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2024-08-14
L’Iran vacilla: «Zero attacchi con la tregua»
Ansa
Così come la guerra in Ucraina, anche il conflitto in corso nella Striscia continua a essere imprevedibile. Il ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato ieri che gli appelli di Francia, Germania e Gran Bretagna affinché Teheran si allontani dalle minacce di un attacco su larga scala contro Israele «mancano di logica politica e contraddicono i principi del diritto internazionale». Una volta lette le dichiarazioni dei funzionari iraniani gli israeliani hanno informato gli Usa e diversi Paesi europei che in caso di attacco risponderanno «con un’azione diretta sul territorio della Repubblica Islamica», sia che ci siano vittime israeliane o meno.
Secondo alcuni analisti, Gerusalemme andrebbe a colpire i siti dove l’Iran arricchisce l’uranio utile alla costruzione di ordigni nucleari e stavolta li raderebbe al suolo utilizzando le bombe anti bunker, meglio conosciute come bunker buster bomb, capaci di penetrare il sottosuolo per diversi metri per poi esplodere. In questo caso gli obiettivi della ritorsione israeliana sarebbero le centrali di Isfahan, Natanz, Fordo e Arak ma dirlo è un conto mentre farlo è un altro. Per percorrere i 2.000 chilometri necessari per raggiungere i siti nucleari in Iran, gli aerei israeliani avrebbero necessità del supporto degli Stati Uniti, in particolare per il rifornimento di carburante durante il volo. Tuttavia, l’amministrazione Biden ha dichiarato che non appoggerà un attacco diretto contro l’Iran. Israele ha comunque a disposizione altre opzioni in caso di attacco ritorsivo.
Ma torniamo al colpo di scena di ieri pomeriggio. Improvvisamente gli iraniani hanno fatto retromarcia attraverso tre funzionari che hanno affermato: «Solo un accordo di cessazione delle ostilità a Gaza, ai colloqui di Ferragosto, potrà impedire all’Iran di avviare una vendetta diretta contro Israele per l’uccisione del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, nel suo territorio». La missione permanente dell’Iran presso le Nazioni Unite ha dichiarato che l’Iran non sta prendendo in considerazione (come scritto da alcuni media israeliani) l’invio di rappresentanti ai negoziati per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza: «Non abbiamo partecipato ai negoziati indiretti per il cessate il fuoco tra Hamas e il regime sionista, mediati dall’Egitto, dal Qatar e dagli Stati Uniti, e non abbiamo intenzione di partecipare a tali negoziati», ha dichiarato la missione.
Le sorprese però non sono finite: dopo qualche minuto un alto dirigente di Hamas ha dichiarato al giornale saudita Asharq: «Yahya Sinwar desidera fermare il conflitto e ottenere un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza». Il capo dell’organizzazione jihadista avrebbe fatto sapere ai negoziatori che chiede a Israele di sospendere le operazioni militari nella Striscia e il ritiro dal corridoio Filadelfia come condizione per la sua partecipazione alle negoziazioni. Magari lo ha davvero detto ma di Sinwar si può dire tutto tranne che sia uno stupido, sa benissimo che gli israeliani non lo farebbero mai uscire vivo da quella stanza visto che è lui l’ideatore delle stragi del 7 ottobre 2023. Potrebbe partecipare in videoconferenza? Certo che sì ma un drone dopo averlo localizzato gli farebbe fare la fine del suo vice, Mohammed Deif, morto il 13 luglio a Rafah. A questo proposito si è appreso che anche lui come Haniyeh (tradito da due pasdaran che gli hanno messo una bomba sotto il letto lo scorso 31 luglio a Teheran) è stato «venduto» da un informatore palestinese che faceva da postino per Rafat Salameh, capo della Brigata Khan Yunis, morto insieme a Deif.
Nel pomeriggio il premier, Giorgia Meloni, ha avuto una conversazione telefonica con Benjamin Netanyahu, come comunicato da Chigi. Meloni ha espresso il forte desiderio di raggiungere un accordo per un cessate il fuoco duraturo a Gaza e il rilascio degli ostaggi, in conformità con la Risoluzione 2735 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in vista dei negoziati del 15 agosto. Inoltre, il premier ha confermato il sostegno alla mediazione promossa da Usa, Egitto e Qatar. Pur riconoscendo il diritto di Israele all’autodifesa, Meloni ha evidenziato l’importanza di una de-escalation, in particolare lungo il confine israelo-libanese.
Infine, 1.400 coloni ebrei hanno invaso la Spianata delle moschee a Gerusalemme, dove si trova la moschea di Al Aqsa, terzo luogo sacro per l’islam, dove hanno pregato, nonostante sia vietato. Con loro, durante questa inutile provocazione, c’era il ministro della Sicurezza, Itamar Ben Gvir, sempre più fuori controllo. Netanyahu ha stigmatizzato il gesto con una nota: «L’impostazione della politica sul Monte del Tempio (la Spianata delle moschee per i musulmani) è direttamente soggetta al governo e al primo ministro e non esiste una politica privata di un ministro. Così è stato sotto tutti i governi israeliani». Anche il capo della politica estera dell’Ue, Joseph Borrell , ha bocciato l’iniziativa: «L’Ue condanna fermamente le provocazioni del ministro israeliano Ben Gvir che, durante la sua visita ai luoghi santi, ha sostenuto la violazione dello status quo». Dura anche la reazione statunitense. «È inaccettabile che Ben Gvir sia salito sulla Spianata delle moschee», ha commentato il vice portavoce del dipartimento di Stato Usa, Vedant Patel.
In questo quadro di incertezza, il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha fatto sapere che posticiperà il suo viaggio in Medio Oriente.
Ma Hamas lancia razzi su Tel Aviv. Raid israeliano in Libano: due morti
Mentre si fa sempre più palpabile la tensione tra Israele e Iran e, a poche ore dal vertice dei colloqui per il cessate il fuoco a Gaza e il rilascio degli ostaggi organizzato da Stati Uniti, Egitto e Qatar nella giornata di Ferragosto, non si placano le schermaglie che vedono impegnato lo Stato ebraico in un’autodifesa su tutta la regione, dal confine settentrionale con il Libano al Mar Rosso, dove la minaccia rappresentata dagli Huthi è più che mai viva. E nel mezzo Hamas, che ha fatto sapere di non voler partecipare ai negoziati, torna a lanciare razzi sulle città israeliane per la prima volta dal 26 maggio scorso.
Ieri un grosso boato ha scosso gli abitanti di Tel Aviv e quelli delle località limitrofe: stando a quanto comunicato dall’Idf a causarlo è stato un razzo sparato dai miliziani del gruppo terroristico palestinese che ne hanno poi rivendicato l’azione. Il razzo a lungo raggio è caduto in mare, poco a largo di una spiaggia popolata da diversi bagnanti; mentre un altro non ha superato il confine e ha concluso la sua gittata all’interno della Striscia. La difesa aerea israeliana ha reso noto, inoltre, di aver dovuto intercettare e abbattere un drone kamikaze partito dal Libano e diretto verso la Galilea, in quella che nell’ultimo mese è diventata una pioggia costante di attacchi aerei: secondo i numeri diffusi dalle forze di difesa israeliane, dal 10 luglio Hezbollah ha lanciato circa 7.000 unità tra razzi e droni.
In seguito al tentativo di Hamas di lanciare un razzo verso Tel Aviv, le Forze di difesa israeliane hanno emesso a ogni modo un nuovo ordine di evacuazione per i palestinesi nella zona. Il contrattacco dell’esercito ebraico non si è fatto comunque attendere: come si legge su X, con tanto di video a testimoniare l’operazione, l’Idf ha confermato di aver colpito edifici militari a Kafr Kila, Mis al-Jabal e Ma’afin, tre zone nel Sud del Libano utilizzate dai guerriglieri di Hezbollah. In un altro raid nelle città di Baraachit e Beit Yahoun, due membri del Partito di Dio sono stati uccisi dall’esplosione di un drone teleguidato dall’esercito israeliano.
Non solo, le stesse Forze di difesa israeliane hanno annunciato di aver eliminato negli ultimi giorni circa 100 terroristi, oltre ad aver distrutto armi e centinaia di infrastrutture terroristiche nella zona di Rafah. I soldati sono stati impegnati anche in una sparatoria contro una cellula terroristica che si era barricata in un edificio nel cuore di una zona abitata nel Sud di Gaza da civili palestinesi. Sempre nella Striscia sono salite a sette le vittime causate da un’incursione dell’Idf all’interno del campo profughi Bureij dove, stando a quanto riferito dall’agenzia Wafa, è stato preso d’assalto un palazzo residenziale; mentre in Cisgiordania un ragazzo palestinese è rimasto ucciso durante gli scontri con l’esercito in seguito a un sopralluogo nel campo profughi di Al amari, nei pressi della città di Ramallah.
Nel frattempo, il ministero della Sanità palestinese, ancora controllato da Hamas, ha aggiornato il numero dei morti a 39.929, da quando è scattata l’offensiva israeliana, il 7 ottobre 2023. Quasi 40.000 morti a cui si aggiungono 92.240 feriti.
Per quanto riguarda il fronte del Mar Rosso, i ribelli sciiti appartenenti all’organizzazione terroristica degli Huthi hanno lanciato due attacchi che avevano come bersaglio due navi della Marina britannica a largo della costa della città yemenita di Al Hodeida. I comandanti delle due imbarcazioni hanno assicurato che le esplosioni avvenute molto vicino alle navi non hanno causato danni e che gli equipaggi sono al sicuro.
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Dopo le minacce, Teheran attende i colloqui di Ferragosto. Anche Sinwar sembra favorevole a un accordo. Mentre Meloni invita Netanyahu a trattare. Ben Gvir però sfila con 1.400 coloni sulla Spianata della moschee. Usa e Ue condannano la provocazione.Hamas lancia razzi su Tel Aviv. L’Idf: «Uno caduto a Gaza, l’altro in mare». Poi annuncia: «Uccisi 100 terroristi».Lo speciale contiene due articoli.Così come la guerra in Ucraina, anche il conflitto in corso nella Striscia continua a essere imprevedibile. Il ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato ieri che gli appelli di Francia, Germania e Gran Bretagna affinché Teheran si allontani dalle minacce di un attacco su larga scala contro Israele «mancano di logica politica e contraddicono i principi del diritto internazionale». Una volta lette le dichiarazioni dei funzionari iraniani gli israeliani hanno informato gli Usa e diversi Paesi europei che in caso di attacco risponderanno «con un’azione diretta sul territorio della Repubblica Islamica», sia che ci siano vittime israeliane o meno. Secondo alcuni analisti, Gerusalemme andrebbe a colpire i siti dove l’Iran arricchisce l’uranio utile alla costruzione di ordigni nucleari e stavolta li raderebbe al suolo utilizzando le bombe anti bunker, meglio conosciute come bunker buster bomb, capaci di penetrare il sottosuolo per diversi metri per poi esplodere. In questo caso gli obiettivi della ritorsione israeliana sarebbero le centrali di Isfahan, Natanz, Fordo e Arak ma dirlo è un conto mentre farlo è un altro. Per percorrere i 2.000 chilometri necessari per raggiungere i siti nucleari in Iran, gli aerei israeliani avrebbero necessità del supporto degli Stati Uniti, in particolare per il rifornimento di carburante durante il volo. Tuttavia, l’amministrazione Biden ha dichiarato che non appoggerà un attacco diretto contro l’Iran. Israele ha comunque a disposizione altre opzioni in caso di attacco ritorsivo. Ma torniamo al colpo di scena di ieri pomeriggio. Improvvisamente gli iraniani hanno fatto retromarcia attraverso tre funzionari che hanno affermato: «Solo un accordo di cessazione delle ostilità a Gaza, ai colloqui di Ferragosto, potrà impedire all’Iran di avviare una vendetta diretta contro Israele per l’uccisione del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, nel suo territorio». La missione permanente dell’Iran presso le Nazioni Unite ha dichiarato che l’Iran non sta prendendo in considerazione (come scritto da alcuni media israeliani) l’invio di rappresentanti ai negoziati per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza: «Non abbiamo partecipato ai negoziati indiretti per il cessate il fuoco tra Hamas e il regime sionista, mediati dall’Egitto, dal Qatar e dagli Stati Uniti, e non abbiamo intenzione di partecipare a tali negoziati», ha dichiarato la missione. Le sorprese però non sono finite: dopo qualche minuto un alto dirigente di Hamas ha dichiarato al giornale saudita Asharq: «Yahya Sinwar desidera fermare il conflitto e ottenere un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza». Il capo dell’organizzazione jihadista avrebbe fatto sapere ai negoziatori che chiede a Israele di sospendere le operazioni militari nella Striscia e il ritiro dal corridoio Filadelfia come condizione per la sua partecipazione alle negoziazioni. Magari lo ha davvero detto ma di Sinwar si può dire tutto tranne che sia uno stupido, sa benissimo che gli israeliani non lo farebbero mai uscire vivo da quella stanza visto che è lui l’ideatore delle stragi del 7 ottobre 2023. Potrebbe partecipare in videoconferenza? Certo che sì ma un drone dopo averlo localizzato gli farebbe fare la fine del suo vice, Mohammed Deif, morto il 13 luglio a Rafah. A questo proposito si è appreso che anche lui come Haniyeh (tradito da due pasdaran che gli hanno messo una bomba sotto il letto lo scorso 31 luglio a Teheran) è stato «venduto» da un informatore palestinese che faceva da postino per Rafat Salameh, capo della Brigata Khan Yunis, morto insieme a Deif. Nel pomeriggio il premier, Giorgia Meloni, ha avuto una conversazione telefonica con Benjamin Netanyahu, come comunicato da Chigi. Meloni ha espresso il forte desiderio di raggiungere un accordo per un cessate il fuoco duraturo a Gaza e il rilascio degli ostaggi, in conformità con la Risoluzione 2735 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in vista dei negoziati del 15 agosto. Inoltre, il premier ha confermato il sostegno alla mediazione promossa da Usa, Egitto e Qatar. Pur riconoscendo il diritto di Israele all’autodifesa, Meloni ha evidenziato l’importanza di una de-escalation, in particolare lungo il confine israelo-libanese. Infine, 1.400 coloni ebrei hanno invaso la Spianata delle moschee a Gerusalemme, dove si trova la moschea di Al Aqsa, terzo luogo sacro per l’islam, dove hanno pregato, nonostante sia vietato. Con loro, durante questa inutile provocazione, c’era il ministro della Sicurezza, Itamar Ben Gvir, sempre più fuori controllo. Netanyahu ha stigmatizzato il gesto con una nota: «L’impostazione della politica sul Monte del Tempio (la Spianata delle moschee per i musulmani) è direttamente soggetta al governo e al primo ministro e non esiste una politica privata di un ministro. Così è stato sotto tutti i governi israeliani». Anche il capo della politica estera dell’Ue, Joseph Borrell , ha bocciato l’iniziativa: «L’Ue condanna fermamente le provocazioni del ministro israeliano Ben Gvir che, durante la sua visita ai luoghi santi, ha sostenuto la violazione dello status quo». Dura anche la reazione statunitense. «È inaccettabile che Ben Gvir sia salito sulla Spianata delle moschee», ha commentato il vice portavoce del dipartimento di Stato Usa, Vedant Patel.In questo quadro di incertezza, il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha fatto sapere che posticiperà il suo viaggio in Medio Oriente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/iran-vacilla-zero-attacchi-tregua-2668964302.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-hamas-lancia-razzi-su-tel-aviv-raid-israeliano-in-libano-due-morti" data-post-id="2668964302" data-published-at="1723628705" data-use-pagination="False"> Ma Hamas lancia razzi su Tel Aviv. 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Il razzo a lungo raggio è caduto in mare, poco a largo di una spiaggia popolata da diversi bagnanti; mentre un altro non ha superato il confine e ha concluso la sua gittata all’interno della Striscia. La difesa aerea israeliana ha reso noto, inoltre, di aver dovuto intercettare e abbattere un drone kamikaze partito dal Libano e diretto verso la Galilea, in quella che nell’ultimo mese è diventata una pioggia costante di attacchi aerei: secondo i numeri diffusi dalle forze di difesa israeliane, dal 10 luglio Hezbollah ha lanciato circa 7.000 unità tra razzi e droni. In seguito al tentativo di Hamas di lanciare un razzo verso Tel Aviv, le Forze di difesa israeliane hanno emesso a ogni modo un nuovo ordine di evacuazione per i palestinesi nella zona. Il contrattacco dell’esercito ebraico non si è fatto comunque attendere: come si legge su X, con tanto di video a testimoniare l’operazione, l’Idf ha confermato di aver colpito edifici militari a Kafr Kila, Mis al-Jabal e Ma’afin, tre zone nel Sud del Libano utilizzate dai guerriglieri di Hezbollah. In un altro raid nelle città di Baraachit e Beit Yahoun, due membri del Partito di Dio sono stati uccisi dall’esplosione di un drone teleguidato dall’esercito israeliano. Non solo, le stesse Forze di difesa israeliane hanno annunciato di aver eliminato negli ultimi giorni circa 100 terroristi, oltre ad aver distrutto armi e centinaia di infrastrutture terroristiche nella zona di Rafah. I soldati sono stati impegnati anche in una sparatoria contro una cellula terroristica che si era barricata in un edificio nel cuore di una zona abitata nel Sud di Gaza da civili palestinesi. Sempre nella Striscia sono salite a sette le vittime causate da un’incursione dell’Idf all’interno del campo profughi Bureij dove, stando a quanto riferito dall’agenzia Wafa, è stato preso d’assalto un palazzo residenziale; mentre in Cisgiordania un ragazzo palestinese è rimasto ucciso durante gli scontri con l’esercito in seguito a un sopralluogo nel campo profughi di Al amari, nei pressi della città di Ramallah. Nel frattempo, il ministero della Sanità palestinese, ancora controllato da Hamas, ha aggiornato il numero dei morti a 39.929, da quando è scattata l’offensiva israeliana, il 7 ottobre 2023. Quasi 40.000 morti a cui si aggiungono 92.240 feriti. Per quanto riguarda il fronte del Mar Rosso, i ribelli sciiti appartenenti all’organizzazione terroristica degli Huthi hanno lanciato due attacchi che avevano come bersaglio due navi della Marina britannica a largo della costa della città yemenita di Al Hodeida. I comandanti delle due imbarcazioni hanno assicurato che le esplosioni avvenute molto vicino alle navi non hanno causato danni e che gli equipaggi sono al sicuro.
In questa puntata di Segreti smontiamo uno dei miti più duri a morire sul delitto di Garlasco: il presunto movente legato al computer di Alberto Stasi. Le nuove analisi chiariscono cosa fece davvero Chiara Poggi in quei minuti chiave e fanno crollare una narrazione che per anni ha orientato opinione pubblica e processo.
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Oltre 13 milioni di euro assegnati alle federazioni del tiro nel riparto 2026 di Sport e Salute fotografano una disciplina spesso invisibile nel dibattito pubblico. Tra tesserati ufficiali, praticanti non censiti e risultati internazionali continui, il tiro sportivo italiano si conferma un movimento strutturato, attivo tutto l’anno e non legato solo all’appuntamento olimpico.
Il tiro sportivo in Italia è un movimento in crescita più di quanto raccontino i numeri. Non perché manchino risultati o strutture, ma perché si tratta di una disciplina che sfugge per sua natura alle rilevazioni immediate e alla visibilità ciclica dei grandi eventi. Stimare con precisione le dimensioni del tiro sportivo nel nostro Paese non è semplice: i dati sono frammentati tra più federazioni e specialità, e una parte consistente dei praticanti non rientra nei circuiti ufficiali.
Le stime più attendibili parlano comunque di oltre 100.000 tesserati, distribuiti tra tiro a volo, tiro a segno, tiro dinamico e altre discipline affini. A questa base va aggiunta una platea informale di appassionati che frequentano poligoni e campi di tiro senza un tesseramento stabile: una fascia difficilmente quantificabile, ma che secondo alcune valutazioni potrebbe arrivare a diverse centinaia di migliaia di persone. Numeri che non collocano il tiro tra gli sport di massa, ma che ne confermano la solidità all’interno del sistema sportivo nazionale. Questo quadro trova una prima conferma nel riparto dei contributi pubblici per il 2026 deliberato da Sport e Salute. Su un totale di 344,4 milioni di euro destinati agli organismi sportivi, il comparto del tiro – escludendo il tiro con l’arco – riceve complessivamente oltre 13 milioni di euro. Una cifra che riflette risultati internazionali continui e una capacità organizzativa valutata positivamente dal Modello algoritmico dei contributi (MaC), lo strumento adottato per misurare performance, crescita e utilizzo efficiente delle risorse pubbliche.
Nel dettaglio, la Federazione italiana Tiro a volo supera i 7,19 milioni di euro, collocandosi attorno alla quindicesima posizione nel ranking generale dei contributi. L’Unione italiana Tiro a segno riceve poco più di 4 milioni, mentre la Federazione italiana Discipline con Armi sportive da caccia si attesta sopra 1,55 milioni. Più contenuta in valore assoluto, ma significativa sul piano percentuale, la quota assegnata alla Federazione italiana Tiro dinamico sportivo, che registra l’incremento massimo consentito dal sistema, pari al 15%. I finanziamenti si inseriscono in un contesto più ampio di crescita del sistema sportivo italiano, sostenuto da un meccanismo di autofinanziamento attivo dal 2019 e da una politica pubblica orientata a premiare non solo il merito agonistico, ma anche l’impatto sociale e la sostenibilità gestionale. Le risorse complessive destinate allo sport, alimentate in larga parte dal prelievo fiscale generato dal calcio professionistico, hanno continuato ad aumentare nonostante la crisi pandemica, con effetti visibili sull’ampliamento della base dei praticanti.
Al di là dei numeri, il tiro sportivo resta una disciplina che vive soprattutto nella quotidianità dei poligoni e dei campi di tiro. È uno sport strutturato su percorsi formativi graduali, che possono iniziare in giovane età con le armi ad aria compressa e proseguire, nel tempo, verso specialità più complesse. La progressione è scandita da livelli tecnici precisi e da un sistema di controlli che pone la sicurezza come requisito imprescindibile. Allenatori, istruttori e ufficiali di gara garantiscono il rispetto delle regole e accompagnano i tiratori, soprattutto quelli alle prime armi, in un contesto rigidamente regolamentato.
Dal punto di vista della prestazione, il tiro sportivo richiede un equilibrio specifico tra precisione tecnica, forza mentale e condizione fisica. La stabilità del gesto, la capacità di concentrazione e la gestione della pressione sono fattori determinanti, tanto quanto l’allenamento muscolare. È una combinazione che spiega perché i percorsi agonistici siano spesso lunghi e perché i risultati arrivino dopo anni di lavoro lontano dall’attenzione mediatica. Il legame con le Olimpiadi contribuisce a dare visibilità alla disciplina, ma ne rappresenta solo una parte. Il tiro sportivo è presente quasi ininterrottamente nel programma dei Giochi moderni e oggi comprende sei specialità olimpiche, tra bersagli fissi e mobili. Tuttavia, la sua struttura non si esaurisce nel quadriennio olimpico: vive di attività federale costante, di competizioni nazionali e internazionali e di un movimento che, pur restando lontano dalle prime pagine, continua a produrre risultati e praticanti.
Lo stanziamento per il 2026 conferma questa continuità. Più che un’attenzione episodica, i fondi destinati al tiro sportivo certificano l’esistenza di un settore che funziona, cresce in modo misurato e contribuisce, nel suo perimetro, alla tenuta complessiva dello sport italiano. Un mondo che emerge raramente nel dibattito pubblico, ma che esiste ben oltre la vetrina olimpica.
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La coalizione dei volenterosi a Parigi il 6 gennaio 2026 (Ansa)
Con l’Eliseo che, ancora prima dell’inizio del summit, si era già preso il merito di aver fatto «convergere l’Ucraina, l’Europa e l’America», il leader francese ha accolto oltre 30 capi di Stato e di governo, tra cui il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, il presidente del consiglio, Giorgia Meloni. E visto che l’obiettivo era cercare di finalizzare un accordo sulle garanzie di sicurezza, a prendere parte al vertice sono stati anche l’inviato speciale americano, Steve Witkoff, e il genero del presidente americano, Jared Kushner.
La dichiarazione finale rilasciata dalla Coalizione dei volenterosi al termine dei lavori conferma l’impegno a «un sistema di garanzie politicamente e giuridicamente vincolanti che saranno attivate una volta entrato in vigore il cessate il fuoco, in aggiunta agli accordi bilaterali di sicurezza e in conformità con i rispettivi ordinamenti giuridici e costituzionali». E si parla di cinque componenti: il monitoraggio del cessate il fuoco, il sostegno alle forze armate ucraine, la forza multinazionale, gli impegni per sostenere l’Ucraina in caso di una nuova aggressione russa e l’impegno a «una cooperazione di difesa a lungo termine con l’Ucraina». Riguardo al primo aspetto, è annunciata «la partecipazione a un meccanismo di monitoraggio e verifica del cessate il fuoco guidato dagli Stati Uniti». A tal proposito si prevede «un sistema di monitoraggio del cessate il fuoco continuo e affidabile, che includerà i contributi dei membri della Coalizione dei volenterosi». Tra l’altro la Coalizione sarà anche «rappresentata nella Commissione speciale» che verrà creata «per affrontare eventuali violazioni, attribuire le responsabilità e determinare i rimedi».
In merito al sostegno alle truppe ucraine, la Coalizione «ha concordato di continuare a fornire assistenza militare a lungo termine e armamenti» ai soldati ucraini «per garantirne una capacità sostenibile» visto che «rimarranno la prima linea di difesa e deterrenza». Questo sostegno include «pacchetti di difesa a lungo termine; sostegno al finanziamento per acquistare armi; continua cooperazione con l’Ucraina sul suo bilancio nazionale per finanziare le forze armate; accesso a depositi di difesa che possono fornire un rapido supporto aggiuntivo in caso di un futuro attacco armato; fornitura di supporto pratico e tecnico all’Ucraina nella costruzione di fortificazioni difensive».
Riguardo al cavallo di battaglia di Macron e Starmer, ovvero «la forza di multinazionale per l’Ucraina», nella dichiarazione finale si conferma la base volontaria. Si specifica infatti che sarà creata dai contributi dei Paesi «disponibili nell’ambito della Coalizione» per «sostenere la ricostruzione delle forze armate ucraine e la deterrenza». La Coalizione poi afferma: «È stata condotta una pianificazione militare coordinata per preparare misure di rassicurazione in aria, in mare e a terra e per la rigenerazione delle forze armate ucraine. Abbiamo confermato che queste misure di rassicurazione dovranno essere rigorosamente implementate su richiesta dell’Ucraina una volta ottenuta una credibile cessazione delle ostilità». Si annuncia anche che «questi elementi saranno guidati dall’Europa, con il coinvolgimento anche di membri non europei della Coalizione e il proposto
sostegno degli Stati Uniti».
Nella quarta componente, inerente agli «impegni vincolanti a sostegno dell’Ucraina in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia al fine di ripristinare la pace», è stato concordato di «finalizzare gli impegni vincolanti che definiscano il nostro approccio per sostenere l’Ucraina e ripristinare la pace e la sicurezza in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia. Tali impegni possono includere l’impiego di capacità militari, supporto logistico e di intelligence, iniziative diplomatiche e l’adozione di sanzioni aggiuntive». Infine, riguardo «all’impegno a una cooperazione di difesa a lungo termine con l’Ucraina», la dichiarazione annuncia: «Abbiamo concordato di continuare a sviluppare e approfondire una cooperazione reciprocamente vantaggiosa in materia di difesa con l’Ucraina, tra cui: addestramento, produzione congiunta industriale della difesa, anche con l’uso di strumenti europei pertinenti, e cooperazione in materia di intelligence».
Il testo si chiude con la decisione di «istituire una cellula di coordinamento tra gli Stati Uniti, l’Ucraina e la Coalizione presso il Quartier generale operativo della Coalizione a Parigi». A dire qualcosa in più a tal proposito è stato Macron durante la conferenza stampa: la cellula di coordinamento «integrerà pienamente tutte le forze armate interessate». Starmer ha poi annunciato che, dopo il cessate il fuoco, «il Regno Unito e la Francia creeranno degli hub militari in Ucraina per sostenere le necessità di difesa degli ucraini».
Per quanto riguarda la posizione italiana, non ci sono stati cambi di programma con il governo che ha ribadito la contrarietà all’invio delle truppe. Nella nota diffusa da Palazzo Chigi si legge: «Nel confermare il sostegno dell’Italia alla sicurezza dell’Ucraina, in coerenza con quanto sempre fatto, il Presidente Meloni ha ribadito alcuni punti fermi della posizione del Governo italiano sul tema delle garanzie, in particolare l’esclusione dell’impiego di truppe italiane sul terreno».
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Delcy Rodríguez, neo presidente ad interim del Venezuela (Getty Images)
Il presidente ad interim deve infatti bilanciare pressioni contrapposte: da un lato contenere i settori più intransigenti del chavismo rimasti fedeli a Maduro, dall’altro mantenere un canale aperto con Washington. «Diamo priorità al progresso verso relazioni internazionali equilibrate e rispettose tra Stati Uniti e Venezuela, basate sull’uguaglianza sovrana e sulla non ingerenza», ha affermato Rodríguez, segnando un cambio di tono evidente rispetto al passato. In un’intervista a Nbc, Donald Trump ha dichiarato che il segretario di Stato Marco Rubio intrattiene «un buon rapporto» con il presidente ad interim, sottolineando che il fatto che Rubio «parli fluentemente spagnolo» abbia facilitato i contatti. Il presidente ha lasciato intendere che una mancata collaborazione potrebbe riaprire lo scenario militare, pur precisando di non ritenere necessario un nuovo intervento armato.
Con una mossa a sorpresa il leader dell’opposizione venezuelana, María Corina Machado, ha annunciato l’intenzione di condividere il suo premio Nobel per la pace con Donald Trump, ringraziandolo per l’intervento militare in Venezuela. In un’intervista a Fox News, Machado ha lodato Trump per la destituzione di Maduro definendo l’azione di Washington «un passo enorme per l’umanità, per la libertà e per la dignità umana». Donald Trump ha escluso qualsiasi ipotesi di elezioni a breve termine. «Nei prossimi 30 giorni non si vota. Prima dobbiamo risanare il Paese. Non c’è modo che la gente possa andare alle urne», ha spiegato, ribadendo che il ritorno alla normalità istituzionale richiederà tempo. Secondo il consigliere Stephen Miller, il presidente ha incaricato Rubio «di guidare il processo di riforme economiche e politiche», sostenendo che gli Stati Uniti ritengono di avere «piena, completa e totale cooperazione» da parte del governo di Caracas.
Sul piano economico, Donald Trump ha evocato la possibilità di un ritorno massiccio delle compagnie petrolifere statunitensi in Venezuela entro 18 mesi, parlando di «un enorme investimento» che potrebbe essere recuperato attraverso ricavi o rimborsi federali. In questo senso l’amministrazione Trump incontrerà nei prossimi giorni le grandi aziende petrolifere americane per parlare dell’aumento della produzione di petrolio. Mentre a Washington si disegna il futuro, sul terreno venezuelano la tensione resta altissima. Un decreto che dichiara lo stato di emergenza ha avviato una vasta caccia ai presunti collaboratori dell’operazione statunitense che ha portato all’arresto di Maduro. Il clima repressivo ha coinvolto anche il mondo dell’informazione. Il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa ha denunciato il fermo di 14 giornalisti nelle ore successive all’operazione, poi rilasciati. Il giornalista italiano Stefano Pozzebon, collaboratore della Cnn, è stato invece bloccato all’aeroporto di Caracas ed espulso verso la Colombia, nonostante fosse residente nel Paese.
Sul piano militare, la cattura di Maduro ha rappresentato un duro colpo per i servizi segreti cubani, responsabili della sua sicurezza con circa 140 agenti cubani assegnati alla protezione del leader venezuelano. Durante l’assalto condotto dalle unità della Delta Force, almeno 32 cubani e 25 venezuelani sarebbero rimasti uccisi e sono decine i feriti. Le Nazioni Unite hanno espresso «profonda preoccupazione», avvertendo che l’intervento statunitense ha «minato un principio fondamentale del diritto internazionale». Da Ginevra, la portavoce dell’Alto Commissariato per i diritti umani ha ricordato che «gli Stati non devono minacciare né usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di alcun Paese». In precedenza Marco Rubio aveva già affermato: «Non mi interessa cosa dice l’Onu», confermando una linea che rivendica la legittimità dell’azione e ridimensiona il ruolo dei consessi multilaterali.
Sul fronte giudiziario, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha riscritto l’atto d’accusa contro Maduro, correggendo uno degli elementi più controversi. Senza ritirare le imputazioni per narcotraffico, è stata abbandonata la definizione del Cartel de los Soles come cartello strutturato. Al suo posto emerge la descrizione di un sistema diffuso di patronato e corruzione, una rete di complicità interne allo Stato. Una revisione sostanziale che attenua l’impianto più aggressivo, ma non riduce affatto il rischio per Nicolás Maduro di una condanna fino a 70 anni di carcere. A questo proposito il procuratore generale del Venezuela, Tarek William Saab, si è rivolto oggi all’Assemblea nazionale chiedendo al giudice statunitense che segue il procedimento contro Maduro, arrestato dagli Stati Uniti e trasferito a New York, di rispettare il diritto internazionale e l’immunità diplomatica del leader venezuelano. Infine, gli Stati Uniti valutano il sequestro di presunte riserve segrete di criptovalute venezuelane: secondo la giornalista Olga Nesterova sarebbero circa 600.000 bitcoin, accumulati aggirando le sanzioni. Un eventuale congelamento potrebbe bloccare fino al 3% dell’offerta globale di Bitcoin, riducendo la liquidità e spingendo i prezzi al rialzo.
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