Una volta in campagna il massimo era il Landini testa calda, un trattore che ha rivoluzionato il modo di coltivare. Quasi un secolo dopo torna il trattore testa calda e non necessariamente, stavolta, è un dato positivo. Il fronte della protesta si sta dividendo e c’è il rischio che liberi spore che con le giuste rivendicazioni di chi suda la terra non c’entra nulla: anzi. Si temono sul fronte del Cra che vuole sfilare giovedì a Roma fino al Colosseo infiltrazioni da parte di Giuliano Castellino, ex leader di Forza Nuova, che da giorni ha annunciato di voler partecipare con la sua Ancora Italia. E per questo il movimento di Riscatto Agricolo ha preso le distanze. Resta in piedi il nodo degli sgravi fiscali anche se il più stringente è quello dei prezzi all’origine. Ieri pomeriggio c’è stato un incontro definito «distensivo» tra il ministro Francesco Lollobrigida e gli esponenti di Riscatto Agricolo, la formazione che raggruppa diversi comitati in Italia e che ha incassato il successo mediatico della lettura del proprio comunicato dal palco di Sanremo. Lollobrigida ha promesso dopo un incontro durato due ore che è stato gestito dal sottosegretario Patrizio La Pietra l’esenzione Irpef ora fissata al tetto dei 10.000 euro e un tavolo tecnico di confronto sui prezzi. Davide Pedretti – giovane allevatore mantovano che è un dei leader di Riscatto Agricolo – commentando dal suo presidio di Brescia ha detto: «Abbiamo ottenuto, ma non molliamo finché l’accordo non sarà nero su bianco. Anche se a Roma stanno pensando di tornare nei luoghi di origine, una ventina di presidi rimarranno operativi, in Lombardia, in Friuli Venezia Giulia, Campania, Puglia, in Sardegna. Aspettiamo fino al 26 febbraio quando ci sarà la riunione straordinaria della Commissione Ue a Bruxelles, dove si vedrà se le modifiche alla Pac annunciate saranno realizzate (prima fra tutte lo stop all’obbligo di lasciare il 4% dei terreni incolti). L’esenzione dell’Irpef non è il punto forte della nostra protesta, vogliamo che ci paghino il giusto prezzo ai nostri prodotti». Eppure sull’esenzione all’Irpef si concentra il braccio di ferro all’interno della maggioranza di governo. Ieri pomeriggio Lollobrigida, in accordo anche con il ministro per l’Economia Giancarlo Giorgetti ha presentato attraverso il ministro per i rapporti col Parlamento Luca Ceriani in commissione Bilancio l’emendamento al Milleproroghe che aesenta dall’Irpef i redditi dominicali fino a 10 mila euro. All’erario questa misura costa attorno ai 200 milioni di euro ma la platea dei destinatari è molto ampia. Coldiretti stima che ne beneficerebbe un’azienda ogni 9 (387.000 su circa 430.000 interessate dal rincaro Irpef). Matteo Salvini ha riunito i suoi esperti di agricoltura e i capigruppo di Camera e Senato perché intende andare oltre: tiene il punto sul tetto di esenzione a 30.000 euro. Dal ministero agricolo fanno notare che il governo ha già portato a 8 miliardi l’investimento del Pnrr destinato al settore agricolo: 2 miliardi per abbattere le emissioni e circa 850 milioni per favorire l’agro-fotovoltaico che comunque porta un incremento di reddito agli agricoltori. La previsione iniziale era di 4,9 miliardi, ma la decisione di alzare i fondi era stata presa prima delle proteste. Sono gli stessi agricoltori a dire che sul lato fiscale la mitigazione proposta sull’Irpef potrebbe essere sufficiente. Dove non mollano è sulla redditività. Salvatore Fais che è uno dei maggiori leader di Riscatto Agricolo insiste: «Il nostro obbiettivo prioritario resta un tavolo tecnico dove partecipare sempre con il governo. Primo punto per importanza, è quello dei costi dei nostri prodotti. Bisogna lavorare immediatamente su questa cosa». C’è un secondo obbiettivo politico evidente: quello del riconoscimento di Riscatto Agricolo come rappresentante dei campi al di là delle associazioni di categoria. E di certo un altro risultato lo hanno raggiunto: porre la questione al centro del dibattito. Lo stesso ministro Lollobrigida ha risposto a Carlo Calenda che ha bollato come insufficiente l’intervento sull’Irpef sollecitando un’azione comune con la Francia – lì la protesta rimane accesissima – anche in sede europea affermando: «Azione è foriera di suggerimenti che sono sempre utili, se non altro, a sottolineare ciò che il governo sta già facendo. Tra questi, ci sono le verifiche automatiche che scatteranno in presenza di acquisti inferiori al prezzo medio di produzione pubblicato da Ismea. Quanto al rapporto con Marc Fesnau (è il ministro francese) sosterrò la proposta di stoppare le importazioni di prodotti che non hanno i nostri stessi standard». Ma c’è una parte del mondo agricolo che non è affatto convinta. Son quelli del Cra (agricoltori traditi) capeggiati da Danilo Calvani (già uno dei leader dei forconi) che annuncia: «Ci saranno 20.000 persone con mezzi agricoli al Circo Massimo per giovedì alle 15 e da lì ci muoveremo. Un gruppo di nostri trattori partirà in corteo dal presidio di Cecchina e arriveranno nel cuore di Roma. Dovrebbero essere una quindicina di mezzi scortati dalle forze dell'ordine. Quella di dopodomani sarà solo la prima delle nostre manifestazioni. La nostra protesta andrà avanti».
Il centrodestra si tiene Venezia. Simone Venturini, 38 anni, è il nuovo sindaco della Serenissima. Sostenuto dalla sua lista civica, da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, puntava al primo turno «e ci hanno un po’ deriso», ricordava ieri, invece così è stato. Con oltre il 64% delle sezioni scrutinate era al 52,8%, quindi vittoria certa.
Il più giovane tra i candidati nella corsa a Ca’ Farsetti ha superato il diretto avversario del campo largo, Andrea Martella, 58 anni, segretario regionale del Pd, assestando un sonoro schiaffone alla sinistra che non è andata oltre al 40%. Non c’è bisogno di ballottaggio, e quello che è accaduto in Laguna è un test politico importante. «Sarebbe una grande gioia», era stato il primo commento di Giorgia Meloni al risultato che si prospettava, riferito dal senatore di Fdi Raffaele Speranzon.
Qualcuno ha fatto notare che a Venezia il No al referendum costituzionale sulla giustizia aveva preso il 55% dei voti, eppure questo non si è affatto tradotto in uno spostamento a sinistra dell’elettorato. «La stagione buona», che univa Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Psi, +Europa, Radicali e Rifondazione Comunista non ha convinto gli elettori. E nemmeno sono bastati i voti degli islamici, cercati da Martella mettendo in lista ben sei esponenti della comunità bengalese che da tempo chiedono una moschea a Mestre.
Il candidato della mega coalizione «da sindaco darà a Venezia quel cambiamento che Venezia domanda», prometteva sul palco in piazza Ferretto la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, in chiusura di campagna elettorale. Previsione sbagliata, i desideri dei veneziani non sono stati intercettati a sinistra. A Cà Farsetti siederà Venturini. «È un risultato importante e un apprezzamento personale», ha commentato il neo sindaco a caldo, mentre si faceva festa in Galleria Matteotti a Mestre, suo quartier generale assieme alla sede elettorale di Campo Santa Marina, nel centro storico di Venezia, che ad aprile venne imbrattata con cartelli offensivi e intimidatori.
«Un risultato che arriva dopo due mesi impegnativi, ma dopo undici anni di storia personale al servizio della città», ha precisato Venturini. «In questa campagna mi sono sempre presentato come Simone, un ragazzo che da Marghera è partito, ha fatto la gavetta, si è impegnato nel territorio, si è presentato con una civica supportato dal centrodestra e oggi sta ricevendo un buon risultato».
Laureato in giurisprudenza, nato e cresciuto a Marghera, ora residente nella città storica, a 22 anni risultò il più giovane eletto nel Consiglio comunale veneziano. Nel 2015 scese in campo con la lista civica «fucsia» di Brugnaro, fu il più votato e diventò assessore con la delega a Coesione Sociale, Lavoro, Infrastrutture e Sviluppo economico.
Nel corso del mandato 2015-2020 aveva ricoperto ulteriori incarichi all’interno di commissioni e organismi locali e nazionali, nel 2020 venne rieletto sempre nella lista dell’ex sindaco. Ieri, con la lista civica «gialla» sostenuta dal centrodestra ha dimostrato di saper conoscere gli abitanti della sua città. Tra gli obiettivi, vuole una Venezia a misura di giovani «anche in chiave residenziale», come aveva dichiarato alla Verità.
Alla chiusura dei seggi l’affluenza definitiva nel comune di Venezia, con tutte le 256 sezioni conteggiate, è stata del 55,87%, sei punti percentuali in meno rispetto al 2020 (62,23%). Hanno votato 112.701 elettori su 201.713 iscritti (55,87%). Erano otto, tutti uomini, i candidati alla carica di primo cittadino alle elezioni comunali di Venezia.
Oltre a Venturini e a Martella, in grande distacco gli altri nomi in lista, che erano con «Prima il Veneto» Pierangelo Del Zotto, 63 anni, ex assessore al Bilancio della provincia di Venezia; con le liste civiche «Abc-Ambiente Bene Comune» e «Venezia Pace Lavoro» Giovanni Andrea Martini, 70 anni, docente in pensione e già presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano; con «Ora!» Michele Boldrin, 69 anni, economista e docente universitario alla Washington University in Saint Louis, che è risultato tra i più votati tra i «minori». Con la lista civica «Città vive» Claudio Vernier, 49 anni, titolare del caffè al Todaro di piazza San Marco; Roberto Agirmo, 58 anni, imprenditore turistico, era il candidato di «Resistere Veneto» mentre Luigi Corò, 62 anni, ex assessore di An a Mirano, esponente di Futuro Nazionale, si presentava con la lista «Futuro per Venezia Mestre». Tutti hanno portato a casa manciate di voti.
«Per le elezioni comunali di Venezia non mi aspettavo un risultato di questo tipo: era difficile immaginare una débâcle così pesante per il centrosinistra. L’astensione sembra aver colpito soprattutto un elettorato giovane, che non si è riconosciuto nella candidatura di Andrea Martella. Proprio quei giovani che poche settimane fa avevano fatto sentire la propria voce in occasione del referendum sulla giustizia, questa volta sono mancati del tutto», ha dichiarato il filosofo Massimo Cacciari, due volte sindaco di Venezia.
Si è votato anche in due Comuni della città metropolitana Venezia. A Cavallino-Treporti, dove è stata riconfermata Roberta Nesto con la sua civica orientata verso il centro destra e a Torre di Mosto dove è stato eletto Andrea Marchesin, sostenuto dal centrodestra (Fi, Fdi, Lega, Udc, Torre di Mosto).
Innovazione, sostenibilità, tecnologia e, soprattutto, trasformazioni geopolitiche ridefiniscono oggi gli equilibri economici globali. Un contesto in cui le imprese italiane sono chiamate a compiere l'ennesimo salto di qualità: trasformare la complessità in valore strategico. Questo numero di Industria analizza, a partire dai protagonisti del Festival dell'Economia di Trento, i «nuovi poteri» - dall’intelligenza artificiale alla ridefinizione delle filiere produttive, fino alle sfide della sicurezza e del lavoro del futuro – interpretando reazioni e ripercussioni su sistema economico e produzione industriale. È proprio in questo scenario che si inserisce il contributo di Gieffe Research, piattaforma integrata di trasferimento tecnologico e advisory industriale. «Lavoriamo per creare connessioni concrete tra innovazione, organizzazione aziendale e strategia industriale, aiutando le imprese a trasformare gli investimenti tecnologici in vantaggi competitivi reali», sottolinea il fondatore di Gieffe Research, Fabio Glave. «Oggi il mercato richiede una capacità di lettura multidimensionale dei processi industriali: non basta introdurre nuove tecnologie, bisogna saperle integrare all’interno di una governance efficiente e orientata alla crescita strutturata». Il vicepresidente di Confindustria, Marco Nocivelli, si concentra invece su criticità e prospettive della manifattura italiana, dalla crescita di export e made in Italy al rafforzamento delle Pmi.
Lavoro e sicurezza, le voci del governo. Innovazione e intelligenza artificiale stanno già modificando professioni e competenze, imponendo nuovi modelli organizzativi e investimenti continui nella formazione. Su scuola e lavoro intervengono Paola Frassinetti, sottosegretario al ministero dell’Istruzione e del merito, e Marina Calderone, ministro del Lavoro, che commenta il recente Dl 1° maggio, un provvedimento che «guarda in particolare all’inclusione lavorativa dei disoccupati di lunga durata, alle giuste retribuzioni e a un patto di responsabilità con le parti sociali per la qualificazione dell’occupazione in Italia». A concepire la sicurezza come visione integrata, dal contrasto alla criminalità al riutilizzo dei beni confiscati, è il sottosegretario dell'Interno, Wanda Ferro: «Il governo sta lavorando su una strategia complessiva che tiene insieme controllo del territorio, rigenerazione urbana, legalità e prevenzione sociale, dove si inseriscono anche operazioni come «Strade Sicure», «Stazioni Sicure» e il modello Caivano», che segna il ritorno dello Stato nei territori più difficili.
Il modello Trento. Trento, capitale dell'economia durante la kermesse dello Scoiattolo, punta ad alzare l'asticella in termini di sostenibilità e inclusione. Il sindaco Franco Ianeselli non nasconde le sfide: espansione della rete ciclabile, nuovo hub intermodale, circonvallazione ferroviaria, incremento del verde umano, progetti di edilizia a canone moderato, incentivi agli affitti a lungo termine e azzeramento delle liste di attesa per gli asili nido. Dal canto suo, l'Università degli Studi di Trento si propone come luogo capace non solo di trasmettere conoscenze, ma di aiutare i giovani a interpretare un mondo sempre più complesso. Il rettore Flavio Deflorian sottolinea l’importanza di una didattica partecipativa, alimentata dal dialogo continuo tra studenti e docenti, con l’obiettivo di «dare un senso alla conoscenza». Per mantenere alta la qualità della ricerca e della formazione, l’Ateneo deve continuare a investire in infrastrutture, servizi, internazionalizzazione e capacità di attrarre talenti.
Un nuovo ordine internazionale. Il Festival dell'Economia di Trento (20-24 maggio) si conferma osservatorio privilegiato sulle traiettorie del cambiamento, con oltre 700 relatori tra Premi Nobel, economisti, imprenditori e rappresentanti delle istituzioni. Quest'anno il tema è «Dal mercato ai nuovi poteri. Le speranze dei giovani». Da un lato si prendono in esame i nuovi centri di potere come le Big Tech, che detengono le chiavi dell’intelligenza artificiale, e le autarchie di Russia e Cina; dall’altro, le paure e le aspettative dei giovani. In primo piano c'è la geopolitica. Saranno ben 14 i panel targati Ispi. «La vera trasformazione è che economia e sicurezza sono ormai inseparabili», spiega Paolo Magri, presidente del Comitato scientifico dell’Ispi e membro dell’advisory board del Festival. «Conta chi domina le tecnologie avanzate, i semiconduttori, l’intelligenza artificiale, i dati, l’energia, le terre rare, le rotte marittime, le infrastrutture di gitali e finanziarie». L’economista Alessandro Terzulli (presidente GEI) anticipa a Industria il contenuto del panel «Commercio internazionale e potere dei dazi», con l’evoluzione delle barriere commerciali dal 2009 alle presidenze Trump. «Osserviamo la Weaponisation del commercio internazionale, sempre più un’arma geopolitica», che esercita un forte impatto inevitabilmente anche sulle imprese. Al Festival dell'Economia parteciperà anche Giulio Sapelli, il cui panel si concentrerà sul ruolo strategico dell’India e sul nuovo assetto globale. «Si sta consolidando l’intera area dell’Indo-Pacifico, una regione che negli ultimi anni è diventata il centro strategico delle nuove dinamiche economiche e geopolitiche mondiali».
Anche la cultura è un'infrastruttura economica cruciale per il Paese. Dalla tutela del diritto d’autore alla rigenerazione degli attrattori culturali diffusi, fino al ruolo della cultura come nuovo «soft power» italiano, Luigi Abete, presidente di Confindustria Cultura Italia, traccia una prospettiva che unisce impresa, territorio e identità. Tra i volti della manifestazione c'è anche quello di Giovanni Malagò, reduce dai successi delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina e ufficialmente candidato alla presidenza della Figc.
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Se doveva essere un (quasi) midterm per il governo, questo turno amministrativo che ha coinvolto 6,7 milioni di elettori con un’affluenza del 60,1% (contro il 64,9% di quasi sei anni fa) può far dormire sonni tranquilli a Giorgia Meloni: il tifone referendum si è già trasformato in una tarda brezza primaverile.
Chi ha qualche problema è Elly Schlein che ha solo una conferma: deve per forza affidarsi al Campo largo che però - e queste elezioni lo rendono di palmare evidenza - è solo un cartello elettorale e se dovesse essere trasferito in alleanza politica nazionale avrebbe enormi difficoltà.
Il campo largo a Venezia è diventato, grazie al successo di Simone Venturini, un campiello; a Salerno l’arcinemico della Schlein, lo «sceriffo» Vincenzo De Luca, lo ha asfaltato; a Reggio Calabria Francesco Cannizzaro, esponente di punta di Forza Italia, con una vittoria plebiscitaria lo ha arato; a Messina, con la riconferma del sindaco Federico Basile, lo ha dissolto. Solo a Prato il Campo largo regge grazie a un cacicco del Pd, Matteo Biffoni, che si appresta a guidare la più grande chinatown d’Italia per la terza volta. Nelle città di maggior peso è finita con un 2 a 1 per il centrodestra rispetto al Campo largo, ma a vedere tutta la classifica il Pd ha tenuto una sola città su cinque. Non è una media da Champions League! A Prato - unica città tra quelle che pesano dove il Pd ha prevalso - passa al primo turno Biffoni con il 55% dei voti battendo nettamente Gianluca Banchelli (28%) del centrodestra che ha però pagato una divisione di Fratelli d’Italia con la fuoriuscita di Claudio Belgiorno che era stato il consigliere meloniano più votato. La Toscana è forse la sola regione dove il centrodestra è arretrato. A Prato non ha approfittato delle dimissioni forzate della sindaca Pd Ilaria Bugetti inquisita per corruzione - da qui le comunali anticipate -, a Pistoia dopo dieci anni di amministrazione del centrodestra Giovanni Capecchi passa al primo turno con il 55% battendo la vicesindaca uscente Anna Maria Celesti che si è fermata al 42,1%. Capecchi è il vero candidato del Campo largo: docente universitario di letteratura italiana all’Università per stranieri di Perugia, è un civico che sta con Avs e il Pd lo ha dovuto digerire perché ha vinto le primarie.
Il centrodestra può ammortizzare l’insuccesso toscano ad Arezzo che potrebbe diventare anche una città laboratorio. Qui per confermare dieci anni di amministrazione di centrodestra Marcello Comanducci (accreditato del 44%) deve vedersela al ballottaggio con Vincenzo Ceccarelli, un esponente storico del Pd fermo al 32%. Ma la novità è Marco Donati, vicino al 18%, che è espressione di un polo laico-liberale dove Azione di Carlo Calenda è l’aggregatore. E al ballottaggio sarà decisivo. Escluso invece il ballottaggio a Venezia da dove Elly Schlein venuta a sostenere un vero cacicco del Pd, Andrea Martella, senatore già sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel Conte II, aveva dichiarato nel comizio conclusivo: «Da qui mandiamo a casa Giorgia Meloni». Sarà per la prossima volta perché Simone Venturini - già assessore con Luigi Brugnaro - esponente di tutto il centrodestra ha il 52,8% dei voti mentre Martella s’è fermato al 37,7%.
Con un plebiscito a favore del vicecapogruppo alla Camera di Forza Italia Francesco Cannizzaro si sono chiusi dodici anni di dominio Pd su Reggio Calabria incarnati da Giuseppe Falcomatà che in gennaio è stato eletto al consiglio regionale calabrese. Francesco Cannizzaro ha raccolto il 68% dei voti e Domenico Battaglia (sindaco uscente anche se per pochi mesi) del Pd è fermo al 22,6%. Il voto di Reggio Calabria è particolarmente significativo perché conferma la linea del presidente della Regione Roberto Occhiuto che è stato rieletto in ottobre con oltre il 58% dei voti dopo dimissioni lampo. Occhiuto in Forza Italia ha una posizione molto liberale e sta cercando di condizionare il centrodestra e la stra-vittoria di Cannizzaro, candidato voluto e imposto da Occhiuto, rafforza Forza Italia nella coalizione.
Discorso a parte è quello di Vincenzo De Luca che torna sindaco per la quinta volta a Salerno e che dimostra come il Campo largo che Elly Schlein vuole imporre come modello non sempre funziona. Come si sa, De Luca voleva il terzo mandato alla Regione Campania, la segretaria del Pd glielo ha impedito dando via libera al pentastellato Roberto Fico per rinsaldare l’alleanza con Giuseppe Conte. E lo «sceriffo» si è preso una sonora rivincita. Suo figlio Piero, segretario regionale del partito, su ordine del Nazareno, ha negato a Vincenzo De Luca il simbolo del Pd e lui si è presentato con sette liste senza. I primi risultati parziali lo danno in testa con oltre il 57% dei voti, il candidato del centrodestra Gherardo Maria Marenghi sta al 15 e il vero candidato del Campo largo, Francesco Lanocita, espressione dei pentastellati, è poco sopra il 13%. Quanto successo a Salerno è stato d’esempio a Enna dove Mirello Crisafulli, che è stato privato del simbolo del Pd, è passato al primo turno con oltre il 60% dei voti. In Sicilia c’è il caso più clamoroso che ha un riflesso in parte satirico. È stato confermato sindaco Federico Basile del partito animato da Cateno De Luca (nomen omen) Sud chiama Nord, con il 56% dei voti. In Sicilia non ci sono ballottaggi e viene eletto chi prende almeno il 40%. Solo che Basile è contro il Ponte sullo stretto e il suo dirimpettaio Cannizzaro lo vuole: da qui la satira. Una consolazione per il Pd potrebbe venire da Chieti dove Giovanni Legnini, ex vicepresidente del Csm, esponente storico del Pd, è sulla soglia dell’elezione al primo turno: le proiezioni lo danno al 48,7%, uno dei candidati del centrodestra Cristiano Sicari sta al 26,1% mentre l’altro di centrodestra Mario Colantonio - sostenuto dalla Lega - si attesta al 15%. A dimostrazione che se il Campo largo non vince, il centrodestra diviso perde.
Donald Trump si è mostrato ottimista su un possibile accordo con l’Iran. E ha collegato l’eventuale successo del processo diplomatico al rilancio degli Accordi di Abramo.
«I negoziati con la Repubblica islamica dell’Iran stanno procedendo bene! O si raggiungerà un ottimo accordo per tutti, oppure non ci sarà alcun accordo», ha affermato ieri su Truth. «Dopo tutto il lavoro svolto dagli Stati Uniti per cercare di ricomporre questo puzzle molto complesso, dovrebbe essere obbligatorio che tutti questi Paesi, come minimo, firmino simultaneamente gli Accordi di Abramo», ha aggiunto, riferendosi ai Paesi arabi. «Gli Accordi di Abramo si sono dimostrati, per i Paesi coinvolti (Emirati arabi uniti, Bahrein, Marocco, Sudan e Kazakistan), un vero e proprio boom finanziario, economico e sociale», ha proseguito. Il presidente americano è anche tornato ad auspicare che l’Iran possa aderire agli Accordi di Abramo: una posizione, questa, che aveva già espresso l’anno scorso. Al contempo, l’inquilino della Casa Bianca ha ripreso a criticare la politica iraniana che era stata portava avanti dalle amministrazioni di Barack Obama e di Joe Biden, pubblicando una loro foto con la scritta «i due peggiori presidenti della storia americana».
Non è del resto un mistero che Trump abbia sempre visto i patti abramitici come uno strumento di stabilizzazione del Medio Oriente. E adesso vuole rilanciarli per una serie di motivazioni. Innanzitutto, punta a rendere un’eventuale intesa con Teheran maggiormente digeribile per Israele. In secondo luogo, spera di ammorbidire la Repubblica islamica con la prospettiva di una sua integrazione nel nuovo quadro mediorientale che potrebbe nascere. Infine, ma non meno importante, Trump mira ad arginare le critiche che l’ala più filo-israeliana del Partito repubblicano ha mosso al suo eventuale accordo con l’Iran (che ieri ha ripristinato l’accesso a Internet). Tuttavia, secondo la Cnn, si sarebbe registrata una certa freddezza da parte dei leader arabi sull’eventualità di aderire agli Accordi di Abramo: in particolare, i sauditi avrebbero ribadito di essere disposti a un simile passo soltanto dopo l’avvio di un percorso volto a riconoscere uno Stato palestinese. La strada per il rilancio dei patti non è impraticabile ma resta piuttosto stretta. Molto dipenderà anche dall’atteggiamento di Israele, oltreché dai rapporti, attualmente non troppo idilliaci, tra Riad e Abu Dhabi (che vi aderì nel 2020).
Tornando alla diplomazia tra Washington e Teheran, ieri, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e il presidente del parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf, hanno discusso dell’eventuale accordo a Doha con il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani. In particolare, i colloqui si sono concentrati su due dossier: Hormuz e l’uranio arricchito. «L’obiettivo principale della visita della delegazione a Doha è incentrato sulle questioni relative allo Stretto di Hormuz e all’uranio altamente arricchito», ha dichiarato un diplomatico regionale ad Al Jazeera.
Del resto, sempre ieri, il portavoce del ministero degli Esteri della Repubblica islamica, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato che il regime khomeinista sta riscuotendo delle tariffe per i «servizi di navigazione» garantiti nello Stretto, pur precisando che non si tratterebbe di pedaggi. Ricordiamo che, la settimana scorsa, gli Stati Uniti avevano duramente criticato l’eventualità che Teheran imponesse dei balzelli per il passaggio a Hormuz. Baghaei ha anche sottolineato che si sono registrati progressi dal punto di vista diplomatico, evidenziando tuttavia al contempo che la firma di un’intesa con gli americani non risulterebbe imminente.
Ma che cosa prevedrebbe l’accordo in discussione? Ieri la Cbs, citando due funzionari regionali, ha riferito che esso comporterebbe innanzitutto una proroga del cessate il fuoco di 60 giorni. L’Iran riaprirebbe poi Hormuz (ieri la marina di Teheran ha annunciato di aver acconsentito al passaggio di 32 navi), riportando la situazione alla condizione antecedente al conflitto. Teheran si impegnerebbe inoltre a non dotarsi dell’arma nucleare e smaltirebbe le sue scorte di uranio arricchito. In cambio, Washington revocherebbe gradualmente le sanzioni e scongelerebbe gli asset attualmente bloccati della Repubblica islamica. Nel frattempo, il canale israeliano Channel 12 ha riferito che Teheran starebbe producendo missili a un ritmo più celere del previsto. Tutto questo mentre, stando al canale saudita Al Hadath, la Repubblica islamica si sarebbe detta disposta a consegnare il proprio uranio arricchito alla Cina, anziché agli Stati Uniti. La notizia è stata tuttavia smentita dall’agenzia di stampa iraniana Tasnim, vicina alle Guardie della rivoluzione: in particolare, proprio i pasdaran hanno affermato che il regime khomeinista non ha preso «alcun impegno sul settore nucleare». Ricordiamo che, la settimana scorsa, Trump aveva detto che le scorte iraniane avrebbero dovuto essere incamerate (e successivamente distrutte) da Washington.
Come che sia, un funzionario americano ha detto ieri alla Cnn che Usa e Iran stanno lavorando per trovare una convergenza sulla questione nucleare e delle sanzioni nel testo di accordo in fase di stesura. La stessa fonte ha inoltre definito incoraggiante il fatto che, ieri, Araghchi e Ghalibaf fossero a Doha.






