
«Evitiamo l’escalation. I contro-dazi europei ci faranno finire nel baratro. Si porti avanti la trattativa con Trump, anche da soli, senza parlare di “vendette”. Anche il gas americano, oltre alle spese militari, può essere usato come contropartita nel negoziato con Washington».
Isabella Tovaglieri, parlamentare europeo della Lega, nella battaglia sui dazi punta il dito contro l’Unione europea: «I veri dazi arrivano da Bruxelles, si chiamano “Green deal” e “burocrazia”: la prima cosa da fare è abbatterli subito. L’Europa colga l’opportunità di riformare sé stessa. A cominciare dal patto di stabilità». Von der Leyen? «Inadeguata. Si muove da vicecancelliere: l’imperativo è salvare l’industria dell’auto tedesca, dopo averla fatta a pezzi con le politiche ambientali. Adesso vuole trasformare le automobili in carri armati».
Insomma, i dazi di Donald Trump stanno abbattendo le borse mondiali. Da un lato c’è chi parla di «fine della globalizzazione», dall’altro chi minimizza, pensando che non sarà una catastrofe. Che cosa ne pensa?
«I dazi imposti dalla Casa Bianca sono una scelta non certo positiva, che scuote il mondo ma che al tempo stesso potranno innescare una nuova scossa alle politiche europee che da anni sono orientate dall’ideologia e non dalla ricerca del benessere di tutti gli europei. Mi auguro quindi che questa decisione spinga l’Europa a una svolta, come talvolta è accaduto davanti alle grandi sfide».
Come dovrebbe rispondere l’Europa? Il presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ancora una volta, ostenta toni bellicosi: «Siamo pronti a reagire, pronto il primo pacchetto di contromisure sull’acciaio e prepareremo altri contro-dazi in caso di fallimento dei negoziati».
«Anche stavolta, dobbiamo evitare l’escalation, non sono sul piano militare ma anche su quello commerciale. Siamo un Paese che, al netto dei nuovi dazi di Trump, ha comunque un surplus nei confronti degli Usa».
C’è qualcuno che sta premendo sull’acceleratore dello scontro?
«Sbaglia Von der Leyen a promettere “ritorsioni” o vendette”. Piuttosto è opportuno parlare di “contromisure proporzionate”. Scegliere le parole giuste è importante anche dal punto di vista diplomatico, se vogliamo davvero intavolare una trattativa concreta».
Al di là della comunicazione, che tipo di reazione si aspetta da Bruxelles?
«Continuiamo a sostenere che l’Europa avrebbe mille leve da utilizzare per reagire ai dazi di Trump. Tenendo conto che il vero dazio per le nostre imprese si chiama “Green deal”, si chiama “burocrazia”, e ce lo siamo imposto da soli».
Addirittura?
«È un dazio che si rinnova da anni, ed è lì che occorre intervenire. Le politiche ideologiche sull’ambiente sono il più grande ostacolo allo sviluppo delle nostre aziende, e la risposta europea arrivata con il “clean industrial deal” è solo un contentino nella speranza di tacitare il grido delle aziende che hanno perso competitività».
Salvini ha detto che l’Italia deve continuare a difendere l’interesse nazionale, «visti i troppi limiti dell’Europa». Significa che sui dazi dobbiamo trattare da soli con Trump?
«Sono d’accordo. È chiaro che una risposta europea sarebbe auspicabile, ma è altrettanto chiaro che Von der Leyen è inadeguata a rappresentare tutti. E il presidente francese Macron è il primo a fare da sé. Di fronte alla Commissione europea più debole di sempre, ogni singolo Paese si sta muovendo da solo. L’Europa non è affatto unita, e la colpa non è certo dell’Italia».
Dunque? Cosa prospetta?
«L’iniziativa italiana deve proseguire, a prescindere dai dazi. I partiti della maggioranza continuano a coltivare buone relazioni con gli Stati Uniti, che restano il nostro primo partner commerciale. Trincerarsi, chiudersi, e dire “con Trump non ci parlo”, come fanno a Bruxelles, è il modo migliore per finire nel baratro. Il baratro della crisi economica e della guerra».
Quella di Trump è anche una risposta violenta ad anni di strapotere tedesco sul piano economico e commerciale? Il muro contro muro rischia di fare gli interessi della Germania, che per decenni ha goduto di una posizione privilegiata?
«Effettivamente, quando promuove il suo piano di riarmo, Von der Leyen si sta praticamente muovendo da vice-cancelliere: l’imperativo adesso è salvare le case automobilistiche tedesche, quelle che loro stessi hanno affossato con il Green deal. Poco importa che i carri armati non siano affatto eco-compatibili, e verranno alimentati da centrali alimentati a carbone. Dunque nella loro ottica occorre riarmarsi, accollando alle future generazioni debiti per miliardi di euro».
E tra queste armi, inseriamo anche i contro-dazi?
«Hanno fatto male i conti. Ribadisco, la Germania fatica a vendere auto a causa delle politiche scellerate europee, non per i dazi di Trump. Peraltro, nessuno può “scagliare il primo dazio”: per difendere certe industrie, Bruxelles non ha avuto problemi ad imporre scelte protezionistiche, e penso ai dazi sulle auto cinesi elettriche. L’Europa prima distrugge le sue aziende, e poi quando ormai non c’è più nulla da fare, impone dazi tardivi ed inefficaci».
La Lega, che ha una linea di comunicazione con Elon Musk e con il vicepresidente Vance, pensa di poter farsi ascoltare dall’amministrazione americana sui dazi?
«Gli ottimi rapporti che abbiamo con Trump sono sotto gli occhi di tutti. Credo che Trump, che è uomo di impresa, sappia benissimo che le stesse aziende americane non possono rinunciare al mercato europeo, mi aspetto quindi che il dialogo italiano con gli Stati Uniti aiuterà a migliorare questa condizione iniziale».
Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni dice di non abbandonarsi agli allarmismi: «Non smetteremo di esportare negli Stati Uniti». I prodotti italiani di qualità soffriranno meno di quanto immaginiamo?
«Me lo auguro, e d’altra parte il nostro Paese ospita eccellenze formidabili. In realtà basterebbe che l’Europa coccolasse di più i suoi fiori all’occhiello, anziché boicottarli con normative assurde. Parlo di agricoltori, allevatori, colpiti dal dazio “ideologico” permanente. Pensiamo per esempio al “nutriscore”, una sciagura che per il momento siamo riusciti a scongiurare».
Dunque pensa che i dazi di Trump rappresentino un’occasione di cambiamento?
«Sì, è l’occasione per un bagno di umiltà a Bruxelles. Rivediamo il Green deal, eliminiamo le barriere che ancora oggi resistono all’interno dell’Europa stessa, la selva di oneri che intrappolano le imprese. La risposta non è il contro-dazio, ma abbattere la burocrazia. E riformare il Patto di stabilità».
E come?
«Il presupposto necessario per le politiche espansive è cambiare il Patto. Non si può continuare a catalogare qualunque investimento come debito, alla cieca. Non si può pretendere di guardare l’economia come se il Covid e la guerra in Ucraina non siano mai accaduti. Il mondo è cambiato, e devono cambiare anche le regole di finanza pubblica».
Qualcuno oltreoceano chiede di alzare le spese della difesa in Europa fino al 5%. Le spese militari possono diventare merce di scambio nella trattativa con gli Usa sui dazi?
«Può essere, nel rispetto degli impegni presi. Detto questo, mi auguro che quegli investimenti vengano indirizzati verso quelle tecnologie digitali che possono essere impiegate anche per uso civile. Anche se non credo che a breve avremo soldati russi alle porte di casa. E poi mi aspetto che anche le politiche energetiche possano costituire parte della trattativa».
Cioè? Acquisti di gas in cambio di un occhio di riguardo sui dazi?
«Non essendo sufficienti le fonti rinnovabili, il gas dobbiamo acquistarlo da altri. Anziché andare in giro a trattare con Paesi con democrazie fragili, sarebbe meglio aprire di più all’alleato americano, più stabile e solido. Il gas americano potrebbe essere una contropartita, nel tentativo negoziale di allentare i dazi».
La Lega riunita a congresso conferma Salvini segretario, e rilancia tutti i cavalli di battaglia del partito. Tra cui l’autonomia regionale differenziata. Nelle prossime settimane il generale Roberto Vannacci verrà nominato vicesegretario, insieme a Stefani, Claudio Durigon e Andrea Crippa?
«Da donna preferirei vedere una donna vicesegretario, e non solo per motivi di “quote rosa”. Ma Vannacci è una persona competente, può essere un valore aggiunto per il partito. E siccome gli altri vicesegretari sono rappresentanti di territori, sarebbe effettivamente necessaria una figura di respiro più nazionale, anche per rispettare un certo equilibrio geografico».






