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2022-07-11
Mondiali 1982: l'Italia sul tetto del mondo
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Madrid, 11 luglio 1982. L'Italia è campione del mondo per la terza volta (Getty Images)
Il silenzio assordante dell’attesa sceso sull’Italia illuminata dalla luce tremola di milioni di televisori (molti ancora in bianco e nero) fu rotto finalmente dai tre fischi dell’arbitro brasiliano Arnaldo César Celho, seguiti pochi istanti dopo da una frase ripetuta tre volte dallo storico telecronista Nando Martellini: «campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo!». A questa sequenza quasi cabalistica, che ebbe inizio alle ore 21:48 di domenica 11 luglio 1982, si aggiungeva un altro «numero tre»: quello dei mondiali di calcio vinti dalla Nazionale italiana, dopo i lontanissimi successi del 1934 e 1938. E tre furono anche le reti segnate dall’Italia contro la finalista Germania Ovest da Paolo Rossi, Marco Tardelli e Alessandro «Spillo» Altobelli. Davanti a 90.000 spettatori seduti sugli spalti del tempio del calcio, il Santiago Bernabeu di Madrid, i fotogrammi di quella serata epica si fissarono definitivamente nella memoria collettiva degli Italiani, segnando uno spartiacque ideale tra la coda degli anni Settanta e un decennio appena agli albori, quello del «secondo miracolo economico» degli anni Ottanta.
Come per il Paese, il cammino verso il trionfo per gli azzurri di Enzo Bearzot fu tutt’altro che una passeggiata. Era cominciato, anzi, tra i peggiori auspici. Le scelte del «Vecio» sulla rosa di giocatori da portare ai mondiali non era stata apprezzata da molti tifosi e anche dai giornali. Si criticavano soprattutto le esclusioni del bomber della Roma Roberto Pruzzo (era stato capocannoniere in campionato per due anni di seguito) e del nerazzurro Evaristo Beccalossi, reduce da quella che fu forse la sua migliore stagione. Nonostante le proteste il Ct friulano classe 1927 fu duro come le rocce della Carnia. Il mondiale si giocò con «Pablito» Rossi, un attaccante che come l’Italia aveva bisogno di riscatto dagli anni più duri, quelli della squalifica seguita allo scandalo del calcio scommesse. Molta Juve campione d’Italia nella rosa di Bearzot, niente Milan (annientato dagli anni bui della serie B ad eccezione dell’uscente Fulvio Collovati che sarebbe passato ai nerazzurri dalla stagione successiva).
Così come doloroso fu il cammino del Paese segnato da anni di violenze e lutti, anche per la Nazionale del 1982 il percorso fu segnato da un’inizio di passione. La fase a gironi fu tutt’altro che esaltante e l’Italia rischiò di fare le valigie anzitempo, prima che un cambio di passo prendesse il sopravvento nelle partite successive. Un po’ come l’Italia dei primi anni Ottanta, dove a Palazzo Chigi per la prima volta dal dopoguerra sedeva un Presidente del Consiglio non democristiano, Giovanni Spadolini, alla guida di un’Italia prostrata da una situazione economica molto allarmante, in primis per la galoppata dell’inflazione che pareva non arrestarsi mai, raggiungendo nell’anno del Mundial di Spagna il tasso astronomico del 17%, con i Tedeschi che, sconfitti in finale, avevano vinto la partita dei Bund volati a quasi 1200 punti base. L’economia e il pil segnavano una netta recessione, il mondo del lavoro era segnato dalla lotta estenuante tra il Governo e i sindacati sulla scala mobile. Le Brigate Rosse, erose dall’azione degli uomini di Carlo Alberto Dalla Chiesa (assassinato appena due mesi dopo la finale di Madrid) battevano gli ultimi colpi di coda spargendo altro sangue. Il corpo senza vita del banchiere Roberto Calvi fu trovato sotto il ponte dei Black Friars a Londra il giorno in cui l’Italia di Bearzot a Vigo pareggiava faticosamente con il Perù (1-1, rete di Bruno Conti). La situazione internazionale non era migliore di quella italiana: terminata le guerra della Falkland, scoppiava la crisi in Libano. Il 6 giugno 1982 l’esercito israeliano invase la zona meridionale del Paese in risposta agli attacchi degli anni precedenti al territorio di Israele da parte di uomini dell’Olp di stanza nella terra dei cedri. Superata la fase a gironi dopo un altro pareggio, questa volta con il Camerun (altro 1-1 con rete di Ciccio Graziani), l’Italia scollinò. Il 29 giugno i ragazzi di Bearzot battevano l’Argentina del «pibe de oro» Maradona per 2-1 con reti degli «adoni» d’Italia Tardelli e Cabrini, mentre nel mondo iniziava a profilarsi l’intervento dell’Onu in Libano e a Buenos Aires, delusa dalla sconfitta dei biancocelesti e dalla sconfitta nella guerra delle Falkland, ritornava per l’ultima volta una giunta militare guidata dal generale Reynaldo Benito Bignone, l’uomo della transizione alla democrazia.
Dopo una pausa di sei giorni, l’Italia ritornò in campo contro la squadra favorita, il Brasile della «Seleçao» di Socrates, Zico e del romanista Falçao. Fu la partita della tripletta del rinato Paolo Rossi, determinante per battere i carioca che per due volte recuperarono lo svantaggio inutilmente e che ricorderanno per sempre la sera del 5 luglio 1982 come una sconfitta in battaglia, nota in Brasile come la «tragedia del Sarrià» dal nome della stadio di Barcellona dove si giocò quello che per molti fu considerato il match del secolo, il cui risultato fu assicurato negli ultimi minuti da un miracolo di Dino Zoff che sulla linea respinse il colpo di testa vincente di Oscar. L’Italia era in semifinale contro la Polonia dello juventino Zibì Boniek, un altra Nazione che nel 1982 attraversava fasi drammatiche della propria storia, che si incrociò con quella dei mondiali di Spagna in occasione del tesissimo match contro l’Urss terminato in parità ma sufficiente ai Polacchi, simboli di una nazione straziata in quei giorni dallo stato di guerra proclamato da Jaruzelski a cui Solidarnosc si oppose con manifestazioni di piazza represse nel sangue dalla milizia comunista. La semifinale si giocò l’8 luglio 1982 ed il grande assente fu proprio Boniek, squalificato in seguito alla partita durissima contro i sovietici. La storia del match racconta di un’altra doppietta di «Pablito» Rossi, per il 2-0 finale che traghettava l’Italia in finale anche senza Gentile ottimamente sostituito da un giovane Beppe Bergomi.
L’11 luglio fu finalissima contro la Germania Ovest che si era fatta largo contro l’Inghilterra e contro i padroni di casa, la Spagna. In semifinale aveva battuto ai rigori la Francia di Michel Platini dopo un’incredibile rimonta da 1-3 a 3-3 nei supplementari. Lo scontro tra Italia e Germania richiamava subito alla memoria l’epica partita dei mondiali 1970, ma gli azzurri del «Vecio» Bearzot si prepararono al grande giorno senza timori, lo stesso giorno del grande concerto a Torino dei Rolling Stones, con Mick Jagger sul palco con la maglia di Paolo Rossi a lanciare profezie sulla vittoria azzurra. Poco prima del fischio d’inizio, una figura canuta sedette a fianco dell’ospite Juan Carlos e della Reìna Sofia. Era il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, pronto a vivere la serata che gli regalerà la massima notorietà e quella fama di «più amato dagli italiani» dopo le ben più meste occasioni a partire dalla sua nomina sofferta dopo la tragedia di Aldo Moro, dopo le parole rabbiose seguite al terremoto dell’Irpinia, dopo la controversa presenza durante la tragedia del piccolo Alfredo Rampi a Vermicino di un anno prima. I Tedeschi, tutti rabbia e fisico, non riusciranno a passare la muraglia di Bearzot, più volte criticata dai suoi detrattori né riusciranno a fermare Rossi e compagni nelle incursioni verso la porta difesa dal rude Schumacher. I minuti passano, e nonostante la perdita di Ciccio Graziani per infortunio dopo 7 minuti (sostituito da Altobelli) ed il rigore concesso subito dopo e sbagliato da Cabrini, l’Italia prendeva coraggio e iniziava a tenere in mano le redini del gioco. Terminato a reti inviolate il primo tempo, il match si giocò tutto nella ripresa. 12 minuti dopo l’inizio del secondo tempo su assist di Gentile, Paolo Rossi non sbagliava mandando in vantaggio gli Azzurri, che a quel punto dilagarono. Con un altro piccolo scherzo dei numeri, esattamente 12 minuti dopo la rete di Pablito, Marco Tardelli inventava un gran gol dalla distanza che infilzava l’impietrito portiere tedesco. Il suo urlo portato a bocca spalancata e braccia larghe fino a metà campo divenne il simbolo del trionfo di quella sera. Ci penserà la «riserva» Altobelli a mettere il sigillo sulla finale, ancora una volta a 12 minuti dalla seconda marcatura azzurra. Era ormai l’ottantunesimo minuto e questa volta il labiale era quello del Presidente Pertini che, scattato in piedi, si lasciò sfuggire un «ormai non ci prendono più…». Piccola fu la soddisfazione del gol della bandiera di Breitner segnata due minuti dopo, con Bearzot che decideva di concedere la gioia di toccare il manto del Bernabeu al veterano Franco Causio, entrato al posto di Altobelli. Poi fu l’attesa trepidante per il triplice fischio di Coelho, fu la coppa alzata dall’altro friulano della comitiva azzurra, il quarantenne Dino Zoff. Fu il rientro trionfale degli Azzurri campioni del Mondo e della partita a scopone sull’aereo presidenziale contro i due «veci», Pertini e Bearzot. E fu la fiumana di gente e di tricolori per le strade, che dimenticava per quella sera e per i giorni a venire il peso della crisi e delle cupezze del decennio appena trascorso, in una lunga fila idealmente lanciata verso i scintillanti anni Ottanta, quelli delle televisioni private e dei lunghi governi Craxi. Tutto svanì con la delusione dei mondiali successivi, quelli del 1990, in cui i campioni in carica erano i padroni di casa. Calò il sipario sulla generazione successiva degli Azzurri, quella di Schillaci e Baggio, nella semifinale persa ai rigori contro l’Argentina di Caniggia e Maradona il 3 luglio 1990. Due anni più tardi il sipario calerà anche sulla Prima Repubblica per un cataclisma chiamato Tangentopoli.
Il percorso azzurro: dallo scetticismo al trionfo
Nelle settimane che precedevano il Mundial del 1982, tutti in Italia, dalla stampa agli addetti ai lavori, Federazione compresa, erano convinti sarebbe stata un'avventura destinata a durare il tempo di un girone. Si era appena consumata una delle pagine più oscure del nostro pallone con le vicende del Totonero, lo scandalo che travolse la Serie A nella stagione 1979-1980 con il coinvolgimento di giocatori e dirigenti in casi di combine e scommesse sulle partite. Fu a Pontevedra, in Galizia, dove aveva sede il ritiro azzurro che i 22 calciatori scelti dal ct Enzo Bearzot fecero un patto: dimostrare a chiunque che il contrario di ciò che veniva scritto sui giornali. Si scelse il silenzio stampa. Le uniche comunicazioni erano affidate alle parole sagge del capitano, il quarantenne Dino Zoff. Le polemiche e lo scetticismo alimentavano di giorno in giorno lo spirito del gruppo formato dal Vecio.
Polemiche che crescevano incessantemente dopo le tre partite del primo girone: 0-0 con la Polonia, 1-1 con il Perù e 1-1 con il Camerun. Tre pareggi scialbi ma che ci permettono di passare alla seconda fase, il secondo gironcino, dove qui però le avversarie si chiamano Argentina e Brasile. Vinciamo 2-1 con l'Albiceleste, in 10 minuti nel secondo tempo, tra il 57' e il 67', segnano Tardelli e Cabrini. All'83' Passerella accorcia le distanze, ma non basta. È la prima vittoria al Mundial degli azzurri. L'Argentina perde anche con il Brasile, 3-1, e così il posto in semifinale è un affare tra gli uomini di Bearzot e i verdeoro di Zico, Falcao, Cerezo e Socrates. È la partita di Paolo Rossi. 5', 25', 74': sono i minuti in cui Pablito gonfia la rete delle porte dell'Estadio de Sarrià di Barcellona e spedisce l'Italia dritta in semifinale. Vinciamo 3-2, inutili i gol di Socrates e Falcao. La magia che avvolge gli azzurri è troppo forte. Anche più del Brasile, storicamente favorito ai mondiali. È la partita che fa capire che il sogno è possibile. In semifinale battiamo la Polonia 2-0: segna ancora Rossi, doppietta al 22' e al 73'. Fanno cinque nel torneo. La finale è una vecchia questione tra noi e i tedeschi. 12 anni prima c'era stato in Messico al Azteca El partido del siglo, la partita del secolo, lo storico 4-3 nella semifinale del 1970. Stavolta si gioca a Madrid, al Santiago Bernabeu, davanti a 90.000 spettatori. Il primo tempo vede le squadre bloccate sullo 0-0, con tanto di rigore sbagliato da Cabrini. Al rientro dagli spogliatoi Rossi fa 1-0: cross dalla destra di Gentile, Graziani tenta il colpo di testa sul primo palo, ma non ci arriva. La palla del vantaggio va sulla testa dell'uomo del destino: Paolo Rossi. Ancora lui. Manca mezz'ora alla fine. Tanto. Un'eternità in una finale. Tanto che Scirea e Bergomi si scambiano la palla nell'area tedesca, non proprio una consuetudine per due difensori. In una finale poi. Proprio da quello scambio nasce il raddoppio firmato da Tardelli al 69': controllo con il destro al limite dell'area e missile con il sinistro in caduta alle spalle di Schumacher e l'urlo di Marco, diventato storia. A completare l'opera ci pensa Altobelli all'81', due minuti prima del gol della bandiera tedesco siglato da Breitner. Dopo i minuti di recupero l'arbitro brasiliano Arnaldo César Coelho fischia tre volte. Nando Martellini dice agli tutti gli italiani incollati davanti ai televisori: Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo.
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Quarant'anni fa la Nazionale di calcio guidata da Enzo Bearzot conquistava il suo terzo titolo mondiale. La vittoria scandì il passaggio dalla coda degli anni di piombo, in un'Italia segnata da recessione e inflazione, al secondo «miracolo economico» degli anni Ottanta.Dalle parate di Dino Zoff ai gol di Paolo Rossi, una generazione d'oro che ha portato il calcio azzurro sul tetto del mondo e che rimarrà per sempre scolpita nella memoria degli italiani.Lo speciale contiene due articoli.Il silenzio assordante dell’attesa sceso sull’Italia illuminata dalla luce tremola di milioni di televisori (molti ancora in bianco e nero) fu rotto finalmente dai tre fischi dell’arbitro brasiliano Arnaldo César Celho, seguiti pochi istanti dopo da una frase ripetuta tre volte dallo storico telecronista Nando Martellini: «campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo!». A questa sequenza quasi cabalistica, che ebbe inizio alle ore 21:48 di domenica 11 luglio 1982, si aggiungeva un altro «numero tre»: quello dei mondiali di calcio vinti dalla Nazionale italiana, dopo i lontanissimi successi del 1934 e 1938. E tre furono anche le reti segnate dall’Italia contro la finalista Germania Ovest da Paolo Rossi, Marco Tardelli e Alessandro «Spillo» Altobelli. Davanti a 90.000 spettatori seduti sugli spalti del tempio del calcio, il Santiago Bernabeu di Madrid, i fotogrammi di quella serata epica si fissarono definitivamente nella memoria collettiva degli Italiani, segnando uno spartiacque ideale tra la coda degli anni Settanta e un decennio appena agli albori, quello del «secondo miracolo economico» degli anni Ottanta. Come per il Paese, il cammino verso il trionfo per gli azzurri di Enzo Bearzot fu tutt’altro che una passeggiata. Era cominciato, anzi, tra i peggiori auspici. Le scelte del «Vecio» sulla rosa di giocatori da portare ai mondiali non era stata apprezzata da molti tifosi e anche dai giornali. Si criticavano soprattutto le esclusioni del bomber della Roma Roberto Pruzzo (era stato capocannoniere in campionato per due anni di seguito) e del nerazzurro Evaristo Beccalossi, reduce da quella che fu forse la sua migliore stagione. Nonostante le proteste il Ct friulano classe 1927 fu duro come le rocce della Carnia. Il mondiale si giocò con «Pablito» Rossi, un attaccante che come l’Italia aveva bisogno di riscatto dagli anni più duri, quelli della squalifica seguita allo scandalo del calcio scommesse. Molta Juve campione d’Italia nella rosa di Bearzot, niente Milan (annientato dagli anni bui della serie B ad eccezione dell’uscente Fulvio Collovati che sarebbe passato ai nerazzurri dalla stagione successiva).Così come doloroso fu il cammino del Paese segnato da anni di violenze e lutti, anche per la Nazionale del 1982 il percorso fu segnato da un’inizio di passione. La fase a gironi fu tutt’altro che esaltante e l’Italia rischiò di fare le valigie anzitempo, prima che un cambio di passo prendesse il sopravvento nelle partite successive. Un po’ come l’Italia dei primi anni Ottanta, dove a Palazzo Chigi per la prima volta dal dopoguerra sedeva un Presidente del Consiglio non democristiano, Giovanni Spadolini, alla guida di un’Italia prostrata da una situazione economica molto allarmante, in primis per la galoppata dell’inflazione che pareva non arrestarsi mai, raggiungendo nell’anno del Mundial di Spagna il tasso astronomico del 17%, con i Tedeschi che, sconfitti in finale, avevano vinto la partita dei Bund volati a quasi 1200 punti base. L’economia e il pil segnavano una netta recessione, il mondo del lavoro era segnato dalla lotta estenuante tra il Governo e i sindacati sulla scala mobile. Le Brigate Rosse, erose dall’azione degli uomini di Carlo Alberto Dalla Chiesa (assassinato appena due mesi dopo la finale di Madrid) battevano gli ultimi colpi di coda spargendo altro sangue. Il corpo senza vita del banchiere Roberto Calvi fu trovato sotto il ponte dei Black Friars a Londra il giorno in cui l’Italia di Bearzot a Vigo pareggiava faticosamente con il Perù (1-1, rete di Bruno Conti). La situazione internazionale non era migliore di quella italiana: terminata le guerra della Falkland, scoppiava la crisi in Libano. Il 6 giugno 1982 l’esercito israeliano invase la zona meridionale del Paese in risposta agli attacchi degli anni precedenti al territorio di Israele da parte di uomini dell’Olp di stanza nella terra dei cedri. Superata la fase a gironi dopo un altro pareggio, questa volta con il Camerun (altro 1-1 con rete di Ciccio Graziani), l’Italia scollinò. Il 29 giugno i ragazzi di Bearzot battevano l’Argentina del «pibe de oro» Maradona per 2-1 con reti degli «adoni» d’Italia Tardelli e Cabrini, mentre nel mondo iniziava a profilarsi l’intervento dell’Onu in Libano e a Buenos Aires, delusa dalla sconfitta dei biancocelesti e dalla sconfitta nella guerra delle Falkland, ritornava per l’ultima volta una giunta militare guidata dal generale Reynaldo Benito Bignone, l’uomo della transizione alla democrazia.Dopo una pausa di sei giorni, l’Italia ritornò in campo contro la squadra favorita, il Brasile della «Seleçao» di Socrates, Zico e del romanista Falçao. Fu la partita della tripletta del rinato Paolo Rossi, determinante per battere i carioca che per due volte recuperarono lo svantaggio inutilmente e che ricorderanno per sempre la sera del 5 luglio 1982 come una sconfitta in battaglia, nota in Brasile come la «tragedia del Sarrià» dal nome della stadio di Barcellona dove si giocò quello che per molti fu considerato il match del secolo, il cui risultato fu assicurato negli ultimi minuti da un miracolo di Dino Zoff che sulla linea respinse il colpo di testa vincente di Oscar. L’Italia era in semifinale contro la Polonia dello juventino Zibì Boniek, un altra Nazione che nel 1982 attraversava fasi drammatiche della propria storia, che si incrociò con quella dei mondiali di Spagna in occasione del tesissimo match contro l’Urss terminato in parità ma sufficiente ai Polacchi, simboli di una nazione straziata in quei giorni dallo stato di guerra proclamato da Jaruzelski a cui Solidarnosc si oppose con manifestazioni di piazza represse nel sangue dalla milizia comunista. La semifinale si giocò l’8 luglio 1982 ed il grande assente fu proprio Boniek, squalificato in seguito alla partita durissima contro i sovietici. La storia del match racconta di un’altra doppietta di «Pablito» Rossi, per il 2-0 finale che traghettava l’Italia in finale anche senza Gentile ottimamente sostituito da un giovane Beppe Bergomi.L’11 luglio fu finalissima contro la Germania Ovest che si era fatta largo contro l’Inghilterra e contro i padroni di casa, la Spagna. In semifinale aveva battuto ai rigori la Francia di Michel Platini dopo un’incredibile rimonta da 1-3 a 3-3 nei supplementari. Lo scontro tra Italia e Germania richiamava subito alla memoria l’epica partita dei mondiali 1970, ma gli azzurri del «Vecio» Bearzot si prepararono al grande giorno senza timori, lo stesso giorno del grande concerto a Torino dei Rolling Stones, con Mick Jagger sul palco con la maglia di Paolo Rossi a lanciare profezie sulla vittoria azzurra. Poco prima del fischio d’inizio, una figura canuta sedette a fianco dell’ospite Juan Carlos e della Reìna Sofia. Era il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, pronto a vivere la serata che gli regalerà la massima notorietà e quella fama di «più amato dagli italiani» dopo le ben più meste occasioni a partire dalla sua nomina sofferta dopo la tragedia di Aldo Moro, dopo le parole rabbiose seguite al terremoto dell’Irpinia, dopo la controversa presenza durante la tragedia del piccolo Alfredo Rampi a Vermicino di un anno prima. I Tedeschi, tutti rabbia e fisico, non riusciranno a passare la muraglia di Bearzot, più volte criticata dai suoi detrattori né riusciranno a fermare Rossi e compagni nelle incursioni verso la porta difesa dal rude Schumacher. I minuti passano, e nonostante la perdita di Ciccio Graziani per infortunio dopo 7 minuti (sostituito da Altobelli) ed il rigore concesso subito dopo e sbagliato da Cabrini, l’Italia prendeva coraggio e iniziava a tenere in mano le redini del gioco. Terminato a reti inviolate il primo tempo, il match si giocò tutto nella ripresa. 12 minuti dopo l’inizio del secondo tempo su assist di Gentile, Paolo Rossi non sbagliava mandando in vantaggio gli Azzurri, che a quel punto dilagarono. Con un altro piccolo scherzo dei numeri, esattamente 12 minuti dopo la rete di Pablito, Marco Tardelli inventava un gran gol dalla distanza che infilzava l’impietrito portiere tedesco. Il suo urlo portato a bocca spalancata e braccia larghe fino a metà campo divenne il simbolo del trionfo di quella sera. Ci penserà la «riserva» Altobelli a mettere il sigillo sulla finale, ancora una volta a 12 minuti dalla seconda marcatura azzurra. Era ormai l’ottantunesimo minuto e questa volta il labiale era quello del Presidente Pertini che, scattato in piedi, si lasciò sfuggire un «ormai non ci prendono più…». Piccola fu la soddisfazione del gol della bandiera di Breitner segnata due minuti dopo, con Bearzot che decideva di concedere la gioia di toccare il manto del Bernabeu al veterano Franco Causio, entrato al posto di Altobelli. Poi fu l’attesa trepidante per il triplice fischio di Coelho, fu la coppa alzata dall’altro friulano della comitiva azzurra, il quarantenne Dino Zoff. Fu il rientro trionfale degli Azzurri campioni del Mondo e della partita a scopone sull’aereo presidenziale contro i due «veci», Pertini e Bearzot. E fu la fiumana di gente e di tricolori per le strade, che dimenticava per quella sera e per i giorni a venire il peso della crisi e delle cupezze del decennio appena trascorso, in una lunga fila idealmente lanciata verso i scintillanti anni Ottanta, quelli delle televisioni private e dei lunghi governi Craxi. Tutto svanì con la delusione dei mondiali successivi, quelli del 1990, in cui i campioni in carica erano i padroni di casa. Calò il sipario sulla generazione successiva degli Azzurri, quella di Schillaci e Baggio, nella semifinale persa ai rigori contro l’Argentina di Caniggia e Maradona il 3 luglio 1990. Due anni più tardi il sipario calerà anche sulla Prima Repubblica per un cataclisma chiamato Tangentopoli. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-mondiali-1982-2657648489.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-percorso-azzurro-dallo-scetticismo-al-trionfo" data-post-id="2657648489" data-published-at="1657574505" data-use-pagination="False"> Il percorso azzurro: dallo scetticismo al trionfo Nelle settimane che precedevano il Mundial del 1982, tutti in Italia, dalla stampa agli addetti ai lavori, Federazione compresa, erano convinti sarebbe stata un'avventura destinata a durare il tempo di un girone. Si era appena consumata una delle pagine più oscure del nostro pallone con le vicende del Totonero, lo scandalo che travolse la Serie A nella stagione 1979-1980 con il coinvolgimento di giocatori e dirigenti in casi di combine e scommesse sulle partite. Fu a Pontevedra, in Galizia, dove aveva sede il ritiro azzurro che i 22 calciatori scelti dal ct Enzo Bearzot fecero un patto: dimostrare a chiunque che il contrario di ciò che veniva scritto sui giornali. Si scelse il silenzio stampa. Le uniche comunicazioni erano affidate alle parole sagge del capitano, il quarantenne Dino Zoff. Le polemiche e lo scetticismo alimentavano di giorno in giorno lo spirito del gruppo formato dal Vecio.Polemiche che crescevano incessantemente dopo le tre partite del primo girone: 0-0 con la Polonia, 1-1 con il Perù e 1-1 con il Camerun. Tre pareggi scialbi ma che ci permettono di passare alla seconda fase, il secondo gironcino, dove qui però le avversarie si chiamano Argentina e Brasile. Vinciamo 2-1 con l'Albiceleste, in 10 minuti nel secondo tempo, tra il 57' e il 67', segnano Tardelli e Cabrini. All'83' Passerella accorcia le distanze, ma non basta. È la prima vittoria al Mundial degli azzurri. L'Argentina perde anche con il Brasile, 3-1, e così il posto in semifinale è un affare tra gli uomini di Bearzot e i verdeoro di Zico, Falcao, Cerezo e Socrates. È la partita di Paolo Rossi. 5', 25', 74': sono i minuti in cui Pablito gonfia la rete delle porte dell'Estadio de Sarrià di Barcellona e spedisce l'Italia dritta in semifinale. Vinciamo 3-2, inutili i gol di Socrates e Falcao. La magia che avvolge gli azzurri è troppo forte. Anche più del Brasile, storicamente favorito ai mondiali. È la partita che fa capire che il sogno è possibile. In semifinale battiamo la Polonia 2-0: segna ancora Rossi, doppietta al 22' e al 73'. Fanno cinque nel torneo. La finale è una vecchia questione tra noi e i tedeschi. 12 anni prima c'era stato in Messico al Azteca El partido del siglo, la partita del secolo, lo storico 4-3 nella semifinale del 1970. Stavolta si gioca a Madrid, al Santiago Bernabeu, davanti a 90.000 spettatori. Il primo tempo vede le squadre bloccate sullo 0-0, con tanto di rigore sbagliato da Cabrini. Al rientro dagli spogliatoi Rossi fa 1-0: cross dalla destra di Gentile, Graziani tenta il colpo di testa sul primo palo, ma non ci arriva. La palla del vantaggio va sulla testa dell'uomo del destino: Paolo Rossi. Ancora lui. Manca mezz'ora alla fine. Tanto. Un'eternità in una finale. Tanto che Scirea e Bergomi si scambiano la palla nell'area tedesca, non proprio una consuetudine per due difensori. In una finale poi. Proprio da quello scambio nasce il raddoppio firmato da Tardelli al 69': controllo con il destro al limite dell'area e missile con il sinistro in caduta alle spalle di Schumacher e l'urlo di Marco, diventato storia. A completare l'opera ci pensa Altobelli all'81', due minuti prima del gol della bandiera tedesco siglato da Breitner. Dopo i minuti di recupero l'arbitro brasiliano Arnaldo César Coelho fischia tre volte. Nando Martellini dice agli tutti gli italiani incollati davanti ai televisori: Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo.
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Verdura antica e di poco costo («tre palanche al mazz»), il ramolaccio un tempo era assai più diffuso. Poi, come accade ai poveri in un Paese diventato ricco, il ramolaccio è finito ai margini della società orticola che mira più ai consumi nei supermercati che al bene prezioso della biodiversità.
Originario dell’Est dell’Europa, conosciuto già da Egizi, Greci e Romani che lo apprezzavano per le notevoli proprietà salutari, il ramolaccio invernale, Raphanus sativus, è un ravanello superdotato, di colore nero. Ci sono diverse varietà di Raphanus, differenti tra loro per forma, colore e sapore: piccole, grandi, giganti, allungate, tonde, a candela, rosse, gialle, nere. A noi, qui, interessa il niger, nero, bello grassoccio, rotondo come l’«O» di Giotto, ma con il codino. È molto bello da vedere. Anche se è un ortaggio piuttosto sconosciuto e poco coltivato, capita ancora di adocchiarlo sui banchi del mercato cittadino o in uno dei vari mercatini della terra o in un negozio di ortofrutta il cui proprietario sia particolarmente sensibile alla biodiversità. Quando, pulito dalla terra e ben lavato, si taglia a fette, il forte contrasto che oppone la scorza corvina dalla polpa candida è uno spettacolo. Notte e giorno. Neve e carbone. Corpo scuro, anima candida.
Il ramolaccio invernale è decisamente piccante e questo, presso il consumatore italiano, non depone purtroppo a suo favore. Ma è un ortaggio che fa un monte di bene e si presta a molti usi in cucina: tagliato a striscioline o a fettine sottili in carpaccio o abbinato ad altre verdure crude; cucinato come i crauti; adoperato come ingrediente per salse piccanti; conservato sotto aceto. È utilizzato anche per zuppe e pare impossibile come una radice così acre, così spicy, riesca a trasformarsi in deliziosa e morbida vellutata.
Nella civiltà contadina era famoso come rimedio naturale antitosse e antinfiammatorio per le vie respiratorie. Qualche nonna avanti con gli anni lo consiglia ancora. E non solo lei, come vedremo più sotto. Una ricetta popolare suggerisce di scavare la rapa, farcirla di zucchero o miele e lasciarla riposare per 24 ore: si ottiene così uno sciroppo naturale espettorante. Il ramolaccio invernale è noto anche per la sua capacità di drenare le tossine e stimolare la produzione di bile, migliorando la digestione dei grassi. Per questo la tradizione popolare consiglia di consumarlo dopo pasti abbondanti. Il consiglio vale anche per chi eccede con il vino. Il medico di Alessandro Magno, il pitagorico Androcide, ne consigliava l’uso al suo poco docile paziente, grande condottiero e grande bevitore, per evitare le conseguenze dannose dell’uso eccessivo del «sangue della terra». Pare che l’antico medico vissuto a cavallo tra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo, si basasse sull’osservazione che la vite si ritraeva o non fruttava bene se piantata accanto alle coltivazioni di rafani. È Plinio il Vecchio che ci racconta l’episodio. Il suggerimento di Androcide deve funzionare se dopo 2.000 e passa anni è arrivato fino alla soglia dei nostri giorni, fino all’altroieri. Nelle osterie dei nostri nonni era facile trovare una terrina di rapanelli sul bancone di mescita come rimedio popolare contro gli effetti dell’eccesso di vino. L’usanza si basava, appunto, sull’antica convinzione che i rapanelli, grazie alle loro proprietà rinfrescanti e depurative, potessero aiutare a mitigare i postumi di una sbornia o comunque favorire il benessere dopo aver tracannato parecchio.
Oltre alle proprietà medicinali, i Romani apprezzavano le qualità alimentari del ramolaccio invernale: lo dimostrano gli scritti di Columella e dello stesso Plinio, ma anche i moderni studi storici sulle risorse alimentari delle popolazioni vesuviane compiuti, tra gli altri, da Annamaria Ciarallo, compianta archeologa e botanica, autrice di numerosi libri sul «verde» pompeiano mediante la ricostruzione degli horti in base ai calchi delle radici.
Pare che i Romani facessero anche un terribile uso improprio - almeno quando Roma viveva tempi più casti e castigati moralmente - del ramolaccio. Una legge non scritta, ma crudelmente applicata, permetteva al marito tradito, in caso di flagrante adulterio, di sodomizzare con la radice piccante di un raphanus (la storia non ne specifica la varietà, ma sicuramente non era un rapanello) l’amante della moglie colto in fallo.
Durante il Medioevo il raphanus, probabilmente per la sua piccantezza, era considerato simbolo della lite. Aveva, quindi, valore negativo ma si poteva neutralizzarlo e consumare benissimo l’ortaggio purché, prima di mangiarlo, lo si benedicesse.
Come detto, il ramolaccio invernale ha stretti legami di parentela con il ravanello (Raphanus Sativus): appartengono entrambi alla famiglia delle Brassicaceae. Il niger rispetto al cuginetto rosso ha foglie e radici molto più grandi e resiste bene al freddo. L’apparato fogliare può raggiungere i 30 cm di altezza; la radice può arrivare anche al mezzo chilo. Ci sono diversi tipi di ramolaccio invernale nero: rotondi, conici e allungati a cilindro, di grosso o medio calibro.
Per la buona presenza di vitamine e la lunga conservabilità, veniva stivato in botti sulle navi per combattere lo scorbuto, terribile malattia che affliggeva i marinai causata dalla prolungata carenza di vitamina C. A confermare i rimedi della nonna a base di ramolaccio, ci sono le attestazioni degli studiosi moderni: il raphanus stimola l’appetito, la tonicità dell’apparato respiratorio e l’attivazione delle cellule epatiche; è diuretico, antiallergico. Il ravanello nero, in particolare, è utile nel curare bronchiti, tosse convulsa, reumatismi, malattie dell’apparato genito-urinario e coliche epatiche. A quanto pare fa bene anche ai giovani che patiscono la stanchezza. Mangiare ramolacci sotto esami o nei periodi di stress scolastico o di cambio di stagione, aiuta l’organismo a tener duro. A ulteriore conferma delle virtù salutari del ramolaccio nero c’è anche un modo di dire lituano che corrisponde al nostro «sano come un pesce». Nel Paese baltico, per descrivere lo stato di ottima salute di un individuo, dicono: «È sano come un ravanello nero».
Concludiamo suggerendo il più semplice dei modi di mangiare il Raphanus sativus niger: la sua preparazione al carpaccio. Per due persone basteranno due ramolacci invernali neri di media grossezza. Dopo averli lavati - se si vuole togliere un po’ di piccantezza basta lavarli ancora sotto acqua corrente - e sbucciati (volendo si può tenere anche la buccia nera, che fa un bell’effetto, ma in questo caso si deve strofinare ben bene il rafano per togliere tutta la terra), si affettano a rondelle sottili e si stendono su un piatto di portata. A questo punto si usa il sale q.b. sul carpaccio in modo che faccia perdere all’ortaggio acqua e piccantezza. Buttata l’acqua in eccesso e benedetto il ramolaccio con una emulsione di olio d’oliva extravergine buono (due terzi), aceto balsamico (un terzo), senape e un pizzichino di pepe, il carpaccio è pronto. È un buon abbinamento per i piatti di carne.
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Ovs
Sotto la sua guida, Ovs ha superato la logica della semplice insegna per evolversi in una piattaforma di marche, capace di coniugare accessibilità, qualità e identità. Una svolta costruita nel tempo, investendo su persone, stile, organizzazione e innovazione operativa, senza mai perdere di vista la sostenibilità economica per valorizzare ogni brand del gruppo, da Upim a Croff, da Stefanel a Goldenpoint. In un settore attraversato da forti discontinuità, Beraldo ha dimostrato che la crescita non è il frutto di scorciatoie, ma di una gestione coerente e di lungo periodo. È da questa traiettoria che prende le mosse questa chiacchierata con La Verità, in cui l’amministratore delegato racconta i risultati, le scelte e le priorità future di un gruppo che continua a crescere controcorrente.
In un mercato definito ancora debole, Ovs ha chiuso il 2025 con vendite in crescita del 7% e un Ebitda atteso a +11%. Che cosa vi ha permesso di fare meglio del mercato?
«Negli ultimi anni abbiamo lavorato per trasformare Ovs da semplice insegna a piattaforma di marche. Oggi il cliente non entra solo per cercare un prezzo o un prodotto funzionale, ma perché si riconosce in un’identità: Piombo, Les Copains, Altavia, B.Angel sono trattate come vere marche, con uno stile, una comunicazione e una relazione emotiva con il consumatore. A questo si aggiunge un forte lavoro sul prodotto: qualità dei materiali, attenzione ai fit, chiarezza di assortimento. È questa combinazione che ci consente di crescere più del mercato».
Tutte le insegne crescono anche nel perimetro like-for-like. È un segnale strutturale?
«In Italia il mercato non offre spinte strutturali: la crescita è il risultato di scelte molto mirate. Se cresciamo trimestre dopo trimestre è perché la progettualità messa in campo viene premiata dai clienti. Non è un automatismo, è una conquista continua».
Donna e Beauty sono indicati come i segmenti più dinamici. Perché?
«Nel womenswear cresciamo perché siamo migliorati molto rispetto al passato. Il mercato donna è fermo, ma è grande, e stiamo guadagnando quote grazie al rafforzamento del prodotto e del team stile. Nel beauty, invece, cresciamo anche perché il mercato è strutturalmente in espansione, trainato dalla skincare, e intercetta una domanda legata alla cura di sé. Ovs è diventata una destinazione riconosciuta anche per questa categoria».
Ci sono segmenti più in difficoltà?
«Se il segmento «donna» cresce leggermente e quello «uomo» rimane stabile, la fascia «kids» è in calo. La nostra risposta è duplice: da un lato riduciamo la dipendenza dal bambino grazie alla crescita della donna; dall’altro difendiamo il kidswear puntando sulla qualità, soprattutto nel neonato, dove cresciamo nonostante il mercato in contrazione».
L’apertura del primo negozio diretto in India ha dato segnali molto positivi. È l’inizio di una strategia più ampia?
«Sì. Dopo un primo tentativo in joint venture, abbiamo deciso di investire direttamente creando una filiale e un team locale. Il primo negozio sta performando molto bene e abbiamo già acquisito la location per il secondo, a Mumbai. I primi mesi confermano che l’India è pronta per un progetto strategico di Ovs».
L’Ebitda cresce nonostante l’inflazione sui costi. Quanto conta l’efficienza operativa?
«È fondamentale, ma non può sostituire il valore del prodotto. L’efficienza è una leva, ma la crescita nasce dalla capacità di offrire qualità, design e identità di marca a prezzi accessibili».
La generazione di cassa è aumentata di oltre il 20%. Come la utilizzerete?
«In modo equilibrato: investimenti, remunerazione degli azionisti e rafforzamento della struttura finanziaria. La solidità raggiunta ci consente di sostenere lo sviluppo e riconoscere il valore creato».
Parlate di innovazione digitale nelle operations. Qual è il progetto chiave?
«Non esiste un singolo progetto, ma molti interventi diffusi: logistica, previsione della domanda, distribuzione in-season e post-distribuzione. Grazie ad algoritmi avanzati possiamo riallocare i prodotti in tempo reale tra i negozi, migliorando l’efficienza e riducendo gli sprechi».
Quanto sono centrali dati e Intelligenza artificiale?
«Sono centrali soprattutto nella gestione delle scorte. L’Ia applicata ai dati ci consente di capire perché un prodotto funziona in un punto vendita e non in un altro e di intervenire in modo sempre più mirato. È utilizzata anche nei contenuti, nelle immagini e nella personalizzazione dell’esperienza cliente».
Quanto incide il fattore cambio, in particolare il dollaro?
«Molto. Chi opera nel segmento dei prezzi accessibili ed è attento alla qualità deve produrre fuori dai mercati maturi. Gran parte degli acquisti è denominata in dollari, quindi il cambio incide direttamente su costi e competitività».
Goldenpoint cresce del 10% nei primi sette mesi di consolidamento. Che ruolo avrà?
«Goldenpoint è uno dei pilastri della crescita futura. È un marchio noto, con buone posizioni retail e poca concorrenza strutturata. Siamo intervenuti sul ringiovanimento del prodotto, soprattutto in intimo e leggings, abbiamo visto una risposta immediata del mercato. Dove il prodotto è stato rinnovato, la crescita è stata evidente. Il lavoro continuerà».
Guardando al 2026, una sola priorità strategica?
«Crescita, redditività e rafforzamento del posizionamento di lungo periodo. Sono obiettivi interconnessi, non alternativi».
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I risultati dell’ultima semestrale registrano ricavi per 74,3 miliardi di euro e perdite nette per 2,3 miliardi. L’utile operativo adjusted è stato di 500 milioni, il cash flow delle attività industriali è andato in negativo per 2,3 miliardi, mentre le consegne sono scese del 6% rispetto al medesimo periodo del 2024. Non è che le aspettative fossero molto migliori, ma Stellantis ha spiegato che anche per il 2026 sospenderà le previsioni, oltre a sospendere i dividendi. Qui gli analisti si aspettavano una cedola simbolica, ma non lo zero assoluto.
Il gruppo guidato da Antonio Filosa ha voluto fare pulizia e ha deciso di mettere a bilancio 22,5 miliardi di oneri di ristrutturazione. Di questi, ben 14 sono per rimettersi in carreggiata negli Stati Uniti, dove la dottrina Trump, che ha tolto gli incentivi all’elettrico e penalizza le delocalizzazioni dei colossi dell’auto, ha già portato Ford e Gm a «riconvertirsi» alle benzine e a riportare in patria le produzioni spostate in Messico e in Canada. Negli Stati Uniti, primo mercato di sbocco del gruppo, le consegne di Stellantis sono scese del 25% su base annua. Mentre in Europa, c’è stato un calo un calo del 6%, spiegato con problemi nella transizione dei vari modelli. Vanno bene, invece, i mercati di Medio Oriente e Africa (+30% entrambi) e il Sud America, che cresce del 20%.
Filosa però vede una ripresa del mercato, con le consegne cresciute del 9% nel terzo trimestre del 2025 e il portafoglio ordini Usa in forte ripresa (+150% nel 2025 sul 2024). Del resto Stellantis ha investito 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti, proprio per adattarsi alle politiche di Donald Trump, e altri 10 miliardi in Europa, dove nell’ultimo anno ha lanciato dieci modelli nuovi.
Sono numeri che sembrano confermare la strategia per la quale è stato scelto, a metà dello scorso anno, un manager come Filosa: focalizzarsi sugli Usa e tenere le posizioni in Europa, ma chiarendo ai governi e a Bruxelles che, senza incentivi e regole certe, salta tutto. Il manager è stato esplicito anche ieri: «La principale differenza tra il mercato americano e quello europeo sta proprio nella regolamentazione. Noi continueremo a investire in Ue, ma potremmo fare di più ed è difficile, perché le regole imposte non sono chiare e penalizzano le case europee». Case europee, va ricordato, che però si sono già ampiamente tutelate con il ricorso a Pechino. I tedeschi di Audi, Volkswagen e Mercedes montano già componenti cinesi e Vw andrà in Cina a costruire auto, mentre chiude stabilimenti in Germania. Quanto a Stellantis, ha varato una joint venture con i cinesi di Leapmotor, che stanno invadendo il mercato italiano usando la rete vendite ex Fiat e con modelli clamorosamente simili (ma elettrici).
Filosa ha anche puntato il dito su «criticità pregresse» e su una «sovrastima del ritmo della transizione ecologica». E ha spiegato che in passato, «abbiamo tagliato costi in maniera eccessiva, licenziando ad esempio molti ingegneri che invece ci aiutano a sviluppare prodotti innovativi». Tanto che lui ha fatto subito assumere 2.000 ingegneri, ovviamente in gran parte negli Stati Uniti. Al netto della normale enfasi sugli errori dei predecessori, va ricordato che Tavares ha lasciato la guida di Stellantis il 3 dicembre 2024 con una liquidazione di quasi 80 milioni di euro e dopo aver riempito la famiglia Agnelli-Elkann di dividendi. Da allora il gruppo è stato gestito dal presidente John Elkann, che poi ha nominato Filosa il 28 maggio 2025. Elkann, che attraverso Exor controlla il 14% di Stellantis, oggi deve accettare una cura da cavallo che richiede un grosso sforzo negli Stati Uniti. Lo fa dopo aver puntato tutto su Trump, dal quale è andato in visita lo scorso primo aprile. Ora lo scherzetto anti elettrico del presidente Usa costa a Stellantis 14 miliardi negli Usa, il tutto dopo che negli anni scorsi la stessa Stellantis era stata tra le case automobilistiche più favorevoli alla transizione ecologica. Dalla nascita di Stellantis (2021) a oggi, Exor ha incassato cedole per oltre 2 miliardi, mentre nei quattro anni di Tavares (2021-2024) sono stati prodotti 55 miliardi di utili e distribuiti in totale 14 miliardi di dividendi. Per Exor (ieri -2,3% ad Amsterdam), questa semestrale è una brutta notizia, anche se molto meno di un tempo. A fine settembre, con il titolo poco sopra gli 8 euro, il valore netto di Stellantis era di 3,8 miliardi e pesava per il 10% sugli asset totali dei Exor. Oggi, con l’azione scesa a 6,2 euro, la capitalizzazione di mercato è sprofondata a 18,1 miliardi e si è dimezzata in un solo anno. Servirebbe forse un aumento di capitale, per Stellantis, ma per ora si è optato per un bond da 5 miliardi, perché i grandi soci non si vogliono diluirsi. Anche questo non deve essere piaciuto molto, in Borsa. Intanto, sembra avverarsi sempre più la profezia consegnata a Ferragosto a un settimanale portoghese da Tavares: «Alla fine l’auto la faranno solo gli Usa e la Cina». Dimenticò di dire che gli ha dato una bella mano.
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Il consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2023/970 del Parlamento europeo e del consiglio del 10 maggio 2023, sulla trasparenza salariale che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Secondo il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il provvedimento «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi nel passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo».
L’obiettivo è eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Secondo dati Eurostat del 2023 le donne guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Peraltro, questo divario ha ripercussioni trasformandosi in un gap pensionistico rilevante (oltre il 26% in media Ue secondo dati Eurostat del 2024). Se quindi il punto di partenza è condivisibile, quello che fa discutere sono gli strumenti e il rischio di indesiderati effetti collaterali. In base alle nuove norme i datori di lavoro avranno l’obbligo di fornire alle persone in cerca di occupazione informazioni sulla retribuzione iniziale e sulla fascia retributiva dei posti vacanti pubblicati. Ai datori di lavoro è fatto divieto di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti professionali. Ma soprattutto, una volta assunti, i lavoratori avranno il diritto di chiedere ai loro datori di lavoro, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono analoghe attività o di pari valore. Potranno anche essere richiesti i criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera che devono essere, dice la direttiva Ue, oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. Le imprese con più di 500 dipendenti dovranno riferire annualmente all’autorità nazionale competente, sul divario retributivo di genere all’interno. Per le imprese tra 100 e 250 dipendenti questa comunicazione avverrà ogni tre anni. Quando l’organico è sotto i 100 dipendenti non c’è obbligo di comunicazione. Se dovesse emergere un divario retributivo superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere, le imprese saranno obbligate a intervenire svolgendo una valutazione delle retribuzioni con i sindacati. I dipendenti che dovessero aver subito discriminazioni retributive potranno avere un risarcimento, compresi gli stipendi arretrati e i relativi bonus.
Questo significa un aggravio organizzativo importante per l’azienda che potrebbe dover fronteggiare una raffica di contestazioni. E soprattutto si apre il tema delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Sarà interessante vedere se anche i contratti collettivi dovranno tenere conto del fatto che i rinnovi dovranno essere modulati per colmare il divario esistente. Al tempo stesso c’è il rischio che si scateni un vespaio di invidie e gelosie mettendo uomini e donne l’uno contro l’altro nella gestione degli incrementi salariali aziendali.
Per quelle aziende tenute alla comunicazione, nel caso emerga una differenza del livello retributivo tra uomini e donne pari o superiore al 5%, il datore di lavoro avrebbe sei mesi di tempo per rimediare.
Il tema è capire come dare le giuste risposte a una questione sulla quale tutti sono d’accordo in termini di principio ma che andrà gestita con attenzione ed equilibrio. C’è insomma da evitare il rischio di «eccesso di reazione», tema che si è posto all’attenzione in questi giorni con la notizia riportata dal New York Times secondo cui le iniziative dell’azienda Nike a favore della diversità potrebbero aver rappresentato una discriminazione a danno dei lavoratori bianchi. La Enoc (la commissione americana per le pari opportunità) sta indagando su «accuse sistemiche di discriminazione razziale intenzionale legate ai programmi di diversità, equità e inclusione «nei confronti dei dipendenti bianchi del gruppo di abbigliamento sportivo».
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