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2022-01-04
Si può capire Insigne, oppure essere ipocriti
Lorenzo Insigne (Getty Images)
Differenza di vedute poetiche tra Guido Gozzano e Gabriele D’Annunzio. Il primo, crepuscolare e sognante, scrisse: «Non amo che le rose che non colsi, le cose che potevano essere e non sono state». Insomma: l’attesa del piacere è essa stessa il piacere, ma per assaporare il piacere, campa cavallo. Il secondo esortava: «Cogli la rosa, stai attento alla spina». Vale a dire: datti da fare, ma non stare troppo a rimuginare, altrimenti perdi la corriera. In mezzo a quel bivio esistenziale, si colloca la carriera di Lorenzo Insigne, talentaccio brevilineo, affettuosamente paragonabile a un bimbo, se confrontato coi colossi muscolari del calcio odierno, e però col piede di una Cenerentola che non solo la corriera l’ha presa, ma in 30 anni di vita è salito sulla carrozza dei buoni attaccanti senza timore che questa si trasformasse in zucca. Ebbene, Insigne, gioiello di Napoli, capitano di lungo corso che con la città e col presidente della sua squadra ha vissuto un rapporto di amore e di odio (vale a dire: ha colto sia le rose, sia le spine) a fine stagione saluterà i compagni. Destinazione Toronto Fc, campionato di Mls, lega nordamericana. Il campionato in cui ha militato Zlatan Ibrahimovic prima di tornare al Milan da re, dove in passato si accasò Giorgione Chinaglia, dove era andato Sebastian Giovinco, la «Formica atomica» che a Lorenzo somiglia per qualità e struttura fisica. Le cifre sono da Re Mida: 11,5 milioni di euro netti di ingaggio per 5 anni, più 4,5 milioni di bonus, di cui 3,5 raggiungibili con gol e assist e 1 milione vincolato alla vittoria della Champions nordamericana. Aurelio De Laurentiis lo lascerà partire a zero euro - il contratto di Insigne è in scadenza -, l’accordo dovrebbe essere ufficializzato a breve, il patron del Napoli avrebbe tentato persino di piazzare il suo capitano in un campionato arabo, si mormora. La certezza rimane una: per abbassare il monte ingaggi, gli avrebbe proposto un rinnovo a 3,5 milioni, bruscolini rispetto all’offerta dei canadesi. I fan partenopei rumoreggiano, fioccano commenti disperati e incattiviti, e però nel calderone delle reprimende c’è chi, a ragion veduta, benedice la scelta del numero 10 della Nazionale come saggia. L’uomo, si diceva, ha 30 anni - significa una prospettiva di agonismo ad alti livelli di altri cinque anni buoni, salvo infortuni - ma appartenendo alla schiatta degli ottimi giocatori, non dei totem insostituibili alla Messi, si è trovato di fronte a un’opportunità irripetibile per la sua carriera. Un prendere o lasciare che qualunque professionista in qualunque ambito accoglierebbe con l’acquolina in bocca, assaporando il gusto di sistemare la propria famiglia per una decina di generazioni. C’è poi la questione del cuore infranto. Si dice che una bandiera non mollerebbe mai i propri colori, nemmeno per tutto l’oro del mondo. La considerazione è vera in parte, o per lo meno lo era fino a qualche anno fa, ma Insigne non è un Paolo Maldini del Milan, non è un Totti della Roma o, per l’appunto, un Maradona per il Napoli. È un ottimo attaccante laterale consacrato dall’arguzia tattica di Zdenek Zeman a Pescara, ricordato soprattutto per il guizzo repentino nell’area avversaria e per un tiro a giro di precisione millimetrica, ribattezzato in suo onore tir a ggir nei bassorilievi floreali delle lingue calcistiche. Ha provato a vincere gli scudetti mancandoli talvolta di poco, senza tracciare quel solco indelebile nella storia del suo club tipico di una manciata di pedatori immortali. Un ottimo elemento, ma rimpiazzabile, il primo a esserne convinto è il suo presidente, con cui talvolta ha bisticciato: emblematico fu il suo rifiuto di accettare il ritiro punitivo dopo la partita di Champions contro il Salisburgo nel 2019, quando l’allenatore era Carlo Ancelotti. «Fu un errore da parte mia», dice Insigne oggi, memore di quello scontro al vetriolo risoltosi con un armistizio. Di un fatto si può essere sicuri: Lorenzo sa di rimanere un perno degli azzurri di Roberto Mancini, sia per le sue qualità di calciatore, sia per la non eccezionale varietà di punte a disposizione. È stato tra gli eroi della conquista dell’Europeo quest’estate, sarà tra gli uomini decisivi nello spareggio per accedere ai prossimi Mondiali e, se quest’ultimo dovesse arridere all’Italia, sarà convocato di diritto nella pattuglia impegnata in Qatar. La Nazionale e i suoi allori non sono messi in discussione dalle sue scelte future. Quanto al militare in un campionato di second’ordine rispetto a quelli del vecchio continente, il napoletano sa pure di approdare in Canada da dominatore indiscusso: nessuno nella lega nordamericana possiede il suo talento. Oltre ai danari, gli spetterebbero gli onori riservati ai fenomeni. Un po’ come accaduto, con i dovuti distinguo tra i due, proprio a quel Giovinco che qui faticava a imporsi, e là è diventato un divo. Insomma, se l’affare con il Toronto andasse in porto, la Serie A perderebbe un protagonista capace di solleticare la fantasia dei suoi tifosi, salutandoli però senza particolari debiti emotivi. E la Mls ricoprirebbe d’oro un atleta ancora giovane, con un ruolino di marcia convincente: 400 partite nel massimo campionato italiano e 126 gol, di cui 320 (e 89 reti) con la casacca del Napoli, 53 partite e 10 gol con quella dell’Italia.
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Lascerà il Napoli perché l’offerta che arriva dal Canada è imbarazzante: 11,5 milioni netti all’anno per 5 anni, oltre a 4,5 di bonus. Alcuni tifosi cedono al moralismo e lo criticano, però lui ha ragione perché a 30 anni sa che un treno del genere non ripasserebbe. Differenza di vedute poetiche tra Guido Gozzano e Gabriele D’Annunzio. Il primo, crepuscolare e sognante, scrisse: «Non amo che le rose che non colsi, le cose che potevano essere e non sono state». Insomma: l’attesa del piacere è essa stessa il piacere, ma per assaporare il piacere, campa cavallo. Il secondo esortava: «Cogli la rosa, stai attento alla spina». Vale a dire: datti da fare, ma non stare troppo a rimuginare, altrimenti perdi la corriera. In mezzo a quel bivio esistenziale, si colloca la carriera di Lorenzo Insigne, talentaccio brevilineo, affettuosamente paragonabile a un bimbo, se confrontato coi colossi muscolari del calcio odierno, e però col piede di una Cenerentola che non solo la corriera l’ha presa, ma in 30 anni di vita è salito sulla carrozza dei buoni attaccanti senza timore che questa si trasformasse in zucca. Ebbene, Insigne, gioiello di Napoli, capitano di lungo corso che con la città e col presidente della sua squadra ha vissuto un rapporto di amore e di odio (vale a dire: ha colto sia le rose, sia le spine) a fine stagione saluterà i compagni. Destinazione Toronto Fc, campionato di Mls, lega nordamericana. Il campionato in cui ha militato Zlatan Ibrahimovic prima di tornare al Milan da re, dove in passato si accasò Giorgione Chinaglia, dove era andato Sebastian Giovinco, la «Formica atomica» che a Lorenzo somiglia per qualità e struttura fisica. Le cifre sono da Re Mida: 11,5 milioni di euro netti di ingaggio per 5 anni, più 4,5 milioni di bonus, di cui 3,5 raggiungibili con gol e assist e 1 milione vincolato alla vittoria della Champions nordamericana. Aurelio De Laurentiis lo lascerà partire a zero euro - il contratto di Insigne è in scadenza -, l’accordo dovrebbe essere ufficializzato a breve, il patron del Napoli avrebbe tentato persino di piazzare il suo capitano in un campionato arabo, si mormora. La certezza rimane una: per abbassare il monte ingaggi, gli avrebbe proposto un rinnovo a 3,5 milioni, bruscolini rispetto all’offerta dei canadesi. I fan partenopei rumoreggiano, fioccano commenti disperati e incattiviti, e però nel calderone delle reprimende c’è chi, a ragion veduta, benedice la scelta del numero 10 della Nazionale come saggia. L’uomo, si diceva, ha 30 anni - significa una prospettiva di agonismo ad alti livelli di altri cinque anni buoni, salvo infortuni - ma appartenendo alla schiatta degli ottimi giocatori, non dei totem insostituibili alla Messi, si è trovato di fronte a un’opportunità irripetibile per la sua carriera. Un prendere o lasciare che qualunque professionista in qualunque ambito accoglierebbe con l’acquolina in bocca, assaporando il gusto di sistemare la propria famiglia per una decina di generazioni. C’è poi la questione del cuore infranto. Si dice che una bandiera non mollerebbe mai i propri colori, nemmeno per tutto l’oro del mondo. La considerazione è vera in parte, o per lo meno lo era fino a qualche anno fa, ma Insigne non è un Paolo Maldini del Milan, non è un Totti della Roma o, per l’appunto, un Maradona per il Napoli. È un ottimo attaccante laterale consacrato dall’arguzia tattica di Zdenek Zeman a Pescara, ricordato soprattutto per il guizzo repentino nell’area avversaria e per un tiro a giro di precisione millimetrica, ribattezzato in suo onore tir a ggir nei bassorilievi floreali delle lingue calcistiche. Ha provato a vincere gli scudetti mancandoli talvolta di poco, senza tracciare quel solco indelebile nella storia del suo club tipico di una manciata di pedatori immortali. Un ottimo elemento, ma rimpiazzabile, il primo a esserne convinto è il suo presidente, con cui talvolta ha bisticciato: emblematico fu il suo rifiuto di accettare il ritiro punitivo dopo la partita di Champions contro il Salisburgo nel 2019, quando l’allenatore era Carlo Ancelotti. «Fu un errore da parte mia», dice Insigne oggi, memore di quello scontro al vetriolo risoltosi con un armistizio. Di un fatto si può essere sicuri: Lorenzo sa di rimanere un perno degli azzurri di Roberto Mancini, sia per le sue qualità di calciatore, sia per la non eccezionale varietà di punte a disposizione. È stato tra gli eroi della conquista dell’Europeo quest’estate, sarà tra gli uomini decisivi nello spareggio per accedere ai prossimi Mondiali e, se quest’ultimo dovesse arridere all’Italia, sarà convocato di diritto nella pattuglia impegnata in Qatar. La Nazionale e i suoi allori non sono messi in discussione dalle sue scelte future. Quanto al militare in un campionato di second’ordine rispetto a quelli del vecchio continente, il napoletano sa pure di approdare in Canada da dominatore indiscusso: nessuno nella lega nordamericana possiede il suo talento. Oltre ai danari, gli spetterebbero gli onori riservati ai fenomeni. Un po’ come accaduto, con i dovuti distinguo tra i due, proprio a quel Giovinco che qui faticava a imporsi, e là è diventato un divo. Insomma, se l’affare con il Toronto andasse in porto, la Serie A perderebbe un protagonista capace di solleticare la fantasia dei suoi tifosi, salutandoli però senza particolari debiti emotivi. E la Mls ricoprirebbe d’oro un atleta ancora giovane, con un ruolino di marcia convincente: 400 partite nel massimo campionato italiano e 126 gol, di cui 320 (e 89 reti) con la casacca del Napoli, 53 partite e 10 gol con quella dell’Italia.
Ansa
La loro religione vieta qualsiasi tipo di integrazione, perché «l’Islam domina e non può essere dominato». Sono stati sparati i fuochi d’artificio ad altezza d’uomo. Auto sono state danneggiate o direttamente bruciate. Le sedie dei tavolini dei bar sono diventate corpi contundenti. I cassonetti della spazzatura sono stati devastati o dati alle fiamme. Queste persone stanno eseguendo gli ordini della loro religione, sono truppe d’assalto, sono fiori all’occhiello della loro comunità.
Pieni di fierezza, mettono i video della loro violenza stolida sui social. Le piazze e le strade sono in mano a loro perché si sono svuotate degli indigeni, noi. La bestiale violenza cui sono state sottoposte sistematicamente le donne occidentali, dopo il primo episodio passato alla storia come lo stupro di Colonia, hanno svuotato le strade e le piazze. Lo stupro di Colonia risale alla notte di San Silvestro nel 2015 e al successivo primo gennaio. In numerose città europee donne cristiane furono assaltate sessualmente da uomini islamici, inclusi alcuni veri e propri stupri. Nella città di Colonia gli episodi furono particolarmente numerosi, per cui la città ha dato il nome al fenomeno che fu in realtà esteso a molte città tedesche e europee. Si chiama Taharrush Gamea o jihad sessuale, ed ha il doppio scopo di umiliare le donne cristiane e i loro uomini incapaci di difenderle, e di svuotare le strade che diventano preda di bande islamiche.
Le autorità tentarono valorosamente di insabbiare il tutto, un lodevole sforzo di evitare l’islamofobia, che è una brutta cosa, ma grazie ai social lo schifo di quello che era successo affiorò alla coscienza pubblica. Da allora questo tipo di aggressione è diventato sistematico e le autorità hanno risolto il problema evitando i concerti di capodanno. Abbiamo lasciato le nostre città vuote e i nuovi barbari le hanno devastate. In Italia. In Germania. In Francia. Soprattutto in Belgio. Non in Corsica. In Corsica non è bruciato nemmeno un copertone e le strade sono pulite e appartengono a tutti. Il popolo corso e i suoi gruppi indipendentisti armati fino ai denti hanno già chiarito in un unico episodio precedente, anche questo del 2015, che in Corsica nessun atto di violenza sarà tollerato. Contrariamente a noi che siamo carini e beneducati e quando ci ammazzano rispondiamo con candeline e gessetti colorati, i corsi sono gloriosamente maleducati e hanno verbalizzato, scritto in una lettera aperta a firma dei gruppi indipendentisti, che non sono abbastanza raffinati da interessarsi a chi è innocente e chi è colpevole: al primo atto di violenza tutte le persone di origine musulmana saranno costrette ad andarsene. Quando nella notte di Natale del 2015 ci fu una modesta violenza di giovani immigrati, cassonetti della spazzatura dati alle fiamme e pompieri presi a sassate, un gruppo di maleducati corsi rase al suolo la moschea, episodio odioso e stigmatizzato, certo, è terribile tutta questa barbarie corsa. Noi siamo più educati e sono impressionanti i video che arrivano da Firenze, da una delle piazze più belle del mondo, da una piazza che è (era?) l’apogeo della civiltà: la violenza bruta, l’odio per noi e per la nostra cultura sono palpabili. Questi video e queste foto sono impressionanti per due motivi: la presenza di immigrati che non costituiscono né mai hanno costituito per noi un vantaggio economico, che sono sempre e sempre saranno un problema drammatico, che hanno è sempre avranno per noi e per la nostra civiltà un odio mortale. Non ho bisogno che tutti gli immigrati mi odino e siano violenti per essere distrutta. Mi basta il 10% di violenti e il 90% di moderati che si guarda bene dal disapprovare e isolare il 10 % di violenti. Qui siamo ben oltre il 10%. Il secondo elemento che ferisce gli occhi in queste foto e in questi video, è la mancanza di occidentali.
Se qualcuno andasse a spaccare le sedie e le vetrine nella piazza più bella di Tel Aviv, o anche semplicemente di Ajaccio in Corsica, verrebbe massacrato dei cittadini stessi, senza neanche aspettare la gendarmeria. Noi siamo stati addestrati all’assenza del sistema limbico da una magistratura che considera evidentemente gli immigrati la nuova razza padrona. Non proviamo collera, non difendiamo il territorio, non difendiamo le donne. Siamo stati addestrati da decenni di femminismo ridicolo e misandrico, a pretendere maschi svirilizzati e rieducati. L’uomo ideale della nuova donna 3.0 è quello che qualche decennio fa sarebbe stato riassuntivamente indicato col nome di mezzasega. Ha poco testosterone, sia per l’esposizione agli estroprogestinici che sono nelle carni che mangiamo e nell’acqua che beviamo, sia per l’esposizione continua alla pornografia, sia per l’esposizione continua alla criminalizzazione delle caratteristiche maschili. La prima caratteristica maschile è la difesa anche violenta del territorio. Un popolo che resta chiuso in casa a smaltarsi le unghie mentre qualcuno sta invadendo le sue strade, distruggendo i suoi monumenti, bruciando le auto, è un popolo di aspiranti eunuchi. Ora abbiamo barbari contro eunuchi, la vedo male per gli eunuchi. È il caso di fare un nuovo tipo di corsi di rieducazione: come diventare sporchi, brutti e cattivi in otto lezioni. Anche sette.
Nel frattempo, c’è una legge da fare immediatamente, divieto assoluto di produzione, vendita e uso di fuochi artificiali. L’Europa che con eroico sprezzo del ridicolo starnazza sull’anidride carbonica prodotta da vacche e caminetti, vieti immediatamente qualsiasi fuoco artificiale. Sono esplosivi. Producono molta più anidride carbonica di una vacca, soprattutto se danno fuoco a qualcosa. Senza fuochi artificiali il locale di Crans-Montana non sarebbe bruciato. Senza fuochi artificiali ci risparmieremmo innumerevoli morti e feriti e soprattutto i fuochi artificiali sono esplosivi. Non possiamo più permetterceli.
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Capita spesso di vedere, soprattutto nelle città d'arte ma non solo, visitatori stranieri che accompagnano le pietanze con la bevanda calda. Una scelta legittima ma discutibile, anche dal punto di vista della salute.
Ansa
Perché aver fatto il proprio dovere, colpendo un ladro che per di più aveva reagito aggredendo gli uomini delle forze dell’ordine, ferendone uno, è un comportamento da punire con il carcere? Forse un solo colpo in pancia al collega non bastava e ne servivano almeno due o tre per giustificare lo sparo? Oppure colpire, affondando un cacciavite nel petto di un uomo delle forze dell’ordine che cerca di impedire un furto, non è reato sufficientemente grave da richiedere la reazione degli agenti? Forse il militare avrebbe dovuto tenere nella fondina l’arma, aspettando che il criminale facesse quello che fecero due tossici a Roma qualche anno fa, pugnalando a morte, con 11 coltellate, il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega?
La faccenda ha dell’incredibile. Soprattutto perché arriva dopo altre inchieste della magistratura che hanno messo nel mirino gli agenti e non i delinquenti. Avete presente il caso di Ramy Elgaml, il giovane extracomunitario in sella a uno scooter che, dopo la fuga a un posto di blocco, si è schiantato contro un palo? Per la sua morte sono finiti indagati sette carabinieri, ovvero la pattuglia che lo inseguì e anche i militari dell’Arma poi intervenuti sul luogo dell’incidente. A quanto pare, invece di mettersi all’inseguimento del motociclo avrebbero dovuto girarsi dall’altra parte e fare finta di nulla. Sorte più o meno analoga a quella di un agente che a Verona, per fermare un extracomunitario armato, ha fatto ricorso, udite udite, alla pistola. Per mesi è rimasto sotto inchiesta e ancora oggi c’è chi chiede di indagare sul suo conto, quasi fosse colpa del poliziotto essersi difeso. Inchiesta anche a carico di un carabiniere che a Rimini, dopo aver cercato di far gettare l’arma con cui un egiziano aveva minacciato alcuni passanti, è stato costretto a sparare. Prima dell’archiviazione, la Procura aveva iscritto il maresciallo nel registro degli indagati per eccesso di legittima difesa. Anche in questo caso, aver fatto il proprio dovere era ritenuto un di più e i magistrati hanno voluto appurare che il militare dell’Arma non avesse avuto altra scelta. Visto che non c’era alternativa, che il sottufficiale non poteva scappare né sparare ai moscerini, alla fine i pm si sono convinti che non ci fossero elementi per procedere contro il carabiniere e hanno chiesto il proscioglimento. Tutto bene? Ovviamente no, perché già il fatto che per mesi si sia portata avanti un’inchiesta che si poteva non aprire guardando le immagini delle telecamere la dice lunga sul funzionamento della giustizia.
I casi di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi, a proposito dell’assassinio di una ragazza di 19 anni a Milano, del capotreno a Bologna e di tanti altri reati di cui diamo quotidianamente conto, hanno però spinto Beppe Sala, sindaco del capoluogo lombardo che fino a ieri assicurava che la criminalità era un problema di percezione, e Mattia Palazzi, sindaco pd di Mantova dove l’altra sera un giovane marocchino ha minacciato i passanti con una pistola, ad accusare il governo. Colpa di Giorgia Meloni se i clandestini la fanno sempre più da padroni, rubando, molestando e aggredendo le persone. Non colpa di una sinistra che ha aperto le porte all’invasione di extracomunitari. Non colpa di una magistratura che è sempre pronta a bloccare le espulsioni andando in soccorso degli stranieri e condannando le forze dell’ordine. Come ha spiegato ieri su Repubblica Annalisa Cuzzocrea, Meloni coltiva un’illusione securitaria. Già, secondo la sinistra, il governo dovrebbe arrendersi ai criminali. Invece di reprimerli dovrebbe capirli: dare una casa ai clandestini e aiutare gli immigrati a rischio povertà ed esclusione sociale. Al programma manca solo la condanna degli agenti che osano reagire. Ma siamo sulla buona strada.
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Alessandro Ambrosio, il capotreno ucciso alla stazione di Bologna. Nel riquadro Marin Jelenic, il croato accusato dell'omicidio (Ansa)
Dopo l’omicidio, Jelenic, pur avendo in tasca un biglietto per l’Austria (da Tarvisio a Villach, con partenza prevista alle 10.30 del mattino successivo al delitto), non scappa subito all’estero. Resta in Italia. Si sposta come fa di solito: con i treni. La notte successiva al delitto la trascorre in una sala d’aspetto dell’ospedale Niguarda di Milano. È lì che arriva poco dopo la mezzanotte, seguendo una traiettoria che gli investigatori delle Squadre mobili di Milano e Bologna, insieme alla Polfer, riescono a ricostruire grazie alle immagini di videosorveglianza. Dopo l’omicidio viene controllato una prima volta dalla Polfer alla stazione di Bologna. È un passaggio decisivo: quell’identificazione permette di dare un nome alla sagoma ripresa dalle telecamere. Poi prende un treno verso Piacenza, viene fatto scendere a Fiorenzuola perché molesto e senza biglietto, identificato di nuovo e rilasciato dai carabinieri, che in quel momento non hanno ancora l’alert di ricerca per l’omicidio. Riparte. Arriva a Milano Rogoredo. Poco dopo le telecamere lo riprendono in piazza Duca d’Aosta, all’uscita della stazione Centrale milanese. Sempre in transito. Sempre armato. A mezzanotte e un quarto prende il tram della linea 4, quello che lo porta al Niguarda. Si riposa. Prende fiato. Poi parte per Desenzano. Quando viene fermato ha con sé due coltelli. Due strumenti compatibili con una vita passata a collezionare armi bianche e a uscire indenne da ogni controllo. Ora quelle lame verranno analizzate per accertare se abbia tenuto con sé l’arma del delitto. Se una delle due è la stessa che ha colpito alle spalle il capotreno. Al momento, spiegano gli investigatori, il movente non è stato individuato. La Procura di Bologna, però, gli contesta l’omicidio volontario con due aggravanti: aver agito per motivi abietti e aver commesso il fatto all’interno o nelle immediate adiacenze di una stazione ferroviaria (quest’ultima è stata introdotta lo scorso anno, proprio per rafforzare la tutela negli scali ferroviari). Una norma pensata per fermare chi trasforma le stazioni in territori di caccia. L’udienza di convalida del fermo sarà fissata a Brescia. Poi il pm di Bologna Michele Martorelli affiderà l’autopsia al medico legale Elena Giovannini. A raccontare il momento del fermo è il questore di Brescia Paolo Sartori: «Il suo atteggiamento aveva insospettito la pattuglia della polizia di Stato che lo ha individuato e fermato nelle vicinanze della stazione di Desenzano». Jelenic non aveva uno smartphone. Durante la fuga, però, avrebbe chiesto in prestito cellulari a diverse persone e contattato utenze croate, ora al vaglio degli investigatori. Ma non è tanto la nonchalance con la quale dopo il delitto è riuscito a spostarsi per mezza Italia a sorprendere. È la facilità con cui, per anni, ha continuato a girare armato senza che nessuno riuscisse a fermarlo. Il suo passato è zeppo di avvenimenti che avrebbero dovuto permettere di renderlo inoffensivo. Pendeva un ordine di allontanamento emesso dal prefetto di Milano, dopo che il 22 dicembre era stato sorpreso con un coltello in via Scheiwiller, in zona Corvetto. Avrebbe dovuto lasciare il territorio nazionale entro dieci giorni. E i controlli di questo tipo sono una costante nel recente passato di Jelenic. Dal 2023 è stato fermato e denunciato almeno cinque volte per porto illegale di coltelli. Alcuni procedimenti sono finiti archiviati per la speciale tenuità del fatto. A giugno 2025, a Bologna, viene controllato di nuovo: i carabinieri gli sequestrano un cutter e un astuccio con 20 lame. Un kit da killer tascabile. Sempre a Bologna ma il 3 dicembre scorso viene fermato di nuovo con un coltello in tasca. A Milano semina terrore in un condominio con un coltello da cucina. E alla fine a suo carico risulta una sola condanna (ma con pena sospesa) per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni a Vercelli. Sempre a piede libero. Negli ultimi giorni di dicembre si trova a Pavia. Il 30 dicembre le forze dell’ordine lo fermano con un coltello di 24 centimetri. Sequestro, denuncia, poi di nuovo libero. Alcuni automobilisti riferiscono di averlo visto anche nei giorni precedenti, nella zona di piazza Minerva. La stazione di Pavia è una delle tappe abituali dei suoi continui spostamenti in treno. C’è poi un episodio a Udine, il 18 ottobre. Un supermercato messo sottosopra dopo che Jelenic viene scoperto a nascondere birre nello zaino. Lattine lanciate contro una bilancia, calci contro gli espositori. Quando arrivano i carabinieri viene ammanettato. Prima di uscire sputa contro un dipendente. Il titolare decide di non denunciare: «Mi avevano detto», ammette, «che non avrebbero potuto fare nulla». Ore dopo torna di nuovo nelle vicinanze del supermercato. Ancora libero. Per anni ha attraversato indenne (ma armato) stazioni e città. Fino a quando uno di quei coltelli non ha smesso di essere un «fatto di lieve entità» e ha prodotto un morto. Solo a quel punto l’uomo che nessuno era riuscito a fermare non ha continuato a essere un inarrestabile.
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