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2024-08-14
L’Iran vacilla: «Zero attacchi con la tregua»
Ansa
Così come la guerra in Ucraina, anche il conflitto in corso nella Striscia continua a essere imprevedibile. Il ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato ieri che gli appelli di Francia, Germania e Gran Bretagna affinché Teheran si allontani dalle minacce di un attacco su larga scala contro Israele «mancano di logica politica e contraddicono i principi del diritto internazionale». Una volta lette le dichiarazioni dei funzionari iraniani gli israeliani hanno informato gli Usa e diversi Paesi europei che in caso di attacco risponderanno «con un’azione diretta sul territorio della Repubblica Islamica», sia che ci siano vittime israeliane o meno.
Secondo alcuni analisti, Gerusalemme andrebbe a colpire i siti dove l’Iran arricchisce l’uranio utile alla costruzione di ordigni nucleari e stavolta li raderebbe al suolo utilizzando le bombe anti bunker, meglio conosciute come bunker buster bomb, capaci di penetrare il sottosuolo per diversi metri per poi esplodere. In questo caso gli obiettivi della ritorsione israeliana sarebbero le centrali di Isfahan, Natanz, Fordo e Arak ma dirlo è un conto mentre farlo è un altro. Per percorrere i 2.000 chilometri necessari per raggiungere i siti nucleari in Iran, gli aerei israeliani avrebbero necessità del supporto degli Stati Uniti, in particolare per il rifornimento di carburante durante il volo. Tuttavia, l’amministrazione Biden ha dichiarato che non appoggerà un attacco diretto contro l’Iran. Israele ha comunque a disposizione altre opzioni in caso di attacco ritorsivo.
Ma torniamo al colpo di scena di ieri pomeriggio. Improvvisamente gli iraniani hanno fatto retromarcia attraverso tre funzionari che hanno affermato: «Solo un accordo di cessazione delle ostilità a Gaza, ai colloqui di Ferragosto, potrà impedire all’Iran di avviare una vendetta diretta contro Israele per l’uccisione del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, nel suo territorio». La missione permanente dell’Iran presso le Nazioni Unite ha dichiarato che l’Iran non sta prendendo in considerazione (come scritto da alcuni media israeliani) l’invio di rappresentanti ai negoziati per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza: «Non abbiamo partecipato ai negoziati indiretti per il cessate il fuoco tra Hamas e il regime sionista, mediati dall’Egitto, dal Qatar e dagli Stati Uniti, e non abbiamo intenzione di partecipare a tali negoziati», ha dichiarato la missione.
Le sorprese però non sono finite: dopo qualche minuto un alto dirigente di Hamas ha dichiarato al giornale saudita Asharq: «Yahya Sinwar desidera fermare il conflitto e ottenere un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza». Il capo dell’organizzazione jihadista avrebbe fatto sapere ai negoziatori che chiede a Israele di sospendere le operazioni militari nella Striscia e il ritiro dal corridoio Filadelfia come condizione per la sua partecipazione alle negoziazioni. Magari lo ha davvero detto ma di Sinwar si può dire tutto tranne che sia uno stupido, sa benissimo che gli israeliani non lo farebbero mai uscire vivo da quella stanza visto che è lui l’ideatore delle stragi del 7 ottobre 2023. Potrebbe partecipare in videoconferenza? Certo che sì ma un drone dopo averlo localizzato gli farebbe fare la fine del suo vice, Mohammed Deif, morto il 13 luglio a Rafah. A questo proposito si è appreso che anche lui come Haniyeh (tradito da due pasdaran che gli hanno messo una bomba sotto il letto lo scorso 31 luglio a Teheran) è stato «venduto» da un informatore palestinese che faceva da postino per Rafat Salameh, capo della Brigata Khan Yunis, morto insieme a Deif.
Nel pomeriggio il premier, Giorgia Meloni, ha avuto una conversazione telefonica con Benjamin Netanyahu, come comunicato da Chigi. Meloni ha espresso il forte desiderio di raggiungere un accordo per un cessate il fuoco duraturo a Gaza e il rilascio degli ostaggi, in conformità con la Risoluzione 2735 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in vista dei negoziati del 15 agosto. Inoltre, il premier ha confermato il sostegno alla mediazione promossa da Usa, Egitto e Qatar. Pur riconoscendo il diritto di Israele all’autodifesa, Meloni ha evidenziato l’importanza di una de-escalation, in particolare lungo il confine israelo-libanese.
Infine, 1.400 coloni ebrei hanno invaso la Spianata delle moschee a Gerusalemme, dove si trova la moschea di Al Aqsa, terzo luogo sacro per l’islam, dove hanno pregato, nonostante sia vietato. Con loro, durante questa inutile provocazione, c’era il ministro della Sicurezza, Itamar Ben Gvir, sempre più fuori controllo. Netanyahu ha stigmatizzato il gesto con una nota: «L’impostazione della politica sul Monte del Tempio (la Spianata delle moschee per i musulmani) è direttamente soggetta al governo e al primo ministro e non esiste una politica privata di un ministro. Così è stato sotto tutti i governi israeliani». Anche il capo della politica estera dell’Ue, Joseph Borrell , ha bocciato l’iniziativa: «L’Ue condanna fermamente le provocazioni del ministro israeliano Ben Gvir che, durante la sua visita ai luoghi santi, ha sostenuto la violazione dello status quo». Dura anche la reazione statunitense. «È inaccettabile che Ben Gvir sia salito sulla Spianata delle moschee», ha commentato il vice portavoce del dipartimento di Stato Usa, Vedant Patel.
In questo quadro di incertezza, il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha fatto sapere che posticiperà il suo viaggio in Medio Oriente.
Ma Hamas lancia razzi su Tel Aviv. Raid israeliano in Libano: due morti
Mentre si fa sempre più palpabile la tensione tra Israele e Iran e, a poche ore dal vertice dei colloqui per il cessate il fuoco a Gaza e il rilascio degli ostaggi organizzato da Stati Uniti, Egitto e Qatar nella giornata di Ferragosto, non si placano le schermaglie che vedono impegnato lo Stato ebraico in un’autodifesa su tutta la regione, dal confine settentrionale con il Libano al Mar Rosso, dove la minaccia rappresentata dagli Huthi è più che mai viva. E nel mezzo Hamas, che ha fatto sapere di non voler partecipare ai negoziati, torna a lanciare razzi sulle città israeliane per la prima volta dal 26 maggio scorso.
Ieri un grosso boato ha scosso gli abitanti di Tel Aviv e quelli delle località limitrofe: stando a quanto comunicato dall’Idf a causarlo è stato un razzo sparato dai miliziani del gruppo terroristico palestinese che ne hanno poi rivendicato l’azione. Il razzo a lungo raggio è caduto in mare, poco a largo di una spiaggia popolata da diversi bagnanti; mentre un altro non ha superato il confine e ha concluso la sua gittata all’interno della Striscia. La difesa aerea israeliana ha reso noto, inoltre, di aver dovuto intercettare e abbattere un drone kamikaze partito dal Libano e diretto verso la Galilea, in quella che nell’ultimo mese è diventata una pioggia costante di attacchi aerei: secondo i numeri diffusi dalle forze di difesa israeliane, dal 10 luglio Hezbollah ha lanciato circa 7.000 unità tra razzi e droni.
In seguito al tentativo di Hamas di lanciare un razzo verso Tel Aviv, le Forze di difesa israeliane hanno emesso a ogni modo un nuovo ordine di evacuazione per i palestinesi nella zona. Il contrattacco dell’esercito ebraico non si è fatto comunque attendere: come si legge su X, con tanto di video a testimoniare l’operazione, l’Idf ha confermato di aver colpito edifici militari a Kafr Kila, Mis al-Jabal e Ma’afin, tre zone nel Sud del Libano utilizzate dai guerriglieri di Hezbollah. In un altro raid nelle città di Baraachit e Beit Yahoun, due membri del Partito di Dio sono stati uccisi dall’esplosione di un drone teleguidato dall’esercito israeliano.
Non solo, le stesse Forze di difesa israeliane hanno annunciato di aver eliminato negli ultimi giorni circa 100 terroristi, oltre ad aver distrutto armi e centinaia di infrastrutture terroristiche nella zona di Rafah. I soldati sono stati impegnati anche in una sparatoria contro una cellula terroristica che si era barricata in un edificio nel cuore di una zona abitata nel Sud di Gaza da civili palestinesi. Sempre nella Striscia sono salite a sette le vittime causate da un’incursione dell’Idf all’interno del campo profughi Bureij dove, stando a quanto riferito dall’agenzia Wafa, è stato preso d’assalto un palazzo residenziale; mentre in Cisgiordania un ragazzo palestinese è rimasto ucciso durante gli scontri con l’esercito in seguito a un sopralluogo nel campo profughi di Al amari, nei pressi della città di Ramallah.
Nel frattempo, il ministero della Sanità palestinese, ancora controllato da Hamas, ha aggiornato il numero dei morti a 39.929, da quando è scattata l’offensiva israeliana, il 7 ottobre 2023. Quasi 40.000 morti a cui si aggiungono 92.240 feriti.
Per quanto riguarda il fronte del Mar Rosso, i ribelli sciiti appartenenti all’organizzazione terroristica degli Huthi hanno lanciato due attacchi che avevano come bersaglio due navi della Marina britannica a largo della costa della città yemenita di Al Hodeida. I comandanti delle due imbarcazioni hanno assicurato che le esplosioni avvenute molto vicino alle navi non hanno causato danni e che gli equipaggi sono al sicuro.
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Dopo le minacce, Teheran attende i colloqui di Ferragosto. Anche Sinwar sembra favorevole a un accordo. Mentre Meloni invita Netanyahu a trattare. Ben Gvir però sfila con 1.400 coloni sulla Spianata della moschee. Usa e Ue condannano la provocazione.Hamas lancia razzi su Tel Aviv. L’Idf: «Uno caduto a Gaza, l’altro in mare». Poi annuncia: «Uccisi 100 terroristi».Lo speciale contiene due articoli.Così come la guerra in Ucraina, anche il conflitto in corso nella Striscia continua a essere imprevedibile. Il ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato ieri che gli appelli di Francia, Germania e Gran Bretagna affinché Teheran si allontani dalle minacce di un attacco su larga scala contro Israele «mancano di logica politica e contraddicono i principi del diritto internazionale». Una volta lette le dichiarazioni dei funzionari iraniani gli israeliani hanno informato gli Usa e diversi Paesi europei che in caso di attacco risponderanno «con un’azione diretta sul territorio della Repubblica Islamica», sia che ci siano vittime israeliane o meno. Secondo alcuni analisti, Gerusalemme andrebbe a colpire i siti dove l’Iran arricchisce l’uranio utile alla costruzione di ordigni nucleari e stavolta li raderebbe al suolo utilizzando le bombe anti bunker, meglio conosciute come bunker buster bomb, capaci di penetrare il sottosuolo per diversi metri per poi esplodere. In questo caso gli obiettivi della ritorsione israeliana sarebbero le centrali di Isfahan, Natanz, Fordo e Arak ma dirlo è un conto mentre farlo è un altro. Per percorrere i 2.000 chilometri necessari per raggiungere i siti nucleari in Iran, gli aerei israeliani avrebbero necessità del supporto degli Stati Uniti, in particolare per il rifornimento di carburante durante il volo. Tuttavia, l’amministrazione Biden ha dichiarato che non appoggerà un attacco diretto contro l’Iran. Israele ha comunque a disposizione altre opzioni in caso di attacco ritorsivo. Ma torniamo al colpo di scena di ieri pomeriggio. Improvvisamente gli iraniani hanno fatto retromarcia attraverso tre funzionari che hanno affermato: «Solo un accordo di cessazione delle ostilità a Gaza, ai colloqui di Ferragosto, potrà impedire all’Iran di avviare una vendetta diretta contro Israele per l’uccisione del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, nel suo territorio». La missione permanente dell’Iran presso le Nazioni Unite ha dichiarato che l’Iran non sta prendendo in considerazione (come scritto da alcuni media israeliani) l’invio di rappresentanti ai negoziati per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza: «Non abbiamo partecipato ai negoziati indiretti per il cessate il fuoco tra Hamas e il regime sionista, mediati dall’Egitto, dal Qatar e dagli Stati Uniti, e non abbiamo intenzione di partecipare a tali negoziati», ha dichiarato la missione. Le sorprese però non sono finite: dopo qualche minuto un alto dirigente di Hamas ha dichiarato al giornale saudita Asharq: «Yahya Sinwar desidera fermare il conflitto e ottenere un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza». Il capo dell’organizzazione jihadista avrebbe fatto sapere ai negoziatori che chiede a Israele di sospendere le operazioni militari nella Striscia e il ritiro dal corridoio Filadelfia come condizione per la sua partecipazione alle negoziazioni. Magari lo ha davvero detto ma di Sinwar si può dire tutto tranne che sia uno stupido, sa benissimo che gli israeliani non lo farebbero mai uscire vivo da quella stanza visto che è lui l’ideatore delle stragi del 7 ottobre 2023. Potrebbe partecipare in videoconferenza? Certo che sì ma un drone dopo averlo localizzato gli farebbe fare la fine del suo vice, Mohammed Deif, morto il 13 luglio a Rafah. A questo proposito si è appreso che anche lui come Haniyeh (tradito da due pasdaran che gli hanno messo una bomba sotto il letto lo scorso 31 luglio a Teheran) è stato «venduto» da un informatore palestinese che faceva da postino per Rafat Salameh, capo della Brigata Khan Yunis, morto insieme a Deif. Nel pomeriggio il premier, Giorgia Meloni, ha avuto una conversazione telefonica con Benjamin Netanyahu, come comunicato da Chigi. Meloni ha espresso il forte desiderio di raggiungere un accordo per un cessate il fuoco duraturo a Gaza e il rilascio degli ostaggi, in conformità con la Risoluzione 2735 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in vista dei negoziati del 15 agosto. Inoltre, il premier ha confermato il sostegno alla mediazione promossa da Usa, Egitto e Qatar. Pur riconoscendo il diritto di Israele all’autodifesa, Meloni ha evidenziato l’importanza di una de-escalation, in particolare lungo il confine israelo-libanese. Infine, 1.400 coloni ebrei hanno invaso la Spianata delle moschee a Gerusalemme, dove si trova la moschea di Al Aqsa, terzo luogo sacro per l’islam, dove hanno pregato, nonostante sia vietato. Con loro, durante questa inutile provocazione, c’era il ministro della Sicurezza, Itamar Ben Gvir, sempre più fuori controllo. Netanyahu ha stigmatizzato il gesto con una nota: «L’impostazione della politica sul Monte del Tempio (la Spianata delle moschee per i musulmani) è direttamente soggetta al governo e al primo ministro e non esiste una politica privata di un ministro. Così è stato sotto tutti i governi israeliani». Anche il capo della politica estera dell’Ue, Joseph Borrell , ha bocciato l’iniziativa: «L’Ue condanna fermamente le provocazioni del ministro israeliano Ben Gvir che, durante la sua visita ai luoghi santi, ha sostenuto la violazione dello status quo». Dura anche la reazione statunitense. «È inaccettabile che Ben Gvir sia salito sulla Spianata delle moschee», ha commentato il vice portavoce del dipartimento di Stato Usa, Vedant Patel.In questo quadro di incertezza, il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha fatto sapere che posticiperà il suo viaggio in Medio Oriente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/iran-vacilla-zero-attacchi-tregua-2668964302.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-hamas-lancia-razzi-su-tel-aviv-raid-israeliano-in-libano-due-morti" data-post-id="2668964302" data-published-at="1723628705" data-use-pagination="False"> Ma Hamas lancia razzi su Tel Aviv. Raid israeliano in Libano: due morti Mentre si fa sempre più palpabile la tensione tra Israele e Iran e, a poche ore dal vertice dei colloqui per il cessate il fuoco a Gaza e il rilascio degli ostaggi organizzato da Stati Uniti, Egitto e Qatar nella giornata di Ferragosto, non si placano le schermaglie che vedono impegnato lo Stato ebraico in un’autodifesa su tutta la regione, dal confine settentrionale con il Libano al Mar Rosso, dove la minaccia rappresentata dagli Huthi è più che mai viva. E nel mezzo Hamas, che ha fatto sapere di non voler partecipare ai negoziati, torna a lanciare razzi sulle città israeliane per la prima volta dal 26 maggio scorso. Ieri un grosso boato ha scosso gli abitanti di Tel Aviv e quelli delle località limitrofe: stando a quanto comunicato dall’Idf a causarlo è stato un razzo sparato dai miliziani del gruppo terroristico palestinese che ne hanno poi rivendicato l’azione. Il razzo a lungo raggio è caduto in mare, poco a largo di una spiaggia popolata da diversi bagnanti; mentre un altro non ha superato il confine e ha concluso la sua gittata all’interno della Striscia. La difesa aerea israeliana ha reso noto, inoltre, di aver dovuto intercettare e abbattere un drone kamikaze partito dal Libano e diretto verso la Galilea, in quella che nell’ultimo mese è diventata una pioggia costante di attacchi aerei: secondo i numeri diffusi dalle forze di difesa israeliane, dal 10 luglio Hezbollah ha lanciato circa 7.000 unità tra razzi e droni. In seguito al tentativo di Hamas di lanciare un razzo verso Tel Aviv, le Forze di difesa israeliane hanno emesso a ogni modo un nuovo ordine di evacuazione per i palestinesi nella zona. Il contrattacco dell’esercito ebraico non si è fatto comunque attendere: come si legge su X, con tanto di video a testimoniare l’operazione, l’Idf ha confermato di aver colpito edifici militari a Kafr Kila, Mis al-Jabal e Ma’afin, tre zone nel Sud del Libano utilizzate dai guerriglieri di Hezbollah. In un altro raid nelle città di Baraachit e Beit Yahoun, due membri del Partito di Dio sono stati uccisi dall’esplosione di un drone teleguidato dall’esercito israeliano. Non solo, le stesse Forze di difesa israeliane hanno annunciato di aver eliminato negli ultimi giorni circa 100 terroristi, oltre ad aver distrutto armi e centinaia di infrastrutture terroristiche nella zona di Rafah. I soldati sono stati impegnati anche in una sparatoria contro una cellula terroristica che si era barricata in un edificio nel cuore di una zona abitata nel Sud di Gaza da civili palestinesi. Sempre nella Striscia sono salite a sette le vittime causate da un’incursione dell’Idf all’interno del campo profughi Bureij dove, stando a quanto riferito dall’agenzia Wafa, è stato preso d’assalto un palazzo residenziale; mentre in Cisgiordania un ragazzo palestinese è rimasto ucciso durante gli scontri con l’esercito in seguito a un sopralluogo nel campo profughi di Al amari, nei pressi della città di Ramallah. Nel frattempo, il ministero della Sanità palestinese, ancora controllato da Hamas, ha aggiornato il numero dei morti a 39.929, da quando è scattata l’offensiva israeliana, il 7 ottobre 2023. Quasi 40.000 morti a cui si aggiungono 92.240 feriti. Per quanto riguarda il fronte del Mar Rosso, i ribelli sciiti appartenenti all’organizzazione terroristica degli Huthi hanno lanciato due attacchi che avevano come bersaglio due navi della Marina britannica a largo della costa della città yemenita di Al Hodeida. I comandanti delle due imbarcazioni hanno assicurato che le esplosioni avvenute molto vicino alle navi non hanno causato danni e che gli equipaggi sono al sicuro.
Le major americane già in pista a Caracas. Rio Tinto-Glencore, fusione miliardaria? Gli USA escono da 65 organizzazioni internazionali. Blackout a Berlino nel gelo.
Donald Trump (Ansa)
Eppure, nonostante il significativo aumento della pressione statunitense sulla Repubblica islamica, Trump non ha per ora abbandonato una certa cautela. Giovedì, il presidente americano ha infatti reso noto di non essere ancora pronto a ricevere il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che si era offerto di guidare un’eventuale transizione di potere a Teheran. «Penso che dovremmo lasciare che tutti escano e vedere chi emerge», ha affermato Trump. È quindi possibile ipotizzare che l’inquilino della Casa Bianca punti, almeno nel breve termine, a una «soluzione venezuelana» per l’Iran. Qualora Khamenei dovesse cadere, il presidente americano potrebbe, cioè, cercare di «addomesticare» un pezzo del vecchio regime, guardando probabilmente al settore delle forze armate. Questo non significa che Trump escluda del tutto un futuro sostegno a Reza Pahlavi. Significa semmai che, nel breve termine, potrebbe far leva su uno scenario intermedio: come fatto in Venezuela, dove, anziché appoggiare María Corina Machado, ha scelto come interlocutrice, almeno per ora, la vice di Nicolás Maduro, Delcy Rodríguez.
Al di là del suo storico scetticismo nei confronti delle operazioni di nation building, Trump vuole ridurre al minimo il rischio di instabilità tanto a Caracas quanto a Teheran. E, venendo specificamente all’Iran, guarda con interesse a due dossier principali: quello nucleare e quello petrolifero. Per quanto riguarda il primo, non è un mistero che il presidente americano punti a firmare con Teheran un nuovo accordo che impedisca all’Iran di conseguire l’arma atomica. Un obiettivo, questo, a cui tendono anche gli israeliani e i sauditi. La risoluzione della questione nucleare iraniana è quindi, agli occhi di Trump, una delle precondizioni essenziali per rilanciare ed espandere gli Accordi di Abramo: quegli accordi il cui futuro appare oggi a rischio per almeno tre ragioni. Le tensioni tra Riad e Gerusalemme sullo Stato palestinese, le fibrillazioni tra sauditi ed emiratini sullo Yemen e sul Sudan, senza infine trascurare la crescente instabilità che si registra in seno alla Siria. In tal senso, in caso di (probabile) caduta di Khamenei, il presidente americano spera in un governo stabile, che, messo adeguatamente sotto pressione, gli consenta di arrivare il prima possibile a un accordo sul nucleare.
Ma anche il secondo dossier, quello petrolifero, è particolarmente attenzionato da Trump. Il che lega, in qualche modo, la questione iraniana a quella venezuelana. L’altro ieri, il presidente americano ha affermato che gli Usa sono pronti a vendere a Cina e Russia il greggio di Caracas, finito sotto il controllo statunitense a seguito della cattura di Maduro. Segno, questo, del fatto che, oltre alla lotta al narcotraffico e alle esigenze di approvvigionamento energetico, l’operazione Absolute Resolve è stata condotta anche per riaffermare il predominio del dollaro nelle transazioni petrolifere e per disarticolare i Brics sul fronte energetico e finanziario. È vero che il Venezuela non fa formalmente parte di questo blocco, ma è altrettanto vero che Maduro intratteneva solide relazioni con tre membri dei Brics, come Pechino, Mosca e la stessa Teheran. Ricordiamo, per inciso, che la Cina era il principale acquirente di greggio venezuelano così come è il principale acquirente di greggio iraniano. In entrambi i casi, la Repubblica popolare aggirava le sanzioni statunitensi ed effettuava pagamenti in renminbi. Il che, insieme alla corsa all’oro degli ultimi due anni, era ed è fonte di preoccupazione per Washington.
Ora, l’ex presidente del Council of Economic Advisers della Casa Bianca e attuale membro del board dei governatori della Fed, Stephen Miran, ha ripetutamente sostenuto la necessità di preservare lo status globale del dollaro. E infatti, già a gennaio 2025 Trump minacciò i Brics di pesanti dazi, qualora avessero continuato a portare avanti i loro propositi di de-dollarizzazione. È quindi altamente verosimile che il presidente americano punti a controllare anche il greggio iraniano, per ribadire la supremazia del dollaro in funzione anti cinese. Ma attenzione: Pechino è nel mirino di Washington anche su un altro fronte. Sbloccando e incamerando il petrolio di Caracas e (forse) di Teheran, Trump mira a far crollare ulteriormente il costo dell’energia: il che, oltre a combattere l’inflazione statunitense in vista delle elezioni di metà mandato, ha l’obiettivo di indebolire la dipendenza degli Usa dalla tecnologia green. Tecnologia che è notoriamente in buona parte in mano ai cinesi. Ecco quindi che anche il recente annuncio dell’addio americano all’Unfccc assume una chiara connotazione di carattere geopolitico in funzione anti Pechino.
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Ansa
Una stretta accompagnata da un messaggio che arriva direttamente dai vertici del potere: «nessuna clemenza contro i rivoltosi». La narrazione ufficiale è affidata alla televisione di Stato, che trasmette esclusivamente immagini di palazzi pubblici e luoghi di culto danneggiati, attribuendo le devastazioni a quelli che vengono definiti «rivoltosi e criminali». Ieri mattina a reti unificate è comparso Ali Khamenei. La Guida suprema ha ribadito che «La Repubblica islamica non cederà ai sabotatori», descritti come «vandali» che distruggono le proprie città «per compiacere un altro presidente» e come «mercenari» al servizio di potenze straniere. Nel suo intervento non è mancato un riferimento diretto a Donald Trump, che aveva evocato un possibile intervento armato in caso di uccisione dei manifestanti: è «arrogante» e sarà «abbattuto come il Faraone e lo Shah», ha dichiarato. Ali Khamenei, ha disposto lo stato di massima allerta per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc). A riferirlo è il quotidiano britannico The Telegraph, che cita fonti interne iraniane. Secondo queste ricostruzioni, Khamenei avrebbe imposto ai Pasdaran un livello di prontezza «persino superiore» a quello adottato durante la cosiddetta guerra dei dodici giorni dello scorso giugno. La Guida suprema iraniana Ali Khamenei ha ordinato lo stato di massima allerta per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran) e secondo The Telegraph, il livello di allerta sarebbe superiore a quello adottato durante la guerra di giugno. Khamenei mantiene contatti soprattutto con i pasdaran, ritenuti totalmente fedeli, affidando di fatto a loro la propria sopravvivenza politica. Sullo sfondo delle tensioni interne e delle minacce degli Stati Uniti e nel timore che Isarele approfitti della situazione, sarebbero state riattivate anche le basi sotterranee note come «città missilistiche».
Sul piano dei numeri, il bilancio continua a salire. La Human Rights Activists News Agency, riferisce che le vittime accertate sono almeno 65, in gran parte al di fuori della capitale, nelle province di Chaharmahal e Bakhtiari, Ilam, Kermanshah e Fars. L’organizzazione segnala inoltre 2.311 arresti. Il procuratore di Teheran ha lanciato un avvertimento netto: chi verrà sorpreso in scontri violenti con le forze di sicurezza rischia la pena di morte, così come chi danneggerà infrastrutture e beni pubblici. Nel caos politico cerca spazio anche Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah, che sta costruendo una nuova visibilità grazie a una massiccia campagna sui social. Una popolarità digitale che però non cancella l’ostilità diffusa nei suoi confronti all’interno dell’Iran, dove il ricordo delle ruberie della famiglia Pahlavi e delle torture della polizia segreta resta vivo. Per comprendere cosa stia accadendo abbiamo raccolto la valutazione di Azar Karimi, portavoce dell’Associazione giovani iraniani in Italia, che descrive uno scenario ben diverso dalla rappresentazione online: «In Iran è in corso una rivolta popolare molto diffusa, che ha coinvolto almeno 180 città e 31 regioni con scontri armati, edifici governativi occupati e slogan apertamente contro l’intero sistema, non solo contro Khamenei. Questa mobilitazione nasce dal basso, è guidata soprattutto dai giovani e dai nuclei di resistenza affiliati ai Mojahedin del popolo e si svolge mentre il regime impone un blackout quasi totale di internet al 5%. In questo contesto, secondo la resistenza iraniana, Reza Pahlavi non rappresenta il popolo in rivolta. Nonostante i suoi canali social registrino oltre 6 milioni di visualizzazioni, questi numeri non possono provenire dall’interno dell’Iran sotto blackout e riflettono soprattutto un pubblico estero e un’amplificazione mediatica. Secondo alcune analisi vengono indicate inoltre una forte presenza di follower falsi o sospetti. Per la resistenza, la distanza tra la realtà delle strade iraniane e l’immagine digitale di Pahlavi dimostra che la rivolta non chiede il ritorno della monarchia, ma una rottura totale con ogni forma di dittatura». Pahlavi, che nei prossimi giorni potrebbe incontrare Trump a Mar-a-Lago, ha chiesto a Washington «di intervenire a difesa del popolo iraniano». Il presidente americano ha avvertito che i leader di Teheran «avrebbero pagato caro una repressione sanguinosa». Poi venerdì ha ribadito: «L’Iran è in grossi guai. Mi sembra che la popolazione stia prendendo il controllo di alcune città che nessuno avrebbe mai pensato fosse possibile. Stiamo osservando. Ho affermato con forza che se inizieranno a uccidere persone come hanno fatto in passato, noi interverremo» e ieri sera su Truth ha scritto: « L’Iran sta guardando alla libertà, forse come mai prima d’ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!». Gli Usa denunciano inoltre il presunto impiego da parte dell’Iran di Hezbollah e milizie irachene per reprimere le proteste. Teheran respinge le accuse e oggi dovrebbe parlare al Paese il presidente Masoud Pezeshkian.
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Elly Schlein (Imagoeconomica)
Che cosa c’entri con la riforma della giustizia, su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi il 22 e 23 marzo, non è dato sapere. Neppure si capiscono le frasi del segretario della Cgil, il quale ieri, partecipando alla manifestazione del Comitato del No, ha detto che «siamo di fronte non solo all’attacco esplicito all’indipendenza della magistratura» e che esiste un «disegno politico del governo per mettere in discussione l’esistenza stessa della democrazia e della Costituzione». Il meglio però lo ha dato Giuseppe Conte, il quale, forse nel tentativo di rifarsi alle origini del Movimento 5 stelle, ha parlato di una riforma che punta a scardinare lo stato di diritto e a ripristinare la casta della politica, con una classe di intoccabili.
Che cosa giustifichi questo allarme di fronte a una legge che, come nella maggioranza dei Paesi occidentali, introduce la separazione delle carriere tra pubblica accusa e giudici, prevedendo due diversi consigli di autogoverno (cioè dove le toghe sono maggioranza), i cui componenti sono eletti dagli stessi magistrati con la formula del sorteggio, non è chiarissimo. Nel dettaglio sono certo che né Schlein, né i suoi compagni saprebbero spiegare che cosa della riforma li preoccupi così tanto. Tuttavia, non è nella separazione delle carriere o negli altri provvedimenti previsti dalla legge Nordio che vanno cercate le ragioni dell’improvvisa alzata di scudi. Se la segretaria del Pd insieme a Conte, Landini e altri paventano un ritorno del fascismo è perché intendono esortare alla mobilitazione il proprio elettorato, nella speranza di usare il referendum per mandare a casa Giorgia Meloni.
Purtroppo - per loro, ovviamente - i sondaggi dicono un’altra cosa e cioè che gli italiani non sono affatto preoccupati dalla separazione delle carriere e la maggioranza pare essere determinata a votare a favore. Ma a mettere la croce sul Sì al quesito non sarebbero solo gli elettori di centrodestra, bensì anche quelli di sinistra. Del resto, lo ha svelato pure Clemente Mastella, che in una recente intervista ha raccontato che la maggioranza del Pd voterà a favore della riforma, invitando Schlein a non scendere in campo, evitando di schierare il partito. In effetti una serie di pezzi grossi del Pd stanno dicendo, o facendo capire, che la loro scelta sarà per il Sì. Non ci sono solo l’ex presidente della Corte costituzionale (ed ex ministro) Augusto Barbera o l’uomo che sussurra ai segretari Goffredo Bettini. A favore c’è l’intera area riformista del partito, da Enzo Bianco a Enrico Morando, a cui si aggiungono nomi pesanti come Cesare Salvi, Claudio Petruccioli, Giovanni Pellegrino, oltre al gruppo di professori che va da Tommaso Nannicini a Stefano Ceccanti. Se poi si considera che Italia viva al referendum ha scelto di lasciare libertà di voto (il che significa che in molti diranno sì) e i radicali per non far rivoltare Pannella nella tomba si schiereranno dalla parte della riforma, si capisce che Schlein rischia di trovarsi sola, oppure in compagnia dei grillini e dell’estrema sinistra, mentre il suo partito le volta le spalle.
Altro che spallata al governo. Qui la spallata rischiano di prenderla la segretaria e i suoi compagni di viaggio, da Landini a Conte, cioè quella stessa armata Brancaleone che la scorsa estate è stata sconfitta sull’articolo 18. La segretaria dovrebbe rileggersi la storia di 40 anni fa, quando il Pci di Enrico Berlinguer si intestò insieme alla Cgil l’abrogazione della legge sulla scala mobile. Nel giugno del 1985 il partito si mobilitò contro Bettino Craxi, che però tenne duro e vinse. Fu una brutta botta per i compagni, da cui si ripresero con difficoltà. Anche il referendum sulla giustizia potrebbe essere una brutta botta, ma soprattutto minaccia di dare una spallata a una segretaria che qualcuno, all’interno del suo stesso partito, sogna di mandare a casa. Sì, il referendum non è su Meloni ma su Schlein.
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