L’istruzione trainata dalla sinistra produce ditte senza lavoratori e laureati disoccupati
Invece di sostenere anacronistici quesiti referendari che rischiano di introdurre meccanismi di rigidità nei contratti di lavoro, la sinistra dovrebbe farsi delle domande sulle ragioni per cui i giovani non riescono a trovare occupazione, nonostante le aziende siano alla disperata ricerca di personale. Ieri mi hanno colpito due notizie, che credo siano la spia di uno sfasamento fra domanda e offerta, ovvero tra le aspettative di chi cerca un’assunzione e i bisogni di chi la offre.
La prima notizia riguarda una ragazza di 24 anni di nome Stefania. La giovane ha studiato scienze sociali e si è laureata. Un traguardo importante per la sua famiglia, raggiunto a prezzo di sacrifici, in quanto la mamma emigrata dall’Ecuador ha cresciuto i tre figli da sola, permettendo a Stefania di studiare. Una volta terminato il suo corso, la ragazza - che, mentre frequentava l’università, si è adattata a diversi lavori in nero - ha cercato un impiego in linea con ciò che ha studiato, cioè un posto da assistente sociale; invece, si è dovuta accontentare di consegnare i pacchi di Amazon. Inizia alle sei del mattino e passa la giornata guidando il furgone da un indirizzo all’altro di Milano. Lo stipendio è buono, 1.900 euro netti al mese, però lei vorrebbe fare il lavoro per cui ha studiato: aspettativa più che legittima, ma in Italia al momento la richiesta di assistenti sociali non pare in grado di offrirle nessuna possibilità.
Dopo aver letto la storia di Stefania, lo sguardo mi è caduto su un altro articolo. Questa volta non si tratta di una vicenda personale, ma del rapporto curato da Unioncamere ed Excelsior sull’andamento del mercato del lavoro. Secondo la ricerca, in Italia sono 528.000 le figure richieste dalle imprese e quasi 1,7 milioni quelle previste per il trimestre maggio-luglio. Una cifra enorme, in crescita nel mese di maggio del 7% rispetto a un anno fa. Ma la questione non si esaurisce qui, perché dallo studio dell’ente che riunisce le Camere di commercio emerge che 248.000 profili professionali, pari al 47% delle richieste, sono difficili se non impossibili da trovare. Sintetizzo: mentre Stefania è costretta a guidare un furgone di Amazon per consegnare pacchi, le aziende cercano lavoratori da assumere ma non li trovano.
Ovviamente, le imprese non sono a caccia di assistenti sociali, ma di ingegneri, tecnici, responsabili di gestione e anche di specialisti in campo artigianale. Di personale addetto alla manutenzione, alle riparazioni o alla carpenteria. Capisco che una ragazza di 24 anni non abbia voglia di dedicarsi a lavori industriali, alcuni dei quali magari pure pesanti, ma secondo il bollettino di Unioncamere la maggiore spinta al mercato del lavoro arriva dal settore dei servizi e del turismo. Purtroppo, un’offerta che non riesce a incontrare la domanda. Dunque, i giovani rischiano di finire a consegnare pacchi o, peggio, vengono impiegati nel lavoro nero.
Non vi pare assurdo che si fatichi per arrivare a una laurea per poi scoprire che ciò per cui si è studiato non garantisce un futuro? A me sì. Anni fa, dopo avermi spiegato che il suo lavoro consisteva nel vendere pacchetti turistici in un’agenzia di viaggi, un giovane laureato in scienze politiche mi chiese: perché i miei professori non mi hanno spiegato prima che con il mio titolo di studi non avrei mangiato? Ricordo che gli diedi una risposta franca: se avessero riconosciuto che nel nostro Paese c’era bisogno di ingegneri e non di «scienziati politici», probabilmente tu non ti saresti iscritto al loro corso e loro sarebbero rimasti senza lavoro. Infatti, noi abbiamo un sistema universitario bloccato, che prescinde dal mondo del lavoro. Si formano futuri laureati che a volte sembrano solo utili a coloro che li devono formare, non a quanti li devono assumere.
Ma chi difende il sistema di baronie e di cattedre che non servono a trovare un'occupazione? Beh, la risposta è facile: da tempo il mondo dell’istruzione è appannaggio della sinistra e del sindacato, cioè di quelli che vorrebbero ripristinare l’articolo 18 e tutte le altre clausole anacronistiche proposte con il referendum dell’8 e del 9 giugno.
Per quanto mi riguarda, credo che riflettere sulla storia di Stefania e dei posti che restano vacanti perché le aziende non trovano i professionisti che cercano, sia più utile che andare a votare tra qualche settimana. Di sicuro queste riflessioni non le faranno Landini e compagni.




