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2021-07-06
«I maiali italiani vanno sgozzati tutti» E girava le carceri arruolando per l’Isis
IStock
Mentre dalla Puglia i fondi per l'Isis partivano tramite un money transfer di Andria grazie al supporto di quattro disoccupati, un marocchino - carcere dopo carcere - nei quali finiva per reati comuni come spaccio di droga e rapine, ha cercato di portare sulla strada della conversione radicale gli altri detenuti: a Como, Pavia, Torino, Potenza, Agrigento, Palermo, Catania, Messina e Catanzaro esaltava gli attentati più eclatanti, dalle Torri Gemelle a Charlie Hebdo. E si proclamava duro e puro. Un islamista vero. Che odiava gli italiani, tanto da affermare che «sono dei maiali» e che li avrebbe «uccisi tutti tagliandogli la gola, cavandogli gli occhi e facendo la guerra».
Si è beccato un'accusa di associazione terroristica e una di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo Raduan Lafsahi, marocchino, 35 anni, già detenuto nel carcere di Paola, in Calabria. L'arresto è stato richiesto dalla Procura antiterrorismo di Milano ed è firmato dai pm Alberto Nobili e Alessandro Gobbis. Le indagini sono partite da Como, dove è stato ristretto in uno degli istituti di pena tra il 2015 e il 2017. Ma la segnalazione del Nucleo investigativo centrale della Polizia penitenziaria, ha permesso la sua iscrizione nel registro degli indagati, è arrivata da Palermo. Il gip del Tribunale di Milano, Daniela Cardamone, descrive l'indagato come un uomo «capace col suo carisma di impartire ordini e incitare a comportamenti destabilizzanti» gli altri detenuti. Tra le frasi intercettate c'è un invito agli agenti della Penitenziaria a entrare in cella: «Vi faccio vedere io come reagisce un musulmano, io sono un musulmano e odio tutti i cristiani». È ritenuto pericoloso, perché vantava l'appoggio di «cugini» a Milano e in Brianza. E in più conversazioni avrebbe ipotizzato possibili azioni eclatanti. La sua rete di contatti, è spiegato nell'ordinanza, «ben potrebbe dare realizzazione concreta» alla espressione della sua «ideologia violenta e estremista».
Secondo il gip, «ha dimostrato la propria appartenenza ideologica all'associazione terroristica Isis e ha dato prova di seguirne i dettami istigando gli altri detenuti alla commissione di atti di violenza volti a destabilizzare la disciplina e l'ordine carcerario».
Nelle 57 pagine dell'ordinanza vengono elencati tutti gli «atti di danneggiamento, le aggressioni verbali e fisiche negli istituti di pena» e i suoi «messaggi di minaccia e intimidazione», oltre a quelli di «apologia» dell'Isis. «Io appartengo alla famiglia dell'Isis», ripeteva. E, sempre secondo il gip, ha «predicato la paura diffusa come mezzo di dominio dell'Occidente, ha istigato gli altri detenuti alla commissione di atti di violenza volti a destabilizzare la disciplina e l'ordine carcerario».
Anche i pm lo descrivono come «un violento fanatico». Sarebbe stata la sua «fede nel radicalismo islamico a legittimarlo». E con gli agenti parlava da vero terrorista: «Allah Akbar, vi ucciderò tutti, appena esco da qua, vi taglio la testa a tutti». Un detenuto che era recluso con lui nel 2019 ha verbalizzato: «Diceva che dovevamo fare cose contro gli agenti, ci diceva di buttare addosso a loro qualsiasi cosa o di insultarli e creare disordini (...) di essere aggressivi». «Non vogliamo sminuire i fatti di Santa Maria Capua Vetere», ha spiegato Nobili, «ma bisogna ricordare anche che ci sono agenti del nucleo centrale investigativo di polizia penitenziaria che ogni giorno portano avanti una battaglia silenziosa di prevenzione contro il radicalismo islamico che nelle carceri trova un terreno fertile». La risposta «è efficace», ma il magistrato non ha negato che «il timore c'è sempre». E ha aggiunto: «Mi aspetto che tra i 40.000 orfani nel campo di Al Hol in Siria qualcuno maturi idee radicali. Spero di sbagliarmi, ma se non interviene la politica internazionale credo che in Europa, soprattutto in Francia, avremo una nuova ondata». La toga ha sottolineato che l'Italia è l'unica a localizzare, a rimpatriare e processare i connazionali che hanno aderito all'Isis: «Questo è un segnale di civiltà giuridica. Il terrorismo si vince con il codice alla mano. Molti di loro non si aspettano questa forma di rispetto, e questo è uno uno dei motivi per cui l'Italia non è così odiata e non è nel mirino». Ma, come dimostrano le inchieste, viene usata come hub logistico. E finanziario. Ieri la Procura antiterrorismo di Bari ha arrestato quattro presunti finanziatori di jihadisti e foreign fighter. Gli investigatori hanno documentato un migliaio di trasferimenti di denaro per circa un milione di euro in cinque anni, tra il 2015 e il 2020, per finanziare il terrorismo in 49 Paesi, dalla Serbia alla Thailandia, passando per Turchia, Germania, Emirati Arabi, Albania, Russia, Ungheria, Giordania, attraverso 42 «collettori stranieri» direttamente collegati con le organizzazioni combattenti antigovernative in Siria. I quattro arrestati intascavano 50 euro a settimana come compenso per l'invio del denaro. È rimasta ignota, invece, l'identità dell'uomo che consegnava ai quattro disoccupati di Andria il denaro da trasferire all'estero.
Cristiani senza pace in Nigeria Rapiti altri 140 studenti di liceo
Nuova ondata di rapimenti in Nigeria. Nella giornata di ieri degli uomini armati hanno fatto irruzione in una scuola cristiana battista nello Stato di Kaduna (nel Nordovest del Paese), sequestrando 140 studenti. In un comunicato, la polizia ha nello specifico affermato che delle persone provviste di armi «hanno sopraffatto le guardie di sicurezza della scuola e si sono introdotte nel collegio degli studenti dove hanno rapito un numero imprecisato di studenti per poi portarlo nella foresta». «I rapitori hanno portato via 140 studenti, solo 25 sono fuggiti. Non abbiamo ancora idea di dove siano stati portati gli studenti», ha detto
Emmanuel Paul, un insegnante della Bethel Baptist High School, dove è avvenuto il rapimento. «Squadre tattiche di polizia sono andate dietro ai rapitori», ha dichiarato invece all'Afp il portavoce della polizia dello Stato di Kaduna, Mohammed Jalige. «Siamo ancora in missione di salvataggio», ha aggiunto.
Tutto questo, mentre - domenica scorsa - si era verificato un altro sequestro di otto persone in una struttura sanitaria collocata nella città settentrionale di Zaria. Tra le persone rapite, nel dettaglio, figurerebbero due infermiere e un bambino di appena un anno. Tra l'altro, contemporaneamente all'attacco contro l'ospedale, ne sarebbe avvenuto uno contro la locale stazione di polizia, con lo scopo - pare - di creare un diversivo. Stando a quanto riportato dal sito della Bbc, sembrerebbe che i responsabili di questi sequestri risultino dei gruppi criminali, definiti dagli abitanti del posto come «banditi» e adusi a chiedere dei riscatti. In quest'ottica si stima, secondo Reuters, che si siano verificati circa 1.000 rapimenti ai danni di studenti nel Nordovest della Nigeria dallo scorso dicembre ad oggi: delle persone sequestrate, 150 risultano ancora disperse, mentre nove sono state uccise.
Il ricorso ai rapimenti è d'altronde stato inaugurato in loco dall'organizzazione islamista Boko Haram, che si è in passato non a caso finanziata attraverso furti e riscatti: fu proprio Boko Haram a rendersi responsabile, nel 2014, del maxi sequestro di 276 studentesse (in gran parte cristiane) nella città di Chibok. Adesso, questa tecnica viene imitata e utilizzata anche da altri gruppi. In tal senso, lo scorso maggio, il presidente nigeriano
Muhammadu Buhari aveva assicurato che il suo governo avrebbe fatto di tutto per arginare il pericolo di queste bande criminali. «Le forze dell'ordine», dichiarò, «stanno lavorando duramente per riconquistare la fiducia contro i banditi». Tuttavia il persistere del problema sta causando numerosi grattacapi politici al presidente (in carica dal 2015): il malcontento è alle stelle, alcuni settori del panorama politico locale chiedono le sue dimissioni, mentre - nelle scorse settimane - sono circolate anche delle ipotesi di golpe.
In un simile contesto, a finire colpiti da tale pericolosa situazione sono soprattutto i cristiani. Secondo quanto riferito appena due settimane fa dal
National Catholic Register, «innumerevoli sacerdoti e seminaristi sono stati uccisi o rapiti nell'ultimo anno. Dal 2015, più di duemila chiese sono state distrutte e il Paese ha assistito a un esodo di massa di 4-5 milioni di cristiani che sono fuggiti dal Paese». Tutto questo, mentre ieri Agenzia Nova ha riferito che sospetti miliziani di Boko Haram avrebbero rapito mercoledì scorso un sacerdote cattolico appartenente alla diocesi di Maiduguri (nello Stato di Borno).
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Marocchino, già in cella, è accusato di aver reclutato nelle nove prigioni in cui è stato. Il pm Nobili: «Rischio attacchi in Europa». Banda armata assalta una scuola battista. Si sospetta la mano del solito Boko Haram. Lo speciale contiene due articoli.Mentre dalla Puglia i fondi per l'Isis partivano tramite un money transfer di Andria grazie al supporto di quattro disoccupati, un marocchino - carcere dopo carcere - nei quali finiva per reati comuni come spaccio di droga e rapine, ha cercato di portare sulla strada della conversione radicale gli altri detenuti: a Como, Pavia, Torino, Potenza, Agrigento, Palermo, Catania, Messina e Catanzaro esaltava gli attentati più eclatanti, dalle Torri Gemelle a Charlie Hebdo. E si proclamava duro e puro. Un islamista vero. Che odiava gli italiani, tanto da affermare che «sono dei maiali» e che li avrebbe «uccisi tutti tagliandogli la gola, cavandogli gli occhi e facendo la guerra». Si è beccato un'accusa di associazione terroristica e una di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo Raduan Lafsahi, marocchino, 35 anni, già detenuto nel carcere di Paola, in Calabria. L'arresto è stato richiesto dalla Procura antiterrorismo di Milano ed è firmato dai pm Alberto Nobili e Alessandro Gobbis. Le indagini sono partite da Como, dove è stato ristretto in uno degli istituti di pena tra il 2015 e il 2017. Ma la segnalazione del Nucleo investigativo centrale della Polizia penitenziaria, ha permesso la sua iscrizione nel registro degli indagati, è arrivata da Palermo. Il gip del Tribunale di Milano, Daniela Cardamone, descrive l'indagato come un uomo «capace col suo carisma di impartire ordini e incitare a comportamenti destabilizzanti» gli altri detenuti. Tra le frasi intercettate c'è un invito agli agenti della Penitenziaria a entrare in cella: «Vi faccio vedere io come reagisce un musulmano, io sono un musulmano e odio tutti i cristiani». È ritenuto pericoloso, perché vantava l'appoggio di «cugini» a Milano e in Brianza. E in più conversazioni avrebbe ipotizzato possibili azioni eclatanti. La sua rete di contatti, è spiegato nell'ordinanza, «ben potrebbe dare realizzazione concreta» alla espressione della sua «ideologia violenta e estremista». Secondo il gip, «ha dimostrato la propria appartenenza ideologica all'associazione terroristica Isis e ha dato prova di seguirne i dettami istigando gli altri detenuti alla commissione di atti di violenza volti a destabilizzare la disciplina e l'ordine carcerario». Nelle 57 pagine dell'ordinanza vengono elencati tutti gli «atti di danneggiamento, le aggressioni verbali e fisiche negli istituti di pena» e i suoi «messaggi di minaccia e intimidazione», oltre a quelli di «apologia» dell'Isis. «Io appartengo alla famiglia dell'Isis», ripeteva. E, sempre secondo il gip, ha «predicato la paura diffusa come mezzo di dominio dell'Occidente, ha istigato gli altri detenuti alla commissione di atti di violenza volti a destabilizzare la disciplina e l'ordine carcerario».Anche i pm lo descrivono come «un violento fanatico». Sarebbe stata la sua «fede nel radicalismo islamico a legittimarlo». E con gli agenti parlava da vero terrorista: «Allah Akbar, vi ucciderò tutti, appena esco da qua, vi taglio la testa a tutti». Un detenuto che era recluso con lui nel 2019 ha verbalizzato: «Diceva che dovevamo fare cose contro gli agenti, ci diceva di buttare addosso a loro qualsiasi cosa o di insultarli e creare disordini (...) di essere aggressivi». «Non vogliamo sminuire i fatti di Santa Maria Capua Vetere», ha spiegato Nobili, «ma bisogna ricordare anche che ci sono agenti del nucleo centrale investigativo di polizia penitenziaria che ogni giorno portano avanti una battaglia silenziosa di prevenzione contro il radicalismo islamico che nelle carceri trova un terreno fertile». La risposta «è efficace», ma il magistrato non ha negato che «il timore c'è sempre». E ha aggiunto: «Mi aspetto che tra i 40.000 orfani nel campo di Al Hol in Siria qualcuno maturi idee radicali. Spero di sbagliarmi, ma se non interviene la politica internazionale credo che in Europa, soprattutto in Francia, avremo una nuova ondata». La toga ha sottolineato che l'Italia è l'unica a localizzare, a rimpatriare e processare i connazionali che hanno aderito all'Isis: «Questo è un segnale di civiltà giuridica. Il terrorismo si vince con il codice alla mano. Molti di loro non si aspettano questa forma di rispetto, e questo è uno uno dei motivi per cui l'Italia non è così odiata e non è nel mirino». Ma, come dimostrano le inchieste, viene usata come hub logistico. E finanziario. Ieri la Procura antiterrorismo di Bari ha arrestato quattro presunti finanziatori di jihadisti e foreign fighter. Gli investigatori hanno documentato un migliaio di trasferimenti di denaro per circa un milione di euro in cinque anni, tra il 2015 e il 2020, per finanziare il terrorismo in 49 Paesi, dalla Serbia alla Thailandia, passando per Turchia, Germania, Emirati Arabi, Albania, Russia, Ungheria, Giordania, attraverso 42 «collettori stranieri» direttamente collegati con le organizzazioni combattenti antigovernative in Siria. I quattro arrestati intascavano 50 euro a settimana come compenso per l'invio del denaro. È rimasta ignota, invece, l'identità dell'uomo che consegnava ai quattro disoccupati di Andria il denaro da trasferire all'estero.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/isis-italia-propaganda-2653687005.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cristiani-senza-pace-in-nigeria-rapiti-altri-140-studenti-di-liceo" data-post-id="2653687005" data-published-at="1625577000" data-use-pagination="False"> Cristiani senza pace in Nigeria Rapiti altri 140 studenti di liceo Nuova ondata di rapimenti in Nigeria. Nella giornata di ieri degli uomini armati hanno fatto irruzione in una scuola cristiana battista nello Stato di Kaduna (nel Nordovest del Paese), sequestrando 140 studenti. In un comunicato, la polizia ha nello specifico affermato che delle persone provviste di armi «hanno sopraffatto le guardie di sicurezza della scuola e si sono introdotte nel collegio degli studenti dove hanno rapito un numero imprecisato di studenti per poi portarlo nella foresta». «I rapitori hanno portato via 140 studenti, solo 25 sono fuggiti. Non abbiamo ancora idea di dove siano stati portati gli studenti», ha detto Emmanuel Paul, un insegnante della Bethel Baptist High School, dove è avvenuto il rapimento. «Squadre tattiche di polizia sono andate dietro ai rapitori», ha dichiarato invece all'Afp il portavoce della polizia dello Stato di Kaduna, Mohammed Jalige. «Siamo ancora in missione di salvataggio», ha aggiunto. Tutto questo, mentre - domenica scorsa - si era verificato un altro sequestro di otto persone in una struttura sanitaria collocata nella città settentrionale di Zaria. Tra le persone rapite, nel dettaglio, figurerebbero due infermiere e un bambino di appena un anno. Tra l'altro, contemporaneamente all'attacco contro l'ospedale, ne sarebbe avvenuto uno contro la locale stazione di polizia, con lo scopo - pare - di creare un diversivo. Stando a quanto riportato dal sito della Bbc, sembrerebbe che i responsabili di questi sequestri risultino dei gruppi criminali, definiti dagli abitanti del posto come «banditi» e adusi a chiedere dei riscatti. In quest'ottica si stima, secondo Reuters, che si siano verificati circa 1.000 rapimenti ai danni di studenti nel Nordovest della Nigeria dallo scorso dicembre ad oggi: delle persone sequestrate, 150 risultano ancora disperse, mentre nove sono state uccise. Il ricorso ai rapimenti è d'altronde stato inaugurato in loco dall'organizzazione islamista Boko Haram, che si è in passato non a caso finanziata attraverso furti e riscatti: fu proprio Boko Haram a rendersi responsabile, nel 2014, del maxi sequestro di 276 studentesse (in gran parte cristiane) nella città di Chibok. Adesso, questa tecnica viene imitata e utilizzata anche da altri gruppi. In tal senso, lo scorso maggio, il presidente nigeriano Muhammadu Buhari aveva assicurato che il suo governo avrebbe fatto di tutto per arginare il pericolo di queste bande criminali. «Le forze dell'ordine», dichiarò, «stanno lavorando duramente per riconquistare la fiducia contro i banditi». Tuttavia il persistere del problema sta causando numerosi grattacapi politici al presidente (in carica dal 2015): il malcontento è alle stelle, alcuni settori del panorama politico locale chiedono le sue dimissioni, mentre - nelle scorse settimane - sono circolate anche delle ipotesi di golpe. In un simile contesto, a finire colpiti da tale pericolosa situazione sono soprattutto i cristiani. Secondo quanto riferito appena due settimane fa dal National Catholic Register, «innumerevoli sacerdoti e seminaristi sono stati uccisi o rapiti nell'ultimo anno. Dal 2015, più di duemila chiese sono state distrutte e il Paese ha assistito a un esodo di massa di 4-5 milioni di cristiani che sono fuggiti dal Paese». Tutto questo, mentre ieri Agenzia Nova ha riferito che sospetti miliziani di Boko Haram avrebbero rapito mercoledì scorso un sacerdote cattolico appartenente alla diocesi di Maiduguri (nello Stato di Borno).
Donald Trump e Maria Corina Machado (Ansa)
L’incontro alla Casa Bianca fra Donald Trump e Maria Corina Machado ha riportato l’attenzione del mondo su cosa sta accadendo in Venezuela. La leader dell’opposizione del paese sudamericano ha consegnato al presidente statunitense il premio Nobel per la Pace, un gesto che ha favorevolmente colpito il tycoon americano.
La Machado ha definito l’incontro come un dialogo molto positivo ed eccellente, ricevendo dall’inquilino della Casa Bianca molti complimenti, ma poca concretezza. Del resto Trump aveva spesa parole molto lusinghiere sulla nuova presidente Delcy Rodríguez, che Maria Corina Machado ha pubblicamente definito come una comunista, principale alleata del regime russo, cinese e iraniano, ribadendo di essere convinta che in Venezuela ci sarà presto una transizione ordinata. La Nobel per la Pace ha continuato sostenendo che Caracas sta vivendo una fase in cui il cartello della droga si contrappone alla giustizia, e la figura di Rodríguez rappresenterebbe la continuità di un sistema illegittimo.
Nonostante la pubblica soddisfazione da parte della Machado, alcuni importanti rappresentanti dell’opposizione restano dubbiosi sul futuro venezuelano. Delsa Solorzano è leader del partito Encuentro Ciudadano, che fa parte della coalizione Plataforma Unitaria che ha sostenuto la candidatura di Edmundo Gonzalez Urrutia alle presidenziali. «Il ritorno di Maria Corina Machado non credo che sarà imminente, in troppi in Venezuela hanno interesse a tenerla lontana. La situazione rimane molto complicata, noi stiamo lottando per la liberazione di tutti i prigionieri politici. Attivisti e rappresentanti dei nostri partiti restano in carcere e per ora sono stati liberati soprattutto gli stranieri per accontentare le nazioni estere, ma serve un cambiamento radicale. Gli Usa non possono fare affari con una persona sulla quale hanno messo una taglia da 50 milioni di dollari come il ministro degli Interni Diosdado Cabello».
Andres Avelino Alvarez è un deputato del Partito socialista unito del Venezuela, che aveva come leader Nicolas Maduro, ed è vicepresidente dell’assemblea parlamentare di Caracas. «Noi vogliamo l’immediata liberazione di Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores che sono stati rapiti dagli statunitensi. Noi deputati abbiamo votato una risoluzione che condanna l’atto violento e terroristico che è costato la vita a centinaia di nostri concittadini e ha portato via il presidente del Venezuela. Le elezioni dell’estate del 2024 si erano svolte regolarmente e io lo so bene avendo partecipato attivamente» spiega Alvarez. «Tuttavia devo ammettere che il presidente ultimante era cambiato ed era diventato un problema per i nostri rapporti con tante nazioni, compresi gli Stati Uniti. Washington è uno storico partner commerciale del Venezuela e adesso abbiamo semplicemente riattivato vecchi accordi. Tutti i parlamentari venezuelani hanno appoggiato Delcy Rodriguez come nuova presidente perché la nazione ha bisogno di una guida. La nostra nuova presidente è riconosciuta dal popolo venezuelano come una donna intelligente, capace, una manager di alto livello e un simbolo delle donne venezuelane che gode di un ampio sostegno, con un indice di gradimento superiore al 90% tra il popolo venezuelano. La presidente ha subito destituito Alex Saab dall'incarico di ministro delle Industrie e della Produzione Nazionale, già arrestato negli Stati Uniti e personaggio controverso». Secondo il deputato del Partito socialista unito del Venezuela «Maduro aveva voluta la Rodriguez come vicepresidente per otto anni e lei rappresenta la continuità con la rivoluzione bolivariana. Il nostro governo ha commesso degli errori, ma stiamo ponendo rimedio agli eccessi che ci sono stati. La violenza non è mai la soluzione, nemmeno quella di Washington che ha bombardato una nazione sovrana come il Venezuela».
Il deputato bolivariano ci tiene a sottolineare come i recenti fatti non abbiano sconvolto l’ordine della sua nazione. «Il governo resta ancora operativo e la nuova presidente sta amministrando molto bene, molti prigionieri politici sono stati già liberati e adesso dobbiamo parlare anche con l’opposizione. Il rilascio dei prigionieri politici, non solo di quelli condannati per atti terroristici, fa parte di un percorso e dimostra che la Rivoluzione Bolivariana è stata molto benevola e ha sempre operato in un quadro di ricerca della pace e di vera democrazia mantenendo una porta aperta al dialogo. Questa porta è stata aperta per oltre 25 anni e oggi rimane più aperta che mai».
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