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2022-04-27
Sull’invio di armi all’Ucraina Berlino cede al pressing. Ora si passa a quelle pesanti
Il ministro della Difesa ucraino, Oleksiy Reznikov, a sinistra, saluta l’omologo lituano, Arvydas Anusauskas (Ansa)
L’hanno chiamata «Lega per l’Ucraina». È l’etichetta marziale, quasi fumettistica, coniata per il «Gruppo di consultazione per il supporto all’Ucraina». Ossia, il vertice, svoltosi ieri alla base militare americana di Ramstein, tra i ministri della Difesa di 40 Paesi. Si tratta dei 30 dell’Alleanza atlantica e di altri dieci non Nato: alcuni, come il Giappone, più risolutamente antirussi; altri, come Israele, Tunisia, Qatar e Kenya, più prudenti. Per l’Italia, era presente Lorenzo Guerini.
La scelta di radunarsi sul territorio tedesco non dev’essere stata casuale, visto che la Germania, negli ultimi giorni, è stata oggetto di fortissime pressioni mediatiche e politiche, affinché abbandonasse ogni titubanza in questo conflitto per procura contro la Russia. Alla fine, Berlino ha ceduto: il ministro della Difesa, Cristine Lambrecht, già in mattinata aveva annunciato il via libera all’invio di 50 blindati Gepard alla resistenza. Si tratta di mezzi semoventi antiaerei: cingolati sui quali è montata una torretta con cannoni da 35 millimetri Oerlikon, dotati di un radar per la ricerca del bersaglio e di uno per il tiro. In aggiunta, l’azienda tedesca di armi Rheinmetall ha offerto a Kiev 88 carri Leopard 1A5, 20 Leopard 2, fiore all’occhiello della Bundeswehr, impiegati dalla Turchia nella guerra siriana, e 100 Marder, veicoli da combattimento adatti alla fanteria.
Adesso, la palla passa al ministro dell’Economia, Robert Habeck, che deve offrire una sorta di visto finanziario e che sarebbe favorevole alla spedizione. I media attribuiscono ancora delle riserve al cancelliere socialdemocratico, Olaf Scholz, bersagliato dalla stampa per i legami del suo partito con Mosca. A cominciare da quelli, mai rinnegati, del predecessore Gerhard Schröder: capo del consorzio Nord stream, presidente di Rosneft, società russa di gas e petrolio, l’ex capo del governo non ha intenzione di mollare gli incarichi.
La spedizione dei blindati della Rheinmetall, tra l’altro, coinvolgerebbe la Svizzera e l’Italia, dove si trovano ora i panzer. La ditta, intanto, si è fatta avanti anche per addestrare l’equipaggio dei carri in Germania e per fornire pezzi di ricambio, basi di servizio e munizioni. Un orientamento avallato direttamente dalla Lambrecht: «Lavoriamo insieme ai nostri amici americani», ha dichiarato la titolare della Difesa, «nell’addestramento di truppe ucraine ai sistemi di artiglieria su suolo tedesco».
Berlino baratta il gas con le armi? Il fatto che, già tre giorni fa, il segretario Usa al Tesoro, Janet Yellen, abbia definito «controproducente» l’embargo al metano russo, autorizza a pensare che i teutonici stiano scegliendo il male minore. Di sicuro, la loro svolta contribuisce a definire l’atmosfera delineatasi a Ramstein, dove è stata inaugurata la prossima fase della guerra a Vladimir Putin per interposti ucraini. Un passo in più verso l’escalation, consacrato dal discorso del numero uno del Pentagono, Lloyd Austin: «Siamo qui riuniti per aiutare l’Ucraina a vincere la guerra» e «possiamo fare di più». In particolare, gli Stati Uniti, ha promesso il segretario alla Difesa, «continueranno a muovere mari e monti per poter soddisfare le esigenze di Kiev».
Tramite il ministro Oleksiy Reznikov, il Paese invaso dovrebbe aver presentato, appunto, la lista dei desiderata bellici. Il legato di Volodymyr Zelensky sostiene che «ogni tranche di assistenza militare ci avvicina alla pace in Europa». L’impressione, però, è che l’anglosfera si stia servendo dell’Ucraina per condurre una guerra d’attrito nel Donbass, il cui scopo ultimo, ormai confermato pure da Washington, è mettere in ginocchio la Russia. Così, la nuova parola d’ordine è armi pesanti. E la nuova strategia, archiviato il proposito di portare alle trattative un Putin più fiacco, è sconfiggere Mosca: «L’Ucraina crede di poter vincere la guerra e a questo crediamo anche tutti noi», ha incalzato Austin. Il quale, paragonando la resistenza di Kiev a quella degli europei contro il nazismo, ha spiegato che solo lo zar, sorpreso dal sostegno mondiale agli assediati, «può decidere una de-escalation», ponendo fine all’«invasione malvagia». Il Cremlino, conseguentemente, dovrebbe rinunciare alla «retorica pericolosa e inutile» sul ricorso alle testate atomiche. Le provocazioni sono un’esclusiva occidentale? Parrebbe: mentre il segretario di Stato, Antony Blinken, apriva alla neutralità di Kiev, Austin sottolineava che, quanto all’ipotesi di un ingresso della nazione nella Nato, i partner manterranno «il principio delle porte aperte».
Secondo il capo del Pentagono, il vertice di Ramstein è destinato a diventare «un gruppo di contatto mensile»; giusto per essere sicuri che gli alleati si lancino nella spirale bellicista. E Roma? Caduta Berlino, si accoderà?
Guerini ieri ha parlato di una «riunione importante per coordinare gli aiuti» e di un «nuovo invio di equipaggiamenti militari», della stessa natura di quello disposto dal precedente decreto interministeriale. «L’Italia continuerà a fare la propria parte sulla base delle indicazioni decise dal Parlamento». Ergo, solo equipaggiamenti difensivi, in base alla promessa con cui è stata venduto il nostro coinvolgimento? Nessun salto di qualità nelle forniture? Verificarlo sarà impossibile: la lista è secretata. Da noi le bombe sono come la polvere: si nascondono sotto al tappeto.
Il falco BoJo fa arrabbiare i partiti ma per ora a dirlo c’è solo Giuseppi
Boris Johnson considera «interamente legittimo» l’uso di armi fornite dall’Occidente all’Ucraina per colpire in profondità le linee di rifornimento di Mosca in territorio russo; Mosca risponde che potrebbe ritenere altrettanto legittimo prendere di mira in profondità le linee di rifornimento all’Ucraina fin dentro quei Paesi che riforniscono Kiev di armi. L’escalation è spaventosa, si rischia una guerra totale. E cosa fa l’Italia?
Fino ad ora, stiamo continuando a fornire armi all’Ucraina in virtù di un provvedimento del governo convertito in legge dal Parlamento all’inizio della guerra. Ma è possibile che nessun partito, tranne il M5s e Alternativa, si ponga il problema di un quadro della situazione che rischia di degenerare fino a un punto di non ritorno? «La linea di Johnson», dice alla Verità un esponente di primissimo piano del Pd, «non è certamente la nostra. Il nostro segretario, Enrico Letta, si è spinto molto in là all’inizio del conflitto, quando ha visto che Mario Draghi era incerto, e questo ci è costato anche un calo nei sondaggi, ma non è immaginabile seguire il Regno Unito in questo genere di atteggiamenti. Del resto, anche Francia e Germania sono distanti da questa linea».
«Il governo italiano», ci spiega un autorevole rappresentante dell’esecutivo, «non ha assolutamente questa posizione. Neanche il presidente americano, Joe Biden, che pure è stato molto duro, è mai arrivato a tanto. Johnson si distingue spesso per i suoi atteggiamenti iper aggressivi, ma l’Italia continuerà a muoversi all’interno dell’Unione europea e della Nato. Il rischio di una escalation è altissimo», aggiunge la nostra fonte, «e in ogni caso se ci fossero dei cambiamenti di strategia occorrerebbe richiamare in causa il Parlamento».
«Il punto», sottolinea alla Verità un big della Lega, «è che l’invio delle armi in Ucraina è stato deciso in fretta e furia il giorno dopo l’inizio della guerra con una formulazione vaga che consente al governo di fare quello che vuole fino alla fine del 2022. Abbiamo deciso di mandare armi difensive, per qualunque altra cosa bisognerà riconvocare il Parlamento».
Dunque, se in tv e sui giornali quasi tutte le forze politiche sembrano allineate e coperte in trincea, i malumori rispetto a quanto vanno proclamando protagonisti internazionali come Boris Johnson cova sotto la cenere e prima o poi è destinato a emergere. Sarebbe inoltre interessante sapere cosa pensa di questa escalation Giorgia Meloni, che fino ad ora ha curato più che altro il suo orticello politico, allineandosi dall’opposizione a ogni tipo di decisione, probabilmente con l’obiettivo di ricevere l’agognata legittimazione a governare da parte di Washington.
Intanto torna alla carica Giuseppe Conte, che ha chiesto anche al premier, Draghi, e al ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, di riferire in Parlamento. Ieri il Movimento 5 stelle ha diffuso una nota in cui si afferma che il Consiglio nazionale ha deliberato all’unanimità «di opporsi all’invio di aiuti militari e di controffensive che possano travalicare le esigenze legate all’esercizio del diritto legittima difesa sancito dall’art. 51 della Carta delle Nazioni unite, che rimane obiettivo primario e ragione giustificativa della reazione in corso». Non solo, il Movimento ritiene «che l’Italia debba promuovere tutti gli sforzi necessari affinché sia contrastato il rischio di un’ulteriore escalation militare e sia invece favorito il rilancio delle negoziazioni diplomatiche, in modo che il conflitto attuale non deflagri in uno scontro militare di proporzioni sempre più vaste e incontrollabili».
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Il vertice di Ramstein convince i tedeschi a spedire i blindati Gepard. Pure un’azienda privata offre i tank e l’addestramento. E Lorenzo Guerini garantisce: «Roma farà la sua parte».Malumori nel Pd e nella Lega. No esplicito del M5s ad aiuti «che non siano difensivi».Lo speciale contiene due articoli.L’hanno chiamata «Lega per l’Ucraina». È l’etichetta marziale, quasi fumettistica, coniata per il «Gruppo di consultazione per il supporto all’Ucraina». Ossia, il vertice, svoltosi ieri alla base militare americana di Ramstein, tra i ministri della Difesa di 40 Paesi. Si tratta dei 30 dell’Alleanza atlantica e di altri dieci non Nato: alcuni, come il Giappone, più risolutamente antirussi; altri, come Israele, Tunisia, Qatar e Kenya, più prudenti. Per l’Italia, era presente Lorenzo Guerini.La scelta di radunarsi sul territorio tedesco non dev’essere stata casuale, visto che la Germania, negli ultimi giorni, è stata oggetto di fortissime pressioni mediatiche e politiche, affinché abbandonasse ogni titubanza in questo conflitto per procura contro la Russia. Alla fine, Berlino ha ceduto: il ministro della Difesa, Cristine Lambrecht, già in mattinata aveva annunciato il via libera all’invio di 50 blindati Gepard alla resistenza. Si tratta di mezzi semoventi antiaerei: cingolati sui quali è montata una torretta con cannoni da 35 millimetri Oerlikon, dotati di un radar per la ricerca del bersaglio e di uno per il tiro. In aggiunta, l’azienda tedesca di armi Rheinmetall ha offerto a Kiev 88 carri Leopard 1A5, 20 Leopard 2, fiore all’occhiello della Bundeswehr, impiegati dalla Turchia nella guerra siriana, e 100 Marder, veicoli da combattimento adatti alla fanteria. Adesso, la palla passa al ministro dell’Economia, Robert Habeck, che deve offrire una sorta di visto finanziario e che sarebbe favorevole alla spedizione. I media attribuiscono ancora delle riserve al cancelliere socialdemocratico, Olaf Scholz, bersagliato dalla stampa per i legami del suo partito con Mosca. A cominciare da quelli, mai rinnegati, del predecessore Gerhard Schröder: capo del consorzio Nord stream, presidente di Rosneft, società russa di gas e petrolio, l’ex capo del governo non ha intenzione di mollare gli incarichi. La spedizione dei blindati della Rheinmetall, tra l’altro, coinvolgerebbe la Svizzera e l’Italia, dove si trovano ora i panzer. La ditta, intanto, si è fatta avanti anche per addestrare l’equipaggio dei carri in Germania e per fornire pezzi di ricambio, basi di servizio e munizioni. Un orientamento avallato direttamente dalla Lambrecht: «Lavoriamo insieme ai nostri amici americani», ha dichiarato la titolare della Difesa, «nell’addestramento di truppe ucraine ai sistemi di artiglieria su suolo tedesco».Berlino baratta il gas con le armi? Il fatto che, già tre giorni fa, il segretario Usa al Tesoro, Janet Yellen, abbia definito «controproducente» l’embargo al metano russo, autorizza a pensare che i teutonici stiano scegliendo il male minore. Di sicuro, la loro svolta contribuisce a definire l’atmosfera delineatasi a Ramstein, dove è stata inaugurata la prossima fase della guerra a Vladimir Putin per interposti ucraini. Un passo in più verso l’escalation, consacrato dal discorso del numero uno del Pentagono, Lloyd Austin: «Siamo qui riuniti per aiutare l’Ucraina a vincere la guerra» e «possiamo fare di più». In particolare, gli Stati Uniti, ha promesso il segretario alla Difesa, «continueranno a muovere mari e monti per poter soddisfare le esigenze di Kiev». Tramite il ministro Oleksiy Reznikov, il Paese invaso dovrebbe aver presentato, appunto, la lista dei desiderata bellici. Il legato di Volodymyr Zelensky sostiene che «ogni tranche di assistenza militare ci avvicina alla pace in Europa». L’impressione, però, è che l’anglosfera si stia servendo dell’Ucraina per condurre una guerra d’attrito nel Donbass, il cui scopo ultimo, ormai confermato pure da Washington, è mettere in ginocchio la Russia. Così, la nuova parola d’ordine è armi pesanti. E la nuova strategia, archiviato il proposito di portare alle trattative un Putin più fiacco, è sconfiggere Mosca: «L’Ucraina crede di poter vincere la guerra e a questo crediamo anche tutti noi», ha incalzato Austin. Il quale, paragonando la resistenza di Kiev a quella degli europei contro il nazismo, ha spiegato che solo lo zar, sorpreso dal sostegno mondiale agli assediati, «può decidere una de-escalation», ponendo fine all’«invasione malvagia». Il Cremlino, conseguentemente, dovrebbe rinunciare alla «retorica pericolosa e inutile» sul ricorso alle testate atomiche. Le provocazioni sono un’esclusiva occidentale? Parrebbe: mentre il segretario di Stato, Antony Blinken, apriva alla neutralità di Kiev, Austin sottolineava che, quanto all’ipotesi di un ingresso della nazione nella Nato, i partner manterranno «il principio delle porte aperte». Secondo il capo del Pentagono, il vertice di Ramstein è destinato a diventare «un gruppo di contatto mensile»; giusto per essere sicuri che gli alleati si lancino nella spirale bellicista. E Roma? Caduta Berlino, si accoderà? Guerini ieri ha parlato di una «riunione importante per coordinare gli aiuti» e di un «nuovo invio di equipaggiamenti militari», della stessa natura di quello disposto dal precedente decreto interministeriale. «L’Italia continuerà a fare la propria parte sulla base delle indicazioni decise dal Parlamento». Ergo, solo equipaggiamenti difensivi, in base alla promessa con cui è stata venduto il nostro coinvolgimento? Nessun salto di qualità nelle forniture? Verificarlo sarà impossibile: la lista è secretata. Da noi le bombe sono come la polvere: si nascondono sotto al tappeto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/invio-armi-ucraina-berlino-cede-2657220189.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-falco-bojo-fa-arrabbiare-i-partiti-ma-per-ora-a-dirlo-ce-solo-giuseppi" data-post-id="2657220189" data-published-at="1651020582" data-use-pagination="False"> Il falco BoJo fa arrabbiare i partiti ma per ora a dirlo c’è solo Giuseppi Boris Johnson considera «interamente legittimo» l’uso di armi fornite dall’Occidente all’Ucraina per colpire in profondità le linee di rifornimento di Mosca in territorio russo; Mosca risponde che potrebbe ritenere altrettanto legittimo prendere di mira in profondità le linee di rifornimento all’Ucraina fin dentro quei Paesi che riforniscono Kiev di armi. L’escalation è spaventosa, si rischia una guerra totale. E cosa fa l’Italia? Fino ad ora, stiamo continuando a fornire armi all’Ucraina in virtù di un provvedimento del governo convertito in legge dal Parlamento all’inizio della guerra. Ma è possibile che nessun partito, tranne il M5s e Alternativa, si ponga il problema di un quadro della situazione che rischia di degenerare fino a un punto di non ritorno? «La linea di Johnson», dice alla Verità un esponente di primissimo piano del Pd, «non è certamente la nostra. Il nostro segretario, Enrico Letta, si è spinto molto in là all’inizio del conflitto, quando ha visto che Mario Draghi era incerto, e questo ci è costato anche un calo nei sondaggi, ma non è immaginabile seguire il Regno Unito in questo genere di atteggiamenti. Del resto, anche Francia e Germania sono distanti da questa linea». «Il governo italiano», ci spiega un autorevole rappresentante dell’esecutivo, «non ha assolutamente questa posizione. Neanche il presidente americano, Joe Biden, che pure è stato molto duro, è mai arrivato a tanto. Johnson si distingue spesso per i suoi atteggiamenti iper aggressivi, ma l’Italia continuerà a muoversi all’interno dell’Unione europea e della Nato. Il rischio di una escalation è altissimo», aggiunge la nostra fonte, «e in ogni caso se ci fossero dei cambiamenti di strategia occorrerebbe richiamare in causa il Parlamento». «Il punto», sottolinea alla Verità un big della Lega, «è che l’invio delle armi in Ucraina è stato deciso in fretta e furia il giorno dopo l’inizio della guerra con una formulazione vaga che consente al governo di fare quello che vuole fino alla fine del 2022. Abbiamo deciso di mandare armi difensive, per qualunque altra cosa bisognerà riconvocare il Parlamento». Dunque, se in tv e sui giornali quasi tutte le forze politiche sembrano allineate e coperte in trincea, i malumori rispetto a quanto vanno proclamando protagonisti internazionali come Boris Johnson cova sotto la cenere e prima o poi è destinato a emergere. Sarebbe inoltre interessante sapere cosa pensa di questa escalation Giorgia Meloni, che fino ad ora ha curato più che altro il suo orticello politico, allineandosi dall’opposizione a ogni tipo di decisione, probabilmente con l’obiettivo di ricevere l’agognata legittimazione a governare da parte di Washington. Intanto torna alla carica Giuseppe Conte, che ha chiesto anche al premier, Draghi, e al ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, di riferire in Parlamento. Ieri il Movimento 5 stelle ha diffuso una nota in cui si afferma che il Consiglio nazionale ha deliberato all’unanimità «di opporsi all’invio di aiuti militari e di controffensive che possano travalicare le esigenze legate all’esercizio del diritto legittima difesa sancito dall’art. 51 della Carta delle Nazioni unite, che rimane obiettivo primario e ragione giustificativa della reazione in corso». Non solo, il Movimento ritiene «che l’Italia debba promuovere tutti gli sforzi necessari affinché sia contrastato il rischio di un’ulteriore escalation militare e sia invece favorito il rilancio delle negoziazioni diplomatiche, in modo che il conflitto attuale non deflagri in uno scontro militare di proporzioni sempre più vaste e incontrollabili».
Donald Trump (Ansa)
Al telefono con l’omologo dell’Oman, Badr Albusaidi, che aveva svolto un ruolo di mediazione nelle trattative poi fallite con gli Stati Uniti, il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, ha assicurato che il suo Paese è pronto a compiere «sforzi seri e sinceri per una de-escalation». Intanto, però, il regime degli ayatollah, o ciò che ne rimane dopo la morte di Ali Khamenei e l’uccisione di 48 comandanti, ha continuato a bersagliare le nazioni del Golfo. È stato colpito da un missile l’aeroporto di Dubai; diverse esplosioni sono state avvertite negli Emirati, a Doha, in Qatar, oltre che a Manama, in Bahrein, dove un razzo ha semidistrutto l’hotel Crown Plaza. Dei droni sono piombati su un porto pure nello stesso Oman, ferendo un camallo. Ad Abu Dhabi è stato danneggiato un edificio vicino all’ambasciata italiana. E un secondo attacco ha causato un rogo in una base navale francese. In Kuwait, la rappresaglia ha provocato una vittima e 32 feriti. In Iraq, velivoli senza pilota hanno preso di mira una base Usa a Erbil. I vertici della diplomazia dei sei Stati dell’area arabica, vista la situazione, si sono riuniti in una videoconferenza del loro Consiglio di cooperazione.
Rimane sul tavolo l’ipotesi storica di una partecipazione al conflitto, al fianco di Usa e Israele. L’ha evocata sabato Riad. Un retroscena del Washington Post ha svelato poi che il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, aveva chiamato più volte l’inquilino della Casa Bianca, per convincerlo ad avviare i raid sull’Iran. La stessa linea di Benjamin Netanyahu, solo che il premier israeliano l’ha sostenuta apertamente, mentre, in via ufficiale, bin Salman invocava una soluzione negoziale della crisi.
Anche senza un coinvolgimento bellico diretto, comunque, si va profilando lo scenario che Trump desiderava già dal primo mandato, nello spirito degli Accordi di Abramo del 2020: realizzare una saldatura tra le monarchie sunnite - Arabia Saudita in testa - e Gerusalemme, quale architrave del nuovo ordine mediorientale, da cui tagliare fuori la filiera che, dall’Iran, passa per Hezbollah in Libano e arriva ad Hamas. E che, nel Mediterraneo orientale, trova un potente terminale nella Turchia. Il ministro degli Esteri di Ankara, Hakan Fidan, ieri ha sentito l’omanita Albusaidi, dopo aver dato disponibilità a fungere da pontiere con Teheran. Recep Tayyip Erdogan ha sottolineato che il conflitto «potrebbe avere conseguenze molto gravi in termini di sicurezza regionale e globale. Dare una possibilità alla diplomazia», ha aggiunto il Sultano, «è la strada più razionale». Non è certo un caso che si sia premurato di contattare pure bin Salman, per manifestargli le proprie preoccupazioni.
Uno degli effetti principali del blitz di The Donald e Bibi, quindi, potrebbe essere quello di scatenare una resa dei conti totale nel mondo islamico. Reuters, citando un funzionario statunitense, ha in effetti osservato che a persuadere il tycoon, peraltro ben informato dei rischi della missione, è stata la prospettiva di un mutamento geopolitico nella direzione auspicata da Washington. All’opposto, il Financial Times ha lamentato che Trump non ha alcun piano credibile per il futuro dell’Iran: è inutile, ha scritto il quotidiano, confidare in una «organica e spontanea transizione verso un nuovo sistema politico», solo eliminando la precedente leadership. Nondimeno, sembrerebbe che il G7 abbia discusso con Marco Rubio pure dell’avvenire della Repubblica islamica.
La verità è che, nello scontro in corso, la componente sciita si gioca potere, sfere d’influenza e forse la sua stessa sopravvivenza. L’Iran lo sa e, anche per questo, con una mano sgancia le bombe e con l’altra invia segnali di fumo. Araghchi, ad esempio, ha garantito ai Paesi del Golfo che comprende perché «sono arrabbiati», ma li ha invitati a considerare che «questa è una guerra che ci è stata imposta» e che i veri obiettivi dei raid sono le installazioni militari nemiche. Il ministro ha dato l’impressione di cadere dalle nuvole: i negoziatori, ha raccontato, erano «alla ricerca di un accordo», avevano «lasciato Ginevra», sede dei colloqui diplomatici, addirittura «felici», ma Trump ha «ordinato il bombardamento del tavolo dei negoziati».
Il presidente americano usa il bastone mentre agita la carota. A The Atlantic, ha giurato di essere disposto a un nuovo confronto con i nuovi capi del regime avversario: «Parlerò con loro». Dunque, può darsi che, su un punto, l’approccio di Trump diverga da quello di Netanyahu, deciso a completare il lavoro, a costo di combattere a lungo. I due, ieri, si sono consultati al telefono, ma il tempo non gioca a favore di The Donald. Sia perché si avvicina il midterm, in vista del quale gli occorre un risultato da presentare agli elettori; sia perché, stando sempre al Wall Street Journal, ci sarebbe urgenza di completare l’operazione, prima che si esauriscano gli arsenali. Il Pentagono ha già impiegato l’algoritmo di Anthropic per le simulazioni e l’individuazione degli obiettivi sul campo. Ma nessuna Intelligenza artificiale può far vincere una guerra, se non ci sono missili e munizioni.
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I soccorritori nel luogo in cui un missile lanciato dall'Iran ha colpito una zona residenziale a Beit Shemesh, nel centro di Israele (Ansa)
L’escalation tra Israele e Iran ha ormai assunto una dimensione regionale, ma con un dato strategico che emerge con chiarezza: lo spazio aereo iraniano non è più sotto il controllo effettivo di Teheran. L’aeronautica israeliana, guidata dall’intelligence delle Idf, ha consolidato una superiorità operativa che le consente di colpire in profondità i centri nevralgici del regime, mentre la Repubblica Islamica tenta di reagire su più fronti, militari e politici. Il bilancio più pesante si registra a Beit Shemesh, nel centro di Israele, dove un missile balistico iraniano ha centrato un’area residenziale provocando nove morti. L’ordigno ha distrutto abitazioni, un rifugio pubblico e una sinagoga. Il sindaco Shmuel Greenberg ha riferito che venti residenti risultano ancora non rintracciabili, anche se potrebbero trovarsi altrove, mentre i soccorritori continuano a scavare tra le macerie. Il portavoce delle Idf Nadav Shoshani ha accusato Teheran di aver deliberatamente preso di mira civili fin dall’inizio dell’operazione «Roaring Lion», parlando «di una strategia fondata sul terrore contro la popolazione».
In Kuwait una persona è morta e trentadue sono rimaste ferite dall’avvio della campagna di rappresaglia contro obiettivi statunitensi e israeliani; tutte le vittime sono lavoratori stranieri. Negli Emirati Arabi Uniti si contano tre morti e cinquantotto feriti. Un attacco con droni ha provocato un incendio in una base navale ad Abu Dhabi che ospita anche forze francesi. I danni non hanno compromesso le capacità operative francesi né causato vittime. Colpita anche la base americana di Erbil in Iraq. Sul fronte americano, il Comando centrale ha confermato la morte di tre militari statunitensi e il ferimento grave di altri cinque nell’ambito dell’operazione «Epic Fury», mentre diversi soldati con ferite lievi stanno rientrando in servizio. Il Centcom ha inoltre reso noto di aver colpito una corvetta iraniana classe Jamaran nelle fasi iniziali dell’operazione: l’unità starebbe affondando nel Golfo di Oman, presso il porto di Chah Bahar. Washington ha smentito le rivendicazioni dei Guardiani della Rivoluzione secondo cui la portaerei USS Abraham Lincoln sarebbe stata centrata da quattro missili balistici. Il Comando americano ha definito «false» tali affermazioni, precisando che i vettori non si sono neppure avvicinati alla nave.
L’aeronautica militare israeliana ha completato nuove ondate di attacchi contro decine di centri di comando e quartier generali del regime oltre alla sede della Radio e TV di Stato. Sono stati neutralizzati il comando della Sicurezza Interna, snodo di collegamento tra vertici politici e apparati repressivi, e il quartier generale di Tharallah, struttura chiave per la difesa di Teheran. L’Iran continua a lanciare missili e droni, ma non riesce a negare ai caccia israeliani il dominio dei cieli. Benjamin Netanyahu ha confermato la linea dura dopo un vertice con i responsabili della difesa, annunciando la prosecuzione della campagna militare e rivendicando l’eliminazione di Ali Khamenei insieme ad altri esponenti del regime. Il premier ha parlato di attacchi sempre più intensi contro il cuore di Teheran e di un’ulteriore escalation nei prossimi giorni. In tal senso, l’esercito israeliano ha annunciato che mobiliterà 100.000 riservisti nell’ambito dell’offensiva contro l’Iran. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che, durante la riunione notturna del G7 - alla quale ha preso parte anche il segretario di Stato americano Rubio - il confronto si è focalizzato sull’aggravarsi della crisi e sugli scenari possibili. Al centro del vertice il dossier sul nucleare iraniano e il rafforzamento dei missili a lungo raggio, ritenuti un fattore di rischio per la sicurezza globale. «Senza segnali concreti di un passo indietro da parte di Teheran - ha affermato Tajani - la situazione è rapidamente degenerata». Sul piano politico e interno, il regime tenta di mostrare compattezza dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei nei raid congiunti statunitensi e israeliani. Il presidente Masoud Pezeshkian ha annunciato l’attivazione del Consiglio direttivo incaricato di guidare ad interim il Paese, invitando «all’unità contro i piani dei nemici». Tuttavia, secondo fonti informate che hanno parlato a condizione di anonimato, la struttura residua di comando dei Pasdaran sta cercando di finalizzare la nomina della nuova Guida Suprema in un contesto di forte pressione. I raid in corso rendono impossibile convocare l’Assemblea degli Esperti, l’organo costituzionale deputato alla scelta della Guida Suprema, e per questo l’IRGC spinge per una designazione al di fuori delle procedure previste dalla legge.
Le stesse fonti descrivono un quadro di disordine crescente all’interno degli apparati militari e di sicurezza: parti della catena di comando sarebbero interrotte, con difficoltà nella trasmissione degli ordini e nel coordinamento operativo. Alcuni comandanti e membri di grado inferiore non si sono presentati in servizio per timore di nuovi attacchi mirati contro le strutture di comando. Secondo Iran International, i vertici dei Pasdaran temono che nei prossimi giorni possano esplodere violente manifestazioni in diverse città, aprendo una fase di instabilità interna. In questo contesto, l’ayatollah Alireza Arafi è stato scelto per completare il consiglio direttivo ad interim, affiancando Pezeshkian e altre figure di vertice, mentre il generale Ahmad Vahidi ha assunto la guida delle Guardie Rivoluzionarie. Arafi, 67 anni, membro del Consiglio dei Guardiani, è cresciuto nell’establishment religioso di Qom ed è stato molto vicino ad Ali Khamenei. È considerato un outsider contiguo ai Pasdaran, molto attento all’uso delle tecnologie digitali e all’intelligence. Ma la battaglia per la nomina della nuova Guida Suprema è solo all’inizio. Tutto avviene mentre in Israele la popolazione nella tarda serata di ieri ha ricevuto il messaggio: «Non uscite dai rifugi. Un’altra ondata di missili è in arrivo verso Israele».
Decapitata la linea di comando. È giallo sulla fine di Ahmadinejad
Giallo sulla morte dell’ex presidente della Repubblica dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad. Sabato nell’attacco aereo congiunto israeliano-americano avvenuto a est di Teheran oltre alla guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, sarebbe stato ucciso anche l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. La notizia era stata data inizialmente dall’agenzia di stampa semi-ufficiale Ilna che, citando «fonti informate» e rilanciata dai media iraniani, israeliani e internazionali, scriveva: «Ahmadinejad, che ha servito come presidente durante i mandati nono e decimo, 2005-2013, è stato martirizzato a seguito dell’aggressione del regime sionista e degli Stati Uniti contro il Paese». Successivamente però, scriveva nella serata di ieri il Guardian, la stessa Ilna ha cambiato la notizia con una successiva dal titolo «Mahmoud Ahamdinejad è un martire?», mettendo così in dubbio la precedente e citando una fonte anonima che negava la morte dell’ex presidente «senza fornire ulteriori informazioni». Secondo la prima informazione della Ilna, l’ex presidente sarebbe stato ucciso in attacchi alla sua abitazione nel distretto di Narmak a Teheran e insieme a lui almeno sei persone tra guardie del corpo e collaboratori. Ahmadinejad, membro dell’Assemblea per il discernimento dell’interesse del sistema), è una figura significativa nella politica iraniana e internazionale. Aveva ricoperto in precedenza ruoli chiave: governatore della provincia di Ardabil, sindaco di Teheran (2003-2005) e figura di spicco della linea dura conservatrice e per le sue posizioni radicali, in particolare sulla questione nucleare e i diritti umani. Sul piano internazionale, Ahmadinejad era noto infatti per la sua posizione aggressiva e intransigente. Aveva difeso il programma nucleare iraniano contro quelle che definiva «potenze arroganti» e aveva rafforzato i legami con la Russia. Nel 2009 fu eletto per un secondo mandato in elezioni che scatenarono dure proteste, l’Onda Verde, e negli ultimi anni, dopo la morte del presidente Ibrahim Raisi nel 2024, aveva tentato di tornare in politica, ma la sua candidatura era stata respinta dal Consiglio dei Guardiani.
Oltre all’uccisione di Khamenei, al potere dal 1989, insieme a figlia, genero e nipote, secondo l’Agenzia di stampa della Repubblica islamica, sono morti altri vertici istituzionali, religiosi e militari. In particolare sarebbero morti alti comandanti durante una riunione del Consiglio di Difesa: Seyed Abdolrahim Mousavi, Capo di Stato maggiore delle Forze armate; Mohammad Bagheri, comandante in capo dell’IRGC; il capo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, il generale dei Pasdaran Mohammad Pakpour; Ali Shamkhani, segretario del Consiglio di Difesa; e Aziz Nasirzadeh, ministro della Difesa e il capo dell’intelligence della polizia iraniana, Gholamreza Rezaian. Morti «eccellenti» che confermerebbero quanto dichiarato dai vertici americani e israeliani. Il presidente americano, Donald Trump, intervenendo ieri su Fox News, ieri ha affermato che «48 comandanti iraniani sono stati uccisi in un colpo solo» mentre il portavoce delle Idf Effi Defrin sabato sera aveva detto: «Stiamo aprendo la strada vero il cuore dell’Iran. Abbiamo attaccato i sistemi di difesa, ampliato la superiorità aerea. Nell’attacco iniziale, 40 comandanti iraniani chiave sono stati eliminati in un minuto». E ieri, secondo giorno di attacchi, la Mezzaluna rossa ha dato i primi dati sui morti. In Iran sarebbero 201 con 747 i feriti. In particolare sono state confermate le 148 vittime, quasi tutte bambine della scuola materna di Minab, nel sud della provincia iraniana di Hormozgan, mentre i media iraniani hanno riferito che 43 membri delle forze di sicurezza sono morti ieri in un attacco contro la caserma di un reggimento di frontiera avvenuto nella città di Mehran, vicino all’Iraq. Anche negli altri Paesi del Golfo ci sarebbero le prime vittime. Tre soldati americani sono rimasti uccisi durante gli attacchi.
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Antonio Tajani (Ansa)
Tutto il traffico areo è paralizzato nella zona del Golfo: almeno 5.000 i voli cancellati, mentre nell’area sarebbero 58.000 gli italiani coinvolti. Da Mascate è passato anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rimasto bloccato due giorni fa a Dubai, come migliaia di italiani, sotto il bombardamento iraniano, per rientrare in serata in Italia con il Gulfstream G550 dell’Aeronautica militare, partito dalla base di Pratica di Mare.
Crosetto, investito da molte critiche, in particolare dai deputati pentastellati della commissione Difesa che hanno presentato un’interrogazione sul perché l’Italia non sia stata avvisata dell’attacco israelo-americano a Teheran, prima di muoversi verso l’Oman ha rilasciato una nota durissima. Ha scritto su «X»: «Sto rientrando in Italia continuando a gestire da ieri la situazione con tutti gli strumenti tecnici necessari per farlo anche all’estero. Rientrerò da solo, per evitare l’esposizione a ulteriori pericoli ad altri. Ho già bonificato all’Aeronautica Militare una somma che è il triplo di quello che pagano i passeggeri sui voli di Stato. Lascerò qui la mia famiglia (che comprende la scelta), dopo essermi sincerato che per loro, come per gli altri cittadini italiani e stranieri, non ci siano rischi rilevanti se non quelli di nefasta casualità».
Crosetto ha poi precisato: «Trovo vergognoso e basso questo modo di fare polemica. Non penso che si possa strumentalizzare una situazione creatasi per eventi, l’attacco a Dubai, che non erano considerati tra le ipotesi di risposta iraniana. Ciò detto la mia presenza qui è stata utile nella gestione della crisi così come lo sono stati i contatti con i miei colleghi europei e mediorientali e quella che avrò con il Pentagono». A rispondere in Parlamento di quanto sta avvenendo sarà oggi il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ieri ha ricordato: «Abbiamo costituito al ministero degli Esteri una task force Golfo affinché tutti gli italiani possano essere assistiti nella maniera migliore possibile». Tajani in risposta a chi dice che il governo italiano è stato ignorato ha precisato: «Non sapevo della presenza di Crosetto a Dubai, ma lui è partito prima dell’attacco: noi siamo stati informati quando l’operazione era già iniziata. Mi ha chiamato il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, per avvertirmi di quanto stavano facendo in accordo con gli americani». A Dubai c’è la maggiore concentrazione di italiani e ci sono molti studenti minorenni in gita. Tajani ha rassicurato: «In questo momento il console d’Italia è a contatto con questi ragazzi; sono tutti assistiti, sistemati negli alberghi ed è tutto garantito dal governo degli Emirati Arabi Uniti come mi aveva assicurato il ministro degli Esteri». Ad Abu Dhabi, dove c’è un’altra massiccia presenza di italiani, si è avuto un momento critico perché - ha comunicato il ministro degli Esteri - «è stato colpito un grattacielo vicino alla nostra sede diplomatica». La cantante Big Mama ha lanciato un appello: «Siamo bloccati a Dubai, sentiamo i missili sopra di noi, siamo tantissimi, sono terrorizzata». Un gruppo di italiani è fermo nell’isola di The Palm. Daniele Bovo, un ragazzo veronese di 21 anni, si è improvvisato reporter dagli Emirati e ha raccontato attimi di grande paura. A Dubai sono bloccati in aeroporto imprenditori pugliesi che di ritorno dall’India, una volta fatto scalo, non sono potuti ripartire. In totale gli italiani che si trovano nell’area di conflitto sono circa 58.000. Una mappa approssimativa ne stima 22.400 residenti tra Dubai e Abu Dhabi a cui si aggiungono circa 2.000 turisti. In Iran, dove da tempo c’è la massima allerta, si trovano 470 connazionali, in Libano ce ne sono 3.900 e circa 2.000 in Giordania. In Israele sono presenti 20.800 italiani e mille di questi militano nell’esercito di Tel Aviv, in Arabia Saudita ci sono 3.500 connazionali, in Qatar 3.200, in Kuwait 1.000, nel Bahrein circa 780 e in Iraq poco più di 550.
Ora si aggiunge anche un altro velato timore. I servizi britannici avvertono che due missili iraniani hanno colpito Cipro, ma Nicosia ha smentito. L’ex consigliere per la sicurezza della Casa Bianca, Jhon R. Bolton, conversando con Repubblica ha affermato che l’Italia sarebbe un possibile bersaglio, ipotesi già affacciata dall’ambasciatore israeliano a Roma Jonathan Peled. Teoricamente è possibile: i missili Soumar hanno una gittata di 3.000 chilometri, ma noi siamo un bersaglio al limite e comunque abbiamo un efficiente scudo sia nazionale che europeo, anche se dall’inizio dell’operazione israelo-americana a Teheran la base Nato di Aviano è in stato di massima allerta.
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