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2022-04-27
Sull’invio di armi all’Ucraina Berlino cede al pressing. Ora si passa a quelle pesanti
Il ministro della Difesa ucraino, Oleksiy Reznikov, a sinistra, saluta l’omologo lituano, Arvydas Anusauskas (Ansa)
L’hanno chiamata «Lega per l’Ucraina». È l’etichetta marziale, quasi fumettistica, coniata per il «Gruppo di consultazione per il supporto all’Ucraina». Ossia, il vertice, svoltosi ieri alla base militare americana di Ramstein, tra i ministri della Difesa di 40 Paesi. Si tratta dei 30 dell’Alleanza atlantica e di altri dieci non Nato: alcuni, come il Giappone, più risolutamente antirussi; altri, come Israele, Tunisia, Qatar e Kenya, più prudenti. Per l’Italia, era presente Lorenzo Guerini.
La scelta di radunarsi sul territorio tedesco non dev’essere stata casuale, visto che la Germania, negli ultimi giorni, è stata oggetto di fortissime pressioni mediatiche e politiche, affinché abbandonasse ogni titubanza in questo conflitto per procura contro la Russia. Alla fine, Berlino ha ceduto: il ministro della Difesa, Cristine Lambrecht, già in mattinata aveva annunciato il via libera all’invio di 50 blindati Gepard alla resistenza. Si tratta di mezzi semoventi antiaerei: cingolati sui quali è montata una torretta con cannoni da 35 millimetri Oerlikon, dotati di un radar per la ricerca del bersaglio e di uno per il tiro. In aggiunta, l’azienda tedesca di armi Rheinmetall ha offerto a Kiev 88 carri Leopard 1A5, 20 Leopard 2, fiore all’occhiello della Bundeswehr, impiegati dalla Turchia nella guerra siriana, e 100 Marder, veicoli da combattimento adatti alla fanteria.
Adesso, la palla passa al ministro dell’Economia, Robert Habeck, che deve offrire una sorta di visto finanziario e che sarebbe favorevole alla spedizione. I media attribuiscono ancora delle riserve al cancelliere socialdemocratico, Olaf Scholz, bersagliato dalla stampa per i legami del suo partito con Mosca. A cominciare da quelli, mai rinnegati, del predecessore Gerhard Schröder: capo del consorzio Nord stream, presidente di Rosneft, società russa di gas e petrolio, l’ex capo del governo non ha intenzione di mollare gli incarichi.
La spedizione dei blindati della Rheinmetall, tra l’altro, coinvolgerebbe la Svizzera e l’Italia, dove si trovano ora i panzer. La ditta, intanto, si è fatta avanti anche per addestrare l’equipaggio dei carri in Germania e per fornire pezzi di ricambio, basi di servizio e munizioni. Un orientamento avallato direttamente dalla Lambrecht: «Lavoriamo insieme ai nostri amici americani», ha dichiarato la titolare della Difesa, «nell’addestramento di truppe ucraine ai sistemi di artiglieria su suolo tedesco».
Berlino baratta il gas con le armi? Il fatto che, già tre giorni fa, il segretario Usa al Tesoro, Janet Yellen, abbia definito «controproducente» l’embargo al metano russo, autorizza a pensare che i teutonici stiano scegliendo il male minore. Di sicuro, la loro svolta contribuisce a definire l’atmosfera delineatasi a Ramstein, dove è stata inaugurata la prossima fase della guerra a Vladimir Putin per interposti ucraini. Un passo in più verso l’escalation, consacrato dal discorso del numero uno del Pentagono, Lloyd Austin: «Siamo qui riuniti per aiutare l’Ucraina a vincere la guerra» e «possiamo fare di più». In particolare, gli Stati Uniti, ha promesso il segretario alla Difesa, «continueranno a muovere mari e monti per poter soddisfare le esigenze di Kiev».
Tramite il ministro Oleksiy Reznikov, il Paese invaso dovrebbe aver presentato, appunto, la lista dei desiderata bellici. Il legato di Volodymyr Zelensky sostiene che «ogni tranche di assistenza militare ci avvicina alla pace in Europa». L’impressione, però, è che l’anglosfera si stia servendo dell’Ucraina per condurre una guerra d’attrito nel Donbass, il cui scopo ultimo, ormai confermato pure da Washington, è mettere in ginocchio la Russia. Così, la nuova parola d’ordine è armi pesanti. E la nuova strategia, archiviato il proposito di portare alle trattative un Putin più fiacco, è sconfiggere Mosca: «L’Ucraina crede di poter vincere la guerra e a questo crediamo anche tutti noi», ha incalzato Austin. Il quale, paragonando la resistenza di Kiev a quella degli europei contro il nazismo, ha spiegato che solo lo zar, sorpreso dal sostegno mondiale agli assediati, «può decidere una de-escalation», ponendo fine all’«invasione malvagia». Il Cremlino, conseguentemente, dovrebbe rinunciare alla «retorica pericolosa e inutile» sul ricorso alle testate atomiche. Le provocazioni sono un’esclusiva occidentale? Parrebbe: mentre il segretario di Stato, Antony Blinken, apriva alla neutralità di Kiev, Austin sottolineava che, quanto all’ipotesi di un ingresso della nazione nella Nato, i partner manterranno «il principio delle porte aperte».
Secondo il capo del Pentagono, il vertice di Ramstein è destinato a diventare «un gruppo di contatto mensile»; giusto per essere sicuri che gli alleati si lancino nella spirale bellicista. E Roma? Caduta Berlino, si accoderà?
Guerini ieri ha parlato di una «riunione importante per coordinare gli aiuti» e di un «nuovo invio di equipaggiamenti militari», della stessa natura di quello disposto dal precedente decreto interministeriale. «L’Italia continuerà a fare la propria parte sulla base delle indicazioni decise dal Parlamento». Ergo, solo equipaggiamenti difensivi, in base alla promessa con cui è stata venduto il nostro coinvolgimento? Nessun salto di qualità nelle forniture? Verificarlo sarà impossibile: la lista è secretata. Da noi le bombe sono come la polvere: si nascondono sotto al tappeto.
Il falco BoJo fa arrabbiare i partiti ma per ora a dirlo c’è solo Giuseppi
Boris Johnson considera «interamente legittimo» l’uso di armi fornite dall’Occidente all’Ucraina per colpire in profondità le linee di rifornimento di Mosca in territorio russo; Mosca risponde che potrebbe ritenere altrettanto legittimo prendere di mira in profondità le linee di rifornimento all’Ucraina fin dentro quei Paesi che riforniscono Kiev di armi. L’escalation è spaventosa, si rischia una guerra totale. E cosa fa l’Italia?
Fino ad ora, stiamo continuando a fornire armi all’Ucraina in virtù di un provvedimento del governo convertito in legge dal Parlamento all’inizio della guerra. Ma è possibile che nessun partito, tranne il M5s e Alternativa, si ponga il problema di un quadro della situazione che rischia di degenerare fino a un punto di non ritorno? «La linea di Johnson», dice alla Verità un esponente di primissimo piano del Pd, «non è certamente la nostra. Il nostro segretario, Enrico Letta, si è spinto molto in là all’inizio del conflitto, quando ha visto che Mario Draghi era incerto, e questo ci è costato anche un calo nei sondaggi, ma non è immaginabile seguire il Regno Unito in questo genere di atteggiamenti. Del resto, anche Francia e Germania sono distanti da questa linea».
«Il governo italiano», ci spiega un autorevole rappresentante dell’esecutivo, «non ha assolutamente questa posizione. Neanche il presidente americano, Joe Biden, che pure è stato molto duro, è mai arrivato a tanto. Johnson si distingue spesso per i suoi atteggiamenti iper aggressivi, ma l’Italia continuerà a muoversi all’interno dell’Unione europea e della Nato. Il rischio di una escalation è altissimo», aggiunge la nostra fonte, «e in ogni caso se ci fossero dei cambiamenti di strategia occorrerebbe richiamare in causa il Parlamento».
«Il punto», sottolinea alla Verità un big della Lega, «è che l’invio delle armi in Ucraina è stato deciso in fretta e furia il giorno dopo l’inizio della guerra con una formulazione vaga che consente al governo di fare quello che vuole fino alla fine del 2022. Abbiamo deciso di mandare armi difensive, per qualunque altra cosa bisognerà riconvocare il Parlamento».
Dunque, se in tv e sui giornali quasi tutte le forze politiche sembrano allineate e coperte in trincea, i malumori rispetto a quanto vanno proclamando protagonisti internazionali come Boris Johnson cova sotto la cenere e prima o poi è destinato a emergere. Sarebbe inoltre interessante sapere cosa pensa di questa escalation Giorgia Meloni, che fino ad ora ha curato più che altro il suo orticello politico, allineandosi dall’opposizione a ogni tipo di decisione, probabilmente con l’obiettivo di ricevere l’agognata legittimazione a governare da parte di Washington.
Intanto torna alla carica Giuseppe Conte, che ha chiesto anche al premier, Draghi, e al ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, di riferire in Parlamento. Ieri il Movimento 5 stelle ha diffuso una nota in cui si afferma che il Consiglio nazionale ha deliberato all’unanimità «di opporsi all’invio di aiuti militari e di controffensive che possano travalicare le esigenze legate all’esercizio del diritto legittima difesa sancito dall’art. 51 della Carta delle Nazioni unite, che rimane obiettivo primario e ragione giustificativa della reazione in corso». Non solo, il Movimento ritiene «che l’Italia debba promuovere tutti gli sforzi necessari affinché sia contrastato il rischio di un’ulteriore escalation militare e sia invece favorito il rilancio delle negoziazioni diplomatiche, in modo che il conflitto attuale non deflagri in uno scontro militare di proporzioni sempre più vaste e incontrollabili».
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Il vertice di Ramstein convince i tedeschi a spedire i blindati Gepard. Pure un’azienda privata offre i tank e l’addestramento. E Lorenzo Guerini garantisce: «Roma farà la sua parte».Malumori nel Pd e nella Lega. No esplicito del M5s ad aiuti «che non siano difensivi».Lo speciale contiene due articoli.L’hanno chiamata «Lega per l’Ucraina». È l’etichetta marziale, quasi fumettistica, coniata per il «Gruppo di consultazione per il supporto all’Ucraina». Ossia, il vertice, svoltosi ieri alla base militare americana di Ramstein, tra i ministri della Difesa di 40 Paesi. Si tratta dei 30 dell’Alleanza atlantica e di altri dieci non Nato: alcuni, come il Giappone, più risolutamente antirussi; altri, come Israele, Tunisia, Qatar e Kenya, più prudenti. Per l’Italia, era presente Lorenzo Guerini.La scelta di radunarsi sul territorio tedesco non dev’essere stata casuale, visto che la Germania, negli ultimi giorni, è stata oggetto di fortissime pressioni mediatiche e politiche, affinché abbandonasse ogni titubanza in questo conflitto per procura contro la Russia. Alla fine, Berlino ha ceduto: il ministro della Difesa, Cristine Lambrecht, già in mattinata aveva annunciato il via libera all’invio di 50 blindati Gepard alla resistenza. Si tratta di mezzi semoventi antiaerei: cingolati sui quali è montata una torretta con cannoni da 35 millimetri Oerlikon, dotati di un radar per la ricerca del bersaglio e di uno per il tiro. In aggiunta, l’azienda tedesca di armi Rheinmetall ha offerto a Kiev 88 carri Leopard 1A5, 20 Leopard 2, fiore all’occhiello della Bundeswehr, impiegati dalla Turchia nella guerra siriana, e 100 Marder, veicoli da combattimento adatti alla fanteria. Adesso, la palla passa al ministro dell’Economia, Robert Habeck, che deve offrire una sorta di visto finanziario e che sarebbe favorevole alla spedizione. I media attribuiscono ancora delle riserve al cancelliere socialdemocratico, Olaf Scholz, bersagliato dalla stampa per i legami del suo partito con Mosca. A cominciare da quelli, mai rinnegati, del predecessore Gerhard Schröder: capo del consorzio Nord stream, presidente di Rosneft, società russa di gas e petrolio, l’ex capo del governo non ha intenzione di mollare gli incarichi. La spedizione dei blindati della Rheinmetall, tra l’altro, coinvolgerebbe la Svizzera e l’Italia, dove si trovano ora i panzer. La ditta, intanto, si è fatta avanti anche per addestrare l’equipaggio dei carri in Germania e per fornire pezzi di ricambio, basi di servizio e munizioni. Un orientamento avallato direttamente dalla Lambrecht: «Lavoriamo insieme ai nostri amici americani», ha dichiarato la titolare della Difesa, «nell’addestramento di truppe ucraine ai sistemi di artiglieria su suolo tedesco».Berlino baratta il gas con le armi? Il fatto che, già tre giorni fa, il segretario Usa al Tesoro, Janet Yellen, abbia definito «controproducente» l’embargo al metano russo, autorizza a pensare che i teutonici stiano scegliendo il male minore. Di sicuro, la loro svolta contribuisce a definire l’atmosfera delineatasi a Ramstein, dove è stata inaugurata la prossima fase della guerra a Vladimir Putin per interposti ucraini. Un passo in più verso l’escalation, consacrato dal discorso del numero uno del Pentagono, Lloyd Austin: «Siamo qui riuniti per aiutare l’Ucraina a vincere la guerra» e «possiamo fare di più». In particolare, gli Stati Uniti, ha promesso il segretario alla Difesa, «continueranno a muovere mari e monti per poter soddisfare le esigenze di Kiev». Tramite il ministro Oleksiy Reznikov, il Paese invaso dovrebbe aver presentato, appunto, la lista dei desiderata bellici. Il legato di Volodymyr Zelensky sostiene che «ogni tranche di assistenza militare ci avvicina alla pace in Europa». L’impressione, però, è che l’anglosfera si stia servendo dell’Ucraina per condurre una guerra d’attrito nel Donbass, il cui scopo ultimo, ormai confermato pure da Washington, è mettere in ginocchio la Russia. Così, la nuova parola d’ordine è armi pesanti. E la nuova strategia, archiviato il proposito di portare alle trattative un Putin più fiacco, è sconfiggere Mosca: «L’Ucraina crede di poter vincere la guerra e a questo crediamo anche tutti noi», ha incalzato Austin. Il quale, paragonando la resistenza di Kiev a quella degli europei contro il nazismo, ha spiegato che solo lo zar, sorpreso dal sostegno mondiale agli assediati, «può decidere una de-escalation», ponendo fine all’«invasione malvagia». Il Cremlino, conseguentemente, dovrebbe rinunciare alla «retorica pericolosa e inutile» sul ricorso alle testate atomiche. Le provocazioni sono un’esclusiva occidentale? Parrebbe: mentre il segretario di Stato, Antony Blinken, apriva alla neutralità di Kiev, Austin sottolineava che, quanto all’ipotesi di un ingresso della nazione nella Nato, i partner manterranno «il principio delle porte aperte». Secondo il capo del Pentagono, il vertice di Ramstein è destinato a diventare «un gruppo di contatto mensile»; giusto per essere sicuri che gli alleati si lancino nella spirale bellicista. E Roma? Caduta Berlino, si accoderà? Guerini ieri ha parlato di una «riunione importante per coordinare gli aiuti» e di un «nuovo invio di equipaggiamenti militari», della stessa natura di quello disposto dal precedente decreto interministeriale. «L’Italia continuerà a fare la propria parte sulla base delle indicazioni decise dal Parlamento». Ergo, solo equipaggiamenti difensivi, in base alla promessa con cui è stata venduto il nostro coinvolgimento? Nessun salto di qualità nelle forniture? Verificarlo sarà impossibile: la lista è secretata. 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Fino ad ora, stiamo continuando a fornire armi all’Ucraina in virtù di un provvedimento del governo convertito in legge dal Parlamento all’inizio della guerra. Ma è possibile che nessun partito, tranne il M5s e Alternativa, si ponga il problema di un quadro della situazione che rischia di degenerare fino a un punto di non ritorno? «La linea di Johnson», dice alla Verità un esponente di primissimo piano del Pd, «non è certamente la nostra. Il nostro segretario, Enrico Letta, si è spinto molto in là all’inizio del conflitto, quando ha visto che Mario Draghi era incerto, e questo ci è costato anche un calo nei sondaggi, ma non è immaginabile seguire il Regno Unito in questo genere di atteggiamenti. Del resto, anche Francia e Germania sono distanti da questa linea». «Il governo italiano», ci spiega un autorevole rappresentante dell’esecutivo, «non ha assolutamente questa posizione. Neanche il presidente americano, Joe Biden, che pure è stato molto duro, è mai arrivato a tanto. Johnson si distingue spesso per i suoi atteggiamenti iper aggressivi, ma l’Italia continuerà a muoversi all’interno dell’Unione europea e della Nato. Il rischio di una escalation è altissimo», aggiunge la nostra fonte, «e in ogni caso se ci fossero dei cambiamenti di strategia occorrerebbe richiamare in causa il Parlamento». «Il punto», sottolinea alla Verità un big della Lega, «è che l’invio delle armi in Ucraina è stato deciso in fretta e furia il giorno dopo l’inizio della guerra con una formulazione vaga che consente al governo di fare quello che vuole fino alla fine del 2022. Abbiamo deciso di mandare armi difensive, per qualunque altra cosa bisognerà riconvocare il Parlamento». Dunque, se in tv e sui giornali quasi tutte le forze politiche sembrano allineate e coperte in trincea, i malumori rispetto a quanto vanno proclamando protagonisti internazionali come Boris Johnson cova sotto la cenere e prima o poi è destinato a emergere. Sarebbe inoltre interessante sapere cosa pensa di questa escalation Giorgia Meloni, che fino ad ora ha curato più che altro il suo orticello politico, allineandosi dall’opposizione a ogni tipo di decisione, probabilmente con l’obiettivo di ricevere l’agognata legittimazione a governare da parte di Washington. Intanto torna alla carica Giuseppe Conte, che ha chiesto anche al premier, Draghi, e al ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, di riferire in Parlamento. Ieri il Movimento 5 stelle ha diffuso una nota in cui si afferma che il Consiglio nazionale ha deliberato all’unanimità «di opporsi all’invio di aiuti militari e di controffensive che possano travalicare le esigenze legate all’esercizio del diritto legittima difesa sancito dall’art. 51 della Carta delle Nazioni unite, che rimane obiettivo primario e ragione giustificativa della reazione in corso». Non solo, il Movimento ritiene «che l’Italia debba promuovere tutti gli sforzi necessari affinché sia contrastato il rischio di un’ulteriore escalation militare e sia invece favorito il rilancio delle negoziazioni diplomatiche, in modo che il conflitto attuale non deflagri in uno scontro militare di proporzioni sempre più vaste e incontrollabili».
Roberto Vannacci. Nel riquadro, Rossano Sasso ed Edoardo Ziello (Ansa)
Il carro è pronto, i buoi pure. Il progetto politico di Roberto Vannacci, pare prendere forma.
«Non voglio far vincere la sinistra. Futuro Nazionale è uno squillo di tromba, una sveglia per una destra che ha perso radici e identità», sostiene il generale. Arianna Meloni è tranquilla: «Vannacci toglie voti alla premier? Siamo ancora all’inizio, non ci preoccupiamo». L’umore nero di Matteo Salvini, invece, riecheggia su Radio24: «Mi sono fidato della parola di un uomo, evidentemente è stata fiducia mal riposta». Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, a Sky Tg24, lo definisce «incompatibile con i valori della Lega, che è stata un taxi anche molto comodo sul quale si è seduto». L’avventura ultrasovranista dell’ex generale apre le porte ai primi aspiranti adepti e rimescola le carte in Parlamento. In tanti sono pronti a dire «ci sono», ma con una postilla grossa come una casa. Serve una classe dirigente. Tradotto: vogliono sapere chi comanda, chi paga e chi garantisce per loro un seggio sicuro. Lasciare un partito va bene, ma rimanere senza poltrona mai. A Vannacci riconoscono il carisma di un vero patriota ma la fedeltà passa prima dall’ufficio di un notaio.
Chi si butta a corpo morto nel sacro fuoco del sovranismo sono i deputati (ex) leghisti Edoardo Ziello e Rossano Sasso. Ieri hanno lasciato la Lega e sono entrati, a piedi, nel grande garage del gruppo misto: «Seguiamo Vannacci nella sua battaglia identitaria e sovranista». Un altro che non ha avuto esitazioni è Emanuele Pozzolo, anche lui nel minestrone del misto, emarginato da Fratelli d’Italia per aver ferito una persona con una pistola ad una festa di Capodanno. Per lui Vannacci è destinato a diventare il Charles de Gaulle italiano. La concorrenza si fa affollata, il posto buono in lista non è infinito e la fila si allunga. Ex leghisti in cerca d’autore, raccattati, transfughi ideologici, nostalgici assortiti e qualche impresentabile. Qualche giorno fa, a proposito dei fantomatici incontri tra Vannacci, Matteo Renzi e Giuseppe Conte, l’ex generale scrisse su Facebook: «Di questo passo ci diranno che sono pronto a prendere come portavoce Luxuria, come responsabile della sicurezza Ilaria Salis e come tesoriere Mimmo Lucano. Soumahoro sarebbe naturalmente ministro dell’Agricoltura». L’ex paladino dei braccianti ieri ha smentito i rumors di un suo possibile ingresso nel movimento dell’ex parà: «Una barzelletta che mi ha fatto sorridere, essendo la notizia completamente priva di fondamento e che pertanto smentisco totalmente. Mi sorprende, inoltre, che provenga da persone che avrebbero potuto, se non altro, contattarmi direttamente, anziché diffondere un mucchio di falsità».
Il folklore attorno a Vannacci continua con il sindaco di Pennabili (comune di 2.000 anime in provincia di Rimini), Mauro Giannini, il quale si dichiara pronto a sostenere Vannacci, «patriota vero», con toni da adunata del Ventennio e camicia strappata per mostrare il tatuaggio della Decima Mas. «Sarà la nostra Decima che rivolterà questo mondo al contrario. Per lui sono pronto a versare il mio sangue: se fallisce, questo è il mio petto, fucilatemi». Una scena che sembra uscita dall’Istituto Luce e caricata su Instagram. Non meno pittoresco Stefano Valdegamberi, imposto da Vannacci come consigliere della Lega in Veneto, il quale vuol farci digerire che difendere Vladimir Putin significa difendere la democrazia. Il premio del grande guazzabuglio va però a Mario Adinolfi, che vaneggia di un tridente con Vannacci e Fabrizio Corona a difesa della cristianità e dei valori morali. «Noi del Popolo della Famiglia siamo pronti a raccogliere le firme». Pure Marco Rizzo, ex comunista oggi sovranista integralista, con la sua Democrazia sovrana popolare, apre a collaborazioni. Tra i veterani rispunta Mario Borghezio, convinto che Salvini abbia snaturato la Lega e che Vannacci possa intercettare una folla di scontenti.
Insomma, il mercato è aperto e i colori sono quelli del banco della frutta. Tutti. A orbitare attorno a Futuro Nazionale c’è anche Simone Ruzzi, conosciuto come «Cicalone», ex kickboxer e paladino metropolitano contro borseggiatori e degrado. «Sono disponibile a collaborare con lui come consulente». Per candidarsi c’è sempre tempo. Infine, c’è pure chi, a sorpresa, dice no e resta dov’è, come il deputato leghista Domenico Furgiuele, quello che voleva fare la conferenza stampa con Casapound alla Camera sulla remigrazione, che ringrazia ma prosegue col Carroccio. Il progetto di Vannacci è pronto, in tanti vogliono arrampicarsi, soprattutto quelli che non hanno nulla da perdere, in cerca di notorietà. Mentre questo raduno avanza, c’è da risolvere il problema del simbolo. Il marchio «Futuro Nazionale» risultava già registrato. Ma ieri questa nube si è dissolta. Il simbolo fu infatti depositato nel 2010 all’Ufficio brevetti e marchi del ministero delle Imprese da un ex consigliere regionale M5s, Riccardo Mercante, poi deceduto in un incidente stradale nel 2020. «Non mi piace Vannacci. Non mi piace proprio. E non intendiamo cedergli il marchio depositato da mio marito», ha dichiarato al Fatto quotidiano la vedova del penstallato, Marina Caprioni. Tuttavia si è scoperto che la registrazione non è stata rinnovata alla scadenza dei dieci anni come la legge impone, pertanto è libero da ogni proprietà. «Finché non c’è nulla di diverso - replica Vannacci - continueremo a usare il simbolo. Se non c’è nulla di vietato si può usare».
Il portavoce del movimento «Il Mondo al Contrario» e consigliere regionale della Toscana Massimiliano Simoni, chiarisce: "Il nome e simbolo di Futuro Nazionale sono registrati regolarmente. Il presidente del Mondo al Contrario ha inviato semplicemente un messaggio agli associati per chiarire che l’uso improprio e non autorizzato del simbolo di Futuro Nazionale che è di Vannacci non può essere usato per qualsiasi fine o scopo se non previa autorizzazione. Noi partiamo lunedì con l’organizzazione del partito a livello territoriale e quindi fino a quel momento queste sono le disposizioni».
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Il saluto di Giorgia Meloni alle forze dell'ordine a Milano Rogoredo (Ansa)
Meloni arriva in mattinata alla stazione di Rogoredo, uno dei luoghi più delicati del capoluogo lombardo. Tra binari e parcheggi sono schierati i carri leggeri Puma dell’esercito e i militari dell’operazione Strade sicure, insieme a carabinieri e polizia. La visita è rapida, senza dichiarazioni ufficiali, fatta di saluti e brevi scambi con gli uomini in servizio. «Sono venuta a salutare e ringraziare», dirà poi in un video diffuso sui social.
Il luogo è legato a una sequenza di fatti ravvicinati: il 26 gennaio uno spacciatore è stato ucciso durante un intervento di polizia nei pressi del cosiddetto «boschetto della droga»; pochi giorni dopo, nella stessa area, un secondo episodio armato ha riportato l’allarme sicurezza su una zona che da anni rappresenta uno dei nodi più difficili di Milano. Due sparatorie in poco più di una settimana che hanno riacceso il dibattito sull’ordine pubblico e sulle condizioni operative delle forze dell’ordine. L’inchiesta giudiziaria avviata sul poliziotto coinvolto nel primo episodio (con una inspiegabile accusa di omicidio volontario) ha irrigidito il clima, mentre sul fronte sindacale il Sap ha promosso una raccolta fondi per sostenere le spese legali dell’agente, con centinaia di adesioni in pochi giorni e una sottoscrizione di almeno 15.000 euro. La presenza del premier si colloca dentro questa cronaca e diventa, al tempo stesso, una risposta politica indiretta. Da un lato al centrosinistra che governa Milano in vista delle elezioni del 2027 e che sul tema della sicurezza, sotto l’amministrazione di Beppe Sala, appare esposto e in difficoltà; dall’altro a chi, anche a destra, insiste nel raccontare Fratelli d’Italia come una forza ormai centrista, sostenendo che la «vera» destra securitaria sia altrove, magari in quella che sta creando Roberto Vannacci in uscita dalla Lega. La scena di Rogoredo, accompagnata dal decreto Sicurezza approvato alla vigilia, serve a ribadire che quel terreno resta centrale per il governo. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rivendica l’impiego di circa 12.000 carabinieri ausiliari per rafforzare il presidio sul territorio, mentre il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato parla di presidi fissi necessari e di una risposta che, a suo giudizio, doveva arrivare da tempo.
Dal quadrante Sud-est il baricentro della giornata si sposta verso il centro, in una città sempre più blindata. La prefettura ha sede a Palazzo Diotti, da sempre snodo dell’amministrazione statale in città. Oggi è circondato da transenne e forze dell’ordine ed è il fulcro degli incontri istituzionali. Meloni incontra prima l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al Thani, in un colloquio riservato su cooperazione economica, energia e dossier mediorientali. Poi arriva la delegazione statunitense guidata dal vicepresidente J.D. Vance, accompagnato dal segretario di Stato Marco Rubio. All’inizio del faccia a faccia Meloni lega l’incontro al contesto simbolico della giornata: «Sono due eventi che raccontano un sistema di valori che tengono insieme Europa e Stati Uniti, l’Occidente che è alla base della nostra cooperazione e del futuro che vogliamo costruire insieme».
Vance risponde con toni cordiali, elogiando l’organizzazione dei Giochi e la città: «Avete fatto un lavoro eccezionale, la città è bellissima. Abbiamo ottimi rapporti, connessioni economiche e partnership, ed è bello avere valori condivisi». Il bilaterale dura oltre due ore e mezzo ed è seguito da un pranzo privato. Secondo Palazzo Chigi, al centro del colloquio ci sono i principali dossier di politica internazionale, «con particolare riferimento agli ultimi sviluppi in Iran e Venezuela».
Dal lato americano, l’ufficio del vicepresidente sottolinea «la grande solidità delle relazioni bilaterali» e il confronto sugli sforzi comuni per migliorare il clima per gli affari e gli investimenti. È qui che la cronaca lascia intravedere la lettura politica più ampia: l’incontro serve a smentire l’idea di una Meloni marginale nel rapporto con la nuova amministrazione americana. La presenza di Vance a Milano, il tempo dedicato al bilaterale e il linguaggio usato da entrambe le parti raccontano un rapporto che resta solido. Il pranzo produce anche una nota di colore, quando lo staff americano indica per errore ai giornalisti la presenza del «coniuge» del premier, salvo correggere poco dopo l’elenco dei partecipanti. Nel primo pomeriggio Vance e la moglie Usha lasciano Palazzo Diotti per una breve visita alla Pinacoteca di Brera, meno di mezz’ora tra le sale del museo prima del rientro in albergo. Meloni, invece, si dirige a Palazzo Reale per il ricevimento con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i capi di Stato e di governo presenti per i Giochi.
In serata l’ultimo appuntamento allo stadio Meazza per la cerimonia inaugurale di Milano-Cortina.
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La cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali allo stadio di San Siro (Ansa)
Il presidente Mattarella, Giorgia Meloni e la presidente del Cio, Kirsty Coventry (colei che ha rimediato al delirio dei transgender nelle gare femminili) fanno da padroni di casa a 51 capi di Stato, presidenti e teste coronate, con il segretario dell’Onu, António Guterres, gli americani J.D. Vance (fischiato sul maxischermo) e Marco Rubio, re Carlo Gustavo di Svezia, Anna d’Inghilterra, Felipe di Spagna, l’emiro del Qatar, Al Thani, la consigliera di Stato cinese, Shen Yiqina. Si fa prima a dire chi ha disertato: Emmanuel Macron in preda al dilemma infantile di Nanni Moretti: «Mi si nota di più se ci sono o se non ci sono?». Curiosa assenza anche perché i prossimi Giochi invernali del 2030 saranno in Alta Savoia.
L’emozione aumenta fra i 70.000 sugli spalti quando Mariah Carey canta «Nel blu dipinto di blu» e Andrea Bocelli fa snowboard sulle note classiche a lui care. Il gruppo di creativi di Marco Balich, un’autorità in tema di cerimonie olimpiche (ne ha organizzate 16) ha fatto un buon lavoro nell’alveo politicamente corretto con inclinazioni nazionalpopolari. Doveroso il rimpallo in contemporanea con Cortina, Livigno, Predazzo per celebrare la prima olimpiade invernale multisede. Per fortuna non c’è lo scempio queer che ha ammorbato l’inaugurazione delle Olimpiadi di Parigi. Qui domina l’italianità, l’identità culturale, a superamento del globalismo dozzinale da supermarket. Si parte con un balletto di angeli, senza il volto di Giorgia Meloni per non turbare il progressista medio collegato.
Ecco il km zero delle nostre eccellenze planetarie: i volti di Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini e Gioacchino Rossini. Manca Leonardo Da Vinci, in panchina. Poi un volo d’angelo sulla Storia e le sue vestigia (l’Impero romano, il Rinascimento), sulla letteratura e l’architettura-design, sul made in Italy della cucina e della moda. Non può mancare la tendenza spaghetti-mandolino, dura a morire. Pierfrancesco Favino recita l’Infinito di Giacomo Leopardi; Sabrina Impacciatore vestita a caso da Humana vintage si agita inutilmente; Brenda Lodigiani impartisce una lezione di «lingua parallela dei gesti» molto italiana.
È tempo di guardare le stelle: sfilano gli atleti. Le nazioni sono 96, i protagonisti 2.900. I più attesi sono i 196 italiani come sempre griffati Giorgio Armani. Avanzano sui «tunz tunz» di dj Mace, guidati dai portabandiera Arianna Fontana e Federico Pellegrino a Milano, Federica Brignone e Amos Mosaner a Cortina. Ci sono anche gli altri. Molto applauditi i 46 ucraini, la guerra non li ferma. Russi e bielorussi non sfilano ma gareggiano come privati. I quattro iraniani sono più forti della dittatura degli ayatollah. Per rimanere nell’alveo politico, gli israeliani vengono fischiati in un momento di tristezza e di vergogna.
Arrivano gli snowboardisti australiani, lo slalomista brasiliano e quello della Guinea Bissau che si allena in un centro commerciale a Dubai. E poi i tradizionali bobisti giamaicani, due bellissime cilene (freestyle e sci alpino), la groenlandese inuit del biathlon Ukaleq Slettemark plurintervistata sulla geopolitica, la freestyler cino-americana Eileen Gu (guadagna 20 milioni di dollari l’anno ha 2 milioni di follower su Instagram) con 125 agguerriti connazionali.
Tutto scivola verso la fine. Il rappresentante italiano del Cio, Giovanni Malagò, si autocelebra e s’inceppa. Il presidente Mattarella dichiara aperti i Giochi con la formula classica. I tedofori campioni accendono fiaccola (il bambino di 11 anni lasciato per strada ha aiutato ad alzare la bandiera a Cortina) e speranze: Alberto Tomba e Deborah Compagnoni a Milano, Gustavo Thoeni e Sofia Goggia a Cortina. Arriva Ghali, che recita la poesia di Gianni Rodari «Promemoria» contro la guerra. Non ne ha azzeccata una. Voleva cantare l’inno di Mameli ma senza l’autotune non lo avrebbe sentito nessuno. Si è lamentato perché l’arabo sarebbe stato bandito, ma il giuramento olimpico è stato pronunciato come sempre anche in quella lingua.
Orgoglio e malinconia nel vedere così sfavillante lo stadio di San Siro, sapendo che la vecchia signora pittata dai visagisti delle dive è all’ultima uscita, prima del De profundis necessario. Perché un conto è vedere lo spettacolo dai box vip e un altro avere bisogno dei bagni per la gente comune o salire le scale da falansterio del socialismo reale. Ieri sera i giornalisti di tutto il pianeta rimpiangevano Pechino e Sochi in una sala stampa da quarto mondo senza le prese, ma con le bustine di malva per calmare i più nervosi.
La fiaccola approda nel braciere dell’Arco della Pace da dove vigilerà sulle due settimane di gare, maranza e pro pal permettendo. Da oggi entrano in scena cronometri, pattini, cancelletti, scioline. E il cuore degli atleti azzurri, si spera, a fare la differenza. Subito a tifare per Giovanni Franzoni e Dominik Paris nella discesa libera, per Francesca Lollobrigida (pronipote della Lollo) nel pattinaggio di velocità. Nell’attesa, neofiti ed espertoni di short track dall’altroieri, tutti a rivedere «Miracle», la partita di hockey più leggendaria della storia. Ovviamente sul divano.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Nelle stesse ore in cui Milano e Cortina accendevano i riflettori olimpici, Macron si trovava a Nuuk per inaugurare il nuovo consolato francese in Groenlandia. Si tratta di un avamposto diplomatico di dimensioni ridotte, con pochi funzionari e competenze limitate, ma caricato dall’Eliseo di un forte significato politico. La presenza francese, ha spiegato il nuovo console Jean-Noël Poirier, serve a ribadire l’impegno di Parigi a tutela della sovranità e dell’integrità territoriale di Danimarca e Groenlandia. «Abbiamo una linea rossa chiara: non faremo nulla che non sia in piena sintonia con ciò che vogliono i nostri amici danesi», ha affermato Poirier con solenne sicumera transalpina.
Quello che, formalmente, potrebbe sembrare un atto di ordinaria amministrazione diplomatica, nella sostanza vuole essere un gesto ad alta densità simbolica. Secondo Bloomberg, che ha fornito un’interessante lettura della vicenda, il peso dell’operazione è piuttosto modesto: un consolato minuscolo non sposta gli equilibri della sicurezza artica, ma consente tutt’al più alla Francia di segnalare la propria presenza in una regione divenuta cruciale nello scontro tra potenze. Sull’Artico, com’è noto, si sono posati da tempo gli occhi di Russia, Cina e, soprattutto, degli Stati Uniti, tornati a rivendicare apertamente la Groenlandia come tassello strategico della propria sicurezza. La sortita di Macron a trombe spiegate appare più teatro che sostanza. Una bandierina piantata nel ghiaccio per accreditarsi come protagonista europeo, senza però impegnarsi troppo sul piano operativo.
Leggermente diverso, ma speculare, è il caso del Canada che, al pari della Francia, ha deciso di aprire un suo consolato a Nuuk. Ottawa, però, si muove con maggiore cautela rispetto all’elefante francese nella cristalleria artica, dato che, al contrario di Parigi, è perfettamente consapevole della propria vulnerabilità nei confronti di Washington e dei rapporti sempre più tesi con Donald Trump. Anche qui, tuttavia, il messaggio politico conta più delle dimensioni dell’avamposto: riaffermare interessi artici trascurati per decenni e farsi trovare al tavolo quando si discuterà del futuro della regione. Oltre a sollevare dubbi sulla reale efficacia della sua mossa antitrumpiana, Macron ha finito anche per fare un evidente sgarbo a Roma, preferendo i ghiacci della Groenlandia ai riflettori olimpici di Milano-Cortina. E qui non può non tornare alla mente l’incidente accaduto alle Olimpiadi di Parigi, quando l’Italia non fece mancare la propria presenza, ma con Sergio Mattarella abbandonato sotto il diluvio senza nemmeno un ombrello: simbolo di un’accoglienza maldestra da parte del distratto anfitrione transalpino. Ieri come allora, insomma, tra le (velleitarie) ambizioni geopolitiche dell’Eliseo e il galateo diplomatico nei confronti dei «cugini» italiani sembra essersi creata una crepa che neppure i ghiacci eterni riescono più a nascondere.
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