Isabella Tovaglieri: «La vera dittatura è quella Ue: vuole imporci come vivere»

Isabella Tovaglieri, eurodeputata della Lega in corsa per la riconferma, le contestazioni pubbliche riservate al ministro Eugenia Roccella, che è stata zittita agli Stati generali della natalità, sono legittime?
«C’è una dittatura del pensiero. Pensiero unico di sinistra. Chiunque esprime un pensiero critico viene tacciato, isolato ed etichettato. Vuoi l’auto termica? Sei un inquinatore. Vuoi farti chiamare “sindaco” e non “sindaca”? Sei un retrogrado amante del patriarcato».
Roccella è criticata per le sue posizioni sulla 194.
«Sono una donna che sostiene il diritto all’aborto, ma anche il diritto a non abortire. Devo tutelare chi sceglie di abortire ma anche chi ha paura di non essere in grado di affrontare una gravidanza perché non ha sostegno. Chi vuole un’alternativa all’aborto dev’essere messo nelle condizioni di trovarla: questo deve fare uno Stato civile ed evoluto».
Anche in questo discorso così delicato è entrata l’ideologia?
«Sì, e alla fine chi sostiene la famiglia tradizionale diventa subito un omofobo pericoloso. C’è un’etichetta per tutti quelli che remano contro il pensiero unico. In questo clima intimidatorio, chi non ha le spalle grosse e ha paura di restare isolato, alla fine rinuncia a dire la sua. E questo è il vero fascismo degli antifascisti, la vera censura».
Si aspetta la solidarietà di Saviano e Scurati nei confronti del ministro Roccella?
«Assolutamente no. In coerenza con il loro secolare doppiopesismo, solo sempre loro sono le vittime, mentre gli altri sono sempre pericolosi censori. È una morale a corrente alternata, portata avanti da martiri professionisti».
E Vannacci?
«Quella è una candidatura in omaggio alla libertà di pensiero. Posso anche non condividere ciò che dice Vannacci, ma spero che possa continuare a dirlo. Non ho mai pensato di impedire a qualcuno di parlare all’università, o alla presentazione di un libro. E l’Italia, con questo andazzo, non fa altro che seguire le orme della nomenclatura europea».
Cioè?
«Mi viene da ridere quando al Parlamento europeo vogliono dibattere sul rischio del ritorno dei totalitarismi in Europa. La dittatura c’è già: ed è proprio lì, all’interno delle istituzioni democratiche».
Addirittura?
«Faccio presente che in Europa, negli ultimi cinque anni, hanno voluto imporci uno stile di vita. Ci hanno voluto spiegare quando dobbiamo ristrutturare casa, quale automobile dobbiamo comprare, cosa dobbiamo mettere nel piatto, la carne no e le farine alternative sì. Ci hanno anche consigliato quali ricorrenze celebrare: buona Pasqua e buon Natale sono parole tabù. E chi non è d’accordo con questi dogmi, diventa un “negazionista”. Cos’è questa, se non Unione Sovietica Europea?».
Uno dei dogmi su cui si gioca questa campagna elettorale sono le regole sulle case green. Scampato pericolo?
«Sono stata relatrice di questo dossier, è un tema che seguiamo da tre anni. Fin dall’inizio abbiamo messo in guardia dalle conseguenze di una simile misura. Grazie al lavoro della Lega abbiamo sminato le minacce più pesanti, cioè l’obbligo per ogni proprietario di immobile di portare la categoria energetica della propria casa al livello D entro il 2030. Una follia che avrebbe messo in ginocchio gli italiani, e anche lo Stato, che sarebbe finito intrappolato in procedure di infrazione».
Però ci sono comunque degli effetti collaterali?
«Quello che avevamo pronosticato si sta verificando. La comunicazione eco-ideologica demonizza i proprietari di casa, e di conseguenza le persone hanno il terrore di avere l’obbligo di ristrutturazione, e in definitiva le case di categoria energetica bassa sono irrimediabilmente svalutate. E la svalutazione, nei fatti, è una sanzione bella e buona. Il rischio è che il proprietario si ritrovi una casa deprezzata, vada a svenderla, andando a vivere in affitto come buona parte dei cittadini europei».
Col rischio di sguinzagliare la speculazione?
«Sì, questo avvantaggia soltanto i grandi fondi stranieri di investimento immobiliare, che avrebbero campo libero per venire nel nostro Paese a fare shopping di immobili a basso prezzo».
E i mutui?
«Tutto questo comporta anche un enorme problema di accesso al credito, che in Italia viene concesso sulla base della casa che viene data in garanzia. Se quella garanzia perde di valore, la banca non concede il mutuo, oppure lo accorda a condizione più sfavorevole. Quindi anche il sistema di accesso al credito rischia il collasso».
Avreste voluto più mordente dal ministro dell’Ambiente Pichetto?
«Intanto, come dicevo, la tegola delle case green entro il 2030 è stata sventata. Detto questo, forse il ministro Pichetto non si è reso conto degli effetti collaterali di una comunicazione ambientalista europea così aggressiva».
Lo stop alle macchine termiche, invece, rimane ancora fissato al 2035. Si andrà verso l’Armageddon automobilistico?
«Tutto dipende dalla maggioranza politica che avremo in Europa. Se verrà confermata l’attuale maggioranza, proseguiremo con i paraocchi, alla faccia dei posti di lavoro in fumo. Se invece avremo una maggioranza più in linea con la volontà popolare, più realista, quella scadenza sarà smantellata».
Ottimista?
«Anche le case automobilistiche più possibiliste, adesso si sono rese conto che l’auto elettrica non la vuole nessuno. Non ha mercato, per il semplice fatto che costa 40.000 euro e non è accessibile a tutti. Le rivoluzioni – green o meno – si fanno quando tutti sono nelle condizioni di parteciparvi, sentendosi inclusi. Chi deve comprare un’auto elettrica non si sente affatto coinvolto nella sfida di avere un ambiente più sano. Persino le auto storiche in tante amministrazioni locali stanno diventando fuorilegge: per emettere la quantità di carbonio derivante dalla produzione di un’ auto elettrica, un auto storica deve circolare 46 anni…».
Cosa muove gli ecologisti europei? Solo una fede o anche la malafede?
«È un concorso di colpa. Da un lato c’è chi ha un approccio esclusivamente ideologico. È l’approccio di chi non ha mai visto una fabbrica, non ha mai visitato un allevamento o un terreno agricolo. Parlano di cose che non conoscono e demonizzano settori essenziali per l’economia. E poi, oltre all’ideologia, ci vedo certamente malafede: non comprendo ad esempio perché l’Europa non abbia supportato la proposta di Regione Lombardia di promuovere i biocarburanti, cioè una tecnologia italiana già matura. Basterebbe incentivarla per far funzionare le auto tradizionali con combustibili green. Invece ci legano mani e piedi all’elettrico, per fare un favore alla Cina».
Dunque ci sono interessi economici in gioco?
«Probabilmente la Cina condiziona pesantemente la politica europea: è assurdo come l’Europa sia l’unico continente al mondo ad aver imposto uno stop alle auto termiche tramite direttiva. Anche negli Stati Uniti il governo stanzia miliardi di dollari per la transizione, ma nessuno si è sognato di mettere uno stop per legge, falsando la concorrenza che regola il mercato».
Si aspetta che i conservatori europei conquistino la poltrona di Timmermans?
«Mi auguro che parentesi come quelle di Frans Timmermans non si ripropongano più: quando è andato a cercare consensi nel suo Paese, ha portato a casa zero voti. Anche per una questione di democrazia, deve farsi da parte. Ma siccome in Europa certe scelte non si fanno in base a principi democratici, ma in virtù di accordi di palazzo, il rischio che rientri dalla finestra c’è sempre. La prossima maggioranza deve isolare la componente dei verdi, che in questi cinque anni è stato il perno del potere politico europeo, mentre una parte del Partito popolare europeo si è ostinata a voler fare la stampella dei socialisti».
Milano è ancora in prima fila sulle politiche green, mentre si moltiplicano gli episodi di violenze, anche contro le forze dell’ordine.
«Consiglio al sindaco Sala di concentrarsi sulle cose importanti. Tutti i provvedimenti presi a Milano sono palliativi che servono solo per far dire al sindaco che lui è “cool” e “green”».
Invece?
«Ai cittadini crei solo un disagio se chiudi la città alle auto tradizionali. Probabilmente ai milanesi interessa di più la possibilità di prendere i mezzi pubblici senza rischiare la propria incolumità. L’allarme microcriminalità ormai non interessa soltanto la periferia, ma anche il centro di Milano. Chi è che va alla stazione centrale dopo le sette di sera a cuor leggero?».






