L’Iran straccia il piano di pace Usa. Trump avvisa: «Scateneremo l’inferno»

Naviga parzialmente nell’incertezza l’iniziativa diplomatica di Washington per mettere fine alla crisi iraniana. Ieri, un alto funzionario di Teheran ha riferito a Reuters che la proposta di pace statunitense era stata consegnata alla Repubblica islamica dal governo di Islamabad. La stessa fonte ha anche detto che eventuali negoziati con gli americani potrebbero essere ospitati dal Pakistan o dalla Turchia.
Tuttavia, poco dopo, un altro funzionario iraniano ha fatto sapere che Teheran avrebbe respinto la proposta degli Stati Uniti, ponendo inoltre determinate condizioni per l’avvio di eventuali trattative, tra cui il riconoscimento del «diritto naturale e legale» della Repubblica islamica sullo Stretto di Hormuz e lo stop alle ostilità. Parlando con Al Jazeera, un’altra fonte diplomatica iraniana ha inoltre bollato il piano di Washington come «massimalista e irragionevole». Dall’altra parte, un’altra fonte ancora ha tuttavia detto a Reuters che, sebbene la risposta iniziale dell’Iran agli Usa non sia stata positiva, il governo di Teheran starebbe ancora valutando la proposta dell’amministrazione Trump. Tutto questo lascia intendere come, con ogni probabilità, si stia consumando uno scontro interno al regime khomeinista tra chi auspica il dialogo con gli Stati Uniti e chi, come i pasdaran, premono per la linea dura.
Donald Trump, dal canto suo, ha urgenza di avviare il processo diplomatico per far abbassare il costo dell’energia e rafforzare così la posizione politica del Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. In particolare, secondo il Times of Israel, il presidente americano sarebbe intenzionato a concordare con Teheran un cessate il fuoco di un mese, da usare poi per discutere del piano di pace in 15 punti elaborato dalla Casa Bianca. Stando alla bozza di progetto, l’Iran, in cambio della revoca delle sanzioni internazionali e della possibilità di utilizzare energia atomica a scopo civile, si impegnerebbe ad accettare varie condizioni, tra cui: lo stop all’arricchimento dell’uranio, lo smantellamento dei siti nucleari di Natanz, Isfahan e Fordow, la limitazione del programma missilistico, la cessazione dei finanziamenti ai proxy regionali e, soprattutto, l’apertura di Hormuz.
D’altronde, proprio Hormuz è notoriamente al centro dei pensieri di Trump. Non a caso, i pasdaran lo hanno bloccato per mettere in difficoltà l’inquilino della Casa Bianca in vista delle elezioni di metà mandato. Non solo. Giusto ieri, una fonte militare iraniana ha minacciato attacchi contro Bab el Mandeb: uno Stretto cruciale per le navi dirette verso il Canale di Suez e da cui passa una parte significativa del gas e del petrolio a livello mondiale.
Come che sia, la Casa Bianca non demorde. E, secondo quanto riferito dalla Cnn, si starebbe adoperando per organizzare dei colloqui con gli iraniani questo fine settimana in Pakistan: Paese in cui potrebbe a breve recarsi il vicepresidente statunitense, JD Vance, per guidare il team negoziale di Washington. «Gli elementi rimanenti del regime iraniano hanno un’altra opportunità per cooperare con il presidente Trump, abbandonare definitivamente le loro ambizioni nucleari e cessare di minacciare attivamente l’America e i nostri alleati», ha inoltre affermato ieri la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere che «i colloqui continuano», definendoli «produttivi», ma specificando che «Trump non bluffa ed è pronto a scatenare l’inferno» se l’Iran non accetta la sconfitta.
Il punto è che la proposta americana non deve fare soltanto i conti con le spaccature interne al regime khomeinista ma anche con lo scetticismo di Israele e dell’Arabia Saudita. Secondo Channel 12, lo Stato ebraico, pur condividendo i punti del piano della Casa Bianca, sarebbe preoccupato per un cessate il fuoco troppo rapido (già sabato prossimo), che potrebbe rafforzare la posizione di Teheran nei negoziati. Non solo. Stando a Ynet, i funzionari israeliani sarebbero anche preoccupati della buona fede degli iraniani nell’ambito di eventuali trattative con gli americani. Il New York Times ha inoltre riferito che lo Stato ebraico ha paura che Trump possa concludere le ostilità prima che l’industria bellica iraniana sia completamente annientata. Più in generale, non è un mistero che Benjamin Netanyahu propenda per un regime change in piena regola a Teheran, anziché la soluzione venezuelana storicamente caldeggiata dal presidente americano. Al contempo, sempre secondo il New York Times, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, starebbe premendo dietro le quinte affinché Washington prosegua la guerra contro Teheran.
Sotto questo aspetto, è significativo il peso crescente che sta acquisendo Vance, dopo settimane che era sparito dai radar. È noto che il numero due della Casa Bianca fosse scettico verso un’operazione militare di vasta portata contro la Repubblica islamica. Ed è anche noto che i suoi rapporti con Netanyahu non siano sempre stati esattamente idilliaci. Il fatto che Trump stia puntando sul suo vice indica quindi che ha probabilmente intenzione di accelerare il processo diplomatico e di spingere il premier israeliano ad allinearsi ai desiderata di Washington. Tra l’altro, il presidente americano ha bisogno di un chiaro successo diplomatico in vista della sua visita in Cina: visita che, stando a quanto annunciato ieri dalla Casa Bianca, si terrà il 14 e il 15 maggio, anziché a cavallo tra marzo e aprile, come precedentemente fissato. Trump, che ha definito su Truth il suo prossimo incontro con Xi Jinping un «evento monumentale», vuole azzoppare l’influenza di Pechino sullo scacchiere mediorientale: un obiettivo, questo, che non può non passare dalla risoluzione del nodo iraniano.





