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2022-01-04
Si può capire Insigne, oppure essere ipocriti
Lorenzo Insigne (Getty Images)
Differenza di vedute poetiche tra Guido Gozzano e Gabriele D’Annunzio. Il primo, crepuscolare e sognante, scrisse: «Non amo che le rose che non colsi, le cose che potevano essere e non sono state». Insomma: l’attesa del piacere è essa stessa il piacere, ma per assaporare il piacere, campa cavallo. Il secondo esortava: «Cogli la rosa, stai attento alla spina». Vale a dire: datti da fare, ma non stare troppo a rimuginare, altrimenti perdi la corriera. In mezzo a quel bivio esistenziale, si colloca la carriera di Lorenzo Insigne, talentaccio brevilineo, affettuosamente paragonabile a un bimbo, se confrontato coi colossi muscolari del calcio odierno, e però col piede di una Cenerentola che non solo la corriera l’ha presa, ma in 30 anni di vita è salito sulla carrozza dei buoni attaccanti senza timore che questa si trasformasse in zucca. Ebbene, Insigne, gioiello di Napoli, capitano di lungo corso che con la città e col presidente della sua squadra ha vissuto un rapporto di amore e di odio (vale a dire: ha colto sia le rose, sia le spine) a fine stagione saluterà i compagni. Destinazione Toronto Fc, campionato di Mls, lega nordamericana. Il campionato in cui ha militato Zlatan Ibrahimovic prima di tornare al Milan da re, dove in passato si accasò Giorgione Chinaglia, dove era andato Sebastian Giovinco, la «Formica atomica» che a Lorenzo somiglia per qualità e struttura fisica. Le cifre sono da Re Mida: 11,5 milioni di euro netti di ingaggio per 5 anni, più 4,5 milioni di bonus, di cui 3,5 raggiungibili con gol e assist e 1 milione vincolato alla vittoria della Champions nordamericana. Aurelio De Laurentiis lo lascerà partire a zero euro - il contratto di Insigne è in scadenza -, l’accordo dovrebbe essere ufficializzato a breve, il patron del Napoli avrebbe tentato persino di piazzare il suo capitano in un campionato arabo, si mormora. La certezza rimane una: per abbassare il monte ingaggi, gli avrebbe proposto un rinnovo a 3,5 milioni, bruscolini rispetto all’offerta dei canadesi. I fan partenopei rumoreggiano, fioccano commenti disperati e incattiviti, e però nel calderone delle reprimende c’è chi, a ragion veduta, benedice la scelta del numero 10 della Nazionale come saggia. L’uomo, si diceva, ha 30 anni - significa una prospettiva di agonismo ad alti livelli di altri cinque anni buoni, salvo infortuni - ma appartenendo alla schiatta degli ottimi giocatori, non dei totem insostituibili alla Messi, si è trovato di fronte a un’opportunità irripetibile per la sua carriera. Un prendere o lasciare che qualunque professionista in qualunque ambito accoglierebbe con l’acquolina in bocca, assaporando il gusto di sistemare la propria famiglia per una decina di generazioni. C’è poi la questione del cuore infranto. Si dice che una bandiera non mollerebbe mai i propri colori, nemmeno per tutto l’oro del mondo. La considerazione è vera in parte, o per lo meno lo era fino a qualche anno fa, ma Insigne non è un Paolo Maldini del Milan, non è un Totti della Roma o, per l’appunto, un Maradona per il Napoli. È un ottimo attaccante laterale consacrato dall’arguzia tattica di Zdenek Zeman a Pescara, ricordato soprattutto per il guizzo repentino nell’area avversaria e per un tiro a giro di precisione millimetrica, ribattezzato in suo onore tir a ggir nei bassorilievi floreali delle lingue calcistiche. Ha provato a vincere gli scudetti mancandoli talvolta di poco, senza tracciare quel solco indelebile nella storia del suo club tipico di una manciata di pedatori immortali. Un ottimo elemento, ma rimpiazzabile, il primo a esserne convinto è il suo presidente, con cui talvolta ha bisticciato: emblematico fu il suo rifiuto di accettare il ritiro punitivo dopo la partita di Champions contro il Salisburgo nel 2019, quando l’allenatore era Carlo Ancelotti. «Fu un errore da parte mia», dice Insigne oggi, memore di quello scontro al vetriolo risoltosi con un armistizio. Di un fatto si può essere sicuri: Lorenzo sa di rimanere un perno degli azzurri di Roberto Mancini, sia per le sue qualità di calciatore, sia per la non eccezionale varietà di punte a disposizione. È stato tra gli eroi della conquista dell’Europeo quest’estate, sarà tra gli uomini decisivi nello spareggio per accedere ai prossimi Mondiali e, se quest’ultimo dovesse arridere all’Italia, sarà convocato di diritto nella pattuglia impegnata in Qatar. La Nazionale e i suoi allori non sono messi in discussione dalle sue scelte future. Quanto al militare in un campionato di second’ordine rispetto a quelli del vecchio continente, il napoletano sa pure di approdare in Canada da dominatore indiscusso: nessuno nella lega nordamericana possiede il suo talento. Oltre ai danari, gli spetterebbero gli onori riservati ai fenomeni. Un po’ come accaduto, con i dovuti distinguo tra i due, proprio a quel Giovinco che qui faticava a imporsi, e là è diventato un divo. Insomma, se l’affare con il Toronto andasse in porto, la Serie A perderebbe un protagonista capace di solleticare la fantasia dei suoi tifosi, salutandoli però senza particolari debiti emotivi. E la Mls ricoprirebbe d’oro un atleta ancora giovane, con un ruolino di marcia convincente: 400 partite nel massimo campionato italiano e 126 gol, di cui 320 (e 89 reti) con la casacca del Napoli, 53 partite e 10 gol con quella dell’Italia.
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Lascerà il Napoli perché l’offerta che arriva dal Canada è imbarazzante: 11,5 milioni netti all’anno per 5 anni, oltre a 4,5 di bonus. Alcuni tifosi cedono al moralismo e lo criticano, però lui ha ragione perché a 30 anni sa che un treno del genere non ripasserebbe. Differenza di vedute poetiche tra Guido Gozzano e Gabriele D’Annunzio. Il primo, crepuscolare e sognante, scrisse: «Non amo che le rose che non colsi, le cose che potevano essere e non sono state». Insomma: l’attesa del piacere è essa stessa il piacere, ma per assaporare il piacere, campa cavallo. Il secondo esortava: «Cogli la rosa, stai attento alla spina». Vale a dire: datti da fare, ma non stare troppo a rimuginare, altrimenti perdi la corriera. In mezzo a quel bivio esistenziale, si colloca la carriera di Lorenzo Insigne, talentaccio brevilineo, affettuosamente paragonabile a un bimbo, se confrontato coi colossi muscolari del calcio odierno, e però col piede di una Cenerentola che non solo la corriera l’ha presa, ma in 30 anni di vita è salito sulla carrozza dei buoni attaccanti senza timore che questa si trasformasse in zucca. Ebbene, Insigne, gioiello di Napoli, capitano di lungo corso che con la città e col presidente della sua squadra ha vissuto un rapporto di amore e di odio (vale a dire: ha colto sia le rose, sia le spine) a fine stagione saluterà i compagni. Destinazione Toronto Fc, campionato di Mls, lega nordamericana. Il campionato in cui ha militato Zlatan Ibrahimovic prima di tornare al Milan da re, dove in passato si accasò Giorgione Chinaglia, dove era andato Sebastian Giovinco, la «Formica atomica» che a Lorenzo somiglia per qualità e struttura fisica. Le cifre sono da Re Mida: 11,5 milioni di euro netti di ingaggio per 5 anni, più 4,5 milioni di bonus, di cui 3,5 raggiungibili con gol e assist e 1 milione vincolato alla vittoria della Champions nordamericana. Aurelio De Laurentiis lo lascerà partire a zero euro - il contratto di Insigne è in scadenza -, l’accordo dovrebbe essere ufficializzato a breve, il patron del Napoli avrebbe tentato persino di piazzare il suo capitano in un campionato arabo, si mormora. La certezza rimane una: per abbassare il monte ingaggi, gli avrebbe proposto un rinnovo a 3,5 milioni, bruscolini rispetto all’offerta dei canadesi. I fan partenopei rumoreggiano, fioccano commenti disperati e incattiviti, e però nel calderone delle reprimende c’è chi, a ragion veduta, benedice la scelta del numero 10 della Nazionale come saggia. L’uomo, si diceva, ha 30 anni - significa una prospettiva di agonismo ad alti livelli di altri cinque anni buoni, salvo infortuni - ma appartenendo alla schiatta degli ottimi giocatori, non dei totem insostituibili alla Messi, si è trovato di fronte a un’opportunità irripetibile per la sua carriera. Un prendere o lasciare che qualunque professionista in qualunque ambito accoglierebbe con l’acquolina in bocca, assaporando il gusto di sistemare la propria famiglia per una decina di generazioni. C’è poi la questione del cuore infranto. Si dice che una bandiera non mollerebbe mai i propri colori, nemmeno per tutto l’oro del mondo. La considerazione è vera in parte, o per lo meno lo era fino a qualche anno fa, ma Insigne non è un Paolo Maldini del Milan, non è un Totti della Roma o, per l’appunto, un Maradona per il Napoli. È un ottimo attaccante laterale consacrato dall’arguzia tattica di Zdenek Zeman a Pescara, ricordato soprattutto per il guizzo repentino nell’area avversaria e per un tiro a giro di precisione millimetrica, ribattezzato in suo onore tir a ggir nei bassorilievi floreali delle lingue calcistiche. Ha provato a vincere gli scudetti mancandoli talvolta di poco, senza tracciare quel solco indelebile nella storia del suo club tipico di una manciata di pedatori immortali. Un ottimo elemento, ma rimpiazzabile, il primo a esserne convinto è il suo presidente, con cui talvolta ha bisticciato: emblematico fu il suo rifiuto di accettare il ritiro punitivo dopo la partita di Champions contro il Salisburgo nel 2019, quando l’allenatore era Carlo Ancelotti. «Fu un errore da parte mia», dice Insigne oggi, memore di quello scontro al vetriolo risoltosi con un armistizio. Di un fatto si può essere sicuri: Lorenzo sa di rimanere un perno degli azzurri di Roberto Mancini, sia per le sue qualità di calciatore, sia per la non eccezionale varietà di punte a disposizione. È stato tra gli eroi della conquista dell’Europeo quest’estate, sarà tra gli uomini decisivi nello spareggio per accedere ai prossimi Mondiali e, se quest’ultimo dovesse arridere all’Italia, sarà convocato di diritto nella pattuglia impegnata in Qatar. La Nazionale e i suoi allori non sono messi in discussione dalle sue scelte future. Quanto al militare in un campionato di second’ordine rispetto a quelli del vecchio continente, il napoletano sa pure di approdare in Canada da dominatore indiscusso: nessuno nella lega nordamericana possiede il suo talento. Oltre ai danari, gli spetterebbero gli onori riservati ai fenomeni. Un po’ come accaduto, con i dovuti distinguo tra i due, proprio a quel Giovinco che qui faticava a imporsi, e là è diventato un divo. Insomma, se l’affare con il Toronto andasse in porto, la Serie A perderebbe un protagonista capace di solleticare la fantasia dei suoi tifosi, salutandoli però senza particolari debiti emotivi. E la Mls ricoprirebbe d’oro un atleta ancora giovane, con un ruolino di marcia convincente: 400 partite nel massimo campionato italiano e 126 gol, di cui 320 (e 89 reti) con la casacca del Napoli, 53 partite e 10 gol con quella dell’Italia.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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