True
2021-07-06
«I maiali italiani vanno sgozzati tutti» E girava le carceri arruolando per l’Isis
IStock
Mentre dalla Puglia i fondi per l'Isis partivano tramite un money transfer di Andria grazie al supporto di quattro disoccupati, un marocchino - carcere dopo carcere - nei quali finiva per reati comuni come spaccio di droga e rapine, ha cercato di portare sulla strada della conversione radicale gli altri detenuti: a Como, Pavia, Torino, Potenza, Agrigento, Palermo, Catania, Messina e Catanzaro esaltava gli attentati più eclatanti, dalle Torri Gemelle a Charlie Hebdo. E si proclamava duro e puro. Un islamista vero. Che odiava gli italiani, tanto da affermare che «sono dei maiali» e che li avrebbe «uccisi tutti tagliandogli la gola, cavandogli gli occhi e facendo la guerra».
Si è beccato un'accusa di associazione terroristica e una di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo Raduan Lafsahi, marocchino, 35 anni, già detenuto nel carcere di Paola, in Calabria. L'arresto è stato richiesto dalla Procura antiterrorismo di Milano ed è firmato dai pm Alberto Nobili e Alessandro Gobbis. Le indagini sono partite da Como, dove è stato ristretto in uno degli istituti di pena tra il 2015 e il 2017. Ma la segnalazione del Nucleo investigativo centrale della Polizia penitenziaria, ha permesso la sua iscrizione nel registro degli indagati, è arrivata da Palermo. Il gip del Tribunale di Milano, Daniela Cardamone, descrive l'indagato come un uomo «capace col suo carisma di impartire ordini e incitare a comportamenti destabilizzanti» gli altri detenuti. Tra le frasi intercettate c'è un invito agli agenti della Penitenziaria a entrare in cella: «Vi faccio vedere io come reagisce un musulmano, io sono un musulmano e odio tutti i cristiani». È ritenuto pericoloso, perché vantava l'appoggio di «cugini» a Milano e in Brianza. E in più conversazioni avrebbe ipotizzato possibili azioni eclatanti. La sua rete di contatti, è spiegato nell'ordinanza, «ben potrebbe dare realizzazione concreta» alla espressione della sua «ideologia violenta e estremista».
Secondo il gip, «ha dimostrato la propria appartenenza ideologica all'associazione terroristica Isis e ha dato prova di seguirne i dettami istigando gli altri detenuti alla commissione di atti di violenza volti a destabilizzare la disciplina e l'ordine carcerario».
Nelle 57 pagine dell'ordinanza vengono elencati tutti gli «atti di danneggiamento, le aggressioni verbali e fisiche negli istituti di pena» e i suoi «messaggi di minaccia e intimidazione», oltre a quelli di «apologia» dell'Isis. «Io appartengo alla famiglia dell'Isis», ripeteva. E, sempre secondo il gip, ha «predicato la paura diffusa come mezzo di dominio dell'Occidente, ha istigato gli altri detenuti alla commissione di atti di violenza volti a destabilizzare la disciplina e l'ordine carcerario».
Anche i pm lo descrivono come «un violento fanatico». Sarebbe stata la sua «fede nel radicalismo islamico a legittimarlo». E con gli agenti parlava da vero terrorista: «Allah Akbar, vi ucciderò tutti, appena esco da qua, vi taglio la testa a tutti». Un detenuto che era recluso con lui nel 2019 ha verbalizzato: «Diceva che dovevamo fare cose contro gli agenti, ci diceva di buttare addosso a loro qualsiasi cosa o di insultarli e creare disordini (...) di essere aggressivi». «Non vogliamo sminuire i fatti di Santa Maria Capua Vetere», ha spiegato Nobili, «ma bisogna ricordare anche che ci sono agenti del nucleo centrale investigativo di polizia penitenziaria che ogni giorno portano avanti una battaglia silenziosa di prevenzione contro il radicalismo islamico che nelle carceri trova un terreno fertile». La risposta «è efficace», ma il magistrato non ha negato che «il timore c'è sempre». E ha aggiunto: «Mi aspetto che tra i 40.000 orfani nel campo di Al Hol in Siria qualcuno maturi idee radicali. Spero di sbagliarmi, ma se non interviene la politica internazionale credo che in Europa, soprattutto in Francia, avremo una nuova ondata». La toga ha sottolineato che l'Italia è l'unica a localizzare, a rimpatriare e processare i connazionali che hanno aderito all'Isis: «Questo è un segnale di civiltà giuridica. Il terrorismo si vince con il codice alla mano. Molti di loro non si aspettano questa forma di rispetto, e questo è uno uno dei motivi per cui l'Italia non è così odiata e non è nel mirino». Ma, come dimostrano le inchieste, viene usata come hub logistico. E finanziario. Ieri la Procura antiterrorismo di Bari ha arrestato quattro presunti finanziatori di jihadisti e foreign fighter. Gli investigatori hanno documentato un migliaio di trasferimenti di denaro per circa un milione di euro in cinque anni, tra il 2015 e il 2020, per finanziare il terrorismo in 49 Paesi, dalla Serbia alla Thailandia, passando per Turchia, Germania, Emirati Arabi, Albania, Russia, Ungheria, Giordania, attraverso 42 «collettori stranieri» direttamente collegati con le organizzazioni combattenti antigovernative in Siria. I quattro arrestati intascavano 50 euro a settimana come compenso per l'invio del denaro. È rimasta ignota, invece, l'identità dell'uomo che consegnava ai quattro disoccupati di Andria il denaro da trasferire all'estero.
Cristiani senza pace in Nigeria Rapiti altri 140 studenti di liceo
Nuova ondata di rapimenti in Nigeria. Nella giornata di ieri degli uomini armati hanno fatto irruzione in una scuola cristiana battista nello Stato di Kaduna (nel Nordovest del Paese), sequestrando 140 studenti. In un comunicato, la polizia ha nello specifico affermato che delle persone provviste di armi «hanno sopraffatto le guardie di sicurezza della scuola e si sono introdotte nel collegio degli studenti dove hanno rapito un numero imprecisato di studenti per poi portarlo nella foresta». «I rapitori hanno portato via 140 studenti, solo 25 sono fuggiti. Non abbiamo ancora idea di dove siano stati portati gli studenti», ha detto
Emmanuel Paul, un insegnante della Bethel Baptist High School, dove è avvenuto il rapimento. «Squadre tattiche di polizia sono andate dietro ai rapitori», ha dichiarato invece all'Afp il portavoce della polizia dello Stato di Kaduna, Mohammed Jalige. «Siamo ancora in missione di salvataggio», ha aggiunto.
Tutto questo, mentre - domenica scorsa - si era verificato un altro sequestro di otto persone in una struttura sanitaria collocata nella città settentrionale di Zaria. Tra le persone rapite, nel dettaglio, figurerebbero due infermiere e un bambino di appena un anno. Tra l'altro, contemporaneamente all'attacco contro l'ospedale, ne sarebbe avvenuto uno contro la locale stazione di polizia, con lo scopo - pare - di creare un diversivo. Stando a quanto riportato dal sito della Bbc, sembrerebbe che i responsabili di questi sequestri risultino dei gruppi criminali, definiti dagli abitanti del posto come «banditi» e adusi a chiedere dei riscatti. In quest'ottica si stima, secondo Reuters, che si siano verificati circa 1.000 rapimenti ai danni di studenti nel Nordovest della Nigeria dallo scorso dicembre ad oggi: delle persone sequestrate, 150 risultano ancora disperse, mentre nove sono state uccise.
Il ricorso ai rapimenti è d'altronde stato inaugurato in loco dall'organizzazione islamista Boko Haram, che si è in passato non a caso finanziata attraverso furti e riscatti: fu proprio Boko Haram a rendersi responsabile, nel 2014, del maxi sequestro di 276 studentesse (in gran parte cristiane) nella città di Chibok. Adesso, questa tecnica viene imitata e utilizzata anche da altri gruppi. In tal senso, lo scorso maggio, il presidente nigeriano
Muhammadu Buhari aveva assicurato che il suo governo avrebbe fatto di tutto per arginare il pericolo di queste bande criminali. «Le forze dell'ordine», dichiarò, «stanno lavorando duramente per riconquistare la fiducia contro i banditi». Tuttavia il persistere del problema sta causando numerosi grattacapi politici al presidente (in carica dal 2015): il malcontento è alle stelle, alcuni settori del panorama politico locale chiedono le sue dimissioni, mentre - nelle scorse settimane - sono circolate anche delle ipotesi di golpe.
In un simile contesto, a finire colpiti da tale pericolosa situazione sono soprattutto i cristiani. Secondo quanto riferito appena due settimane fa dal
National Catholic Register, «innumerevoli sacerdoti e seminaristi sono stati uccisi o rapiti nell'ultimo anno. Dal 2015, più di duemila chiese sono state distrutte e il Paese ha assistito a un esodo di massa di 4-5 milioni di cristiani che sono fuggiti dal Paese». Tutto questo, mentre ieri Agenzia Nova ha riferito che sospetti miliziani di Boko Haram avrebbero rapito mercoledì scorso un sacerdote cattolico appartenente alla diocesi di Maiduguri (nello Stato di Borno).
Continua a leggereRiduci
Marocchino, già in cella, è accusato di aver reclutato nelle nove prigioni in cui è stato. Il pm Nobili: «Rischio attacchi in Europa». Banda armata assalta una scuola battista. Si sospetta la mano del solito Boko Haram. Lo speciale contiene due articoli.Mentre dalla Puglia i fondi per l'Isis partivano tramite un money transfer di Andria grazie al supporto di quattro disoccupati, un marocchino - carcere dopo carcere - nei quali finiva per reati comuni come spaccio di droga e rapine, ha cercato di portare sulla strada della conversione radicale gli altri detenuti: a Como, Pavia, Torino, Potenza, Agrigento, Palermo, Catania, Messina e Catanzaro esaltava gli attentati più eclatanti, dalle Torri Gemelle a Charlie Hebdo. E si proclamava duro e puro. Un islamista vero. Che odiava gli italiani, tanto da affermare che «sono dei maiali» e che li avrebbe «uccisi tutti tagliandogli la gola, cavandogli gli occhi e facendo la guerra». Si è beccato un'accusa di associazione terroristica e una di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo Raduan Lafsahi, marocchino, 35 anni, già detenuto nel carcere di Paola, in Calabria. L'arresto è stato richiesto dalla Procura antiterrorismo di Milano ed è firmato dai pm Alberto Nobili e Alessandro Gobbis. Le indagini sono partite da Como, dove è stato ristretto in uno degli istituti di pena tra il 2015 e il 2017. Ma la segnalazione del Nucleo investigativo centrale della Polizia penitenziaria, ha permesso la sua iscrizione nel registro degli indagati, è arrivata da Palermo. Il gip del Tribunale di Milano, Daniela Cardamone, descrive l'indagato come un uomo «capace col suo carisma di impartire ordini e incitare a comportamenti destabilizzanti» gli altri detenuti. Tra le frasi intercettate c'è un invito agli agenti della Penitenziaria a entrare in cella: «Vi faccio vedere io come reagisce un musulmano, io sono un musulmano e odio tutti i cristiani». È ritenuto pericoloso, perché vantava l'appoggio di «cugini» a Milano e in Brianza. E in più conversazioni avrebbe ipotizzato possibili azioni eclatanti. La sua rete di contatti, è spiegato nell'ordinanza, «ben potrebbe dare realizzazione concreta» alla espressione della sua «ideologia violenta e estremista». Secondo il gip, «ha dimostrato la propria appartenenza ideologica all'associazione terroristica Isis e ha dato prova di seguirne i dettami istigando gli altri detenuti alla commissione di atti di violenza volti a destabilizzare la disciplina e l'ordine carcerario». Nelle 57 pagine dell'ordinanza vengono elencati tutti gli «atti di danneggiamento, le aggressioni verbali e fisiche negli istituti di pena» e i suoi «messaggi di minaccia e intimidazione», oltre a quelli di «apologia» dell'Isis. «Io appartengo alla famiglia dell'Isis», ripeteva. E, sempre secondo il gip, ha «predicato la paura diffusa come mezzo di dominio dell'Occidente, ha istigato gli altri detenuti alla commissione di atti di violenza volti a destabilizzare la disciplina e l'ordine carcerario».Anche i pm lo descrivono come «un violento fanatico». Sarebbe stata la sua «fede nel radicalismo islamico a legittimarlo». E con gli agenti parlava da vero terrorista: «Allah Akbar, vi ucciderò tutti, appena esco da qua, vi taglio la testa a tutti». Un detenuto che era recluso con lui nel 2019 ha verbalizzato: «Diceva che dovevamo fare cose contro gli agenti, ci diceva di buttare addosso a loro qualsiasi cosa o di insultarli e creare disordini (...) di essere aggressivi». «Non vogliamo sminuire i fatti di Santa Maria Capua Vetere», ha spiegato Nobili, «ma bisogna ricordare anche che ci sono agenti del nucleo centrale investigativo di polizia penitenziaria che ogni giorno portano avanti una battaglia silenziosa di prevenzione contro il radicalismo islamico che nelle carceri trova un terreno fertile». La risposta «è efficace», ma il magistrato non ha negato che «il timore c'è sempre». E ha aggiunto: «Mi aspetto che tra i 40.000 orfani nel campo di Al Hol in Siria qualcuno maturi idee radicali. Spero di sbagliarmi, ma se non interviene la politica internazionale credo che in Europa, soprattutto in Francia, avremo una nuova ondata». La toga ha sottolineato che l'Italia è l'unica a localizzare, a rimpatriare e processare i connazionali che hanno aderito all'Isis: «Questo è un segnale di civiltà giuridica. Il terrorismo si vince con il codice alla mano. Molti di loro non si aspettano questa forma di rispetto, e questo è uno uno dei motivi per cui l'Italia non è così odiata e non è nel mirino». Ma, come dimostrano le inchieste, viene usata come hub logistico. E finanziario. Ieri la Procura antiterrorismo di Bari ha arrestato quattro presunti finanziatori di jihadisti e foreign fighter. Gli investigatori hanno documentato un migliaio di trasferimenti di denaro per circa un milione di euro in cinque anni, tra il 2015 e il 2020, per finanziare il terrorismo in 49 Paesi, dalla Serbia alla Thailandia, passando per Turchia, Germania, Emirati Arabi, Albania, Russia, Ungheria, Giordania, attraverso 42 «collettori stranieri» direttamente collegati con le organizzazioni combattenti antigovernative in Siria. I quattro arrestati intascavano 50 euro a settimana come compenso per l'invio del denaro. È rimasta ignota, invece, l'identità dell'uomo che consegnava ai quattro disoccupati di Andria il denaro da trasferire all'estero.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/isis-italia-propaganda-2653687005.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cristiani-senza-pace-in-nigeria-rapiti-altri-140-studenti-di-liceo" data-post-id="2653687005" data-published-at="1625577000" data-use-pagination="False"> Cristiani senza pace in Nigeria Rapiti altri 140 studenti di liceo Nuova ondata di rapimenti in Nigeria. Nella giornata di ieri degli uomini armati hanno fatto irruzione in una scuola cristiana battista nello Stato di Kaduna (nel Nordovest del Paese), sequestrando 140 studenti. In un comunicato, la polizia ha nello specifico affermato che delle persone provviste di armi «hanno sopraffatto le guardie di sicurezza della scuola e si sono introdotte nel collegio degli studenti dove hanno rapito un numero imprecisato di studenti per poi portarlo nella foresta». «I rapitori hanno portato via 140 studenti, solo 25 sono fuggiti. Non abbiamo ancora idea di dove siano stati portati gli studenti», ha detto Emmanuel Paul, un insegnante della Bethel Baptist High School, dove è avvenuto il rapimento. «Squadre tattiche di polizia sono andate dietro ai rapitori», ha dichiarato invece all'Afp il portavoce della polizia dello Stato di Kaduna, Mohammed Jalige. «Siamo ancora in missione di salvataggio», ha aggiunto. Tutto questo, mentre - domenica scorsa - si era verificato un altro sequestro di otto persone in una struttura sanitaria collocata nella città settentrionale di Zaria. Tra le persone rapite, nel dettaglio, figurerebbero due infermiere e un bambino di appena un anno. Tra l'altro, contemporaneamente all'attacco contro l'ospedale, ne sarebbe avvenuto uno contro la locale stazione di polizia, con lo scopo - pare - di creare un diversivo. Stando a quanto riportato dal sito della Bbc, sembrerebbe che i responsabili di questi sequestri risultino dei gruppi criminali, definiti dagli abitanti del posto come «banditi» e adusi a chiedere dei riscatti. In quest'ottica si stima, secondo Reuters, che si siano verificati circa 1.000 rapimenti ai danni di studenti nel Nordovest della Nigeria dallo scorso dicembre ad oggi: delle persone sequestrate, 150 risultano ancora disperse, mentre nove sono state uccise. Il ricorso ai rapimenti è d'altronde stato inaugurato in loco dall'organizzazione islamista Boko Haram, che si è in passato non a caso finanziata attraverso furti e riscatti: fu proprio Boko Haram a rendersi responsabile, nel 2014, del maxi sequestro di 276 studentesse (in gran parte cristiane) nella città di Chibok. Adesso, questa tecnica viene imitata e utilizzata anche da altri gruppi. In tal senso, lo scorso maggio, il presidente nigeriano Muhammadu Buhari aveva assicurato che il suo governo avrebbe fatto di tutto per arginare il pericolo di queste bande criminali. «Le forze dell'ordine», dichiarò, «stanno lavorando duramente per riconquistare la fiducia contro i banditi». Tuttavia il persistere del problema sta causando numerosi grattacapi politici al presidente (in carica dal 2015): il malcontento è alle stelle, alcuni settori del panorama politico locale chiedono le sue dimissioni, mentre - nelle scorse settimane - sono circolate anche delle ipotesi di golpe. In un simile contesto, a finire colpiti da tale pericolosa situazione sono soprattutto i cristiani. Secondo quanto riferito appena due settimane fa dal National Catholic Register, «innumerevoli sacerdoti e seminaristi sono stati uccisi o rapiti nell'ultimo anno. Dal 2015, più di duemila chiese sono state distrutte e il Paese ha assistito a un esodo di massa di 4-5 milioni di cristiani che sono fuggiti dal Paese». Tutto questo, mentre ieri Agenzia Nova ha riferito che sospetti miliziani di Boko Haram avrebbero rapito mercoledì scorso un sacerdote cattolico appartenente alla diocesi di Maiduguri (nello Stato di Borno).
Marco Rubio (Ansa)
In Vaticano, Rubio dovrebbe incontrare Leone XIV e il cardinale Pietro Parolin. Separatamente, il capo del dipartimento di Stato americano avrà dei faccia a faccia con Antonio Tajani e Guido Crosetto. Non è escluso un incontro con Giorgia Meloni. Ricordiamo che, nelle scorse settimane, Donald Trump aveva polemizzato tanto con il pontefice quanto con l’inquilina di Palazzo Chigi. L’imminente viaggio del segretario di Stato americano punta quindi, evidentemente, a ricomporre la duplice frattura. In tal senso, non è probabilmente un caso che il presidente statunitense abbia scelto proprio Rubio per questa delicata missione: oltre a essere cattolico, si tratta probabilmente della figura che, all’interno dell’attuale amministrazione di Washington, risulta meno fredda nei confronti della Nato e, più in generale, del Vecchio continente. Ricordiamo, inoltre, che, oltre a essere segretario di Stato, Rubio riveste anche l’incarico di consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca: il che lo rende, insieme a JD Vance, probabilmente l’uomo più vicino a Trump in questo momento.
L’attuale presidente americano ha vinto nettamente il voto cattolico nel 2024 e sa di aver bisogno di questo elettorato in vista delle Midterm di novembre. In prospettiva, tale voto sarà decisivo anche per le presidenziali del 2028. Sotto questo aspetto, non è un mistero che Rubio e Vance, entrambi cattolici, puntino alla nomination del Partito repubblicano. Senza dimenticare che, entrando in rotta di collisione con Leone, Trump rischia di rafforzare indirettamente quei settori filocinesi della Chiesa che uscirono sconfitti dal conclave dell’anno scorso. Dall’altra parte, è vero che la Casa Bianca è ai ferri corti con i vescovi statunitensi su varie questioni: dall’immigrazione alla guerra in Iran. Tuttavia, è anche vero che, secondo un sondaggio di Fox News, il gradimento dei cattolici americani per Trump sarebbe aumentato da marzo ad aprile. Inoltre, fin quando non si libererà della sua ala woke, il Partito democratico statunitense farà fatica a recuperare terreno tra i fedeli alla Chiesa di Roma. Al di là delle sue politiche energicamente abortiste, l’amministrazione Biden usò l’Fbi per mettere nel mirino i cattolici tradizionalisti e gli stessi attivisti pro-life.
Veniamo, poi, al rapporto con il governo Meloni. Trump sa che la sponda con l’attuale inquilina di Palazzo Chigi gli è stata necessaria per arginare quei leader europei che, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, volevano (e vogliono ancora) imprimere a Bruxelles una svolta filocinese. Al contempo, la forza della Meloni sul piano internazionale è sempre stata in gran parte dovuta al suo stretto rapporto con gli Usa: rapporto che il premier aveva costruito già ai tempi di Joe Biden. La rottura tra Roma e Washington, significativamente celebrata da ampi settori del campo largo, è un regalo alla Francia di Macron. E questo non è certo un bene per gli interessi italiani. Tra l’altro, è indicativo che Rubio si appresti a venire nel nostro Paese proprio mentre si acuiscono le fibrillazioni tra Trump e il cancelliere tedesco, Friedrich Merz.
Chiaramente la doppia ricucitura con la Santa Sede e Palazzo Chigi passerà anche da come si evolverà la crisi iraniana: uno scenario di guerra che, notoriamente, è stata alla base della rottura del presidente americano sia con Leone sia con la Meloni. Al momento, la diplomazia sembra attraversare un momento di difficoltà: Trump ha esaminato la nuova proposta iraniana e ha dichiarato di ritenerla «inaccettabile» e non ha escluso una ripresa degli attacchi, qualora gli ayatollah «si comportino male». Nel frattempo, Washington mantiene in vigore il blocco navale ai porti iraniani come strumento di pressione negoziale. «Stiamo soffocando il regime», ha detto, a tal proposito, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent.
Come che sia, secondo Al Jazeera, il piano iraniano prevedrebbe una prima fase, in cui, il cessate il fuoco si trasformerebbe in una pace permanente nel giro di 30 giorni. Frattanto, lo Stretto di Hormuz verrebbe gradualmente riaperto, mentre gli Usa rinuncerebbero allo sbarramento navale. Nella seconda fase, la Repubblica islamica congelerebbe l’arricchimento dell’uranio per un massimo di 15 anni, riprendendolo poi a un tasso del 3,6%. Il regime khomeinista manterrebbe gli impianti atomici, ma si impegnerebbe a ridurre gradualmente le proprie scorte di uranio arricchito. Washington, dal canto suo, sbloccherebbe man mano i fondi iraniani congelati e revocherebbe le sanzioni sulla base dei progressi in ambito nucleare. La terza fase, infine, vedrebbe l’avvio di un dialogo strategico tra Teheran e i Paesi arabi.
Ieri sera, l’Iran ha reso noto di aver ricevuto la risposta statunitense alla propria proposta. Solo i prossimi giorni ci diranno se il processo diplomatico tra americani e iraniani riuscirà a essere rilanciato.
Continua a leggereRiduci
Un volo intorno al mondo, una donna pilota decisa a farcela e un aeroplano carico che di più non si sarebbe staccato da terra. Ecco la storia di Jerrie Mock.
iStock
Che è arrivato il Primo maggio con la lettera aperta del presidente Ucoii, Yassine Baradai, «alle lavoratrici e ai lavoratori d’Italia, alle parti sociali, alle istituzioni e al mondo imprenditoriale: una riflessione sulla dignità del lavoro nella tradizione islamica e un richiamo onesto sull’islamofobia, sulle discriminazioni che colpiscono in particolare le donne, e sul mancato riconoscimento delle due festività religiose annuali e della preghiera del venerdì». Sì, avete letto bene: l’Ucoii, in un’articolata piattaforma politica, ci infila la richiesta «sul mancato riconoscimento delle due festività religiose annuali e della preghiera del venerdì». Riprenderemo tra poco i passaggi della lettera, non prima però di aver sottolineato due aspetti: il ruolo politico che Ucoii vuole giocare e la piattaforma che ne consegue, partendo dai diritti dei lavoratori di fede musulmana, discriminati rispetto alla pratica religiosa.
Più volte avevamo evidenziato che la leva che il mondo islamico avrebbe usato per entrare sempre più nella società italiana sarebbe stata quella del lavoro e così è stato. E lo sarà sempre di più. Qui non si tratta di rivendicare diritti salariali o di altra natura che sono universali e degnissimi di lotte (certo, se blocchi i trasporti con la frequenza degli ultimi tempi, il danno lo fai ai cittadini comuni…); no, in questo caso si mette l’accento sull’appartenenza a una religione e all’equiparazione delle feste islamiche con il Natale, la Pasqua e la domenica. Nella lettera si avverte il peso di chi ha il polso della situazione, di chi sa che ci sono aree produttive del Paese che dipendono da lavoratori stranieri, accomunati dalla pratica islamica. Quindi è la somma di costoro che conferisce peso politico. Religione, presenza notevole sul lavoro, identità: i musulmani in Italia ci sono e vogliono pesare. L’Ucoii oggi si presenta in una declinazione sindacale, domani «elettorale» con una sua appendice organizzata: perché escluderlo visto che poco alla volta le istanze della comunità islamica aumentano di peso? E perché dovrebbero essere solo ospitati nelle liste altrui?
L’Ucoii insomma guadagna terreno e vuole che le impronte siano ben visibili. «Nella tradizione islamica il lavoro lecito è uno dei più nobili atti di adorazione. Il profeta Muhammad (pace e benedizione su di lui) insegnava che nessuno ha mai mangiato cibo migliore di quello guadagnato con il lavoro delle proprie mani, e ammoniva: “Date al lavoratore il suo salario prima che il suo sudore si asciughi”». La lettera di Baradai fa riferimento al «profeta Maometto» per parlare dei diritti, una sottolineatura sottile e persino raffinata se si coglie il senso della scelta del cardinale Prevost di diventare papa Leone XIV, raccogliendo l’eredità di quel Leone XIII, «padre» della Rerum Novarum. Il presidente dell’Ucoii sa che semmai i lavoratori riscoprissero il senso della sfida spirituale contro le tentazioni malefiche dei padroni di Big Tech, quelli di fede musulmana sarebbero più strutturati rispetto agli altri; e questo perché il sindacato cattolico Cisl non ha saputo reggere lo scontro politico con la Cgil (che tra l’altro teme a sinistra Usb e Cobas), non avendo un partito cattolico di riferimento.
È in questo spazio di liquidità e di «secolarizzazione» del lavoro che l’Ucoii penetra avanzando una rivendicazione precisa: «Le discriminazioni esistono e hanno un nome: islamofobia. Sono quelle che colpiscono in fase di assunzione chi porta un nome arabo o un cognome riconoscibile come musulmano. Sono quelle che si traducono in carriere bloccate, in mansioni dequalificanti, in battute “innocenti” che diventano ambiente ostile». E ancora: «Vi sono poi i diritti legati alla dimensione spirituale, che la nostra Costituzione tutela all’art. 19 ma che nel mondo del lavoro restano spesso lettera morta. Le due feste canoniche dell’islam - l’Eid al-fitr, al termine del Ramadan, e l’ʿId al-Adha, la Festa del Sacrificio - sono per noi musulmani ciò che il Natale e la Pasqua rappresentano per i cristiani: due sole giornate l’anno. Eppure ancora oggi un lavoratore musulmano deve troppe volte chiedere ferie, scambiare turni, giustificare la propria assenza come fosse una stranezza, mentre molti datori di lavoro negano il permesso. Servono intese collettive che riconoscano queste due festività come diritto contrattualmente esigibile, sul modello già praticato in altri Paesi europei. La preghiera del venerdì è obbligo religioso comunitario e si svolge in una breve finestra a metà giornata. Una pausa di 40 minuti, una flessibilità d’orario, un permesso retribuito o recuperabile: pratiche semplici, già adottate da aziende lungimiranti, che permettono a milioni di cittadini italiani di onorare la propria fede senza venir meno ai propri doveri professionali. Non sono privilegi: sono accomodamenti ragionevoli».
Nella lettera dal forte sapore sindacale si rimarcano le questioni legate «al mancato rispetto per la donna, in particolare quelle che indossano il velo; alla disponibilità di pasti rispettosi delle prescrizioni alimentari nelle mense aziendali; luoghi dignitosi per la preghiera quotidiana; il rispetto durante il mese di Ramadan per chi pratica il digiuno […] Nessuno dev’essere costretto a scegliere tra la propria fede e il proprio posto di lavoro».
L’islam ha lanciato una sfida precisa al sindacato e soprattutto alla politica: vediamo chi lo ha capito ed è in grado di elaborare una risposta culturale.
Continua a leggereRiduci
Gabriele Gravina (Ansa)
Del resto, lei sembra l’uomo adatto. Dopo otto anni di presidenza della Figc, infatti, lascia il mondo del calcio in uno stato comatoso: l’Italia esclusa dal Mondiale per la terza volta di fila, le squadre italiane che collezionano figuracce nelle coppe europee, il mondo arbitrale travolto da un nuovo scandalo. «Bisogna saper sognare, progettare, credere», disse nel 2018 quando fu eletto. Non è riuscito a fare nulla di quello che aveva promesso. E questa mi pare un’ottima premessa per diventare un leader politico. Basta sostituire la Schlein con Gattuso, e Conte (Giuseppe) con Conte (Antonio), e il gioco è fatto. Di Buffon, per altro, in Parlamento ne troverà quanti ne vuole.
Pugliese di Castellaneta (Taranto), trapiantato in Abruzzo, laurea in giurisprudenza, di professione imprenditore, già presidente del Castel di Sangro e consigliere Figc dal 1992 (34 anni!), lei colleziona da sempre poltrone e potere nel mondo dello sport. Però di fronte all’attuale sfascio non si sente responsabile. «Ha fallito?», le ha chiesto Lilli Gruber. «No». Poi ha aggiunto che si sente «capro espiatorio», che ha avuto «penalizzazioni incredibili» e che c’è una «parte endogena e una parte esogena», qualsiasi cosa voglia dire. Non è perfetto per una campagna elettorale? È riuscito a dire in tv che Gattuso, pur facendosi eliminare dai Mondiali, «ha centrato l’obiettivo». A raccontar balle nemmeno Renzi è bravo così.
«Non temo per la qualificazione ai Mondiali in Qatar», disse nel dicembre 2021. Tre mesi dopo siamo stati eliminati dai Mondiali in Qatar. «Andremo ai Mondiali negli Usa anche a nuoto», ha ripetuto nel marzo 2026. Dieci giorni dopo siamo stati eliminati dai Mondiali negli Usa. «Noi siamo professionisti, mica altri sport che sono dilettanti», ha commentato a caldo, suscitando l’ira degli sportivi «dilettanti» che, a differenza degli strapagati calciatori professionisti, con la maglia azzurra vincono eccome. Una gaffe dopo l’altra, insomma: roba che persino il ministro Giuli faticherebbe a starle dietro. «Sono ottimista per gli Europei del 2032 che si giocheranno in Italia e Turchia», ha aggiunto l’altro giorno in tv. E tutti hanno cominciato a toccarsi. Bisogna capirli: la salute del nostro calcio, ormai, è peggio che grave, è Gravina. Ma per lei è venuto il momento di dedicarsi ad altro. Perciò le scriviamo questa cartolina: per augurarle di guidare presto, come solo lei sa fare, il campo largo della sinistra. Non si preoccupi: si troverà a casa. Anche loro, in fondo, sono da tempo nel pallone.
Continua a leggereRiduci