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2022-04-27
Sull’invio di armi all’Ucraina Berlino cede al pressing. Ora si passa a quelle pesanti
Il ministro della Difesa ucraino, Oleksiy Reznikov, a sinistra, saluta l’omologo lituano, Arvydas Anusauskas (Ansa)
L’hanno chiamata «Lega per l’Ucraina». È l’etichetta marziale, quasi fumettistica, coniata per il «Gruppo di consultazione per il supporto all’Ucraina». Ossia, il vertice, svoltosi ieri alla base militare americana di Ramstein, tra i ministri della Difesa di 40 Paesi. Si tratta dei 30 dell’Alleanza atlantica e di altri dieci non Nato: alcuni, come il Giappone, più risolutamente antirussi; altri, come Israele, Tunisia, Qatar e Kenya, più prudenti. Per l’Italia, era presente Lorenzo Guerini.
La scelta di radunarsi sul territorio tedesco non dev’essere stata casuale, visto che la Germania, negli ultimi giorni, è stata oggetto di fortissime pressioni mediatiche e politiche, affinché abbandonasse ogni titubanza in questo conflitto per procura contro la Russia. Alla fine, Berlino ha ceduto: il ministro della Difesa, Cristine Lambrecht, già in mattinata aveva annunciato il via libera all’invio di 50 blindati Gepard alla resistenza. Si tratta di mezzi semoventi antiaerei: cingolati sui quali è montata una torretta con cannoni da 35 millimetri Oerlikon, dotati di un radar per la ricerca del bersaglio e di uno per il tiro. In aggiunta, l’azienda tedesca di armi Rheinmetall ha offerto a Kiev 88 carri Leopard 1A5, 20 Leopard 2, fiore all’occhiello della Bundeswehr, impiegati dalla Turchia nella guerra siriana, e 100 Marder, veicoli da combattimento adatti alla fanteria.
Adesso, la palla passa al ministro dell’Economia, Robert Habeck, che deve offrire una sorta di visto finanziario e che sarebbe favorevole alla spedizione. I media attribuiscono ancora delle riserve al cancelliere socialdemocratico, Olaf Scholz, bersagliato dalla stampa per i legami del suo partito con Mosca. A cominciare da quelli, mai rinnegati, del predecessore Gerhard Schröder: capo del consorzio Nord stream, presidente di Rosneft, società russa di gas e petrolio, l’ex capo del governo non ha intenzione di mollare gli incarichi.
La spedizione dei blindati della Rheinmetall, tra l’altro, coinvolgerebbe la Svizzera e l’Italia, dove si trovano ora i panzer. La ditta, intanto, si è fatta avanti anche per addestrare l’equipaggio dei carri in Germania e per fornire pezzi di ricambio, basi di servizio e munizioni. Un orientamento avallato direttamente dalla Lambrecht: «Lavoriamo insieme ai nostri amici americani», ha dichiarato la titolare della Difesa, «nell’addestramento di truppe ucraine ai sistemi di artiglieria su suolo tedesco».
Berlino baratta il gas con le armi? Il fatto che, già tre giorni fa, il segretario Usa al Tesoro, Janet Yellen, abbia definito «controproducente» l’embargo al metano russo, autorizza a pensare che i teutonici stiano scegliendo il male minore. Di sicuro, la loro svolta contribuisce a definire l’atmosfera delineatasi a Ramstein, dove è stata inaugurata la prossima fase della guerra a Vladimir Putin per interposti ucraini. Un passo in più verso l’escalation, consacrato dal discorso del numero uno del Pentagono, Lloyd Austin: «Siamo qui riuniti per aiutare l’Ucraina a vincere la guerra» e «possiamo fare di più». In particolare, gli Stati Uniti, ha promesso il segretario alla Difesa, «continueranno a muovere mari e monti per poter soddisfare le esigenze di Kiev».
Tramite il ministro Oleksiy Reznikov, il Paese invaso dovrebbe aver presentato, appunto, la lista dei desiderata bellici. Il legato di Volodymyr Zelensky sostiene che «ogni tranche di assistenza militare ci avvicina alla pace in Europa». L’impressione, però, è che l’anglosfera si stia servendo dell’Ucraina per condurre una guerra d’attrito nel Donbass, il cui scopo ultimo, ormai confermato pure da Washington, è mettere in ginocchio la Russia. Così, la nuova parola d’ordine è armi pesanti. E la nuova strategia, archiviato il proposito di portare alle trattative un Putin più fiacco, è sconfiggere Mosca: «L’Ucraina crede di poter vincere la guerra e a questo crediamo anche tutti noi», ha incalzato Austin. Il quale, paragonando la resistenza di Kiev a quella degli europei contro il nazismo, ha spiegato che solo lo zar, sorpreso dal sostegno mondiale agli assediati, «può decidere una de-escalation», ponendo fine all’«invasione malvagia». Il Cremlino, conseguentemente, dovrebbe rinunciare alla «retorica pericolosa e inutile» sul ricorso alle testate atomiche. Le provocazioni sono un’esclusiva occidentale? Parrebbe: mentre il segretario di Stato, Antony Blinken, apriva alla neutralità di Kiev, Austin sottolineava che, quanto all’ipotesi di un ingresso della nazione nella Nato, i partner manterranno «il principio delle porte aperte».
Secondo il capo del Pentagono, il vertice di Ramstein è destinato a diventare «un gruppo di contatto mensile»; giusto per essere sicuri che gli alleati si lancino nella spirale bellicista. E Roma? Caduta Berlino, si accoderà?
Guerini ieri ha parlato di una «riunione importante per coordinare gli aiuti» e di un «nuovo invio di equipaggiamenti militari», della stessa natura di quello disposto dal precedente decreto interministeriale. «L’Italia continuerà a fare la propria parte sulla base delle indicazioni decise dal Parlamento». Ergo, solo equipaggiamenti difensivi, in base alla promessa con cui è stata venduto il nostro coinvolgimento? Nessun salto di qualità nelle forniture? Verificarlo sarà impossibile: la lista è secretata. Da noi le bombe sono come la polvere: si nascondono sotto al tappeto.
Il falco BoJo fa arrabbiare i partiti ma per ora a dirlo c’è solo Giuseppi
Boris Johnson considera «interamente legittimo» l’uso di armi fornite dall’Occidente all’Ucraina per colpire in profondità le linee di rifornimento di Mosca in territorio russo; Mosca risponde che potrebbe ritenere altrettanto legittimo prendere di mira in profondità le linee di rifornimento all’Ucraina fin dentro quei Paesi che riforniscono Kiev di armi. L’escalation è spaventosa, si rischia una guerra totale. E cosa fa l’Italia?
Fino ad ora, stiamo continuando a fornire armi all’Ucraina in virtù di un provvedimento del governo convertito in legge dal Parlamento all’inizio della guerra. Ma è possibile che nessun partito, tranne il M5s e Alternativa, si ponga il problema di un quadro della situazione che rischia di degenerare fino a un punto di non ritorno? «La linea di Johnson», dice alla Verità un esponente di primissimo piano del Pd, «non è certamente la nostra. Il nostro segretario, Enrico Letta, si è spinto molto in là all’inizio del conflitto, quando ha visto che Mario Draghi era incerto, e questo ci è costato anche un calo nei sondaggi, ma non è immaginabile seguire il Regno Unito in questo genere di atteggiamenti. Del resto, anche Francia e Germania sono distanti da questa linea».
«Il governo italiano», ci spiega un autorevole rappresentante dell’esecutivo, «non ha assolutamente questa posizione. Neanche il presidente americano, Joe Biden, che pure è stato molto duro, è mai arrivato a tanto. Johnson si distingue spesso per i suoi atteggiamenti iper aggressivi, ma l’Italia continuerà a muoversi all’interno dell’Unione europea e della Nato. Il rischio di una escalation è altissimo», aggiunge la nostra fonte, «e in ogni caso se ci fossero dei cambiamenti di strategia occorrerebbe richiamare in causa il Parlamento».
«Il punto», sottolinea alla Verità un big della Lega, «è che l’invio delle armi in Ucraina è stato deciso in fretta e furia il giorno dopo l’inizio della guerra con una formulazione vaga che consente al governo di fare quello che vuole fino alla fine del 2022. Abbiamo deciso di mandare armi difensive, per qualunque altra cosa bisognerà riconvocare il Parlamento».
Dunque, se in tv e sui giornali quasi tutte le forze politiche sembrano allineate e coperte in trincea, i malumori rispetto a quanto vanno proclamando protagonisti internazionali come Boris Johnson cova sotto la cenere e prima o poi è destinato a emergere. Sarebbe inoltre interessante sapere cosa pensa di questa escalation Giorgia Meloni, che fino ad ora ha curato più che altro il suo orticello politico, allineandosi dall’opposizione a ogni tipo di decisione, probabilmente con l’obiettivo di ricevere l’agognata legittimazione a governare da parte di Washington.
Intanto torna alla carica Giuseppe Conte, che ha chiesto anche al premier, Draghi, e al ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, di riferire in Parlamento. Ieri il Movimento 5 stelle ha diffuso una nota in cui si afferma che il Consiglio nazionale ha deliberato all’unanimità «di opporsi all’invio di aiuti militari e di controffensive che possano travalicare le esigenze legate all’esercizio del diritto legittima difesa sancito dall’art. 51 della Carta delle Nazioni unite, che rimane obiettivo primario e ragione giustificativa della reazione in corso». Non solo, il Movimento ritiene «che l’Italia debba promuovere tutti gli sforzi necessari affinché sia contrastato il rischio di un’ulteriore escalation militare e sia invece favorito il rilancio delle negoziazioni diplomatiche, in modo che il conflitto attuale non deflagri in uno scontro militare di proporzioni sempre più vaste e incontrollabili».
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Il vertice di Ramstein convince i tedeschi a spedire i blindati Gepard. Pure un’azienda privata offre i tank e l’addestramento. E Lorenzo Guerini garantisce: «Roma farà la sua parte».Malumori nel Pd e nella Lega. No esplicito del M5s ad aiuti «che non siano difensivi».Lo speciale contiene due articoli.L’hanno chiamata «Lega per l’Ucraina». È l’etichetta marziale, quasi fumettistica, coniata per il «Gruppo di consultazione per il supporto all’Ucraina». Ossia, il vertice, svoltosi ieri alla base militare americana di Ramstein, tra i ministri della Difesa di 40 Paesi. Si tratta dei 30 dell’Alleanza atlantica e di altri dieci non Nato: alcuni, come il Giappone, più risolutamente antirussi; altri, come Israele, Tunisia, Qatar e Kenya, più prudenti. Per l’Italia, era presente Lorenzo Guerini.La scelta di radunarsi sul territorio tedesco non dev’essere stata casuale, visto che la Germania, negli ultimi giorni, è stata oggetto di fortissime pressioni mediatiche e politiche, affinché abbandonasse ogni titubanza in questo conflitto per procura contro la Russia. Alla fine, Berlino ha ceduto: il ministro della Difesa, Cristine Lambrecht, già in mattinata aveva annunciato il via libera all’invio di 50 blindati Gepard alla resistenza. Si tratta di mezzi semoventi antiaerei: cingolati sui quali è montata una torretta con cannoni da 35 millimetri Oerlikon, dotati di un radar per la ricerca del bersaglio e di uno per il tiro. In aggiunta, l’azienda tedesca di armi Rheinmetall ha offerto a Kiev 88 carri Leopard 1A5, 20 Leopard 2, fiore all’occhiello della Bundeswehr, impiegati dalla Turchia nella guerra siriana, e 100 Marder, veicoli da combattimento adatti alla fanteria. Adesso, la palla passa al ministro dell’Economia, Robert Habeck, che deve offrire una sorta di visto finanziario e che sarebbe favorevole alla spedizione. I media attribuiscono ancora delle riserve al cancelliere socialdemocratico, Olaf Scholz, bersagliato dalla stampa per i legami del suo partito con Mosca. A cominciare da quelli, mai rinnegati, del predecessore Gerhard Schröder: capo del consorzio Nord stream, presidente di Rosneft, società russa di gas e petrolio, l’ex capo del governo non ha intenzione di mollare gli incarichi. La spedizione dei blindati della Rheinmetall, tra l’altro, coinvolgerebbe la Svizzera e l’Italia, dove si trovano ora i panzer. La ditta, intanto, si è fatta avanti anche per addestrare l’equipaggio dei carri in Germania e per fornire pezzi di ricambio, basi di servizio e munizioni. Un orientamento avallato direttamente dalla Lambrecht: «Lavoriamo insieme ai nostri amici americani», ha dichiarato la titolare della Difesa, «nell’addestramento di truppe ucraine ai sistemi di artiglieria su suolo tedesco».Berlino baratta il gas con le armi? Il fatto che, già tre giorni fa, il segretario Usa al Tesoro, Janet Yellen, abbia definito «controproducente» l’embargo al metano russo, autorizza a pensare che i teutonici stiano scegliendo il male minore. Di sicuro, la loro svolta contribuisce a definire l’atmosfera delineatasi a Ramstein, dove è stata inaugurata la prossima fase della guerra a Vladimir Putin per interposti ucraini. Un passo in più verso l’escalation, consacrato dal discorso del numero uno del Pentagono, Lloyd Austin: «Siamo qui riuniti per aiutare l’Ucraina a vincere la guerra» e «possiamo fare di più». In particolare, gli Stati Uniti, ha promesso il segretario alla Difesa, «continueranno a muovere mari e monti per poter soddisfare le esigenze di Kiev». Tramite il ministro Oleksiy Reznikov, il Paese invaso dovrebbe aver presentato, appunto, la lista dei desiderata bellici. Il legato di Volodymyr Zelensky sostiene che «ogni tranche di assistenza militare ci avvicina alla pace in Europa». L’impressione, però, è che l’anglosfera si stia servendo dell’Ucraina per condurre una guerra d’attrito nel Donbass, il cui scopo ultimo, ormai confermato pure da Washington, è mettere in ginocchio la Russia. Così, la nuova parola d’ordine è armi pesanti. E la nuova strategia, archiviato il proposito di portare alle trattative un Putin più fiacco, è sconfiggere Mosca: «L’Ucraina crede di poter vincere la guerra e a questo crediamo anche tutti noi», ha incalzato Austin. Il quale, paragonando la resistenza di Kiev a quella degli europei contro il nazismo, ha spiegato che solo lo zar, sorpreso dal sostegno mondiale agli assediati, «può decidere una de-escalation», ponendo fine all’«invasione malvagia». Il Cremlino, conseguentemente, dovrebbe rinunciare alla «retorica pericolosa e inutile» sul ricorso alle testate atomiche. Le provocazioni sono un’esclusiva occidentale? Parrebbe: mentre il segretario di Stato, Antony Blinken, apriva alla neutralità di Kiev, Austin sottolineava che, quanto all’ipotesi di un ingresso della nazione nella Nato, i partner manterranno «il principio delle porte aperte». Secondo il capo del Pentagono, il vertice di Ramstein è destinato a diventare «un gruppo di contatto mensile»; giusto per essere sicuri che gli alleati si lancino nella spirale bellicista. E Roma? Caduta Berlino, si accoderà? Guerini ieri ha parlato di una «riunione importante per coordinare gli aiuti» e di un «nuovo invio di equipaggiamenti militari», della stessa natura di quello disposto dal precedente decreto interministeriale. «L’Italia continuerà a fare la propria parte sulla base delle indicazioni decise dal Parlamento». Ergo, solo equipaggiamenti difensivi, in base alla promessa con cui è stata venduto il nostro coinvolgimento? Nessun salto di qualità nelle forniture? Verificarlo sarà impossibile: la lista è secretata. 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Fino ad ora, stiamo continuando a fornire armi all’Ucraina in virtù di un provvedimento del governo convertito in legge dal Parlamento all’inizio della guerra. Ma è possibile che nessun partito, tranne il M5s e Alternativa, si ponga il problema di un quadro della situazione che rischia di degenerare fino a un punto di non ritorno? «La linea di Johnson», dice alla Verità un esponente di primissimo piano del Pd, «non è certamente la nostra. Il nostro segretario, Enrico Letta, si è spinto molto in là all’inizio del conflitto, quando ha visto che Mario Draghi era incerto, e questo ci è costato anche un calo nei sondaggi, ma non è immaginabile seguire il Regno Unito in questo genere di atteggiamenti. Del resto, anche Francia e Germania sono distanti da questa linea». «Il governo italiano», ci spiega un autorevole rappresentante dell’esecutivo, «non ha assolutamente questa posizione. Neanche il presidente americano, Joe Biden, che pure è stato molto duro, è mai arrivato a tanto. Johnson si distingue spesso per i suoi atteggiamenti iper aggressivi, ma l’Italia continuerà a muoversi all’interno dell’Unione europea e della Nato. Il rischio di una escalation è altissimo», aggiunge la nostra fonte, «e in ogni caso se ci fossero dei cambiamenti di strategia occorrerebbe richiamare in causa il Parlamento». «Il punto», sottolinea alla Verità un big della Lega, «è che l’invio delle armi in Ucraina è stato deciso in fretta e furia il giorno dopo l’inizio della guerra con una formulazione vaga che consente al governo di fare quello che vuole fino alla fine del 2022. Abbiamo deciso di mandare armi difensive, per qualunque altra cosa bisognerà riconvocare il Parlamento». Dunque, se in tv e sui giornali quasi tutte le forze politiche sembrano allineate e coperte in trincea, i malumori rispetto a quanto vanno proclamando protagonisti internazionali come Boris Johnson cova sotto la cenere e prima o poi è destinato a emergere. Sarebbe inoltre interessante sapere cosa pensa di questa escalation Giorgia Meloni, che fino ad ora ha curato più che altro il suo orticello politico, allineandosi dall’opposizione a ogni tipo di decisione, probabilmente con l’obiettivo di ricevere l’agognata legittimazione a governare da parte di Washington. Intanto torna alla carica Giuseppe Conte, che ha chiesto anche al premier, Draghi, e al ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, di riferire in Parlamento. Ieri il Movimento 5 stelle ha diffuso una nota in cui si afferma che il Consiglio nazionale ha deliberato all’unanimità «di opporsi all’invio di aiuti militari e di controffensive che possano travalicare le esigenze legate all’esercizio del diritto legittima difesa sancito dall’art. 51 della Carta delle Nazioni unite, che rimane obiettivo primario e ragione giustificativa della reazione in corso». Non solo, il Movimento ritiene «che l’Italia debba promuovere tutti gli sforzi necessari affinché sia contrastato il rischio di un’ulteriore escalation militare e sia invece favorito il rilancio delle negoziazioni diplomatiche, in modo che il conflitto attuale non deflagri in uno scontro militare di proporzioni sempre più vaste e incontrollabili».
Ansa
Perché l’aumento delle riserve non coincide con la capacità di trattenerle per distribuirle. Le paratie dei bacini vengono aperte per evitare la tracimazione e la risorsa viene lasciata scivolare via, letteralmente, verso il mare. Uno spreco che nasce da limiti infrastrutturali, non dalla mancanza d’acqua. È il paradosso certificato dall’Osservatorio dell’Anbi, l’associazione che tutela i Consorzi di bonifica italiani: dighe al limite della capienza e, nello stesso momento, territori che continuano a fare i conti con una gestione fragile, incompleta, a tratti inefficace.
Gli invasi sono pieni e devono rilasciare acqua per ragioni di sicurezza. Così una parte consistente della risorsa viene dispersa. In Molise la diga del Liscione ha aperto le paratie scaricando 240 metri cubi al secondo. In Puglia la diga di Occhito, che disseta la piana del Tavoliere, ha aumentato il proprio volume di 69 milioni di metri cubi in appena due giorni. In Basilicata (Regione che lo scorso anno ha dovuto fronteggiare una importante crisi idrica) lo sbarramento di Monte Cotugno, sul fiume Sinni, ha superato i 240 metri, arrivando oltre la quota di sicurezza. Ma è in Sicilia che il cortocircuito diventa evidente. Da una parte bacini potenzialmente capaci di contenere 1 miliardo di metri cubi d’acqua, sufficienti al fabbisogno dell’intera isola. Dall’altra una realtà in cui ne viene trattenuta solo la metà. Il motivo è noto: mancano collaudi, manutenzioni, interventi strutturali. Solo 25 delle 45 dighe siciliane possono funzionare a pieno regime. Più della metà del sistema è, di fatto, limitato o addirittura inutilizzabile. Non a caso il primo provvedimento firmato dal nuovo Commissario all’emergenza idrica nazionale Fabio Ciciliano prolunga il funzionamento del dissalatore di Porto Empedocle. Eppure la versione ufficiale è diversa.
«Nessuna situazione critica negli invasi siciliani, come è facile evincere dal report, aggiornato al primo marzo e appena pubblicato dall’Autorità di bacino della Regione. L’interpretazione dei dati fatta da alcuni di organi di stampa, infatti, è fuorviante e non restituisce il quadro reale», afferma Carmelo Frittitta, segretario generale dell’Autorità di bacino siciliana. E spiega: «Gli invasi registrano un livello di acqua superiore del 57 per cento rispetto al 2025 e del 38 rispetto al mese scorso, un incremento significativo che testimonia un netto miglioramento della disponibilità idrica grazie alle abbondanti piogge e ai lavori che hanno consentito di captare maggiormente questa acqua». A queste riserve idriche si aggiungono, inoltre, gli oltre 2.000 litri al secondo, che diventeranno presto 4.000, già recuperati grazie alle centinaia di interventi della Regione sui pozzi e reti, oltre all’apporto dei tre dissalatori costruiti a Trapani, Porto Empedocle e Gela. Ma basta leggere i numeri fino in fondo per capire che il problema resta.
Secondo il report dell’Autorità di Bacino, a fronte di una capacità di circa 1 miliardo di metri cubi, le dighe ne contengono 536,11 milioni. E dentro questi numeri c’è un’altra verità: circa 160 milioni di metri cubi sono in realtà sabbia e terra accumulati negli anni. Spazio sottratto all’acqua. La risorsa davvero utilizzabile scende così a circa 370 milioni, poco più di un terzo della capacità. Il dato reale è quindi molto più basso di quello apparente. E i numeri delle singole dighe sono altrettanto indicativi. La Garcia, nel Palermitano, ha accumulato 30 milioni su una capacità di 80. La Nicoletti 8,54 su 20,20. La Pozzillo 53 su 150. Non è solo una questione di pioggia. Infrastrutture che non rendono quanto potrebbero. Il nodo è strutturale e viene da lontano. «La verità è che le dighe sono state considerate contenitori a perdere e gli enti hanno rinunciato a pulirle perché ormai è troppo costoso e svuotare del fango un invaso oggi costa quanto costruirne uno nuovo», spiega l’ingegner Leonardo Santoro, alla guida dell’Autorità di bacino fino al febbraio scorso. La lista degli interventi necessari è chiara: «Sfangamento, interventi di riduzione dell’apporto solido, riefficientamento impiantistico, idraulico, consolidamenti statici e collaudi».
Dopo la crisi degli ultimi due anni, la Regione guidata da Renato Schifani ha stanziato circa 170 milioni. Ma le misure si sono concentrate soprattutto su nuovi pozzi e sulla riduzione delle perdite della rete: circa 2.000 litri al secondo recuperati, con altri 1.500 previsti entro sei mesi e 500 entro due anni. Soluzioni che tamponano l’emergenza ma che non si presentano come risolutive. Tutto è demandato alla clemenza del meteo. Come nel Lazio, dove calano i livelli dei laghi Albano e Nemi, mentre il Tevere aumenta la portata e il Velino resta sotto media. In Abruzzo si registrano piogge fino al 400 per cento sopra la media lungo la costa, con quasi 300 millimetri a Ortona, mentre nell’entroterra si scende a 20 millimetri. In Campania crescono i livelli dei fiumi Sele e Volturno, ma gli invasi del Velia sono già colmi. La soluzione: paratie aperte. Anche se in vista c’è la prossima crisi idrica estiva. Perché il sistema continuerà a rincorrere l’acqua, anche quando l’acqua c’è.
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iSrock
Quell’esortazione è un grido di dolore delle cantine che tra capo e collo si vedono arrivare dall’Europa l’ennesima tegola. Scrive la commissione Salute dell’Europarlamento, smentendo una deliberazione presa dal plenum dell’aula appena tre anni fa che promuoveva il consumo responsabile, che la «Commissione deve accelerare l’iter legislativo per mettere sulle etichette gli health warning» perché in consonanza con il documento Be.Ca (le politiche anticancro dell’Europa) e in accordo con l’Oms bisogna dire che l’alcol uccide».
Vogliono che le bottiglie abbiano immagini e scritte esplicative del tipo: il vino fa male. Si fa fatica a immaginare una bottiglia di Solaia, di Masseto, di Sassicaia, di Barolo Sperss (che sono gioielli) con la scritta «non lo bevete perché vi ammazza». Ma a Bruxelles si preoccupano della nostra salute. Nulla, però, dicono delle bevande energetiche che fanno sballare gli adolescenti, sui cibi ultraprocessati responsabili di una serie terribile di malattie non trasmissibili.
Perché? Il bilancio di uno solo dei bibitari vale quanto tutto il fatturato del vino italiano e, a Bruxelles, a certe cose stanno attenti. Ursula von der Leyen del resto, in barba a qualsiasi trattato, autorizzò l’Irlanda a pretendere le etichette allarmistiche sul vino, poi a Dublino ci hanno ripensato. Il presidente dell’Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi, ha protestato: «È una impostazione quella dell’Ue che rischia di alimentare un approccio ideologico e punitivo anziché fondato su evidenze scientifiche e distinzione tra abuso e consumo responsabile». L’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint rincara: «Dopo il Green deal, la nuova frontiera della follia ideologica Ue punta ad attaccare la filiera vitivinicola. La Lega si oppone a questa folle proposta». I francesi sono già sulle barricate: da loro la crisi fa spavento, hanno spiantato 30.000 ettari di vigne e perfino lo Campagne fa fatica.
Vedremo che ne pensa il ministro per l’Agricoltura e la Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida atteso domenica a inaugurare il Vinitaly; a Verona nei tre giorni arriverà mezzo governo e forse anche Giorgia Meloni. Peraltro, il l’esecutivo ha varato diversi provvedimenti a sostegno del settore, non ultimo il via libera ai vini dealcolati o a bassissimo grado che restano però nell’alveo della produzione agricola. È un segmento destinato a crescere ed è uno degli argomenti di punta del Vinitaly: per ora si parla di meno di 7 milioni di bottiglie su 2,2 miliardi limitandosi solo ai vini a denominazione. Che il governo punti sul vino è testimoniato anche dall’enorme bottiglia di 30 metri che campeggia su tutta la Fiera. L’ha voluta Lollobrigida per dire: c’è dentro l’Italia. Si coniuga il vino con la cucina italiana patrimonio Unesco, col paesaggio per riaffermare il successo dell’enoturismo e dare continuità alla campagna di comunicazione di sostegno al prodotto italiano.
A Verona le facce sono assai preoccupate. Nelle cantine ci sono 70 milioni di ettolitri invenduti, i consumi sono crollati, l’export ha fatto meno 3,7% e siamo scesi a 7,8 miliardi col mercato Usa, nostro primo cliente, in contrazione. Il vino comunque è il primo motore della nostra agricoltura, fattura 14 miliardi, ci campano sopra trecentomila aziende con 1,2 milioni di occupati diretti. Da Vinitaly si aspettano risposte considerando che alcune note positive ci sono: i vini di altissimo pregio reggono, gli spumanti continuano a tirare. Le 4.400 aziende che espongono a Verona sembrano Diogene in cerca del cliente. Dicono di voler innovare, ma a leggere la valanga di comunicati stampa che sono fotocopia uno dell’altro sembrano guardare nello specchietto retrovisore. Forse è il caso di parlare un po’ di più di economia e accorgersi che succedono cose importanti. Come ad esempio il gruppo Angelini che continua a investire ed entra nel capitale della Arnaldo Caprai per rilanciare la cantina che ha imposto il Sagrantino nel mondo. Dice Marco Caprai: «Bisogna fare qualità, vendere valore e non inseguire il mercato». D’accordo Sandro Boscaini, mister Amarone: «Di crisi anche peggiori il vino ne ha superate molte, dobbiamo osservare meglio il mercato: dobbiamo dare vini di pronta beva come i nostri Fresco di Masi, ma non abdicare ai nostri must come l’Amarone». Riccardo Cotarella (è il presidente mondiale degli enologi) insiste: «Si devono fare vini buoni e accessibili e non è vero che i giovani non vogliono più il vino, forse è il vino che non parla ai giovani». Suo fratello Renzo - è l’anima della più blasonata dinastia del vino d’Italia la Antinori - guarda oltre: «Non ci sono solo i vini icona, devono esserci anche i vini piacere». Giusto; è anche quello che manca al Vinitaly: il piacere di venirci.
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