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2022-01-04
Si può capire Insigne, oppure essere ipocriti
Lorenzo Insigne (Getty Images)
Differenza di vedute poetiche tra Guido Gozzano e Gabriele D’Annunzio. Il primo, crepuscolare e sognante, scrisse: «Non amo che le rose che non colsi, le cose che potevano essere e non sono state». Insomma: l’attesa del piacere è essa stessa il piacere, ma per assaporare il piacere, campa cavallo. Il secondo esortava: «Cogli la rosa, stai attento alla spina». Vale a dire: datti da fare, ma non stare troppo a rimuginare, altrimenti perdi la corriera. In mezzo a quel bivio esistenziale, si colloca la carriera di Lorenzo Insigne, talentaccio brevilineo, affettuosamente paragonabile a un bimbo, se confrontato coi colossi muscolari del calcio odierno, e però col piede di una Cenerentola che non solo la corriera l’ha presa, ma in 30 anni di vita è salito sulla carrozza dei buoni attaccanti senza timore che questa si trasformasse in zucca. Ebbene, Insigne, gioiello di Napoli, capitano di lungo corso che con la città e col presidente della sua squadra ha vissuto un rapporto di amore e di odio (vale a dire: ha colto sia le rose, sia le spine) a fine stagione saluterà i compagni. Destinazione Toronto Fc, campionato di Mls, lega nordamericana. Il campionato in cui ha militato Zlatan Ibrahimovic prima di tornare al Milan da re, dove in passato si accasò Giorgione Chinaglia, dove era andato Sebastian Giovinco, la «Formica atomica» che a Lorenzo somiglia per qualità e struttura fisica. Le cifre sono da Re Mida: 11,5 milioni di euro netti di ingaggio per 5 anni, più 4,5 milioni di bonus, di cui 3,5 raggiungibili con gol e assist e 1 milione vincolato alla vittoria della Champions nordamericana. Aurelio De Laurentiis lo lascerà partire a zero euro - il contratto di Insigne è in scadenza -, l’accordo dovrebbe essere ufficializzato a breve, il patron del Napoli avrebbe tentato persino di piazzare il suo capitano in un campionato arabo, si mormora. La certezza rimane una: per abbassare il monte ingaggi, gli avrebbe proposto un rinnovo a 3,5 milioni, bruscolini rispetto all’offerta dei canadesi. I fan partenopei rumoreggiano, fioccano commenti disperati e incattiviti, e però nel calderone delle reprimende c’è chi, a ragion veduta, benedice la scelta del numero 10 della Nazionale come saggia. L’uomo, si diceva, ha 30 anni - significa una prospettiva di agonismo ad alti livelli di altri cinque anni buoni, salvo infortuni - ma appartenendo alla schiatta degli ottimi giocatori, non dei totem insostituibili alla Messi, si è trovato di fronte a un’opportunità irripetibile per la sua carriera. Un prendere o lasciare che qualunque professionista in qualunque ambito accoglierebbe con l’acquolina in bocca, assaporando il gusto di sistemare la propria famiglia per una decina di generazioni. C’è poi la questione del cuore infranto. Si dice che una bandiera non mollerebbe mai i propri colori, nemmeno per tutto l’oro del mondo. La considerazione è vera in parte, o per lo meno lo era fino a qualche anno fa, ma Insigne non è un Paolo Maldini del Milan, non è un Totti della Roma o, per l’appunto, un Maradona per il Napoli. È un ottimo attaccante laterale consacrato dall’arguzia tattica di Zdenek Zeman a Pescara, ricordato soprattutto per il guizzo repentino nell’area avversaria e per un tiro a giro di precisione millimetrica, ribattezzato in suo onore tir a ggir nei bassorilievi floreali delle lingue calcistiche. Ha provato a vincere gli scudetti mancandoli talvolta di poco, senza tracciare quel solco indelebile nella storia del suo club tipico di una manciata di pedatori immortali. Un ottimo elemento, ma rimpiazzabile, il primo a esserne convinto è il suo presidente, con cui talvolta ha bisticciato: emblematico fu il suo rifiuto di accettare il ritiro punitivo dopo la partita di Champions contro il Salisburgo nel 2019, quando l’allenatore era Carlo Ancelotti. «Fu un errore da parte mia», dice Insigne oggi, memore di quello scontro al vetriolo risoltosi con un armistizio. Di un fatto si può essere sicuri: Lorenzo sa di rimanere un perno degli azzurri di Roberto Mancini, sia per le sue qualità di calciatore, sia per la non eccezionale varietà di punte a disposizione. È stato tra gli eroi della conquista dell’Europeo quest’estate, sarà tra gli uomini decisivi nello spareggio per accedere ai prossimi Mondiali e, se quest’ultimo dovesse arridere all’Italia, sarà convocato di diritto nella pattuglia impegnata in Qatar. La Nazionale e i suoi allori non sono messi in discussione dalle sue scelte future. Quanto al militare in un campionato di second’ordine rispetto a quelli del vecchio continente, il napoletano sa pure di approdare in Canada da dominatore indiscusso: nessuno nella lega nordamericana possiede il suo talento. Oltre ai danari, gli spetterebbero gli onori riservati ai fenomeni. Un po’ come accaduto, con i dovuti distinguo tra i due, proprio a quel Giovinco che qui faticava a imporsi, e là è diventato un divo. Insomma, se l’affare con il Toronto andasse in porto, la Serie A perderebbe un protagonista capace di solleticare la fantasia dei suoi tifosi, salutandoli però senza particolari debiti emotivi. E la Mls ricoprirebbe d’oro un atleta ancora giovane, con un ruolino di marcia convincente: 400 partite nel massimo campionato italiano e 126 gol, di cui 320 (e 89 reti) con la casacca del Napoli, 53 partite e 10 gol con quella dell’Italia.
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Lascerà il Napoli perché l’offerta che arriva dal Canada è imbarazzante: 11,5 milioni netti all’anno per 5 anni, oltre a 4,5 di bonus. Alcuni tifosi cedono al moralismo e lo criticano, però lui ha ragione perché a 30 anni sa che un treno del genere non ripasserebbe. Differenza di vedute poetiche tra Guido Gozzano e Gabriele D’Annunzio. Il primo, crepuscolare e sognante, scrisse: «Non amo che le rose che non colsi, le cose che potevano essere e non sono state». Insomma: l’attesa del piacere è essa stessa il piacere, ma per assaporare il piacere, campa cavallo. Il secondo esortava: «Cogli la rosa, stai attento alla spina». Vale a dire: datti da fare, ma non stare troppo a rimuginare, altrimenti perdi la corriera. In mezzo a quel bivio esistenziale, si colloca la carriera di Lorenzo Insigne, talentaccio brevilineo, affettuosamente paragonabile a un bimbo, se confrontato coi colossi muscolari del calcio odierno, e però col piede di una Cenerentola che non solo la corriera l’ha presa, ma in 30 anni di vita è salito sulla carrozza dei buoni attaccanti senza timore che questa si trasformasse in zucca. Ebbene, Insigne, gioiello di Napoli, capitano di lungo corso che con la città e col presidente della sua squadra ha vissuto un rapporto di amore e di odio (vale a dire: ha colto sia le rose, sia le spine) a fine stagione saluterà i compagni. Destinazione Toronto Fc, campionato di Mls, lega nordamericana. Il campionato in cui ha militato Zlatan Ibrahimovic prima di tornare al Milan da re, dove in passato si accasò Giorgione Chinaglia, dove era andato Sebastian Giovinco, la «Formica atomica» che a Lorenzo somiglia per qualità e struttura fisica. Le cifre sono da Re Mida: 11,5 milioni di euro netti di ingaggio per 5 anni, più 4,5 milioni di bonus, di cui 3,5 raggiungibili con gol e assist e 1 milione vincolato alla vittoria della Champions nordamericana. Aurelio De Laurentiis lo lascerà partire a zero euro - il contratto di Insigne è in scadenza -, l’accordo dovrebbe essere ufficializzato a breve, il patron del Napoli avrebbe tentato persino di piazzare il suo capitano in un campionato arabo, si mormora. La certezza rimane una: per abbassare il monte ingaggi, gli avrebbe proposto un rinnovo a 3,5 milioni, bruscolini rispetto all’offerta dei canadesi. I fan partenopei rumoreggiano, fioccano commenti disperati e incattiviti, e però nel calderone delle reprimende c’è chi, a ragion veduta, benedice la scelta del numero 10 della Nazionale come saggia. L’uomo, si diceva, ha 30 anni - significa una prospettiva di agonismo ad alti livelli di altri cinque anni buoni, salvo infortuni - ma appartenendo alla schiatta degli ottimi giocatori, non dei totem insostituibili alla Messi, si è trovato di fronte a un’opportunità irripetibile per la sua carriera. Un prendere o lasciare che qualunque professionista in qualunque ambito accoglierebbe con l’acquolina in bocca, assaporando il gusto di sistemare la propria famiglia per una decina di generazioni. C’è poi la questione del cuore infranto. Si dice che una bandiera non mollerebbe mai i propri colori, nemmeno per tutto l’oro del mondo. La considerazione è vera in parte, o per lo meno lo era fino a qualche anno fa, ma Insigne non è un Paolo Maldini del Milan, non è un Totti della Roma o, per l’appunto, un Maradona per il Napoli. È un ottimo attaccante laterale consacrato dall’arguzia tattica di Zdenek Zeman a Pescara, ricordato soprattutto per il guizzo repentino nell’area avversaria e per un tiro a giro di precisione millimetrica, ribattezzato in suo onore tir a ggir nei bassorilievi floreali delle lingue calcistiche. Ha provato a vincere gli scudetti mancandoli talvolta di poco, senza tracciare quel solco indelebile nella storia del suo club tipico di una manciata di pedatori immortali. Un ottimo elemento, ma rimpiazzabile, il primo a esserne convinto è il suo presidente, con cui talvolta ha bisticciato: emblematico fu il suo rifiuto di accettare il ritiro punitivo dopo la partita di Champions contro il Salisburgo nel 2019, quando l’allenatore era Carlo Ancelotti. «Fu un errore da parte mia», dice Insigne oggi, memore di quello scontro al vetriolo risoltosi con un armistizio. Di un fatto si può essere sicuri: Lorenzo sa di rimanere un perno degli azzurri di Roberto Mancini, sia per le sue qualità di calciatore, sia per la non eccezionale varietà di punte a disposizione. È stato tra gli eroi della conquista dell’Europeo quest’estate, sarà tra gli uomini decisivi nello spareggio per accedere ai prossimi Mondiali e, se quest’ultimo dovesse arridere all’Italia, sarà convocato di diritto nella pattuglia impegnata in Qatar. La Nazionale e i suoi allori non sono messi in discussione dalle sue scelte future. Quanto al militare in un campionato di second’ordine rispetto a quelli del vecchio continente, il napoletano sa pure di approdare in Canada da dominatore indiscusso: nessuno nella lega nordamericana possiede il suo talento. Oltre ai danari, gli spetterebbero gli onori riservati ai fenomeni. Un po’ come accaduto, con i dovuti distinguo tra i due, proprio a quel Giovinco che qui faticava a imporsi, e là è diventato un divo. Insomma, se l’affare con il Toronto andasse in porto, la Serie A perderebbe un protagonista capace di solleticare la fantasia dei suoi tifosi, salutandoli però senza particolari debiti emotivi. E la Mls ricoprirebbe d’oro un atleta ancora giovane, con un ruolino di marcia convincente: 400 partite nel massimo campionato italiano e 126 gol, di cui 320 (e 89 reti) con la casacca del Napoli, 53 partite e 10 gol con quella dell’Italia.
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Lunedì il quindicenne esce da scuola e sale sull’autobus nel quartiere San Felice, per tornare a casa, che è parecchio distante. Come ha raccontato la mamma al Giornale di Vicenza, «credeva di aver dimenticato l’abbonamento: nella sua completa onestà lo ha detto subito all’autista e lui lo ha fatto scendere». Insomma, una piccola botta di ansia, affrontata «autodenunciandosi», nella speranza di trovare un minimo di umanità. E invece, nulla. Il guidatore è stato inflessibile. Pioveva pure e il minore ha chiamato il nonno per farsi venire a prendere. Poi è stata informata la mamma, stupitissima, perché il figlio ha l’abbonamento, che per altro ha trovato poco dopo. La signora ha protestato con l’azienda locale di trasporti, che promette la solita «rapida inchiesta», ma intanto già si cosparge il capo di cenere. Dice il presidente di Svt, Marco Sandonà: «A nome dell’azienda vorrei scusarmi pubblicamente con lo studente e la sua famiglia per questo increscioso episodio».
L’azienda ha subito aperto una procedura di contestazione nei confronti del proprio dipendente. Possibile che la disabilità non fosse molto evidente, ma non sposta più di tanto i termini della questione perché un quindicenne è un quindicenne.
Se ne rende conto lo stesso Sandonà, che spiega: «Abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri utenti, a maggior ragione quando si tratta di minorenni, che in nessun caso devono essere lasciati a terra». E aggiunge un’osservazione non banale: «La giusta applicazione delle regole deve sempre e comunque tenere conto della persona che abbiamo di fronte, proprio perché trasportiamo persone». Anche la mamma dimostra una certa pacatezza quando dice: «Non capisco perché mio figlio sia stato fatto scendere. Non avrebbero dovuto semplicemente fargli una multa che poi noi avremmo potuto contestare dimostrando che mio figlio è in possesso di un regolare abbonamento?». Si vede che l’autista non aveva tempo di multare un innocuo ragazzino.
Il regolamento dell’azienda di trasporti vicentina prevede che una multa possa essere annullata entro 15 giorni, se l’utente dimostra di avere un biglietto o un abbonamento valido. In ogni caso sul grave infortunio della municipalizzata interviene anche Zaia, per il quale «il rispetto viene prima di ogni procedura. Non è solo un fatto di regole, ma di umanità, di responsabilità e di buon senso».
Tre qualità che sono forse sospese nel Veneto che ospita le Olimpiadi invernali, almeno a bordo dei mezzi pubblici. È incredibile, ma a Vicenza si ripete, in versione anche peggiore, quello che è successo nel Bellunese appena dieci giorni fa, con la notizia che ha fatto il giro d’Italia. Si tratta di quel ragazzino di 11 anni che non aveva il biglietto «olimpico» ma solo biglietti ordinari (avrebbero potuto essere cumulati), ed è stato fatto scendere dall’autobus. Non aveva il cellulare e quindi ha camminato fino a casa per sei chilometri nella neve, dove è arrivato in condizioni pietose.
Questi due episodi, che si spera non siano la punta di un iceberg, confermano che dal Covid in poi questo non è un Paese per bimbi e ragazzini. Prima li hanno rinchiusi a casa senza motivo, ora escono e chiunque abbia un minimo di autorità li bullizza. Tutto intorno, bande di maranza senza biglietto non vengono degnate di uno sguardo. Nessuno chiede gesti di eroismo a chi guida l’autobus spesso in condizioni difficili, ma mostre i muscoli con undicenni e disabili non è il modo di rifarsi.
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Ansa
La rappresentazione dei fatti presentata dai pm, in sostanza, sarebbe stata dolosamente artefatta. L’istruttoria, però, secondo i giudici, pur avendo dimostrato che, all’epoca dei fatti, le operatrici dei servizi sociali non avessero elementi oggettivi da cui desumere che il bambino fosse stato vittima di abusi intrafamiliari, ha stabilito che non avrebbero avuto una tale «convinzione», ancorché infondata. Non solo. Limitano, e di molto, l’azione dei servizi sociali: «La funzione probatoria che connota le relazioni del servizio sociale», scrivono, «non coincide con la funzione probatoria richiesta dalla giurisprudenza per l’individuazione degli atti pubblici dotati di fede privilegiata». Quelle relazioni erano carta straccia? In realtà i giudici, che hanno assolto gli operatori anche dall’accusa di frode processuale, li salvano con questo passaggio: «Difatti, rispetto agli operatori sociali, […] l’istruttoria, oltre ad aver escluso la sussistenza di condotte assimilabili a quelle concepite nelle imputazioni, ha dimostrato come gli stessi abbiano sempre agito su specifico mandato del tribunale per i minorenni, che rendeva quindi doverosa la loro azione (come per gli allontanamenti e le successive collocazioni etero-familiari), oppure nell’ambito di quanto dallo stesso tribunale loro delegato (come di prassi si prevedeva per l’avvio e la gestione degli incontri protetti)».
E non è finita: «Gli stessi hanno sempre, costantemente, aggiornato l’autorità giudiziaria, ovvero proprio il soggetto che, in ipotesi d’accusa, avrebbero voluto ingannare, tramite le proprie relazioni». È il resoconto di un cortocircuito giudiziario. «Sebbene molte di queste (relazioni, ndr) siano state tacciate di falsità», aggiungono i giudici, «non ci si può esimere dal rilevare come anche tali contestazioni risultino smentite, o comunque indimostrate, all’esito della complessa istruttoria svolta». La conclusione: «Da ciò consegue […] che sia le decisioni che l’operato del servizio, diversamente da quanto ipotizzano nei capi in cui si contesta la frode processuale, non erano mossi da alcun fine di inganno ma si basavano, a ben vedere, su valutazioni tecnico-professionali, di competenza propria degli operatori, di cui non si è provata né l’abnormità né l’erroneità, così come neppure si è dimostrata la falsità dei dati di fatto su cui si fondavano».
Ogni volta che la sentenza esamina le condotte attribuite ai genitori o ai familiari (abuso sessuale, maltrattamento, pregiudizio grave), però, la conclusione è sempre la stessa: le ipotesi non reggono alla prova dibattimentale. Le ricostruzioni non superano la soglia «dell’oltre ogni ragionevole dubbio». La formula usata dai giudici è questa: «Non solo non si è dimostrata la sussistenza, in positivo, di condotte di tal fatta (gli abusi, ndr), ma l’istruttoria dibattimentale ha restituito un quadro del tutto divergente». La sentenza chiarisce che le ipotesi di abuso nascono e si sviluppano all’interno di un circuito valutativo, costruito attraverso relazioni, osservazioni, interpretazioni. Ma quando queste ipotesi arrivano in aula non diventano fatti. Restano ipotesi. I giudici spiegano che le valutazioni dei servizi sociali non sono prove. Non hanno «fede privilegiata». E soprattutto non possono trasformarsi, da sole, in accertamenti di eventi storici. Le ricostruzioni prospettate «non trovano riscontro in elementi oggettivi». I rilievi contenuti nelle relazioni poi usate per allontanare i minorenni dai loro genitori, per quanto non provate, stando alle valutazioni del tribunale, avrebbero avuto come fine quello «di tutelare i minori e aiutarli a elaborare i propri vissuti».
Alla fine non ha sbagliato nessuno. La sentenza, però, un passo ulteriore lo fa. Spiega che la partita non è chiusa. Ma che è aperto un altro fronte. Quello civile. In un caso in particolare, argomentano i giudici, «il provvedimento giudiziale di sospensione della responsabilità genitoriale, che ha determinato una lesione ingiusta del diritto» del minorenne «a mantenere un rapporto con i propri genitori e del diritto di questi a esercitare le prerogative connesse alla responsabilità genitoriale», avrebbe causato «un danno patrimoniale e non patrimoniale». Perché anche se l’allontanamento è avvenuto sulla base di presupposti non del tutto provati nel processo, qualcuno comunque dovrà rispondere delle conseguenze.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 febbraio 2026. Il deputato della Lega Paolo Formentini commenta il voto di fiducia di oggi sull'Ucraina e i rapporti col partito di Vannacci.
Intellò, radical chic e progressisti si ribellano contro il termine «maranza» ed esortano a usare «immigrati di seconda generazione» o «risorse».