannica delle Indie e quindi in Cina dove fu impegnato a documentare le fasi della Guerra dell’Oppio. In Giappone arrivò attorno al 1863, tre anni prima di Arminjon e si stabilì nella città di Yokohama assieme alla legazione britannica. Qui aprì il proprio studio fotografico dal quale nacque una vera e propria scuola di fotografia che influenzò gli allievi giapponesi dell’italiano e i coloristi che rendevano le stampe delle vere e proprie opere d’arte. Mentre Arminjon preparava la spedizione del 1866, Beato già scattava le fasi cruciali della guerra civile giapponese. Famosa la serie di scatti realizzati durante la campagna di Shimonoseki alla fine del 1864 ma anche i ritratti della popolazione di Yokohama, posati di uomini e donne, samurai e dignitari, popolani e feste scattati con un gusto che anticipò di un secolo le copertine dei grandi periodici patinati di tutto il mondo.Il suo studio divenne un punto di riferimento per i giovani giapponesi affascinati dalla fotografia dell'italiano. Tra i suoi allievi i più importanti rappresentanti della scuola di Yokohama, Uchida Kuichi, Ogawa Kazumasa, e Kusakabe Kimbei.
Beato rimase a Yokohama fino al 1884, quando decise di salpare nuovamente, questa volta per il Sudan, dove testimoniò un'altra guerra coloniale britannica al seguito del barone Garnet Wolseley. Si dice che a causa del suo carattere inquieto ed incline al rischio, il fotografo italo-britannico avesse perso tutta la sua fortuna giocando d'azzardo alla borsa dell'argento di Tokyo. Sicuramente un'eredità, dopo la sua morte avvenuta a Firenze nel 1909, l'ha lasciata. Le sue fotografie del Giappone hanno influenzato notevolmente la passione per l'art japonaise che trionfò in Europa alla fine del secolo Diciannovesimo.
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Vittorio Arminjon e Felice Beato. Pionieri di un mondo fino ad allora isolato e ignoto, lasciarono incredibili testimonianze sul tramonto del Giappone feudale che si apriva dopo secoli di isolamento all'Occidente e ai commerci.Alla metà degli anni Sessanta dell’Ottocento, il Giappone apriva timidamente le porte all’Occidente rompendo secoli di isolamento totale. Un giorno di luglio del 1866, nel porto di Yokohama apparve la sagoma di un veliero a vapore. Era una nave battente bandiera del neonato Regno d’Italia, la pirocorvetta «Magenta», appartenente alla Regia Marina. Ai comandi l’ammiraglio sabaudo Vittorio Arminjon, comandante di lungo corso proveniente dalla Marina francese. Il militare e funzionario di Vittorio Emanuele II era a capo di una spedizione italiana con fini scientifici ma soprattutto commerciali. Il Giappone, ancora in massima parte sconosciuto agli occidentali, era una delle tappe che il vapore fiore all’occhiello della Marina, avrebbe dovuto compiere con un giro del mondo. La tappa nella terra del sol Levante, dopo un lunghissimo viaggio che toccò l’India e la Cocincina francese, aveva uno scopo legato alla situazione economica dei primi anni dopo l’Unità d’Italia. Riguardava la grave crisi che aveva colpito l’industria della seta del Nord Italia a causa dell’epidemia di pebrina, un virus che attaccava mortalmente i bachi portando il comparto, che era secondo per produzione solo alla Cina, vicino al collasso. Per iniziativa dell’allora ministro Alfonso Lamarmora e dell’ ambasciatore a Parigi e uomo di Cavour Costantino Nigra (che era peraltro nipote di un orientalista) furono iniziate le trattative per giungere ad un accordo commerciale tra Italia e Giappone con la speranza di guarire l’industria della seta importandone i bachi esenti dall’epidemia. Negli stessi mesi il Giappone passava attraverso una gigantesca quanto dolorosa trasformazione politica sociale ed economica, i cui risvolti diedero fuoco alla guerra civile tra il governo degli Shogun dell’era Tokugawa (dittatori militari al potere dall’inizio del XVII secolo) e le forze dell’imperatore e dei feudatari ad esso fedeli. Fu alla fine dell’era degli Shogun (che saranno sconfitti dalla dinastia imperiale Meiji) che la lenta disgregazione del potere permise una prima timida penetrazione delle potenze occidentali a scopi commerciali e la città di Yokohama divenne un porto franco per le legazioni straniere, pur accolte con generale ostilità dal popolo giapponese e confinate nella città portuale e guardate a vista dagli Yakunin, le guardie locali. Fu in questo periodo di forti tensioni che la delegazione di Arminjon e del suo vice, il tenente di vascello Cesare Sanfelice, giunse presso la costa giapponese ammaliata dalla prima vista del Monte sacro, Il Fuji. Le trattative con i rappresentanti del morente regno degli Shogun ebbero tempi lunghi. Per circa un mese i rappresentanti del Regno d’Italia rimasero in attesa di una risposta muovendosi nei dintorni di Yokohama e regalando tramite gli appunti di Arminjon una delle prime descrizioni del Giappone dell’ottocento e del suo popolo, degli usi e dei costumi tanto diversi da quelli italiani. Il primo contatto fu con una schiera di giunche di pescatori che vennero incontro alla «Magenta» alla luce delle lanterne. A casa di Monsieur Roches, un rappresentante del governo francese, Arminjon e i suoi rimasero colpiti dalla semplicità degli ambienti e per la prima volta ebbero modo di vedere la splendida perizia nella falegnameria nella realizzazione dei pannelli divisori e nel trattamento particolare della carta utilizzata al posto del vetro alle finestre. Nei pressi dell’abitazione del francese i delegati italiani conobbero l’arte nipponica del benessere. La zona era infatti caratterizzata da fonti di acqua calda di origine vulcanica, che sapientemente convogliate nei bagni termali, offrivano la possibilità di usufruire del rito del massaggio e dell’idroterapia. Ancora più colpì Arminjon ed i suoi la pratica dell’agopuntura, vista per la prima volta, e quella molto diffusa della pratica del «moxa», oggi nota nel mondo come moxibustione. Si trattava dell’applicazione topica di sigari accesi di artemisia vulgaris allo scopo di riscaldare i punti di agopuntura ed il sangue perché ne beneficiassero gli organi malati. Molti giapponesi all’epoca della spedizione italiana mostravano segni di ustioni per l’applicazione del moxa, tanto che il diffusissimo uso del tatuaggio era dovuto anche alla risoluzione dei problemi estetici creati dalle cicatrici da calore. L’equipaggio del «Magenta» passò parecchio tempo nel porto franco di Yokohama, la città concessa ai diplomatici e ai rappresentanti commerciali europei e americani. Una città nella città, in quanto era difesa da un fossato che la separava dai quartieri dei nativi, spesso ostili con lo straniero. Negli anni Sessanta del XIX secolo, la presenza di occidentali si attestava attorno alle trecento persone, che eleggevano un rappresentante governativo a rotazione tra le nazionalità presenti. Durante l’attesa per la firma del trattato commerciale, Arminjon e i suoi uomini ebbero modo di conoscere da vicino la vita del Giappone al tramonto dell’era Shogun, una terra ancora dominata da regole feudali tuttavia molto differenti dalle forme viste durante il Medioevo europeo. Più libertaria della società feudale occidentale, quella nipponica era un misto di sottomissione (per la divisione in caste), obbedienza militare e svago (erano moltissime le feste religiose e civili durante l’anno) a cui i signori della terra procuravano i beni necessari al loro svolgimento. La città era viva. Nelle botteghe gli italiani videro l’arte del ferro e della spada (un marinaio della «Magenta» fu anche arrestato per aver comprato una katana, pratica vietata agli stranieri), quella delle ceramiche finissime le cui decorazioni includevano anche scene erotiche. Tra le meraviglie di Yokohama i delegati di re Vittorio Emanuele III videro i bonsai, capirono l’arte complessa della loro coltivazione ed i piccoli giardini zen. Al porto videro la caotica e frenetica attività degli uomini di fatica. Seminudi, caricavano e scaricavano le navi con la sola forza delle loro braccia essendo privi di animali da soma o carri merci. Nei vicoli di Yokohama trovarono negozi di animali che, oltre a diverse specie di scimmie addomesticate, gli italiani videro razze canine ignote in Europa, con le fattezze simili a quelle dei cani pechinesi ma totalmente autoctone. Gli europei che frequentavano le case dei dignitari nipponici rimanevano colpiti dalle semplicità dei costumi e degli arredi, la loro sobrietà dovuta anche al fatto che mostrare ricchezza era severamente proibito sotto il dominio degli Shogun. Quello che più colpiva gli stranieri era il contrasto tra una società rigidamente divisa e il senso di solidarietà verso i ceti più bassi. Ai quali erano concessi alcuni vizi molto radicati nella tradizione nipponica, come il teatro popolare e la prostituzione. Era concesso in generale il divorzio, anche se poco praticato per l’alto senso dei Giapponesi di famiglia e onore. Colpivano le donne sposate dei ceti più abbienti, che erano solite dipingersi i denti con uno smalto naturale nero che in caso di separazione dal marito venivano fatti ritornare allo stato originario. La notte un tamburello scandiva l’attività delle ronde degli yakunin, mentre il suono di un fischietto annunciava l’imminente uscita per le strade dei cantastorie ciechi, oggetto quasi di venerazione. I non vedenti, accompagnandosi con gli strumenti tradizionali, allietavano le serate delle famiglie trovato cibo, elemosina ed accoglienza. I ciechi, alla metà dell’ottocento, erano molti perché avevano perso la vista per le conseguenze delle ondate epidemiche di vaiolo. Gli italiani di Arminjon visitarono anche Tokyo (allora Edo o Yeddo) la capitale del morente regno Tokugawa, che all’epoca contava già più di 1,5 milioni di abitanti. A Yeddo fu firmato il trattato con i dignitari di corte. Era il 25 agosto 1866. Prima di suggellare il primo accordo commerciale con il Sol Levante, i rappresentanti italiani mostrarono i doni che avevano tenuto nella stiva della «Magenta». Quasi tutte le regioni dell’Italia unita vi erano rappresentate. Da Torino erano arrivate stoffe, drappi e la cioccolata. Da Milano la seta e l’argenteria, da Bergamo dolci e confetture, da Brescia i fucili da caccia, da Napoli la lava del Vesuvio lavorata con pietre preziose. Non mancò Venezia con i vetri di Murano ed il marmo da Palermo. Poco dopo la firma del documento, ad Arminjon ed i suoi giunse la notizia della sconfitta della Marina italiana a Lissa, dove un compagno di accademia del comandante della spedizione perse la vita. L’Italia chiamò, ed ora nuovamente richiamava. Il panorama fu lo stesso, la città di Yokohama. Se Arminjon lasciò nei suoi diari di viaggio una preziosa testimonianza scritta delle prime impressioni del Giappone moderno un altro Italiano fissò quella terra lontana e ancora sconosciuta grazie ad una delle scoperte tecnologiche più importanti dell’Ottocento: la fotografia. Felice Beato era nato a Venezia (o forse a Corfù) nel 1823. Figlio di commercianti, si trasferì giovane a Londra (dove fu ribattezzato Felix). Si avvicinò presto allo studio della fotografia e, spirito avventuriero, volle trasportare per il mondo la sua apparecchiatura per testimoniare mondi lontani. L’italiano fu considerato il primo fotoreporter di guerra della storia quando nel 1855 documentò le ultime fasi della guerra di Crimea con la caduta di Sebastopoli. Tre anni dopo fu inviato nell’India britannica dove da Calcutta fece base per testimoniare con la fotografia i moti contro il dominio della Compagnia britannica delle Indie e quindi in Cina dove fu impegnato a documentare le fasi della Guerra dell’Oppio. In Giappone arrivò attorno al 1863, tre anni prima di Arminjon e si stabilì nella città di Yokohama assieme alla legazione britannica. Qui aprì il proprio studio fotografico dal quale nacque una vera e propria scuola di fotografia che influenzò gli allievi giapponesi dell’italiano e i coloristi che rendevano le stampe delle vere e proprie opere d’arte. Mentre Arminjon preparava la spedizione del 1866, Beato già scattava le fasi cruciali della guerra civile giapponese. Famosa la serie di scatti realizzati durante la campagna di Shimonoseki alla fine del 1864 ma anche i ritratti della popolazione di Yokohama, posati di uomini e donne, samurai e dignitari, popolani e feste scattati con un gusto che anticipò di un secolo le copertine dei grandi periodici patinati di tutto il mondo.Il suo studio divenne un punto di riferimento per i giovani giapponesi affascinati dalla fotografia dell'italiano. Tra i suoi allievi i più importanti rappresentanti della scuola di Yokohama, Uchida Kuichi, Ogawa Kazumasa, e Kusakabe Kimbei.Beato rimase a Yokohama fino al 1884, quando decise di salpare nuovamente, questa volta per il Sudan, dove testimoniò un'altra guerra coloniale britannica al seguito del barone Garnet Wolseley. Si dice che a causa del suo carattere inquieto ed incline al rischio, il fotografo italo-britannico avesse perso tutta la sua fortuna giocando d'azzardo alla borsa dell'argento di Tokyo. Sicuramente un'eredità, dopo la sua morte avvenuta a Firenze nel 1909, l'ha lasciata. Le sue fotografie del Giappone hanno influenzato notevolmente la passione per l'art japonaise che trionfò in Europa alla fine del secolo Diciannovesimo.
Il silenzio che precede il suo intervento è carico di significati politici: la sua ascesa ai vertici del sistema iraniano segnala che l’establishment religioso ha deciso di imboccare apertamente la strada dello scontro con Stati Uniti e Israele. Donald Trump avrebbe detto ai suoi collaboratori di essere disposto ad appoggiare l’uccisione della nuova Guida suprema iraniana, qualora questi si rifiutasse di accogliere le richieste degli Stati Uniti, tra cui la sospensione dello sviluppo del programma nucleare iraniano. Lo riportano al Wall Street Journal funzionari attuali e passati della Casa Bianca. A Washington la nomina di Khamenei è considerata la scelta peggiore possibile, decisa direttamente dai Pasdaran. Secondo le stesse fonti, Israele sarebbe pronto a condurre operazioni mirate contro il nuovo leader, in modalità simili a quelle che hanno portato all’uccisione del predecessore, Ali Khamenei, e sua moglie.
La scelta di puntare su Mojtaba Khamenei, figura da anni molto vicina ai vertici del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e agli apparati di sicurezza, rappresenta un messaggio chiaro: il potere iraniano ha optato per una linea di continuità dura, pronta a sostenere il confronto internazionale anche a costo di devastare il Paese. La sua designazione segna inoltre la definitiva sconfitta delle correnti riformiste che, negli ultimi anni, avevano tentato senza successo di rallentare o bloccare il percorso che lo avrebbe portato alla guida dello Stato. Una parte significativa del clero sciita guarda inoltre con sospetto alla sua nomina, poiché Mojtaba non possiede il percorso accademico religioso tradizionalmente richiesto per ottenere il titolo di ayatollah.
Secondo diversi analisti, il nuovo leader adotterà un atteggiamento particolarmente aggressivo nei confronti dell’Occidente e lo stesso farà con gli strumenti di controllo interno. Una prospettiva che lascia prevedere un giro di vite ancora più duro rispetto alla stagione repressiva del padre. Nonostante abbia sempre mantenuto un profilo pubblico relativamente basso, Mojtaba Khamenei è da tempo considerato un sostenitore della linea della sicurezza totale contro qualsiasi forma di dissenso. Durante le proteste del Movimento Verde del 2009, numerosi osservatori lo indicarono come uno dei principali supervisori della repressione contro i manifestanti. In quelle settimane il suo nome divenne uno dei bersagli più odiati della piazza: «Mojtaba, possa tu morire prima di diventare leader», gridavano i dimostranti. Anche durante le mobilitazioni del 2022, i media vicini al potere lo hanno indicato come uno degli uomini chiave per garantire la stabilità del sistema. I suoi sostenitori - che includono esponenti dei Pasdaran, membri dei paramilitari Basij, religiosi ultraconservatori di Qom e funzionari legati all’ufficio della Guida Suprema - lo descrivono come un uomo riservato, profondamente religioso e con una conoscenza dettagliata degli apparati di sicurezza che parla fluentemente l’inglese. La rete di relazioni costruita da Mojtaba affonda le radici negli anni della sua giovinezza.
Durante la guerra Iran-Iraq prestò servizio nel battaglione Habib delle Guardie rivoluzionarie, un’unità militare dalla quale sarebbero poi emersi numerosi comandanti di alto rango, tra cui Esmail Kowsari. Ma dietro le tensioni politiche che hanno accompagnato la sua ascesa esiste anche un altro elemento, molto più concreto. Non si tratta soltanto di dottrina religiosa o equilibri di potere. In gioco c’è il controllo di uno dei sistemi economici più oscuri dell’intero Medio Oriente. Il centro di questo sistema è il Setad, acronimo persiano di «Sede esecutiva dell’Ordine dell’Imam».
La fondazione fu istituita nel 1989 su ordine di Khomeini con l’obiettivo ufficiale di amministrare i beni confiscati dopo la rivoluzione del 1979. Nel tempo si è trasformata in una gigantesca holding con interessi in quasi ogni comparto dell’economia iraniana: immobili, telecomunicazioni, banche, assicurazioni, agricoltura, energia e industria. Un’inchiesta pubblicata nel 2013 stimò il valore di questo impero economico in circa 95 miliardi di dollari. Oggi quella cifra, secondo diverse valutazioni, avrebbe superato i 200 miliardi. Il potere finanziario legato alla nuova Guida suprema non si limiterebbe però all’Iran.
Mojtaba Khamenei sarebbe infatti associato a un vasto patrimonio immobiliare nel Regno Unito. Undici residenze nel quartiere londinese di Hampstead, noto come «la strada dei miliardari», e due appartamenti di lusso vicino a Kensington Palace sarebbero stati acquistati tra il 2013 e il 2016 con proventi del petrolio iraniano venduto aggirando le sanzioni. Gli immobili risultano intestati all’imprenditore Ali Ansari, ritenuto vicino alla famiglia Khamenei e sospettato di aver agito da prestanome. Le due proprietà di Kensington, del valore di circa 60 milioni di euro e situate a pochi metri dall’ambasciata israeliana, hanno alimentato anche sospetti di possibili attività di intelligence.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 10 marzo con Carlo Cambi
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
L’ipotesi più probabile è che si stia lavorando ad un pacchetto ampio per sterilizzare l’emergenza prezzi dovuta all’attacco all’Iran. Quindi non solo accise mobile come già annunciato dal premier Giorgia Meloni. Su questo l’esecutivo è al lavoro da giorni. Ieri al Mimit il ministro Adolfo Urso ha convocato una cabina di regia urgente della Commissione allerta rapida con il ministero dell’Economia e delle finanze, il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, la Guardia di Finanza, Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis) della presidenza del Consiglio dei Ministri, dell’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (Arera), dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) e dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Adm). Ore di riunione per un’analisi dell’andamento dei prezzi dei prodotti petroliferi e per fornire immediati riscontri al governo che è al lavoro per verificare la necessità di eventuali interventi e la loro natura, soprattutto nell’ipotesi in cui dovesse continuare il fenomeno della speculazione sui prezzi. La cabina di regia ha osservato che «i prezzi medi applicati alla pompa sono aumentati più dei prezzi consigliati dalle compagnie di riferimento. Una dinamica che sarà ora oggetto di controlli mirati nell’ambito del piano operativo attivato nei giorni scorsi».
Per quanto riguarda l’ipotesi accise, dal marzo 2023 è prevista, «ai fini della tutela del cittadino consumatore», la possibilità, con decreto del ministro dell’Economia e delle finanze, di concerto con il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, di disporre una riduzione delle aliquote di accisa sui prodotti energetici usati come carburanti o combustibili per riscaldamento per usi civili, a fronte delle maggiori entrate Iva derivanti dalle variazioni di prezzo internazionale del petrolio greggio. Questo meccanismo può essere attivato se il prezzo aumenta, sulla media del mese precedente, rispetto al valore di riferimento, espresso in euro, indicato nell’ultimo Documento di economia e finanza o nella relativa Nota di aggiornamento presentati alle Camere. Il presidente della Federazione italiana gestori carburanti e affini (Fegica), Roberto Di Vincenzo, ha spiegato che però c’è un problema perché il meccanismo «non prevede una rapida applicazione con un decreto interministeriale, ma l’analisi del benchmark di un differenziale fra i due mesi precedenti, per capire se lo scostamento possa giustificare un un’applicazione. So che stanno facendo dei calcoli e probabilmente domani (oggi, ndr) in consiglio dei ministri arriveranno con questa proposta, anche perché con un prezzo del gasolio a 2 euro l’Iva è salita quasi di 10 centesimi; quindi, sarebbe immediatamente fruibile a gettito invariato». Oggi in cdm ogni ministero porterà la sua proposta di intervento. Sul tavolo potrebbe esserci anche la presentazione di un pezzo del piano casa.
Il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che sta lavorando alla possibilità di eventuali coperture per tamponare l’emergenza prezzi dell’energia coglie un altro aspetto dell’emergenza: «L’Italia è leader in Europa per produzione manifatturiera ma non ha indipendenza energetica: un mix che in momenti di crisi come quello che stiamo vivendo diventa pericoloso. L’instabilità energetica mette a rischio non solo la competitività delle nostre aziende ma anche la nostra sicurezza economica». E poi avverte: «Per l’Europa non ci sono le condizioni d’emergenza e invece per noi dovrebbe valutare l’adozione di misure straordinarie, sulla scia di quelle adottate nel 2022 all’indomani dell’attacco russo contro l’Ucraina. Agire subito stoppando i prezzi dell’energia prima che si diffondano su tutti i beni di consumo come nel 2022».
Intanto la Lega ha presentato alcuni emendamenti per migliorare il decreto bollette promossi dal viceministro del Mase, Vannia Gava. Si lavora su accise e sulle centrali a carbone. Si interviene sull’idroelettrico per consentire alle Regioni di riassegnare le concessioni scadute. Sul biogas la Lega propone di evitare il taglio degli incentivi, perché un taglio metterebbe a rischio la sostenibilità economica degli impianti esistenti, con la concreta possibilità di chiusura di oltre mille strutture, mentre il beneficio sulla bolletta sarebbe marginale, poco più di un euro. Infine su riserve e stoccaggi un emendamento propone la soppressione dell’articolo 9, che prevedeva la vendita di parte del gas stoccato nel 2022 per finanziare riduzioni temporanee di alcune componenti tariffarie, anche qui l’impatto sarebbe marginale.
E mentre si lavora sulle ripercussioni economiche della guerra rispunta Francesco Saverio Garofani, il consigliere del Colle beccato dalla Verità a una cena di tifosi della Roma a Terrazza Borromini, mentre parlava di eventuali scenari per far cadere il governo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha infatti convocato il Consiglio supremo di Difesa per venerdì alle 10. Ordine del giorno: la guerra in Iran e in Medioriente. Come prevedibile. Alla riunione da prassi parteciperanno sia Garofani che Meloni, nella prima riunione ufficiale dopo i fatti di Terrazza Borromini.
Sui tassi arriva una doppia mazzata
La guerra in Iran e l’impennata dei prezzi dell’energia hanno riaperto, in poche sedute, un capitolo che i mercati sembravano aver già chiuso: la possibilità che il 2026 non sia l’anno dei tagli, ma di nuovi rialzi dei tassi da parte della Bce. La catena di cause che ha scatenato tutto è chiara: shock geopolitico, premio per il rischio sulle materie prime, aspettative d’inflazione in salita e rendimenti obbligazionari sotto pressione.
Il detonatore, sia chiaro, è l’energia. Il Brent è balzato ieri fino a ridosso dei 120 dollari al barile, massimo da metà 2022, mentre la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz – snodo cruciale per una quota stimata intorno a un quinto dei flussi globali di petrolio e Gnl – ha congelato parte dei traffici e alzato il costo dell’assicurazione del rischio. Nel Golfo, poi, tagli di produzione e catene logistiche sotto scacco hanno reso più credibile lo scenario di un’offerta meno elastica. Anche il gas europeo (Ttf) è tornato a muoversi in modo violento, con rialzi giornalieri a doppia cifra.
Il riprezzamento è diventato nitido anche sui derivati: gli swap indicizzati alle scadenze di policy della Bce implicano ora circa il 70% di probabilità di due rialzi da 25 punti base nel 2026 scrive Bloomberg, contro l’unico rialzo che solo fino a venerdì scorso si riteneva plausibile quest’anno. Un primo aumento risulta dunque interamente prezzato entro luglio. In più, un altro rialzo potrebbe arrivare verso la fine dell’anno.
Per la Banca centrale europea il dilemma è chiaro: «guardare oltre» un puro shock dell’offerta di energia, oppure reagire al più presto per evitare che l’energia si trasformi in inflazione persistente attraverso salari e servizi. La Bce ha confermato il 5 febbraio i tassi (con quelli sui depositi al 2%), ribadendo un approccio guidato dai dati («data-dependent»), con una prudente riduzione del costo del denaro a fronte di un’inflazione in calo verso l’obiettivo del 2%.
Ora, molti economisti avvertono che, sei i mercati reagiranno a questa crisi in modo eccessivo, questo potrebbe comportare un rischio per l’economia del Vecchio Continente: una stretta aggressiva su uno shock energetico potrebbe peggiorare la crescita senza spegnere la componente importata dell’inflazione. Ma, se i prezzi restano elevati a lungo, l’impatto sull’inflazione potrebbe valere fino a circa un punto percentuale aggiuntivo, riaprendo anche lo spettro della stagflazione. Il punto è che il 2022 (in cui l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia aveva spaventato non poco i mercati energetici) ha lasciato cicatrici di incertezza: oggi, però, la tolleranza per un nuovo shock energetico sembra più bassa.
Sul fronte politico, il G7 discute l’eventuale ricorso alle riserve strategiche coordinato dall’Agenzia internazionale dell’energia. Una mossa del genere potrebbe attenuare la corsa dei prezzi e comprare tempo, ma non cancella il rischio geopolitico: la variabile decisiva resta la durata del conflitto, la tenuta delle rotte energetiche e la capacità di evitare che il rialzo dell’energia diventi inflazione strutturale.
Ora, insomma, la Bce è a un bivio: tagliare i tassi ne minerebbe probabilmente la credibilità, alzarli rischierebbe di frenare la crescita. Lo stesso vale anche per la Banca centrale inglese e, più in generale, per tutti i mercati europei. Quello che è certo è che, senza una soluzione immediata, per le tasche dei cittadini europei rischia di tornare lo spettro di una inflazione al galoppo.
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Un attacco aereo israeliano colpisce il quartiere di Dahiyeh, nella zona sud di Beirut (Ansa)
Lo scontro contro gli alleati dell’Iran ha causato 486 morti soltanto nell’ultima settimana, tra i quali 83 bambini e 42 donne, secondo quanto dichiarato ieri sera dal ministro della Sanità libanese, Rakan Nassereddine. Tra i morti di ieri figura anche Padre Pierre El Raii, parroco maronita di Qlayaa, località del Sud del Libano. L’ultima zona colpita da Tel Aviv è l’area costiera di Tiro, dove sono dispiegate anche forze dell’esercito nazionale libanese e dove i bombardamenti sono caduti su alcuni centri abitati causando la distruzione di case, infrastrutture e reti di servizi essenziali e almeno undici morti con decine di feriti. Un’altra area costantemente sotto attacco è quella di Dahieh, nella periferia Sud della capitale, roccaforte di Ezbollah che ospita mezzo milione di persone.
Israele ha emanato una serie di ordini di evacuazione soprattutto a Dahieh, a Sud e nella Bekaa, provocando diverse centinaia di migliaia di sfollati. Human Rights Watch ha accusato Tel Aviv di aver usato armi al fosforo bianco in Libano, nelle aree residenziali nella città di Yohmor, ma l’Idf ha dichiarato di non essere a conoscenza di questi fatti e non poter confermare l’utilizzo di munizioni contenenti fosforo bianco nel Paese dei Cedri. Il portavoce dell’esercito ha detto non di aver visionato le immagini utilizzate da Human Rights Watch e di non poter quindi rilasciare dichiarazioni in merito al caso, anche se l’Idf, come molti eserciti occidentali, possiede proiettili contenenti fosforo bianco in quantità legale secondo il diritto internazionale.
Intanto Hezbollah ha giurato fedeltà alla nuova Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, che succede al padre, l’ayatollah Ali Khamenei. In una nota, il movimento sciita filoiraniano ha promesso la sua lealtà e ribadito la sua incrollabile fedeltà sostenendo che questa decisione invia un messaggio a Stati Uniti e Israele: l’Iran non si lascerà intimidire dal terrorismo degli aggressori e dai tentativi di indebolire la rivoluzione. Un attacco missilistico di Hezbollah nel centro di Israele, inoltre, ha provocato 16 feriti.
Mentre sul terreno si continua a combattere, il presidente libanese Joseph Aoun, in un’intervista pubblicata dal quotidiano L’Orient-Le Jour, il principale quotidiano in lingua francese, ha detto che il governo è pronto a riprendere il negoziato con Israele per arrivare a una pace solida, duratura ed efficace, fondata sulla formula «terra in cambio di pace». Il Libano avrebbe già informato le Nazioni Unite e le maggiori potenze di essere pronto a un confronto con Israele per evitare l’escalation (secondo i media americani, è stato chiesto di mediare all’amministrazione Trump). Il leader cristiano maronita ha definito gli attacchi contro l’esercito libanese inaccettabili, sorprendenti e sospetti, accusando contemporaneamente Hezbollah di volere la distruzione di Beirut. «La decisione sulla guerra e sulla pace deve restare prerogativa esclusiva dello stato libanese e ci impegniamo nel continuare il disarmo di Hezbollah», ha concluso Joseph Aoun.
Anche il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen hanno espresso la loro profonda preoccupazione per l’impatto della crisi regionale sul Libano e per le gravi conseguenze sui civili e sui delicati equilibri mediorientali.
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